il sito di storia salernitana

a cura di Vincenzo de Simone

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Rassegna Storica Salernitana, 32, 1999, pp. 9-21

IL SITO DEL CASTELLO DI TERRACENA IN SALERNO

 

Il castello di Terracena fu edificato, nell’ultimo quarto dell’XI secolo, dalla dinastia normanna, sulle mura della città di Salerno, in Orto Magno, a oriente del duomo1, al duplice scopo, pare, di rafforzare quelle difese che si erano mostrate vulnerabili proprio agli attacchi normanni e di fornire i nuovi sovrani di un palazzo del potere diverso da quello longobardo. La sua esistenza fu breve, se raffrontata a quella di edifici consimili, avendo avuto termine, in circostanze che rimangono misteriose, fra il maggio 1251, data della sua ultima citazione2, e il 1261, anno della morte di papa Alessandro IV che, per diritti anch’essi oscuri, donò ai monaci di San Benedetto il suolo sul quale era stato edificato3. Il 28 maggio 1301, Carlo II d’Angiò esortava lo stratigoto di Salerno ad adoperarsi affinché tornasse nel possesso della regia curia il luogo e la terra ove il castello di Terracena fu edificato e a non permettere che vi si edificasse alcunché di nuovo4. Alla luce di quest’ultimo documento, il precedente, registrato in Napoli in quello stesso 1301, pur riferendosi ad un avvenimento lontano oltre un quarantennio, assume una connotazione particolare, indicendomi a ritenere che esso fu parte di una successiva corrispondenza intercorsa sull’argomento fra lo stratigoto e Carlo II. Purtroppo non è giunta fino a noi un’altra corrispondenza, che sarebbe stata illuminante sulle reali condizioni fisiche e giuridiche dell’edificio normanno o della sua area di risulta, corrispondenza forse intercorsa fra il giustiziere di Principato e Carlo I, a seguito della disposizione con la quale il Re, il 20 aprile 1277, individuava nei cittadini di Salerno e negli abitanti di San Mango, Sant’Auditore, Cava, San Severino e loro casali i soggetti tenuti alle riparazioni della Torre Maggiore e del castello di Terracena5. In ogni caso, l’esortazione di Carlo II non sortì effetti poiché, nei secoli successivi, le dinastie regnanti, e conseguentemente i loro feudatari, non avranno residenza in Salerno oltre la Torre Maggiore sul cocuzzolo del colle6; mentre i monaci avranno il loro Castel Nuovo di San Benedetto, nel quale, il 4 aprile 1412, sarà rogato un atto di donazione di Margherita di Durazzo a favore della cappella di San Giovanni del duomo7. Il 4 gennaio 1534, il soggiorno dell’illustre dama veniva ricordato nell’atto con il quale i monaci di San Benedetto fittavano al confratello Costabile della Badia di Cava alcuni ambienti del loro palazzo, fra i quali la camera della regina, avente il prospetto verso meridione8.

 

1A. di Montecassino, Storia dei Normanni, a cura di V. de Bartholomaeis, Roma 1935. P. da Eboli, Liber ad honorem Augusti, a cura di G. B. Siracusa, Roma 1905-1906; anche altre edizioni. Archivio della Badia di Cava (in seguito AC), arca XLIV, n. 111, febbraio 1201, datazione ab incarnatione 1200.

2Archivio Archidiocesano di Salerno (in seguito AAS), pergamena 138; edita in C. Carucci, Codice Diplomatico Salernitano del secolo XIII, I, Subiaco 1931, pp. 244-7. A. R. Amarotta, Il secolo normanno nell’urbanistica salernitana, in «Rassegna Storica Salernitana», 3, 1985, p. 95, nota 87, citando come fonte la cronaca di Riccardo di San Germano, scrive: «nel 1255 Federico II si ferma a Salerno nel castello di Terracena dove lascia la moglie ecc.». Naturalmente, si tratta di un abbaglio, poiché Federico II morì nel 1250 e la fonte citata va solo dal 1189 al 1243; in realtà, l’episodio avvenne nel 1226 (R. di San Germano, Chronica, in «Monumenti storici», Napoli 1881, p. 122, edizione a cura di C. A. Garufi, in L. A. Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, VII, parte II, Bologna 1936-1938, p. 136; anche altre edizioni).

