Officina della THEORÎA

Riflessioni su “Auschwitz non sta sul vostro piatto”
- a cura del Collettivo -






Indice

1. Introduzione

2. Esiste relazione tra due forme di sterminio?

3. Storia e epifenomeno

4. Unicità della Shoah?

5. La Shoah apre una fase nuova nella storia dell’umanità?

6. I buoni motivi per sostenere il Paragone

7. Conclusioni



1. Introduzione

Nel 2003 è apparso un libro molto interessante nel panorama della letteratura animalista e antispecista: “L’Eterna Treblinka”. Il libro confronta l’Olocausto degli Ebrei con lo sterminio quotidiano degli animali che si perpetua nella società industriale e il lettore viene ragguagliato sulla stretta rassomiglianza tra due destini, due sofferenze e, su un altro versante, su due dimenticanze e insensibilità: quella di chi, nel passato, si è voltato dall’altra parte e quella di chi, oggi e in altro ambito, ricalca la stessa indifferenza. Scorrendo le pagine si scopre che la metodica dello sterminio degli Ebrei risale alle tecniche di soppressione di massa dei bovini inaugurate negli Stati Uniti nella seconda metà dell’800, ma ben presto il libro devia dal tema per avvolgere il lettore su una equivalenza di annientamento che cancella qualsiasi dimensione etica. Il volume raccoglie e approfondisce un modello di ragionamento che nell’ambiente animalista è assai diffuso, ma poco esplorato; infatti spesso si sente affermare in termini piuttosto superficiali che la società specista si comporta con gli animali come il Terzo Reich si è comportato con gli Ebrei. “L’Eterna Treblinka” rappresenta dunque un approfondimento innovativo del teorema e investiga con cura quanto di solito ci si limita a dichiarare.

Questo confronto è legittimo oppure vi sono dei motivi che consigliano di lasciarlo cadere? Sappiamo, per esempio, che al di fuori dell’ambiente antispecista esso produce grande scandalo o semplice noncuranza, sintomo evidente di un disprezzo di fondo per chi osa accostare, su qualsiasi piano, animali umani e non umani. Susann Witt-Stahl, animalista e antispecista tedesca, non ritiene che il confronto sia legittimo, e con il saggio “Auschwitz non sta sul vostro piatto” (riportato sul numero 1 di Liberazioni)  critica il confronto tra la tragedia dell’Olocausto e l’angoscioso destino che si compie ogni giorno negli allevamenti intensivi. Secondo il suo punto di vista le due questioni sono inconfrontabili e il KZ-Vergleichs – che d’ora in poi chiameremo “Paragone” – risulta un’operazione immotivata.

Il saggio non aiuta a dirimere la questione. Crea, anzi, sensibili difficoltà a chi tenta di trovare una risposta valida. La ragione è semplice. Witt-Stahl rifiuta di accordare legittimità al Paragone, ma affronta il problema, non in termini diretti, bensì come critica a una mostra della PeTA che propone il legame tra immagini di umani detenuti nei lager nazisti e di animali detenuti negli allevamenti. Nella mostra dell’associazione americana, uomini denutriti e vitellini ingabbiati, campi circondati da filo spinato e mura di macelli si alternano con l’intenzione di creare, per mezzo di tecniche comportamentiste, un corto circuito nella mente dell’osservatore e produrre quello sconcerto ritenuto necessario per conquistarlo al vegetarismo. Ebbene, il saggio di Witt-Stahl è talmente avviluppato a esigenze polemiche congegnate in funzione anti PeTA da creare non pochi problemi al lettore.

Schematizzando, Witt-Stahl fonde due piani di discorso:

1.  la critica alla pesante disinvoltura con cui la PeTA conduce le sue campagne prendendo come riferimento proprio quella che richiama strumentalmente l’Olocausto;

2.  la dichiarazione di illegittimità sostanziale di una relazione tra i due concetti – Olocausto e sterminio animale – dichiarati come irriducibili l’uno all’altro.

Tentando di dimostrare (2) attraverso (1), essa dà l’avvio a un’operazione inopportuna e logicamente errata. Infatti potrebbe darsi il caso che quella illegittimità (punto 2)  non sia proprio tale e, nello stesso tempo, la critica alla PeTA (punto 1) mantenga tutta la sua validità per i modi con i quali l’associazione americana sfrutta il Paragone. In altri termini si tratta di due aspetti indipendenti, che devono essere tenuti separati e che richiedono, in un caso  una critica  ad hominem, nell'altro, ad rem. La prima è stata ottimamente condotta mentre la seconda si presta a tutta una serie di rilevanti obiezioni che qui si tenterà di formulare.

2. Esiste relazione tra due forme di sterminio?

Spogliamo dunque il saggio dai riferimenti alla PeTA che sono un elemento del tutto indipendente – e assolutamente centrato – e tentiamo di focalizzare la natura delle obiezioni al Paragone. Secondo Witt-Stahl l’eventuale parallelismo si baserebbe sulla forma esteriore e non sulla sostanza del contenuto. Sulle modalità  tecniche di soppressione e non sulla natura intrinseca dei due fenomeni: natura intrinseca che dovrebbe essere invece ricercata sul piano storico per giungere infine a rilevare la natura irriducibile dell’Olocausto rispetto allo sterminio degli animali. Impresa assai ardua considerando la “quasi totale impossibilità di comprendere un oggetto così complesso” e “evento singolare” come la Shoah. In effetti, Witt-Stahl si sottrae all’arduo compito, anche per l’oggettiva impossibilità di puntualizzarlo in poche pagine, e si limita a darlo per scontato trovando sostegno nella citazione di un altro autore.

