Forza e violenza nella lotta di classe
combattere il militarismo bellico, la metodologia
statale del terrore, con l'armamento proletario

 

PARTE SECONDA
"PARTITO ARMATO" e PARTITO RIVOLUZIONARIO
(III)

 

 

 

Dall’inizio dell’anno stiamo pubblicando una serie di testi selezionati appositamente che esprimono il punto di vista marxista sulla violenza. Nella prima parte (apparsa nei Supplementi 16/1, 1-16/2, 1-16/3, 1-16/4, 1-16/5, 1/6/2004) abbiamo riportato alcuni scritti di Engels Lenin e nostri, già raccolti e pubblicati nel volumetto "Rivoluzione e Terrorismo" edito nel 1978 dalle Edizioni L’Internazionale. Questi scritti danno l’inquadramento elementare, teorico e politico, del tema.

In questa seconda parte pubblichiamo, in successione cronologica, le nostre prese di posizione apparse sui nostri organi di stampa a caldo nel corso dello sviluppo degli avvenimenti, più specificamente connesse all’attività e alla critica dei "gruppi lottarmatisti". Le puntate precedenti sono apparse nei Supplementi del 16/6 e 1/7/2004. Riteniamo opportuno ripubblicare queste prese di posizione per l’utilità che esse conservano ai fini della lotta politica odierna contro il terrore statale e anche nei confronti dei falsi sinistri approdati al pacifismo sociale. Ogni testo è preceduto dall’organo di stampa da cui è tratto.

 

TRE SECOLI DI RECLUSIONE AI NAP. LA MAGISTRATURA DEMOCRATICA PRONUNCIA LA SUA VENDETTA. LOTTA ARMATA E LINEA DI CLASSE

Articolo apparso su RCSud n. 2 del 17/3/1977 e Lotte Operaie Murale n. 136 del 17/2/1977

 

La Corte, di Assise di Napoli ha emesso, il 16 febbraio all’alba, la sentenza a carico dei NAP. La Corte ha inflitto 289 anni e 11 mesi di carcere a 22 giovani, molti dei quali rei di niente, e tutti imputati di reati che non giustificano una così pesante condanna. Ecco le pene globali (cumulando reclusione e arresto): Giovanni Gentile Schiavone 22 anni; Nicola Pellecchia 21 anni e 5 mesi; Antonio De Laurentis e Aldo Mauro 20 anni e 5 mesi; Fiorentino Conti 20 anni; Domenico Delli Veneri 18 anni e 5 mesi; Pietro Sofia 16 anni e 5 mesi; Giorgio Pannizzari 16 anni e 4 mesi; Pasquale De Laurentis 15 anni e 4 mesi; Alberto Buonoconto e Claudio Carbone 15 anni; Maria Pia Vianale 13 anni e 5 mesi; Alfredo Papale 10 anni e 10 mesi; Giuseppe Sofia 10 anni e 3 mesi; Edmondo De Quartez 9 anni; Roberto Galloni 7 anni e 11 mesi; Enrico Galloni, Claudio Savoca, Franca Salerno 7 anni e 5 mesi ciascuno; Maria Rosaria Sansica 6 anni; Roberto Marrone 5 anni e 4 mesi; Pasquale Abatangelo 4 anni e 6 mesi.

Questa è la sentenza emessa da una Corte che, nelle prime battute del processo, ha rischiato di essere deferita dal PSI e dal PCI al Consiglio Superiore della Magistratura per debolezza verso gli imputati. Si conclude così, con questa condanna esemplare, il primo grado di un processo di Stato; di un processo che ha dimostrato con estrema eloquenza come lo Stato democratico manipoli gli stessi codici fascisti per punire ferocemente chi lo sfida in nome del comunismo.

I NAP hanno avuto numerosi morti ma non hanno ucciso nessuno. Le loro azioni sono stati atti dimostrativi. L’unica persona rimasta sul terreno è l’agente Palumbo morto nel tragico attentato del 14 dicembre scorso al vicequestore Noce che costò la vita a Martino Zicchitella e che va ancora chiarito. Essi hanno invece perso: il 29/10/1974 Giuseppe Romeo e Luca Mantini fucilati a Firenze da una pattuglia di polizia; l’11/3/75 Vitaliano Principe; il 30/5/75 Giovanni Taras; il 15/7/75 Anna Maria Mantini freddata dall’agente Tuzzolino. La sentenza rivela perciò la sua carica di furore reazionario.

