Io non sto coi delfini

     Quando vivevo in città mi capitava sovente di assistere a scene di poveri animali abbandonati e tremanti ai bordi della strada, che si accaparravano i gridolini di pietà delle signore che passavano di li e che magari non avevano nemmeno degnato di uno sguardo, o guardato con un certo senso di schifo, un cucciolo di uomo che sa Iddio quanto bisogno avrebbe avuto di un sorriso e di una carezza.
     D'accordo, non c'entra per niente con la storia che voglio raccontare.
     Proseguiamo.
     Da quando l'homo sapiens si è sollevato sulle sue due gambe è entrato in conflitto con una miriade di problemi derivanti dalla convivenza con gli altri animali suoi compagni di viaggio.
     Tranquillizzatevi, non voglio partire da così lontano.
     E poichè ogni storia che si rispetti deve avere un inizio, partirò dai tempi della mia prima giovinezza.
     Il mio paese è un piccolo borgo marinaro che vive di pesca e vanta antiche tradizioni marinare ed è naturale che le fortune ed il benessere dei suoi abitanti dipendano complessivamente dalle più o meno generose stagioni di pesca che il nostro mare riesce a dare.
     L'inverno è la stagione più dura da superare, vuoi per le continue mareggiate che impediscono le uscite in mare e poi perchè scarseggiano le prede.
     L'arrivo della primavera apre la stagione della pesca delle sardine e delle acciughe che costituiscono da sole la maggiore fonte di guadagno dell'intero pescato annuale.
     E proprio in vista di questa funzione che si è lungamente lavorato all'allestimento delle reti delicatissime, necessarie a questo genere di pesca.
     L'equipaggio di una barca da pesca era costituito da cinque o sei uomini.
     Si usciva in mare poco prima del tramonto dopo avere imbarcato le reti e le attrezzature.
     Per raggiungere il luogo di pesca prima del calar del sole, in coincidenza della posa in mare delle reti, si andava a vela, se il vento era favorevole, altrimenti si andava a remi.
     Si dava così inizio alla "posta di prima sera".
     Era un momento quasi mistico e profondo, dedicato al recupero delle energie spese per la lunga remata ed al consumo della frugalissima cena, che ognuno si era portato da casa.
     Si stava tutti in silenzio e si ascoltava ogni rumore proveniente dalle acque circostanti per cercare di capire i movimenti dei pesci, auspicando ciascuno in cuor suo un incontro pieno con le reti poste a sbarrare il cammino del branco azzurro ed alla sua cattura.
     Come in tutte le cose di questo mondo c'è sempre qualcosa o qualcuno che viene a turbare il corso delle azioni delle une o degli altri.
     Avviene così che il silenzio della notte non viene rotto soltanto dallo sciabordio delle onde sulla chiglia della barca e dal "frangere" dei pesci sulla superficie del mare, ma anche dal respiro ben più possente dei delfini che si stanno avvicinando alle reti in posta.
     Scatta l'allarme fra i pescatori, ma è una partita persa contro il tempo perchè i delfini arrivano prima che si possano salpare le reti con il pescato.
     Per i pescatori è la fine del lauto guadagno lungamente vagheggiato, per i delfini è una mattanza di prede a portata di bocca e senza fatica, con in più il divertimento di avere attraversato in lungo ed in largo, sfondandole e strappandole, le reti che i pescatori dovranno riparare con giornate di duro lavoro, mentre per quella notte si è lavorato per nulla.
     Forse sono stato troppo conciso nel trattare un argomento così profondo, e forse l'avere citato la distinta signora all'inizio della storia non è stato solo per caso.
     Per quanti milioni di volte immaginate di dovere moltiplicare episodi di questo genere?
     Fatelo, e forse poi, pensando al guadagno sottratto ai poveri pescatori ed ai danni provocati alle loro reti, direte con me: "Io non sto coi delfini."
    
Giovanni Sammataro

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