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nel
progetto “ROMA
RICORDA E SI INTERROGA” Tutti i ragazzi del mio pullman, il n.4, erano molto
simpatici. Il primo giorno siamo stati a Fossoli, all’ex campo
di passaggio dei prigionieri e a Carpi a visitare il Museo Monumento al
Deportato. Il secondo giorno abbiamo visitato Marzabotto dove c’è stato un incontro con il sindaco del posto. Il terzo giorno siamo stati a Bolzano. Il quarto giorno a Trieste, dove abbiamo visto la
Risiera di san Sabba, l’unico campo di sterminio in Italia e poi il
castello di Miramare. Invece il quinto e ultimo giorno è stato impiegato
per il viaggio di ritorno e la pausa pranzo a Pomposa dove abbiamo
visitato l’Abbazia. La cosa che mi ha colpito di più sono state le celle
della Risiera di San Sabba perché nell’ex campo di Fossoli c’erano
delle piccole costruzioni con intorno del prato, e più di tanto non mi
ha messo quella tristezza che mi hanno messo le celle e l’entrata di
San Sabba. Lo stesso è stato per il museo di Carpi; però la
cosa che mi ha colpito di più del museo è stata la stanza con i muri
pieni dei nomi di tutti gli ebrei Italiani deportati e le dediche che si
trovavano sopra i muri delle altre stanze. Invece quando sono entrata per vedere le celle dove
dormivano i deportati di San Sabba e ho visto tutte quelle porticine di
legno con un piccolo buco, con dentro due posti letto piccolissimi con
due stecche di legno e tutto buio, mi è sembrato di entrare in un
piccolissimo sgabuzzino. Mi ha fatto impressione pensare che delle
persone deportate pochi anni prima erano lì, nello stesso luogo in cui
ero io, dove venivano uccisi dopo essere stati trattati peggio delle
bestie. Tutto questo mi ha fatto sentire una fitta al cuore e la prima
cosa che mi è venuta di fare è stato di dire un eterno riposo
mentalmente per tutte le anime dei deportati che sono stati massacrati
in quei modi terribili anche se di un’altra religione. Non so se per
loro è andata bene quella preghiera ma mi sono detta: “tanto di Dio
c’è ne uno solo per tutti e sicuramente accetterà una preghiera che
noi cattolici usiamo fare per le anime dei nostri morti”. Dopo aver
studiato la storia e aver visto tutto quell’orrore che i nazisti hanno
fatto in quei, “per fortuna”, pochissimi anni; credo che oggi noi
giovani dobbiamo rispettare prima di tutto le religioni diverse dalle
nostre, cosa che purtroppo alcuni ragazzi della mia età non riescono a
capire e di questo ne ho avuto le prove proprio nei giorni della gita
perché c’è stato un gruppo di ragazzi di una scuola partecipante,
che hanno fatto delle brutte battute contro le persone e la religione
ebraica. VERONICA DENTE III D Programmatori
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Di
ritorno a casa riflettiamo
sulla richiesta dell’Assessorato di valutare l’esperienza del Viaggio
della memoria. Proviamo
a farlo insieme con l’aiuto del microfono di bordo, la verbalizzazione
volenterosa di un' allieva del corso per grafici del "Virgina Wulf"e
un docente a coordinare gli interventi. Sintesi
degli interventi: E’
parere comune tra i docenti che sia mancato un momento collegiale,
interno, per riflettere. Da collocare magari al termine delle singole
attività o a conclusione dell’esperienza. L’incontro
a Carpi con lo storico che ha illustrato la Shoah, la deportazione, come
e perché si è alimentato l’odio nazista è stato un momento di
grande impatto. Al museo del deportato sono particolarmente toccanti le
parole incise sulle pareti (Libera, VC “V.Wulf ”) Mentre
ero a Fossoli, calpestando quelle zolle di terra, ho avvertito
improvvise sensazioni, ho sentito il dolore dei deportati e ho pianto.
