Officina della THEORÎA

Strategie per l'antispecismo
Riflessioni sulla polemica Liberazioni - Tettamanti
- di Filippo Schillaci -





Notevole studio di Filippo Schillaci sui problemi di prospettiva dell'antispecismo e dell'animalismo attuali.
Il tema è quello sul quale si dovrà lavorare intensamente: il rapporto e la problematica complementarità di pensieri e azioni che talvolta appaiono non componibili.


Più volte mi è capitato di pensare che se si volesse riassumere in una frase l'evoluzione del pensiero occidentale lo si potrebbe descrivere come un progressivo abbandono del concetto di assoluto. Nonostante ciò capita spesso di trovarsi di fronte a un diffuso ragionare "per assoluti", al fare della parte la totalità, al non vedere il molteplice. E ciò accade anche fra esponenti di quella punta avanzata del pensiero occidentale che è l'antispecismo (1), dai quali ci si aspetterebbe che, proprio per le peculiarità del pensiero di cui sono portatori, fossero più aperti alla percezione della molteplicità.

Un recente caso è quello che ha opposto la neonata rivista web Liberazioni (2) a Massimo Tettamanti sul tema della relazione fra pensiero antispecista e ideologie politiche; un caso in cui con "molteplicità" è da intendersi molteplicità di approcci a un medesimo aspetto della realtà, a un medesimo problema. Prima di entrare nel merito vorrei notare che due fra i principali protagonisti della vicenda, Tettamanti appunto e Marco Maurizi, uno degli ideatori di Liberazioni insieme ad Agnese Pignataro, sono, sia pur ciascuno a suo modo, non propriamente estranei alla pratica di un sano relativismo culturale. Marco Maurizi: autore del saggio Adorno e il tempo del non-identico, che muove dal constatare la paternità adorniana di ciò che oggi chiamiamo "pensiero della differenza". Massimo Tettamanti: autore del libro Il Jainismo, della cui dottrina fa parte il "pluralismo relativo degli aspetti della realtà". C'è da supporre che nel pensiero di entrambi la presenza dell' "altro", o meglio la coesistenza delle diversità, non sia propriamente inaccettabile. Eppure...

Analizziamo in dettaglio la vicenda prendendo come riferimento d'ora in poi i due testi che esprimono in maniera più sistematica gli "opposti" (o presunti tali) punti di vista: Marxismo e animalismo (3) di Marco Maurizi e Politica e animalismo (4) di Massimo Tettamanti e Paolo Ricci. A un primo livello di lettura potremmo dire che le rispettive posizioni sono riassumibili come segue:
Liberazioni: l'antispecismo non è apolitico ma si situa in un contesto ideologico ben preciso, quello marxista o comunque della sinistra, ed è per evidenti ragioni intrinsecamente incompatibile con l'opposto versante ideologico.

Tettamanti: i partiti sono mezzi per ottenere risultati attraverso il meccanismo della lobby. Ciò che conta è il risultato, non importa attraverso quale partito lo si ottiene. L'antispecismo deve dunque mantenersi al di sopra delle ideologie, non deve essere schierato bensì trasversale. Analizzate a un livello più profondo però le due "opposte" posizioni appaiono come l'effetto dei due seguenti approcci al problema:

Liberazioni: una forte impalcatura teorica mirante a un approccio globale, all'elaborazione di un "sistema" concettuale. L'obiettivo cui un tale approccio, per sua natura, si presta è la fondazione di un sistema culturale antispecista.

Tettamanti: pragmatismo totale. Constatazione della sofferenza animale e azione rivolta a ottenere il massimo dei risultati possibili nel minor tempo possibile. Nessuna elaborazione "sistemica" ma un approccio puntuale a singole questioni, la soluzione a ciascuna delle quali è il risultato cui di volta in volta si mira.

Adesso vediamo di analizzare più da vicino i due diversi approcci e identificarne le potenzialità, i limiti e soprattutto le possibili complementarità.

