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A.M. Rocca
Memorie di Rivara

PARTE SECONDA - RIVARA CIVILE

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Per tracciare un po' di storia di Rivara, è necessario rifarci ai remotissimi e fiorenti tempi della ligure e celtica Knappe e del suo illustre distretto, che ereditato poi dall'antica Canava, fu come il germe e l'origine del presente Canavese.

Città così potente e ricca quale era Knappe, doveva necessariamente avere attorno a sé castelli e fortezze, in posizioni strategiche, per sua difesa, specie quando, caduto l'impero romano, cominciarono le scorrerie e le irruzioni dei barbari. Fra questi propugnacoli io non dubito di collocare i castelli di Valperga, Rivarotta, Castellamonte, Camagna, Favria e Rivara senza contare quelli innalzati nelle alte valli del Soana e dell'Orea.

Come già avrà osservato il lettore nella parte prima, e vedrà in diversi luoghi ancora della seconda e terza parte del mio lavoro, noi siamo, per moltissimi casi in piena congettura, non avendo alcun documento in proposito. lo espongo, dopo averlo seriamente vagliato e maturato, il mio pensiero, la mia supposizione; lasciando poi agli altri piena. libertà di pensare pei loro studii e criterii, come meglio crederanno.

Nell'accennare fortezze, oltre un buon presidio di soldati, risiedeva un capo, o comandante, dipendente da chi, in Knappe e poi in Canava, reggeva la cosa pubblica. E niente ci vieta, anzi tutto ci induce a credere che, attorno a cotesti castelli e fortezze, sorgessero villaggi e paesi, abitati per lo più da coloro che coltivavano le terre e si occupavano della pastorizia.

Le cose durarono così sino alla venuta dei Longobardi in Italia, o, al più tardi, sino al 773, quando i Franchi, aboliti i ducati, crearono le contee coi rispettivi feudi e dipendenze.

Allora, o legalmente costituiti, o da usurpatori, quelli che governavano tali fortezze e presidii, si resero padroni dei paesi e villaggi, che circondavano i loro manieri, e cominciarono a farla da Signori, pretendendo dai loro sudditi fedeltà ed ubbidienza e relativi tributi. Questa, a parer mio, l'antica origine e la primitiva storia dei nostri circonvicini paesi.

Ora veniamo più particolarmente a Rivara. Noi sappiamo storicamente che, fin dal 1014, in un diploma dell'imperatore Enrico, enumerante le possessioni della celebre abbazia di Fruttuaria (ora S. Benigno), è detto che queste arrivavano fino a Rivara. E un paese, anche un misero villaggio non si forma né in un secolo, né in due; ma ce ne vogliono parecchi per dirlo tale e di qualche importanza, come già troviamo Rivara in altro documento del 1020. Ma, a conoscere meglio la veneranda antichità del nostro caro paese, ci vengono in aiuto gli studi geodetici e geologici.

Forse non vi era nel distretto di Knappe posizione più strategica e più propria per un castello, come la collina di Rivara. L'antichissimo suo castello occupava una parte del posto dell'attuale castel vecchio, prolungandosi però assai più verso mattino. E da due parti lo cingeva in basso e difendeva Viana, e dall'altra, a mattino, il villaggio stesso, mentre la collina morenica su cui sorgevano il castello ed il borgo, formava, per così dire, un muro, una quarta parte cioè di difesa, a mezzanotte.

In quei tempi, vale a dire qualche secolo innanzi al mille, ben diverso era il corso di Viana, e molto più alto il suo letto. Allora la collina di S. Bartolomeo era unita a quella del Castello vecchio; e chiunque si persuaderà di questo fatto, per poco che studi ed osservi il terreno dell'una e dell'altra. E noi ricordiamo che, prima che si inboschisse la collina a mezzanotte del castello, questa appariva nuda, giallognola, quasi tagliata a picco, precisamente come vediamo tuttora la collina opposta.

E chi compì questa separazione, e quando avvenne?

Il torrente Viana e l'arian di Camagna (Ritano delle Moglie, o della chiesa), scaricavano, in quei tempi, le loro acque nel basso fondo, dove ora si stende il prato e i campi, che costeggiano la discesa dal paese al nuovo ponte, sulla strada di Pertusio.

Ma quel fondo era naturalmente molto più alto che oggigiorno, e le acque ivi raccolte formavano un piccolo lago, uno di quei tanti laghetti che, in remoti tempi, abbondavano nei nostri paesi, prosciugati poi in seguito per un motivo, o per un altro.

Le acque esorbitanti uscivano dalla parte ove al presente s'innalza il campanile della chiesa dell'Annunziata; nel qual luogo, munita certamente di ponte levatoio, fu poi costrutta la porta, che sino al principio del secolo scorso si disse Regarda ed anche Soprana. E poi le acque correvano giù, quasi lambendo la collina del castello, ove ora si estende la via principale del paese, in fondo alla quale, all'altezza del Ballo, sorgeva, dessa pure col ponte levatoio, la porta detta di Viana, e poi soprannominata la Bruciata, per seguire il suo corso verso l'attuale San Bernardino; poco prima del quale eravi un ponticello per accedere alla chiesa parrocchiale di S. Giovanni. Di qui il nome di pianca e, più in giù, di vianelle alle regioni bagnate una ' volta dal Viana.

Del passaggio antichissimo di Viana pei luoghi accennati abbiamo prove sicure nelle sabbie e pietre di alluvione, che trovansi nelle cantine delle case formanti la Via Maestra, in palizzate trovate in scavi, che si praticarono nelle vicinanze di piazza Vittorio (il Ballo); nei terreni ghiaiosi, ed in muri a secco venuti alla luce, non è gran tempo, nei pressi delle Vianelle, luogo già così appellato in un documento del 10 agosto 1281 (V. Frola, Cartario etc.).

Quando Poi, e come siasi compita la grande impresa di atterrare colla mano dell'uomo la collina, che formava sponda al lago, fra il castello di Rivara e quello di Camagna e dare al Viana un nuovo letto ed un nuovo passaggio, chi potrebbe indovinarlo?

Ma è molto più probabile, ed io lo tengo per certo, che Viana, dopo avere col lavorio di tanti secoli cozzato e rosicchiato, per così dire, nel tratto suddetto di collina, in una sua furentissima piena, riuscì finalmente ad atterrarlo. E così si aprì un nuovo corso, già certamente segnato dai rigagnoli delle circostanti colline nell'opposto versante, lasciando asciutto l'antico letto, su di cui, coll'andare dei secoli, si formò e sorse il presente Rivara.

E man mano che, nella posizione bella, felice, a pieno mezzogiorno si fabbricava il nuovo paese, con regolarità di vie, fra cui la principale, munita, una volta, di portici dall'una e dall'altra parte, si abbandonava l'antico borgo, detto poi Ville Vecchie, fra il Mantello e il Castello. Restava ancora là l'antica parrocchia, che estendeva la sua spirituale giurisdizione anche sul Forno. mentre già qualche cappella sorgeva presso le nuove fabbricazioni, fra cui certamente quella della Nascita di N. S., e l'altra di S. Maria de Posatorio, di cui parlerò nella parte terza.

Chi siano stati i primi padroni o signori di Rivara e degli altri vicini paesi, è impossibile conoscerlo con certezza. Per quanto siasi studiata la questione, per sapere da quale luogo venissero, a quale famiglia appartenessero, si approdò finora a ben poca cosa. Questo poco però è sufficiente a farei credere che fossero costoro discendenti dai duchi Longobardi, qui fermatisi anche dopo che i Franchi si erano impadroniti dell'Italia.

Noi abbiamo visto già villaggio di una qualche importanza il nostro Rivara, ricordato nel diploma di Enrico 4° imperatore nel 1014; ed ora lo trovìamo, nel 1020, con altri paesi vicini, feudo del Conte Emerico, od Eimerico che da tutti gli scrittori nostrani si crede discendente dai suddetti antichi duchi Longobardi.

E costui rende consignora di Rivara la sua figlia S. Libania, che veniva, in detto anno, eletta prima abbadessa del nuovo monastero fondato in Busano dallo stesso Emerico, contemporaneamente signore di Barbania, Corio, Busano, Rocca e Rivara (V. anche Ferreri, Cenni su Barbania).

Qui credo bene di ricordare che un Conte poteva benissimo avere al suo comando più paesi, che reggeva o per sé, o per mezzo di valvassori, o castellani, secondo l'autorità di cui costoro venivano dal conte investiti. E pure poteva dividere l'autorità su di un paese o villaggio con uno, o più individui, anche non nobili, che dicevansi monsignori; i quali, vivendo nel luogo stesso del feudatario, o lontano, avevano diritto, loro riconosciuto dai Marchesi, e sovente dagli stessi imperatori, di riscuotere tributi e decime.

Pare certo che, fin dal principio, i Signori dei nostri paesi fossero soggetti ai Marchesi del Monferrato. Questo consta da moltissimi documenti, sebbene qualche Conte ricevesse poi investiture di altri luoghi da altri Marchesi e Duchi, e specialmente da Casa Savoia. Ai 2 di marzo 1163 l'imperatore Federico confermava ai Marchesi Monferrini, fra altre terre, anche il nostro Rivara.

Intanto i Conti di Valperga, che discendevano da Guido, figlio di Ardicio o Ardicino (nome che spesso volgevasi in Arduino; e qui certo da non confondersi col Re di questo nome!) conte del Canavese, si facevano in questo frattempo sempre più grandi e potenti. Verso il 1220, spentisi forse i discendenti di Emerico, o per maritaggio con qualcuna della sua famiglia, noi vediamo i ;Conti di Valperpga, pigliare possesso del nostro paese e del suo titolo feudale; ed uno di loro, pirevio atto di divisione, fatto nel 1232 e coll'approvazione del Marchese di Monferrato installarsi, quale Signore nel Castello di Rivara.

