Titolo Data Autore Scuola
Viaggio della memoria  07/05/2003 VERONICA DENTE Pamphili
Riflessioni sulla visita 27/04/2003 Pamphili
Caro diario 24/04/2003 David Pavoncello Pamphili
Giornata della memoria 27 /01/2003 Baldazzi Pamphili
Perchè parlarne a scuola? 27/01/2003 Grenga Pamphili
 

Viaggio della memoria

nel progetto

“ROMA RICORDA E SI INTERROGA”

 

Tutti i ragazzi del mio pullman, il n.4, erano molto simpatici.

Il primo giorno siamo stati a Fossoli, all’ex campo di passaggio dei prigionieri e a Carpi a visitare il Museo Monumento al Deportato.

Il secondo giorno abbiamo visitato Marzabotto dove c’è stato un incontro con il sindaco del posto.

Il terzo giorno siamo stati a Bolzano.

Il quarto giorno a Trieste, dove abbiamo visto la Risiera di san Sabba, l’unico campo di sterminio in Italia e poi il castello di Miramare.

Invece il quinto e ultimo giorno è stato impiegato per il viaggio di ritorno e la pausa pranzo a Pomposa dove abbiamo visitato l’Abbazia.

La cosa che mi ha colpito di più sono state le celle della Risiera di San Sabba perché nell’ex campo di Fossoli c’erano delle piccole costruzioni con intorno del prato, e più di tanto non mi ha messo quella tristezza che mi hanno messo le celle e l’entrata di San Sabba.

Lo stesso è stato per il museo di Carpi; però la cosa che mi ha colpito di più del museo è stata la stanza con i muri pieni dei nomi di tutti gli ebrei Italiani deportati e le dediche che si trovavano sopra i muri delle altre stanze.

Invece quando sono entrata per vedere le celle dove dormivano i deportati di San Sabba e ho visto tutte quelle porticine di legno con un piccolo buco, con dentro due posti letto piccolissimi con due stecche di legno e tutto buio, mi è sembrato di entrare in un piccolissimo sgabuzzino. Mi ha fatto impressione pensare che delle persone deportate pochi anni prima erano lì, nello stesso luogo in cui ero io, dove venivano uccisi dopo essere stati trattati peggio delle bestie. Tutto questo mi ha fatto sentire una fitta al cuore e la prima cosa che mi è venuta di fare è stato di dire un eterno riposo mentalmente per tutte le anime dei deportati che sono stati massacrati in quei modi terribili anche se di un’altra religione. Non so se per loro è andata bene quella preghiera ma mi sono detta: “tanto di Dio c’è ne uno solo per tutti e sicuramente accetterà una preghiera che noi cattolici usiamo fare per le anime dei nostri morti”. Dopo aver studiato la storia e aver visto tutto quell’orrore che i nazisti hanno fatto in quei, “per fortuna”, pochissimi anni; credo che oggi noi giovani dobbiamo rispettare prima di tutto le religioni diverse dalle nostre, cosa che purtroppo alcuni ragazzi della mia età non riescono a capire e di questo ne ho avuto le prove proprio nei giorni della gita perché c’è stato un gruppo di ragazzi di una scuola partecipante, che hanno fatto delle brutte battute contro le persone e la religione ebraica.

 

     VERONICA DENTE III D Programmatori

 

 

  Riflessioni sulla visita

Di ritorno a casa  riflettiamo sulla richiesta dell’Assessorato di valutare l’esperienza del Viaggio della memoria.  Proviamo a farlo insieme con l’aiuto del microfono di bordo, la verbalizzazione volenterosa di un' allieva del corso per grafici del "Virgina Wulf"e un docente a coordinare gli interventi.

 

Sintesi degli interventi:

 

E’ parere comune tra i docenti che sia mancato un momento collegiale, interno, per riflettere. Da collocare magari al termine delle singole attività o a conclusione dell’esperienza.

