Qumran, nick name che l'autore del testo che sottoponiamo all'attenzione dei lettori, ha preferito usare per comprensibili motivi di riservatezza, ci propone una interessante tesi centrata sull'episodio evangelico della intercessione di Giuseppe di Arimatea (Mt 27,57, Mc 15,43, Lc 23,50) verso Pilato attraverso cui si richiedeva la restituzione del corpo di Gesù alla famiglia.
L'autore identifica in Giuseppe di Arimatea, che nei vangeli di Marco e Luca viene indicato come un "autorevole membro del sinedrio", un altrettanto autorevole membro della comunità essena di Qumran e (come l'autore sostiene) il padre stesso di Gesù.
La tesi si fonda sulla osservazione che la cessione di una tomba di famiglia per la deposizione del un corpo di un membro non appartenente alla famiglia stessa, fosse pratica inusuale al tempo.
Un ulteriore argomento utilizzato per avvalorare la tesi é che Giacomo (fratello di Gesù e che risulterebbe essere suo figlio primogenito) occupò alla morte di Giuseppe il suo posto.
Tra il 7 a.C. e il 7 d.C. in Palestina nacque un uomo la cui vita, nel bene e nel male, influenzò la storia di buona parte del pianeta. Forse nacque a Betlhem, sicuramente non visse a Nazareth, che è un centro abitato sorto intorno al 600 d.C.
I primi scritti che parlano di quell'uomo risalgono al 70 d.C., e sono da attribuire al cosiddetto "Luca", al quale si dovrebbero anche gli "Atti degli Apostoli". Questi testi sono gli unici riconosciuti autentici dalla Chiesa Cattolica di Roma, ma ne esistono molti altri, definiti apocrifi.
Per tentare di capire, a distanza di due millenni, che cosa sia realmente accaduto in quell'oscura provincia dell'Impero Romano, bisogna inquadrare meglio il periodo storico.
Le rivolte erano all'ordine del giorno, perché il sentimento nazionalistico era fortissimo, e Roma era vista come il demonio, anche e soprattutto dagli ebrei ultraortodossi. Tra questi vi erano coloro che oggi chiamiamo "esseni" impropriamente, perché tra loro si chiamavano "osservanti della legge", che in alcune tarde traduzioni greche suona "nazorei". (da qui, più avanti, il termine "nazareno", forzatamente legato alla cittadina di Nazareth)
Per questa setta di monaci, la cui sede principale era probabilmente a Khirbet Qumran, la conservazione delle tradizioni, dei riti e appunto la stretta osservanza della legge mosaica, era norma di vita quotidiana.
Per gli ebrei di allora, stando ai testi, l'autorità religiosa era inscindibile da quella politica, così come oggi accade per gli ayatollah islamici.
Partendo da questo presupposto, si arriva alla conclusione che gli esseni
(chiamiamoli così per comodità) non dovevano essere estranei all'organizzazione delle rivolte anti-romane dell'epoca. Lo proverebbero anche alcuni papiri ritrovati proprio nelle grotte di Qumran, chiamati Rotoli del Mar Morto, divulgati soltanto da poco tempo anche grazie ad Internet.
Tra questi ce ne sarebbero alcuni, contestatissimi dal Vaticano, che proverebbero che gli esseni erano anche maestri nell'arte della guerra, o meglio, nello specifico, della guerriglia.
Questa lunghissima premessa per introdurre la figura di Giuseppe d'Arimatea, appena accennata nei vangeli "ufficiali", ma interessantissima dal punto di vista storico, perché mette in luce diverse contraddizioni lampanti.
Per esempio il fatto che offrisse la sua tomba di famiglia - rarissimo se non addirittura impossibile secondo i costumi dell'epoca - potrebbe significare un legame più stretto della semplice amicizia con l'uomo di cui parliamo.