E così un Guido III, fu lo stipite dei Conti Valperga di Rivara, che governarono il paese nostro sino al 1793, in cui cotesto ramo si spense.

Guido moriva nel 1236, lasciando il figlio Corrado erede del feudo. Costui dovette certo incontrare molte difficoltà e forti nemici nel consolidare la sua giurisdizione sopra Rivara. Infatti si trova (V. Arch. di Stato di Torino, mazzo 30) che Guglielmo, marchese del Monferrato, dietro sue istanze, nell'atto che gli presta omaggio (luglio 1253), gli promette di difenderlo, e l'assicura di muovere guerra a suoi nemici etc.

E nuovi patti si stipulavano poi fra detto marchese e il nostro Corrado, unitamente, ad altri Conti di Valperga, con strumenti del 1 maggio 1262, del 7 aprile 1268, e di nuovo nel 1278.

Uomo audace ed invadente, Corrado si era impossessato di alcuni beni appartenenti all'Abbazia di San Benigno; e per questo, nel 1264 e di nuovo nel 1265, Giacomo Abbate di S. Stefano d'Ivrea, lo invita alla restituzione.

Ma perchè il conte non ottempera a' suoi ordini, l'Abbate suddetto lo scomunica (V. Cartario etc. del Frola). Nel 1277, Corrado era ancor vivo; e, certo riconciliato, colla Chiesa, donava alla plebanìa di S. Giovanni in Rivara alcune terre.

Poco dopo i Conti Valperga di Rivara divenivano pure padroni in parte, io non so se per compera, o per qualche eredità, di Forno, Busano e Levone con parte di giurisdizione su Rivarolo, Rivarossa, Barbania ed Ozegna. Nel 1330, il conte Pietro è pure investito della quarta parte di Oglianico e di Favria; ed altre investiture, più o meno importanti, ottennero in seguito i suoi successori dai medesimi conti e duchi di Savoia. Verso il 1334, essendosi Filippo di Savoia, Principe d'Acaia, impossessato di tutto il Canavese, noi troviamo un conte di Rivara ricevere da cotesto principe l'investitura de' suoi beni. E quando il Marchese di Monferrato, nel 1341 dichiarava la guerra al principe Giacomo di Acaia, figlio di Filippo, l'intimazione era fatta da un frate Giordano de Braydis di Rivara, religioso francescano nel convento di Chivasso.

Carlo IV, nel 1355, riconfermava finalmente Rivara ai marchesi monferrini.

Nel 1430, ai 24 di luglio, l'imperatore Sigismondo riconosce tutti i 1 possessi, i diritti ed i privilegi dei Conti di Valperga e della loro Casata.

Fin dal principio, i Signori di Rivara, ebbero a sostenere, ora per un motivo, ora per un altro, varie questioni e liti con qualcuno dei vicini paesi, specie con Busano e coi monasteri di San Benigno e di Belmonte a cagione dei beni, che essi godevano nel nostro paese.

Dal fin qui detto e da quanto si dirà in seguito si vede che la storia antica di Rivara si concentra quasi tutta in quella de' suoi Signori, perché naturalmente ai loro padroni dovevano uniformarsi i sudditi; e quasi sempre prendere le armi, più che per difendere le proprie famiglie e sostanze, i propri diritti e libertà, per semplici capricci, e spesso per mere vendette dei loro Signori.

Circa il 1100, altro castello sorgeva in Rivara appartenente alla nobile famiglia dei De Scalzi, già ricordati in diplomi del 6 aprile 1153, quali consorti n feudo di Rivara, Levone e Rocca, ma dipendenti dai Conti di Valperga. Donde venissero costoro, quali azioni compissero e come si spegnessero non si sa. E' certo però che, in virtù di contratto coi Conti di Valperga, i De Scalzi passarono essi pure, nel 1303, o forse più tardi, alla fedeltà dei Marchesi del Monferrato.

Neppure puossi stabilire l'ubicazione di un comunello, nominato distintamente da Rivara in un documento del 1263, e che vuolsi sorgesse sul Montiglio, distrutto forse in una delle tante guerre combattute in quei remoti tempi, e di cui non si hanno che deboli tradizioni.

Fin dal 1339 erano sorte gravissime discordie fra i Conti di Valperga e quelli di S. Martino. Regnava inoltre la terribile lotta, che fece spargere tanto sangue ed apportò le più fiere inimicizie fra popolo e popolo, fra conti e conti, fra parenti e parenti, causata dalle due belligeranti fazioni dei Guelfi e dei Ghibellini. Naturalmente i signori di Rivara ebbero in queste la loro parte e, per soprappiù, la peggio! Il loro castello, quantunque ben fortificato, fu incendiato e gran parte del paese distrutta.

Prevedendo mali più gravi per l'avvenire, i Conti pensarono non solo a riedificare e munire di più forti torri il loro castello, ma anche a cingere di mura il paese. Ed a questa epoca devono ascendere i pochi avanzi che tuttora abbiamo di fortificazioni, che si possono vedere ancora in parte, lungo il pergolato della famiglia Pola; nel muricciuolo che divide il giardino dal piccolo cortile parrocchiale, e nella Via Ripari.

E' impossibile oggidì tracciare con precisione la cerchia delle antiche mura, dei fossi e spalti di Rivara, che a mio credere, doveva essere di non breve estensione. Ad ogni modo, forse non sbaglio asserendo che una parte delle mura si protraesse dalla porta Regarda o Soprana, passando dietro al torchio detto di Gherra, sino all'angolo estremo, a sera, del castello vecchio. Dalla parte opposta di Porta Regarda le mura tendevano al molino sottano, da cui, con linea quasi retta, venivano giù, formando la Porta Merciera e la Barbacana, a congiungersi colla Porta di Viana o Bruciata (2); fra la quale e la strada della Battaglia, serviva di fortificazione il contrafforte del castello medesimo. Ogni porta aveva naturalmente il suo ponte levatoio. Altro giro di mura e di fossi avrà pure circondato la villa, cioè il paese primitivo.

All'epoca suddetta si potrebbero parimenti ascrivere e il nome di Barbacana venuto al passaggio lungo le mura (che ingrandito poi in seguito, diventò con quella del Ballo una delle piazze più belle e più grandi dei nostri paesi) e la costruzione o, più propriamente, la riduzione del Castel vecchio alla forma e stato in cui, su per giù, si vede al presente, coll'alta sua torre dalla cui cima, tuttora merlata, si gode un panorama di un'ampiezza e di uno splendore inenarrabili.

Allora si sarà pure costrutta, fra le altre, la torre che chiudeva l'accesso al cortile del castello, la quale, del tutto rimodernata, presentemente forma il centro, a mattino, del Castello nuovo, sotto cui si passa dal giardino al cortile interno, fra le rampe del grandioso duplice scalone, per cui si ascende al piano superiore.

Attorno al nostro castello, come in generale a tutti i castelli, più o meno, medioevali la fantasia del popolo ha ricamato esistenze di spaventevoli carceri, di trabocchetti e di pozzi dal fondo irto di spade e di coltelli... ma specialmente di corridoi sotterranei, di passaggi segreti, tendenti a ville e case di campagna etc. etc. Cose da romanzo, almeno pel castello di Rivara, e da ascriversi, senza altro, nel numero delle fiabe, se si eccettuano le prigioni, a un dipresso, come le odierne, che naturalmente dovevano sussistere, e più o meno rigorose.

I Conti di Rivara erano nemici acerrimi dei Signori di Front e di Barbania, alleati coi S. Martino. Le lotte con costoro e persino con quei di Agliè e di Pont, durarono, ad intervalli., dal 1304 al 1403. Per due volte dai nostri Barbania fu presa e devastata.

Per un grave fatto d'armi, avvenuto forse in questo periodo di tempo, presso le mura stesse del paese cominciò a chiamarsi campo, e poi strada della battaglia un passaggio che dalla campagna conduceva al paese, denominazione che conserva tuttora. Il Bertolotti dice che l'accennato combattimento avvenne fra i Rivaresi e le sodatesche congregate dei Signori di Orio e di Montalenghe, dipendenti forse dai S. Martino.

Nella prima parte di queste mie Memorie ricordai il tuchinaggio, o la memoranda sollevazione disperata e feroce del popolo canavesano, sorta nel 1386 e durata per oltre un secolo, contro certi suoi Signori, che mutati in tiranni, con ogni sevizia e crudeltà abusavano dei loro dipendenti (V. Parte1a).

Le valli di Brosso, di Soana e del Chiusella furono il principale teatro del tuchinaggio. I nostri paesi, o perché nulla avessero a fare coi S. Martino, presi specialmente di mira dai tuchini: o perché sapessero compatire e tollerare i loro padroni o più facilmente perché trovavansi allora in guerra fra loro, non parteciparono in alcun modo alle scene orrende del tuchinaggio.

Ma, verso il 1403, fattasi alleanza fra la casa di Savoia e quella di Monferrato, poterono costoro, di pieno accordo, costringere i nobili canavesani a riamicarsi fra loro (V. Ferreri, Cenni su Barbania). E così Rivara poté finalmente rifarsi dai danni immensi, che aveva patito nelle passate lotte, e in special modo nel l393, allora che Amedeo, principe d'Acaia, figlio di Giacomo, nemico del Marchese Monferrino, invaso il Canavese, anche il nostro borgo aveva oppresso e saccheggiato, commettendo omicidi ed altre nefandità senza numero.