L’essenza della Shoah – così come della millenaria barbarie che gli uomini commettono nei confronti degli animali – non deve essere assoggettata a interpretazioni casuali e arbitrarie o al gusto personale. Il modo in cui nominiamo fenomeni, eventi etc. la “nomenclatura”, può diventare ideologica se, come ha messo in luce Moshe Zuckermann nel suo saggio “Olocausto”, essa si rende autonoma a tal punto che “storia, mondo e realtà – se proprio non vengono ignorati – tuttavia vengono esiliati nell’ambito secondario dell’epifenomeno”. La nomenclatura si muta sempre in ideologia “se qualcosa nel nominato viene estromesso dal suo concetto, ad esempio quando il concetto nominante è rivolto al nominato per interessi eteronomi, in modo tale da affettare la percezione del nominato, cosicché il concetto della percezione viene perciò reso regolarmente irriconoscibile”

Così la Shoah verrebbe “estromessa dal suo concetto” e trasformata in ideologia nel momento stesso in cui venisse utilizzata per interessi “eteronomi” come, appunto, il massacro degli animali. Con il Paragone, andrebbe insomma perduta l’essenza del fenomeno storico della Shoah. Dire questo, tuttavia, non significa ancora aver dimostrato nulla. L’unico argomento che l’autrice sembra abbozzare per rimarcare una differenza insanabile tra due fenomeni nasce quando, da una parte, dichiara:

Auschwitz era una fabbrica di morte. Essa aveva lo scopo di produrre morti. Nei lager che i nazionalsocialisti costruirono in Polonia, doveva compiersi la dissoluzione degli Ebrei e della loro identità. La misura centrale per il raggiungimento del fine – far scomparire gli Ebrei e la loro intera cultura nell’abisso della storia, come se non fossero mai esistiti – era l’annientamento fisico della “razza ebraica”, che i nazisti – come Max Horkheimer e Theodor W. Adorno nella loro Dialettica dell’illuminismo diagnosticarono – non concepivano come una minoranza ma come una “controrazza”, come “colonizzatori del progresso”.

... e dall’altra:

L’oppressione, lo sfruttamento e l’uccisione in massa di animali non è un Olocausto, non è un atto di annientamento. E il dominio degli uomini sugli animali non è un evento storico limitato nel tempo, quanto piuttosto un epifenomeno dell’intera storia della civiltà. [...] Lo scopo dei macelli e delle fabbriche di animali, al contrario, non è l’eliminazione di un nemico dichiarato, quanto piuttosto di produrre carne per il consumo a partire dai corpi di animali sottomessi brutalmente nel corso dell’intera storia della cultura umana ma, soprattutto, di estrarre plusvalore per il profitto degli imprenditori. (...) il movente economico dello sfruttamento di animali nella società industriale è un aspetto che la PeTA e Kaplan in gran parte occultano.

I due passaggi non suggeriscono solo che l’Olocausto non può essere paragonato a altri eventi tragici della storia umana, ma evidenziano anche che questi ultimi, a loro volta, debbano essere visti in termini irriducibili rispetto a un fenomeno “altro” quale l’uso dell’animale come materia prima nei processi riproduttivi dell’economia. Infatti tutti gli stermini dell’umano sull’umano avvenuti nella Storia non avevano certo come scopo quello di trasformare le vittime in materiali d’uso. Posto in questi termini, il discorso può essere chiuso senza eccessive forzature. Occorre però osservare che se l’approdo è questo, allora tanto vale evitare di complicare il tragitto discorsivo con i riferimenti alla difficoltà interpretativa di un fenomeno “così complesso” e “unico” come la Shoah.

3. Storia e epifenomeno

La parola “epifenomeno” ricorre due volte nei brani riportati. Nel primo appartiene a una citazione, ma il contesto illustra come sia pienamente condiviso da Witt-Stahl. Nel secondo esso appartiene direttamente all’autrice. Occorre dire che in entrambi i casi, l’impiego del termine sorprende. Per quale ragione?

“Epifenomeno” significa aspetto secondario emanato da un fenomeno primario che lo origina. Per comprendere bene il suo significato si può pensare anche all’impiego della parola in medicina, ambito in cui indica un sintomo collaterale che può manifestarsi (che, quindi, non si manifesta necessariamente) a seguito di una malattia.

Ora, la Storia come successione di eventi costituisce per antonomasia il luogo dell’epifenomeno. L’evento è per sua natura epifenomenico. Lo dimostra il fatto che la Storia costituisce sempre una costruzione concettuale mutevole prodotta in funzione di un evento passato che, nella sua determinazione assoluta, tende a sfuggire alla comprensione umana. A questo destino non si sottrae la ricerca dei motivi che hanno causato l’Olocausto. R. Rossanda, in occasione del viaggio di Benedetto XVI in Germania, critica l’attribuzione da parte del Papa dell’antisemitismo (condensatosi poi nell’Olocausto) a “un neopaganesimo spuntato nel secolo scorso in Germania”. Si può pensare a un giudizio implicato dall’ottica particolare posseduta da Rossanda che, chiedendo una radicale autocritica alla Chiesa Cattolica, provvede a spostare l’attenzione altrove:

...le leggi razziali, le deportazioni, e lo sterminio cadevano su un humus (...) senza il quale non avrebbero potuto darsi neanche nei più folli esponenti del partito nazista. (...) Questo humus viene dal senso comune antigiudaico che è stato seminato per quasi venti secoli dal cristianesimo. (...) Qual è la base su cui si fonda l’antigiudaismo? E’ l’aver messo a morte il figlio di Dio. Accusa che è inscritta nei primissimi testi. (...) poche differenze hanno tra loro i vangeli (...) sulla furiosa determinazione del Sinedrio e del popolo ebraico nel chiedere che Gesù sia messo a morte. [1]