 

L’incontro a Carpi con lo storico che ha illustrato la Shoah, la deportazione, come e perché si è alimentato l’odio nazista è stato un momento di grande impatto. Al museo del deportato sono particolarmente toccanti le parole incise sulle pareti (Libera, VC “V.Wulf ”)

 

Mentre ero a Fossoli, calpestando quelle zolle di terra, ho avvertito improvvise sensazioni, ho sentito il dolore dei deportati e ho pianto. Ho pensato alle vittime e ai persecutori. Al Museo, di fronte alle frasi riportate,  ho capito tutto il nostro egoismo. Mi chiedo se saremmo capaci oggi di quella generosità verso l’ avvenire. Non ho mai parlato in pubblico ma non potevo tacere di fronte a questo. (Maria, 5C “Pertini”)

 

La visita alla Risiera di san Sabba per me è stata difficile; fin dall’entrata ho immaginato quale potesse essere la vita lì dentro, poi quando ho visto le celle è stato ancor più angosciante anche se tutto questo lo avevo sentito dai racconti  (David V Geometri “V.Pamphili”)

 

Sento di dover prendere la parola per denunciare cose sgradevoli. Nonostante gli orrori che abbiamo visto qualcuno ha fatto ancora battute razziste sui deportati ebrei. Non voglio riferirne, voglio denunciare che forse non c’è ancora consapevolezza di quello che non può più esser detto (Valerio, 4F “Pertini")

 

Sia  a Fossoli che a Carpi ho provato a mettermi nel panni degli Ebrei. Anche io ho sentito frasi razziste e ho provato vergogna (Cristian, 4F, “Pertini”)

 

A Fossoli le sensazioni sono state forti: case fatiscenti in contrasto con la natura mite e il clima, con la giornata bella e il ricordo di persone che andavano verso la morte. Tuttavia questo luogo ha avuto altri momenti di vita attraverso la comunità di Nomadelfia, le famiglie dei profughi, la Risiera invece si presenta nella sua brutalità perché da allora non ha avuto altre funzioni dopo essere stato campo di concentramento e di sterminio. In questo viaggio credo sia mancata la testimonianza diretta dei sopravvissuti o di testimoni oculari (Eugenio, 3C, “Tasso”)

 

 

Quando eravamo a Marzabotto, durante la sosta ho parlato con un abitante del luogo che mi ha raccontato quel che è accaduto ai suoi parenti. Si è salvato perché si trovava in un’altra valle, risparmiata dagli eccidi di Monte Sole. Parlare con lui è stato importante. (Libera)

 

Una docente racconta di come nel suo istituto sia stato costruito l’itinerario di preparazione al viaggio incontrando il nonno di un allievo che a 15 anni è stato deportato ad Auschwitz sostando per un breve periodo a Fossoli. Dopo questo incontro i ragazzi hanno lavorato con una determinazione nuova.

 

Questo viaggio, con tutte le sue tappe ha impresso nelle nostre menti non tanto gli eventi storici, che già fanno parte dei libri, ma le paure, i dolori e le sofferenze di uomini, donne, bambini e anziani. E non sono le parole dei libri, ma la partecipazione ai sentimenti umani di queste vittime che svolgono la vera funzione della storia: ricordare per non ripetere gli stessi terribili errori (Maria, 3E “Lucrezio caro”)

 

Come esprimere con le parole emozioni così forti. E’ difficile, forse impossibile. Un viaggio tra le anime  che  lascia un vuoto immenso,  un vuoto immenso che rende impotenti. La mente si ferma, cerca di cogliere immagini, sguardi…. ( Sara, 3E “Lucrezio Caro”)

 