Ho pensato alle vittime e ai persecutori. Al Museo, di fronte alle frasi
riportate, ho capito tutto
il nostro egoismo. Mi chiedo se saremmo capaci oggi di quella generosità
verso l’ avvenire. Non ho mai parlato in pubblico ma non potevo tacere
di fronte a questo. (Maria, 5C “Pertini”) La
visita alla Risiera di san Sabba per me è stata difficile; fin
dall’entrata ho immaginato quale potesse essere la vita lì dentro,
poi quando ho visto le celle è stato ancor più angosciante anche se
tutto questo lo avevo sentito dai racconti
(David V Geometri “V.Pamphili”) Sento
di dover prendere la parola per denunciare cose sgradevoli. Nonostante
gli orrori che abbiamo visto qualcuno ha fatto ancora battute razziste
sui deportati ebrei. Non voglio riferirne, voglio denunciare che forse
non c’è ancora consapevolezza di quello che non può più esser detto
(Valerio, 4F “Pertini") Sia
a Fossoli che a Carpi ho provato a mettermi nel panni degli
Ebrei. Anche io ho sentito frasi razziste e ho provato vergogna (Cristian,
4F, “Pertini”) A
Fossoli le sensazioni sono state forti: case fatiscenti in contrasto con
la natura mite e il clima, con la giornata bella e il ricordo di persone
che andavano verso la morte. Tuttavia questo luogo ha avuto altri
momenti di vita attraverso la comunità di Nomadelfia, le famiglie dei
profughi, la Risiera invece si presenta nella sua brutalità perché da
allora non ha avuto altre funzioni dopo essere stato campo di
concentramento e di sterminio. In questo viaggio credo sia mancata la
testimonianza diretta dei sopravvissuti o di testimoni oculari (Eugenio,
3C, “Tasso”) Quando
eravamo a Marzabotto, durante la sosta ho parlato con un abitante del
luogo che mi ha raccontato quel che è accaduto ai suoi parenti. Si è
salvato perché si trovava in un’altra valle, risparmiata dagli eccidi
di Monte Sole. Parlare con lui è stato importante. (Libera) Una
docente racconta di come nel suo istituto sia stato costruito
l’itinerario di preparazione al viaggio incontrando il nonno di un
allievo che a 15 anni è stato deportato ad Auschwitz sostando per un
breve periodo a Fossoli. Dopo questo incontro i ragazzi hanno lavorato
con una determinazione nuova. Questo
viaggio, con tutte le sue tappe ha impresso nelle nostre menti non tanto
gli eventi storici, che già fanno parte dei libri, ma le paure, i
dolori e le sofferenze di uomini, donne, bambini e anziani. E non sono
le parole dei libri, ma la partecipazione ai sentimenti umani di queste
vittime che svolgono la vera funzione della storia: ricordare per non
ripetere gli stessi terribili errori (Maria, 3E “Lucrezio caro”) Come
esprimere con le parole emozioni così forti. E’ difficile, forse
impossibile. Un viaggio tra le anime
che lascia un vuoto
immenso, un vuoto immenso
che rende impotenti. La mente si ferma, cerca di cogliere immagini,
sguardi…. ( Sara, 3E “Lucrezio Caro”) Disagio
che per noi durerà un momento: l’umidità passa dalla suola delle
scarpe e sale fino alle ginocchia nella Risiera di san Sabba. Poi il
ricordo si fa grande e ci inghiotte. Passa prima per lo stomaco
poi per il cuore. Ci ha graffiato, si è aggrappato con forza
alla nostra mente dinanzi alla cella buia. Manca l’aria. La nostra
vita di oggi è l’estensione di rami e foglie dalle radici di ieri. Ho
letto volti, grida, ultimi sorrisi sulla corteccia dell’albero a san
Martino e il silenzio ha un suono profondo, denso, si agita tra quelle
piante. Carpi, Marzabotto, nomi su nomi, date mesi, giorni, bambini,
vecchi, gente sconosciuta ma non anonima. Dappertutto risuona la forza
delle idee. (Elena 3E “Lucrezio Caro”)
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Diario
personale di: David Pavoncello
V°A geometri Ecco sono qui in pullman appoggiato al finestrino ad