Oltre ai Conti, feudatari di Rivara, che dicevansi del castello superiore, o della prima linea, verso il 1350 comincia il ramo secondo, detto del castello inferiore.

Non possiamo oggidì farci un'idea precisa della formazione e divisione delle antiche fabbriche, che formavano i due castelli superiore ed inferiore. Io sarei di parere, sulla scorta del Mandatum dei fratelli Lodovico e Daniele dei Conti Valperga di Rivara, Consignori di Rivara, nell'elenco generale delle loro possessioni fatto per ordine del Duca di Monferrato, nel 1601, che il castello superiore (così nominato, non perché in posizione più elevata; ma perché abitazione della famiglia del ramo superiore o principale), su per giù, comprendesse la parte del castello che noi diciamo nuovo. All'angolo S. E. di questo trovavasi la cappella dedicata alla SS. Trinità ed a S. Giorgio.

Il castello inferiore invece era costituito da quello che comunemente dicesi castello vecchio, ed aveva, quasi nel centro del grande cortile la cappella di S. Antonino (forse il soldato martire della Legione Tebea), così collocata, io credo, perché servisse pure pei soldati addetti alla custodia dei castelli. Ambedue i castelli erano fortificati in piena regola. Il detto cortile era comune a tutti e due. Pare che una via pubblica costeggiasse i due castelli a duabus partibus.

Dal mandatum suddetto si vede che l'inferiore aveva, versus villam Ripariae sedimen unum cum stabulo, horto, rippa, avvicinati dalla via pubblica a tribus partibus..

Il castello del ramo, o linea inferiore era composto dei figli e nipoti Cadetti cui era chiuso l'adito al feudo di Rivara, ma pure potevano diventare, per creazione del Marchese, per eredità o compera, signori di altre terre, ed anche consignori nel paese stesso dell'erede del feudo.

I cadetti entravano generalmente nella milizia; qualcuno abbracciava la carriera ecclesiastica. E troviamo infatti nelle molte parrocchie, la nomina del cui titolare spettava e di alcune spetta tutt'oggi, a Conti del Canavese, non pochi parroci e prevosti appartenenti alla famiglia Valperga ed ai rami da essa derivati. il ramo secondo dei Signori di Rivara si distinse pure assai per individui illustri nelle armi, nelle cariche, negli uffìzi e nelle stesse lettere. Si spense nella figlia del Cav. Ignazio, Maria Cristina, che sposò il conte Ignazio Maria di Rivara, genitori dell'Ignazio Domenico, ultimo feudatario del nostro paese.

Durante il periodo della suaccennata tranquillità, poterono i Rivaresi occuparsi anche dei propri statuti, che avevano comuni col vicino Forno, quali erano stati approvati da Teodoro, Marchese di Monferrato, addì 30 marzo 1390.

Ma questi stessi statuti, male interpretati in alcuni capitoli, diedero origine a non poche contese ed ostilità del paese contro i suoi Signori.

Ed io trovo qui argomento e lode a quei antichi e buoni Rivaresi che piuttosto di venire, nella difesa dei loro diritti, ad una aperta sollevazione (e si noti che, proprio in questo tempo il Canavese superiore era in pieno tuchinaggio!) contro i propri Signori, credettero miglior cosa creare nel 1402, arbitro nelle loro contese il Marchese Teodoro di Monferrato. E le cose furono per allora accomodate in modo che ambedue le parti parvero soddisfatte e contente.

Fra le altre cose vennero regolate colla sentenza arbitrale del dì 8 luglio 1402, le successioni, i censi, le doti, le pene e multe stabilite dai bandi. E dovevano i popolani pagare ai Signori la decima sulla canapa, sugli agnelli, capretti e maiali; la vigesima del vino, del frumento e biade. Quello già fatto, questi in covoni. Di più erano obbligati a fare la guardia di giorno e di notte al castello e pagarne i torrieri.

Coll'andare del tempo, per maggiore sicurtà e buon indirizzo delle cose, si credette bene promulgare i nuovi statuti; il che fu fatto nel 1498.

In questo secolo, e nell'antecedente, forse più che negli altri prima e dopo, si credeva alla potenza delle streghe e delle loro stregonerie.

Abbiamo gli atti autentici di diversi processi e condanne, e a morte persino, di infelici donne, avute dal popolo quali fattucchiere! Io tengo per certo che molte di costoro fossero in vera relazione col demonio, tanto che nelle loro inquisizioni e processi (tenuti nel castello medesimo di Rivara) dovette immischiarsi l'autorità ecclesiastica (V. l'opuscolo: Le streghe nel Canavese).

Ed un pregevole affresco, scoperto con diversi altri, non sono tanti anni, in una sala delle più antiche del castello nuovo, pare rappresenti uno di questi processi.

Da circa 40 anni (e in questo periodo di tempo fu fabbricata in paese la nuova chiesa parrocchiale) si andava innanzi abbastanza bene, quando, verso il 1540, insorsero nuove questioni, e si rinnovarono le antiche liti fra il nostro comune, collegato col Forno, ed i nobili, a cagione dell'omaggio di fedeltà, delle roide, dei fitti, e specialmente delle decime.

Portata la cosa davanti al senato dei Marchesi Monferrini, ai 20 dicembre 1540, fu sentenziato essere i due comuni obbligati a prestare il solito giuramento od omaggio di fedeltà ai propri Signori, secondo che già erasi stabilito con sentenza del 1309 ai 7 di marzo, e con altra in data 8 luglio 1402. Ma gli uomini dei due paesi sarebbero stati d'allora in poi, senza molestia per quanto riguardava le decime e le roide (roggie). I fitti però si sarebbero pagati secondo la giustizia e l'uso.

Due anni dopo, cioè nel 1542, ai 5 di marzo, in un'adunanza generale dei signori del luogo e di tutto il popolo di Rivara e di Forno, si prestò solennemente l'omaggio di fedeltà ai nobili. Quest'adunanza ebbe luogo in placia inter duo castra Ripariae, cioè nel grande cortile che, anche oggidì, si estende fra i due castelli, vecchio e nuovo.

Ai tempi delle surriferite questioni fra il nostro paese e i suoi Conti devesi certo riferire un fatto, Che portò a quei di Rivara il soprannome di strassa-papè.

Si dice che, dopo varie contese per non si sa quali motivi, spianate le difficoltà, si facesse mettere in carta da un pubblico notaio quanto erasi convenuto fra le due parti contendenti. Ma il notaio, d'accordo col Conte, sentiva una cosa e ne scriveva un'altra, diametralmente opposta e dannosa ai Rivaresi. Accortosi uno del popolo del tradimento, senz'essere osservato girò dietro il seggiolone del notaio, e constatata la verità del fatto, pieno di sdegno, strappò coraggiosamente dalle mani dello scrivente il foglio, che ridusse in mille pezzi coll'applauso di tutti i Rivaresi presenti.

Di qui l'accennato soprannome, che ridonda non già a disonore, ma a somma lode ed encomio del nostro paese!

Nel 1552 una nuova sciagura veniva a piombare su Rivara.

I Francesi, che tante volte fecero, in quei tempi, del nostro Piemonte un campo di guerra ora cogli Spagnuoli, ora coi Tedeschi, stanziati in diversi paesi dell'Italia settentrionale, assalirono Rivara, penetrarono in castello e fecero dovunque un male immenso, inenarrabile. Altrettanto fecero gli Spagnuoli dopo aver fugato dal paese i Francesi. Eransi i nostri appena riavuti da tanti malanni, obbligati ancora a pagare non solo i soliti tributi, ma anche somme enormi per liti che, nel 1567, avevano dovuto sostenere ricorrendo ai Savoia contro certe prepotenze ed abusi dei Conti, contro cui avevano cercato di provocare i necessari provvedimenti; quando, nel 1626, nuovamente i Francesi rientravano nel Canavese, Portando dovunque nuove e più terribili sciagure. Era il 6 di febbraio. Invaso Levone ed il Forno, i Francesi con una compagnia di cavalieri piombarono su Rivara, perché non aveva voluto assoggettarsi a certe loro richieste, troppo gravi ed ingiuste.

All'arrivo del nemico i nostri abbandonarono le case, e colle più preziose cose si ritirarono in castello e nelle abitazioni dei Signori. Le soldatesche irritate nel trovare il paese abbandonato, furiosamente assalirono il castello e, dopo breve lotta, se ne impadronirono. Il Conte Francesco, costretto a letto dalle sue infermità, fu insultato e maltrattato; si rubò quanto si poté trovare, danaro, bestiami, derrate... Né contenti dell'abbondante bottino, né resi più umani dalle vive e calde suppliche di un venerando cappuccino di Cuorgnè, il P. Giorgio da Grosso, fatto venire espressamente in Rivara, affinché vedesse modo, con la sua intromissione, di calmare lo sdegno e il furore della indegna soldatesca, i Francesi incendiarono una parte del paese verso la porta di Viana.

Per questo, e fino alla sua demolizione, avvenuta nel 1791, l'antichissima porta di Viana fu dal popolo chiamata la Bruciata, nome che si mutò poi in " porta del Ballo ".

E non farà meraviglia alcuna se, stanchi ed esacerbati di tanti mali e sofferenze, i Rivaresi vieppìù odiassero e maltrattassero alla loro volta i Francesi e stessero continuamente in armi contro i medesimi non solo, ma ferendoli, uccidendoli persino, senza alcun scrupolo, quando potevano farla franca.

Un dì, non potendo proprio più reggere in tale stato di cose, minacciarono di ucciderli tutti se non lasciavano il paese sul momento; nacque una terribile collutazione che finì con morti e feriti, e molte armi furono dai nostri tolte al nemico.