Disagio che per noi durerà un momento: l’umidità passa dalla suola delle scarpe e sale fino alle ginocchia nella Risiera di san Sabba. Poi il ricordo si fa grande e ci inghiotte. Passa prima per lo stomaco  poi per il cuore. Ci ha graffiato, si è aggrappato con forza alla nostra mente dinanzi alla cella buia. Manca l’aria. La nostra vita di oggi è l’estensione di rami e foglie dalle radici di ieri. Ho letto volti, grida, ultimi sorrisi sulla corteccia dell’albero a san Martino e il silenzio ha un suono profondo, denso, si agita tra quelle piante. Carpi, Marzabotto, nomi su nomi, date mesi, giorni, bambini, vecchi, gente sconosciuta ma non anonima. Dappertutto risuona la forza delle idee. (Elena 3E “Lucrezio Caro”)

 

 

 

Diario personale di: David Pavoncello                                V°A geometri

 

 

Ecco sono qui in pullman appoggiato al finestrino ad ascoltare musica e a scrivere.

Sono arrabbiato e allo stesso tempo rammaricato allo stesso tempo… Nonostante mi trovi a Bolzano diretto al nuovo albergo e nonostante nei giorni precedenti siamo stati a visitare: Carpi, Fossoli, Marzabotto… e a parlare delle vicende degli ebrei dei prigionieri politici, mi sono trovato “di fronte” ad una discussione di alcuni ragazzi dietro al mio tavolo all’ora di pranzo… Per farvi capire la battuta più carina c’è stata quando durante il pasto è arrivato il primo (pasta con funghi, piselli e prosciutto) ed uno dei ragazzi ha chiesto cosa vi fesse dentro il piatto; ed un altro prontamente ha risposto: “è la carne degli ebrei”.

Quando sei ebreo sai benissimo come comportarti a seconda della situazione, perché di queste, ne senti un’infinità.

L’ignoranza della gente è diffusa come una malattia.

Quando sei ebreo parti subito col presupposto di essere solo che comunque devi risolvere la situazione senza andarti ad avventurare in discussioni che non sei in grado di gestire.

Questo avviene perché per molti giovani è un gioco, è uno slang (“Stai a fa il rabbino”, “Nun fa l’ebreo”, ecc.) non rendendosi conto di ciò che dicono perché, per ignoranza, non conoscono neanche il significato etimologico del termine.

Fortunatamente non tutti sono così… per esempio c’è Luigi (Gigi) che si è rivelato un grande amico e un gran simpaticone (e anche colui che mi ha dato il soprannome: Martino), Valerio che con i suoi modi di fare ci fa scompisciare a tutti, Marco ed Emanuele i miei primi compagni di stanza e complici (si fa per dire) con le ragazze, Jary e Cristina conosciuti l’altro ieri ma già grandi amici; Valeria, Chiara, Valerio, Davide rivelatisi anche loro buoni amici e poi Laura e Giuditta che mi hanno sopportato fino ad ora… non dimentichiamo poi gli amici di oggi: Gerardo serio ma giocherellone, Riccardo (Capsula) il gigante simpatico della situazione, Serena (Puffetta) amica simpatica e giocherellona come sono io (la quale mi ha soprannominato: Fagiolino) e infine Paolo simpatico e complice di scherzi.

Ritornando al discorso di prima… vorrei sapere quei ragazzi che ce li ha portati ad un viaggio del genere, se non riescono neanche a comprenderne il significato ed il senso.

 

 

Ieri sera al mio tavolo sono stato con le ragazze con le quali sono partito e successivamente con i fotografi, che si sono uniti a noi.

I ragazzi dell’altro ieri come di logica bullesca e di vigliaccheria hanno stuzzicato a dovere durante la sera (occhiatine, bisbigliatine, ecc. in pratica tutto ciò che ti fa capire che stiano parlando di te); naturalmente da parte mia non c’è stata alcuna risposta (dopotutto perché dargli soddisfazione).

Comunque dopo un po’ di battute, uno dei fotografi (Pablo) mi ha chiesto come mai non mangiassi carne, ed io ho detto che semplicemente la mangiavo Kasher, tutto qui.

Da questo sono partiti vari discorsi sull’argomento per poi spostarsi mano a mano sulla guerra attuale e sui vari governi al potere in questo momento; bhè come posso dirvi… è stato piacevole parlare con gente con la quale aprire un “dibattito” tranquillo e sereno, ma soprattutto interessante.