ascoltare musica e a scrivere. Sono arrabbiato e allo stesso tempo rammaricato allo
stesso tempo… Nonostante mi trovi a Bolzano diretto al nuovo albergo e
nonostante nei giorni precedenti siamo stati a visitare: Carpi, Fossoli,
Marzabotto… e a parlare delle vicende degli ebrei dei prigionieri
politici, mi sono trovato “di fronte” ad una discussione di alcuni
ragazzi dietro al mio tavolo all’ora di pranzo… Per farvi capire la
battuta più carina c’è stata quando durante il pasto è arrivato il
primo (pasta con funghi, piselli e prosciutto) ed uno dei ragazzi ha
chiesto cosa vi fesse dentro il piatto; ed un altro prontamente ha
risposto: “è la carne degli ebrei”. Quando sei ebreo sai benissimo come comportarti a
seconda della situazione, perché di queste, ne senti un’infinità. L’ignoranza della gente è diffusa come una
malattia. Quando sei ebreo parti subito col presupposto di
essere solo che comunque devi risolvere la situazione senza andarti ad
avventurare in discussioni che non sei in grado di gestire. Questo avviene perché per molti giovani è un gioco,
è uno slang (“Stai a fa il rabbino”, “Nun fa l’ebreo”, ecc.)
non rendendosi conto di ciò che dicono perché, per ignoranza, non
conoscono neanche il significato etimologico del termine. Fortunatamente non tutti sono così… per esempio
c’è Luigi (Gigi) che si è rivelato un grande amico e un gran
simpaticone (e anche colui che mi ha dato il soprannome: Martino),
Valerio che con i suoi modi di fare ci fa scompisciare a tutti, Marco ed
Emanuele i miei primi compagni di stanza e complici (si fa per dire) con
le ragazze, Jary e Cristina conosciuti l’altro ieri ma già grandi
amici; Valeria, Chiara, Valerio, Davide rivelatisi anche loro buoni
amici e poi Laura e Giuditta che mi hanno sopportato fino ad ora… non
dimentichiamo poi gli amici di oggi: Gerardo serio ma giocherellone,
Riccardo (Capsula) il gigante simpatico della situazione, Serena (Puffetta)
amica simpatica e giocherellona come sono io (la quale mi ha
soprannominato: Fagiolino) e infine Paolo simpatico e complice di
scherzi. Ritornando al discorso di prima… vorrei sapere quei
ragazzi che ce li ha portati ad un viaggio del genere, se non riescono
neanche a comprenderne il significato ed il senso. Ieri
sera al mio tavolo sono stato con le ragazze con le quali sono partito e
successivamente con i fotografi, che si sono uniti a noi. I ragazzi dell’altro ieri come di logica bullesca e
di vigliaccheria hanno stuzzicato a dovere durante la sera (occhiatine,
bisbigliatine, ecc. in pratica tutto ciò che ti fa capire che stiano
parlando di te); naturalmente da parte mia non c’è stata alcuna
risposta (dopotutto perché dargli soddisfazione). Comunque dopo un po’ di battute, uno dei fotografi
(Pablo) mi ha chiesto come mai non mangiassi carne, ed io ho detto che
semplicemente la mangiavo Kasher, tutto qui. Da questo sono partiti vari discorsi sull’argomento
per poi spostarsi mano a mano sulla guerra attuale e sui vari governi al
potere in questo momento; bhè come posso dirvi… è stato piacevole
parlare con gente con la quale aprire un “dibattito” tranquillo e
sereno, ma soprattutto interessante. Il resto della serata fino all’una e mezza si è
svolta in un pub dove c’era il karaoke… durante il tragitto (dall’hotel
al pub) abbiamo incontrato (io, Valeria, Davide, Valerio e Chiara) un
gruppo di napoletani con i quali abbiamo passato un quarto della serata. Superato il tentativo di fare nottata alle cinque e
mezza e dopo aver mangiato due cornetti caldi sono andato a dormire. Mi sono svegliato nel pullman che eravamo arrivati a
Trieste… ancora assonnato sono sceso e dopo essermi svegliato e dopo
aver alzato lo sguardo ho visto la cosa più brutta che abbia mai visto,
la cosa che nessun documentario può trasmettere e cioè: la risiera di