3Archivio di Stato di Napoli (in seguito ASNa), Repertori, 25, f. 288; notizia in C. Carucci, Codice Diplomatico Salernitano del secolo XIV, I, Salerno 1950, p. 12.

4ASNa, Registri angioini, 111, f. 70; notizia in C. Carucci, Codice secolo XIII cit., I, pp. 477-8, nota 1.

 

 

 

 

 

 

 

5ASNa, Registri angioini, 12, f. 211b; documento edito in C. Carucci, Codice secolo XIII cit., I, pp. 476-8.

6C. Carucci, La provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna, Salerno 1922, pp. 292-3; la parte relativa al castello di Terracena di questo lavoro fu pubblicata come Il palazzo principesco normanno di Salerno, in «Archivio Storico della Provincia di Salerno», III, 1922, pp. 211-6.

7AAS, Registro I della Mensa, pp. 546-54.

8Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 4849, 1533-1534, f. 195.

Carlo Carucci, nel chiedersi ove fosse il sito del castello di Terracena, benché lo cercasse a valle dei complessi di San Benedetto e di San Michele, non pare rimanesse particolarmente colpito dalle tarsie policrome della traversa San Giovanni; infatti, riferendosi alla donazione di Alessandro IV, scrisse: «Prima di quel tempo sicché era andato in rovina, e non si può dire come né perché; né i documenti pubblicati ci dicono come il suolo sia passato in possesso del papa. I monaci di S. Benedetto però dovettero fabbricarvi un palazzo, perché più tardi lo diedero perché vi abitasse, alla regina Margherita di Durazzo»9. Evidentemente si riferiva al sito dell’attuale Museo provinciale, di fronte al quale, nei pressi della chiesa comunemente detta Sant’Apollonia10, fino a qualche decennio fa era possibile vedere le colonne di cui egli scrisse11. Conferma indiretta di tanto ci viene dalla relazione della Commissione per la revisione dei nomi delle strade della città, istituita dal podestà onorevole Mario Iannelli nell’aprile 1932, di cui faceva parte lo stesso Carlo Carucci, che propose di attribuire la denominazione di vicolo Castel Terracena non all’attuale traversa San Giovanni, ma a quello che allora era detto vicolo Nuovo, oggi rappresentato dalla gradinata che rasenta il lato occidentale del Museo provinciale e dal suo prolungamento verso la via dei Mercanti12. Ora, dall’opinione del Carucci si può anche dissentire; operazione profondamente scorretta, però, è accreditare la diceria secondo la quale egli identificò il castello di Terracena nella traversa San Giovanni, nel suo largo, nei suoi paramenti murari intarsiati.

 

9C. Carucci, La provincia cit., p. 292.

10Questa chiesa fu l’antico oratorio dei nobili della città sotto il titolo di Santa Maria della Misericordia; nel 1618 e nel 1625, in occasione di visite pastorali, si diede mandato di trasferirvi la sede parrocchiale di San Giovanni de Cannabariis; prima del 1635, fu concessa alla confraternita dei bottegai che provvide alla ristrutturazione e ne munì l’altare maggiore di una icona dell’Ascensione della Vergine, per cui fu citata anche con il titolo di Santa Maria Assunta. La presenza di due altari laterali dedicati a San Martino e a santa Apollonia le valse anche tali titoli, il secondo soltanto nell’ultimo secolo (AAS, Visite pastorali, R 49; R 39; R 48; R 29; R 34; R 45; R 42; R 3; R 28). Questa chiesa è sistematicamente confusa con San Martino de Coriariis dai curatori della manifestazione Salerno Porte Aperte.

11C. Carucci, La provincia cit., p. 290.

12La relazione di questa commissione, composta da Matteo Fiore, Francesco Alario, Francesco Cantarella, Carlo Carucci, Michele de Angelis, Domenico Lorito, Andrea Sinno, Paolo Vocca e Nicola Telesca, si legge in «Archivio Storico per la Provincia di Salerno», 1932-1933, pp. 64-86. La sostituzione di denominazione che ci interessa è la numero 49 ed è riportata alla p. 72.