Il duca di Savoia, Carlo Emanuele 1, nelle presenti rivalità tra la Francia e la Spagna, necessariamente doveva, allo scopo di salvare il Piemonte, stare, secondo i casi, ora coi primi. ed ora coi secondi. Per questo informato dei fatti che accadevano a Rivara, mandò un rinforzo di mille e più soldati a favore dei Francesi.

Fu una nuova e più terribile calamità al povero paese, che sempre più indignato accolse i nuovi venuti a schioppettate, e questi dovevano starsene continuamente colle armi in mano, e concentrati per timore degli abitanti.

Quanto misere quindi fossero le condizioni dei poveri Rivaresi, noi facilmente possiamo immaginarcelo. Cari oltre ogni dire si erano fatti, per soprappiù, i viveri, e quasi si moriva di fame.

Sappiamo di un prete, certo D. Guglielmo Rubiola, che malmenò e ferì di schioppo un maresciallo francese, che aveva dovuto alloggiare in casa sua perché non voleva contentarsi di pane di meliga, con cui egli e la sua famiglia si nutrivano. Il comandante delle truppe francesi, Mandellot, in una notte corse pericolo di essere ucciso dai nostri per un agguato tesogli; ed il suo luogotenente fu preso ripetutamente a colpi di moschetto. Ebbe salva la vita per vero miracolo.

Il marchese Damas di S. Reiran, comandante in capo dei Francesi, da Corio ove trovavasi, avvisò i sindaci di Rivara che avrebbe fatto distruggere interamente il paese, se si fosse continuato a maltrattare i suoi soldati. E intanto li multava di 150 doppie e di 800 ducatoni! Come pagare sì ingiusta ed esorbitante imposta, nelle critiche, disgraziatissime circostanze in cui si trovavano i nostri?

Rassegnati alla cruda sorte, e certo confortati dai sacri ministri alla pazienza e rassegnazione, nella speranza di veder presto finire la sequela di tante calamità, raccolsero le cose preziose, di cui ancora potevano disporre, e le portarono in castello, perché con queste si pagasse la fatale multa.

Ma i soldati che continuavano a farla da padroni in castello, fecero man bassa su tutto, e tutto portarono via.

Finalmente, nel 1631 l'uragano spaventevole cessò, e il sereno riapparve sulla desolata nostra patria.

Partiti i Francesi, il conte pretendeva dal comune 4000 scudi pei danni che aveva sofferto dai nemici, a cagione dei mali trattamenti ricevuti dai Rivaresi! E i Rivaresi, alla loro volta, chiedevano al conte la restituzione di quanto avevano depositato in castello. Ogni famiglia poi, ogni individuo reclamava per danni patiti.

Si litigò per circa due anni, quindi fu necessario venire ad una transazione, tanto più che in questo tempo, 1630, la peste cominciava a flagellare i circonvicini paesi, e minacciava pure il nostro.

Non ci mancava che la peste! E anche questa purtroppo visitò Rivara. Io credo però che, per l'aria nostra saluberrima e le sane acque, poche fossero le vittime mietute dal morbo in Rivara.

Ad ogni modo, il comune, dopo aver preso i necessari provvedimenti, con a capo il clero della parrocchia ricorse, in sì doloroso frangente, agli aiuti del Cielo; e furono fatte processioni di penitenza e pubbliche preghiere, perché Iddio usasse misericordia al suo popolo.. Si dedicò a S. Rocco l'antica cappella sulla strada di Levone, e sì fece il voto dell'annua processione da farsi il dì della festa di questo Santo ai 16 di agosto.

Un grande avvenimento toglieva, nel 1631, il Canavese alla giurisdizione dei marchesi Monferrini per darlo a quella dell'augusta Casa di Savoia.

Governava allora il Piemonte, desolato da tante calamità, ed in parte occupato, dai Francesi, Vittorio Amedeo I. Ardentemente da tutti si desiderava la pace; ma per ottenerla bisognava continuare la guerra! Finalmente la Francia stessa si determinò alla pace, che fu conchiusa col trattato di Ratisbona il 3 di ottobre 1360. Ma le condizioni imposte da questo trattato non furono accettate. Mutate poi per opera del Cardinale Giulio Mazzarini, si venne allora fortunatamente ad una tregua, da cui sorse il trattato di Cherasco, 6 aprile 1631. In forza di questo, l'anno seguente, Ferdinando II di Spagna investiva il Duca di Savoia dei paesi Canavesani, già spettanti ai Marchesi del Monferrato, fra cui Rivara, Favria, Busano, Forno, Levone, etc. Nel parlare di cotesto acquisto il Duca Vittorio Amedeo I diceva scherzosamente che l'Italia settentrionale era un carciofo, e che la sua Famiglia doveva acquistarlo foglia a foglia!

Nel 1666 nacquero nuovi litigi fra i Rivaresi e i nobili nella persona della Vedova Contessa Anna Francesca di Valperga-Rivara. Costei scriveva al Duca di Savoia che i suoi dipendenti le erano ribelli, che le facevano guerra ed arrecavano ogni danno possibile, specie col fare tutti gli sforzi per togliere al castello le decime e darle all'Arcivescovo, il quale perciò li proteggeva a tutto potere etc. E ricordava in questa lettera o supplica che, da quattrocento e più anni, i signori di Rivara possedevano queste decime.

I diritti della contessa furono sostenuti dal Duca Carlo Emanuele II contro l'arcivescovo di Torino, il quale fu costretto ad appellarsi a Roma. E la curia Romana, studiata a fondo la questione, con lettera apostolica del 9 settembre 1670, ingiungeva agli uomini di Rivara e del Forno, ed ai rispettivi Signori e Consignori, di pagare le decime all'Arcivescovo di Torino, pena la scomunica se non vi avessero aderito.

Varie deliberazioni a riguardo delle decime e di altre imposte, prese negli anni 1725 e 1727, ci fanno conoscere che in Rivara esisteva, e fin dal 1610, un collegio di notai, il quale annualmente radunavasi, presieduto da un insinuatore. Cotesto uffizio che aveva dipendenti da sé 44 comuni, poi 22, ridotti, nel 1793, a 14, fu, nel 1862, concentrato con quello di Rivarolo Canavese.

Nelle suddette adunanze dei notai eleggevansi i priori e sottopriori, che duravano, in carica sino alla prossima adunanza.

Poco felici e lieti furono per Rivara gli anni del secolo XVIII. Più volte il paese era stato visitato da terribili grandinate, che avevano arrecato danni oltre ogni dire disastrosi, lasciando dietro a sé dolorosissime conseguenze. Aggiungasi la epidemica moria di animali domestici, che pur tanto afflisse il nostro paese 1750.

I poveri, ed erano molti, erano costretti a cibarsi di robe vilissime; e non pochi d i quelli, che pure passavano pei più agiati, non potevano pagare le taglie.

Per più anni il comune di Rivara non poté trovare alcuno che la facesse esattore per le difficoltà somme, che si incontravano nelle esazioni delle imposte. E con queste soltanto poteva il comune far fronte ai suoi obblighi, che erano molti gravi assai, specie per gli impegni che aveva colla parrocchia e coll'Arcivescovo per le decime. Sprovvisto affatto di redditi, aggravato anzi di debiti, con spese sempre crescenti per la manutenzione delle strade e dei ponti, trovavasi davvero in condizioni criticissime. E si noti che era quasi ridicolo lo stipendio che davasi allora al medico di L. 75 annue, e di L. 15, dico quindici, al chirurgo! Né meno grasso, in proporzione, era lo stipendio del maestro comunale.

Durante questi anni furono lunghe e disgustose le questioni che il comune antenne col pievano del paese, sostenute quasi totalmente da un sindaco, che voleva fare anche da sagrestano, e prescrivere le candele da accendersi sull'altare, e i cucchiaini d'incenso da mettersi nel turribolo!

Le questioni andarono sì innanzi che il Card. Costa, arcivescovo di Torino, costretto ad invitare una deputazione di consiglieri a volersi presentare a lui col pievano e rispettivi avvocati, per un'adunanza o conferenza, in cui si sarebbero minate a fondo le cose, e trovato mezzo di un accomodamento. E l'adunanza infatti luogo il 21 novembre 1791.

Altre questioni, in questo frattempo, sosteneva il suddetto sindaco colle Compagnie del SS. Sacramento e del S. Rosario, ed altre similmente col cappellano di S. Giovanni Decollato.

Non pago il comune di quanto erasi composto col sullodato Arcivescovo Card. Costa, indirizzava una supplica, in data del 27 aprile 1792, a S. R. M. con un lungo elenco di spese che doveva fare per la parrocchia e pel paese, affinché vedesse modo di diminuirle, o almeno dividerle proporzionatamente colle Compagnie, colla Parrocchia e colla Congregazione di carità. A questa supplica si ebbe neppur risposta... e si durò fatica per riavere, dopo alcuni anni, i documenti autentici, che alla medesima si erano uniti!

Consimile supplica, il 7 giugno 1792, veniva spedita all'Arcivescovo suddetto la quale, credo io, ottenesse esito uguale a quella inviata al Re.

Le cose poi, coll'andare e mutarsi dei tempi; col1'istruzione che cominciava a diffondersi più largamente nel popolo, e diventando migliori le annate, e sviluppandosi un po' più il commercio in paese, si mutarono assai presto con grande vantaggio dell'intera popolazione; la quale, sempre affezionato alla sua patria, vedeva ed aiutava i suoi progressi nella via del bene e della vera libertà.

Ed eccoci agli ultimi Conti Valperga di Rivara.

