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A.M. Rocca PARTE PRIMA - IL CANAVESE(1) |
Nota: Le teorie espresse in questo capitolo sono state parzialmente confutate da più recenti ricerche storiche. Le riportiamo per completezza dell'opera ed in omaggio al lavoro svolto dall'autore con le informazioni dell'epoca.
- La Badia -
Si è creduto per molto tempo che il Canavese pigliasse nome dalla canapa, che, infatti qui coltivavasi, specie nei tempi antichi, su vasta scala. E a tale erronea derivazione vie più si prestò fede dall'avere, verso il secolo XIII, o poco dopo, i Conti del Canavese introdotto nei loro blasoni la pianticella suddetta (fiorita di argento in campo rosso) forse ad indicare la loro signoria sui paesi, dove essa abbondava e formava uno dei principali raccolti(2).
Ed è da dolersi immensamente che, così traviate e, per più secoli, quasi dimenticata, la vera etimologia del nome del loro paese e di quanto poteva interessarlo, i Conti stessi abbiano cooperato a lasciar perdere memorie e monumenti, che certo non mancavano, e che ora inutilmente si desiderano; pel che riesce ben difficile, per non dir affatto impossibile, costruire del Canavese una storia sicura, che appaghi e pienamente soddisfi. Quante opinioni perciò e congetture diverse ed op. poste; quante confusioni di nomi, di personaggi, di luoghi e di fatti; quante questioni e dispute fra gli antichi e moderni scrittori delle cose canavesane!!
Ai giorni nostri è chiaramente dimostrato che il nome di Canavese proviene con tutta certezza dall'antichissima città di Canava, località feudale, che comprendeva le valli di Pont e di Soana, le quali, nel 961, furono da Ludovico III di Provenza, imperatore d'occidente e Re d'Italia, competitore di Berengario I, da cui fu vinto ed accecato, date in feudo alla Chiesa di Vercelli e passate poi, più tardi, ai Marchesi d'Ivrea. Colla quale donazione Lodovico confermava la donazione di varie altre terre canavesane, già concesse alla Chiesa suddetta, fin dal 882, da Carlo il Grosso Re dei Germani.
Il territorio, che più specialmente si chiama Canavese, comprende oggidì tutto il circondario d'Ivrea, ed una parte di quello di Torino. E sorsero nei tempi andati, e si fanno tuttora molte dispute fra gli scrittori delle cose nostre, se si possa assegnare o no questo, o quel paese al distretto canavesano; volendo alcuni restringerne i limiti, altri un po' troppo allargarneli, secondo gli scrittori antichi o più recenti cui si appoggiano.
Ma più comunemente si assegnano al Canavese 183 comuni con 31 mandamenti, di cui 15 nel circondario di Torino, cioè: Barbania, Caselle, Ceres, Chivasso, Ciriè, Corio, Fiano, Lanzo, Montanaro, Rivara, Rivarolo, S. Benigno, Venaria, Viù, Volpiano; e 16 nel circondario di Ivrea: Aglíè, Azeglio, Borgo Masino, Caluso, Castel lámonte, Cuorgnè, Ivrea, Lessolo, Locana, Pavone, ipont, San Giorgio, Settimo Vittone, Strambino, Vico, Vistrorio (V. Armando, Guida illustrata de Canavese).
Notizie molto imperfette ed incerte sono giunte a noi dei primi abitatori delle nostre contrade. Dopo i profondi studi compiti a questo riguardo, si può tenere per certo che appartennero essi ai Liguri, sebbene, pure con buoni argomenti, li vogliano alcuni di celtica provenienza.
Di questo popolo, fiero ed indomabile, amantissimo della propria indipendenza, si saranno formati ben presto nelle terre nostre due principali tribù o divisioni, di cui una fu dei Salassi, l'altra dei Knappesi. I primi eminentemente guerrieri, abitarono l'alta valle della Dora Baltea, trincerandosi tra i monti altissimi del Valdostano, lottando colla natura e colle belve di quei luoghi alpestri e ancor selvatici; i secondi occuparono le valli dell'Orco e del Soana. Quelli non ebbero propriamente una città capitale (giacchè Aosta fu fabbricata dai Romani, nell'anno 10 av. C.); questi invece, nella pianura, sentirono ben presto il bisogno di un comune baluardo di difesa, d'un comune centro di negoziazioni e traffici, ed ebbero Knappe o Knappa capitale dei loro domini.
Tanto i Salassi che i Knappesi attendevano, oltre che alla pastorizia, alle miniere di vari metalli, e che abbondavano nei loro paesi. Ma i Knappesi in modo speciale si occupavano nella ricerca e trafficavano nella vendita dell'oro, di cui erano ricche le sabbie dell'Orco(3); lavoro e commercio che li rese di gran lunga più ricchi e potenti dei Valdostani, coi quali, dimenticata ben presto la comune origine, vennero in discordia ed inimicizia con frequenti litigi e contese, fino a che, senza rappatumarsi, dovettero piuttosto pensare e provvedere individualmente ai fatti loro, per premunirsi contro i Romani, che sempre più si avvicinavano ai loro paesi, e che, specie per le ricche miniere, ad ogni costo volevano far propri. E già avevano chiamato queste terre coi nomi di Liguria Subalpina e di Gallia Cisalpina.
Ed io tengo per fermo che la prima storia dei Knappesi si identifichi, per lungo tratto di tempo, con quella dei Salassi, e poi con quella dei Romani fino alla caduta dell'impero d'occidente. Così sono persuaso che di amendue i popoli, credendoli un popolo solo, intendessero parlare gli scrittori romani quando parlavano dei Salassi, che loro più specialmente erano noti perchè più volte, e molto, avevano dato da pensare all'Impero. E per questo noi troviamo, anche fra gli antichi, degli scrittori che divisero i Salassi in Salassi della montagna, o montanari, ed in Salassi del piano, col quale appellativo chiaramente indicavano gli abitanti di cotesti nostri paesi (V. la 20a disp., Vol. Io della Patria, Geografia d'Italia - Unione Tipografica editrice, pag. 260 e segg.).