Da qui a supporre che fosse lui il vero padre il passo è brevissimo. Questo ridurrebbe definitivamente a mito la leggenda della verginità della madre, tra l'altro nata almeno un secolo più tardi. E spiegherebbe tante altre cose, per esempio la conoscenza delle scritture da parte dell'uomo di cui parliamo, anche da ragazzo, ed il suo ritiro nel deserto, certamente presso Qumran.
Le conclusioni che si possono trarre, senza offendere nessuno ma semplicemente per amore della verità storica, sono le seguenti:
l'uomo in esame era figlio di Giuseppe d'Arimatea, aveva alcuni fratelli, tra cui Giacomo, che ne occupò il posto più tardi, dopo la sua morte.
Faceva parte di una fortissima comunità essena, che influenzava anche le scelte politiche di Gerusalemme, e per questo fu processato e condannato dal tribunale di Roma. La crocifissione era, infatti, la pena comminata non solo ai comuni delinquenti ma anche ai condannati politici.
La sua figura fu mitizzata circa un secolo più tardi da Saulo di Tarso, più tardi santificato dalla Chiesa Cattolica; questi snaturò il messaggio originale fortemente legato alla tradizione ebraica, eliminando l'aspetto inevitabilmente violento dello stesso, presentandolo come mistico e quindi, politicamente, innocuo. A questo riguardo si possono citare di nuovo i Rotoli, in cui sarebbe presente il famoso discorso della montagna (le beatitudini) che però risalirebbe al I secolo a. C. ! e che era conosciutissimo tra gli esseni.
Non bisogna inoltre dimenticare che la religione cristiana fu adottata come credo dell'impero dopo il 315 d.C. con l'editto di Costantino, il quale ne fece ne più ne meno che uno strumento di potere, mandando al rogo o facendo massacrare tutti i membro delle altre sette e religioni. Il cristianesimo quindi - e questo è un fatto storico incontrovertibile - fu imposto con la spada, certamente non con l'amore che professava.
E quello che è arrivato fino a noi, certamente interpolato ed interpretato varie volte nei secoli, è ciò che il cosiddetto Luca fa dire a Saulo di Tarso, non a caso considerato uno dei padri della chiesa e proprio per questo santificato.
Saulo di Tarso, che non vide MAI l'uomo di cui si parla e che ebbe diversi e forti contrasti con la comunità originaria dei suoi discepoli.
Un lunghissimo capitolo a parte meriterebbe poi la leggenda della resurrezione, perché sulla scia di quanto detto finora si potrebbe azzardare la sua profonda conoscenza (proprio in quanto esseno) di tecniche di rilassamento e sopportazione del dolore, oltre all'applicazione di unguenti come l'aloe una volta deposto il corpo dalla croce ed avvolto nel famosissimo sudario che poi prese il nome di "sindone".
Non bisogna dimenticare, infatti, che all'uomo in questione NON VENNERO spezzate le gambe - l'unico sostegno che possa permettere di continuare a respirare in quelle condizioni - e che fu deposto il giorno stesso della sua morte, sempre per intercessione di Giuseppe d'Arimatea. Qui le ipotesi si sprecano, e probabilmente non finiranno mai.
Tutto ciò riduce forse l'aspetto favolistico e "divino" della persona di cui parliamo, ma non l'aspetto rivoluzionario del suo messaggio, pure interpolato, interpretato e travisato nei secoli. Piuttosto lo rende ancora più uomo tra gli uomini, ed in un certo senso lo fa più grande proprio per questo.
Egli, infatti, mostrò come poteva essere un uomo, se voleva. Certo, credendo in Dio, o Jahvè, o qualche altra entità superiore, ma scavando nel cuore degli altri uomini, cercando il buono ed il bene in ciascuno di loro.
E finendo ammazzato per aver osato togliere il velo alla più semplice delle verità, come tanti prima e dopo di lui.