Due giorni dopo un lettore spedisce una lettera al Manifesto; citando le tesi di uno studioso dell’antigiudaismo (Piero Stefani), conviene sulla responsabilità della chiesa originaria, ma esclude quella dei “violenti testi” evangelici che rientrerebbero nel “tradizionale linguaggio interebraico di stampo profetico”. Invece Enzo Traverso, curatore di una monumentale storia dell’Olocausto, ritiene fondamentale recuperare aspetti esogeni all’evento, senza i quali l’evento stesso risulterebbe inafferrabile:

“...la guerra di conquista dello spazio vitale, di colonizzazione del mondo slavo e di distruzione del bolscevismo. Lo sterminio degli Ebrei è parte di questa guerra”.[2]

Come si vede, ben quattro interpretazioni dell’Olocausto non riescono a trovare chiari punti di contatto. Del resto l’autorevole studioso dichiara:

Senza cadere nel relativismo dei postmoderni, la storia è una rappresentazione a posteriori, ancorata ai fatti, ma sempre costruita nel presente, e per questo mutevole in ogni epoca. Tra cinquant’anni vedremo la Shoah con occhi diversi.[3]

Dunque, per ritornare alla critica a Witt-Stahl e, per mezzo di essa, a Moshe Zuckermann, è possibile concludere che la Shoah è un epifenomeno? Pur con il rammarico dovuto al fastidio che tale asserzione può produrre, occorre affermarlo: l’Olocausto è un epifenomeno accaduto nel sentiero cronologico colonizzato dall’Homo Sapiens Sapiens. Questo non toglie nulla alla responsabilità criminale degli assassini che hanno prodotto il catastrofico evento, né diminuisce il necessario raccoglimento che ogni essere umano dovrebbe dedicare al culto della Memoria giacchè le vittime della Shoah costituiscono una gravissima macchia (una delle gravissime macchie) di cui tutta l’umanità deve farsi carico. Analogamente sono epifenomeni tutte le stragi e i massacri su grande scala – singolarmente considerati – perpetrati in ogni epoca in ogni parte del mondo. Epifenomeni perché non necessariamente implicati dalla struttura profonda delle condizioni materiali di riproduzione delle diverse società, che seguendo un “nomos” – queste sì – possono essere studiate e interpretate con criteri sicuramente più stabili e produttivi.

Viceversa, “il dominio degli uomini sugli animali”, il quale “non è un evento storico limitato nel tempo”, non  può essere considerato “un epifenomeno dell’intera storia della civiltà”. La sua natura continuativa impone la ricerca di una causa necessitante che ha generato, a partire da un certo momento in poi, lo sviluppo di un rapporto crudele e violento tra animale umano e non umano. Una pratica che accompagna l’umanità lungo il suo percorso, e che, aggravandosi a un certo punto del suo sviluppo, appare a una (ristretta) parte dell’umanità come inaccettabile sul piano etico, non puo’, pena la distorsione del significato del termine, essere considerato un epifenomeno. Dunque si è chiarito il motivo della sorpresa per l’uso arbitrario del termine “epifenomeno”. Nel saggio di Witt-Stahl esso è impiegato scorrettamente. Appare semplicemente invertito: è respinto quando deve essere usato e usato quando deve essere abbandonato.

4. Unicità della Shoah?

La forza con la quale Witt-Stahl insiste sulla diversa “ragione” sottostante la Shoah e il lavoro nei macelli è sorprendente. Ma per ora converrà lasciare da parte la questione animale per rimanere sul terreno dei fatti umani.

Il saggio, non soltanto nega esplicitamente il Paragone, ma – richiamando con insistenza l’unicità della Shoah – rifiuta implicitamente qualsiasi confronto tra l’Olocausto degli Ebrei e con altri genocidi del passato e del presente. La Shoah è un evento davvero “unico”, singolare? L’affermazione è contemporaneamente vera e falsa. E’ (banalmente) vera se si considera la sua natura di “evento che accade nella Storia”. La storia è il luogo dell’evento unico che, colto nella sua essenzialità di superficie, non lascia spazio alla ripetitività. Di sicuro saranno unici gli aspetti politici e culturali che avranno caratterizzato il Genocidio. Potranno anche essere uniche le metodologie tecnologiche e strumentali impiegate. Ma la partecipazione intima e l'immedesimazione associata allo sterminio degli Ebrei trascende gli aspetti tecnici, amministrativi, culturali, politici o storici dell’evento. Deriva semplicemente – e giustamente – da un immenso sentimento di pietà per le vittime di un atto criminale di dimensioni immense. Guardando le immagini dei campi, non compaiono le ragioni e le “giustificazioni” invocate dai criminali né le spiegazioni degli storici, ma gli sguardi svuotati, i corpi violentati dalla fame e dalla sofferenza, le morti inammissibili, le fosse comuni. Il corteo epifenomenico delle farneticazioni ideologiche che hanno accompagnato l’evento costituisce sicuramente motivo di ripugnanza in sé, ma, se per accadimenti storici diversi, la Bestia nazista non fosse riuscita a metterlo in pratica, oggi rubricheremmo i suoi deliri nel novero delle ideologie aberranti e nessuno dovrebbe piangere nessuno. Lo sconcerto e la compassione che l’Olocausto genera è, nella sostanza e in ultima analisi, nella soppressione di milioni di esseri umani portata a termine tra atroci sofferenze e con inaudite violenze.