Partiamo dalla seguente citazione di Horkheimer, eloquentemente riportata nella pagina di apertura di Liberazioni.

Il grattacielo
Vista in sezione, la struttura sociale del presente dovrebbe configurarsi all'incirca così: Su in alto i grandi magnati dei trust dei diversi gruppi di potere capitalistici che però sono in lotta tra loro; sotto di essi i magnati minori, i grandi proprietari terrieri e tutto lo staff dei collaboratori importanti; sotto di essi - suddivise in singoli strati - le masse dei liberi professionisti e degli impiegati di grado inferiore, della manovalanza politica, dei militari e dei professori, degli ingegneri e dei capufficio fino alle dattilografe; ancora più giù i residui delle piccole esistenze autonome, gli artigiani, i bottegai, i contadini e tutti gli altri, poi il proletariato, dagli strati operai qualificati meglio retribuiti, passando attraverso i manovali fino ad arrivare ai disoccupati cronici, ai poveri, ai vecchi e ai malati. Solo sotto tutto questo comincia quello che è il vero e proprio fondamento della miseria, sul quale si innalza questa costruzione, giacché finora abbiamo parlato solo dei paesi capitalistici sviluppati, e tutta la loro vita è sorretta dall'orribile apparato di sfruttamento che funziona nei territori semi-coloniali e coloniali, ossia in quella che è di gran lunga la parte più grande del mondo. Larghi territori dei Balcani sono una camera di tortura, in India, in Cina, in Africa la miseria di massa supera ogni immaginazione. Sotto gli ambiti in cui crepano a milioni i coolie della terra, andrebbe poi rappresentata l'indescrivibile, inimmaginabile sofferenza degli animali, l'inferno animale nella società umana, il sudore, il sangue, la disperazione degli animali. ...Questo edificio, la cui cantina è un mattatoio e il cui tetto è una cattedrale, dalle finestre dei piani superiori assicura effettivamente una bella vista sul cielo stellato.
Max Horkheimer, Crepuscolo, 1933

Credo che nessun altro abbia mai descritto con pari efficacia la gerarchia dei rapporti di dominanza - e di violenza - che caratterizza l'agire umano sulla Terra (5). E ben pochi ancor oggi si accorgono di come tali rapporti siano parti strutturali di un'unico edificio di cui noi: a) umani e b) occidentali occupiamo i piani più alti godendone, a volte, la vista del cielo stellato.

E' il caso di notare che una sorta di compendio, di riproduzione in scala ridotta di tale edificio lo ritroviamo nella storia delle zolfare siciliane: una catena di oppressione che partiva dai padroni delle miniere e attraverso gabelloti, picconieri e carusi giungeva agli asini usati per il trasporto del materiale nelle gallerie, calati nelle miniere e lì costretti a trascorrere la totalità della loro vita senza mai rivedere il sole. Significativo, a questo proposito, è che lo scrittore siciliano Vincenzo Consolo, nel suo libro Di qua dal faro (6), descrivendo questa catena si fermi ai carusi. Gli asini sono totalmente assenti, cancellati, inesistenti. Il suo sguardo, calato anche in questo caso dai piani più alti, fin laggiù, nel buio ininterrotto delle gallerie, non arriva.

Torniamo a Horkheimer. Se unico dunque è il meccanismo che genera e governa le oppressioni intraspecifica e interspecifica, se esse differiscono solo per il "piano" dell'edificio in cui si situano, allora non si può affrontare un aspetto prescindendo dagli altri, non si può disgiungere pacifismo, diritti umani, antirazzismo, diritti dei lavoratori, sviluppo sostenibile e, appunto, antispecismo.
In questa visione tuttavia l'antispecismo non è una parte, è qualcosa di più: è l'unico che, partendo dall'alto, riesce a spingere lo sguardo lungo tutta l'altezza dell'edificio, giù fino alle cantine. Esso dunque ingloba in sé tutto il resto perché concepisce il rispetto verso l'umano come caso particolare del più esteso rispetto verso l'essere senziente senza distinzione di specie di appartenenza. Ed è a causa di ciò che esso non si affianca al, bensì implica il pacifismo, l'antirazzismo eccetera.