Cesare Augusto fu il primo che spinse le armi sue vittoriose fin sulle Alpi; ma, già prima di lui, il console Appio Claudio, collega di Q. Cecilio Metello, aveva cercato di soggiogare i Salassi, propriamente detti, nel 143 av. C., senza che questi avessero dato ai Romani il minimo motivo di guerra. I figli delle Alpi furono vincitori, ed i Romani lasciarono sul campo 10.000 soldati. Ma, ricomposto un nuovo esercito e ripigliatasi la guerra, i Salassi ebbero la peggio.
Raggiunti dai Romani, negli stessi più nascosti loro villaggi, e pienamente sconfitti da Terenzio Varrone, furono venduti schiavi in numero di 28.000 (a 46.000 li fa ascendere il Prof. F. Savio) sul mercato d'Ivrea, e sparpagliati per l'Italia lungi dalla patria.
I Salassi della piana, ossia i Knappessi, furono più facilmente soggiogati e più umanamente trattati dai vincitori. Aggregati quasi subito al popolo romano, coi Romani divisero le vicende gloriose e tristi nelle invasioni dei Visigoti, degli Unni, dei Vandali, degli Eruli e degli Ostrogoti, senza mai dipartirsi dai loro paesi e sospendere il loro lavoro e commercio.
Da molti secoli però l'antica Knappe era scomparsa e, all'epoca della disfatta dei Salassi, era già anzi in fiore e pure potente e popolosa la nuova Kanabba o Canava, che aveva raccolto dalla scomparsa madre la gloriosa eredità di immortali memorie.
La vetusta Knappe sorgeva, su ambedue le sponde dell'Orco, fra gli attuali paesi di Cuorgnè e Pont, nelle regioni denominate oggidì Campore, Salto e Priacco. Gli studi geologici e geodetici dei valloni e morene circostanti confermano la tradizione che la potente città sia stata distrutta dall'irrompente Orco, che la schiantava dalle fondamenta, non lasciando di lei che rovine e macerie. Questa immensa distruzione rimonta certo a tempi molto anteriori all'era volgare. Voltosi poi il fiume a sinistra, sulla sponda opposta, e in gran parte nuovamente nel piano di Campore, sorgeva la nuova città di Kanappa o Canava, che ben presto ritornò il centro delle officine metallurgiche delle miniere esistenti nelle valli sovrastanti; nuovamente formò il nucleo principale delle case dei forti minatori, meta agli Umbri, Tusci, Libici ed a tanti altri popoli, che qui affluivano pel mercato dei preziosi metalli(4). E nelle sue mura continuò a risiedere la corte di giustizia, la cui giurisdizione estendevasi dal Chiusella al Malone. Per questo i Romani, di cui molti qui si erano stanziati, e della cui esistenza in Canava e nei circonvicini paesi abbiamo mille prove e documenti(5), la denominarono Curtis Canava o, per essere più esatti cohors, per sincope cors, mutata poi all'epoca longobarda in curtis.
Aveva Canava, nei tempi di sua maggior potenza e splendore, come già l'antica Knappe, a sua difesa torri e castelli ben muniti nei suoi dintorni, fra cui certamente il castello di Campore (detto Arcidiono e distrutto nel 1388), di Rivarotta e di Pont; ed io avrei nessuna difficoltà a credere in origine suoi propugnacoli avanzati anche Rivara, Camagna, Castellamonte, etc. E così pure riterrei uniti per relazione, dipendenza, ed eguale provenienza, a quei di Knappe gli abitanti di Forno-Rivara e di Levone, essendo certo che, fin dai più remoti tempi, lavoravano costoro nelle miniere e cave, di cui era fornito, e in parte tuttora, il loro territorio. Questi villaggi e castelli si tolsero poi dalla dipendenza della loro capitale, all'arrivo dei Franchi in Italia nel 773.
La potenza di Canava durò, quasi immutata, sin verso il 1030, in cui, secondo gli studi del Colombo di Cuorgnè, dotto e profondo investigatore di patrie memorie, una nuova furentissima piena dell'Orco, che serpeggiava fra le turrite sue fortificazioni e i suoi temuti castelli, la distrusse a segno che non poté mai più riprendere l'antica sua importanza e grandezza. Ad ogni modo, coll'andare del tempo, e certo per la sua ubicazione, risorse a nuova vita e riebbe una certa autorità, anche per opera della celebre e santa Marchesa Adelaide di Susa, che soffermandosi nel 1070 in Canava, donde saliva al suo castello di Canischio, in cui morì nel 1091 e vi fu sepolta, commiserando all'immani disgrazie del paese, l'avrà pigliato sotto la sua protezione, e così per lei sorsero nuove mura e torri a difesa e protezione della rinascente comunità.
In questo frattempo il nome di Canava, mutatosi poi in Cursnava e Curtnava, diveniva poco per volta, Curgnava, Curgnai e finalmente Cuorgnè. Chiunque vede qui la graduata trasformazione e formazione del nome presente di Cuorgnè, che questa è certo la sola e vera etimologia del nome del paese.
Corrotto e così mutato il nome dell'antica Canava, scrissero alcuni, e per più secoli si credette che Canava fosse stata distrutta ed interamente scomparsa, sebbene sussistesse il titolo feudale de Canavisio, cambiato poi nell'altro de Canapitio per opera del cronista Azario, famoso nell'alterazione dei nomi; a rinforzare il quale quasi proveniente dalla canapa, i Conti del Canavese introdussero nelle loro armi araldiche la famosa pianticella.
