EDITORIALE

Le virtù eroiche e i difetti umani di Pio IX

di ROSARIO F. ESPOSITO
         

    Con la comunità parrocchiale umbra nella quale da dieci anni collaboro la domenica si può dire che il feeling abbia raggiunto risultati apprezzabili. Ma l’omelia di domenica 3 settembre ha rotto, temporaneamente spero, l’incanto. Ho parlato bene di Pio IX, il giorno della sua beatificazione a fianco di Giovanni XXIII. Non posso dire che ho fatto un panegirico; ho solo applicato una regola ermeneutica stagionata: la Chiesa beatificando o canonizzando un uomo o una donna ne proclama le virtù eroiche. Non canonizza invece né le sue dottrine né la sua azione politica; su tutto questo si pronunciano i singoli competenti, in sede "umana". Da 700 anni si ripete che la Chiesa ha canonizzato Tommaso d’Aquino, ma non le sue tesi.

Nel caso di Pio IX, Giovanni Paolo II ha pronunciato parole di incondizionato elogio alla sua pazienza nelle terribili avversità che costellarono il pontificato, come pure la sua devozione mariana, che nella proclamazione del dogma dell’Immacolata Concezione ha avuto la vetta più elevata, la sua fedeltà alla Chiesa, consacrata anch’essa dal concilio Vaticano I e dalla proclamazione dell’infallibilità pontificia. Il Pontefice dell’Immacolata fu popolarissimo, usciva a piedi dal Vaticano familiarizzando con la gente, compì viaggi negli Stati della Chiesa, accolto dall’entusiasmo delle popolazioni, aveva un aspetto amabile.

Nell’omelia della beatificazione il Papa si è mostrato fedelissimo alle leggi della storia e alla realtà dei fatti: «È stato molto amato, ma anche odiato e calunniato». Soprattutto ha riconfermato la regola aurea delle canonizzazioni: «La santità vive nella storia e ogni santo non è sottratto ai limiti propri della nostra umanità. Beatificando un suo figlio la Chiesa non celebra particolari opzioni storiche da lui compiute, ma piuttosto lo addita all’imitazione e alla venerazione per le sue virtù, a lode della grazia divina che in esse risplende» (Osservatore Romano, 4–5 sett., p. 6).

Molti cattolici nei confronti di Pio IX sembrano vergognarsi dei suoi limiti umani, che gli storici hanno illustrato senza per questo gettargli la croce addosso. Al riguardo cito un pensiero di Leone XIII, dalla sua enciclica Depuis le jour dell’8 sett. 1889: «Dal momento che la Chiesa, che persegue fra gli uomini la vita del Verbo incarnato, si compone di un elemento divino e di un elemento umano, quest’ultimo deve essere esposto dai maestri e studiato dai discepoli con una grande probità. Come è detto nel libro di Giobbe (13,7) "Iddio ha forse bisogno delle vostre menzogne"? Lo storico della Chiesa sarà tanto più efficace nel farne rilevare l’origine divina, quanto più sarà stato leale nel non dissimulare nulla delle sofferenze che gli errori dei suoi figli, alle volte anche dei suoi ministri, hanno causato nel corso dei secoli a questa Sposa di Cristo» (Insegnamenti pontifici, Paoline, I, 1961, 481s). Si è sentito osannare il Sillabo come documento profetico e glorioso, ovviamente senza averlo riletto, nemmeno l’art. 80, composto di un paio di righe, quando al momento della sua pubblicazione pastori e intellettuali sudarono sette camicie per distinguere fra la tesi, cioè l’enunciazione teorica e l’ipotesi, cioè l’applicazione pratica e pastorale, la quale smussa, distingue, adatta, concilia. In un discorso ai pellegrini francesi (5 maggio 1874) Pio IX definì il suffragio universale «la menzogna universale». In realtà non accettò le libertà moderne né si rassegnò alla perdita del potere temporale; ognuno comprende che si trattava di un problema pesante, che metteva la coscienza in grave angustia, perché si trattava di pronunciarsi su un’eredità quasi bimillenaria. Si faccia avanti chi crede che fosse materia facile! Sarebbe stato indispensabile compiere un grande salto di qualità. Ci sarebbe voluto un concilio oppure dei consiglieri di statura eccezionale. Sul principio del pontificato alcuni erano stati a lui vicini: tra tutti emerge il Rosmini, ma nel corso dell’esilio di Gaeta presero il sopravvento i reazionari. Alcune scelte concrete del suo pontificato destarono stupore allora, e anche adesso sono pietre d’inciampo.

Gli ebrei hanno protestato contro la beatificazione, accusandolo di antiebraismo sia per il caso Mortara, sia per le conversioni forzate. Senza negare importanti atti amichevoli di cui furono oggetto, hanno lamentato che non accordò loro i diritti civili, e la libertà di residenza. Si sa pure che li accomunò nell’esecrazione addossando loro le responsabilità della Massoneria, definita più volte Sinagoga di Satana. Nell’epistolario scambiato con Vittorio Emanuele II, pubblicato dalla Gregoriana, ad opera di Pietro Pirri, c’è la lettera del 3 gennaio 1870 nella quale Pio IX, mentre i politici italiani promuovevano la scuola popolare, divenuta nel 1877 obbligatoria e gratuita, esortava il sovrano a «fare di tutto per allontanare un altro flagello, una legge relativa all’istruzione obbligatoria ordinata ad abbattere totalmente le scuole cattoliche e i seminari» (G. Martina, Pio IX, vol. 3, Roma, 1990, p. 51).

Bisogna raggiungere una severa maturità di giudizio; è giunto il momento di ristabilire l’equanimità. Se impareremo a distinguere tra il transeunte che è nelle persone e nelle circostanze storiche e la perennità del messaggio operante nei Servi di Dio, questo traguardo sarà alla portata di mano. In questo senso mi sembra pertinente quello che lo storico Maurilio Guasco ha scritto in Famiglia Cristiana (3 settembre 2000, p. 39): «Da cristiano peccatore, mi sento quasi confortato da questa beatificazione: la Chiesa ci ricorda che si può vivere una forte spiritualità, un profondo senso di unione con Dio pur avendo qualche difetto e qualche pecca nei confronti dei fratelli, e magari commettendo qualche errore nel leggere i tempi in cui è dato vivere. Se tutto questo è vero, significa che la via della santità non è preclusa a nessuno».

Rosario F. Esposito