Ignazio Maria figlio di Filiberto, capitano nelle Regie truppe, aveva sposato la contessa Maria Cristina, ultima ed erede del secondo ramo o castello inferiore, da cui ebbe Ignazio Domenico, che aveva ottenuto il grado di luogotenente colonnello di cavalleria.

Possessore dei feudi paterni e materni morì, nubile ed intestato, in guerra nel contado di Nizza, al Raus (altri scrivono Fontan), il dì 1l o 14 di giugno del 1793, combattendo i Francesi per la difesa del Piemonte.

Ma, a Rivara invece perdura la tradizione, appoggiata certo a qualche documento storico, che costui, di animo altero e vendicativo, prima di partire per la guerra, gravemente offeso per non so quale affronto ricevuto dai Rivaresi, avesse detto che, al suo ritorno dal campo, Rivara avrebbe provato la sua ira e la sua vendetta.

Vogliono alcuni che tale affronto venisse dall'avere i Rivaresi fortemente e reiteratamente protestato contro la pubblicazione dei bandi campestri, dal medesimo conte pubblicata nel 1772, ed approvata dal Senato di S.M.

Risulta inoltre da un documento del 27 aprile 1792 che, in paese, regnava grave malcontento contro il feudatario, specie perché, nonostante i ripetuti inviti e suppliche del comune, trascurava di compiere urgenti riparazioni alla parrocchiale, e spettanti a lui come patrono della medesima.

Già stava per ritornare in patria quando, sui picchi di Mille Forche dal suo scudiero rivarese, per liberare i suoi compatrioti dai minacciati mali, fu precipitato in un burrone, dove ebbe prima la tomba che la morte.

Rimasero due sorelle del conte defunto. La maggiore, Rosa Cristina, vedova Durando di Villa, pretese succedergli nel feudo. E ricorse ad avvocati, e fece pratiche presso i Principi e litigò a lungo... ma tutto fu inutile.

Per tale lite vennero portati a Torino dall'Archivio del Castello, tutti i documenti e carte già possedute dai Conti. Se ne era riempito un carro! (V. il Somm. etc., Stamperia Reale 1799).

Il Governo fu vincitore ed entrò in possesso del castello e sue dipendenze, lasciando alla contessa Villa ed alla sorella di lei, contessa di Piossasco, i puri beni allodiali. Così finiva la nobile dinastia dei Conti Valperga di Rivara, che per circa 600 anni aveva tenuto il comando feudale del nostro paese.

Ma prima che venisse a mancare l'ultimo rampollo della famiglia illustre dei nostri feudatari, altra nobile esistenza, essa pure gloria e vanto del paese nostro, finiva i suoi giorni in pace, ben differentemente dall'ultimo Conte di Rivara.

Io accenno all'illustre signor avv. Leonardo Cavallo, morto celibe nel 1792, quanto eminente per le sue virtù, glorioso per le cariche sostenute e per gli onorevoli servizi prestati a vantaggio della patria; altrettanto poco, o quasi nulla, conosciuto dal paese, che dovrebbe andare superbo di avergli dato i natali. Il Cavallo era figlio dell'Avvocato Pietro Antonio, ed aveva un fratello sacerdote, stimatissimo in quei tempi per l'alto suo sapere, e più ancora per la santità della vita e per l'eminenti virtù. Lorenzo, altro fratello del Leonardo, era pure avvocato.

Il nostro Leonardo, dopo essere stato prefetto in Alba, Casale, Ivrea, Mondovì e Vercelli, veniva creato Senatore del Regno da S. M.Vittorio Amedeo III. Simile onorificenza non ebbe fin qui altro Rivarese; ed è a dolersi immensamente che, per essersi spenta, nel 1878, la nobile famiglia Cavallo, nell'avvocato Francesco figlio di Francesco Leonardo e primo consorte della contessa Sillano Della Rovere, altre notizie di lui non siano giunte ai tempi nostri per renderci tanto uomo, più noto e più apprezzato.

Dei Conti di Rivara molti si illustrarono in uno, o in altro modo, rendendo così in quei tempi grande e celebre il loro casato, ed onorato non meno il paese cui presiedevano.

Segnalaronsi specialmente il conte Tommaso, creato, dopo la battaglia di S. Quintino, da Emanuele Filiberto, di cui fu pure consigliere, in premio de' suoi meriti militari, castellano e capitano e poi governatore di Nizza. Fu il primo dei Conti Canavesani ad essere insignito della croce dei due ordini riuniti dei SS. Maurizio e Lazzaro, nel 1573. Morì nel gennaio del 1580. Suo figlio Carlo fu Governatore di Pinerolo, ed i nipoti Giacomo Antonio fu generale dell'armata monferrina e marchese del Ninghello, ed Ardoino governatore di Torino.

Alcuni, resisi religiosi, furono abbati in diversi monasteri. Molti ebbero uffizi e missioni dai Duchi di Savoia, dai Marchesi del Monferrato, dallo stesso Romano Pontefice, che condussero a felicissimo termine. Molti di loro contrassero matrimoni nobilissimi, p.e. i Conti, Pietro, che sposò Anna d'Austria, figlia dell'imperatore Massimiliano; e Giacomo che ebbe in moglie una figlia del celebre ammiraglio Andrea Provana di Leynì; e qualcuno lasciò fama di vasto e dotto ingegno. In generale, per quanto si studi la storia di Rivara, seppero essi farsi amare, più che temere, dai sudditi loro; se più volte dovettero star fermi nei loro diritti e privilegi, e pretendere quanto loro si doveva, fu per pura necessità e dovere.

A parere mio, per quanto grandi ed illustri, ed estese assai fossero le loro possessioni, i nostri Conti, furono mai straordinariamente ricchi; numerose poi le famiglie dell'uno e dell'altro castello. Forse per questo non rimase di loro in Rivara un ricordo di beneficenza di qualche importanza, se si fa eccezione del conte Francesco, il quale legò alla congregazione locale di carità la somma di L. 10,000.

E non un epitafio, una lapide a ricordare i nomi dei seppelliti nella loro tomba in parrocchia!

Di costumanze locali antiche (e dovevano certo essere non poche), ora totalmente andate in disuso e persino dimenticate, rimane il ricordo della lega di amicizia col vicino Favria, combinata non so in quale anno, né perché. Nelle pubbliche feste, non si dava in Rivara principio ad un ballo senza che prima si gridasse: Fuori Favria! A quell'invito od appello, se, fra i presenti eravi qualcuno del nominato paese, si faceva innanzi ed aveva l'onore di dare egli principio alle danze. Ed altrettanto facevasi a Favria, al grido di " fuori Rivara "!

Antica è pure l'usanza, che vige tuttora, di collocarsi dai parenti del defunto sulla piccola croce, che si porta immediatamente dietro ai cadaveri, un piccolo tovagliolo, che resta proprietà del parroco.

Anticamente, nella domenica susseguente la sepoltura di un capo di casa, sì maschio che femmina, una donna parente del morto, portava al parroco un pane bianco da due soldi.

In uno degli ultimi anni del secolo XVIII, Rivara ebbe un onore, quale ben pochi paesi possono vantare. Le quattro auguste figlie del Re Vittorio Emanuele I, cioè le Principesse Beatrice, Maria Teresa, Maria Anna e la Venerabile Maria Cristina, regina delle due Sicilie, vennero a Rivara e vi dimorarono alcuni giorni (V. Congrat. del Comune di Rivara per l'ingresso della R. Mil. Accad). Sono dolente di non avere potuto trovare, per quante ricerche abbia fatto, altre notizie a riguardo di questo fatto, che tanto onora il nostro paese.

Il Regio Patrimonio erasi appena impossessato del castello e sue terre, quando avvennero i moti politici francesi. Il governo provvisorio, dopo la rinuncia di Carlo Emanuele IV, nel 1798, si impadronì degli stabili feudali di Rivara, e Napoleone, nel 1803, mandava in Piemonte il generale Jourdan (già comandante dell'esercito del Basso Reno contro la Germania, e sconfitto a Wurzburgo dall'arciduca Carlo nel 1796) a reggere, collo stipendio annuo di L. 240.000, le provincie subalpine.

A costui, succeduto al Dupont, in nome della nazione piemontese (sic) venne regalato il castello di Rivara e sue dipendenze.

Al Jourdan piacque oltre ogni dire la posizione di Rivara e del suo castello, che arredò coi ricchi mobili del castello di Agliè, destinato a ricovero di mendicità. Il generale più volte fu a Rivara (dove aveva lasciato un suo zio, Carlo Jourdan, quale custode del castello, che vi moriva d'anni 88, nel 1814), e sempre con grande sequela di amici, che con lui passavano giorni di tripudio e di festa.

In quegli anni di tanta frenesia per una sperata, male intesa libertà, la popolazione Rivarese oscurò per un momento la sua antica fama di religiosa e devota alla Dinastia Sabauda, proclamando con feste la costituente. Per due volte si impiantò in paese l'albero della libertà, promosso (devo dirlo per verità storica) anche da parte di due sacerdoti, D. Obert, ed il Canonico Ilarione Gays. Del resto poté, altra volta, il nostro municipio, in non so quale supplica, al Governo, gloriarsi nell'asserire che, fino allora, in Rivara non vi fossero mai stati refrattari alla Leva Militare, e nessuno processato criminalmente. E più volte concorse con somme di danaro (una volta, fra le altre con L. 200, altra con 500), superiori davvero alle sue forze, per rendere più solenni certe feste che facevansi in Torino ad onore dei Reali di Savoia (V. Reg. com. e specialmente quello del 1684).

