IL  DISAGIO  GIOVANILE  E  NON

Prof. Michele CAMPANELLI

23 novembre 2001

      La nostra è una società malata proprio nei suoi schemi fondamentali. La vita di oggi è di fatto molto più complicata.
      Insomma, nessuno può chiamarsi fuori: uomini e donne, top manager e casalinghe, operai e studenti. Tutti, prima o poi, possiamo ritrovarci in quella situazione di malessere e insoddisfazione profonda che a volte inspiegabilmente ci pervade. Malumore, stanchezza invincibile, tristezza, voglia di non far niente, senso di vuoto e di inutilità, tutti sintomi che affiorano in chi fatica a trovare un senso nell’esistenza che conduce, negli obiettivi che si propone di raggiungere, nel ruolo che interpreta, nel modo di atteggiarsi e di pensare. Andiamo allora dagli “strizzacervelli”!
      I dati ufficiali ad affermare che le persone che si rivolgono ad uno psicoterapeuta sono aumentate del 20-30% negli ultimi due-tre anni. Sembra essere stata abbattuta la barriera pregiudiziale che si interponeva tra chi soffre di ansia e depressione - disturbi vissuti spesso con vergogna e colpa -, e chi le cura, identificato nell’immaginario collettivo come “il medico dei matti”.
      Siamo giunti alla situazione paradossale che, grazie ad alcune rappresentazioni medianiche e culturali, nella nostra società del benessere, il “benestante” occidentale sembrerebbe persino un po’ “out” non avere mai intrapreso una cura psicoterapeutica, sia essa individuale o di gruppo.
      Ma al di là di ironiche riflessioni alla Woody Allen, possiamo dire che un numero sempre maggiore di persone ricorre alla psicoterapia. Infatti possiamo dire che non esiste una sofferenza psichica ed emotiva di moda. Esiste la sofferenza che costringe la gente a chiedere aiuto agli esperti.
      In realtà si è sviluppata nell’individuo una più elevata sensibilità nei riguardi della psicoterapia, ma soprattutto una maggiore consapevolezza che, per risolvere i problemi e per migliorare la qualità della propria vita, è necessario rivisitare se stessi.
      Ma c’è anche un altro fattore dal quale non si può prescindere: la società moderna, in particolare quella occidentale, con lo stile di vita che impone, produce molte “vittime”.
      Posso affermare, dopo 140 mila ore di attività come psicoterapeuta, che la nostra è una società malata proprio nei suoi schemi fondamentali. Le migliaia di persone che ho incontrato in 27 anni di attività, le problematiche per le quali hanno chiesto il mio aiuto, mi hanno convinto di quanto oggi sia difficile reinserirsi in quei sentieri sani entro cui l’essere umano si era naturalmente incanalato già quando apparve sul nostro pianeta.
      La vita di oggi è di fatto molto più complicata rispetto ad epoche precedenti: se da un lato ci dobbiamo continuamente misurare con la nostra capacità di scelta, dall'altro affidiamo alle multinazionali l’autorità di regolare il nostro quotidiano, compresa la sfera più personale. C’è quindi bisogno di recuperare quel sano potere su noi stessi che ci viene sempre più negato.

Quali sono i disturbi più diffusi che si riscontrano nei pazienti?

      Vi è un numero crescente di individui che si presenta in prima seduta mostrando un diffuso e vago senso di malessere, associato ad una confusione della propria identità e ad una indefinita coscienza dei problemi che producono sofferenza: “non so bene cosa mi stia succedendo, so solo di star male da molto tempo”.
      La gente esprime una condizione di malessere generale, determinato dall’incertezza sui percorsi da attivare per una coerente e piena realizzazione personale. Tale stato è la risultante di una società che potremmo definire “normalmente nevrotica”, nella quale il concetto di “uomo sano” è sostituito da quello di “sanità nevrotica”: l’individuo ormai deve imparare a convivere con una cronica condizione di ansia e, di conseguenza, con leggeri disturbi psicosomatici (insonnia, gastrite, colite e via di seguito).
      Tra le patologie più gravi, la depressione è senza dubbio quella a più alta incidenza e che coinvolge la popolazione tra i 25 e i 60 anni.
      Esiste, poi, una dilagante sindrome da stress cronico, la Chronic Fatigue Syndrome, nella definizione americana, che è causa di una miriade di disturbi psicosomatici. Le persone si sentono affaticate, vivono affannosamente, sempre in ansia e con la paura di poter crollare da un momento all’altro. Sintomi che spesso si associano ad una patologia, sempre più comune, denominata disturbi da attacco di panico.
      Assistiamo ad un costante aumento di problematiche sessuali: eiaculazione precoce o impotenza e patologia del desiderio, ovvero un calo del desiderio sessuale. L’organismo si difende personalizzando la sessualità vissuta come un’ulteriore richiesta di energia.
      Infine, sono in netta ascesa i disturbi del comportamento alimentare, come anoressia, bulimia e obesità: solo in Italia, attualmente, nella popolazione tra i 25 e i 65 anni, ci sono oltre 5 milioni di soggetti obesi”.

Ma fermiamo ora la nostra attenzione sul ”disagio giovanile”.
Notiamo anzitutto la paradossalità della nostra società nella quale si trovano:

  1. da una parte Paesi che non hanno e che lottano per sopravvivere;
  2. dall’altra, Paesi che hanno, ma, al loro interno, si esprime un desiderio di morte.

Vi sono, in circolazione molti “status simbol” alcuni di questi vengono suggeriti e propinati dai mezzi di comunicazione:

  1. possedere più cose possibili: cellulare, macchina, motoretta, ecc.
  2. “l’apparire”; abbiamo, infatti, individui vuoti a cui manca l’anima, e che vanno cercando se stessi al di fuori di sé.