Il sito dell’edificio normanno, per rispondere alle caratteristica principale fra quelle ricordate in apertura di questo scritto, ossia essere sulle mura, non potette che affacciarsi dal luogo ove la cortina con andamento est-ovest, che chiudeva la città a meridione del complesso benedettino, incontrava quella con andamento sud-nord, che la chiudeva verso oriente. Identificato senza particolari controversie il tracciato della prima, quella della seconda fu oggetto di due tesi: l’una di Michele de Angelis13, che lo immaginò lungo il vicolo Giovanni Ruggi e lo sbocco della via dei Mercanti sulla piazza Sedile di Portanova; l’altra di Arcangelo R. Amarotta14, che lo immaginò dal largo Dogana Regia, lungo la via Antonio Mazza e il vicolo Pietro Barliario, proprio perché incontrasse il sito della traversa San Giovanni. Entrambi supposero, contemporanea all’edificazione del castello di Terracena, la chiusura della porta di Elino, che per il de Angelis era lungo l’attuale via San Benedetto, per Amarotta sull’altopiano alle spalle del complesso benedettino, e la sua sostituzione con quella detta olim di Elino, poi Nova, nei siti ove posero l’intersecazione della cortina orientale con la via dei Mercanti. La tesi di Amarotta si completava immaginando un ampliamento svevo, posteriore alla scomparsa del castello di Terracena, che avrebbe portato il limite orientale della città sul tracciato ipotizzato dal de Angelis già per l'abitato longobardo15. Con uno scritto apparso su queste pagine nel giugno 199216 dimostrai che la porta di Elino non fu su via San Benedetto né alle spalle del complesso benedettino, ma sulla via dei Mercanti e che le fu mutato il nome per una ricostruzione avvenuta nel 1117 o poco prima, quindi oltre un quarto di secolo dopo la costruzione del castello di Terracena, evidentemente senza alcuna relazione di causa-effetto fra i due avvenimenti. La questione che quello scritto non affrontava era proprio quella del tracciato della cortina orientale, poiché mi parve che gli studi fin lì condotti non fornivano indizi sufficienti a permettere l’adesione ad una delle opinioni ricordate. Una successiva acquisizione rese fortemente verosimile la tesi del de Angelis e del tutto improponibile quella di Amarotta: mi riferisco al recupero del sito di Santa Maria de Domno (che non era quello ritenuto dallo stesso de Angelis17), realizzato attraverso il ritrovamento di un documento ottocentesco, che permise la corretta ubicazione della chiesa lungo il lato meridionale dell’attuale via Masuccio Salernitano, fra il largo Dogana Regia e la via Luigi Cannoniere. Una delle conclusioni, per altro ovvia, cui giunse lo studio seguito a que ritrovamento18 fu che, essendo stata Santa Maria de Domno edificata all’interno dell’abitato, il muro che chiudeva la città verso oriente doveva ricadere almeno in corrispondenza della stessa via Luigi Cannoniere. Lo studio di ulteriori documenti inediti ha reso superata quella prudente conclusione, evidenziando la correttezza della tesi di Michele de Angelis.

   

 

 

 

 

 

 

13M. de Angelis, Il passato di salerno visto a traverso gli antichi archi, in «Archivio Storico della Provincia di Salerno», 1923, p. 355 e pp. 360-1; Id., La porta Elina di Salerno, in «Archivio Storico della Provincia di Salerno», 1924, p. 131.

14A. R. Amarotta, L’Ortomagno nelle fortificazioni longobarde di Salerno, in «Atti della Accademia Pontaniana», XXX, 1981, p. 205; Id., Salerno romana e medievale, Salerno 1989, piante alle pp. 66 e 72.

 

 

 

 

 

 

 

15M. de Angelis, La porta cit., p. 116. A. R. Amarotta, Il secolo cit., p. 94.

16V. de Simone, L’identificazione della via che conduceva alla porta di Elino, in «Rassegna Storica Salernitana», 17, 1992, pp. 257-66.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

17M. de Angelis, Studio sui muri di Salerno verso il mare, in «Archivio Storico della Provincia di Salerno», 1923, pp. 100-16; Id., Conferme sulle antiche cinte di Salerno e il Labinario di santa Maria de Domno, «Archivio Storico per la Provincia di Salerno», 1932-1933, pp. 111-25.

18V. de Simone, Nuove acquisizioni sulla chiesa di santa Maria de Domno in Salerno, in «Rassegna Storica Salernitana», 28, 1997, pp. 7-21.

