Ciccia era il nome della nostra asina, ma da quando aveva mangiato la paglietta di mio papà l'avevamo soprannominata Ciccia mangia-pagliette.
Era successo l'estate di molti anni fa, durante una gita in campagna per la festa del Lettosanto, quando mio padre aveva appeso imprudentemente la sua paglietta proprio sul montante della pergola dove aveva legato anche la somara.
Non c'era dunque nulla da recriminare se la povera Ciccia fosse caduta in tentazione e avesse scambiato la paglietta per qualcosa da mettere sotto i denti, giusto per passare il tempo, così come fanno gli uomini con la "calia" e i pop-corn.
Per i non siciliani dirò che la "calia" è un prodotto che abbiamo ereditato dagli Arabi e che una volta era diffusissima, mentre oggi non è più tanto comune come lo era prima che le novità introdotte dal cinema e dalla televisione l'avessero fatta sparire quasi completamente dalle tradizioni siciliane.
Si preparava con ceci ammollati prima nell'acqua per qualche giorno e poi cotti con la sabbia rovente nelle apposite padelle fino a farli diventare friabili e croccanti.
É stata per anni la protagonista di tutte le feste paesane, dove veniva venduta dai "caliari" con il loro caratteristico canestro rotondo di giunco, portato a bandoliera in modo da servire da espositore e da distributore.
Ciccia era un'asina imponente, che la si sarebbe potuta scambiare per un cavallo, se non fosse stato per le sue orecchie, che parevano pale di mulino a vento; il dorso del suo collo dalla corta ed ispida criniera era così robusto e grosso che non riusciva a tenerlo diritto e gli pendeva da un lato; d'altra parte mangiava e poltriva tutto l'anno e veniva utilizzata solo per piccole operazioni di trasporto da e per la vicina campagna.
La stagione estiva era una festa per lei, in quanto se ne poteva stare libera nel nostro podere, e "gilicarsi" a suo piacimento.
Considerata perciò la vita che faceva, non ci si poteva meravigliare se, quando usciva dalla stalla per una passeggiata o per andare in campagna, si facesse prendere dalla voglia di sgranchirsi le zampe, concedendosi un avvio al gran galoppo.
L'essere incaricato di qualche servizio per la nostra casa era per me motivo di grande orgoglio e mi faceva sentire come uno grande, e dunque quel giorno che bisognava andare al mulino per macinare le cicerchie, fui felice di ricevere l'incarico di andare a prendere l'asina dalla stalla e condurla al magazzino, dove mio papà si accingeva a preparare le cicerchie da portare al mulino.
La farina di cicerchie veniva usata esclusivamente per preparare una squisita polenta chiamata "friscatula", anche questa purtroppo sparita dai piatti tradizionali siciliani.
Il vecchio mulino ad acqua è ormai ridotto ad un rudere e quasi nessuno se ne ricorda più; del resto la sua attività era limitata ai pochi mesi dell'anno in cui poteva attingere alle acque del vicino torrente, ma all'epoca era uno spettacolo vederlo in funzione ed il mugnaio infarinato e bianco dalla testa ai piedi, mi sembrava uscito da un libro di favole.
Avevo dato una strigliata alla mia asina e mi sembrava che essa apprezzasse molto le mie premure, perchè si faceva spazzolare volentieri.
Ero tanto piccolo che a stento riuscii a sollevare il basto e a caricarlo sull'asina, la quale per fortuna era docilissima e forse pregustava già il piacere della gita imminente; mi ricordo ancora che per stringere il sottopancia e fissare il basto riuscivo a passare fra le zampe di Ciccia senza dovermi abbassare troppo.
Pensavo quanto sarebbe stato difficile per me, se avessi dovuto caricare anche quel paio di robuste gerle chiamate "cancietri", dentro cui da piccolino avevo spesso viaggiato per essere condotto nella nostra casa di campagna, quando ci si andava a villeggiare in estate.
A fianco della porta della stalla vi era una scalinata di pochi gradini, sufficienti però a permettermi di montare a cavallo, e così, redini in mano, ci avviammo verso il luogo dell'appuntamento.
Ma, ahimè, non avevo tenuto conto delle abitudini della nostra asina, la quale preferiva sgranchirsi le zampe a modo suo; infatti non appena imboccammo il rettilineo che portava al magazzino, Ciccia si mise al galoppo senza che io potessi e sapessi come fermarla.
Preso dal panico abbandonai le redini e con tutte e due le mani mi aggrappai disperatamente al basto per non essere scaraventato a terra.
Cominciai ad invocare aiuto quando passammo al galoppo davanti agli occhi esterrefatti di mio padre, che si diede al nostro inseguimento, attirando così l'attenzione di quanti incontravamo, che, generosamente accorsi, formarono presto una piccola folla lanciata appresso a me e a Ciccia.
Uno spettacolo indimenticabile e senza pari!
Quando ormai non ci speravo più, un aitante giovanotto, richiamato dalle mie urla, si parò a braccia aperte davanti alla bestia scatenata, afferrò le redini e riuscì finalmente a fermarci.
Forse fu questa avventura che mi indusse a preferire i cavalloni di mare ai cavalli di terra.