Officina della THEORÎA

Cambiare la prospettiva!
- a cura del Collettivo -




L'avvio del dibattito presso da sezione “opinioni” del sito
www.
osservatoriopolitico.
org

ha offerto (e sta ancora producendo) interessanti riflessioni sulla relazione che deve intercorrere tra animalismo e ambiente politico.
Il collettivo, a seguito delle posizioni espresse intende definire, sia pure in termini approssimativi, la propria visione delle cose caratterizzata in essenza da autonomia, approccio politico, antagonismo.

... una simile reazione [...] rivela come nel presente stadio di sviluppo [...] la pratica politica radicale implichi una sovversione culturale. Il rifiuto della società esistente [...] mira a creare una nuova cultura che adempia alle promesse umanistiche tradite dalla vecchia cultura. In tal modo il radicalismo politico implica un radicalismo morale...

(Herbert Marcuse,
Saggio sulla liberazione – 1969)

Quando Marcuse scriveva questo passo il mondo viveva incredibili agitazioni. Sembrava che l’impressionante esplosione di un movimento mondiale, benché elitario, dovesse mettere a soqquadro l’ordine costituito e rilanciare sogni di liberazione a lungo sopiti. Il filosofo della “contestazione globale” supponeva che il dinamismo sociale, nato dal radicalismo politico e dal rifiuto di un sistema di cui si vedeva nitidamente la fondazione corrotta, dovesse “implicare” un radicalismo morale inteso come carburante dei processi di trasformazione di quel tempo. Purtroppo, è stato un periodo di grandi illusioni.

Oggi viviamo ancora i contraccolpi di quei tempi. La parola “politica” genera una reazione di rigetto non soltanto nei qualunquisti, ma anche in chi, in quei giorni luminosi vedeva l’alba della rinascita dell’umanità. Un rigetto collettivo costruito abilmente dalle elìtes politiche, economiche e culturali occidentali, le quali hanno convinto le masse che la parola “politica” è semplicemente un succedaneo di “amministrazione” e non può essere assolutamente altro. La politica – sibilano – è pragmatica, governo di un esistente che deve riprodursi giorno dopo giorno con caratteristiche strutturali immutabili, se non si vuole mettere a repentaglio “la sicurezza e il benessere così faticosamente conquistati” dall’Occidente, il bastione avanzato della Civiltà.

La politica così concepita comporta come conseguenza logica la critica della politica intesa come progetto di liberazione. Le elìtes appartenenti alle due “destre” che si alternano al potere in Occidente, sono riuscite a inserire in qualche sinuosità del cervello collettivo la convinzione che la politica intesa come progetto di liberazione, oltre a non produrre risultati, oltre a essere manifestazione massima di utopia, e quindi illusoria, sia una malattia da rifiutare e combattere, un cancro da estirpare perché minaccia la magnifica cornucopia che ci copre di beni e trasmette i geni velenosi che mettono a rischio la libertà umana.

Il progetto culturale reazionario, alimentato dalla produzione di un esercito di scribi e intellettuali fedeli servitori del sistema, ha ottenuto un duplice successo.

  • Da una parte ha cementato i disegni inconfessabili della borghesia con le paure del ceto medio e della classe operaia stabilizzando la società in un’epoca di stagnazione ideale.

  • Dall’altra – e questo è un successo non inferiore al primo – ha agito, sia pure indirettamente sugli abitanti di quell’area umana che si muove nel cosiddetto “antagonismo”. Mostrando la sua egemonia essa ha comunicato agli antagonisti la conferma che la politica, alla fine, si degrada inesorabilmente in corruzione morale e, quando va bene, in perpetuazione dell’esistente. Il risultato? lo scivolamento delle migliori risorse umane in quella procedura sociale inconcludente che viene descritta molto bene con la parola di “movimentismo”: un miscuglio di spontaneismo e velleitarismo che riesce tutt’al più a produrre onde che periodicamente si spengono senza lasciare traccia alcuna. Così, ogni volta che un gruppo sociale si radicalizza – i motivi perchè questo avvenga sono infiniti – si condanna alla testimonianza e all’inefficacia perchè la politica, nella sua accezione autentica, è morta; e quel gruppo non è in grado di richiamarla in vita prima ancora che per incapacità, per il fraintendimento con cui l’interpreta.