Il resto della serata fino all’una e mezza si è svolta in un pub dove c’era il karaoke… durante il tragitto (dall’hotel al pub) abbiamo incontrato (io, Valeria, Davide, Valerio e Chiara) un gruppo di napoletani con i quali abbiamo passato un quarto della serata.

Superato il tentativo di fare nottata alle cinque e mezza e dopo aver mangiato due cornetti caldi sono andato a dormire.

 

 

 

Mi sono svegliato nel pullman che eravamo arrivati a Trieste… ancora assonnato sono sceso e dopo essermi svegliato e dopo aver alzato lo sguardo ho visto la cosa più brutta che abbia mai visto, la cosa che nessun documentario può trasmettere e cioè: la risiera di San Sabba.

Non è tutto come allora considerando che solo 1/3 del campo è rimasto integro… non so come facciano le persone a ridere in certi momenti, sì avete capito bene, ridere… io a stento trattengo le lacrime e le forze di stomaco non mi danno tregua.

Nel museo della Risiera due ragazze guardando delle tuniche dei deportati hanno detto: “Però, è un po’ fuori moda non trovi?”.

Sul libro delle firme una prof.ssa ha detto che un altro insegnante aveva notato su questo, una scritta: “Duce sei la mia luce”, e poi una svastica disegnata col gesso per terra sul cemento.

Adesso giudicate voi.

Questi eventi di razzismo e antisemitismo in questi cinque giorni particolari di memoria, ci fanno riflettere e comprendere che in fondo c’è da fare ancora molto per i giovani, che come si dice sono il futuro del mondo;  anche perché per i più anziani, che per la maggior parte con la loro ignoranza trasmettono ai più giovani dei valori sbagliati, non c’è più nulla da fare… anche perché se così fosse, non ci aspetterebbe un gran bel futuro nel quale poter vivere in pace tutti insieme.

Cinque giorni anche se pur intensi di visite in luoghi importanti non sono serviti… quindi, sempre secondo la mia opinione, penso che questi viaggi dovrebbero essere molteplici, o meglio ancora, insegnare e far capire una cultura diversa dalla loro.

In questo viaggio, pur essendomi portato il talled (manto di preghiera), i tefillin (scatoline che contengono lo scemà e che si legano sul braccio e sul capo), e la tefillà (libro di preghiera), non ho avuto o meglio, non ho voluto, “espormi” davanti agli altri: un po’ per paura di sotterfugi delle persone (mediante i quali sai che la gente dice qualcosa, magari qualcosa di brutto), un po’ per non fare la figura del fenomeno da baraccone e un po’ per la paura di perdere quei pochi amici trovati.

Ieri sera per esempio, sono riuscito a celebrare l’entrata del sabato grazie soprattutto a due ragazzi (che tra l’altro mi hanno permesso anche di pregare questa mattina) con i quali ho condiviso la stanza e grandi risate, vale a dire Eugenio e Andrea.

Con loro mi ha fatto piacere trascorrere qualche istante di chiacchiere perché (e si vedeva benissimo), sono ragazzi che sanno e che insegnano molto con ciò che conoscono e con i loro comportamenti.

In questi ultimi tempi si parla molto di pace… ma come si può parlare di questo se prima ancora c’è da risolvere un più grande e grave problema che esiste da secoli e continua a persistere… sto parlando del… RAZZISMO. 

 

 

Diretti a Pomposa (12/04/03), penultima tappa prima dell’arrivo in pullman, ho avuto il piacere di ricevere da Eugenio e Andrea (amici di gita) una bellissima lettera nella quale vi era scritto:

 

 

“Carissimo David,

questa notte si è verificata una situazione molto particolare e simpatica.