Gli imputati, naturalmente, erano preparati ad un esito del genere. Pasquale Abatangelo aveva dichiarato, tempo prima, ai giudici di Firenze: "La vostra giustizia si configura come una vendetta verso i compagni e come premio verso i servi per cui non ci interessa, anzi ci interessa solo il metodo per disorganizzarla e per smascherarla agli occhi del popolo". Noi esprimiamo il nostro sdegno contro la legalità del terrore e diamo la nostra solidarietà politica ai condannati.

Ciò fatto, ci permettiamo alcune osservazioni sulla condotta tenuta dai NAP al processo. I rappresentanti dei NAP hanno improntato il loro atteggiamento, nell’aula dell’assise, al criterio sbagliato del "confronto armato"; criterio che discende dall’errore di partenza della visione nappista: "la strategia di lotta armata". Essi hanno cercato di trasporre nell’aula giudiziaria quello scontro che solo all’esterno era praticabile; peccando di primitivismo. Un prigioniero non può continuare la guerra, con le stesse armi, contro chi lo ha in potere. Così è sfumata l’azione di smascheramento del processo, cioè il processo allo Stato.

In base a un giusto criterio marxista, nel processo che lo Stato borghese monta ai rivoluzionari, il compito dei rivoluzionari è quello di respingere la veste di imputato, di rivendicare l’autodifesa (che non comporta preclusione automatica dei difensori), e, stando sul terreno del dibattito, trasformare il processo dello Stato in un processo allo Stato. Questo è il metodo che permette ai rivoluzionari di smascherare la "giustizia" borghese agli occhi delle masse proletarie.

Passiamo ad un’altra questione. Alcuni giorni prima dell’inizio del processo, nel foglio "Sud proletari in rivolta" di ispirazione nappista, era espresso l’augurio che il processo non costituisse "un cadavere per avvoltoi"; ma "un momento per il dibattito sulla lotta armata". In effetti il processo, invece di aprire questo dibattito lo ha freddamente soffocato col cappio della criminalizzazione. In ogni caso non è dal processo, che è una macchina di vendetta dello Stato, che può derivare popolarità a questo dibattito. La lotta armata, come sviluppo della lotta di classe, ha la sua università nella pratica e tra le masse. Non è un concetto da importare dall’esterno. La parte più avanzata delle masse, e anche la stragrande maggioranza di esse, nello sviluppo del processo rivoluzionario, questa lotta la fa. Ancora il proletariato italiano non è pronto per questa forma di lotta. Esso deve prima sviluppare la sua organizzazione autonoma di combattimento, sul terreno economico-sociale e su quello politico. Senza di che parlare di lotta armata è puro velleitarismo.

Ed ora una terza questione. Si può convenire, sul piano metodologico, con quanto affermano i NAP e cioè che l’"esperienza di clandestinità" sia valutata, non in base ad apprezzamenti astratti o moralistici, bensì in relazione al "progetto complessivo che il proletariato sta elaborando". Prescindendo dal fatto che il proletariato non elabora e non sta elaborando alcun "progetto complessivo" è corretto valutare l’attività clandestina dal punto di vista dello sviluppo della lotta di classe, dal punto di vista delle sue esigenze di sviluppo; stabilendo, alla stregua di questo criterio, se tra l’uno e l’altro c’è corrispondenza o meno. Ora, valutando in base a tale criterio, emerge che tra l’attività clandestina dei NAP e lo sforzo compiuto dagli elementi combattivi del proletariato per darsi un’organizzazione adeguata di lotta contro l’ordine della crisi e della reazione, non c’è alcun legame.

La storia del movimento proletario è costellata da tentativi immaturi e generosi. Anche questi, come l’azione dei NAP, contribuiscono all’elaborazione della linea di classe e all’applicazione dei giusti metodi di lotta (alla combinazione dei metodi legali e illegali). Spesso essi pongono, in modo acerbo, un’esigenza permanente. In questo senso il dibattito sulla lotta armata, che è un aspetto della questione militare della rivoluzione, non può che incontrare un crescente interesse con lo sviluppo della lotta rivoluzionaria. Si illudono, quindi, i democratici sanguinari che pensano di stroncare col terrore le azioni e i metodi violenti di lotta. Il terrore statale genererà una reazione sempre più violenta nel seno delle masse.

Concludiamo richiamando quanto abbiamo scritto a caldo su Lotte Operaie murale n. 136 del 17/2:

 

"Nell’esprimere il nostro sdegno contro questa sentenza terroristica e la solidarietà ai condannati, teniamo a sottolineare la risolutezza e lo spirito di devozione che hanno dimostrato questi ultimi; e rivendichiamo queste qualità come doti indispensabili per la lotta rivoluzionaria; doti che noi internazionalisti reintegriamo alla tattica e alla strategia proletaria. I NAP hanno dimostrato qualità personali essenziali alla lotta rivoluzionaria. Si tratta di unire queste qualità alla strategia di classe per sviluppare la lotta rivoluzionaria su tutti i fronti (economico, sociale, politico, ideologico) e con tutti i metodi adeguati di lotta (da quelli legali a quelli illegali). Si tratta di puntare fermamente all’organizzazione autonoma e partitica delle grandi masse proletarie, necessaria per poter portare l’attacco alla macchina statale della borghesia per distruggerla e sostituirla con la dittatura del proletariato."