Ma se questo è il criterio ultimo da accettare, il giudizio sull’unicità dell’Olocausto viene logicamente a cadere. Gli stermini dei nativi americani da parte degli europei, dei rom e dei serbi da parte dei croati, degli ugonotti da parte dei cattolici, delle streghe da parte dei cristiani, dei giapponesi da parte degli americani, dei tutsi da parte degli hutu o degli armeni da parte dei turchi – tanto per richiamare un piccolo campionario – assorbono la Shoah nel museo delle mostruosità che la specie umana è riuscita a esibire a sé stessa lungo il suo poco onorevole percorso. Dunque, la teoria dell’“unicità” si mostra nel contempo falsa. Se storicamente possa essere fatta una classifica del dolore e della violenza subita da gruppi umani non si sa. Ma sarebbe una sgradevolissima ricerca che direbbe molto sul cinismo e sull’insensibilità di chi si accingesse a compierla.

E' sorprendente: la Shoah comporta commozione e raccoglimento del tutto assenti quando vengono evocati altri eventi simili sotto il segno del dolore delle vittime, segno che comunque è l’unico motivo che possa comportare una sostanziale considerazione. Da questo punto di vista, l’Olocausto cessa di essere un arcano mentre diventa tale l’atteggiamento psicologico del soggetto riflettente che non elice la stessa disposizione d’animo verso analoghi eventi che hanno prodotto altra sofferenza verso altri esseri umani. Perché stragi immense lontane nel tempo o nello spazio non determinano in noi gli stessi sentimenti di pietà? Enzo Traverso, nell’intervista citata, non entra nella questione, ma sembra adombrarla quando afferma:

La Shoah è entrata nella coscienza storica del mondo occidentale, tanto che si può parlare di ossessione della memoria (...). E tuttavia la retorica della memoria rischia di diventare sterile. Il problema non è quello di ricordare, ma dell’uso politico che della memoria si fa. Intendo dire che non serve commemorare ogni anno la liberazione di Auschwitz o far leggere Primo Levi nelle scuole se non si cerca di inscrivere nel presente questa memoria, mettendola in rapporto alle nuove forme di razzismo, ai genocidi della fine del ‘900.[4]

E ancora:

Credo che la memoria della Shoah sia diventata una sorta di religione civile dell’Occidente democratico. (...) Ma questa religione civile ha le sue zone d’ombra e non deve sottrarsi alla critica: tra gli statisti che nel gennaio scorso hanno commemorato ad Auschwitz la liberazione dei campi di sterminio, c’erano anche i responsabili di Guantanama e di Abu Ghraib.

Il motivo per cui un evento come l’Olocausto viene dichiarato unico diventa a sua volta un “evento” e, come tale, soggetto a discussioni senza fine. Possiamo far entrare tra le cause il senso di colpa dell’Occidente, la collocazione preminente degli Ebrei nella cultura mondiale, l’uso strumentale in funzione antiaraba, il fatto che sia accaduto ancora in tempi recenti o che sia avvenuto al culmine del processo di civilizzazione dell’Occidente. E via enumerando. E’ certo che, passando il tempo, come tutte le cose umane, si affievolirà fino a scomparire rimanendo gelida materia per gli storici, come la strage dei Nativi americani. Questo, almeno finché l’umanità non recupererà la parte migliore della sua natura. Fino a quel momento deve rassegnarsi a veder sbiadire il colore del sangue sul tortuoso sentiero della sua storia, non appena si allontana di pochi passi dalla circostanza che poco prima l’aveva (talvolta) terribilmente impressionata.

Occorre nuovamente precisare che il rifiuto della retorica della singolarità dell’evento non deve costituire una svalutazione dell’Olocausto nel cuore degli umani, ma la sua integrazione a pieno titolo in una storia millennaria di violenza e di orrori. Quindi, il riconoscimento assoluto delle violenze subite dagli Ebrei durante la guerra in Europa. Che poi la vittima di un evento allucinante mostri risentimento se qualcuno confronta la sua esperienza dolorosa con quella di altre tragedie della Storia, è comprensibile. Ma questo è un altro discorso.

5. La Shoah apre una fase nuova nella storia dell’umanità?

Dunque, la Shoah non costituisce un evento unico rispetto al vero motivo per il quale vale riflettere intorno alla natura umana: la sofferenza di ampie collettività inferta da altre collettività. Eppure vari aspetti che hanno accompagnato l’Olocausto possono mostrare nuove peculiarità rispetto al passato e, pur essendo percepite come componenti di “metodo”, a un’analisi più profonda, possono essere valutate come un “contenuto” che si aggiunge alla violenza e all’aggressività legate indissolubilmente alla specie umana. Si tratta di elementi già rilevati da altri interpreti. Essi attengono a due sfere:

a) la metodologia tecnico-amministrativa dello sterminio;
b) la particolare condizione psicologica che accompagna i suoi solerti     funzionari

5.a – I metodi dell’annientamento

Ascoltiamo le parole di Enzo Traverso:

Alcune premesse dell’Olocausto risiedono tutte nelle conquiste di civiltà: nella sua fenomenologia, l’Olocausto presuppone una razionalità produttiva e amministrativa che Max Weber indicava come uno dei tratti salienti dell’Occidente e un paradigma fordista di produzione di serie che ora [cioè nell’evento dello sterminio (n.d.r.)] viene usato per distruggere[5].