Tre persone con una visione diversa del mondo, delle idee, ed una fede diverse si sono trovate insieme, forse per caso. Quello che tra i più sarebbe potuto diventare una realtà conflittuale è invece stata forse l’esperienza più costruttiva ed espressive dell’intero viaggio. Sono stati passati all’insegna dei più alti valori che rispondono al nome di rispetto e alla serena condivisione di culture diverse. Siamo stati davvero felici nel leggere le parole del tuo diario di viaggio e desideriamo esprimerti la nostra stima e riconoscenza. Il nostro incontro è stato dimostrazione della possibilità di coesistenza pacifica e proficua d’identità non identiche.

Speriamo in un approfondimento dell’amicizia nata durante questo “viaggio nella memoria” e della simpatia (intesa come “sentire insieme”) intercorsa tra di noi. 

Eugenio & Andrea 

 

 

Giornata della memoria 27 gennaio 2003

 

 

 

Sono ormai diversi anni che in Europa si celebra la Giornata della Memoria. L’Italia solo di recente ha istituito questa commemorazione attraverso una legge  , la n. 211 del 20/7/00, legge Colombo – De Luca dal nome dei suoi primi firmatari.

 

Leggiamone il testo:

 

Art.1 La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, “ Giorno della Memoria”,  al fine di ricordare la Shoah ( sterminio del popolo ebraico) ,le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subito la deportazione, la prigionia, la morte, nonchè coloro che, anche in campi e schieramenti diversi ,si sono opposti al progetto di sterminio, e a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati .

 

Art.2. In occasione del “ Giorno della Memoria” di cui all’articolo 1, sono organizzati cerimonie, iniziative, incontri e momenti comuni di narrazione dei fatti e di riflessione, in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado, su quanto è accaduto al popolo ebraico e ai deportati italiani e politici italiani nei campi nazisti in modo da conservare nel futuro dell’Italia la memoria di un tragico e oscuro periodo della storia del nostro Paese e in Europa, e affinchè simili eventi non possano mai più accadere.

 

Uno degli obiettivi principali del testo iniziale della proposta di legge era quello di ricordare espressamente la Shoah, sottolineando anche  l’errore commesso nel 1938 con l’introduzione delle leggi razziali in Italia , mentre i gruppi contrari a questa impostazione avrebbero voluto invece condannare genericamente tutte le repressioni politiche, religiose e sociali.

 

Dalle trattative politiche durate circa tre anni, cioè dal 1997, è uscito un testo conclusivo che non scontenta nessuno, in quanto evidenzia l’esistenza della Shoah e dei suoi caratteri speciali, ma non fa alcun riferimento al fascismo, a Vittorio Emanuele di Savoia che sottoscrisse le leggi del 1938, alla Repubblica sociale italiana e alla ideologia che portò gli Ebrei allo sterminio.

 

Conviene allora risalire a quel tragico autunno del 1938 quando il regime fascista introdusse la definizione giuridica di”appartenenti alla razza ebraica” basata su una impostazione biologica razzista, secondo la quale erano ebrei gli individui con ascendenti di razza ebraica, indipendentemente dalla religione che si praticava o si era praticata.

 

In questa fase di”persecuzione dei diritti”, la questione antiebraica si doveva risolvere con l’eliminazione degli Ebrei italiani e stranieri dalla società italiana. Infatti con decreto legge fu stabilito per gli”appartenenti alla razza ebraica” di dichiarare tale loro caratteristica presso gli uffici comunali; gli ebrei furono così censiti e la loro razza fu indicata in tutti i certificati, libretto di lavoro, passaporti, carte d’identità.

Sempre nel’38 ci fu l’esclusione degli Ebrei dalle forze armate e  dal PNF; il divieto dei matrimoni misti, di avere alle dipendenze domestici ariani e via di questo passo. Per quanto riguarda la scuola il 14 dicembre del’38 rappresentò la data di cessazione dal servizio degli insegnanti e  degli altri dipendenti scolastici ebrei; nello stesso periodo furono anche esclusi gli studenti ebrei dalle scuole e dalle università.