Importantissimo poi è pel caso nostro a rintracciare l'antica Canava nel presente Cuorgnè che, più volte, anche nel secolo XI gli antichi documenti ci ricordano il feudo di Canava coll'annesse vallate dell'Orco e del Soana; ci ricordano borghi e villaggi di poca o nessuna importanza; ma, neppure una volta parlano di Cuorgnè, che pure fin d'allora necessariamente doveva sussistere e pur doveva essere luogo di non comune importanza. Viceversa, dopo il secolo XI, cessano affatto i ricordi di Canava e si comincia a rammentare in scritture successive ed autentiche Curtnava, Curgnava e finalmente, come oggidì, Cuorgnè.
Nè faccia meraviglia se, prima delle accurate investigazioni di quanti si occuparono delle cose canavesane, fra cui va data gran lode all'Ill. Prof. Antonino Bertolotti di Lombardore, pei molteplici suoi lavori su tale tema, molto benemerito del Canavese, si collocasse dal Durandi (V. Marca d'Ivrea) e da quanti, scrivendo dal Canavese, ricopiarono da lui, l'antica Canava vicino a Salassa, e precisamente nei paraggi di Rivarossa(6), indotto a ciò certamente dal fatto che, oltre l'Orco, verso Castellamonte, trovasi una località detta Caneuva e veggonsi colossali rovine di un maniero, che la tradizione designò sempre per castello di Ordoino, come di Ordoino si dicono tutte le rovine di torri, chiese e castelli, che trovansi in non pochi paesi del nostro Canavese.
E sin dal sec. III di C. predicavasi in questi paesi la religione del Crocifisso, illustrata qui pure dallo spargimento del sangue di tanti gloriosi eroi della fede, figli delle nostre valli e dei nostri monti; e dal sudore di invitti apostoli, espressamente inviati da Roma, o che vi transitavano nei loro viaggi. Fra questi va segnalato il nome dei Santi Sabiniano, Marziale e Calimerio; ma specialmente quello di S. Dalmazzo che, con tutta ragione può, e deve anzi ritenersi come il primo apostolo di queste terre. Rispettabile la tradizione che conduce S. Dalmazzo a predicare Gesù Cristo agli abitanti stessi di Canava.
E non pochi antichi e moderni scrittori vogliono, fra i predicatori di queste contrade, lo stesso Principe degli Apostoli, S. Pietro, e S. Barnaba e specialmente S. Luca Evangelista (V. mia opera "Santi e Beati del Piemonte" e "Vita di S. Dalmazzo, patrono di Cuorgnè").
Dal punto cui siamo giunti della storia di Canava, è necessario indietreggiare di cinque secoli, e rifarci precisamente dal 568 d. C., anno in cui vennero in Italia i Longobardi, che quasi interamente l'assoggettarono al loro dominio.
Costoro divisero le terre da loro occupate in 36.provincie, di cui Torino ed Ivrea furono capi-luoghi e residenza di un Duca. Ma, alla venuta dei Franchi, capitanati dal prode Carlo Magno nel 773, i Longobardi sgombrarono dall'Italia; e, aboliti i ducati, vennero invece create le contee ed i marchesati (sempre però a piena disposizione del re, che poteva darli e ritirarli come meglio avesse giudicato), il feudalismo cioè, che fu poi tanto dannoso ai nostri paesi, specie per la tracotanza di chi e ne era investito. Ivrea fu sede di un marchese, e la sua provincia o distretto, che comprendeva quasi tutto il presente Canavese coll'intero territorio delle attuali diocesi di Ivrea, Vercelli, Novara, Vigevano e parte di Pavia, pigliò il nome di Marca d'Ivrea.
Un secolo dopo, vale a dire nell'882, Carlo il Grosso, divenuto Re d'Italia, donava, come già dicemmo, alla Chiesa di Vercelli diverse terre del Canavese; e, nel 901, Lodovico III, detto il cieco, confermando questa donazione, vi aggiungeva altro feudo, la cui principale terra era Canava comprendente le valli di Pont e di Soana.
Coll'andar del tempo, i Signori, che erano stati investiti cli contee e marchesati, ma sempre vassalli dell'imperatore, se ne resero indipendenti, e fra costoro quello d'Ivrea fu il primo.
Nell'888, deposto Carlo il Grosso, veniva eletto Re d'Italia Berengario I, duca del Friuli, della cui elezione ben presto pentitisi gli Italiani, gli contrapposero Guido, duca di Spoleto.
Costui, appena asceso al trono, diede la Marca d'Ivrea a suo fratello Anscario, che aveva sposato una figlia di Berengario I, Qui incomincia un periodo, durato oltre 25 anni, di guerre quasi universali, con un'anarchia e confusioni di diritti e di pretensioni da restare per gli storici una vera indissolubile matassa!
E così il marchesato d'Ivrea, passato dall'uno all'altro, per le mani di sette governatori dell'impero (fra cui Berengario II che, nel 951, donava al Monastero di S. Maria in Pavia la corte di Canava, tolta certamente alla Chiesa Vercellese) giungeva a quelle di Ardoino, figlio di Dadone o Dodone, conte di Pombia. Ardoino era nato fra il 950 e il 960, e nel 1002 veniva incoronato Re d'Italia. Ma, come mai Ardoino era riuscito ad avere cotesto marchesato?
Secondo Luigi Provana l'avrebbe ottenuto colla violenza e colla forza, probabilmente nel 989, e non per successione ereditaria. Altri scrittori vogliono invece che succedesse per eredità al cugino paterno Corrado Conone, successore nel marchesato di Ivrea al fratello Guido. Costoro erano fratelli di Adalberto II, Re d'Italia, figli di Berengario II. E si vuole che tale adottazione si effettuasse col consenso di Ottone I Imperatore.
Il Barone Carutti sostiene con nuovi documenti e dotta critica che Ardoino succedesse per eredità al Marchese Corrado, non suo cugino, ma zio, perchè fratello di Dadone suo padre.