Note in perfetta assonanza, del resto, con analoghe osservazioni di Witt-Stahl, la quale, nel suo saggio, dichiara:

L’uccisione e la produzione di carne era organizzata già nel primo capitalismo come processo di fabbricazione attentamente calcolato e parcellizzato. La conversione dei macelli in perfette fabbriche di uccisione e produzione di carne cominciò verso la metà del XIX secolo, quando vennero spostati dai centri cittadini alle periferie. Il macello doveva diventare di lì a poco il concetto stesso, il simbolo dell’uccisione istituzionalizzata, della degradazione dei corpi sofferenti a cose. I macelli erano in tal senso, come istituzioni, dei predecessori dei campi di sterminio; il loro perfezionato macchinario di morte offrì alle squadracce omicide naziste il “prototipo”, il know-how per l’annientamento di milioni di uomini. (...) Le somiglianze fenomeniche tra i campi di sterminio e i macelli si devono al fatto che entrambi – è questo che documenta effettivamente l’album di foto della modernità – sono “istituzioni” che sorsero nel corso o, meglio, dopo l’industrializzazione...[6]

Insomma, la “tecnica”, l’“organizzazione”, l’irregimentazione istituzionalizzata, prodotti indiscutibili della modernità, aprono una condizione inedita che da un certo punto in poi tende sempre a manifestarsi quando si ponga la necessità di annientare una popolazione o rimuovere un ostacolo umano collettivo. Sono proprio questi i componenti spesso indicati per sottolineare, cadendo in equivoco, l’“unicità” dell’Olocausto. In questo equivoco sono caduti Adorno e Horkheimer quando hanno ribadito la tesi dell’”unicità” pur avendo percepito lucidamente la possibilita' di nuove ricadute.

(...) i rappresentanti della Scuola di Francoforte hanno continuamente richiamato l’attenzione sul fatto che Auschwitz è stata una caduta nella barbarie che può ripetersi “fino a quando le condizioni che produssero quella caduta continuano ad essere presenti nei loro tratti essenziali”.[7]

I due grandi esponenti della Filosofia Critica non avrebbero dovuto parlare in termini ipotetici perché la nuova via inaugurata dal Nazismo si era appena ripetuta poco prima della fine del conflitto stesso. Era d’obbligo rilevare almeno un altro atto paragonabile allo sterminio nazista, compiuto questa volta dagli “Alleati”: l’impiego della bomba atomica sulle città giapponesi. Non si dica che il confronto non possa essere stabilito essendo questo un atto che rientra nell’ambito delle azioni di guerra”. Ormai è storicamente accertato che contro la bomba si espressero le massime autorità militari degli Stati Uniti del tempo. Eisenhower e l’ammiraglio Leahy furono contro l’uso del terribile ordigno. Quest’ultimo, in particolare, disse:

I giapponesi erano già sconfitti e pronti alla resa. L’uso di questa arma barbara contro Hiroshima e Nagasaki non ci fu di nessun aiuto nella guerra contro il Giappone. Nell’usarla per primi adottammo una norma etica simile a quella dei barbari nel medioevo. Non mi fu mai insegnato a fare la guerra in questo modo, e non si possono vincere le guerre sterminando donne e bambini.[8]

Al di là del modo di condurre una guerra insegnato all’ammiraglio Leahy, resta il fatto che una parte dei militari dell’epoca integrava ancora nella propria coscienza forme di rispetto per regole non scritte, provenienti da tempi lontani e evidentemente osservate. La bomba fu voluta da attori imprevedibili, quelli che partecipano a un settore consacrato a favore del “progresso” e del “benessere” dell’uomo: gli scienziati e i ricercatori, nonché i politici. E’ lo stesso Leahy a fotografare le responsabilità:

Gli scienziati e altri [leggi Truman, n.d.r.] volevano sperimentarla, date le enormi somme di denaro che erano state spese nel progetto: due miliardi di dollari.[9]

Non è certo possibile stabilire una relazione causale tra lo sterminio “tecnologico” dell’Olocausto e quanto è succeduto, perché non esiste nessun legame causale. Semplicemente il Nazismo è arrivato primo, e dunque si può dire che abbia inaugurato un nuovo filone: quello che l’umanità, dalla seconda parte del XX secolo sta costantemente esercitandosi a compiere in silenzio riproponendo le forme di sterminio fredde che riconosciamo nell’esperienza nazista. Uccidere centinaia di bambini che lanciano pietre a blindati, negare i farmaci a interi continenti per difendere brevetti, provocare stermini per fame, impiegare armi di distruzione di massa contro eserciti in rotta, sono germi striscianti di Olocausto che condurranno presto a attuazioni complete quando la crisi delle risorse planetarie renderà ingestibile la regolazione degli interessi in altro modo. In tutti i casi, si tratta di forme di propedeutica allo sterminio nelle quali la “modernità”, la “civiltà”, il “progresso” e la “tecnologia” sono componenti tanto fredde quanto essenziali allo scopo.

E’ possibile opporre una obiezione apparentemente forte. Combattere e annientare per le risorse, per i brevetti, per il petrolio, per il controllo delle vie di comunicazione è un fatto. Sancire la riduzione dell’umano a cosa è un’altra. E’ quanto vuole sostenere Witt-Stahl quando afferma:

La singolarità di Auschwitz consiste nell’inimmaginabile dimensione di uno sterminio di massa pianificato burocraticamente; nel fatto cioè che la mano umana ha trasformato degli uomini per la prima volta in esemplari.[10]

Esemplari, cioè cose. Sterminio di umani attraverso la dichiarazione ideologica di distruzioni di cose. Ma è la Modernità stessa che ha inaugurato la riduzione dell’umano a cosa privando il nemico del riconoscimento di “essere umano”. Perciò chiediamoci: per annientare gli umani come fossero cose, è necessario accompagnare l’atto “dichiarando” che si tratta di cose? La schiuma, il ricamo, la cornice – o come altro si voglia chiamare -, insomma, l’aggiunta ideologica a un atto rende davvero l’atto diverso dall’analogo che viene compiuto senza alcuna giustificazione?

