La svolta
(Un ricordo)

Di Aldo Sottofattori


Arrivando sull'obiettivo, ho lasciato la moto fuori dal cancello e sono penetrato nel piazzale sproporzionato, corredato da aiuole abbozzate, vialetti incompleti e lampioni improbabili. La strana coreografia, il caldo torrido e l'assenza di altri turisti conferivano a quel luogo una assurda irrealtà. Lassù si intravedeva il secondo cancello che doveva introdurre alla zona propriamente archeologica. Ho scelto il passaggio diretto e mi sono incamminato con passo rapido. La fretta era dettata dalla speranza che la visita fosse veloce permettendomi di raggiungere presto gli altri amici che erano andati direttamente nella Costa Verde: quei cari ignoranti erano interessati soltanto dal mare e dai paesaggi naturali.
Non sono riuscito a vedere il tempio di Antas, l'unico tempio romano in Sardegna.
Giunto in prossimità del punto in cui il muro del viale finiva, un'ombra imprevista mi ha fatto sobbalzare: il cane bastardo, di taglia media e con il muso sporco di sangue, che doveva essere tutto contratto nella stretta ombra dove il muretto finiva, è schizzato a qualche metro e si è fermato per capire che cosa doveva fare.
Anch'io mi sono fermato. L'ho guardato a lungo con la coda dell'occhio, evitando di fissarlo per non intimorirlo troppo e ho provato una angoscia che un cane non mi aveva mai ispirato. Non capivo che ferita avesse, se fosse grave o meno, se prodotta da animale o da uomo, da morso, coltello o bastone; non capivo se il povero animale soffrisse per quella causa. Poi ho esteso l'attenzione e ho notato il corteo di disgrazie che aveva accompagnato la sua sorte. Il manto chiarissimo aveva ampie chiazze sulle quali il pelo cresceva a stento. In quelle zone, e non solo in quelle, i parassiti e le mosche infestavano a piacere. Quel pelo orribile ricopriva uno scheletro che sembrava facesse di tutto per mettersi in vista. Doveva avere una terribile fame arretrata. Poi la sete che mi perseguitava e che non riuscivo a spegnere con nessuna quantità di minerale, mi ha ricordato che forse lo spettro che avevo davanti, prima ancora del cibo, doveva patire per l'incubo della sete.
Inizialmente ho pensato a un articolo letto per caso pochi giorni prima, in cui allevatori di una regione italiana che ora non riuscivo a mettere a fuoco, chiedevano immediati provvedimenti alle autorità per eliminare cani rinselvatichiti e pericolosi che, assediati dalla fame, minacciavano i loro allevamenti. Potevo fidarmi?
Non c'è voluto molto tempo per capire che il cane era buono, non pericoloso. Caso mai era pericoloso chi l'aveva ridotto in quel modo. Potevo senz'altro fidarmi di lui. Ma si sarebbe lasciato avvicinare? Ho provato a chiamarlo e l'inesperienza mi ha indotto a fare quello strano verso a labbra strizzate che si usa per richiamare i gatti. Niente. Poi  un fischietto lieve, un poco scemo ha avuto l'effetto di aprire un canale di contatto; la sua coda ha incominciato a alzarsi e a muoversi leggermente, ma la posizione assunta era inequivocabile: era obliqua sia rispetto a me che alla direzione di fuga. La testa era bassa e lo erano anche gli occhi che non riuscivano a guardarmi.
Quanto tempo è passato prima che potessi avvicinarmi? Ogni mio passo verso di lui produceva un suo spostamento di pari misura. Solo quando mi sono abbassato, evitando di incombergli dall'alto, si è deciso al contatto e lo ha fatto con una timidezza commovente, abbassandosi in segno di sottomissione. Da vicino si vedeva che il sangue era rappreso e la ferita appariva meno grave e in fase di cicatrizzazione; alle prime carezze ha cercato ancora di sottrarsi; solamente quando ha sentito che la mano era sicuramente amica le ha accettate guaendo senza posa.
Ho pensato che, forse, nel suo ignoto linguaggio chiedesse da mangiare e da bere e che qualcosa di sostanzioso fosse più gradito delle carezze. Conquistata la fiducia sono corso verso la moto. Velocemente, perché temevo che se ne andasse senza ricevere quelle cure che ora non volevo per nessuna ragione rinunciare a dargli.
Mentre mi dirigevo verso la moto lo guardavo e mi sembrava di vedere compiutamente la sua incertezza sul da farsi. Aprendo la borsa delle provviste che mi erano rimaste ho rifatto il richiamo che la prima volta aveva avuto successo e di nuovo mi si è riavvicinato con un passo che cresceva man mano che la certezza di mangiare si faceva strada. Tra le provviste avrò avuto almeno un chilo di pane secco che non ero riuscito a buttare via (ho sempre avuto un blocco a buttarlo; che assurdità, vero? eppure anche i simboli hanno la loro importanza). Quando ho preso il sacco del pane, il cane, appena sopraggiunto, ha cambiato immediatamente comportamento. Guardava il sacco e si sollevava sulle zampe posteriori per sollecitarmi aumentando i toni e le frequenze del guaito. Ho impiegato un bel po' di tempo a sciogliere il nodo, premuto com'ero dall'animale e dalla sua fame. Poi finalmente ho incominciato a dargliene piccoli pezzi e con sorpresa ho visto sbucare dal nulla un secondo spettro: una femmina, forse la madre, dalle mammelle cadenti e con molti parassiti in più. Ho dato loro tutto il pane e ho attenuato la loro fame. Poi l'acqua, circa due litri, e ho spento la sete.
Non avevo il coraggio di lasciarli e, del resto, loro non lasciavano me. Allora sono passato ai biscotti, al formaggio e, infine, alle scatolette di carne (sì, all’epoca vivevo ancora nell’errore più grave!). Loro continuavano a mangiare e ricevevano un momento di conforto. Ma anch'io ricevevo - illudendomi, me ne rendo conto - una sensazione di benessere interiore immaginandomi che facessero "riserva per un po'".
Finalmente dettero l'impressione di essere sazi, ma non se ne andavano. Rimanevano lì a prendersi altre razioni di carezze che non riuscivano a estinguere la sazietà di un affetto improvviso. Il mio sguardo passava da loro alla moto. Se avessi raggiunto Carlo che aveva la macchina, potevamo portarli via. Ma in campeggio li avrebbero accettati? Carlo sarebbe stato disponibile? Ma c'era davvero spazio per loro in macchina? E loro avrebbero accettato il viaggio prima in macchina e poi in traghetto? Avrei dovuto anticipare la fine delle ferie? Ma poi, a chi li avrei dato quei cani così brutti? Sarebbero finiti in un canile? Io certo non potevo tenerli; portarli in un mini appartamento saturato da tre gatti litigiosi e pestiferi non era certo possibile; immaginarsi: dall'enormità di quegli spazi pur violenti a un piccolo ambiente in città!
Poi li guardavo e sentivo un dolore fortissimo dell'animo, accompagnato dal desiderio di tirarli fuori da quell'inferno. Lo scontato finale si è imposto. Me ne sono andato angosciato e afflitto da un profondo senso di colpa perché, a quel punto, avevo la sensazione netta di essere la causa del loro abbandono. Ero io la causa del loro abbandono!
Da quel momento ho incominciato a vedere cani randagi in ogni luogo della Sardegna: nei campeggi, nelle spiagge, nei paesi, e, di nuovo, presso altre rovine archeologiche. Possibile che tutti i randagi della regione si fossero dati convegno intorno a me per mettermi in uno stato di sofferenza che non mi permetteva di gustare le bellezze dei luoghi? Il fenomeno doveva avere uno sviluppo davvero enorme se si presentava in quei termini.

