Officina della THEORÎA

A volte ritornano
- di Massimo Filippi -









Provo pietà nel vedere quest’uomo distrutto, trattato come una vacca a cui vengono controllati i denti”.

Cardinal Renato Martino, Presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace
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Il 27 gennaio 1945, sotto l'incalzare dell'Armata Rossa, si aprivano i cancelli di Auschwitz. Lo studio di Massimo Filippi ricorda quel periodo cogliendo l'indissolubile nesso che lega tutti gli olocausti del mondo (tutt'ora in atto) con la perversa natura di cui l'umano non riesce ancora a liberarsi. Notevole il contrappunto tra il linguaggio nazista e quello che fa bella mostra di sé in forze politiche appartenenti alla compagine governativa. Infine, lucidamente illustrata la tesi secondo cui “non si darà mai completa liberazione umana senza un’altrettanto completa liberazione animale...”

Così, con l’immancabile e tradizionale esprit de finesse nei confronti della condizione animale, parlano le alte gerarchie cattoliche a proposito della cattura di Saddam Hussein2. Queste parole seppur fastidiose dimostrano tuttavia, nonostante ed oltre le intenzioni del loro locutore, quanto stia cambiando lo Zeitgeist circa la percezione dell’inestricabile legame tra diritti umani e diritti animali. Inestricabile legame che percorre sottotraccia la storia della filosofia occidentale da Teofrasto ad Adorno, Singer e Regan e che è mirabilmente descritto da Charles Patterson in “Un’eterna Treblinka”3. Legame ormai così profondamente radicato nella nostra coscienza collettiva da ispirare, con un funzionamento simile a quello del lavoro del rimosso nella genesi delle nevrosi, il verbo dei rappresentanti di una delle istituzioni che più ha contribuito all’attuale infame condizione animale. Nonostante, in superficie il Cardinal Martino dica che non si può trattare un essere umano, anche il peggior dittatore, come una “vacca”, perché le “vacche” stanno al di fuori della sfera del diritto, tra le righe e più in profondità, enuncia una verità cruciale ben chiara, da tempo, all’animalismo filosofico: è possibile trattare certi uomini o gruppi umani come animali proprio mantenendo gli animali al di fuori delle mura della polis, negandone la natura di esseri viventi e senzienti e, come tali, necessariamente portatori di interessi e di diritti, riducendoli allo status di ingranaggi di un orologio (Cartesio) o, più modernamente, a ingranaggi dimenticati del mercato globale nell’epoca del dominio incontrastato della tecnica. In questo contesto, anche la scelta della “vacca” tra gli innumerevoli animali che hanno popolato e popolano il bestiario dell’esclusione, del razzismo e dell’oppressione, non sembra casuale, ma, in qualche modo, dettato dalla congiuntura presente, stretta tra l’incredibile corruzione del capitalismo globale (vedi scandalo Parmalat) che, antispecificamente, “munge” allo stesso modo “vacche”, azionisti, risparmiatori, lavoratori e, fra non molto e necessariamente, tutti i cittadini (compreso chi è vegano) che dovranno versare parte delle loro tasse per appianare i debiti dell’ennesima fallimentare impresa del capitalismo postfordista e l’arroganza degli allevatori lumbard (vedi l’infinita querelle delle quote latte) che, dopo aver sfruttato senza pietà le loro “vacche” tanto da produrre ancora più latte di quanto fissato da leggi non certamente rispettose del benessere delle stesse, le riutilizzano, sulle autostrade o negli aeroporti, per porsi al di sopra di queste stesse leggi a cui noi tutti (compreso chi è vegano) rispondiamo.