San Sabba. Non è tutto come allora considerando che solo 1/3
del campo è rimasto integro… non so come facciano le persone a ridere
in certi momenti, sì avete capito bene, ridere… io a stento trattengo
le lacrime e le forze di stomaco non mi danno tregua. Nel museo della Risiera due ragazze guardando delle
tuniche dei deportati hanno detto: “Però, è un po’ fuori moda non
trovi?”. Sul libro delle firme una prof.ssa ha detto che un
altro insegnante aveva notato su questo, una scritta: “Duce sei la mia
luce”, e poi una svastica disegnata col gesso per terra sul cemento. Adesso giudicate voi. Questi eventi di razzismo e antisemitismo in questi
cinque giorni particolari di memoria, ci fanno riflettere e comprendere
che in fondo c’è da fare ancora molto per i giovani, che come si dice
sono il futuro del mondo; anche
perché per i più anziani, che per la maggior parte con la loro
ignoranza trasmettono ai più giovani dei valori sbagliati, non c’è
più nulla da fare… anche perché se così fosse, non ci aspetterebbe
un gran bel futuro nel quale poter vivere in pace tutti insieme. Cinque giorni anche se pur intensi di visite in
luoghi importanti non sono serviti… quindi, sempre secondo la mia
opinione, penso che questi viaggi dovrebbero essere molteplici, o meglio
ancora, insegnare e far capire una cultura diversa dalla loro. In questo viaggio, pur essendomi portato il talled
(manto di preghiera), i tefillin (scatoline che contengono lo scemà e
che si legano sul braccio e sul capo), e la tefillà (libro di
preghiera), non ho avuto o meglio, non ho voluto, “espormi” davanti
agli altri: un po’ per paura di sotterfugi delle persone (mediante i
quali sai che la gente dice qualcosa, magari qualcosa di brutto), un
po’ per non fare la figura del fenomeno da baraccone e un po’ per la
paura di perdere quei pochi amici trovati. Ieri sera per esempio, sono riuscito a celebrare
l’entrata del sabato grazie soprattutto a due ragazzi (che tra
l’altro mi hanno permesso anche di pregare questa mattina) con i quali
ho condiviso la stanza e grandi risate, vale a dire Eugenio e Andrea. Con loro mi ha fatto piacere trascorrere qualche
istante di chiacchiere perché (e si vedeva benissimo), sono ragazzi che
sanno e che insegnano molto con ciò che conoscono e con i loro
comportamenti. In questi ultimi tempi si parla molto di pace… ma
come si può parlare di questo se prima ancora c’è da risolvere un più
grande e grave problema che esiste da secoli e continua a persistere…
sto parlando del… RAZZISMO. Diretti a Pomposa (12/04/03), penultima tappa prima dell’arrivo in
pullman, ho avuto il piacere di ricevere da Eugenio e Andrea (amici di
gita) una bellissima lettera nella quale vi era scritto: “Carissimo David, questa notte si è verificata una situazione molto particolare e
simpatica. Tre persone con una visione diversa del mondo, delle idee, ed una fede
diverse si sono trovate insieme, forse per caso. Quello che tra i più
sarebbe potuto diventare una realtà conflittuale è invece stata
forse l’esperienza più costruttiva ed espressive dell’intero
viaggio. Sono stati passati all’insegna dei più alti valori che
rispondono al nome di rispetto e alla serena condivisione di culture
diverse. Siamo stati davvero felici nel leggere le parole del tuo
diario di viaggio e desideriamo esprimerti la nostra stima e
riconoscenza. Il nostro incontro è stato dimostrazione della
possibilità di coesistenza pacifica e proficua d’identità non
identiche. Speriamo in un approfondimento dell’amicizia nata durante questo
“viaggio nella memoria” e della simpatia (intesa come “sentire
insieme”) intercorsa tra di noi. Eugenio
& Andrea
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Giornata della memoria 27 gennaio 2003 Sono
ormai diversi anni che in Europa si celebra la Giornata della Memoria.