 

Tuttavia, i provvedimenti presi non ebbero in un primo tempo come effetto l’allontanamento fisico degli  Ebrei dalla penisola, come lo spirito delle leggi avrebbe auspicato, ma ne causarono la separazione dagli altri cittadini, e crearono una antisemitizzazione della popolazione e della società.

 

Questo effetto fu tanto più sentito, in quanto le leggi razziste italiane erano dal punto di vista formale più drastiche e capillari perfino delle stesse leggi razziali tedesche, a cui il legislatore si era ispirato.

 

Si evidenzia così una peculiarità delle leggi razziali italiane: la presenza scrupolosa di tanti artifici e cavilli legali, istituzionali e burocratici che ne consentirono un’applicazione odiosa anche nei minimi dettagli della vita quotidiana, e facilitarono quindi la ricerca di pretesti ed occasioni per allontanare gli ebrei dalla vita civile del Paese.

 

Numerosi furono i funzionari pubblici che applicarono in modo zelante a vario titolo questi provvedimenti, ingraziandosi in tal modo le autorità, e che per questo furono considerati dal regime come “socialmente utili”, in quanto realizzavano un “obiettivo statale”.

 

 E’ quindi oltremodo doveroso ricordare invece i cosiddetti “giusti”, tra cui 281 italiani, ovvero coloro che si sono adoperati in vario modo per aiutare i perseguitati e si sono così opposti  alla bieca applicazione di queste leggi, indicandoci come anche in presenza di leggi inique e in un contesto sociale comunque avverso, delle persone normali, non necessariamente eroi, né spinti da particolari motivazioni personali, politiche o civili, possano sempre dare il loro contributo di solidarietà umana e di giustizia, opponendosi a quanto palesemente oltraggioso della dignità umana, semplicemente perché era una cosa giusta da fare.

 

 

Elisabetta Baldazzi

 

 

 Perché parlarne a scuola. Riflessioni sulla memoria

 