Ma, nel 1815, ristabilite le cose in Piemonte col trattato di Vienna, dopo il ritorno ne' suoi stati di Vittorio Emanuele I (20 maggio 1814), il Jourdan fu obbligato a cedere il castello, e a restituire 50 quadri, valutati 200.000 lire, che egli già aveva spedito a Parigi. E per riaverli, si dovette pagargli la indennità del trasporto e regalargli, per soprappiù, una ricchissima tabacchiera, tempestata di diamanti.

Allora (1820) il castello e sue dipendenze vennero incorporati al Demanio. I quadri preziosi ed il ricco mobilio passarono ad ornare il castello di Moncalieri, e molti saloni e stanze del castello furono affittati ad uso di granai e per deposito di altri raccolti campestri.

Nel 1852, le dipendenze del medesimo, ossia i beni demaniali, vennero venduti. E così il castello di Rivara non ebbe più altro di proprio che i giardini citati, gli spalti e la piazza d'armi.

Per tale vendita, Rivara poté migliorare assai per nuove piazze e strade; e si accrebbe coll'impianto di nuovi fabbricati, cui si diede il nome di Borgo Nuovo.

Durante il periodo napoleonico in Italia, e precisamente il 2 di marzo 1808, nasceva in Rivara Paolo Pallia, il cui nome illustre e venerato basta a fare grande e celebre il nostro paese.

All'età di 12 anni il Pallia finiva il corso liceale con somma meraviglia e lode de' suoi stessi professori, e, a 17 anni, vestitosi dell'abito chiericale, laureavasi in teologia, dando inoltre applauditissimo saggio di ebraico, di sirio, di caldaico e di arabo, che ben dimostrava conoscere a meraviglia.

Non potendo, come è naturale, per la troppo giovane età, ascendere agli ordini sacri, fu consigliato a fermarsi in Torino, quale ripetitore di filosofia. Ma, poco dopo, a scanso di disturbi e di mali che avrebbero potuto capitargli per certe relazioni contratte con individui di idee nuove e sovversive, credé bene ritornarsene in patria, dove per due anni fu maestro di scuola, e, durante il qual tempo si preparò per addottorarsi in leggi.

La sua laurea non poteva riuscire più splendida ed applaudita.

Se non che, le abbracciate idee, le relazioni e i continui carteggi con membri pericolosi della Giovine Italia, e collo stesso Gioberti, lo compromisero seriamente, e venne quindi ricercato dalla giustizia.

A me pare un mistero che non trovasse il Pallia un virtuoso amico, un padre, che lo mettesse in sull'avviso, che lo istruisse sui pericoli cui andava incontro, per troppa sua semplicità e buon cuore, e lo salvasse così dal precipizio, in cui stava per piombare! Ed è certo che il Pallia tutto faceva a fine ddi bene per puro desiderio di giovare alla Patria. Ciò non ostante dovette, per non venire incarecerato, starsene segretamente per più mesi rinchiuso nel giardino di Casa Cavallo, fra le cappelle dell'Annunziata e di Viana.

Ma non potendosi più a lungo tenere nascosto, deposto l'abito chiericale, e camúffato ora da donna, ora da povero pastorello, dopo mille peripeziè di viaggio, poté finalmente riparare in Svizzera. Nel 1834, per nuove cause politiche, gli fu giocoforza fuggire in Francia e fermarsi a Parigi, dove, per tirare innanzi la vita delicata e gracile, insegnò il latino in una scuola, e lavorò per conto di un tipografo, curando 1a pubblicazione delle opere di Sant'Agostino e di San Giovanni Crisostomo, e pubblicò inoltre la sua prima memoria sulle traduzioni di Aristotele.

Contrasse relazione coi più celebri orientalisti, e scrisse con plauso una dissertazione sulla filosofia degli Arabi. Tradusse in versi il poema arabo di Scianfar, lavoro felicemente condotto, che gli meritò gli elogi del Batta e del Tommaseo, per la accuratezza dello stile e la forza del verso sciolto.

Quanti altri. preziosi lavori inediti del nostro Pallia andarono perduti colla sua morte... Passati alle sorelle, che lavoravano da sarte, quei fogli, degni della più illustre biblioteca, vennero adoperati per fare modelli di vesti!

Scosso sempre più nella salute, specie per la morte della madre sua, che egli adorava, lasciò Parigi e ritornò in Svizzera,. domiciliandosi in Bex, dove era farmacista un rivarese, l'Obert, anche suo parente. Qui fu raggiunto dalla sorella Giuseppina, che non lo abbandonò più un solo istante.

Il Principe della Cisterna, amico e protettore del Pallia, lo raccomandò vivamente alla vedova del Generale Guigher, che venne ella pure espressamente a Bex e fu la seconda madre e l'angelo consolatore, del povero Paolo. A dispetto delle più amorevoli cure, non ostante l'eroico coraggio dell'ammalato, la tisi progrediva spaventevolmente di giorno in giorno.

Il primo di novembre, 1837, di notte, si svolse un terribile incendio nell'albergo, ove egli abitava. Le fiamme giunsero minacciose sino alla camera dell'infermo, che a stento poté salvarsi da inevitabile morte. Un bravo, onestissimo muratore poté salvargli dal tavolino da notte, già in fiamme, 800 lire. Quel doloroso accidente peggiorò lo stato dell'infermo che, addì 7 novembre del medesimo anno, all'età di soli 28 anni, spirava da buon cattolico, quale era sempre vissuto, e della cui fede inconcussa aveva dato le più splendide prove. Fu sepolto in Monthey, poiché Bex era del tutto paese protestante.

Il Pallia fu di statura piuttosto alta, di bello e gentile aspetto, di portamento grave e maestoso. Aveva larga e spianata la fronte, occhi grossi, vivaci, scintillanti i capelli ricciuti e nerissimi. La sua fisionomia era energica, il passo celere, i suoi moti pronti e vivacissimi, il tratto pieno di brio e gentilezza, grazioso e dignitoso. La sventura dava a tutto il suo sembiante un non so che di fiero; e lo studio continuo la mostrava a ertamente per uomo di contemplazione e di raccoglimento.

Se la morte non lo avesse sì presto rapito, e se meno avversa gli fosse stata la sorte, l'Italia, avrebbe avuto in lui il. più grande e dotto orientalista del suo tempo, ed il nostro paese il suo lustro più bello e glorioso!

Al nome dell'immortale nostro concittadino Rivara, con riconoscente pensiero, dedicò la via, che dalla strada maestra costeggia la sua casa verso l'Airale; e questo nome venerando e caro è giustamente ripetuto nella lapide del Cav. Ogliani.

Sul muro esterno della casa in cui nacque fu scritta dal nipote Carlo Cortese l'iscrizione, che riporto in parte:

CASA PATERNA
DI
PAOLO PALLIA TEOLOGO ED AVVOCATO
GIOVANE DI ELETTO INGEGNO DI VASTA DOTTRINA
DI GENEROSI PENSIERI
NACQUE IN RIVARA
IL DI' 30 MARZO 1809
MORI'IN BEX (SVIZZERA)
IL DI' 7 NOVEMBRE 1837
ESULE PER AMORE DELLA PATRIA

Coetaneo del Pallia fu Don Pietro Merla, che ben meriterebbe di essere da' suoi compatrioti più conosciuto e sommamente apprezzato.

Questo venerando sacerdote, benemerito dell'umanità, nasceva in Rivara nel 1815 da Ignazio Domenico Merla, Regio insinuatore e capitano della milizia urbana di Torino, uomo stimatissimo per le sue virtù e buone opere.

Appena ordinato sacerdote, D. Pietro si patentò in latino e fu professore di. stinto ed apprezzato, per vari anni in Torino (1). Spinto dal zelo di maggior bene, lasciò la cattedra ed accettò l'uffizio di cappellano delle carceri, dette allora delle forzate, o delle Torri. E qui mentre colla sua parola di carità, coi suoi esempi, coll'opere sue ammirabili e sante, compiva un bene immenso, maturò l'idea di fondare un istituto, che accogliesse quelle infelici, ravvedute, quando uscite di carcere volessero vivere onestamente col lavoro delle proprie mani. Il Canonico Galletti, che fu poi vescovo di Alba, approvò e benedisse l'idea dell'ottimo D. Merla, che, coadiuvato da pie e facoltose persone, poté raccogliere vistose somme di denaro e così fondare, verso il 1850, l'opera santa inspiratagli dal Cielo. Da un solo individuo ebbe, per sì santa istituzione 95.000 :Lire!

L'Istituto, lodevolmente perseverante nel suo filantropico scopo, accoglie gratuitamente, mantiene ed educa alla virtù ed al lavoro onorato povere figlie dai 15 ai 25 anni, abbandonate ed orfane che, senza quella provvidenza di Dio, si troverebbero in pericoli gravissimi per l'anima e pel corpo.

E' affidato alle RR. Suore Vincenzine del Ven. Cottolengo, veri angeli di conforto, e di cure più che materne a quelle derelitte, che, in numero di circa cento, corrispondono a meraviglia allo zelo ed alla carità dei loro benefattori.

Cinque anni dopo la provvida fondazione, cioè nel 1855, ai 9 di novembre, Don Merla affranto dalle fatiche superiori alla sua costituzione fisica, ma specialmente in conseguenza di un vile attentato per opera di malvagi, che non volevano l'opera bella di salute e di redenzione da lui creata, a soli 40 anni, raccoglieva nella beata patria l'abbondante guiderdone della sua carità. Caro in vita ad ogni ceto di persone per le sue virtù, fu largamente pianto in morte, ed il suo nome venerato resterà in eterna benedizione.