L’Italia solo di recente ha istituito questa commemorazione attraverso
una legge , la n. 211 del
20/7/00, legge Colombo – De Luca dal nome dei suoi primi firmatari. Leggiamone
il testo: Art.1
La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data
dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, “ Giorno della
Memoria”, al fine di
ricordare la Shoah ( sterminio del popolo ebraico) ,le leggi razziali,
la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno
subito la deportazione, la prigionia, la morte, nonchè coloro che,
anche in campi e schieramenti diversi ,si sono opposti al progetto di
sterminio, e a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e
protetto i perseguitati . Art.2.
In occasione del “ Giorno della Memoria” di cui all’articolo 1,
sono organizzati cerimonie, iniziative, incontri e momenti comuni di
narrazione dei fatti e di riflessione, in modo particolare nelle scuole
di ogni ordine e grado, su quanto è accaduto al popolo ebraico e ai
deportati italiani e politici italiani nei campi nazisti in modo da
conservare nel futuro dell’Italia la memoria di un tragico e oscuro
periodo della storia del nostro Paese e in Europa, e affinchè simili
eventi non possano mai più accadere. Uno
degli obiettivi principali del testo iniziale della proposta di legge
era quello di ricordare espressamente la Shoah, sottolineando anche
l’errore commesso nel 1938 con l’introduzione delle leggi
razziali in Italia , mentre i gruppi contrari a questa impostazione
avrebbero voluto invece condannare genericamente tutte le repressioni
politiche, religiose e sociali. Dalle
trattative politiche durate circa tre anni, cioè dal 1997, è uscito un
testo conclusivo che non scontenta nessuno, in quanto evidenzia
l’esistenza della Shoah e dei suoi caratteri speciali, ma non fa alcun
riferimento al fascismo, a Vittorio Emanuele di Savoia che sottoscrisse
le leggi del 1938, alla Repubblica sociale italiana e alla ideologia che
portò gli Ebrei allo sterminio. Conviene
allora risalire a quel tragico autunno del 1938 quando il regime
fascista introdusse la definizione giuridica di”appartenenti alla
razza ebraica” basata su una impostazione biologica razzista, secondo
la quale erano ebrei gli individui con ascendenti di razza ebraica,
indipendentemente dalla religione che si praticava o si era praticata. In
questa fase di”persecuzione dei diritti”, la questione antiebraica
si doveva risolvere con l’eliminazione degli Ebrei italiani e
stranieri dalla società italiana. Infatti con decreto legge fu
stabilito per gli”appartenenti alla razza ebraica” di dichiarare
tale loro caratteristica presso gli uffici comunali; gli ebrei furono
così censiti e la loro razza fu indicata in tutti i certificati,
libretto di lavoro, passaporti, carte d’identità. Sempre
nel’38 ci fu l’esclusione degli Ebrei dalle forze armate e
dal PNF; il divieto dei matrimoni misti, di avere alle dipendenze
domestici ariani e via di questo passo. Per quanto riguarda la scuola il
14 dicembre del’38 rappresentò la data di cessazione dal servizio
degli insegnanti e degli
altri dipendenti scolastici ebrei; nello stesso periodo furono anche
esclusi gli studenti ebrei dalle scuole e dalle università. Tuttavia,
i provvedimenti presi non ebbero in un primo tempo come effetto
l’allontanamento fisico degli Ebrei
dalla penisola, come lo spirito delle leggi avrebbe auspicato, ma ne
causarono la separazione dagli altri cittadini, e crearono una
antisemitizzazione della popolazione e della società. Questo
effetto fu tanto più sentito, in quanto le leggi razziste italiane
erano dal punto di vista formale più drastiche e capillari perfino
delle stesse leggi razziali tedesche, a cui il legislatore si era