Con un atto del febbraio 114019, Romoaldo, figlio di Landone conte, donava all’arcivescovo di Salerno la sua parte di patronato della chiesa di santa Maria di Portanova, attuale Crocifisso20, costruita in città, vicino alla porta detta di Elino. Questo documento, unico posteriore al 1117 a citare la porta ricostruita con il nome antico, ci fornisce la prima informazione concreta circa il punto di intersecazione della cortina con la via dei Mercanti, permettendoci di porlo ad oriente della chiesa del Crocifisso, essendo questa interna alla città. Conferma di tanto ci viene da un documento del giugno 129121: esso, nel trattare di due terreni adiacenti fra di loro sull’asse nord-sud, ci informa che erano siti a meridione della chiesa di Santa Maria di Portanova, vicino ma non aderenti ad essa, essendone separati per interposizione di altro immobile, ed erano limitati ad occidente da un andito e ad oriente dal muro della città.

Le conclusioni di questa parte di ragionamento sono che Salerno ebbe una sola difesa orientale dall’epoca longobarda all’ampliamento di fine XV secolo che incluse fra le mura l’area intorno alla piazza Sedile di Portanova; che in tale difesa, all’intersecazione con la via dei Mercanti, fu sostituita la porta di Elino con la prima porta Nova; che essa correva ad oriente della chiesa del Crocifisso, grosso modo sul tracciato ipotizzato da Michele de Angelis; che incontrava il muro che chiudeva la città a meridione del complesso benedettino nel luogo ove vediamo il Museo provinciale, in cui Carlo Carucci riconobbe il sito del castello di Terracena, il quale, per essere sulle mura, non poteva che trovarsi lì.

 

19AAS, pergamena 45; datazione ab incarnatione febbraio 1139.

20Questa chiesa fu la sede della parrocchia di Santa Maria della Neve, detta anche di Portanova; nel XV secolo, adiacente al suo muro meridionale fu edificato il monastero di Santa Maria della Pietà; agli inizi del Seicento, in fase di ristrutturazione del monastero vi fu annessa la nostra chiesa con il trasferimento della sede parrocchiale in San Pietro in Vinculis; soppresso il monastero e requisito dal comune, nel 1868, il complesso di San Benedetto, ove era stata istituita, dal 1857, la parrocchia del Crocifisso, la sede di quest’ultima fu trasferita in Santa Maria di Portanova, che assumerà il nuovo titolo dal 1878 (AAS, Visite pastorali, R 1; R 16; R 5; R 49; R 39; R 48; R 45; R 42. Per le vicende ottocentesche cf. G. Crisci e A. Campagna, Salerno sacra, Salerno 1962, pp. 167-8).

21AC, arca LIX n. 60; datazione ab incarnatione gennaio 1290.

Si potrebbe obbiettare, avendo letto Amato di Montecassino e volendosi fidare di un plurale del francese molto approssimativo del suo traduttore, che il castello di Terracena, forse, si articolava in più edifici allungati dalle mura verso occidente, comprendendo sia l’area del Museo provinciale, nella parte più propriamente militare, che quella della traversa San Giovanni, nella parte residenziale22. Ma poche considerazioni sul sito delle tarsie, l’analisi dell’ambito topografico in cui esso si collocava fino agli anni Trenta di questo secolo, lo studio dei documenti giunti fino a noi relativi al rione San Giovanniello, per il periodo di esistenza del castello di Terracena, non permettono tale ipotesi.

   

22Cf. F. dell’Acqua, La riscoperta di frammenti di decorazione parietale a Castel Terracena, residenza dei principi normanni di Salerno, in «Rassegna Storica Salernitana», 31, 1999, p. 18.

