L'ULTIMA FORNACIATA

     Seduto davanti alla porta della sua "putia" (bottega artigiana) don Mico giocherellando con il suo bastone ripensava a quando giovane imprenditore aveva iniziato quell'attività di fabbricante di ambrogette e stoviglie, che insieme ai tanti sacrifici gli aveva riservato anche tantissime soddisfazioni.
     Aveva cominciato proprio da quando si era aggiudicato quel terreno e vi aveva costruito pietra su pietra quella "putia" che era stata per tanti anni tutta la sua vita.
     La fornace che vi aveva costruito aveva la capacità di trenta mila mattoni e per riuscire ad alimentarla occorrevano centinaia di fascine, che venivano trasportate con i caratteristici carretti dal vicino bosco.
     Vi lavoravano una diecina di operai con varie mansioni, perchè si lavorava a ciclo completo partendo dall'argilla fino al prodotto finito, ed era collaborato dal figlio che crescendo era diventato un maestro stovigliere e un valente ceramista.
     L'argilla proveniva dalle cave ("purrere") vicine e veniva trasportata fino alla fabbrica da una cordata di quattro o cinque asini, bardati ciascuno con due capienti cestoni (cancietri).
     Erano condotti da un ragazzino, che a cavallo del capofila, spronandoli con una piccola frusta, li faceva arrivare di corsa fino alla "putia" dove, aprendo il fondo mobile dei cestoni. l'argilla veniva scaricata in un baleno e la cordata poteva tornare velocemente indietro per un altro carico
     Intanto le zolle venivano diligentemente selezionate per qualità e per forza e veniva fatta una prima miscela nelle proporzioni suggerite dalla tradizione e dall'esperienza, diversa per la tornitura di giare, bummuli e cannate da quella destinata alla formatura delle ambrogette..
     L'impasto era fatto con acqua in un apposita vasca detta "fossa", dove un uomo a piedi scalzi, reggendosi ad una corda legata al soffitto provvedeva ad impastarla e a renderla omogenea.
     Che fatica tirare sù una giara! Ci volevano almeno tre uomini per costruirla: si cominciava con la base tornita dal vasaio, la "cozza" e mentre si aspettava che prendesse la consistenza voluta si preparavano le grandi fasce di argilla che poi venivano incollate con i "motri" (barbotina) intorno alla base che veniva fatta girare nel tornio fino a farle acquistare la classica forma panciuta.
     Nel reparto formatura un gruppo di operai provvedeva alla produzione delle ambrogette che stampavano con straordinaria abilità servendosi di un attrezzo di ferro quadrato con un filo passante che serviva a staccare la mattonella dalla forma.
     Alla preparazione degli smalti provvedeva suo figlio Giovanni, che insieme agli stampini erano le operazioni di maggiore responsabilità e competenza. e don Mico andava fiero del lavoro di suo figlio.
     Ma ora tutto questo stava per finire; il pennacchio di fumo che usciva dalla sua fornace poteva essere l'ultimo.
     Già, perchè l'amministrazione comunale, alla ricerca di un terreno edificabile per la costruenda Scuola Media con scarso senso di responsabilità e di rispetto per il posto di lavoro di tanti padri di famiglia, aveva messo gli occhi sulla sua fabbrica che era in piena attività e per i dieci operai che vi lavoravano si prospettavano giorni neri.
     Ristrettezze anche per un cospicuo indotto costituito dai cavatori di argilla, dai boscaioli, e dai carrettieri che, oltre ad un nutrito numero di donne "carriatura", trasportavano stoviglie e ambrogette fino alla marina dove approdavano le "barche grosse", che si prodigavano a diffondere via mare la produzione fittile e ceramica stefanese, in alternativa a quella che veniva spedita per ferrovia..
     Le "barche grosse" erano dei velieri di piccola stazza che hanno avuto il merito di aver fatto conoscere il nostro paese lungo le coste e le isole del Tirreno.
     E pensare che tutti, a cominciare dal primo cittadino, si erano fatti in quattro a promettere "pane e lavoro", che per il nostro Sud povero e senza risorse era una lusinga che funzionava sempre.
     Conosceva tutti i suoi operai don Mico e sapeva quanto sarebbe stata difficile per ognuno di loro la perdita del lavoro, con i figli da crescere e la famiglia da mandare avanti.
     "Per il bene del paese" gli avevano detto, ma non era mai riuscito a farsi spiegare e a far capire a tutti loro "lui ed i suoi operai" di che parte di paese fossero.
     Anche per l'architetto, che era venuto da Messina ad ispezionare il fabbricato, il progettato esproprio non sembrava che possedesse tutti i crismi della liceità, perchè la legge faceva riferimento ad aree fabbricabili e non a fabbricati.
     Non accade spesso nella vita purtroppo, ma a volte quando sembra che tutto sia definitivamente perduto, vuoi se per caso o vuoi per intervento della divina Provvidenza don Mico conobbe un giovane promettente avvocato che riuscì a far annullare il progetto di esproprio.
     E furono tutti soddisfatti: il Comune trovò altrove le aree fabbricabili per le sue scuole e la fabbrica don Mico & figlio potè continuare a far fumare la sua fornace per tanti anni ancora.
     Ora le "barche grosse" ed i carretti non ci sono più, e non c'è nemmeno il porto sempre promesso ad ogni tornata elettorale e mai realizzato.
     Ma di questo si parlerà in un'altra occasione.

Giovanni Sammataro

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