Cecchè ne sia, Ardoino, nel 989, inaugura la sua reggenza addimostrando grande amore e cura pé suoi sudditi, valore e singolare destrezza nel maneggio delle cose, pietà e zelo ammirabile nel favorire ed aiutare chiese e monasteri.
Aveva per moglie Berta, figlia del marchese Oberto, donna illustre pei natali non solo, ma specie per le sue virtù, dalla quale ebbe diversi figli; ma tre soltanto, con certezza sono riconosciuti dalla storia, Ardicino e Ardoino II, Guiberto e Ottone. Ardoino ebbe a fratelli Viberto, Gualperto ed Amedeo, ed una sorella, (?) Perinza, che fu la madre di S. Guglielmo Abbate.
Ma, cedendo ben presto al suo naturale orgoglioso ed altero, cominciò a trattare in modo aspro e sprezzante principi e vescovi, sostenendo anzi col S. Vescovo Weremondo d'Ivrea fiere contese per le esenzioni. Nel 996 pigliò le armi contro Vercelli, dove da' suoi soldati fu ucciso il Vescovo Pietro.
Colpito perciò dalle censure ecclesiastiche e scomunicato dal Vescovo d'Ivrea; nell'anno suddetto, nel concilio Romano, presente Ottone III, il papa Silvestro Il condannò Ardoino a perdere la dignità di, Conte palatino, di cui era stato insignito nel 991, e ad entrare in un monastero a farvi penitenza, per ricevere il perdono di sue colpe.
A bella prima Ardoino finse di sottomettersi; ma non si allontanò da Ivrea, sebbene l'imperatore Ottone III, considerandolo come decaduto da ogni diritto ed autorità, donasse, con diploma del 1° nov. del 1000, i feudi di lui a Vercelli, ripigliando così necessariamente al monastero di Pavia la donazione della Curtis Canava, fatta da Berengario II nel 951.
Per tanti torbidi e sconvolgimento politici non si conosce pienamente se la Chiesa Vercellese entrasse, o no, in possesso della donazione fattale.
Nel 1002 Ottone III moriva. ed i principi italiani, per sottrarsi alla dominazione tedesca. eleggevano. il 15 di febbraio dello stesso anno. Ardoino a Re d'Italia.
Appena intese ciò, Enrico o Arrigo II, detto il pio, il Santo, ed anche il zoppo, ultimo della dinastia Sassone e cugino e successore legittimo di Ottone III, mandò in Italia alcuni eserciti, capitanati da Otone Duca di Carinzia e Marchese di Verona. a combattere il nuovo Re, usurpatore de' suoi diritti. Ma Otone fu vinto e sbaragliato. Allora (1004) discese in Italia lo stesso Enrico, che incontrò Ardoino nelle vicinanze di Verona, nel luogo detto Fabbriche. Ardoino, abbandonato nel meglio dai principi italiani, che stanchi di sua alterigia e condotta erano passati al nemico, ebbe la peggio. Inseguito dai soldati imperiali, riparò dapprima nel suo castello di Canava (di cui vogliono alcuni che tuttora esistano preziosi avanzi in Cuorgnè, nella via dei portici, che appunto s'intitola dal Re Ardoino), e poi si rinchiuse nella fortissima rocca di Sparone, dove sostenne, per circa un anno, memorabile assedio, costringendo alla perfine i suoi nemici a ritirarsi.
In questo frattempo Enrico (15 maggio 1004) viene eletto in Pavia Re d'Italia, e subito è costretto, per diversi motivi, a ritornare in Germania. Senza perdere tempo Ardoino ritorna ad Ivrea, si impadronisce della città, castigando con rigore quanti gli si erano ribellati e credeva suoi avversari.
Per altri dieci anni regna ed amministra il suo governo, nel quale tempo, secondo alcuni, avrebbe donato a suo fratello Viberto il feudo di Canava, di cui però potè godere per poco i frutti; giacchè risceso Enrico in Italia, e disprezzate le proposte di Ardoino, riconfermò Canava a Vercelli.
E per una terza volta, Ardoino, mentre Enrico erasi portato a Roma per l'incoronazione, prende le armi contro gli imperiali. Ma, alla fin fine, vinto e disfatto interamente dal nemico, stanco del mondo e delle miserie della vita, e più ancora straziato dai rimorsi della coscienza, per consiglio di S. Guglielmo lascia il mondo e si ritira, nel 1014, penitente nel monastero di S. Benigno di Fruttuaria.
La donazione di Canava, fatta da Enrico alla Chiesa di Vercelli. è rinnovata nel 1027 da Corrado il Salice, che disceso in Italia e, trovata ben difesa Pavia, di cui voleva impadronirsi, si ritira a svernare in Ivrea. Corrado fece in questo tempo grandi donazioni all'Abbazia di Fruttuaria. Per tutto il rimanente di questo secolo, non troviamo più menzionate in nessun diploma autentico né Canava, né l'illustre sua Corte. Per questo, e con tutta certezza possiamo collocare a questa epoca la distruzione dì Canava, causata dall'acque dell'Orco, senza negare che ciò abbia potuto accadere anche per qualche terribile guerra.
Ardoino, resosi monaco, finiva in Fruttuaria i suoi giorni fra le braccia del nipote San Guglielmo, Abbate Benedettino il 14 settembre, o più probabilmente il 29 ottobre del 1015; e nel medesimo monastero nella Cappella di San Giovanni veniva onorevolmente sepolto. Egli aveva non poco coadiuvato all'erezione della celebre Abbazia, che fu vero semenzaio di Santi e di illustri e dotti personaggi. Anche la Regina Berta finì la sua vita, poco dopo il consorte, in S. Benigno. Erra ad arte la cronaca di Fruttuaria dicendo che Ardoino morì nel 1018. Nello stesso sproposito cade la cronachetta di Valperga, aggiungendo per soprappiù che in Valperga finì di vivere l'infelice Re! Si vuole che, poco tempo dopo la sua conversione, in seguito ad una apparizione di Maria SS., apparsagli ad Ivrea, edificasse Ardoino i santuari di Belmonte e di Crea, e cooperasse alla ristorazione di quello della Consolata in Torino(7) .