ispirato. Si
evidenzia così una peculiarità delle leggi razziali italiane: la
presenza scrupolosa di tanti artifici e cavilli legali, istituzionali e
burocratici che ne consentirono un’applicazione odiosa anche nei
minimi dettagli della vita quotidiana, e facilitarono quindi la ricerca
di pretesti ed occasioni per allontanare gli ebrei dalla vita civile del
Paese. Numerosi furono i funzionari pubblici che applicarono in modo zelante a vario titolo questi provvedimenti, ingraziandosi in tal modo le autorità, e che per questo furono considerati dal regime come “socialmente utili”, in quanto realizzavano un “obiettivo statale”. E’
quindi oltremodo doveroso ricordare invece i cosiddetti “giusti”,
tra cui 281 italiani, ovvero coloro che si sono adoperati in vario modo
per aiutare i perseguitati e si sono così opposti
alla bieca applicazione di queste leggi, indicandoci come anche
in presenza di leggi inique e in un contesto sociale comunque avverso,
delle persone normali, non necessariamente eroi, né spinti da
particolari motivazioni personali, politiche o civili, possano sempre
dare il loro contributo di solidarietà umana e di giustizia,
opponendosi a quanto palesemente oltraggioso della dignità umana,
semplicemente perché era una cosa giusta da fare. Elisabetta
Baldazzi
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Perché
parlarne a scuola. Riflessioni sulla memoria Questo
Millennio sembra proporre un nuovo imperativo: quello di
ricordare. Il ricordo riguarda al tempo stesso l’ uomo e l’ umanità.
A lungo sono state coltivate memorie
tese a denigrare il nemico, ora sembra farsi strada un nuovo modello del
ricordare: il riconoscimento. Le religioni si riconoscono tra di loro
con solennità, si esprime pentimento per gli errori e le mancanze per
favorire la riconciliazione tra i popoli. Ci sono nuove date nei
calendari civili che istituzionalizzano la memoria.. In sè questo non
è garanzia di agire bene. Tutto si può sacralizzare e banalizzare. Nel
caso specifico facendo assimilazione abusiva tra presente e passato.
Identificando per esempio in tizio o caio i
“nazisti” di oggi. Le conoscenze storiche serie e fondate
sono l’ unico antidoto per superare questi rischi di abuso
della memoria perché la pacificazione in nome di un generico umanesimo
lascia molto di irrisolto. Per esempio è ancora forte il tema della
colpa e del rapporto tra vecchie e nuove generazioni cui chiedere conto
delle scelte fatte soprattutto se riflettiamo
che nella storia di un uomo, di una donna, c’è la storia di un
Paese. In Italia, da dopo
la guerra fin quasi agli anni ’90, poco e lacunosamente se ne è
parlato. Quasi quaranta anni di silenzio, quaranta anni come la biblica
traversata del deserto. Si è rivelato altissimo il prezzo della
rimozione storica. E’ stato messo in discussione il senso della
democrazia e dell’ uguaglianza. Si sono sviluppate forme di
intolleranza e di razzismo. Se è vero che quello che è accaduto può
ancora accadere dobbiamo constatare che l’ opera di prevenzione non è
stata efficace. Molti giovani sono divenuti “tabula rasa”, appunto
perché irresponsabilmente crsciuti “ignoranti”
e solo per questo disposti ad accogliere le tesi del
negazionismo (si sostiene contro ogni evidenza che nulla è
accaduto) e revisionismo ( si insinua un ridimensionamento degli eventi
fino a relativizzarli con improprie comparazioni) e non si
“vaccinavano” le generazioni contro un male che può essere sempre
in agguato. La Shoah non può
essere addebitata come colpa ai tedeschi nati dopo la guerra, su di
loro, come sugli italiani, gli europei… nati dopo la guerra, ricade la
responsabilità del ricordo cioè guardare in faccia la propria storia.