 

NUOVI PROCESSI E TRASFERIMENTI AI N.A.P.

Presa di posizione tratta da Lotte Operaie Murale n. 137 del 28/2/1977

 

La Corte di Assise di Napoli processerà, nuovamente, gli aderenti ai Nuclei armati proletari. Questa volta si tratta di singoli attentati attribuiti al gruppo. Attentato ai magistrati Paolino Dell’Anno e Margariti; attentato al presidente dell’unione petrolifera Theodoli; attentato al vicequestore Noce. Un nuovo processo che dimostra quale furore punitivo anima la "giustizia borghese"!

Ad investire del nuovo processo l’Assise di Napoli è stata la Corte di Cassazione che, evidentemente, è rimasta abbastanza soddisfatta dell’operato dei giudici napoletani. Mentre a Napoli si prepara un nuovo processo di regime, da Napoli vengono trasferiti, per le destinazioni più lontane e nei penitenziari più orridi, i "nappisti" già condannati.

Alle autorità carcerarie e di sorveglianza non basta che i condannati stiano nel carcere di Poggioreale sotto sorveglianza speciale; ad esse aggrada che gli elementi più rappresentativi dei Nap assaggino le galere più dure. Così Gentile Schiavone, condannato a 22 anni, e Nicola Pellecchia, condannato a 21 anni e mezzo, sono stati spediti all’Asinara in Sardegna per "rimeditare sul loro operato".

La magistratura, il governo dello Stato democratico, non ha nulla da invidiare ai più feroci aguzzini d’altri tempi. Per questo il cuore di ogni proletario deve riempirsi di un odio inestinguibile e di una profonda volontà rivoluzionaria.

 

UN COMBATTENTISMO DIMOSTRATIVO MA INEFFICACE E SENZA PROSPETTIVA. SULLE "UNITÀ COMBATTENTI COMUNISTE".

Presa di posizione tratta da Lotte Operaie Murale n. 139 del 31/3/1977

 

In un solo giorno, il 29, il gruppo clandestino che si firma "Unità Combattenti Comuniste" (UCC), ha legato il proprio nome a 5 azioni dimostrative compiute in diversi punti del paese. La mattina a Roma, un commando ha sparato alle gambe al direttore del poligrafico dello Stato, Vittorio Morgera. Verso sera alle 19, 4 commandos hanno fatto irruzione in altrettante sedi della Confapi: a Roma in 7 nella sede della Federlazio; a Prato in 5 nella sede della Tecnotessile; a Milano in 3 nella sede della ISGO; a Firenze in 3 nella sede della Federtoscana. Dopo queste imprese contemporanee, la formazione UCC, nota per altre precedenti imprese, ha acquistato una certa efficienza operativa che la pongono in una posizione di rilievo dopo BR e NAP. L’antiterrorismo è lanciato alla caccia dei suoi aderenti.

In un volantino rinvenuto a Milano, riportato dalla stampa è detto: "Tale azione rientra nella campagna nazionale d’attacco contro gli enti e gli istituti che portano avanti un piano di riorganizzazione del comando capitalistico sulla classe operaia ..." E conclude: "Compito attuale delle avanguardie combattenti è ricostruire i legami tra i piani politici padronali, gli enti, e gli istituti collegati a questo disegno di decentramento produttivo e scatenare contro questo l’intelligenza, la forza del movimento di classe". In un messaggio lasciato a Roma è scritto: "Dotarsi di una linea di combattimento, attaccare e distruggere gli istituti di comando sul "lavoro nero" ... organizzare reparti operai combattenti per la guerriglia contro il capitale".

Dalle azioni e dalle dichiarazioni emergono elementi a sufficienza per poter valutare le UCC. Siamo di fronte ad una formazione politica che riduce la lotta al capitale all’aspetto militare di questa lotta. E scambia gli apparati di dominio economico dei padroni (gli istituti di comando sul lavoro nero) col dominio di classe e col potere statale. Il combattentismo, di cui esse si fanno sostenitrici, ha carattere puramente dimostrativo: mira a colpire, significativamente, le estrinsecazioni del dominio di classe. Ma è inefficace sul piano della lotta di classe, del suo sviluppo e della sua prospettiva politica: la conquista del potere. Questo tipo di guerriglia al capitale non è, dunque, una forma più avanzata di lotta proletaria, ma una forma estremizzata di deviazione da questa lotta, che va condotta con la massima ampiezza, costanza e lungimiranza rivoluzionaria.