Le sue ceneri, dall'abbate Cardinale Ferrero dissotterrate e messe fuori di chiesa, perché pare ricevessero, specie in quei tempi, da alcuni fanatici o ignoranti una specie di culto religioso, facilmente spiegabile, furono poi raccolte dal Conte Filippo di Agliè e, dopo varie vicende, trasportate nel castello di Masino, dove tuttora riposano nella cappella del castello con quelle del Marchese Anscario. Nel 1828 furono visitate ed, aperta l'urna, esaminate da Carlo Felice, Re di Sardegna e Principe del Piemonte.
Fu lodevolissimo, e secondo lo spirito della Chiesa, e non già perché intollerante o fanatico, l'operato delI'Abbate Ferrero.
Dopo la morte di Ardoino, proscritti e raminghi i suoi discendenti ed aderenti, perché colpiti dall'imperiale condanna, la Marca d'Ivrea passò forse al Vescovo e poi alla Marchesa Adelaide di Susa, che ne aveva il diritto. Smembratone il feudo di Canava, ripigliato, non si sa come e quando alla Chiesa di Vercelli, che con ogni probabilità mai l'ebbe in possesso, si vuole da alcuni venisse in potere di una famiglia, discendente dal Conte Viberto, che perciò prese il titolo de Canavisie o Canavisio, investitane, potrebbe anche darsi, dalla stessa Chiesa di Vercelli. Ma subito scompaiono le traccie di questa famiglia, che ritroviamo però nuovamente in documenti autentici del 1111, del 1141, 1142 e del 1178.
E fu questa famiglia senza fallo il ceppo primario dei Conti Canavesani che ben presto si divisero nei due rami Valperga(8) e San Martino, colla quale divisione e coll'assunzione di novelli titoli, io credo cessasse quello de Canavisio, fin quì ritenuto dalla sola famiglia suddetta. E cosi formaronsi, poco per volta, le nobili famiglie dei Masino, Agliè, Civrone, S. Giorgio, Rivara, etc. etc. quali cresciute e suddivise ancora coll'andare dei tempi; e, coll'estendere poi i propni dominii e possessioni, chi da una parte e chi dall'altra, con conquiste, parentadi e compere, occuparono quasi tutto quel territorio che ancora oggidì chiamasi Canavese, i cui feudatari furono sempre naturalmente chiamati dal popolo col nome di Conti del Canavese.
Ma coll'andar del tempo, crescendo la divisione e la formazione di nuove contee, queste ne impoverirono i Conti e li resero tenaci del proprio ed avidi dell'altrui. Di qui l'origine delle oppressioni, imposte ed angherie per parte dei Signori; e, per parte dei sudditi, di malcontenti, ribellioni e guerre che, col succedersi dei secoli, insanguinarono i paesi del nostro Canavese.
Causa di tanti dissidi e feroci combattimenti furono pure, nel secolo XIV, le due belligeranti fazioni dei Guelfi e Ghibellini (i Conti Valpergani e loro aderenti erano Ghibellini, ligi ai marchesati del Monferrato; quei di S. Martino invece erano Guelfi, uniti perciò ai Conti di Savoia, al principe di Acaia ed al Comune di Ivrea), che apportarono fra Conti e Conti, fra paesi e paesi la divisione e le più fiere ed accanite inimicizie.
Per questo i Signori assoldavano truppe mercenarie, che depredavano le terre e spargevano ovunque terrore e rovine. Molti castelli ed interi paesi furono distrutti ed incendiati.
La giustizia che si amministrava in quei tempi era barbara, e rigorosissimi i castighi anche per le più leggere colpe e mancanze. Si conservano tuttora atti di vendita e di compera delle persone di poveri villani! E le torri e le carceri dei castelli si riempivano di infelici, che spesso si lasciavan morir di fame! I diritti dei feudatari sul popolo erano troppi: e ve n'erano degli arbitrari e financo dei vergognosi! E chi può dire quali fossero i costumi morali di quell'epoca quando lo scandalo veniva dall'alto e trionfava in modo si spaventevole? Né sempre, per molteplici cause, poteva l'autorità ecclesiastica opporsi a tanti disordini e mali.
Una spaventevole carestia peggiorò, nel 1375, lo stato già sì miserando delle terre Canavesane. Più volte il popolo si era alzato minaccioso contro i suoi oppressori inumani, e poi stanco, disperato, alla fin fine si ribellò senza freno, dando origine, nel 1385, alla famosa rivoluzione del tuchinaggio. E sorsero tutti in uno (tuic-un, dal chè la parola tuchinaggio) prima che i nobili avessero avuto tempo di conoscere il pericolo che li sovrastava e di darsi vicendevolmente aiuto, secondo gli statuti della Confederazione o Lega del Canavese. In questa Confederazione, creata dai Conti a comune difesa, fin dal tempo della dominazione dei Marchesi del Monferrato, era entrata con molte altre città del Piemonte la stessa Ivrea. E si basava su forme repubblicane ed era considerata dallo stesso impero come un corpo politico distinto.
Furono allora, per parte degli insorti, scene di orrore, di barbarie e di ferocia che attirarono, ma certo con poca ragione, al Canavese il titolo di terra di corruccio e di vendetta, e ai Canavesani quello di irosi e pronti di mano.