      In questa nostra società la grande assente è “la personalità”, la quale si forma con i valori condivisi in una situazione gratificante d’affetto gratuito, che è la condizione indispensabile per “una base sicura”; si sente l’urgenza di un “porto sicuro” verso il quale dirigersi per ripararsi dalle tempeste.
      Un altro aspetto preoccupante è la progressiva minore credibilità del valore istituzionale della famiglia. Gli adolescenti oggi soffrono intimamente di un senso di “abbandono” da parte dei genitori, stressati e incastrati nelle regole e nelle responsabilità di una società che li distoglie dal proprio ruolo parentale. Insomma, ci troviamo di fronte ad una sostanziale mancanza di quelle risorse necessarie ad affrontare adeguatamente una realtà sociale in continua evoluzione, quasi mai positiva.
      Troppe, forse, le “agenzie educative”, che gareggiano contro la famiglia: la famiglia é derisa e smantellata come segno di libertà; vi è l’illusione, poi, di sopravvivere con dei surrogati di famiglia: famiglie lesbiche, omosessuali, ecc, quel che resta della famiglia latita, si vive da “singol” anche in famiglia.
      Modelli e miti contradditori provocatoriamente prendono il posto della famiglia. I giovani si sentono sballottati, giocati e impotenti. Si forma in loro un’organizzazione mentale depressiva: la vita diventa squallida così che, in un susseguirsi di conferme e sconferme, sperimentano abbandoni affettivi e stati di lutto.
      Ed ecco l’esempio, di una potenziale genesi dell’anoressia in una ragazza:

  1. in un primo tempo, la ragazza, è stata spettatrice della divisione dei genitori;
  2. in un secondo momento entrambi i genitori avevano trovato un nuovo partner; e lei doveva acconsentire se non voleva sentirsi dire che era egoista;
  3. poi si sono rimessi insieme "come se" nulla fosse accaduto nel frattempo.


      Ora in tutti questi passaggi i genitori non si erano mai preoccupati dei sentimenti della figlia, la quale, ogni volta si è sentita violentata, anzi ha dovuto fare “buon viso alla cattiva sorte” altrimenti si sarebbe sentita etichettare dall’uno o dall’altro, come un’ingrata che non sapeva riconoscere i sacrifici di coloro- i genitori - i quali, secondo lei, non si erano mai interessati al suo mondo interiore.
      I figli hanno dei loro propri sentimenti, ma frequentemente i genitori raggiungono i loro scopi senza tenerne conto o, meglio, ignorandoli. Ecco allora che i figli si sentono degli oggetti vuoti, i quali, poi, per nascondere questo abisso di vuoto, incominciano ad alzare una corazza di difesa, vogliono nascondere il grande gelo che portano nel cuore, e, per sfuggire al senso di impotenza che li devasta interiormente, incominciano a costruire una strategia che dia una prova del loro valore, una strategia vincente: non mangerò! Sì, morirò, ma io vincerò su tutte le manipolazioni!
      I bambini, sono come scienziati: guardano ai fatti con mente sgombra e non si fidano delle parole. I bambini “sentono i doppi messaggi”; loro vanno, come dice il Vangelo “oltre la lettera che uccide”:

  • i genitori non hanno tempo per loro e, per questo, vengono mandati a giocare o sono invitati a guardare la televisione;
  • i ragazzi comprendono presto che le “figurine” o “le bambole”, al contrario degli adulti che li circondano, non li tradiscono mai;
  • quanti sono i genitori che “perdono tempo” con i loro figli?;
  • quanti genitori ascoltano i loro figli?;
  • quanti genitori parlano ai figli con dolcezza e affetto?;
  • quanti si avvicinano per raccontare loro delle favole perché si addormentino sereni?;
  • quanti sanno tenere la manina del figlio o figlia, al calar del sole e la fantasia si popola di uccelli rapaci?

      Ecco, qui, molto probabilmente, trova il primo “imprinting” quello che poi chiameremo con una parola ormai di moda: anoressia.
      Come ho avuto modo di dire sopra, la costruzione della personalità si forma nell’affetto caldo e sincero in un intreccio di valori condivisi, in una situazione di accettazione incondizionata dove la gratuità è l’elemento essenziale e forma la condizione indispensabile per “una base sicura” ed un “porto sicuro” verso il quale dirigersi per ripararsi dalle inevitabili intemperie della vita.

Per concludere potremmo domandarci: come orientarsi nella scelta di uno psicoterapeuta?

      A fronte di molte scuole di psicoterapia esiste, secondo me, un imprescindibile punto di partenza: il terapeuta deve avere una innata e sana capacità di amare la gente, specialmente chi soffre. Una capacità che non si insegna certo nelle scuole! Ciò è fondamentale per riuscire a costruire una relazione terapeutica positiva in grado di garantire almeno il 50% dell’efficacia della cura. Creare una buona relazione significa far sentire il paziente amato, ascoltato, nutrito. è quello che Bowlby chiama “una base sicura”. Quando questo non è frutto di un’operazione meccanicistica, ma fa parte dei veri grandi valori del terapeuta, il paziente si abbandona e affida tutto se stesso con fiducia e serenità.
      Proprio perché questo abbandono non venga tradito inviterei, chi sta pensando di iniziare una psicoterapia, di rivolgersi anzitutto, ad una persona conosciuta, anche solo attraverso il passa parola. Questa è la formula più rassicurante. Inoltre, il mio consiglio è quello di avvicinarsi a scuole di pensiero e metodologie che abbiano un paradigma storico, che seguano un approccio che si avvale di sistemi chiari e comprensibili. E da evitare accuratamente tutti quei sistemi misteriosi ed evanescenti, peraltro molto di moda negli ultimi tempi.