Il sito della traversa San Giovanni si compone di due immobili collegati da una coppia di terrazzi-cavalcavia sovrapposti che, essendo intonacati, nulla ci dicono circa l’epoca in cui il collegamento fu realizzato. I due edifici non presentano unità di tipologia costruttiva, essendo solo l’occidentale riconducibile a quella della casa-torre; l’utilizzo delle finestrature è difforme, non in asse e non sullo stesso livello, la qual cosa accentua l’impressione di posteriorità del detto collegamento; le decorazioni a tarsie , almeno a giudicare dalle poche visibili sul manufatto occidentale, presentano più elementi di similitudine che di unità stilistica che possa far pensare ad una continuità costruttiva fra le due parti. L’edificio orientale, che presenta una estensione di decorazioni maggiore, essendo completamente privo di intonaco, in realtà non è che un sottile fabbricato, forse mutilo verso oriente, che mele suggerisce di aver contenuto sale o appartamenti regali; ad esso fu addossata da settentrione una costruzione posteriore che venne solo artificiosamente a chiudere la piccola corte e che certamente non fece parte di alcun quadrilatero coevo alla posa in opere delle tarsie. La traversa non intervenne a posteriori a tagliare un ambito murato, poiché i prospetti su di essa ci dicono della sua preesistenza; né, immaginandola chiusa verso settentrione, ebbe la funzione di collegamento fra due corti interne ad un’area palaziata, per i motivi che vedremo23.

  23Cf. F. dell’Acqua, La riscoperta cit., pp. 9, 16, 17.

Oggi, uscendo dalla traversa San Giovanni verso meridione, ci si ritrova su un ballatoio collegato alla piazza sottostante da due gradinate recenti. Fino agli anni Trenta di questo secolo, che faceva quel cammino si ritrovava in un vicolo delimitato da un isolato che occupava lo sbancamento attuale; dalle spalle di tale isolato, andando verso occidente, superato un gomito verso meridione, ci si ritrovava in quello che prima delle proposte della Commissione per la revisione dei nomi delle strade della città era detto vicolo Dogana Regia; andando, invece, verso oriente, si arrivava in un piccolo spiazzo, davanti ad una chiesa che insisteva sul luogo ove attualmente vediamo una costruzione con porta metallica; da tale spiazzo, verso meridione, correva un altro vicolo che, svoltando verso occidente, lungo il limite del dislivello che oggi interrompe l’asse nord-sud della piazza Francesco Cerenza, completava il periplo dell’isolato, ricollegandosi al vicolo Dogana Regia. Quindi, fino alle demolizioni e agli sbancamenti che hanno distrutto l’antico tessuto urbano del quartiere, a meridione del sito della traversa San Giovanni non vi era alcuni strapiombo che permettesse una difesa passiva dell’edificio contenente le tarsie, né vi era un muro posto a creare una corte meridionale, perché adiacente ad esso e al suo prolungamento verso oriente, almeno dal gennaio 1131 e fino ai bombardamenti del secondo conflitto mondiale, insistette la chiesa che abbiamo visto, che era quella di San Giovanni de Cannabariis, anticamente detta delle Femmine24. Ora, se è impossibile stabilire una successione fra la costruzione dell’edificio delle tarsie e quella del luogo di culto, è evidente l’assurdità dell’edificazione della reggia normanna, o di una sua ala, a ridosso della chiesa, senza possibilità di difesa adeguata, ove questa fosse stata preesistente; o del permettere l’edificazione della chiesa aderente alla parete meridionale del complesso normanno, vulnerabile già per sue peculiarità costruttive25, nel caso inverso.

 

24AAS, pergamena 42; datazione ab incarnatione gennaio 1130. Questa chiesa fu sede parrocchiale fino al 1857; negli anni Settanta del Cinquecento, all’originario territorio costitito dal rione San Giovanniello furono uniti quelli delle soppresse parrocchie di Santa Maria de Orto Magno e di San Giovanni delle Capre. Le sue precarie condizioni più volte suggerirono di trasferire altrove la cura delle anime: nel 1609, nella ancora esistente Santa Maria de Orto Magno; nel 1618 e nel 1625, in Santa Maria della Misericordia (si veda la nota 10); nel 1659, in San Pietro de Grisonte. Nel 1838, al suo territorio fu unito quello della stessa San Pietro de Grisonte che veniva soppressa; nel 1857, la sede parrocchiale fu trasferita nei locali di San Benedetto, con il nuovo titolo del Crocifisso (si veda la nota 20); l’immobile continuò ad esistere fino agli eventi del secondo conflitto mondiale (AAS, Visite pastorali, R 1; R 16; R 5; R 49; R 39; R 48; R 29; R 34; R 45; R 42; R 3; R 28. Per le vicende ottocentesche cf. G. Crisci e A. Campagna, Salerno sacra, cit., pp. 167 e 170).

