2 marzo 1919
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     Quella mattina il sole si era levato su un cielo senza nuvole e sembrava volere anticipare l'arrivo della primavera dopo un inverno piuttosto pesante che aveva messo in ginocchio le scarse risorse degli abitanti del piccolo borgo marinaro testimone di questa storia.
     Il mare era tranquillo e solo una leggera maretta agitava le acque della piccola baia, che fungeva da approdo per le barche dette da sarde, di stazza medio-bassa oscillante tra le tre e le quattro tonnellate e con una lunghezza di sei/sette metri.
     Già fin dalle prime luci dell'alba le barche erano state allestite per la pesca e si apprestavano a prendere il largo con le reti che erano state imbarcate ed ordinate con la consueta diligenza.
     Al più giovane componente degli equipaggi di ogni imbarcazione spettava il compito di riempire di acqua potabile i tradizionali "bummuli" (un'anfora panciuta in terracotta con due vistosi manici, prodotta dagli artigiani locali).
     Ogni equipaggio era composto da sei membri: un capobarca, dalla cui abilità dipendevano le sorti economiche e della sicurezza di tutti, un secondo, abilissimo nell'arte della pesca e nella cura degli attrezzi, tre marinai ed un prodiere, scelto tra i più forzuti della ciurma.
     La retribuzione era interamente a partecipazione ed il ricavato della pesca veniva suddiviso in parti uguali tra i componenti dell'equipaggio con l'eccezione del capobarca, a cui spettavano quattro parti per la proprietà dell'imbarcazione, delle reti e di tutte le altre attrezzature.
     Sistemate le reti e imbarcati gli attrezzi, bisognava spianare e liberare lo scalo dal pietrisco, che il mare continuamente vi ammassava, e poi ingrassare col sego la chiglia per facilitarne lo scorrimento sugli appositi "parati" durante il varo o l'alaggio.
     Una fatica di Sisifo senza fine per la mancanza di un porticciolo, sempre promesso e mai realizzato.
     Mentre fervevano i preparativi per la partenza, i capibarca si scambiavano pareri e previsioni sulle condizioni meteorologiche, basate esclusivamente sulle esperienze personali degli anni trascorsi in mare.
     Il "rasto", (prospettiva di pesca), era buono e con l'animo aperto al più roseo ottimismo, le barche quella mattina presero il largo per continuare la consueta fatica quotidiana.
     Era la stagione della pesca di fondo perchè in questo periodo le sardine amano starsene sui fondali ed era lì che bisognava insidiarle.
     Giunte sul posto, che generalmente coincideva con il luogo in cui il giorno prima la pesca era stata più abbondante, le barche si erano disposte a distanza regolamentare le une dalle altre ed avevano calato in mare le reti.
     Cominciava l'attesa, e poichè la fatica era stata tanta per la lunga remata e per le operazioni di posta, ora ci si poteva anche riposare e consumare il frugalissimo pasto che ciascuno si era portato da casa.
     Si era soliti infatti recitare fra le cose da fare una sorta di comandamento, che presso a poco suonava così: Primo; amare Dio sopra ogni cosa; Secondo: non andare a mare senza "spisa" (colazione); Terzo: non dimenticare mai il coltello a casa (per affettare il pane che era piuttosto duro ed in formato casereccio).
     Il vino naturalmente era bandito, mentre l'acqua era contenuta nel "bummulo" e ognuno poteva bere sollevandolo sopra la testa e facendone cadere dal foro ricavato sulla pancia del recipiente uno zampillo direttamente in bocca.
     A bordo della "Madonna del Carmine", la barca protagonista di questa storia, l'attesa scorreva tra una barzelletta e l'altra e si scherzava sulle paure che suscitavano nel giovane Turi, un ragazzone di diciotto anni, le lunghe onde che rotolavano pigramente verso la riva.