Un approccio antispecista implica dunque la fondazione di un sistema culturale antispecista che informi di sé ogni aspetto dell'agire umano e che sia poi la base per la fondazione di un sistema sociale antispecista: qualcosa di pericolosamente vicino a un Assoluto cioé, se non fosse che...

Che un tale obiettivo è pensabile solo su una scala temporale storica. Ragione di più per cominciare a lavorarci subito, s'intende, ma lavorare a un tale edificio oggi significa partire dal niente o quasi. Non a caso ho distinto fra sistema culturale e sistema sociale. Paola Cavalieri e Peter Singer nell'introdurre il libro Il progetto grande scimmia scrivono: "La risoluzione di una disputa morale è spesso semplicemente l'inizio, non la fine, di una questione sociale" (7). Essi cioé giustamente dividono il momento del riconoscimento culturale da quello del riconoscimento sociale. Oggi siamo ancora nella prima fase, quella in cui l'habitat naturale dell'antispecismo è la filosofia morale. Soltanto quando esso avrà conquistato un pieno riconoscimento in questo contesto (ovvero - in pratica - quando sarà entrato in maniera sistematica nelle università, nei manuali di filosofia, nelle scuole, ovunque si faccia cultura) sarà giunto il momento di "aggredire" l'habitat della filosofia politica e da qui quello della politica propriamente detta, dunque di fondare un soggetto politico antispecista (8).

Liberazioni, nel notevole saggio di Marco Maurizi Marxismo e animalismo, affronta la questione della collocazione ideologica dell'antispecismo da un punto di vista sicuramente originale e stimolante: quello del materialismo storico. In uno scritto immediatamente successivo (9) Maurizi precisa la sua visione del marxismo come un modello dinamico, suscettibile di un incessante divenire, prendendo con ciò le distanze da ogni cristallizzazione dogmatica. Questa visione aperta è sicuramente un punto di forza, tuttavia credo sia oggi necessario estendere l'orizzonte della riflessione ad altri contesti, posteriori al marxismo e, in generale, a periodi storici in cui ogni modello culturale era pensato sull'uomo e per l'uomo, e solo secondariamente e in rapporto a esso prendeva in considerazione tutto il resto dell'universo, vivente e non vivente. Trovo in particolare che la fondazione di un sistema culturale antispecista non possa prescindere dall'evoluzionismo non deterministico di S. J. Gould, e dalla filosofia del "multiverso" teorizzata da Gianluca Bocchi e Mauro Ceruti in Origini di storie (10). Tutto ciò insomma che non modellizza in termini di linee deterministicamente ascendenti, da cui conseguono i nefasti concetti di inferiore e superiore, bensì in termini di arborescenze di innumerevoli possibili che conducono al ben diverso concetto di equivalenza delle diversità.

Un altro importante punto di riferimento è la sociobiologia di Henry Laborit, che unifica le leggi del comportamento sociale umano ed extraumano ponendole in termini esclusivamente strutturali (escludendo dunque, come il marxismo ma con argomentazioni molto diverse, qualsiasi componente morale a monte di esse), dove la struttura è qui quella, puramente fisiologica, di un organismo biologico che ha come scopo conservare se stesso e come mezzo un sistema nervoso (11).

Credo vi siano forti ragioni per affermare che oggi l'antispecismo, inteso come modello culturale, possa conseguire direttamente da tutto ciò.

Mi sono dilungato più di quanto non fosse strettamente necessario in questa digressione per chiarire come anche all'interno degli aspetti puramenti teorici del problema antispecista debba valere la regola della molteplicità degli approcci, senza la quale si rischia di perdere qualcosa per strada e soprattutto di irrigidirsi in una sorta di "monoteismo" intellettuale.