Occorre considerare, comunque, che ogni volta che uno sterminio viene compiuto è sempre accompagnato da una qual forma di “sostegno ideologico”. Si può obiettare però che il sostegno ideologico su base razziale sia più immorale di qualsiasi altro, ingiustificabile a priori e che la sua aura mostruosa renda l’atto più mostruoso di quello non accompagnato da tale carattere. Ma siamo proprio convinti che abbia giocato un ruolo così fondamentale nel Nazismo?

5.b – La comparsa della “banalità del Male”

C’è qualcosa di paradossale nel nazismo. Si sostiene che in quella società totalitaria si sia annidata una forma particolare di febbre ideologica e che, su questa febbre si sia costruita l’avversione antisemita. In parte è vero. Tuttavia, considerando le cose da vicino, sembrerebbe che altri contesti offrano temperature più alte. Le guerre di religione, per esempio. Le guerre etniche, di cui abbiamo un esempio a noi vicino di indescrivibile ferocia. Invece:

Per far funzionare un campo di sterminio bisogna avere delle competenze tecniche e amministrative. Per costruire e far funzionare le camere a gas e i forni crematori, occorre una razionalità strumentale i cui agenti possono fare a meno dell’ideologia e che, per parlare con Weber, spesso si considerano eticamente deresponsabilizzati: basti pensare ai funzionari che stilano le liste degli Ebrei o che controllano il sistema dei trasporti.[11]

Del resto, il contributo di Hannah Arendt con il suo lavoro “La banalità del Male” apre riflessioni cruciali. Nel 1961 Arendt seguì tutte le fasi del processo Eichmann a Gerusalemme rilevando in quell’emblema di funzionario nazista un burocrate completamente incapace di distinguere il Bene da Male, persino in grado di esibire una specie di pseudoetica secondo la quale egli doveva seguire un imperativo categorico obbedendo alla volontà del Führer, la massima autorità “morale” da lui riconosciuta. Arendt rovesciava nell’occasione la sua precedente impostazione che intravedeva nel nazismo il male assoluto e ora ridimensionava il ruolo dell’ideologia nella formazione delle scelte dell’individuo nazista. Al punto di riconoscere che per Eichmann l’antisemitismo non era così importante rispetto alla distorsione morale dell’obbligo di adempiere ad un dovere “a prescindere” da qualsiasi altra considerazione.

“un ufficiale deve tener fede al giuramento. E’ l’imperativo kantiano che divenne il principio base della mia vita”[12].

Il ritratto che esce dal personaggio è quello di un individuo incapace di sostenere in modo autonomo un giudizio sui propri atti. Non uomo perverso e sadico, ma essere semplicemente privo della capacità di sentimento morale, capace persino in sede processuale di affermare, sia in pubblico che nel suo intimo, l’inesistenza di qualsiasi sentimento antisemita. Dunque, il Male che l’individuo moderno aveva incominciato a esprimere era un Male banale, un Male in cui la volontà di annientamento non era più basato sull’odio, sull’aggressività o su quei sentimenti forti che in precedenza avevano generalmente svolto un ruolo di accompagnamento nella genesi di ogni genocidio.

E’ così difficile trovare connessioni con la psicologia di chi, senza moti dell’animo, è disponibile a sganciare una bomba atomica su una città? O di chi, in nome dell’interesse degli azionisti nega la cura a migliaia di moribondi? O di chi, in un oscuro laboratorio di una multinazionale mette a punto mezzi di distruzioni di massa?

6. I buoni motivi per sostenere il Paragone

E’ giunto il momento di riepilogare.

1.  Un genocidio come evento “storico” ha due versanti: il “racconto” e la “realtà”. Il primo è molto prossimo al “flatus vocis”; il secondo costituisce un puro epifenomeno. Entrambi non intaccano la genuina e essenziale verità secondo cui l’evento è parte di una successione tragica che ha costellato la storia della specie Homo.

2.  Ciò che assume significato è proprio tale successione. Essa deve essere posta al centro della ricerca per cogliere aspetti di “sostanza” raccordabili in un “nomos” profondo che soggiace alla serie degli eventi allo scopo di comprendere quali processi avviare per giungere ad una autentica liberazione umana [13].

3.  Ad un certo punto della Storia, si manifesta una complicazione: la successione tragica subisce una trasformazione strutturale legata allo sviluppo della civiltà. L’evento doloroso – quando l’operatore della violenza è l’“uomo civile” –  tende a perdere i colori forti delle passioni raffreddandosi nelle relazioni tecnico-burocratiche della modernità.

4.  La nuova pratica violenta della specie contro sé stessa appare, presumibilmente, con la catastrofe dell’Olocausto o nella sua prossimità. La penetrazione nella Storia del “progresso”, della “burocrazia” e della “tecnologia” consente “una reificazione e una de-emotivizzazione dell’uccisione di massa” che si prolunga bene oltre Auschwitz diventando pratica “disponibile” per ogni evenienza. Il male diventa “banale”, anche quando viene sganciata una bomba atomica su una città giapponese o la popolazione di una città araba viene snidata con armi che la comunità internazionale considera vietate.

5.  Da questo momento in poi, fermo restando l’appartenenza di ogni singolo episodio alla dimensione epifenomenica, l’analisi e la ricerca delle leggi del comportamento umano nella Storia devono considerare non soltanto la ricorrente violenza, ma anche la sua relazione con il marchio della civiltà: insomma, accanto alle forme tradizionali del genocidio si affianca un nuovo atteggiamento che non è possibile evitare di sottoporre a indagine con criteri nuovi. Si apre un quadro nel quale ciò che Witt-Stahl chiama “forma esteriore” diventa “sostanza”. Le “modalità tecniche di soppressione” diventano componente della “natura intrinseca dei fenomeni”. Ciò accade per una inscrizione della naturale aggressività della specie umana all’interno di una speciale forma di cultura: quella consentita dalla moderna società tecnologica e capitalistica capace di generare in negativo una nuova trasformazione antropologica.[14]

Ora, caduti i problemi della “non epifenomenicità” e dell’“unicità” dell’Olocausto e rimarcate le tinte moderne che colorano cupamente la recentissima rivoluzione antropologica, è possibile finalmente integrare il problema centrale posto dal saggio di Witt-Stahl. Per fare questo occorre aggiungere due proposizioni forti della dottrina antispecista. La prima è una proposizione descrittiva ampiamente documentabile in qualsiasi contesto in cui non si voglia negare l’evidenza. La seconda, appartenendo alla classe delle proposizioni normative, non è documentabile affatto e rappresenta semplicemente l’assioma fondamentale della teoria antispecista.