Ora, se l’esplosione di una nuova politica di rinnovamento sociale implica radicalismo morale, l’implosione comporta sempre la contrazione della sfera etica della società. Questa condizione smonta la politica intesa come progetto e la consegna in forma prosaica alle pratiche ragionieristiche di ministri commercialisti ossessionati dalle oscillazioni del PIL. Parimenti genera un crollo della domanda etica attraverso la diffusione dell’insicurezza e la maturazione degli egoismi.

Il mondo vive così ormai da alcuni decenni. Ma la contrazione della sfera etica della società non significa scomparsa dell’eticità. Essa sopravvive in mille modi. Nel volontariato, nelle chiese, nei singoli uomini di buona volontà, in chi adotta a distanza, in chi raccatta gatti per la strada, in chi pulisce i canili. Tutto ciò che tende a raccogliere un poco di dolore del mondo e accudirlo è eticità. Tuttavia l’eticità che si sviluppa al di fuori della politica rettamente intesa come rivolgimento della realtà esistente, per quanto abbia valore, si accompagna anche a un gravissimo disvalore intrinseco, sempre sottovalutato da certi e opportunamente nascosto da altri. Un disvalore che consiste nella naturale e implicita conferma del sistema sociale nel quale essa si sviluppa. L'occultamento è normalmente esercitato da un meccanismo psicologico di inusitata potenza. Io faccio quello che mi compete. Se tutti facessero così, non ci sarebbero le guerre. Non ci sarebbero i poveri. Non ci sarebbero gli sprechi. Non ci sarebbero i randagi. Non ci sarebbero gli inquinamenti. Non ci sarebbero tutte le cose che non ci dovrebbero essere. Il risultato? Tutto ciò che non ci dovrebbe essere continua testardamente a imporsi! Ma allora la colpa di chi è? Semplice: di chi non fa la propria parte! Leggiamo l’apologo seguente nato in ambienti animalisti.

«Durante un incendio nella foresta, mentre tutti gli animali fuggivano, un colibrì volava in senso contrario con una goccia d'acqua nel becco.
"Cosa credi di fare!" Gli chiese il leone.
"Vado a spegnere l'incendio!" Rispose il piccolo volatile.
"Con una goccia d'acqua?" Disse il leone con un sogghigno di irrisione.
Ed il colibrì, proseguendo il volo, rispose: "Io faccio la mia parte!"»

Sono righe penosamente irritanti. Irritante è la filosofia volontarista portata ai suoi limiti estremi; irritante il senso di inutilità dell'atto così arrogantemente proposto; irritante è – tra l’altro – l'uso di animali per esprimere fallaci convinzioni umane. L’umanissimo colibrì non concepisce l’efficacia con la quale un sistema di condizionamento potente agisce sulla società per generare quel consenso diffuso dal quale, se lui è sfuggito, è pur sempre per semplice caso. Intendendo per caso predisposizioni caratteriali, condizionamenti socio ambientali, persino – fatto da non trascurare – interessi inconsciamente nascosti dalla natura ambivalente.

Si continua a riproporre un atteggiamento echeggiato invano nella storia attraverso gli insegnamenti di uomini saggi e di eccellente levatura morale. Ma, per l'appunto, “uomini saggi”, cioè esseri buoni per sé stessi considerando che le loro medicine non sono praticamente mai trasferibili e perdono l'effetto quasi ogni volta che vengono propagate. Un atteggiamento che nella storia umana non ha portato niente di buono perché il possessore di un frammento di eticità non riesce a comprendere che lui costituisce una eccezione legata all'impossibilità di qualunque sistema sociale di irregimentare completamente il pensiero. Ma se il pensiero non può essere completamente irregimentato può tuttavia esserlo in larghissima misura. La cancellazione di questa semplice considerazione altro non fa che riprodurre l'eterna illusione, profusa di arroganza, che se il mondo va male la colpa è degli altri, delle moltitudini di soggettività che non raccolgono la scheggia di eticità che a loro compete. Mentre invece, l’eticità, dove ha la ventura e soprattutto la fortuna di attecchire, deve darsi un ordine, dimenticare l’assurda pretesa di propagarsi per chissà quale legge sociologica che non esiste e impostare una battaglia per la conquista di quella frazione di potere che permetta l’apertura di successivi giochi e nuove conquiste, in una continua ricerca razionale dei potenziali che si possono aprire momento per momento. E’ questo che significa lavorare politicamente.