La nobiltà canavesana ricorse, nel 1391, al Conte di Savoia Amedeo VII e al Principe di Acaia, che pur non riuscirono a spegnere il fuoco della sollevazione, la quale durava ancora nel 1448 e, in parte. rinnovavasi nel 1529. E per spegnerla interamente ci volle, nel 1515, l'editto di Carlo III, che puniva rigorosamente chi avesse anche solo proferito la tremenda parola di tuchinaggio!
Fu una lezione terribile ai nobili, che finalmente impararono a meglio trattare i loro sudditi e a non abusare della costoro povertà e tolleranza. E sebbene i Conti ottenessero poi da Lodovico di Savoia gli antichi diritti feudali sulle terre, le cose in generale, poco per volta, si mutarono a favore del popolo.
Altre miserie, colle molteplici scorrerie dei Francesi, Spagnuoli e Tedeschi in Piemonte, vennero a piombare sul nostro povero paese. E col saccheggio di nuovo la carestia e la fame! Per tutto questo i Canavesani sempre più si stringevano ai Duchi di Casa Savoia, che finalmente poterono salutare, nel 1632, per loro Signori. Una volta ancora, nel 1800, nascevano nuove sciagure per la patria nostra.
Napoleone I, valicato il Gran S. Bernardo e occupata Ivrea, passava rapidamente pel Canavese e portavasi a Chivasso. Poco dopo l'intero Piemonte era aggregato alla Repubblica francese, ed Ivrea era fatta Capoluogo del Dipartimento della Dora, comprendente il Canavese, e come tale durò sino al 1814. Ma ritornati in Piemonte i Re di Sardegna, il Canavese fu diviso fra la provincia di Torino e il Circondario d'Ivrea. L'amore però, che, fin dai più remoti tempi, strinse fra loro i prodi Canavesani, venne mai meno; e li unisce tuttora coi vincoli colla più leale e schietta amicizia.
Decantato e celebre il nostro Canavese per la bellezza dei suoi monti, per la molteplicità de' suoi fiumi, torrenti, laghi e canali d'irrigazione; per le importantissime cascate di acque, inferiori per nulla alle tanto decantate della Svizzera; pel suo aspetto gradevolissimo, offerente una continua, stupenda serie di panorami, di pittoresche valli, di colli e di colline apriche, di boschi, selve, vigneti e di feracissimi campi; per l'aria e le acque saluberrime e pel squisitissimo suo vino, per l'ottimo suo clima, Pei suoi abitanti di animo schietto e cortese, di cuor grande e generoso, per fede ed attaccamento alla loro religione e patria; per le tante opere di carità, di comune utilità e beneficenza; per le scuole ed istituti di educazione che vi esistono, per le sue manifatture ed opifizi industriali; non è meno celebre per le sue vicende e pei tanti illustri personaggi che lo resero grande colla loro scienza, colle armi, colle arti e colle industrie in ogni suo angolo, tanto fra i religiosi che i secolari.
Di questi io voglio ricordare qui piuttosto quei benemeriti della patria e della religione, che per le loro eroiche virtù e sante opere, meritarono dalla e dal popolo riconoscente l'onore degli altari.
E tali furono S. Guglielmo di Volpiano coi suoi santi fratelli Gottoffredo e Nitardo benedettini e fondatori della celeberrima abbazia di S. Benigno, detta di Fruttuaria; i Santi Giovanni e Guglielmo II abbati del medesimo monastero; i santi Eporediesi Gaudenzio, Vescovo di Novara, Eulogio e Veremondo colla matrona Giuliana; i Beati cugini Angelo e Bartolomea Carletti di Chivasso; S. Libania di Barbania e la B. Berta di Valperga abbadesse di Busano; il B. Giorgio di S. Giorgio; i Beati Antonio di Strambino e Giovanni di Pont Martiri, il primo nel Giappone, il secondo in Tripoli; i Beati Guidone e Bonifacio di Casa Valperga Vescovi, quello di Asti, questi di Aosta; il Beato Bonifacio di Rivarolo dei Conti di S. Martino, venerato in Albaro presso Genova. E nel costoro numero non temerei di collocare il Santissimo Pontefice Gregorio VII, che alcuni scrittori vogliono nato in Soana, nella Diocesi di Ivrea, e S. Torribio De Becutis, Vescovo di Astorga nella Spagna, che antica tradizione vuole di Forno di Rivara.
Nè vanno dimenticati quei tanti Eroi, nostri gloriosi compatrioti, che bagnarono del loro sangue le terre Canavesane, fra cui i Santi Tegolo, Besso, Solutore, Giovanni e Giovenale, e quei venerandi e zelantissimi Vescovi di Vercelli, di Aosta, di Milano e di Torino che, fin dai primordi del Cristianesimo, spesero la loro vita nel convertire a Cristo il Piemonte e sono ora ascritti nel numero dei Santi. E chi potrebbe non ricordare inoltre i nomi di quegli altri gloriosi Santi che, in tutti i tempi, specie col recarsi nelle Gallie e pellegrinando a Roma, illustrarono il Canavese col loro passaggio e dimora, e certo anche colla loro predicazione e coi miracoli?
Rimandando il lettore alla mia operetta " Santi e Beati del Piemonte etc. " accennerò i principali, di cui consta con certezza la venuta e dimora nelle nostre contrade, e fra questi i Santi Dalmazzo già ricordato, ed Eusebio di Vercelli, S. Francesco d'Assisi, S. Antonio da Padova e S. Bernardino da Siena; S. Bernardo di Menthon, il Beato Taddeo Makar, S. Leone IX papa, i Santi Abbati Mauro e Maiolo; S. Annone Vescovo di Colonia, S. Pietro Damiani, S. Patrizio d'Irlanda, S. Vincenzo Ferreri, il B. Bernardino Caimo, S. Giuseppe Labre, S. Martino di Tours, S. Malachia e S. Uldarico Vescovi, S. Carlo Borromeo, S. Francesco di Sales e Santa Giovanna di Chantal.