Un busto di marmo, collocato nell'atrio d'ingresso del pio istituto, ritrae le venerande sembianze del suo santo fondatore.

D. Pietro Merla morì a Torino in Via Bogino (già Ambasciatori) nella Casa Primey, in cui aveva fondato il suo istituto, trasferito poi in via S. Chiara, n. 66, dove anche oggidì si trova, sotto il titolo e la protezione di S. Pietro Apostolo.

Per quante indagini e ricerche siansi fatte, per rintracciare al Campo Santo la tomba di sì degno sacerdote, tutto fu inutile. E, per un caso inesplicabile e misterioso, dai registri di quel cimitero fu strappato il foglio in cui dovrebbe essere citato il nome di D. Merla, ed indicato il luogo del suo riposo!

L'opera del nostro D. Merla, che conta ormai sessant'anni di benemerita esistenza, si raccomanda da sé alle anime pie e generose, affinché, specie nei tempi tristissimi in cui viviamo, possa continuare e sempre più svilupparsi nel suo santo scopo.

Quanti visitano Rivara, restano meravigliati nel vedere il grazioso ed elegante teatro, che noi possediamo, e che forma davvero uno dei tanti vanti del nostro paese. Il suo magnifico loggione col sito per le sedie chiuse, la comoda scala; ma specialmente lo spazioso palco degli attori col classico sipario ed artistici scenari... riscuotono meritatamente le ammirazioni e le lodi di quanti lo visitano.

La storia del nostro teatro, merita in queste Memorie una pagina, tanto più che è poco conosciuta dai Rivaresi medesimi.

Ancora nel 1798, l'unico stabile posseduto dal nostro comune, entro l'abitato, era una vasta camera a piano terreno, che occupava un buon terzo dell'attuale teatro, colla porta corrispondente al presente portone d'ingresso. L'altra parte era un mucchio di rottami e di macerie, a cielo scoperto, forse avanzi di una catapecchia rovinata dal tempo.

Lo stanzone suddetto serviva in quei tempi per l'unica scuola del paese non solo, ma anche per sala del consiglio comunale, che vi si raccoglieva alle domeniche; e in un angolo della quale eranvi due vecchie guardarobe che funzionavano da archivio municipale! E, chi lo crederebbe? Lo spazioso camerone servì pure, e per qualche anno, da teatro... Verso il 1796, alcuni giovani del paese, avendo assistito a certe rappresentazioni sacre, che si davano nella chiesa della Trinità a Busano, vollero fare altrettanto in Rivara; e, superate in breve tutte le difficoltà, si diede principio alle recite colla produzione di non so quale dramma sulla Passione di N. S. G. C. I proventi incassati furono abbondanti; vennero inoltre generosi oblatori, e subito, incoraggiati da sì prosperi principi, si diede mano alla costruzione di un teatro nel vero senso della parola! Sull'accennato camerone (che poi servì per tanti anni come macello) si costrusse il palcoscenico e i camerini degli attori; ed il sito dei rottami fu adibito pel resto del teatro. Tutto questo si svolgeva sul principio del 1800.

Nel 1875 si modificò l'intero locale, portandosi il palco dove trovasi al presente (alzato ancora un po' nel 1895), e, distrutto il macello, si ebbe l'elegante teatro, invidiatoci da paesi molto più popolosi e ricchi del nostro.

Già prima della fine del secolo XVII, era in fiore la congregazione di carità, che dicevasi in allora "Confraria di Santo Spirito ", che venne poi debitamente riconosciuta ed approvata con regie patenti verso l'anno 1717, in cui Vittorio Amedeo II pubblicava i regolamenti da osservarsi in tutte le congregazioni di carità dei paesi soggetti al suo dominio.

Fra gli antichi benefattori della nostra Congregazione noi troviamo il Conte Pietro Francesco Valperga di Rivara, che le elargiva Lire 10.000. Eguale somma donava il Canonico Giulio Cesare Gays. Altri insigni benefattori furono il Nob. F. Cavallo, il Pievano D. Mya, Battista Beruatto, Maria Borello-Matietti, Cristina Beruatto-Grassa, Can. Arcidiacono G. Gays, Can. C. Gays, Cav. F. Gays, Conti Rosa della Rovere e Casimiro Sillano, D. Michele Basolo, Dott. L. Gays, Cav. Pallia, Vicario D. Cavallo, etc. Presentemente la detta Congregazione possiede un capitale di L. 65,000.

Ho detto che nello stanzone già scuola unica, molto prima del 1800, poi macello, ed ora incorporato al teatro, si raccoglievano regolarmente i consiglieri comunali per le loro sedute.

Ora devesi sapere che un ricco signore di Rivara, certo Carlo Agostino Colli, farmacista, lasciava morendo, con suo testamento del 30 giugno 1763, alle Compagnie locali del Santissimo Sacramento e del Rosario tutte le sue sostanze, fra cui una casa con rustico ed orto, della quale doveva essere usufruttuaria la sua consorte Antonia. Coi danari di tale eredità, le suddette Compagnie provvidero la parrocchiale di varie sacre suppellettili, dell'organo, e specialmente d'un magnifico paramentale di broccato per le solennità, costato circa L. 2000 (V. ms. cit. e reg. comp. d. Rosario).

Defunta la vedova Colli, le Compagnie cedettero la casa ereditata al comune perché la adibisse a palazzo municipale, coll'obbligo di mantenere l'organo nella parrocchia e stipendiarne il suonatore.

Nell'adunanza del 6 gennaio 1799, rallegravansi i consiglieri di pigliare possesso di una casa, dove da antico tempo già trovavasi l'albo pretorio; e specialmente perché in faccia alla medesima sorgeva l'albero innalzato "ad eterna memoria, della libertà piemontese "! (V. Reg. com. 1799).

Diverse migliore e comodità si apportarono di anno in anno al nostro palazzo comunale, da essere al presente, dopo quello del Forno, uno dei più belli e più comodi dei vicini paesi.

Nella facciata del medesimo fu collocata in questi ultimi anni, per cura degli illustri suoi nipoti, una lapide, dettata dall'On. Conte E. Pinchia di Banchette, alla memoria dell'indimenticabile Cav. Pittara:

FRA QUESTI MONTI
UNA SCHIERA GAIA E GENIALE
CIRCONDO' IL PITTORE CARLO PITTARA
CHE DIEDE NOME ALLA SCUOLA DI RIVARA
ISPIRANDO L'OPERA SERENA
AL FRESCO VERDE ED ALLA GIOCONDA LUCE
DEL PAESE CANAVESANO
MDCCCXXXVII.MDCCCXCI
GRATA E NON FUGACE RICORDANZA
DI UNA SIMPATICA VITA DI ARTE

E quanti di noi ricordano ancora la schiera gaia e geniale dei distinti pittori Ernesto Rayper, Conte Federico Pastoris, Ghisolfi, Alberto Issel, Antenore Soldi, Alfredo D'Andrade e diversi altri, che, per più anni circondarono in Rivara il Cav. Pittara! La gentile brigata dei giovani artisti, che ben sapevano farsi cari a tutto il paese, portava in quegli autunni una festa di continua allegria, un continuo intreccio di spassi e divertimenti da non potersi desiderare i migliori.

Le opere d'arte da loro compite sulle rive di Viana, sulle balze di Pesmonte, al fresco verde dei castagneti di Camagna, se meritarono agli autori gli applausi ed i premi delle accademie e degli intelligenti, servirono a rendere noto e caro in tutta Italia il nome del nostro Rivara.

Un lieto avvenimento compivasi in Rivara il 13 di settembre 1832. Due anni innanzi, il Cav. Generale Cesare di Saluzzo, comandante e direttore della Regia Accademia militare, venuto a caccia nei dintorni di Rivara, poté visitare il castello, che subito giudicò adattatissimo per villeggiatura dei suoi alunni. Fatte le necessarie pratiche col Governo, adattato per bene il locale e tutto preparato e disposto, il 13 di settembre, la suddetta accademia faceva il suo solenne ingresso in Rivara. Il comune festeggiò l'arrivo dei baldi giovani con archi trionfali, con iscrizioni, discorsi e poesie, fra cui del Teol. Pallia, dell'Avv. Obert, che andarono per le stampe.

L'Accademia apportò al castello importanti migliorie e restauri, colla spesa di oltre 300.000 franchi.

Durante i 27 anni di villeggiatura a Rivara, sebbene gli allievi fossero sempre in numero dai duecento ai trecento, non si ebbero a deplorare che due disgrazie, la morte dell'alunno Giuseppe Carotti di Novara, e la fuga di due altri accademisti, i giovani D'Emarese e Coppier. Ma i due poveri fuggiaschi pagarono, purtroppo, ben cara la loro scappatella! Amendue furono, dopo premurose e diligenti ricerche, trovati morti; il primo sulle montagne di Lanzo, il secondo nelle valli di Usseglio.

Nel 1859, la R. Accademia cessò affatto la sua venuta fra noi, ed il castello ritornò disabitato e perciò in continuo deperimento.

Nel maggio 1864, il Governo, conscio della salubrità delle arie nostre, ridusse il castello ad ospedale temporaneo, succursale di quello di Campo militare di San Maurizio, pei soldati che ivi, nella bella stagione, attendono ai loro esercizi militari. Si collocarono 700 letti. 1 risultati furono ottimi; ma, ciò non ostante, al primo di ottobre dello stesso anno, l'ospedale cessò il suo servizio, e nuovamente il castello fu solitario e muto.