Quindi la storia dei lapsus di un cardinale ci apre gli occhi su di una storia ben più complessa ed inquietante che è quella dell’uso dell’infernale condizione degli animali, gli ultimi della terra, l’ultimo piolo della scala dell’essere, come terreno di coltura delle pratiche di esclusione, come palestra formativa dell’agire violento e come onnipresente macchina da guerra per l’eliminazione dell’Altro. Nel descrivere quella che rimane, al di fuori del pensiero critico animalista, una tragedia impensabile, Boria Sax enuclea lucidamente l’origine delle pratiche naziste all’opera per rendere possibile l’Olocausto: “I nazisti costringevano coloro che stavano per uccidere a spogliarsi completamente e a raggrupparsi insieme, la qual cosa non è un comportamento consueto per gli esseri umani. La nudità dunque allude all’identità animale delle vittime e, con l’assembramento, suggerisce l’immagine di una mandria di mucche o di pecore. Una sorta di disumanizzazione che rendeva più facile sparare alle vittime o ucciderle con il gas4. Ecco allora il meccanismo (quasi sillogistico) svelato nella sua ferrea ed inesorabile sequenza: a) gli animali sono cose o, in linguaggio meno arcaico, merce e, come tali, beni di proprietà, privi di diritti, di cui si può disporre a proprio piacimento; b) umani o, più frequentemente, gruppi di umani possono per i più svariati motivi (ma, in genere, per interesse economico) essere “disumanizzati” tramite l’uso del “referente negativo assoluto” (la bestia); quindi c) questi umani o gruppi di umani possono essere trattati come gli animali a cui sono stati omologati.

In quest’ottica, l’Olocausto non è più un evento al di fuori della storia e, come tale, unico ed irripetibile, ma ben più drammaticamente l’esempio estremo della Grundnorm della nostra storia di specie rapace e violenta e, pertanto, come tutti i prodotti di una routine macchinica, assolutamente ripetibile. Dice il figlio dell’ex-medico di Auschwitz, intervistato dallo psicologo Bar-On: “Sono convinto che ci sia un sacco di gente capace di farlo; lo capisco dal modo in cui parlano. […] Esistono due tipi di persone: quelli che mangiano carne e i vegetariani. I mangiatori di carne sono quelli pericolosi […] [quelli] che potrebbero farlo succedere di nuovo”5. E, in effetti, la metafora animale per disumanizzare il “nemico” è stata all’opera prima e dopo l’Olocausto ebraico, dalle vicende ignobili della colonizzazione europea del resto del mondo allo sterminio degli indiani d’America, dalla guerra del Vietnam a quelle più recenti del Golfo6.  

A questo proposito val la pena ricordare, seppur brevemente, che l’incedere del delirio nazista nei confronti degli ebrei è stato un incedere per passi successivi, basati sulle tecniche dell’eugenetica desunta dal mondo della coltura vegetale e, soprattutto, dell’allevamento animale. Lo sterminio degli ebrei è infatti preparato e reso possibile (anche logisticamente) dalla sterilizzazione obbligatoria prima e dal programma T4 poi. Postisi il problema di come eliminare i lebensunwert (i non meritevoli di vita), i nazisti procedono razionalmente, applicando con rigore la lezione degli allevatori: prima la sterilizzazione obbligatoria in modo da evitare la nascita di altri “inadatti”, poi l’eliminazione fisica dei bambini inadatti, la cui nascita non era stata obliterata dal programma di sterilizzazione e, infine, l’”eutanasia” degli adulti indesiderati, per liberare definitivamente la nazione dalle “piante infestanti e dai parassiti”7. Prima di questa oliata macchina di eliminazione di massa ci sta la metafora animale, dopo l’Olocausto.

La metaforologia animale e le tecniche di allevamento sono ancora potentemente attive nelle pratiche di esclusione razziste sessant’anni dopo l’Olocausto ebraico in ogni parte del mondo. Il nostro Paese, purtroppo, non ne è immune. E se per ora la violenza è solo verbale, la lettura delle dichiarazioni di certi esponenti dell’attuale maggioranza governativa8 e la consapevolezza di dove certi sentieri possano interrompersi, dovrebbe almeno provocare una certa inquietudine ed uno stato di vigile allerta.