Liberazioni sotto questo aspetto, per l'alto livello dell'elaborazione teorica che la caratterizza, può divenire un magnifico laboratorio per lo sviluppo del dibattito antispecista, che fino a oggi ha avuto in Italia una densità prossima allo zero (12), nella misura in cui essa saprà sviluppare le sue reali attitudini e divenire polo di attrazione di una ampia varietà di contributi.

Torniamo ora nell'alveo del nostro discorso. Dicevo che la scala temporale di un approccio quale è quello di Liberazioni è la scala della Storia. Sostituire il grattacielo di Horkheimer (struttura fortemente verticalizzata e accentrata, dunque metafora della gerarchia e dell'oppressione) con una città giardino (struttura orizzontale e decentrata, dunque metafora della parità e della libertà) non è cosa di due giorni. E' un approccio necessario, perché solo un approccio globale, pensato e programmato nello spazio e nel tempo a partire da un modello teorico rigoroso, può condurre a un edificio che abbia una struttura funzionale allo scopo, anzi più semplicemente che abbia una struttura e che dunque stia in piedi.

Un approccio del genere, come già detto, deve necessariamente comprendere non solo il problema antispecista ma la totalità delle tematiche sociali/economiche/ecologiche oggi trattate settorialmente e pertanto frammentariamente, il che impedisce di risalire alla radice comune dei singoli problemi che esse prendono in considerazione, cosa questa che gli ideatori di Liberazioni hanno capito molto bene (13).

Questo approccio tuttavia, proprio per i suoi tempi lunghi, per la sua visione "dall'alto", per il suo dover evolversi per leggi generali, per discorsi sui massimi sistemi, è paradossalmente incompleto. Pur avendo la fisionomia di un Assoluto, non lo è. Non lo è perché inadatto a rispondere ai problemi del quotidiano, dell'immediato, dell'urgente (14). Un'esigenza questa che non è dettata solo da considerazioni etiche (dare una risposta nel presente a chi sta soffrendo adesso) ma anche strategiche, perché lasciare irrisolti questi problemi significa rimanere privi di appigli nel contesto sociale reale, e dunque costruire sul nulla o, nella migliore delle ipotesi, in un non meglio identificato altrove.

Ribaltiamo dunque ora l'approccio alla questione: non prendendo avvio dalla visione generale, strutturale, bensì dal particolare, da un caso concreto, quale può essere ad esempio il seguente (preciso che solo casualmente il testo che segue riguarda l'argomento vivisezione. Ogni altra manifestazione particolare dello specismo farebbe ugualmente al caso nostro).

Animali "torturati" senza anestesia? E' legale
E' venuto il momento di far valere la professionalità dei veterinari in quell'orrore che porta il sinistro nome di vivisezione.
In una rivista di fisiologia umana un articolo descrive un esperimento effettuato all'Istituto di fisiologia umana II dell'Università di Milano. Vi trascrivo il paragrafo relativo ai Metodi. "Gli esperimenti sono stati eseguiti su otto gatti adulti anestetizzati con Nembutal intraperitoneale (…). Dopo la laminectomia lombare (traduco: vuol dire segare le vertebre lombari) che consentiva l'accesso alle radici ventrali L6-L7, la spina dorsale è stata clampata (traduco: stretta fra due pinze) e immobilizzata. Il tendine di uno o più muscoli degli arti posteriori è stato sezionato e collegato a un trasduttore a forza isometrica. Il femore e la tibia sono stati fissati e i muscoli esposti coperti con olio minerale. A tutti gli altri muscoli degli arti sono stati tolti i nervi. La corda spinale è stata coperta con olio minerale a 37°C e le radici ventrali divise". Mi fermo qui. Il Nembutal è un vecchio barbiturico, che nessun veterinario si sognerebbe mai di usare per scopi chirurgici: i barbiturici sono infatti privi di effetto analgesico, ovvero non controllano il dolore. Quei gatti non erano quindi in anestesia, ma in uno stato di narcosi più o meno profonda, senza controllo del dolore, essenziale in un'anestesia moderna.
L'esperimento era del tutto legale (ed è questo che terrorizza), tanto che è stato approvato dal "Comitato Cura degli Animali" dell'Università di Milano.
Noi siamo pronti per un'altra battaglia, per sensibilizzare chi di dovere a emanare norme severe sulla sperimentazione animale e di vegliare che siano sempre rispettate. Contiamo ancora una volta su di voi.
Oscar Grazioli, veterinario e Collaboratore di "Professione Veterinaria"
Il Giorno, 9 maggio 2002.