A)  Un organismo animale maturo e sano possiede analoghe capacità biologiche dell’uomo di esperire sofferenza nelle condizioni estreme in cui viene collocato dal suo torturatore

B)  Le relazioni di dominio tra animale umano e animale non umano sono equiparate a quelle tra animale umano e animale umano.

A questo punto la sottolineatura del fatto che una vittima si mangi e l’altra no appare un semplice aspetto secondario privo di rilevanza alcuna (questo sì che è un epifenomeno!) e il modello descritto può essere applicato indifferentemente a genocidi di animali umani o non umani. In sostanza, se l’aggressività umana si esercita con uniformità di trattamento su animali umani o non umani mediante:

a)  istituzionalizzazione del genocidio tramite procedure
burocratiche,
b)  elevato impiego di tecnologia e pianificazione organizzativa,
c)  impiego di funzionari-automi privi di riferimenti etici,
d)  de-emotivizzazione di massa rispetto al dolore delle vittime,

si può sostenere di essere in presenza di un olocausto generato da istituzioni criminali a prescindere da quelle che possono essere i criteri giustificazionisti che accompagnano l’atto. Gli elementi riportati nei quattro punti –  punti individuati nell’essenziale da Witt-Stahl anche se fraintesi – diventano insomma “sostanza” e “natura intrinseca” del fenomeno e illustrano le aberrazioni della specie sul piano etico in qualunque contesto si manifestino. Si comprenderà bene come l’integrazione degli allevamenti nella nuova logica della produzione intensiva di carne si inquadri senza residui nel nuovo modello delineato. Infatti le tecniche di soppressione si basano essenzialmente su metodi “moderni” e “tecnologici”; pretendono atti burocratici sempre più definiti; sono attuate da funzionari “freddi”, cioè deprivati di emozioni, ma spinti dalla logica sociale a condurre a termine il loro lavoro; sono colpevolmente ignorate dalla masse. Sono condotte su animali, è vero, ma, adottando una logica antispecista, questa differenza risulta semplicemente nulla.

Ma se l’Olocausto è solo il primo evento, ma non l’unico, che inaugura una nuova pratica umana, perché richiamarsi proprio a quello per porre il “Paragone”? La prima risposta è semplice. E’ quantomeno necessario trovare forme adatte che accompagnino i contenuti specifici. E’ difficile paragonare l’eliminazione intensiva degli animali con la distruzione di Hiroshima. Per sterminare gli animali non si usa la bomba atomica; si usano criteri di serializzazione e tecniche di programmazione simili a quelle utilizzate dai criminali nazisti. Ma questo, a ben vedere, è secondario.

Più importante è la seconda risposta. Come Enzo Traverso ha ben osservato,  l’Olocausto ha generato una “ossessione”, una “retorica”, “una sorta di religione civile”. Anche se si spegnerà con il tempo, l’Olocausto è attualmente radicato e vissuto nell’immaginario collettivo in termini più drammatici rispetto a altri genocidi della Storia. Ora, l’Antispecismo, il messaggero della situazione dolorosa resa invisibile dalla cattiva coscienza degli animali umani, è una visione del mondo rivoluzionaria che per crescere nella sua battaglia richiede una connessione forte alla tragedia ininterrotta della specie. Ha dunque l’obbligo di ancorarsi a ciò che gli animali umani ritengono quanto di peggio sia accaduto nella loro sciagurata esistenza. Insomma, la scelta non la compie l’Antispecismo, bensì chi ha elevato l’Olocausto a “evento unico” sdrammatizzando con ciò la storia dolorosa dell’Homo Sapiens Sapiens. Il richiamo al Paragone è giustificato proprio dall’idea che l’opinione pubblica si è fatta dell’Olocausto. Il portato scandaloso del Paragone, che consentirebbe a un movimento antispecista non dormiente – quindi completamente diverso dall’attuale – di dimostrare tutta la violenza contenuta in una pratica (dis)umana diretta verso gli animali, sta proprio nella connotazione pubblica che l’Olocausto si è guadagnata in questa fase storica. Il Paragone è un’arma potentissima capace di giocare un ruolo vigoroso nel processo di liberazione animale. Esso può, se ben gestito, risvegliare l’attenzione della questione animale nella società e conquistare nuove energie per mezzo di un’abile e giusta propaganda.

Addirittura il Paragone dovrebbe essere il luogo concettuale principale perseguito dall’Antispecismo, in quanto nient’altro possiede un valore altrettanto destabilizzante per costringere una società sorda a tenere conto di una emergente e inedita manifestazione di vero conflitto. Esso potrebbe inaugurare una fase nuova di grandi prospettive, sottraendo la questione dalle mani di opportunisti e ignavi – questi ultimi forse migliori, ma altrettanto indisponenti – la cui funzione è quella di perdere tempo per correre dietro falsi obiettivi quando non addirittura per stringere relazioni ambigue con chi attua pratiche criminali.