La mia ricerca, piena di limiti e lacune, è cominciata solo tre anni fa o giù di lì, e credo non finirà mai, perché su quest'uomo si sono scritti fiumi d'inchiostro e ancora si farà, però è vero che alcune "sue" parole mi suonano ogni giorno che passa più vere:
-"Chi comincia a cercarmi, mi ha già trovato." -
"Qumran"
Nei Vangeli é possibile identificare 3 personaggi che portano il nome Giuseppe: il padre adottivo di Gesù, il fratello di Giacomo e quindi di Gesù ( Mt13,55; Mt 27,56) e Giuseppe di Arimatea, appunto.
Si potrebbe obiettare che in Matteo (a differenza di Luca e Marco), Giuseppe é identificato come un uomo ricco, mentre il Giuseppe, padre di Gesù, non risulta esserlo, ma va anche osservato che l'uso del termine carpentiere, sembrerebbe indicare più un costruttore che non un falegname e quindi l'ipotesi che sia un uomo ricco non é scartabile a priori.
Una ulteriore obiezione potrebbe essere associata al fatto che negli apocrifi Giuseppe é indicato come vedovo ed anziano all'atto del matrimonio con Maria, questa osservazione renderebbe poco probabile una sua presenza alla morte del figlio. In questo caso, però, bisognerebbe accettare una tesi proveniente da scritti riconosciuti solitamente come inattendibili (ovviamente non da noi).
Si potrebbe, poi, obiettare che Giuseppe é presentato sempre come personaggio a se stante e un discepolo di Gesù(Mt 25,57) e sarebbe anomala la sua assenza durante le vicende dei vangeli con la ricomparsa solo alla morte del figlio. anche per questa obiezione si potrebbe ricorrere alle spiegazioni portate dal dr.Donnini (http://www.donnini.com) che ipotizza forti manipolazioni nei Vangeli mirate, attraverso moltiplicazione dei personaggi con lo stesso (Giacomo, Maria, Giuseppe, Simone) a confonderne il ruolo in presenza di contraddizioni con la tesi ufficiale della Chiesa.
Personalmente, sebbene nel corso dell studio proposto nel sito abbia spesso ipotizzato differenze introdotte ad-hoc tra il Vangelo originariamente scritto in ebraico dai giudeo-cristiani Ebioniti ed i Vangeli a noi pervenuti, ritengo che tali differenze siano, nel complesso, molto più limitate di quanto le tesi proposte dal nostro stimato lettore e dal dr. Donnini lascino trasparire.
Per i motivi menzionati nel mio studio ritengo che Matteo, Marco e Luca, siano stati scritti non oltre il 70 d.c.
In questa ipotesi sarebbe impossibile ammettere alterazioni sostanziali nella funzione dei personaggi o nella narrazione degli eventi, visto che tali alterazioni sarebbero state sicuramente smentite dai testimoni dei fatti.
Una oculata variazione di forma e contenuto (principalmente per i discorsi pronunciati da Gesù), la omissione di parti scomode (la genealogia in Marco), l'aggiunta di eventi straordinari per allineare i Vangeli alle posizioni Paoline, poteva passare sotto silenzio (e noi riteniamo che Marco e Luca in particolare testimonino questa possibilità), ma riteniamo poco probabili modifiche della portata ipotizzata dal nostro caro lettore autore dell'articolo e dal dr.Donnini, anche se, ovviamente, non possono essere escluse e spesso paiono ben motivate, come nel caso dell'articolo proposto.
In merito a Giuseppe di Arimatea riteniamo comunque certamente da approfondire il legame correttamente suggerito dall'autore con gli Esseni di Qumran. Va anche approfondita la sostituzione di ruolo tra Giacomo fratello di Gesù e Giuseppe e soprattutto il legame di parentela tra Giuseppe e la famiglia di Gesù, che, come fa notare l'autore, risulta estremamente probabile in relazione alla cessione della tomba.
Ringraziamo, comunque, l'autore del testo sia per la preziosa collaborazione offertaci, sia per gli interessanti e per diversi aspetti, innovativi spunti di ricerca.
Sabato Scala