E' chiaro che di fronte alle esigenze (e alle estreme urgenze) che nascono da una realtà di questo genere occorre un approccio profondamente diverso. Un approccio di fronte al quale discutere in termini generali non è più possibile, perché il generale non esiste. Esistono solo i singoli contesti, a volte i singoli casi, e ognuno richiede un'analisi a sé, ciò che è opportuno in un contesto può non esserlo in un altro.

Nell'impossibilità di svolgere un discorso per linee generali, in quanto inesistenti, mi soffermerò su un esempio particolare, quello che conosco al meglio essendone stato l'ideatore: Caccia Il Cacciatore, un progetto che affronta la cosiddetta "caccia" in quanto attività lesiva dell'incolumità pubblica e dei diritti dei cittadini. Dal punto di vista di un sistema antispecista un tale approccio è risibile, perché i danni intraspecifici prodotti dai cosiddetti "cacciatori" sono immensamente inferiori a quelli interspecifici. Ottenere la messa fuori legge della "caccia" in un tal modo non significa aver fatto alcun passo avanti ma se mai aver portato a termine una ulteriore affermazione del sistema specista: si mette fuori legge un'attività solo in virtù del fatto che se ne è constatata la pericolosità sociale, mentre essa era lecita prima che ciò avvenisse nonostante il fatto che consistesse nello sterminio di esseri viventi (15).

Da un punto di vista pragmatico tutto ciò passa in secondo piano di fronte all'esigenza primaria di mettere fine al massacro di 100 milioni di animali all'anno. Il come ci si riesce è un dettaglio che non può importare alla lepre, al fagiano, al cinghiale... e a me, che vivo in un luogo infesatato dalle "armate" venatorie con il solo vantaggio di appartenere a una specie (teoricamente) "protetta". L'unica cosa che conta per tutti i soggetti di fatto coinvolti nell'immediato è la realizzazione concreta: la fine del massacro.

In realtà Caccia il Cacciatore riunisce in sé elementi di entrambi questi punti di vista ed è, sotto questo aspetto, un esempio credo ideale di pragmatismo calato nel presente ma allo stesso tempo proiettato nel futuro. Infatti le tesi di Caccia il Cacciatore, poiché non sono per nulla pretestuose, si portano dietro un messaggio implicito: che chi procura danno al mondo vivente non umano lo procura anche all'uomo e che dunque gli interessi dell'uno e dell'altro non sono antitetici bensì sinergici. Diffondere un tale messaggio significa preparare il terreno per la successiva "semina" dell'antispecismo in ambito sociale.

L'efficacia di un tale messaggio tuttavia presuppone come condizione necessaria il raggiungimento del risultato concreto, l'incidere sulla realtà modificandone un aspetto, sia pur circoscritto, subito. Per ottenere questo risultato bisogna momentaneamente ignorare ogni altra questione (gli allevamenti, la condizione della donna nei paesi islamici, la distruzione della foresta amazzonica, il commercio delle armi, la pena di morte, la vivisezione...), il che naturalmente non significa abbandonare a se stessi tutti questi contesti ma semplicemente affidarli ad altre iniziative, concentrare le proprie energie su quello e solo su quello poiché quel risultato localizzato sarà un cuneo che consentirà di insinuarsi in altri aspetti della realtà oggi inaccessibili al cambiamento. In quest'ottica circoscritta ovviamente ogni problema di compatibilità ideologica è fuori luogo. Agire nel presente, che è quello della politica-mercato, significa fare momentaneamente propri i suoi meccanismi, piegarli al conseguimento di quello scopo. Caccia il Cacciatore infatti è un progetto tatticamente apolitico, nel senso che è fondato sul meccanismo ideologicamente neutro della lobby.