Infine il Paragone, con la sua forza narrativa, svolge un ruolo politico “interno” fondamentale in un nuovo movimento antispecista a prescindere dagli elementi di (legittima) utilità propagandistica. Esso eleva e perfeziona la volontà di conflitto nei militanti animalisti e raccomanda l’impossibilità di partecipare in qualche forma ai programmi di partiti che giustificano l’olocausto animale o che collaborano con altri che lo fanno. Insomma l’accettazione del Paragone prefigura la nascita di un corpo estraneo nella civiltà attuale, un orizzonte aperto ricco di sperimentazioni ancora non immaginabili che stabilisce una rottura, un punto di passaggio corrispondente alla tensione rivoluzionaria del messaggio antispecista.

7. Conclusioni

Dunque ha ragione la PeTA a promuovere la sua campagna tanto contestata da Witt-Stahl? Certamente no. Oltre a tutte le riflessioni centrate e indiscutibili individuate dall’autrice di “Auschwitz non sta sul vostro piatto”, la chiave di lettura per comprendere la validità della critica alla PeTA sta nella chiusura del saggio che risulta estremamente pertinente.

Se si cercasse una spiegazione su come la PeTA riesca a far quadrare il cerchio: ovvero sedersi al tavolo assieme a chi commette “l’Olocausto” nei confronti degli animali per chiedere migliori condizioni per le vittime – cioè cooperare con i “nazisti” – si cercherebbe inutilmente sul sito Masskiling.

Giusto! Come osservato nel paragrafo precedente, l’assunzione del Paragone comporta un giudizio radicale sulla società specista che non consente alcuna possibilità di contrattazione o compromesso con le sue istituzioni; è questa una logica conseguenza che, tra l’altro, implica l’autonomia di un movimento che deve ancora nascere. Infatti se si accetta l’assioma antispecista, come non sarebbe possibile istituire relazioni con un potere che annientasse animali umani, altrettanto non si può fare con chi impiega analoghe pratiche criminali verso animali non umani.

Poi, l’assunzione del Paragone obbliga a proiettare la soluzione della questione animale in un futuro diverso al quale non è possibile approdare per piccoli miglioramenti progressivi. Inoltre, la questione animale può trovare respiro soltanto in una prospettiva strettamente politica e non può non rigettare integralmente il filtro interpretativo protezionista con il quale a tutt’oggi essa viene osservata.

La PeTA rifiuta entrambi  i criteri. Né interrompe le relazioni e i compromessi con la società specista, né attribuisce una natura politica alla questione della Liberazione Animale. Il fatto che la PeTA sposti il Paragone su un piano puramente pubblicitario e lo riduca a puro artificio promozionale, lo depotenzia, lo svilisce e lo deforma in ragione dei metodi che le sono propri.






[1] I distinguo del Papa – Rossana Rossanda – Il Manifesto 21/08/05

[2] La fabbrica dell’Olocausto – Iaia Vantaggiato intervista Enzo Traverso – Il Manifesto 11/11/05

[3] Ibidem

[4] Ibidem

[5] Ibidem

[6] “Auschwitz non sta sul vostro piatto” -  Susann Witt-Stahl, in “www.liberazioni.org/liberazioni/articoli/Witt-StahlS-01.htm”

[7] Ibidem

[8] La bomba ha 60 anni – Vittorio Capecchi – Il Manifesto 04/08/05

[9] Ibidem

[10] “Auschwitz non sta sul vostro piatto” -  Susann Witt-Stahl, in “www.liberazioni.org/liberazioni/articoli/Witt-StahlS-01.htm”

[11] La fabbrica dell’Olocausto – Iaia Vantaggiato intervista Enzo Traverso – Il Manifesto 11/11/05

[12] Eichmann: Diario di un processo – Sergio Minerbi – Luni Editrice, pag 51

[13] Il contributo più consistente alla filosofia della Storia è certamente quello marxiano. E’ pure vero che esso muove passi incerti in ambiti fondamentali, ma la teoria marxiana non è una teoria errata come sostengono i reazionari. E’ semplicemente una teoria incompleta. Essa assegna rilevanza dominante agli aspetti sociali in cui l’uomo è immerso. Sembra persino che consideri l’animale umano come perfettamente elastico rispetto ai condizionamenti sociali. Si tratta di un atteggiamento filosofico meravigliosamente ottimista giacché implica che, qualora si riuscisse a costruire una società armonica e equilibrata, le condizioni create sarebbero capaci di automantenersi forse per tempi illimitati. Purtroppo molti indizi inducono a pensare che così non sia. Siamo costretti a accettare una “natura umana” caratterizzata dalla presenza da eredità evolutive che pesano. Non si tratta di accettare i postulati della sociobiologia – postulati che annullano pesantemente il ruolo dei condizionamenti sociali – ma semplicemente di accettare la natura animale dell’uomo per metterla in relazione con i suoi artifici. La costruzione di una società di eguali e basata sulla giustizia diventa, in questa prospettiva, non la realizzazione del paradiso in terra bensì il mezzo per tenere a bada una specie di animale che abbiamo dentro, il quale, accoppiato alle capacità umane di adattamento, di simbolizzazione, di versatilità tecnologica, riesce davvero a realizzare quelle condizioni che vengono tradotte genericamente con il termine “Male”.

[14] La possibilità di distruggere e annientare esseri viventi fuori dello sconvolgimento cognitivo-emotivo del corpo a corpo, condizione che ha accompagnato la stessa evoluzione della specie umana, costituisce forse un comportamento contro-adattativo della specie? E’ una tesi che meriterebbe di essere approfondita.




Nota

I passaggi in corsivo e virgolettati appartengono tutti al saggio: “Auschwitz non sta sul vostro piatto”

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18/02/06