25Cf. F. dell’Acqua, La riscoperta cit., pp. 15 e 17.

I documenti giunti fino a noi relativi al tessuto urbano del rione San Giovanniello, per il periodo di esistenza del castello di Terracena, sono dodici, compreso il già citato del gennaio 1131 che è il primo della serie. Ne esamineremo rapidamente il contenuto, allo scopo di porre in evidenza gli immobili di cui trattano e i riferimenti topografici che utilizzano. Gennaio 113126: terra con casa di cui Amato Scotto vende una metà a Pietro Abbe, sita a meridione della via che conduceva al monastero di Santo Stefano e San Michele Arcangelo, vicino alla chiesa di San Giovanni; luglio 114327: terra con casa che Marino Cannabaro vende a Pandolfo figlio di Pietro, sita a meridione della via che conduceva lungo il monastero di San Michele Arcangelo; marzo 115828, inserto del settembre 1148: terra con casa lignea del monastero di San Benedetto, sita a meridione della via che conduceva allo stesso monastero, confinante a settentrione con detta via, a occidente con altri beni del monastero, a meridione con una strettola, a oriente con altra strettola che la divideva da ulteriori beni del monastero e da una terra con casa del clerico Giovanni, figlio di Romoaldo delli Panicari; gennaio 117429: terra con casa che Sebastiano Occhigallo vende alla badia di Cava, sita a meridione della via che conduceva al monastero di San Benedetto; aprile 118830: terra con casa che Landolfo Piczicnato vende a Matteo clerico e medico, sita a meridione del monastero di San Michele Arcangelo e Santo Stefano; aprile 119331: terra con casa che Ruggiero Mascorgno e la moglie Gemma vendono alla badia di Cava, sita a meridione del monastero di San Michele Arcangelo e Santo Stefano; marzo 120232: terra con casa di Pietro Calvaruso, sita a settentrione della via che conduceva alla porta Nova e a meridione della chiesa di San Giovanni delle Femmine; giugno 120633: terra con casa della badia di Cava, sita vicino la chiesa di San Giovanni delle Femmine; luglio 120834: terra con casa di cui Marotta, vedova di Luca Casacziano, e il figlio Matteo vendono una parte a Teodora moglie di Giacomo, figlio di Attanasio notaio greco, sita a settentrione della via che conduceva alla porta anticamente detta di Elino e a meridione della chiesa di San Giovanni delle Femmine; gennaio 123835: terra con casa della Frateria del duomo, sita vicino alla chiesa di San Giovanni delle Femmine, confinante verso oriente con una via che, andando verso meridione, si congiungeva a quella che conduceva alla porta anticamente detta di Elino; marzo 125836: terra con casa della badia di Cava, sita vicino alla chiesa di San Giovanni delle Femmine, confinante verso meridione con un andito che la divideva da altri beni della stessa badia.

   

 

 

 

 

 

 

26Documento cit. alla nota 24.

 

 

27AAS, pergamena 54.

 

 

28AC, arca XXX n. 9.

 

 

 

 

 

 

29AC, arca XXXIV n. 48; datazione ab incarnatione gennaio 1173.

30AC, arca XLI n. 98.

 

 

 

31AC, arca XLIII n. 68.

 

 

32AC, arca XLV n. 11 e arca XLV n. 14; edite in C. Carucci, Codice secolo XIII cit., I, rispettivamente, pp. 49-50 e 47-8.

33AC, arca XLV n. 80; edita in C. Carucci, Codice secolo XIII cit., I, pp. 63-4.

34AAS, pergamena 105; edita in C. Carucci, Codice secolo XIII cit., I, pp. 78-80.

 

 

 

35AAS, pergamena non identificata, attualmente non più esistente presso l’archivio citato; datazione ab incarnatione gennaio 1237; edita in C. Carucci, Codice secolo XIII cit., I, pp. 188-9.

36AC, arca LIV n. 12; edita in C. Carucci, Codice secolo XIII cit., I, pp. 288-9. Nella citata edizione manca parte del testo, ove si descrivono i confini dell’immobile di cui si tratta.