Poco dopo fu messo all'asta pubblica e, pel prezzo, sto per dire spregevole di L. 40.000, comprato dal Cav. Giuseppe Ghersi, industriale di Cuorgnè, che tosto vi impiantava una fabbrica di tessuti in seta coll'impiego di molti operai. Ma durò poco la lieta speranza dei Rivaresi di avere nella nuova fabbrica una sorgente di guadagno e di benessere pel paese; giacché, dopo due soli anni, il Ghersi falliva, ed il castello nuovamente fu messo all'incanto.

Fu allora aggiudicato, per lire 50.000 al Cav. Carlo Ogliani di Rivara, che profondendovi rilevantissime somme di denaro, lo ridusse ad essere uno dei più splendidi e comodi castelli della nostra regione. La parte principale dei lavori di riattamento venne eseguita sotto la direzione del Comm. Prof. A. D'Andrade.

Durante tali lavori (fra cui commendevolissimo quello di avere scrostato dall'intonaco di calce i muri esterni del castello vecchio, per cui riapparve nella sua bellezza quasi medioevale) vennero scoperti alcuni pregevoli affreschi, che si conservano quali reliquie di inestimabile valore.

Abbiamo visto come si stesse a Rivara per scuole, sul finire del sec. XVII, e dove allora esistesse l'unica scuola, e soltanto maschile, del paese. Distrutto il famoso stanzone, e crescendo poco per volta gli alunni, in mancanza d'un sito proprio, necessariamente le scuole si trasportavano ogni tanto da un luogo all'altro del paese, in saloni più o meno vasti e adatti, presi in affitto dal comune.

Era adunque un inconveniente grave assai, cui bisognava con qualsiasi sacrificio riparare.

E riparò ottimamente per Rivara il benemerito Sig. Cav. Carlo Ogliani, il quale, nel 1871, acquistava la casa dell'Ill. Teologo ed Avvocato Pania, e generosamente la donava al municipio per collocarvi le scuole maschili e femminili. Non potevasi trovare un sito più centrale e più adatto al nobile scopo!

Il Comune riconoscente a tanto benefattore, faceva murare nel cortiletto delle scuole una marmorea lapide colla seguente iscrizione:

NEL 1809
IN QUESTA CASA NACQUE
IL TEOL. AVV. PAOLO PALLIA
ACUME D'INGEGNO E DI CUORE ITALIANO
NEL 1871
IL CAVALIERE CARLO OGLIANI
ACQUISTAVA E DONAVA
AD USO ISTRUZIONE PUBBLICA
IL MUNICIPIO RICONOSCENTE LA FECE ADATTARE A MENTE DEL DONATORE 1873

Sotto la medesima lapide, altra si murava in questi ultimi anni le benemerenze d'un nostro carissimo compatriota:

GIUSEPPE POLETTO
1850-1903
SEGRETARIO DI QUESTO COMUNE
DA OLTRE 25 ANNI
LASCIO' A RIVARA SUO PAESE NATIVO
TUTTE LE SUE SOSTANZE
PEL MANTENIMENTO DELLE CLASSI IV E V ELEM.
1906
PER DECRETO DEL COMUNE

Al nome di questi generosi benefattori delle scuole nostre io credo bene di unire quello di un veterano glorioso dell'insegnamento elementare in Rivara... il maestro, che noi però chiamavamo più comunemente il Professore, Pietro Gays!

Dopo 56 anni di scuola, di cui 40 circa in Rivara, compianto e benedetto da tutto il paese, moriva il 6 aprile 1893.

Pure degno di ricordo e di venerazione è il Sacerdote Michele Cantelli, egli pure per 40 anni maestro in Rivara. Mentre attendeva alla sua numerosa scolaresca elementare (coll'annuo stipendio di L. 300!) preparava al corso superiore di ginnasio ed allo stesso liceo, molti giovani, che dai vicini paesi convenivano alla sua scuola. Morto nel 1840, fu seppellito in S. Giovanni Decollato.

Ricordai che, nel 1852, vendute tutte le dipendenze del castello, Rivara poté svilupparsi sempre più coll'aprire nuove vie, coll'ingrandire le antiche piazze e con l'innalzare nuovi fabbricati. D'allora a noi fu un passare continuo dall'una all'altra miglioria, da quella a quest'opera di pubblica utilità e di abbellimento. Ricordiamo brevemente le principali di queste opere.

Nel 1865 si costrinse la comoda ed elegante tettoia pubblica dove, una volta. esisteva un giardino cintato di Casa Gays. Peccato che, dopo tale costruzione, il mercato del Mercoledì, concesso al paese fin dal 1790 circa, sia andato sempre diminuendo di anno in anno sino a scomparire quasi totalmente! Infatti sono rari oggigiorno quei Mercoledì, in cui si vegga per Rivara un negoziante forestiero.

Da ricordarsi che, per le premure specialmente dell'indimenticabile Sig. Cav. Ogliani, il comune poté riavere la fiera annuale, fìssata per l'ultimo mercoledì di settembre, e che si inaugurò con grande corso di forestieri nello stesso anno 1870. Ho detto che si poté riavere la fiera, giacché devesi sapere che questa già aveva luogo ogni anno, il 26 ottobre, concessa con regie patenti del 7 aprile 1795. Questa fiera, forse per la poco favorevole stagione in cui si teneva, do o pochi anni si abbandonò, e non ne rimase che un languido ricordo.

La Società Operaia sorse fra noi nel 1879, e venne debitamente riconosciuta con decreto del Tribunale di Torino, il 6 gennaio 1886. Presentemente è dessa fiorentissima; ed è commendevole all'atto generoso dalla medesima compito coll'elargizione di L. 1000 a favore dell'asilo infantile, senza contare l'annuo sussidio di quattro azioni a favore del medesimo.

Nel 1883 si costrusse, all'angolo del Ballo e della Barbacana, la tettoia per comodo e salutare riparo di chi si reca al pubblico lavatoio.

Né devo scordare l'impianto del lastricato, o dico meglio del binario di lastrico, che dalla piazza dell'Annunziata, lungo la via maestra, si stende sino al Ballo. Fu cominciato nel 1892; e sarebbe corona dell'opera bella se si potesse continuare nella via, che noi dicevamo dei Carabinieri (per essere ivi sempre stata la caserma dell'arma benemerita) ed ora Via Regina Margherita, e fra le case che costituiscono il Borghetto.

Non mancava a Rivara che la luce elettrica, la quale, opera di privata industria, fu solennemente inaugurata, con soddisfazione e contento di tutto il paese, il dì della fiera del 1902.

Io devo pure ricordare l'opera lodevolissima compita dal nostro comune in questi ultimi anni, del coprimento cioè, lungo la piazza Barbacana, della bealera o roggia, con cui sono impedite non poche disgrazie, che potevano avvenire, specie ai bambini, dopo la fondazione dell'ansilo nella suddetta piazza.

Fin dall'anno 1880 costruivasi il ponte su Viana, nelle vicinanze di Busano, su disegno dell'Ingegnere Pistono; e nel 1903, altro si gettava sul medesimo torrente sulla strada tendente a Pertusio, con disegno del Signor Ingegnere Moretto di S. Ponzo.

Poiché parlo di ponti, ricordo il ponte magnifico costrutto fra Rivara e Camagna, a spese comuni dei due paesi, l'anno 1834. Ne fu Ingegnere l'Ill. Mosca, il medesimo del ponte omonimo a Torino in Borgo Dora.

E pur degno di imperituro ricordo è il giorno 12 di settembre 1897, in cui Rivara, con feste straordinarie e con solenne, indimenticabile... banchetto, dimostrava al Deputato del suo Collegio Politico, l'onorevole ed ora Senatore del Regno, Romualdo Palberti, la sua stima e venerazione. Facevano bella corona al festeggiato, col Municipio e moltissimi del paese e forestieri, altri otto onorevoli Deputati, Giolitti (che fu poi Presidente del Consiglio dei ministri), Bertetti (ora egli pure Senatore), Pinchia, Chiesa, Rosano, Pivano, Facta e Saulier, acclamati da tutta la popolazione, che giammai scorderà coloro, che vollero in modo sì splendido onorarla di loro presenza illustre.

Ma l'opera più utile e bella che mai potesse sorgere nel nostro paese fu certo la creazione dell'Asilo Infantile.

Per iniziativa, zelo e generosità del Reverendissimo Pievano Can. D. G. Tarizzo era sorto in Rivara, nel locale prospiciente la parrocchia, ed aveva ottimamente funzionato per oltre dieci anni un asilo infantile. Ma nel 1893, agli 1l di giugno, con solennissima festa si inaugurò l'attuale, eretto in ente morale, sorto su disegno del nostro illustre concittadino Sig. Comm. G. Musso, per le cospicue elargizioni di sua sorella la compianta Signora Antonia Tealdi. e della Signora Giuseppina Pallia-Palleari, e di molti altri benefattori il cui nome è scolpito su lapidi nell'atrio interno dell'asilo.

Ma i Rivaresi tutti, ciascuno secondo le proprie forze, vollero, con lodevole zelo, concorrere alla creazione e formazione di opera sì vantaggiosa ed umanitaria. L'asilo nostro, a tutt'oggi, possiede un capitale ai circa L. 20.000.

E' affidato all'ottime Suore Giuseppine, che con illimitata pazienza e carità, disimpegnano il delicato e materno loro uffizio, colla lode e colla riconoscenza di tutta la buona popolazione rivarese.

Da dolersi però che fin da principio, non siasi provvisto, nè tuttora si pensi a dare alle povere Suore un'abitazione più decente e più comoda, di cui sentono sempre più un bisogno assoluto.

Ma è tempo ormai che io passi alla parte terza del mio lavoro, non meno interessante per noi della seconda, per le notizie che abbiamo a riguardo della storia religiosa del nostro paese.