Tempo di "sucatetri"
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     Dopo gli aquiloni e le trottole, il terzo dei giuochi importanti e più diffusi della mia infanzia era quello dei "sucatetri". L'imperfetto è obbligatorio perchè ormai non li pratica quasi nessuno e sono pochissimi quelli che se ne ricordano ancora.
     Si giocava con un robusto bastone di legno di circa 40/50 centimetri "mazza" e con un pezzo più sottile e più corto, con le estremità appuntite, chiamato "zutru".
     Il campo di gioco era un qualsiasi spiazzo sterrato, o una piazzetta poco frequentata sul cui lato più corto si ponevano due pietre, distanziate tra loro della misura della "mazza", che costituivano la "merca" per poterci sistemare, appoggiata per le estremità, la "mazza" dopo aver lanciato lo "zutru" con un preciso colpo al volo.
     Il tutto semplicemente poteva essere giocato da due o più giocatori che si alternavano nella sua conduzione seguendo precise regole che andrò di seguito illustrando.
     Chi doveva iniziare veniva sorteggiato fra tutti, contando i numeri che ognuno esprimeva con le dita della mano, da uno a cinque, che venivano aperte contemporaneamente dal gruppo al comando " ...E tocco io", che segnava nello stesso tempo anche il giocatore dal quale si doveva iniziare la conta.
     A questo punto il sorteggiato imbracciava "mazza e zutru" e dopo avere lanciato in aria lo "zutru", con un colpo ben assestato di "mazza" cercava di lanciarlo oltre gli altri che si erano disposti sul fronte opposto nel tentativo di acchiapparlo al volo.
     Chi raccoglieva lo "zutru" aveva diritto di fare tre passi in avanti verso la "merca", che era costituita dalle due pietre su cui il lanciatore aveva appoggiato la mazza che ora l'avversario doveva far cadere a terra con un colpo di "zutru".
     Le distanze e la scarsa manegevolezza dell'oggetto del lancio rendevano difficile l'operazione e si cercava di inviarlo il più vicino possibile alla "merca".
     A zutru fermo il lanciatore poteva cominciare a colpire con la mazza una delle estremità dello "zutru" per farlo sollevare in aria e con un colpo bene assestato mandarlo il più lontano possibile dalla "merca"; poteva farlo per tre volte di seguito.
     Dal punto dove era riuscito a mandare lo "zutru" fino alla "merca" poteva chiedere tanti punti per quante volte vi era contenuta la misura della mazza, con la condizione che la sua stima non poteva essere sbagliata per eccesso, altrimenti perdeva tutto.
     Se la stima appariva equa o più piccola veniva senz'altro assegnata e si sommava al punteggio precedente.
     Se invece appariva eccessiva scattava l'ordine "conta e lascia stare" per un successivo controllo; pertanto si preferiva mantenersi prudentemente più bassi.
     Altro vincolo importante era quello che bisognava dichiarare il proprio punteggio ogni volta che si eseguiva il lancio sotto pena di vederselo azzerare.
     Per evitare questo pericolo si poteva ricorrere alla opzione di dichiarare l'accantonamento del punteggio totale con la formula: "i miei punti li metto da parte, e tiriamo di niente".
     "E tiriamo di niente", "E tiriamo di trenta", "E tiriamo di sessanta". Erano queste le grida gioiose che rompevano la monotonia delle piazzette!
     Vinceva chi arrivava per primo a 100 punti
     Era un modo come un altro per esercitarsi con le addizioni e le sottrazioni.
     Mi ricordo a questo proposito della capacità di uno dei miei compagni che era eccezionalmente bravo a fare le somme dei punti, mentre invece a scuola davanti alla lavagna diveniva incapace della più semplice delle operazioni.
     Il nostro maestro che lo conosceva molto bene lo aveva soprannominato Pitagora.
     Non si vinceva niente! Anzi no, alla fine il più bravo aveva il diritto di farsi portare a cavalluccio fino al punto in cui faceva arrivare il suo "zutru".
     Oh Dio, quanti ricordi!
     Amici miei, Vi rivedo tutti uno a uno correre dietro a quel pezzo di legno scagliato con abilità e a volte perfino mancato nella foga di fare di più e meglio.
     La mancata presa dello "zutru" si chiamava "scuotulu" e si poteva consentire solo per tre volte, dopo di che si doveva lasciare la mazza e la conduzione del gioco al giocatore seguente.
     Le discussioni infuocate sulle stime e i conteggi di controllo e verifica come se non si fosse trattato di un gioco.
     Gli è che quando si è giovani si prende tutto sul serio e non si pensa che è sempre meglio far fiorire un sorriso. che accendere un contrasto.
    

Giovanni Sammataro

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