Naturalmente si pone un problema (si pone sempre questo problema) che con una metafora termodinamica potremmo descrivere come: evitare che una diminuzione locale di entropia sia ottenuta a prezzo di un aumento di entropia all'esterno. Detto in linguaggio quotidiano: attenti a non far danno altrove. Il timore avanzato da Liberazioni di fronte a un approccio locale di questo genere è appunto che esso possa generare contraccolpi negativi in altri contesti, ad esempio che si presti a portare benefici elettorali a forze politiche militariste, razziste, oscurantiste. E' un pericolo reale e bisogna mettere ogni attenzione nel minimizzarlo. Tuttavia non dimentichiamo che se calato nel presente è il beneficio, altrettanto vale per gli eventuali contraccolpi negativi (l'orizzonte temporale di un politico in genere non va al di là delle prossime elezioni). Tali contraccolpi non minano pertanto la fondazione futura di un sistema antispecista mentre il risultato ottenuto fornisce a essa un appiglio nella realtà. Ciò non toglie che bisogna sempre porre a questo problema la massima attenzione, facendo di esso attente e continuative valutazioni, caso per caso.

Non posso infatti fare a meno di precisare che anche in un progetto così calato nel pragmatismo della politica quotidiana quale è Caccia il Cacciatore l'apoliticità ha i suoi limiti. Io stesso ho fatto notare tempo fa a Tettamanti (ed egli si è detto d'accordo con me) che esistono delle ideologie politiche intrinsecamente speciste come sono intrinsecamente razziste e guerrafondaie. In Italia ne abbiamo il più rozzo esempio nella cosiddetta "Lega Nord" che, oltre ad aver fatto del razzismo la propria bandiera, è allo stesso tempo il partito più violentemente filovenatorio. E' chiaro che simpatie rivolte verso un tale partito e, mettiamo, un qualsiasi ruolo all'interno di un progetto come Caccia il Cacciatore sono due cose che si escludono a vicenda.

Riassumiamo. L'approccio descritto da Tettamanti è quello che consente di stabilire dei cunei nell'attuale stato di cose. Consente risultati tangibili a breve termine ma sono risultati parziali, circoscritti a singole tematiche. Non sono in grado di alterare la struttura del sistema che conduce per sua stessa natura all'insieme dei problemi sociali intraspecifici e interspecifici cui siamo di fronte. Questi risultati, proprio perché corpi estranei all'interno di un sistema che rimane immutato, rischiano di essere effimeri, di essere riassorbiti e annullati.

L'approccio di Liberazioni è quello che consente di acquisire consapevolezza della struttura del sistema, dunque della causa comune a tutti i mali che esso produce, e di pensare a una strategia sistematica per intervenire su tale causa. Tuttavia una simile strategia deve inevitabilmente confrontarsi con l'entità, oggi pressoché nulla, delle forze sociali disposte a farla propria, deve seguire una lunga via per formarle e solo dopo potrà pensare di costituire un soggetto politico che ne sia l'espressione (un soggetto politico privo di riscontro sociale è soltanto un guscio vuoto). Un tale approccio non è in grado di appigliarsi in alcun modo alla realtà sociale attuale e dunque di ottenere effetti a breve termine.
Si vede a questo punto come i due approcci siano entrambi incompleti ma complementari e reciprocamente sinergici: il primo fornisce appigli immediati al secondo, il secondo li unisce e li consolida nel tempo in un quadro organico.

Trovo dunque che i curatori di Liberazioni, pur avendolo fatto solo a titolo esemplificativo, abbiano dedicato nel proprio, per il resto lucido e coerente, editoriale eccessiva attenzione all'analisi di un fatto contingente, particolare, confinato nello spazio e nel tempo, quale è la proposta di riforma della Legge 116/92 dell'On. Schmidt poiché il contingente non appartiene alla loro sfera.