Evidentemente, gli immobili di cui trattano questi documenti erano compresi in un’area avente al centro la chiesa di San Giovanni e il sito dell’edificio della tarsie. Ebbene, per nessuno di essi fu utilizzato quale riferimento topografico il castello di Terracena, nonostante la mole architettonica e il significato politico: il fatto che notai operanti nell’arco di centoventisette anni gli preferirono il monastero di San Michele, la via che conduceva alla badia di San Benedetto, la minuscola chiesa di San Giovanni non può che significare che esso non era in quell’area.

La storiografia salernitana ha avuto ed ha il vezzo di attribuire a regge, archiepiscopii37 e monasteri ogni traccia di edilizia di pregio, quasi che in questa città non esistessero soggetti diversi dalle dinastie regnanti e dalle gerarchie ecclesiastiche in grado, per cultura e possibilità economiche, di edificare con l’utilizzo di tarsie e archi intrecciati. Ebbene, i manufatti della traversa San Giovanni, liberati dalla posticcia appartenenza alla reggia normanna, ma non per questo sminuiti, vanno significativamente ad aggiungersi a evidenza già conosciute o emergenti che testimoniano di un tessuto urbano residenziale che meriterebbe maggiore considerazione.

Naturalmente, restiamo grati a chi ha voluto attirare l'attenzione di addetti ai lavori spesso disctratti su questo sito da riscoprire e tutelare38; auguriamoci che si ponga mano al recupero dell'area intorno ad esso, magari curando di non aggiungere qualche nuovo scempio a quelli già perpetrati; consideriamolo, se ci piace, insieme ad altri consimili esistenti in città, come antesignano di tutte le tarsie policrome dell’Italia meridionale e insulare39; ma, per favore, non chiamatelo Castel Terracena40. 

 

37Cf., a proposito del cosiddetto Palazzo Fruscione, S. De Renzi, Storia documentata della Scuola Medica di Salerno, Napoli 1857, pp. XV-XXIII; A. Carucci, La chiesa più antica di salerno: L’ecclesia Dei Genitricis, Salerno 1981, p. 36, nota 33.

38Cf. F. dell’Acqua, La riscoperta cit., p. 8.

39R. Carafa, L’evoluzione urbana dalle origini al 700, 16 maggio 1999, visita guidata attraverso il centro storico di Salerno nell’ambito della manifestazione Visitiamo la Città.

40Del castello di Terracena scrive anche Matilde Rinaldi, Il palazzo di Sighelgaita, in «Il Follaro», 2-3, 1998, pp. 143-9. L’autrice ripropone considerazioni ed equivoci già noti, compreso quello per il quale Carlo Carucci sostituì Bonifacio VIII ad Alessandro IV nella donazione a favore dei monaci di San Benedetto (cf. A. R. Amarotta, Salerno cit., p. 112). Sul problema di topografia storica, scrive che l’insula in cui si può ubicare il complesso è quella che si estende dalla traversa San Giovanni alla via Genovesi e che su tale area, nelle varie utilizzazioni che si susseguirono, dovette sorgere il palazzo che fu abitato dalla regina Margherita di Durazzo, mentre in una vasta parte ebbe collocazione il convento di San Michele. Ora, se la prima parte di questo assunto può destare stupore, in quanto l’autrice non spiega la bilocazione del Castel Nuovo alla traversa San Giovanni e nel sito dell’attuale Museo provinciale, la seconda appare decisamente astrusa; infatti, il monastero di San Michele non insiste, né mai insistette nell’insula indicata, mentre la sua edificazione risale almeno al 1039, ossia oltre due secoli prima della distruzione del castello di Terracena.

Vincenzo de Simone    

 

A: monastero di San Michele Arcangelo e Santo Stefano.

B: chiesa di Santa Maria Assunta, comunemente detta di Sant’Apollonia.

C: complesso di San Benedetto.

D: traversa San Giovanni.

E, F: edifici dalle tarsie.

G-H: vicolo Castel Terracena, già vicolo Nuovo.

I: piazza Sedile di Portanova.

L-M: via Antonio Mazza-vicolo Pietro Barliario.

N: chiesa del Crocifisso, già Santa Maria di Portanova.

O: prima porta Nova, già porta di Elino.

P-M: parte oggi scomparsa del vicolo già Dogana Regia.

Q, R: spiazzo e chiesa di San Giovanni de Cannabariis, già delle Femmine.

In neretto: contorni degli isolati attuali.

Con linea sottile: demolizioni e sbancamenti.