Se vanto inoltre del Canavese sono i tanti monumenti, che ci ricordano le sue antiche glorie, e che giustamente sono ascritti fra i monumenti nazionali, di cui ricordo i castelli di Agliè, di Bairo, Burolo Castellamonte, Masino, Pavone, S. Giorgio, S. Martino, Valperga, etc., e le vetuste Chiese di Andrate, di S. Martino e di S. Pietro in Bollengo, di S. Stefano a Candia, di S. Ponzo, di Lugnacco, il Gessione di Piverone, S. Giovanni di Ciriè, S. Giorgio di Valperga, il Palazzo Abbaziale di S. Benigno, etc., etc., cui tanti altri venerandi avanzi di antichità si potrebbero aggiungere e, sotto la protezione e sorveglianza del Governo, salvarli pei secoli avvenire; maggior gloria apportano al nostro Canavese i suoi famosi Santuari. di cui lo volle arricchito e privilegiato Iddio. Basti accennare a quello di Belmonte, fondato, secondo la tradizione dal Re Ardoino, nel 1014, per ordine della stessa S. Vergine, monumento il più illustre del Canavese religioso; a quello della Rivassola in Cuorgnè, la cui sacra immagine fu fatta dipingere, nel 903, da un certo Eusebio di Trocne, reduce dall'Oriente, la quale, dopo varie vicende e trasporti, finalmente nel 1825, fu collocata nella chiesa parrocchiale di S. Dalmazzo; a quello di Piova, dove il sacro pilone della Madonna, già visitato dai fedeli prima del 1500, nel 1731 fu collocato sull'altare maggiore, come presentemente si scorge; a quello di Ribordone, edificato nel 1653, per comando della stessa gran Madre di Dio, che ivi aveva dato miracolosamente la loquela ad un muto.
E taciamo, per amore di brevità, degli altri minori della Madonna di Monte Stella ad Ivrea, di Ozegna, dei Milani a Forno Rivara, della Consolata a Levone, di S. Firmino a Pertusio, etc.; tutti celebri e per miracolose apparizioni della Vergine SS., e per le grazie insigni e prodigi che ivi si ottengono e si compiono a favore dei fedeli. Ai Santuari si aggiunga il gigantesco monumento innalzato ai SS. Redentore sul Monte Barone (m. 2053) l'anno primo di questo secolo e visitato nella bella stagione da migliaia di coraggiosi pellegrini.
Ma degno specialmente di venire ricordato in queste pagine è certo il Santuario della Madonna delle Grazie in Doblazio sopra Pont Canavese, che illustra fin dai primi secoli cristiani il nostro caro paese. E si crede infatti che S. Maria di Pont fosse in origine una di quelle cripte a cui i primitivi cristiani concorrevano per pregarvi e ricevervi i sacramenti nel tempo delle persecuzioni (1). Questa chiesa sarebbe, secondo le antiche tradizioni, tuttora vigenti nei nostri paesi, e i documenti conservati nell'Archivio Romano, una delle prime, se non la prima, delle Lombarde e la terza delle dedicate a Maria SS. nella cristianità. Ardoino Re d'Italia pregò in questo sacro luogo e ne fu insigne benefattore. Degno di essere visitato non solo, ma studiato è questo monumento della pietà e della fede dei nostri antichi padri, ammirabile anche per la sua giacitura e costruzione. Io credo che l'immagine, fin dai più antichi tempi, venerata nel Santuario di Pont, sia quella che al presente, piccola e veneranda statua di legno, si conserva su di un vecchio altare nella nuova sacrestia.
Ora chi vorrà stupirsi se al nostro Canavese mai sieno mancate le lodi e gli applausi di nobili ed illustri geni, che lo vollero illustrare nei loro scritti?
Carlo Tinivelli, per tacere di tanti altri, lo chiamò: insigne distretto d'Italia, menzionato da Dante Alighieri (cap. 7 del Purgatorio), in ogni tempo ragguardevole per dotti ed illustri uomini. Il Possevin lo dice forte e ricco in pace e strenuo in guerra. Il Paroletti loda i Canavesani pel loro animo schietto e cortese, sebbene alquanto pieno di sé; ma attivo ed avente nel tratto dell'ospitale, del burbero e del generoso.
E sarei troppo lungo se volessi anche solo riferire il nome di quanti hanno scritto ad onore del nostro paese, degno, sotto ogni aspetto, di venire sempre più conosciuto ed amato non solo da noi che gli apparteniamo, come figli ad un padre carissimo; ma da tutta l'Italia nostra, di cui il forte Canavese è certamente una delle parti più belle e più illustri.
1 - La massima parte di questa dissertazione sul Canavese è presa da altra, che io pubblicava a . parte fin. dal 1907, con dedica al carissimo mio fratello Cav. Clemente Rocca, Sindaco di Rivara, ed alla memoria dei nostri genitori Felice Rocca da Bene Vagienna e Luigia Vigo da Corio. Necessariamente, e specie dopo nuovi studi e cognizioni: della storia del Canavese, ho dovuto mutarla e correggerla in più luoghi, ed in altri rifarla di sana pianta.
2 - L'introduzione della pianta di canapa nei blasoni dei conti canavesani, più probabilmente avvenne dall'avere essi letto in qualche copia della viziata cronaca di Fruttuaria che il Re Ardoino, perché Signore del Canavese, l'aveva assunta, fin da' suoi tempi, nel suo stemma! Era quindi convenevoli che i discendenti da tale Re facessero la medesima cosa; e fu fatta ! (V. Calligaris - Un'ant. cron. piemont., p. 10 T).
3 - La ricerca delle pagliuzze d'oro nelle sabbie dell'Orco duro sino a questi ultimi tempi, e fu il motivo per cui tale fiume si disse, e tuttora si chiama in dialetto " eva d'or ".