D'altra parte Tettamanti commette l'errore uguale ed opposto affermando nel suo già citato Politica e animalismo: "non credendo che esisterà mai un mondo anticapitalista, non credo che l'animalismo sarà anticapitalista. Sarà contro lo sfruttamento di animali per motivi economici o ludici. Non necessariamente anticapitalista" poiché questo, oltre che rivelarci le sue idee politiche, che avrebbero dovuto rimanere "sconosciute a tutti", inquadra la sua azione, tutta calata nel contingente, in una visione globale - per giunta conservatrice - che non le è propria al di là di qualunque posizione personale possa avere in merito Tettamanti stesso (16).

In conclusione, mi pare che gli ideatori di Liberazioni da una parte e quanti si identificano nei metodi sostenuti da Massimo Tettamanti dall'altra attacchino lo stesso avversario su due fronti diversi e che da ciò conseguano, per loro stessa natura, tipologie di obiettivi diverse. Conseguenziale è pertanto la diversità delle rispettive strategie e in particolare delle loro prese di posizione su questioni derivate come l'apoliticità dell'antispecismo, apoliticità che come detto non è assoluta, bensì funzione delle strategie stesse.

Quanto alle strategie che qui ho esaminato, esse, ripeto, non sono opposte ma complementari, entrambe sono parti di un tutto, entrambe sono necessarie. L'una esige la compresenza dell'altra affinché il risultato intanto riesca ad attecchire e poi sia durevolmente e globalmente efficace. La comprensione, da parte di "teoretici" e "pragmatici", del fatto che gli uni e gli altri non sono avversari bensì alleati, sia pur a distanza, non potrà che portare benefici. Quando ciò avverrà la fine dello specismo (e di quei suoi sottoinsiemi che sono il razzismo, il totalitarismo, il militarismo ecc.) sarà di qualche giorno più vicina.

Filippo Schillaci

Note:
(1) Intendo per antispecismo quella parte della filosofia morale sviluppata nell'ultimo trentennio da intellettuali come Peter Singer, Tom Regan, Stephen Nozich e altri, che ha come oggetto gli esseri senzienti non umani in quanto portatori di diritti.

(2) www.liberazioni.org

(3) Marco Maurizi, Marxismo e animalismo. Contributi ad una discussione, in Liberazioni n. 0 - Aprile 2005 (www.liberazioni.org/liberazioni/mm01.htm)

(4) Massimo Tettamanti, Paolo Ricci, Politica e animalismo, (www.gondrano.it/diritti/lab/colloquio.htm)

(5) La metafora del grattacielo fu poi ripresa e fatta propria dal regista Alberto Grifi. Per anni l'ho conosciuta in tale versione, al punto da credere che fosse sua.

(6) Vincenzo Consolo, Di qua dal faro, Mondadori, Milano, 1999

(7) AA.VV., Il progetto grande scimmia, Theoria, Roma, 1994

(8) Questo percorso sarebbe criticabile dal punto di vista del marxismo perché quest'ultimo concepisce ogni sistema culturale come una sovrastruttura mentre la vera struttura fondante è il sistema economico. Tuttavia credo che questo sia uno dei punti in cui il marxismo debba "divenire", acquisendo nuovi strumenti di analisi. Penso qui alla dinamica dei sistemi, che non vede in un sistema strutture e sovrastrutture bensì anelli di retroazione in un grafo in cui ogni nodo agisce e allo stesso tempo è agito dagli altri. Come nulla è senza causa, nulla è senza effetto.