Vi sarebbero ancora altre questioni importanti da sollevare per indicare l'insufficienza del criterio metodologico del moralista (possiamo proprio chiamarlo così per la convinzione con cui viene portato avanti e preteso). Esse però sono di difficile trattazione e soprattutto rischierebbero di offuscare il messaggio precedente che invece dovrebbe essere ben chiaro. Perché, se assunto in tutta la sua rilevanza, è in grado di rivelarci la necessità di compiere un cammino inverso rispetto alle indicazioni di Marcuse e scrivere sulle nostre bandiere:

"il radicalismo morale cui siamo approdati implica il radicalismo politico!"

In questo slogan si riconosce la necessità di rivestire i comportamenti etici con la forza dell'organizzazione; con la ricerca di un filo conduttore che riunisca insieme le risorse umane antagoniste conferendo forza a ognuna di esse; con l’analisi delle connessioni che legano il comportamento etico a un rinnovamento generale della società, giacchè credere che si possa rimediare ai guasti esercitati sull'animalità non umana trascurando i guasti dell'animalità umana è una chimera, un sogno senza senso. E rimediare i guasti dell’animalità umana è atto tipicamente politico, e per niente utopistico perché – alla lunga – necessario.

Purtroppo il cammino è difficile. Mentre il ribollire rivoluzionario della società comporta un inevitabile e naturale sviluppo di aspetti etici, il passaggio inverso, che riporti alla politica partendo dall’etica, presuppone uno sforzo colossale prima di tutto di immaginazione. Immaginare cioè che la politica è conflitto, è lotta, è costruzione di una realtà diversa. Purtroppo la polisemia della parola “politica” è cancellata. Dei due corni semantici sopravvive solo quello associato ai prodotti scadenti che siamo costretti a digerire ogni giorno: ecco il devastante condizionamento che ha plasmato la mente dell’universo “antagonista” e, dunque, degli animalisti che ne costituiscono una sottoclasse. Per “animalisti” qui non si intendono quelle brave persone, rispettose dell'ordine che costituiscono il nerbo rammollito di associazioni vetuste o nate già vecchie, ma gli attivisti della nuova generazione (non anagrafica ma concettuale), che fanno un certo sforzo per accettare l'idea che la politica possa essere, non soltanto un luogo di malaffare, ma anche l'arena del conflitto per imporre l’estensione dei diritti. E questo è il motivo per cui l'animalismo serio e pur agguerrito non morde ed è costretto a rifugiarsi o tra le visioni oniriche e oscure di Screaming Wolf, o tra vane azioni notturne, o tra l’evidente inefficacia dei banchetti. Trasferire l'animalismo liberazionista della notte alla luce del giorno incominciando a destare preoccupazioni nell’avversario di oggi, la società specista, con la forza delle idee e dell’organizzazione politica è l'inedita possibilità capace di cambiare i giochi.

Trasferire l’animalismo dagli inconcludenti approcci di filosofia morale alla Singer o alla Regan a idee ben definite di filosofia politica in cui, insieme con la messa a fuoco del nuovo animalismo, si stagli il profilo mostruoso del nuovo Oppressore: questo è il primo passo da compiere. Passare dal velleitarismo con venature anarcoidi a una organizzazione marcata dalla disciplina rivoluzionaria: questo è il secondo passo. Noi non possiamo neanche immaginare la raccolta di risultati che potremmo ottenere spingendoci in una strada che guardiamo ancora con grave sospetto. Ma le risorse umane presenti nel movimento oggi e domani saranno adeguate a questa rivoluzione di prospettiva? La disposizione antropologica esistente, è quella necessaria?



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03/05/05