il sito di storia salernitana

a cura di Vincenzo de Simone

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San Giorgio

 

La chiesa che vediamo attualmente fa parte della ristrutturazione, realizzata nell’ultimo trentennio del Seicento, dell’antico monastero di San Giorgio, attuali caserme dei carabinieri e della guardia di finanza, del quale la prima notizia giunta fino a noi è collocabile fra il settembre 718 e l’agosto 719, essendone badessa Agata. Nell’818 papa Pasquale I lo rende dipendente dalla badia di San Vincenzo al Volturno; nel 1309 è detto soggetto alla Chiesa Salernitana.

Il 10 giugno 1589 papa Sisto V emana il decreto per la riforma dei monasteri, a seguito del quale, entro l’anno successivo, saranno riunite in San Giorgio le monache degli altri monasteri benedettini di Santa Sofia e di San Michele Arcangelo. Tali accorpamenti porteranno di vantaggio alle comunità di San Giorgio il diritto di ricevere grano ed orzo dalla badia di Cava, che già lo rendeva alle monache di Santa Sofia, e il dominio feudale sul casale di San Michele di Serino, già pertinente al monastero di San Michele.

Il 21 giugno 1862 una prima turbativa viene ad interrompere la serenità delle monache: sono costrette a trasferirsi nel palazzo arcivescovile, essendo stato il monastero occupato dai soldati piemontesi. Recuperati i locali, vi resteranno fino al 15 agosto 1867, ma il monastero era già stato soppresso in vigore della legge del 7 luglio 1866. La chiesa, con verbale del 27 luglio 1869, viene affidata al comune finché la prefettura, il 17 giugno 1874, ne autorizza la cessione alla confraternita del Purgatorio; questa, in data 12 giugno 1960 la cede all’arcivescovo pro tempore che, a sua volta, il 9 febbraio 1961 la concede in uso perpetuo ai padri domenicani, che già dal 1935 vi officiavano di fatto.

 

Oltre la facciata impersonale prospiciente su via Duomo, la chiesa di San Giorgio costituisce l’esempio più importante a Salerno dell’opulenta arte barocca che quasi oscura, con la sua esuberanza, le ben più rare opere di epoche precedenti che scandiscono nei secoli l’intensa storia dell’edificio.

La struttura dell’aula è a navata unica, coperta da volta a botte unghiata, con cappelle laterali, transetto rettangolare sormontato da cupola e uno spazio quadrato retrostante l’altare.

Destinato ad accogliere le fanciulle delle più aristocratiche famiglie salernitane, il complesso monastico subì nel tempo svariate trasformazioni tese a garantire la sincronia con le mode del momento. Della antichissima fondazione è riemersa, nel corso del restauro post terremoto, la traccia, ad un livello più basso dell’attuale pavimento, di una struttura absidale anteriore al X secolo affrescata con un interessante motivo ad intreccio sormontato da una teoria di santi ora quasi del tutto distrutta, resa osservabile con la costruzione di un pavimento mobile. Già nel Cinquecento la chiesa fu sottoposta ad un intervento di ristrutturazione; sono di quest’epoca la tavola di Andrea Sabatini da Salerno con la Vergine col Bambino fra sant’Agostino, santa Scolastica, san Benedetto e un Evangelista (1523) nella seconda cappella di destra, i resti di affresco rinvenuti dietro una tela nella cappella dedicata alle sante Tecla, Archelaa e Susanna, l’elegante portale in marmo datato 1560 collocato, nel XIX secolo, con discutibili interventi di rimaneggiamento, ad incorniciare la ricchissima porta barocca sulla facciata interna della chiesa attuale. Nella seconda metà del Seicento Angelo Solimena affresca l’intera chiesa; nel 1680 partecipa a questa campagna di lavori anche il figlio Francesco, realizzando ad affresco le storie delle sante Tecla, Archelaa e Susanna e il quadro con san Michele Arcangelo della quarta cappella di destra. Altri artisti collaborano alla decorazione della chiesa: Giacinto de Populi, con la Sacra Famiglia, e Michele Ricciardi, con l’affresco in sagrestia raffigurante La Vergine che dà la pianeta a sant’Idelfonso.

Negli anni 1694-1695 l’artigiano vietrese Nicola d’Acunto lavora all’indoratura degli stucchi. Probabilmente negli stessi anni viene realizzato l’altare maggiore in marmi policromi con inserti in madreperla e due piccoli rilievi in marmo bianco con San Giorgio che uccide il drago, attribuito ai maestri carraresi Pietro e Bartolomeo Ghetti.

Fra il 1711 e il 1713 è documentata in San Giorgio la presenza di Ferdinando Sanfelice per lavori di radicale ammodernamento dell’ala nord del convento, compresa fra via Duomo e l’attuale via dei Mercanti; di lì a poco Giovanni Battista Lama, allievo di Paolo de Matteis, eseguirà la serie di dipinti collocati sulla controfacciata e nel transetto.

 

Per saperne di più. G. Crisci, Salerno Sacra, 2a edizione postuma a cura di V. de Simone, G. Rescigno, F. Manzione, D. De Mattia, edizioni Gutenberg 2001, III, pp. 2-7.