(9) Marco Maurizi, Quale marxismo per l'animalismo, in Rinascita Animalista (http://www.liberazioni.org/ra/ra/officina036.html)

(10) Gianluca Bocchi, Mauro Ceruti, Origini di storie, Feltrinelli, Milano, 1993

(11) Non so immaginare una impostazione più materialista di quella di Laborit, tuttavia suppongo che Maurizi dissenta da essa giudicando la sua concezione, di fatto affine a quella degli istintivisti, del comportamento umano astorica e dunque passibile di inquinamenti idealistici. Un punto importante per chiarire la prospettiva in cui Maurizi si muove è la sua presa di posizione sulle cause della aggressività (intraspecifica ed extraspecifica) umana. Dopo aver chiarito la sua vicinanza alla scuola di Francoforte, di cui non a caso fece parte Eric Fromm, l'autore di Anatomia della distruttività umana, Maurizi sostiene la tesi della natura storica, non etologica di quest'ultima. E dunque del suo essere soggetta al divenire piuttosto che immutabile in quanto stampata nel codice genetico. E' la classica posizione comportamentista (Fromm appunto e altri) contrapposta a quella istintivista (Lorenz e altri). Ma in realtà dal punto di vista della "storicità" ovvero del suo appartenere alla dimensione del divenire, anche la concezione istintivista ha le carte in regola, purché non si commetta l'eterno errore dei filosofi, i quali sembrano ragionare come se l'uomo fosse tutto e sempre, e allargare la scala temporale, da quella dell'evoluzione storica a quella dell'evoluzione biologica. Ci si accorge allora che perfino i codici genetici sono soggetti a divenire, sono immersi nella Storia, solo che essa è la Storia dell'evoluzione della vita, di cui la nostra Storia, quella del divenire dell'uomo, è solo un sottoinsieme (nello spazio e nel tempo). E' questo che ci fa apparire "immutabile" ciò che semplicemente muta su una scala temporale più ampia della nostra. Negare oggettività o, come direbbe un filosofo, natura ontologica, a quest'ultima, questo sì che è idealismo.

(12) Né c'è da stupirsene se si considera che le redini di queste tematiche sono state tenute in Italia fino a oggi in maniera esclusiva e "da par suo" da quella "vulgata" naif della filosofia antispecista che è il cosiddetto "animalismo", ripetutamente rivelatosi del tutto incapace di divenire soggetto culturale degno di questo nome.

(13) Importante osservare che gli "animalisti" non sono gli unici a essere viziati da una visione settoriale. Analogo discorso si potrebbe fare ad esempio per i pacifisti i quali sembrano non rendersi conto che le guerre sono solo un effetto collaterale di un agente scatenante dalle radici ben più profonde.

(14) Maurizi stesso infatti, in un suo recente scritto in cui fra l'altro ipotizza possibili strategie d'azione a lungo, medio e breve termine, nel tentativo di individuare queste ultime non riesce a immaginare arma migliore del boicottaggio, un'arma che a suo tempo fu ritenuta troppo debole perfino da una organizzazione come Greenpeace, le cui forze sono già oggi notevolmente superiori a quelle che un ipotetico movimento antispecista potrebbe pensare di radunare intorno a sé in tempi compatibili con ciò che comunemente intendiamo dicendo "breve termine". Un'arma infine che lo stesso Maurizi valutò inadeguata nel già citato Marxismo e animalismo, dove scrisse: "Riesce infatti difficile immaginarsi che ciò che scioperi generali e manifestazioni imponenti in tutto il mondo non hanno potuto, lo possano petizioni e boicottaggi".

(15) Significativo è che Marco Maurizi in Marxismo e animalismo muova all'articolo Può un non vegetariano dirsi comunista? di Massimo Filippi critiche abbastanza simili.

(16) Più equilibrata mi pare l'opinione che nello stesso scritto esprime Paolo Ricci: "Io penso (…) che l'ideologia "animalista" si definirà nella lotta in maniera autonoma e originaria, e che non potrà non essere anticapitalista, riuscendo ad assimilare quello che la politica progressista è riuscita ad accumulare e insegnare attraverso la storia. Ma sicuramente, anche se fortemente anticapitalista (almeno come impostazione), l'animalismo come grande movimento di pensiero autonomo, non sarà né troskista, né stalinista."

Giugno 2005

articolo pubblicato in www.gondrano.it



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09/07/05