Officina della THEORÎA

Per una visione politica dell'antispecismo
- di aldo sottofattori -



Relazione presentata in occasione della “tre giorni” di Milano in cui gruppi di attivisti per i diritti animali si sono confrontati sugli sviluppi dell'antispecismo. In particolare, il documento riprende l'idea del vecchio collettivo di dare una veste politica al movimento degli “animal rights”.





Quadro sinottico di orientamento sulle differenze
tra la visione etica e la visione politica dell’antispecismo



L’antispecismo secondo la visione etica


L’antispecismo secondo la visione politica

  1. Indirizza l’azione ostile sull’individuo che pratica attività violente sugli animali

  1. Indirizza l’azione ostile verso lo Stato che legalizza le attività di sterminio

  1. Informa i cittadini per convincerli a compiere scelte etiche a mezzo di informazione

  1. Si rivolge ai cittadini per coinvolgerli in attività militanti a mezzo di propaganda

  1. Agisce a livello locale

  1. Agisce a livello globale

  1. Ha scarso bisogno di teoria

  1. Ha elevato bisogno di teoria

  1. E’ autoreferenziale

  1. Sviluppa attività di apertura e attenzione verso gli altri gruppi animalisti (e non) che è possibile coinvolgere su principi condivisi

  1. Non richiede organizzazione se non in forme elementari

  1. Richiede strutture fortemente organizzate




Discussione



Punti 1 e 2

Sono i punti più importanti. Nella visione corrente che tende ad esaltare l’importanza dell’individuo nella società, si ritiene che l’azione debba essere condotta verso le persone, per generare cambiamenti culturali, di consumi, di visioni del mondo. Le persone possono svolgere ruoli negativi (ricercatori, allevatori, venditori…) o neutri (ignari mangiatori di carne, ignari genitori che conducono i bambini al circo, ignari acquirenti di animali…). Verso i primi si agisce con proteste, verso i secondi si svolgono iniziative di informazione e di persuasione. Entrambe queste pratiche non hanno natura politica, ma etica. Dunque sono limitative. Vediamole separatamente insieme con le proposte del modello alternativo.

a] Ruoli negativi: combattere gli individui o lo Stato? (punto 1)

Un gruppo va davanti a un negozio di animali e ne disturba la vendita. Il gruppo, tra le sue attività non ha mai pensato di prendere iniziative verso le norme che consentono la vendita degli animali. Nel suo attivismo è implicito un atteggiamento di pretesa di comportamento supererogatorio da parte del venditore. Caro venditore tu PUOI vendere animali perché le leggi te lo consentono ma io ti dico che infrangi una regola morale ecc ecc. E’ evidente che in questa pratica non c’è niente di politico perché essa pretende di agire sul singolo individuo tentando di indurlo ad abbandonare l’attività. Gli svantaggi sono evidenti. Se lo perseguito andando a volantinare davanti al suo negozio per 10 anni di seguito, spreco un’energia colossale su un punto vendita quando ce ne sono altri mille che vivono tranquilli. Ammesso che riesca a imporre la  chiusura alla “vittima”, penso che il gruppo avrebbe poco da cantare vittoria e la sua soddisfazione non sarebbe molto fondata. Senza contare che la il venditore può riaprire il negozio da un’altra parte, in un futuro prossimo ecc. Insomma ci troviamo in una situazione simile a quella di chi pretende che il padrone tal dei tali paghi bene i suoi lavoratori anzichè stabilire che esistano delle norme nello spazio pubblico che regolino almeno per linee essenziali i rapporti di lavoro.

Il modello alternativo prevede un antispecismo che rifiuta l’idea che le trasformazioni possano avvenire agendo, soltanto, a livello molecolare. Ma non è soltanto un fatto di convenienza tattica (perché i negozi sono tanti, perché il venditore può trovare degli escamotage, ecc.). E’ assurdo che il luogo in cui la violenza riceve la sua giustificazione legale sia lasciato fuori dalla dimensione della protesta quando addirittura dovrebbe essere considerato il cuore (e la mente) da criticare in quanto generatore di quelle norme che consideriamo ignobili. Io sospetto che nella testa di chi è restio ad accettare questa visione delle cose scatti lo stesso pregiudizio tipico di una certa modernità che ritiene che lo Stato sia una semplice emanazione della volontà dei cittadini, una concezione in linea con la tendenza anarcocapitalista moderna che mentre pretende lo stato-minimo e lo concepisce come male necessario, tende a depotenziarne il ruolo fino quasi a farlo scomparire dall’orizzonte relegandolo alle funzioni ottocentesche della difesa e dell’ordine interno.