     Come tutti i novellini, questo giovane nutriva un sacro terrore per quelle onde che lo sollevavano in cima alla cresta senza scaricarglisi addosso per poi riportarlo giù, ed a nulla servivano gli incoraggiamenti dei compagni e del capitano.
     Quel giorno qualche cosa stava cambiando e la leggera brezzolina, che aveva sostituito la bonaccia di prima, mostrava i segni di una evoluzione in crescita che non faceva presagire nulla di buono.
     Dopo pochi minuti infatti non vi furono più dubbi, si stava levando un violentissimo vento di scirocco che con i suoi refoli vorticosi costringeva gli uomini a mettere mano ai remi per contenere lo scarroccio.
     Preoccupatissimi per il repentino cambiamento delle condizioni meteorologiche, fu deciso di salpare in tutta fretta le reti e tentare di guadagnare la riva.
     La "Madonna del Carmine", come tutte le altre barche, aveva un albero su cui era montata una vela latina di dimensioni ridotte, adatta a sopportare i forti venti della stagione, ma non la violenza della tempesta che si era scatenata, per cui fu saggiamente deciso di non alzarla e continuare a remare.
     Gli uomini erano completamente bagnati dall'acqua sollevata dai refoli e la stanchezza incrementava la paura che li aveva pervasi nel constatare che la riva appariva sempre più lontana ed irraggiungibile.
     Il vento infatti li spingeva verso il largo e la forza dei remi non era sufficiente ad opporvisi.
     Non c'era altro da fare che affidarsi a Dio ed invocarne il soccorso.
     A quel punto, come evocato dalle preghiere, dalla nuvola d'acqua sollevata dal vento ecco apparire agli occhi increduli di quei poveretti un vaporetto, che procedeva con difficoltà nella loro direzione, ma per quanti sforzi facessero per attirare la sua attenzione sembrava che nessuno si accorgesse di loro.
     Il giovane Turi era terrorizzato più di tutti ed urlava a più non posso agitando le braccia ed invocando tutti i Santi del Paradiso.
     Come Dio volle finalmente dal vaporetto fu calata una cima che i malcapitati raccolsero come un'ancora di speranza.
     La gioia era al massimo e tutti si abbracciavano per lo scampato pericolo ed il provvidenziale soccorso.
     Il giovane Turi, in preda al panico, non volle rimanere nella barca coi compagni, ed in un raptus di disperazione si aggrappò a quella cima e con l'agilità di una scimmia si arrampicò sul vaporetto, da dove non volle più saperne di sbarcare.
     Malauguratamente i guai non erano finiti perchè il vaporetto che aveva iniziato a rimorchiarli verso la riva fu costretto ad interrompere la manovra per sopravvenute difficoltà di navigazione, che il capitano contrito cercava invano di far comprendere fra mille scuse.
     Non restava che riaffidarsi alle proprie forze e cercare di guadagnare la riva, tanto più che il fortunale (probabilmente si chiama così apposta!) dava segni di stanchezza ed il vento si stava calmando.
     Accade infatti spesso che questi fenomeni si affievoliscano con la stessa velocità con la quale esordiscono.
     Mentre il vaporetto riprendeva la sua rotta, portandosi via il giovane Turi e piano piano scompariva alla vista della "Madonna del Carmine", gli uomini dell'equipaggio si rimisero ai remi con nuova lena e poterono guadagnare la riva sani e salvi insieme alle altre barche della costa.
     Lo scirocco soffiava ancora, ma ora non faceva più paura; anzi era piacevole sentirselo addosso con i profumi, che portava dalla campagna in risveglio.
     Ecco perchè ogni anno il giorno due del mese di Marzo, mio nonno riceveva una cartolina che più o meno era così concepita: Carissimo Capitano, il due Marzo del 1919 pericolammo la vita in mare con la "Madonna del Carmine".....Il suo aff/mo Turi.(Maresciallo di Finanza)
    
Giovanni Sammataro

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