4 - Che Canava sorgesse nel tenére di Cuorgnè è pure dimostrato da vecchi tipi di catasto del paese, del 1500 e 1600, in cui è designata la valle di Canava, detta ora di Campore.
5 - Specie nelle lapidi romane che si conservano tuttora in S. Ponzo, in Valperga, in Levone ed in altri paesi Canavesani, e nello stesso comunello di Camagna. Una preziosissima palide, trovata appena nel 1880, in quest'ultimo paese, fu testè illustrata, per la prima volta, dal mio cugino carissimo il Signor Cav. Dott. Assandria di Bene Vagíenna, socio corrisp. della R. Dep. di St. patr. E' la seguente:
MOCETIVS
PONTIVS
IVANTVS
GENI F.
6 - E, collocata Canava nel territorio di Rivarotta, il Durandi vorrebbe che Cuorgnè fosse l'antica Rordilitegna, di cui parla Ottone III in un suo diploma.
7 - Gli eruditissimi Carutti, Tenivelli, Calligaris, Terraneo, Baudi di Vesme e l'Alessio credono che siasi confuso Ardoino Re con Ardoino V marchese di Torino, detto Glabrione. Dell'apparizione della Vergine e della ristorazione della Consolata a Torino per opera di Ardoino Re, non abbiamo altro documento che la cronaca di Fruttuaria, purtroppo molto alterata e favolosa (V. G. Calligaris, Un'antica cronaca piemontese inedita).
8 - Alla distribuzione di Canava i suoi feudatari si trasportarono in Valperga (di cui abbiamo una prima memoria nel 1149, ed altra più certa nel 1208) e ne pigliarono colla signoria il nome, ritenendo sempre però sotto il loro dominio e padronanza il vicino borgo di Corgnava, in cui possedevano un forte castello e vi trattavano, per mezzo di un vicario o podestà, le cose più importanti del loro feudo.
9 - Fra le giogaie canavesane, oggetto di ammirazione, è il gruppo del Gran Paradiso (m. 4178), la Groviola (4011), la Tresenta (3725), il Galesio (3343), la Torre del Gran S. Pietro (3842), la Ciamarella (3698), la Levanna (3666) e poi i minori l'Angiolino (2168), il Soglio (1792) e la Quinzeina (2344).
10 - V. le mie Memorie sul Santuario della Madonna dei Milani a Forno Rivara con appendice su S. Torribio.
11 - E sono pur degni di venire ricordati i Santi Martiri Minatori, che nella valle superiore dell'Orco, e precisamente sopra Ceresole Reale, soffrirono (secondo le tradizioni locali) i più crudi stenti e i più prolungati tormenti a gloria della fede Cristiana.
12 - Erano essi, con ogni probabilità, fra i primi dei Salassi che avevano abbracciato la religione di Gesù Cristo, e perché costanti nella loro fede, furono dai Romani condannati a faticosissimi lavori nelle miniere dell'Uja Belgarda. Esiste tuttora in quei paraggi un antichissimo piliere dedicato ai Martiri delle miniere, conosciuti comunemente col nome di Santi Minatori.
13 - Nel 1215-16, reduce dalla Spagna e dalla Francia, ritornato in Italia per la Valle di Aosta. passò nel Canavese l'inverno predicando ed operando mirabili conversioni in Ivrea, Cuorgnè, Castellamonte, Valperga e Rivarolo. Tanti furono i canavesani che abbracciarono il suo ordine e vi si santificarono, che di loro celebravasi anticamente solenne festa il 28 Dicembre, col titolo di Beati Anonimi di Canava.
14 - Fu nel Canavese nel 1418. Traversò la Dora prodigiosamente sul proprio mantello. Un documento dell'epoca, conservato negli archivi municipali di Cuorgnè, ci assicura che predicò in Cuorgnè, in Rivara e in Rivarolo.
15 - Va ricordata specialmente la dimora che S. Pier Damiani, S. Annone, e S. Carlo Borromeo fecero nell'Abbazia di S. Benigno.
16 - Degnissimo di venire visitato dagli amanti di antichità è questo comunello, per le tante lapidi e tumuli romani, scopertivi nei tempi passati. Molte preziosissime lapidi coprono tuttora la facciata della chiesa, edificata sopra un tempio pagano. Il suo nome antico andò perduto affatto, quando il villaggio abbracciò il cristianesimo, e prese il nome attuale da S. Ponzo, Martire di Cimella (ora Nizza di Provenza), di cui un'insigne Reliquia fu qui portata da un Vescovo, cacciato in esilio in questi paesi. Antiche cronache e la continua tradizione popolare chiamerebbe questo Vescovo (che visse vita eremitica presso la chiesa campestre di S. Ilario, da lui edificata, donde recavasi al Monastero di Busano, all'epoca di S. Libiana abbadessa, e vi morì il dì 8 aprile 1064 e fu sepolto nella parrocchia di S. Ponzo, dove si scoperse, pochi anni sono, la tomba co' suoi resti) col nome di S. Leodegario di Autun. Niente di più contraddittorio alla storia! S. Leodegario, Vescovo di Autun, nacque nel 616 e morì martire il 2 ottobre del 678 ed il suo sacro corpo si venera tuttora presso Poitiers.
17 - Oramai invece è dimostrato che il personaggio, vissuto e morto a S. Ilario e sepolto in San Ponzo, fu un Vescovo d'Ivrea, che, sforzato a lasciare la sua sede, dopo aver peregrinato in Francia ed essersi a lungo fermato presso la tomba di S. Leodegario in Autun, si ritirò nel luogo suddetto a vita solitaria e vi morì in concetto di santità.
18 - Altrettanto affermano alcuni, ma appoggiati alla sola tradizione (antica però e vigente tuttora), della primitiva chiesa di S. Giovanni in Rivara (V. Parte 3a).