Non è il caso di discutere se lo Stato sia diventato effettivamente questo oppure se continui attivamente a emanare l’ideologia che progetta e costruisce la realtà proteggendola per mezzo dell’emanazione del Diritto. In entrambi i casi, riflesso della società civile o soggetto dotato di forte autonomia, esso rappresenta comunque il luogo in cui si condensano le norme che oggettivizzano l’animale, che conferiscono ad una moltitudine di operatori la libertà di svolgere quegli atti di sopraffazione che vogliamo combattere. Lo Stato è il luogo in cui tutti i fili si riannodano e dunque deve diventare l’oggetto primo della critica da parte dell’antispecismo che in tal modo si riappropria di una visione politica del problema.

Immaginiamo dunque che sia assodato questo spostamento dell’attenzione dell’antispecismo, e cioè che l’oggetto dell’attenzione sia lo Stato al posto della miriade di soggetti sociali che attualmente polarizzano l’attenzione animalista. Nascono domande decisive: come rapportarsi ad esso? quali iniziative intraprendere? con quali armi combattere?

Per prima cosa occorre sgombrare il terreno da un equivoco. Visione politica del problema e individuazione dello Stato in tutte le sue articolazioni istituzionali come responsabile della condizione animale non significa svolgere un ruolo parallelo a quello delle associazioni che tradizionalmente scelgono di interagire (tra l’altro con effetti scarsamente tangibili) con deputati amici disponibili a presentare ddl che navigano tra una legislatura e l’altra senza approdare mai da nessuna parte. Queste associazioni si muovono su un piano welfarista e ricercano la minimizzazione del danno. In altri termini, in nome del motto “meglio poco che niente” – un poco che non si concretizza mai – il protezionismo non è in grado di esibire principi e dunque nemmeno di pretenderne il rispetto. E allora?

Prima di rispondere alle domande decisive occorre attendere ancora. Bisogna riflettere su un punto assolutamente centrale. Qualcuno, nell’incontro di Lomagna ha fatto notare che l’antispecismo vive una tale distanza tra le sue aspirazioni e la realtà – e inoltre è talmente offesa la giustizia di cui è portavoce – che dovrebbe considerare soluzioni estreme. In assenza di queste, la stessa persona paventava l’esistenza di uno “specismo degli antispecisti”. Ora, non penso che l’inesistenza di soluzioni estreme dipenda tanto da una autocensura degli attivisti quanto dalla saggia consapevolezza che la sproporzione di forze è talmente grande da imporre una ragionevole attenzione alle iniziative da mettere in campo. Tuttavia quell’affermazione ha il merito di chiarire che la collocazione delle forze e delle manifestazioni entro il labile confine della legalità non deve incrinare la certezza di vivere nella dimensione del male assoluto. Da ciò derivano inevitabilmente sia la chiara percezione dal ruolo svolto dalle le istituzioni che si rendono responsabili di rendere legale le atrocità che sappiamo, sia la consapevolezza delle relazioni problematiche da instaurare con esse. Ecco dunque che le domande rispetto al tipo di azioni da condurre verso lo Stato specista incominciano a prefigurare le risposte.

Poichè l’antispecismo è portatore di istanze e valori incompatibili con quelli veicolati dalle norme della società specista, dovrà assumersi l’onere di sviluppare una protesta permanente con richieste, che pur non avendo possibilità di essere accolte, mettano in evidenza l’esistenza di una forza politica non integrabile nella società violenta. Protesta permanente significa mobilitazione contemporanea in più punti del Paese per rivendicare quella giustizia che la politica delle forze speciste non può concedere perché contraria ai suoi valori di fondo. La ripetitività senza fine della protesta è in grado di fare saltare i nervi e dare un fastidio alla lunga insopportabile, ma il mantenimento dell’iniziativa entro i limiti delle norme previste non può comportare divieti e limitazioni senza che la giustizia neghi se stessa. Si tratta di una strategia capace di creare difficoltà gravi al nemico e metterlo in una condizione di pesante dissonanza.

Vorrei che comprendeste che questa possibilità è concessa dalle circostanze soltanto a noi. Tutte le altre richieste rivendicabili  da altri soggetti sociali si trovano prive della gravità con cui noi siamo costretti a confrontarci. Inoltre le istituzioni possono sempre prospettare soluzioni. I problemi della spazzatura, dei termovalorizzatori, della TAV – per portare alcuni esempi – danno alle popolazioni gravi motivi di protesta, ma sono previsti spazi di confronto per mezzo dei quali le istituzioni nazionali e locali avvieranno confronti sulla base del gioco della democrazia. Insomma le parti confliggenti hanno sempre la possibilità di negoziare e, “per definizione”, una soluzione si trova a tutti i problemi, magari scontentando le minoranze in virtù del “principio di maggioranza”, ma non ledendo i diritti fondamentali delle persone. La violenza sugli animali invece non ammette soluzioni. Ne consegue che, di fronte alle nostre proteste verso il luogo della formazione della legalità, il potere si ammutolisce, non ha risposte da dare. E io credo che di fronte a richieste precise avrebbe grosse difficoltà per l’impossibilità di “accettare” e “rifiutare”: una classica via senza uscita.

