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Gli standards secondo Keith Jarrett

di Guido Marenco


Sono quasi trascorsi ventanni da quando, nel gennaio 1983, Keith Jarrett, Gary Peacock e Jack DeJohnnette entrarono negli studi Power Station di New York per incidere i cinque pezzi che compongono Standards, Vol.1, pubblicato poi dall'etichetta tedesca ECM nel 1985.
L'incisione fu storica per diversi motivi, non ultimo quello che la formula del trio piano-contrabbasso e batteria riprese e rilanciò una struttura già cara a Bill Evans, il pianista che aveva portato nel jazz la poetica di Debussy e atmosfere risalenti al pianismo classico del primo Novecento.
A risentirlo ora, dopo un bel po', devo dire che le mie impressioni non sono mutate.
Ricordo che fu un disco che mi tenne compagnia a lungo e che apprezzavo soprattutto perchè allora mi piaceva la vicinanza di Jarrett alla cosiddetta musica colta europea, cosa che mi pareva di per sè nobilitare il genere e, comunque rinnovarlo radicalmente, proprio attingendo ad un più ricco patrimonio melodico.
Oggi le mie preferenze vanno a sonorità più bluesy e roots, ma devo dire che, di fronte al melting pot jarrettiano, ti viene da considerare che la musica è musica e il suo rinnovamento passa sia attraverso la custodia della purezza di uno stile, che attraverso le più diverse ed ardite contaminazioni tra i generi.
Rispetto a particolari approdi del jazz contemporaneo, alla terrificante vicinanza al rumore che contraddistingue i più furenti e radicali sperimentatori, Jarrett è sempre stato un momento di buon gusto, di buon senso e di permanenza nell'ambito della musica stessa.
Non è questa la sede per considerazioni su quanto il rumore organizzato possa diventare musica, e se, in definitiva valga la pena di spendere quattrini ed investire tempo per ascoltare il vento, scricchiolii, scosse telluriche, urli, balbettii, muggiti e ruggiti, tuttavia una cosa la possiamo dire: senza la sperimentazione, la ricerca, il coraggio di abbattere schemi, non si va da nessuna parte: l'arte sarebbe nient'altro che una stanca ripetizione di un passato.
Ma la sperimentazione deve, in un certo senso contenersi, cioè rimanere musica, accordo di accordi, perfino dissonanza, se si vuole, ma non può diventare rumore e caos.
Jarrett si è sempre ben guardato dal cadere in tentazione ed in questo senso ogni sua incisione discografica è in qualche modo garantita dal senso della misura, anche quando smisuratamente innovativa.
Sotto questo profilo, Standards, vol 1 costituì una importante conferma.
Era un periodo nel quale temevo di comprare dischi di jazz per non trovarmi tra le mani o qualcosa di strasentito e banale, o qualcosa di inascoltabile ed irritante.
Fu molto importante, allora, l'esperienza di una cena con Giorgio Gaslini, prima di una sua performance all'Italsider di Novi Ligure. E naturalmente fu molto eccitante e pedagogico il suo concerto, di cui non persi una nota. Quella sera scoprii le infinite possibilità del pianoforte nel jazz e, soprattutto, scoprii come per fare jazz non fosse affatto obbligatorio limitare il proprio repertorio alle radici afroamericane di questa musica, ma fosse possibile attingere ad ogni sorta di provenienza, dalla canzone napoletana, a classici come Schubert, dalla canzone francese a quella tedesca, dalle musiche balcaniche e quelle orientali.

Ovviamente, gli standards affrontati da Jarrett sono classici della tradizione jazzistica, attinti quindi dal repertorio della musica americana che un tempo veniva definita leggera.
E' interessante analizzare almeno l'approccio ad un brano per avere idea dell'intera operazione.
Prendiamo Meaning of the blues, di Bobby Troup e Leah Worth. Il brano si apre con dei rintocchi di piano che evocano campane dal suono scuro e greve. Poi il motivo viene abbozzato, mentre DeJohnnette comincia a "spazzolare" la batteria con tocco mai percussivo e martellante. E' quel tipo di batterista che potrebbe vivere e lavorare in un condominio senza scazzi coi vicini.
Entra in gioco il contrabbasso di Peacock, cui Jarrett concede di esporre linee melodiche.
Piano e contrabbasso cominciano a dialogare, anche se in nome della disuguaglianza espressiva. Ci mancherebbe che il basso potesse competere con le potenzialità melodiche del piano. Eppure Peacock prova a dire la sua, e quando, dopo diverse fasi di contrappunto, i due arrivano a ripetere all'unisono lo stesso tema, ecco il momento più elettrizzante e commovente. Siamo ad un accordo, cioè ad una serie di note d'intesa perfetta.
A beneficio di quelli che apprezzano nel jazz soprattutto il calore di una musica comunicativa, il colore della strumentazione ed il ritmo, posso aggiungere che nell'insieme la musica proposta dal trio, pur non abbandonando mai una compostezza formale che sembra il marchio di fabbrica della poetica di Jarrett, riserva non pochi emozioni e trasmette quel senso del jazz, inteso come swing, ovvero quel certo non so che, che fa la differenza.


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lo stesso disco lo trovi recensito in rete al seguente indirizzo www.keithjarrett.it
un ottimo sito completamente dedicato a Keith Jarrett, con valutazioni un po' diverse dalle mie

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Guido Marenco - mystery train - © 16 maggio 2002