 

L’ARRESTO DI SAVERIO SENESE un’ intimidazione terroristica

Presa di posizione tratta dal Supplemento del 10/5/1977

 

Su mandato di cattura del giudice di Roma, D’Angelo, sono state arrestate il 2 maggio sei persone presunte appartenenti ai NAP, tra cui l’avvocato Saverio Senese, di Napoli. L’accusa mossa al giovane legale (31 anni) è quella di associazione a bande armate. Senese viene considerato dal giudice D’Angelo il tramite tra i "nappisti" in galera e l’esterno. L’arresto di Senese, membro del "soccorso rosso" e difensore insieme a pochi altri avvocati di elementi di sinistra o di appartenenti a gruppi armati clandestini, è un atto di intimidazione terroristica dei SdS e del ministero degli interni. Nella loro smania repressiva, questi cani da guardia della borghesia, si avventano furiosi anche contro chi coi NAP o le BR ha rapporti puramente professionali. Abbasso la legalità del terrore! Fuori Senese e le altre persone arbitrariamente arrestate!

 

NIENTE BRIGATISMO LOTTA PROLETARIA

Presa di posizione tratta dal Supplemento del 10/5/1977

 

La Corte di Assise di Torino il 3 maggio ha dovuto rinviare a tempo indeterminato il processo a carico di 53 appartenenti alle Brigate Rosse. Dopo l’uccisione del presidente dell’ordine degli avvocati, Fulvio Croce, da parte dei "brigatisti", i giudici popolari non se la sono sentita di far parte del collegio giudicante e si sono dati, in maggioranza, ammalati. Apparentemente questa inceppatura della macchina giudiziaria borghese segna un successo momentaneo delle Brigate Rosse nei confronti del potere statale; ma nella sostanza essa copre la crescente volontà repressiva del blocco di potere e la disperata debolezza politica del "brigatismo".

Nel comizio tenuto a Torino il 30/4, a conclusione della nostra manifestazione di partito per un 1º maggio di lotta proletaria, abbiamo spiegato che lo Stato borghese non è affatto "in ginocchio" per gli attentati dei "brigatisti" come paventano i perbenisti o fantasticano certi pseudo-rivoluzionari. Lo Stato borghese è lanciato in una frenetica reazione. Tutta la propaganda sulla supposta debolezza dello Stato serve a mascherare questa frenetica attività reazionaria (leggi eccezionali, militarizzazione della vita pubblica, ecc.). Non sono le uccisioni terrorizzanti, come quella dell’avv. Croce, che possono contrastare questo processo o bloccare la macchina repressiva borghese. Per contrastare questo processo e spezzare questa macchina ci vogliono giusti metodi di lotta e un programma rivoluzionario poggiante sulle masse sfruttate e sul protagonismo proletario. Il "brigatismo" è finito nel vicolo cieco di un velleitario quanto impotente confronto armato con lo Stato.

In alcuni manifesti murali riguardanti il rinvio del processo a nuovo ruolo, affissi al deposito F.S. di Genova-Brignole, all’università e alla Casa dello Studente, la nostra sezione di Genova sottolinea "niente guerra privata, lotta di classe proletaria". Essa osserva che l’azione dei "brigatisti", mancando di qualsiasi legame con le lotte e le esigenze politiche del proletariato, assomiglia sempre di più ad una specie di "guerra privata". Essa fa un appello ai giovani, che vogliono combattere realmente contro lo Stato borghese, ad organizzarsi nei comitati per la difesa proletaria e a rafforzare il partito rivoluzionario, armandosi della strategia di classe e dei metodi proletari di lotta.

Ciò che ci vuole è la lotta proletaria. Il governo, col decreto di sospensione dei termini della carcerazione preventiva, si è premunito immediatamente, dopo l’uccisione di Croce, contro ogni tentativo di sabotaggio del processo. Questa lotta proletaria esige l’organizzazione in organismi autonomi di lotta delle forze d’avanguardia proletarie; esige un orientamento conseguentemente classista di queste forze, esige una lotta sistematica su ogni terreno (economico, sociale, politico e ideologico); una lotta che parta dalla difesa delle condizioni di esistenza delle masse salariate ed investa, non solo le manifestazioni più violente del sistema, ma i meccanismi normali di oppressione. Avanti con coraggio in questa lotta.

 

(Continua)

SUPPLEMENTI 2004

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