Questo  Millennio sembra proporre un nuovo imperativo: quello di ricordare. Il ricordo riguarda al tempo stesso l’ uomo e l’ umanità. A lungo sono state coltivate  memorie tese a denigrare il nemico, ora sembra farsi strada un nuovo modello del ricordare: il riconoscimento. Le religioni si riconoscono tra di loro con solennità, si esprime pentimento per gli errori e le mancanze per favorire la riconciliazione tra i popoli. Ci sono nuove date nei calendari civili che istituzionalizzano la memoria.. In sè questo non è garanzia di agire bene. Tutto si può sacralizzare e banalizzare. Nel caso specifico facendo assimilazione abusiva tra presente e passato. Identificando per esempio in tizio o caio i  “nazisti” di oggi. Le conoscenze storiche serie e fondate  sono l’ unico antidoto per superare questi rischi di abuso della memoria perché la pacificazione in nome di un generico umanesimo lascia molto di irrisolto. Per esempio è ancora forte il tema della colpa e del rapporto tra vecchie e nuove generazioni cui chiedere conto delle scelte fatte soprattutto se riflettiamo  che nella storia di un uomo, di una donna, c’è la storia di un Paese.  In Italia, da dopo la guerra fin quasi agli anni ’90, poco e lacunosamente se ne è parlato. Quasi quaranta anni di silenzio, quaranta anni come la biblica traversata del deserto. Si è rivelato altissimo il prezzo della rimozione storica. E’ stato messo in discussione il senso della democrazia e dell’ uguaglianza. Si sono sviluppate forme di intolleranza e di razzismo. Se è vero che quello che è accaduto può ancora accadere dobbiamo constatare che l’ opera di prevenzione non è stata efficace. Molti giovani sono divenuti “tabula rasa”, appunto perché irresponsabilmente crsciuti “ignoranti”  e solo per questo disposti ad accogliere le tesi del  negazionismo (si sostiene contro ogni evidenza che nulla è accaduto) e revisionismo ( si insinua un ridimensionamento degli eventi fino a relativizzarli con improprie comparazioni) e non si “vaccinavano” le generazioni contro un male che può essere sempre in agguato. La  Shoah non può essere addebitata come colpa ai tedeschi nati dopo la guerra, su di loro, come sugli italiani, gli europei… nati dopo la guerra, ricade la responsabilità del ricordo cioè guardare in faccia la propria storia. Le colpe sono di chi ha commesso i crimini ma le conseguenze della colpa devono affrontarle pure le generazioni successive. Ma si può imporre una memoria riferita alla coscienza di chi non era neppure nato?  Si può, perché questa analisi fa emergere ancora squarci di verità nel bene come nel male.  Pensiamo alla vicenda di Giorgio Perlasca  resa nota solo di recente e alle testimonianze che solo ora si raccolgono in Germania relative a  persone che hanno agito clandestiname e il cui coraggio non è stato ancora deguatamente riconosciuto. Nella ricorrenza del Giorno della Memoria ricordiamo lo sterminio razziale degli ebrei e degli zingari; e rimane una domanda senza risposta e senza eguali rispetto alle esperienze dei gulag di Stalin, dei massacri in Cambogia e in Cina. Nessuna omologazione è possibile. Troppo orrore. Hitler ebbe mandato di formare il governo il 30 gennaio 1933,i campi di Dachau e di Esterwegen furono costruiti nel marzo  dello stesso anno, gli ebrei vengono progressivamente emarginati, le leggi razziali di Norimberga sono del 15 settembre 1935. Con la guerra il sistema concentrazionario entra in una nuova fase.La popolazione dei campi di concentramento è formata anche dagli oppositori tedeschi cui si aggiungono tutti coloro che in Europa lottano contro l’ egemonia nazista. In base a un decreto del 7 dicembre 1941 tutti gli oppositori vengono definiti “i notte e nebbia” e devono sparire senza lasciare traccia. 12 milioni di persone furono deportate nei campi di concentramento e nei campi di sterminio, in totale 11 milioni di esseri umani vi furono assassinati. Tra di loro oppositori politici,ministri del culto,religiose, malati di mente, testimoni di Geova,omosessuali, disabili fisici e due popoli destinati allo sterminio. Gli ebrei (morti in numero probabilmente superiore ai 6 milioni generalmente ammessi) e gli zingari (mezzo milione di morti). I primo ebrei italiani giunsero a Birkenau, campo prossimo a quello di Auschwitz  il 23 ottobre del 1943, erano i 1023 deportati di Roma, rastrellati il 16 ottobre. Solo 114 furono gli ebrei italiani liberati nei due campi di Auschwitz-Birkenau. Unica donna superstite dalla razzia del ghetto di Roma fu Settimia Spizzichino che da Auschwitz passò a Bergen.Belsen, dove morì Anne Frank. Da qualche tempo si sente argomentare che si  può parlare della Shoah a patto che si affronti contemporaneamente la tragedia delle foibe, il flagello dell’ Aids, la sofferenza dell’ Africa. Il rischio è di fare della pessima informazione perché non si concede alle diverse tragedie il giusto percorso di approfondimento fatto di iniziative lungo le quali si affrontano studi seri e si prendono iniziative adeguate. E’ una offesa ai martiri delle foibe, per esempio, utilizzarli come contrappeso in una assurda bilancia dettata appunto da un abuso della memoria operato da alcuni schieramenti politici.

Affrontare un problema significa innanzitutto studiarlo e decidere cosa proporre a sé stessi nella propria attività quotidiana. La storia del Novecento costringe a prendere posizione e a volte si ha la sensazione di non avere gli elementi necessari per assumere una posizione giusta.  Ma non è solo questione di correttezza storiografica che pure va responsabilmente indagata. La prospettiva è veramente e centralmente quella educativa. Chiunque pensi ad un nuovo nazismo o a un nuovo fascismo, sostiene Simon Wiesenthal “deve sapere che, alla fine, sarà sempre la giustizia a vincere”