Innanzitutto, allora, la metafora animale: “Gli extracomunitari? Vestiamoli da leprotti per far esercitare i cacciatori” (Giancarlo Gentilini, Lega Nord, 1999). Similmente, nel 1942,  Goebbels in visita al ghetto di Lodz, descrisse gli ebrei che vi abitavano come “esseri non più umani. Sono animali”. Stabilita la “natura animale” degli extracomunitari, è a questo punto lecita, una delle pratiche più consuete dell’allevamento, la sterilizzazione: “Guarda caso i delinquenti sono tutti di origine extracomunitaria. Si tratta di una situazione intollerabile. Per prevenire simili vergognosi reati [lo stupro] serve una sola soluzione: la castrazione fisica dei delinquenti. Un tempo si parlava di castrazione chimica, ma personalmente sono propenso a metodi più semplici: un colpo di forbice, e non necessariamente sterilizzata” (Roberto Calderoli, Lega Nord, en passant vicepresidente del Senato, 2002). Diceva Hitler: “Ora che conosciamo le leggi dell’ereditarietà, è possibile impedire che la maggior parte degli esseri malati e gravemente menomati vengano al mondo. Ho studiato con grande interesse le leggi di diversi stati americani che riguardano la prevenzione della riproduzione di soggetti i cui figli sarebbero con ogni probabilità di nessun valore o dannosi per la razza”. Ma, ovviamente la sterilizzazione obbligatoria non risolve il problema alla radice. Soluzioni (finali) per quelli già nati: “Se sarò costretto a dare delle case agli immigrati, lo farò con il contagocce perché prima c’è il popolo veneto. Quello che ha pagato la Gescal per una vita, senza mai avere una casa. Per gli extracomunitari ci sono i deserti e le savane. Quelli che vengono qui senza essere in regola vanno impachettati come sardine e rispediti indietro”9. (Giancarlo Gentilini, Lega Nord, 2002). Specularmente, Walter Gross, direttore dell’ufficio per la politica razziale nazista: “Un popolo che costruisce palazzi per la discendenza di alcolisti, criminali e dementi e, nello stesso tempo, costringe i suoi operai e i suoi contadini in misere capanne è un popolo sulla strada della rapida autodistruzione”. Oppure: “Rispediamo gli immigrati a casa in vagoni piombati. I vagoni servirebbero per riportare i negri oltre frontiera” (Giancarlo Gentilini, Lega Nord, 2001). Ed infine: “Non sopporto questo tentativo mondialista di imbastardire il nostro sangue. Dobbiamo spazzare l’immigrazione. Perché intorno alla sinagoga non girano quelle facce di merda? Perché non ci sono vu’ cumprà?”. La folla risponde “Ai forni, ai forni” (Mario Borghezio, Lega Nord, en passant europarlamentare). Circa “l’imbastardimento del sangue, basti citare Walther Darré, maggior esperto di agricoltura del partito nazista, uno dei suoi principali ideologi e “ispiratore” di Himmler per l’eugenetica: “L’unica vera proprietà della nostra nazione è il suo sangue: Ogni progresso eugenetico può avere inizio solo con l’eliminazione del sangue inferiore”. Sul tragico binomio “vagoni piombati – forni”, valga solo un offeso, triste, pudico e rispettoso silenzio.