Immaginiamo, per esempio, che il movimento pretenda una legge che impedisca di usare filmati o immagini di animali felici nella pubblicità di prodotti “non cruelty-free. Oppure la richiesta di imporre la notazione “questo prodotto è stato realizzato con il sacrificio e la sofferenza di un animale” in ogni prodotto industriale che ha sfruttato animali. Sono richeste che né si possono accettare, né rifiutare. Significa restituire al nemico una parte delle difficoltà che a tutt’oggi ci sobbarchiamo interamente noi. Osservate che campagne di questo genere svilupperebbero quel confronto con la popolazione che a tutt’oggi riteniamo importante ma non nella forma attenuata che caratterizza le nostre iniziative odierne. Dunque avrebbero influenze sullo spazio culturale del Paese che oggi ci sognamo. Ma l’aspetto più importante – non mi stanco di sottolinearlo – consisterebbe nella riconduzione dell’azione nel suo alveo naturale: non nella sfera del supererogatorio, ma nella sfera del politico, dove è necessario che le questioni dei diritti siano poste.

Ci sarebbero altre modalità di perturbare pesantemente il campo avversario, ma non mi sembra il caso di insistere con dettagli inutili allo stato attuale per due ragioni. Prima di tutto perché questi sono aspetti che vanno approfonditi solamente dopo che si è deciso di imboccare una strada, altrimenti è inutile girar loro intorno. Ma soprattutto perché tutto ciò che ho descritto allo stato attuale è inapplicabile. E’ una tappa importante di un processo che deve sostanziarsi con le necessarie fasi preliminari. Se è punto intermedio, perché non l’ho fatto precedere da quanto occorre? Semplicemente perché ritengo che nel compiere qualsiasi atto si dovrebbe già sapere dove dirigersi: in questo caso verso la costituzione di un soggetto politico capace di esprimersi in termini radicalmente nuovi. Vediamo ora con maggiore rapidità i passi iniziali da compiere (punti 2-6).

b] Ruoli neutri: convincere o assimilare? (punto 2)

Uno degli aspetti di debolezza della descrizione precedente sta nella necessità di disporre di una massa critica di attivisti ben motivati. Allo stato attuale non siamo in numero sufficiente per ipotizzare manifestazioni permanenti e sufficientemente “confrontative”. Inoltre osservo che anche se per ipotesi avessimo il numero, non avremmo tuttavia la motivazione e la cattiveria interiore necessarie. Quantità di attivisti e qualità delle loro motivazioni – intendendo con questo ultimo termine la risolutezza nel considerare lo specismo il male assoluto – sono due problemi centrali per poter realizzare quanto prima sostenuto.

Possiamo chiederci se fino a oggi questo sia stato un problema per il movimento animalista in tutte le sue versioni. Conformemente alla concezione tipica di “testimonianza” la risposta è NO. Avvicinare persone per convincerle a diventare vegetariane non significa agire per tentare di formare dei quadri di attivisti che potenzino la necessaria massa umana necessaria per dare un’impostazione politica al movimento. Diciamo che per cultura e “spirito dei tempi” questa incapacità si sposa con incapacità perfettamente identiche degli altri movimenti, anch’essi orientati in prima battuta a diffondere idee, a tentare di modificare l’opinine pubblica, piuttosto che assumere un ruolo diretto di confronto con un potere portatore di una visione opposta. Questo capitolo prevederebbe un radicale cambio di mentalità, di metodi, di strategie comunicative, di ricerca di ambienti teoricamente disponibili a sintonizzarsi sul messaggio antispecista convenientemente riformulato. Non accusatemi di genericità. Qui si tratta di definire il “cosa”. Il “come” è un passo da fare in seconda battuta. Si tratta di definire se siamo d’accordo a fare una cosa rimandando le procedure applicative ad altri tipi di confronti.

Punto 3     Azione a livello locale o globale?

La risposta è contenuta nei punti precedenti. Agire a livello locale significa sposare la tesi della crescita delle idee antispeciste per azione incrementale dal basso, per mezzo di un lavoro capillare sugli individui. Agire a livello globale significa – ricordate la riflessione del grattacielo – incidere sulle strutture principali della società specista. Questo significa che nella nuova prospettiva ha senso piuttosto limitato (certo non inutile) fare una manifestazione ad una fiera di bovini, mentre acquisisce più rilievo promuovere azioni permanenti diffuse sul territorio ma unificate da obiettivi generali e definite dai principi dell’antispecismo.

Punto 4     Quanta e quale teoria?