Le colpe sono di chi ha commesso i crimini ma le conseguenze della colpa
devono affrontarle pure le generazioni successive. Ma si può imporre
una memoria riferita alla coscienza di chi non era neppure nato?
Si può, perché questa analisi fa emergere ancora squarci di
verità nel bene come nel male. Pensiamo
alla vicenda di Giorgio Perlasca resa
nota solo di recente e alle testimonianze che solo ora si raccolgono in
Germania relative a persone
che hanno agito clandestiname e il cui coraggio non è stato ancora
deguatamente riconosciuto. Nella ricorrenza del Giorno della Memoria
ricordiamo lo sterminio razziale degli ebrei e degli zingari; e rimane
una domanda senza risposta e senza eguali rispetto alle esperienze dei
gulag di Stalin, dei massacri in Cambogia e in Cina. Nessuna
omologazione è possibile. Troppo orrore. Hitler ebbe mandato di formare
il governo il 30 gennaio 1933,i campi di Dachau e di Esterwegen furono
costruiti nel marzo dello
stesso anno, gli ebrei vengono progressivamente emarginati, le leggi
razziali di Norimberga sono del 15 settembre 1935. Con la guerra il
sistema concentrazionario entra in una nuova fase.La popolazione dei
campi di concentramento è formata anche dagli oppositori tedeschi cui
si aggiungono tutti coloro che in Europa lottano contro l’ egemonia
nazista. In base a un decreto del 7 dicembre 1941 tutti gli oppositori
vengono definiti “i notte e nebbia” e devono sparire senza lasciare
traccia. 12 milioni di persone furono deportate nei campi di
concentramento e nei campi di sterminio, in totale 11 milioni di esseri
umani vi furono assassinati. Tra di loro oppositori politici,ministri
del culto,religiose, malati di mente, testimoni di Geova,omosessuali,
disabili fisici e due popoli destinati allo sterminio. Gli ebrei (morti
in numero probabilmente superiore ai 6 milioni generalmente ammessi) e
gli zingari (mezzo milione di morti). I primo ebrei italiani giunsero a
Birkenau, campo prossimo a quello di Auschwitz
il 23 ottobre del 1943, erano i 1023 deportati di Roma,
rastrellati il 16 ottobre. Solo 114 furono gli ebrei italiani liberati
nei due campi di Auschwitz-Birkenau. Unica donna superstite dalla razzia
del ghetto di Roma fu Settimia Spizzichino che da Auschwitz passò a
Bergen.Belsen, dove morì Anne Frank. Da qualche tempo si sente
argomentare che si può
parlare della Shoah a patto che si affronti contemporaneamente la
tragedia delle foibe, il flagello dell’ Aids, la sofferenza dell’
Africa. Il rischio è di fare della pessima informazione perché non si
concede alle diverse tragedie il giusto percorso di approfondimento
fatto di iniziative lungo le quali si affrontano studi seri e si
prendono iniziative adeguate. E’ una offesa ai martiri delle foibe,
per esempio, utilizzarli come contrappeso in una assurda bilancia
dettata appunto da un abuso della memoria operato da alcuni schieramenti
politici. Affrontare
un problema significa innanzitutto studiarlo e decidere cosa proporre a
sé stessi nella propria attività quotidiana. La storia del Novecento
costringe a prendere posizione e a volte si ha la sensazione di non
avere gli elementi necessari per assumere una posizione giusta.
Ma non è solo questione di correttezza storiografica che pure va
responsabilmente indagata. La prospettiva è veramente e centralmente
quella educativa. Chiunque pensi ad un nuovo nazismo o a un nuovo
fascismo, sostiene Simon Wiesenthal “deve sapere che, alla fine, sarà
sempre la giustizia a vincere”
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