Questo ulteriore esempio nostrano, letto attraverso la filigrana della storia, dovrebbe ancora una volta confermare che non si darà mai completa liberazione umana senza un’altrettanto completa liberazione animale, che lo sfruttamento animale rappresenta la radice ontologica prima che storica dello sfruttamento umano, che la politica della forza, paradigma del governare moderno e postmoderno, nasce dal “fallimento fondamentale” (Kundera) dell’umanità nel trattare con giustizia il più debole per antonomasia, e cioè l’animale. Di questo “diritto del più forte” di derivazione “agricola” come paradigma della politica era già consapevole (seppur al solo scopo di “esorcizzarlo” tramite l’intervento di Socrate) anche Platone, che nella Repubblica fa dire a Trasimaco: “Perché tu credi che i pastori o i bovari mirino al bene delle pecore e dei buoi e li ingrassino e li curino con uno scopo diverso dal bene dei padroni e loro proprio. E così pensi che anche i governati degli stati, intendo i governanti nel vero senso della parola, siano rispetto ai sudditi in uno stato d’animo parecchio diverso di quello che si può avere rispetto a pecore; e che notte e giorno mirino a tutt’altro che a quanto potrà comportare loro profitto. […] e, come dicevo fin dal principio, la giustizia consiste nell’utile del più forte […]”10.

Un lungo giro, quindi, tra pecore platoniche e vacche cardinalizie per ridefinire i confini della politica in un esercizio di depotenziamento che deve necessariamente passare attraverso un ripensamento profondo del nostro rapporto con l’animale: sospendere l’attuale olocausto animale per evitare nuovi olocausti umani. Animalismo, quindi, come pratica di “debolezza” e come critica serrata alla cultura della ragione strumentale. Critica serrata a quel plesso teorico che ruota intorno al concetto latino di ratio, a cui ancora noi ci rifacciamo e che intende ragione come coacervo di calcolo-misura-inventario-rapporto-affare-interesse-tornaconto e da cui discendono o forse coabitano le quote (latte e degli immigrati regolari) e le quotazioni (della Parmalat e non solo). E che produce costantemente fantasmi: quelli umani risucchiati dal mare o dalle fosse comuni e quelli degli animali inghiottiti dagli allevamenti intensivi e dai mattatoi. E i fantasmi nevrotici dei cardinali e dei giornalisti, così come quelli più tragici delle menti dei nostri politici. A volte ritornano.



[1] Questa frase del Cardinal Martino è riportata, tra gli altri, da Slavoj Žižek nel suo interessante articolo “Giustizia infinita sul Nemico sublime” pubblicato su il manifesto del 27 dicembre 2003.

[2] E’ interessante notare come l’articolo di Gianni Canova “Una sola immagine nell’obiettivo” posto in apertura dell’inserto del manifesto del 31 dicembre 2003 dal titolo “Dissolvenze di fine anno” riproduca, da sinistra, il medesimo lapsus cardinalizio. Scrive Canova: “Al contrario, più passano i giorni, più proprio le immagini di quel volto - impaurito e braccato, ispezionato come una bestia da mercato, immobilizzato per sempre nello stop frame della sconfitta – si impongono a poco a poco non solo come la sintesi iconografica dell’anno che sta finendo, ma anche come il vero snodo simbolico di tutta l’ideologia e la strategia della guerra preventiva” (corsivo mio). 

[3] Charles Patterson “Un’eterna Treblinka. Il massacro degli animali e l’Olocausto”. Editori Riuniti (2003).

[4] Ivi, pag. 119.

[5] Ivi, pp. 236-238.

[6] Per una ricostruzione dettagliata della storia dell’uso di metafore animali come preliminare necessario per l’eliminazione del diverso cfr. “Un’eterna Treblinka”, cit., pp. 29-54.

[7] Così Heinrich Himmler, che proseguiva “dei quali qualsiasi contadino doveva liberarsi se voleva mantenere se stesso e la sua famiglia”.

[8] Tutte le dichiarazioni nostrane riportate di seguito sono tratte dall’interessantissimo articolo di Ferruccio Sansa “Bugiardi e razzisti” apparso su MicroMega 4, 2003, pp. 206-214. Quelle naziste sempre da “Un’eterna Teblinka”, cit.

[9] Corsivo mio.

[10] Platone, Repubblica in Opere Complete vol. 6, pp. 48-49, Laterza (1986).










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27/01/04