il sito di storia salernitana

a cura di Vincenzo de Simone

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Una volta, la cornice in stucco fra i due finestroni sagomati della facciata di San

Pietro in Vinculis racchiudeva un affresco, purtroppo andato perduto, raffigurante

la liberazione di san Pietro, ad opera di

un angelo, dal carcere di Gerusalemme.

Il 23 settembre 2006 esso fu sostituito

dal dipinto su legno che vediamo

attualmente, in cui un san Pietro del tutto improbabile, inespressivo e verde-oro

vestito (era forse brasiliano?), è soccorso

da un singolare angelo-stoccafisso, con maglietta della salute azzurra sotto il

camicione, appena uscito dalle mani di

un parrucchiere alla moda.

 

 

San Pietro in Vinculis

 

La chiesa dei Santi Pietro a Paolo a Portanova, più nota con il titolo di San Pietro in Vinculis, compare nella documentazione giunta fino a noi il 14 luglio 1512 quale riferimento topografico nell’ubicazione di un immobile. Nella relazione della visita pastorale del 1535 è detta cappella della confraternita di San Pietro martire.

La storiografia salernitana, per un circuito di rimando fra autori senza alcuna citazione di fonti, ha attribuito a questa confraternita la funzione di assistenza dei condannati a morte. In realtà, la confraternita cittadina investita di tale compito era quella dei nobili, che troviamo operante nel 1515 con sede nella chiesa di Sant’Antonio di Padova, detta, appunto, dei Nobili. Un accenno all’incombenza che esercitava la troviamo nella relazione della visita pastorale del 1625, ove si legge che essa si impegnava, oltre che in altre opere pie, nel disporre i condannati alla pena di morte; un secolo dopo, nel 1725, si ribadisce che nella chiesa di Sant’Antonio, governata dai nobili cittadini, vi è la congregazione degli stessi con peso d’assistere e soccorrere i miserabili condannati a morte, con l’obbligo di andarli a prendere nelle carceri e accompagnarli al patibolo; e poi, il giorno appresso, seppellirli dentro la detta chiesa di Sant’Antonio.

Il 14 dicembre 1604 in San Pietro in Vinculis troviamo trasferita la sede della parrocchia di Santa Maria della Neve, poiché la sua chiesa originaria, l’attuale Santissimo Crocifisso, era stata annessa al contiguo monastero delle clarisse di Santa Maria della Pietà, poi detto della Piantanova. Nel 1613 si precisa che la confraternita utilizza per i propri esercizi spirituali l’altare maggiore, mentre dei due laterali, l’uno è sotto il titolo di Santa Maria della Neve ed è utilizzato per le funzioni parrocchiali, l’altro è sotto il titolo di San Sebastiano. La parrocchia è soppressa fra il 1618 e il 1626 e San Pietro in Vinculis ritorna nella piena disponibilità della confraternita.

Attualmente è affidata ad una congregazione di suore che vi curano l’esposizione e l’adorazione quotidiana del Santissimo Sacramento.

 

La facciata della chiesa è delimitata da due lesene con capitelli a volute e si conclude con un timpano che racchiude un oculo. Il portale ripete il motivo a lesene e timpano ed è sormontato da due finestroni sagomati con al centro una cornice che racchiudeva un affresco raffigurante San Pietro liberato da un angelo purtroppo andato perduto. Completa il tutto un piccolo campanile a vela.

L’interno, a navata unica, presenta un rifacimento barocco. Il soffitto è costituito da un cassettonato ligneo in cui sono inserite, in cornici mistilinee ed ovali, nove tele. Alla sinistra: La chiamata di Pietro, L’Angelo che libera Pietro dalla prigione di Gerusalemme, La guarigione dello storpio; al centro: La consegna delle chiavi del Regno dei Cieli, L’incontro di Pietro e Paolo, Il miracolo della serpe; alla destra: Saulo assiste al martirio di Stefano, La folgorazione di Saulo sulla via di Damasco, Il martirio del Santo.

L’altare maggiore, settecentesco, in marmi policromi, delimitato da angeli reggicandelabro, presenta la pala raffigurante l’episodio del Quo Vadis di Michele Ricciardi (1672-1753) datata 1724; essa è sormontata da un ovale con la Madonna in trono col Bambino.

Sugli altari minori, che sappiamo già di Santa Maria della Neve e di San Sebastiano, anch’essi rifatti in forme barocche e marmi policromi, sono collocate tele raffiguranti Sant’Antonio e la Vergine, datata 1759, e San Giuseppe col Bambino.

Sulle pareti laterali ricche di decorazioni ad oro zecchino, in otto ovali di stucco sono affrescate coppie di angeli, mentre su quelle del presbiterio sono raffigurate L'ultima cena e La cena di Emmaus, opere del pittore salernitano Alfonso Grassi.

La cantoria prende luce dai finestroni della facciata esterna, schermati da vetrate artistiche. Al centro vi è il bell’organo decorato da lesene e motivi in legno intarsiato e decorato.

Una lapide del 1766 posta alla destra dell’ingresso attesta che alla chiesa vennero concessi privilegi ed indulgenze da Gregorio XIII nel 1578, da Pio V nel 1588 e da Paolo V nel 1620.

Un altro momento della sua storia è attestato dall’altra lapide posta alla sinistra, nella quale è ricordato il sacrificio dei patrioti cilentani giustiziati nel 1828 per aver partecipato ai moti insurrezionali, i cui corpi furono gettati nella fossa comune della chiesa.

 

Per saperne di più. G. Crisci, Salerno Sacra, 2a edizione postuma a cura di V. de Simone, G. Rescigno, F. Manzione, D. De Mattia, edizioni Gutenberg 2001. Su San Pietro in Vinculis: I, pp. 166-167. Su Sant’Antonio dei Nobili: I, pp. 105-106. Su Santa Maria della Neve: I, pp. 158-159. Su Santa Maria della Pietà: III, pp. 118-122.