Osservo che il movimento degli Animals Rights ha prodotto e continua a produrre una sterminata quantità di teoria. Tuttavia è una teoria che ruota intorno ai fattori di rilevanza morale della questione animale. Oltre un certo punto, essa tende ad avvitarsi su se stessa e a non creare motivazioni agli attivisti i quali si muovono in modo abbastanza empirico sulla base di principi schematici e in quantità ridotta. La teoria che occorre è – ribadisco quanto meglio specificato nel documento presentato la volta scorsa – una teoria politica che sposti i termini dell’analisi dagli animali alla illegittimità delle strutture di potere che legalizzano il massacro. Questo è un terreno vergine il cui dissodamento può alimentare quel salto di adesioni all’antispecismo e la qualità di motivazioni di cui al punto 2. Il manifesto – di cui si è già incominciato a parlare – dovrebbe contenere già una sintesi di questa natura.

Punto 5     Relazioni

Osservando i segmenti di quello che oggi potremmo chiamare solo impropriamente “movimento antispecista” osserviamo piccoli fortini i cui attivisti svolgono un’azione rivolta all’informazione verso un pubblico abbastanza distratto e un certo movimento interno tutto sommato autocentrato sul proprio spazio. I tentativi di costruire ponti verso gli altri caposaldi per realizzare una rete di soggetti che entrino in sinergia sono quasi inesistenti. Anche in questo caso si è costretti a considerare la pesante normalità di un atteggiamento che è culturale e spazia in forme simili praticamente ovunque. Corporativizzazione sociale, individualismo – che restringe al minimo le relazioni –, diffidenza: sono tutti aspetti che si respirano nell’aria e in qualche modo ci condizionano tutti anche nel modo di vedere i rapporti che dovrebbero animare chi è unificato da una visione comune. Purtroppo anche in questo caso si è costretti a considerare la difficoltà di cambiare una mentalità che travalica la nostra condizione. Oltre a ciò dovremmo incominciare a trovare – o meglio, costruire – relazioni con ambienti con sfondo diverso, ma animati da varie sfumature antagoniste verso il sistema. Rinnovo l’attenzione sul fatto che il “come” fare tutto questo, è subordinato a un’accettazione del “perché” farlo. Dunque è, di nuovo, inutile perdersi in questa fase in tentativi di precisare su come fare qualcosa se prima non si entra nella logica di doverlo fare.

Punto 6     Organizzazione

Nel punto 5 ho impiegato l’espressione “rete di soggetti”. Non vorrei indurre in errore rispetto a quello che è il mio vero pensiero. La rete è importante in una fase preliminare, quando ancora si devono monitorare pensieri, convinzioni, disponibilità. Inoltre la rete è la forma che può dare luogo alle prime iniziative, ma è chiaro che, qualora sia accettata la prospettiva descritta al punto 1, deve successivamente evolversi in un soggetto fortemente strutturato. La rete non consente di andare oltre un certo livello di incidenza perché esprime un livello di organizzazione debole che mantiene in modo latente l’attuale frammentazione ed è incapace di superare difficoltà di comunicazione e operatività in situazioni complesse. La rete dovrebbe esprimere l’infanzia dell’antispecismo, un’infanzia da superare il più presto possibile. I tempi della crescita dipendono da tanti fattori, ma nell’essenziale, dalla capacità di coloro che credono nella prospettiva dell’antispecismo come soggetto politico di stabilizzare gli obiettivi sinteticamente descritti nei punti 2-3-4-5.

Sintesi

Un gruppo allargato che condivide il percorso si mobilita per sviluppare:

a)     il proselitismo necessario per allargare il consenso alle tesi antispeciste e potenziare negli attivisti la determinazione a creare conflitto sociale;

b)      la fondazione di una teoria politica che ponga al centro la costruzione dell’immagine del nemico;

c)      l’attività “diplomaticaverso il mondo animalista e, con tutta la pazienza possibile, verso quelle componenti del mondo antagonista che possono accettare la prospettiva antispecista;

d)     campagne ancora caratterizzate secondo le modalità tradizionali, ma proiettate progressivamente sempre più verso il principio descritto nel punto 1

Lo scopo di questo periodo “di transizione” dovrebbe essere quello di costruire senza incertezze, ma con i dovuti tempi e senza fughe spontaneiste, un soggetto politico fortemente strutturato che dia piena attuazione al punto 1.

All’inizio del documento avevo posto una domanda: “è possibile chiedersi se le due modalità possano in qualche modo combinarsi o se invece siano mutuamente escludentesi”. Ora è possibile dare una risposta. E’ chiaro che la visione politica dell’antispecismo non manda in pensione le attuali modalità di lotta. Queste devono poter tranquillamente convivere con le nuove, ma in forme collaterali e sussidiarie.






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05/05/08