Tempo di trottole
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     Finalmente era arrivato l'ultimo giorno di scuola e si poteva riporre la cartella, rigorosamente di cartone, che a quel punto mostrava tutte le falle intrinseche della sua qualità, ed il grembiule nero, con i numeri romani ricamati in rosso che indicavano la classe frequentata e conferivano ad ognuno di noi un aspetto marziale equiparabile a quello che i gradi di fresca nomina conferiscono ai caporali dell'esercito.
     Ma già nei giorni precedenti avevamo lungamente discusso sul come occupare le ore di dolce far niente che ci attendevano.
     Già si era sparsa la voce che nelle botteghe erano arrivati i nuovi modelli di trottole, che poi erano sempre le stesse (sciummula, pirinchiello e buccinu). "Sciummula" e "buccinu" erano sferiche e differivano solo nella dimensione, mentre il "pirinchiello" era cosi chiamato perchè era a forma di pera, ma non godeva di molti estimatori e solo la sciummula la faceva da padrona nelle scelte di noi ragazzi, che la volevamo ben tornita e di un legno forte, "uorbu" doveva essere perchè doveva sopportare i tiri delle trottole avversarie nel corso dei giochi, quando si facevano pesanti.
     Il primo problema che si presentava all'acquisto era quello di far sostituire il puntale di serie con uno di acciaio fatto su misura dal fabbro ferraio.
     Il fabbro nel paese faceva di tutto: era maniscalco, idraulico, meccanico e perfino tosatore di asini e muli.
     La sua fucina ("forgia") era situata in una specie di antro da ciclopi in cui in mezzo al disordine generale troneggiava il mantice e l'incudine montata su un tronco di legno che fungeva da piedistallo.
     Il mantice nella dimensione e nella forma si poteva paragonare a un pianoforte a coda ed era attaccato al focolaio proprio sotto la cappa di aspirazione dei fumi del carbon fossile.
     Esso, con i suoi contrappesi di rottami di ferro, era azionato dal fabbro stesso per mezzo di un sistema di leveraggi bilanciati che venivano comandati da un pedale affiancato al focolaio.
     Il fabbro era sempre gentile con noi ragazzi e ci faceva assistere alla preparazione del puntale di acciaio (spuntuni r'azzaru) della nostra nuova trottola, anzi ci faceva azionare il mantice mentre si concedeva una fumatina del suo puzzolentissimo sigaro che accendeva con un ferro arroventato sui carboni del focolaio.
     Con in tasca la nostra trottola ancora calda e con il puntale nuovo ci avviavamo verso uno spiazzo sterrato, che era il nostro campo di gioco.
     Ci voleva ancora la cordicella (lazzata) con cui lanciare la trottola e noi la sceglievamo con grande cura e competenza, la stessa con la quale levigavamo il puntale, affinchè la "sciummula" potesse girare leggera come una piuma sul palmo della mano, altrimenti era subito classificata "trunazzu uorbu", cioè squilibrata e rumorosa.
     Il gioco più comune consisteva nel far durare più a lungo i giri della trottola sia a terra che sul palmo della mano dopo averla raccolta da terra con un rapido movimento del dito indice.
     I più grandicelli si cimentavano in una specie di gioco di bocce che consisteva nel bocciare la trottola dell'avversario con la propria tenuta attiva e girante nel palmo della mano.
     Chi non ci riusciva doveva pagare un pegno o subire una penitenza, che spesso consisteva in un colpo inferto col puntale della propria trottola in quella del perdente dove provocava il temutissimo segno chiamato "gnirru", da cui discendeva una sorta di classifica negativa, più segni più errori.
     Naturalmente la violenza del colpo dipendeva dal grado di rivalità esistente tra gli antagonisti, ma questo fa parte del gioco ed anche della vita.
     Come questo racconto che è e deve rimanere il ricordo di come si giocava negli anni lontani della mia infanzia e spero di esserci riuscito, senza essermi fatto tentare da altro che non sia il gioco.     

Giovanni Sammataro

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