***


Sono tornato a casa fortemente marcato da un evento banale che, tuttavia ha costituito una svolta nella mia vita. Mi sono chiesto come mai i precedenti incontri con cani sicuramente randagi non mi avessero prodotto un effetto simile. In città e in campagna, nel nord e nel sud del paese, nella regione in cui abito e in quelle in cui mi reco per diverse ragioni. Ovunque ci sono cani randagi. E allora?
Finché sono finito a ragionare sull'ambiguità del verbo "vedere". La realtà si imprime nei nostri occhi portandoci un'infinità di messaggi. Per tutta la giornata, per tutte le giornate della nostra vita. Ma la maggior parte delle cose che vediamo scivola via dalla nostra esistenza e non lascia traccia alcuna. Esattamente come i cani che avevo sempre "visto", ma mai notato.
Il fatto è che noi vediamo veramente solo una parte della realtà: quella che dispone, dentro di noi, di una precedente condizione di visibilità. Percepiamo con contorni netti esclusivamente gli enti che la nostra sensibilità rende riconoscibili. Tutto questo rimane e vive nel nostro intimo più o meno a lungo. Il resto scompare in nome di un principio superiore di economicità degli stimoli che ci impedisce di essere sommersi dalla molteplicità delle cose e di cadere in una paralizzante apatia.
Esiste un altro verbo che possiede una maggiore forza e che attiene al campo della visione: "osservare"; esso pare disporre, rispetto a “vedere”, di una diversa capacità di esprimere l'attenzione del soggetto che percepisce. Osservare significa predisporsi all'attenzione in virtù di una acquisita sensibilità verso un essere, un oggetto, una situazione.
Ecco perché, in precedenza all'avventura sarda, i cani randagi non costituivano parte della mia esistenza. Pur vedendoli non li osservavo, non avendo avuto l'opportunità di costruire degli schemi di riferimento nell'area della sensibilità che mi permettessero di prendere contatto con loro. Potevo essere letteralmente circondato da torme di animali, ma in assenza del silenzio, della solitudine, della temperatura torrida, della ferita e della fame, insomma delle circostanze manifestatesi presso il tempio di Antar, non mi sarei mai sognato di riflettere sulla condizione degli animali randagi. Che la sensibilità si acquisisca con il contatto diretto della sofferenza e del dolore? Non mi sembra che sia una tesi nuova.
Ora, ogni tanto, ripenso a quei cani. Di certo avranno abbandonato questo mondo e si saranno liberati dalle loro sofferenze. Ma se da tanti anni mi sono dedicato alla causa antispecista lo devo a loro. Devo a quella immensa ferita ancora aperta, e mai più rimarginabile l’inestinguibile volontà di combattere per la causa più difficile.



20/02/09

Racconti & Poesie

index