Officina della THEORÎA

L'Animalismo: questioni di civiltà filosofica
- di Marco Maurizi -





Da: "Amnesia Vivace - Rivista on line, n. 1, giugno 1999" www.amnesiavivace.com



Recentemente abbiamo recuperato in internet questa risposta ad un articolo di Civiltà Cattolica sui diritti degli animali. Si ricorderà che, a suo tempo, tale articolo ottenne l'attenzione degli animalisti.
Riteniamo utile riproporre questo lavoro per la critica serrata alle pretese antropocentriste della Chiesa Cattolica.


"Queste riflessioni non dipendono dalla fede, ma sono deduzioni ricavate dall'analisi razionale dei fatti".(1) Sarà bene per i filosofi cattolici, dopo la comparsa dell'articolo «Gli animali hanno "diritti"?» su La Civiltà Cattolica il 20 Febbraio 1999, porre questa affermazione all'inizio, non alla fine delle proprie riflessioni. Il lettore sarà così avvisato in anticipo che ha l'obbligo di proseguire la lettura con l'attenzione che merita uno scritto che procede in maniera razionale, addirittura deduttiva. Per parte mia devo confessare di essere rimasto sorpreso da quella frase, così ingenuamente pretenziosa e un po' fuori moda. I motivi di tale sorpresa sono numerosi. In primo luogo il tenore delle riflessioni che la precedevano. Una goffa e affrettata (tempi e spazi editoriali voglio sperare) arringa contro l'animalismo "estremo" (?) nella quale un'ambigua terminologia hegelo-tomista convive con spezie ebneriane e/o buberiane, in un concentrato di vulgata filosofica e precettistica parrocchiale. Il concetto sul quale si insite prepotentemente (non quello centrale perché l'argomentazione non è evidentemente centrata su nulla) è quello di spirito. Varrebbe la pena di citare il brano per intero ma risulterebbe troppo noioso.

Che cosa significa infatti che l'uomo è una "persona"? Significa che l'uomo è un "sussistente spirituale". E' cioè un essere che "sussiste", vale a dire che esiste in sé e per sé, che si possiede, che esiste come "soggetto" e non come oggetto. [...] L'uomo è [...] un Io capace di entrare in relazione con un Tu [...] E' un essere dotato di un corpo materiale, che lo accomuna agli altri esseri viventi, e di un corpo immateriale, che cioè non viene dalla materia e non si estingue col dissolversi del corpo. [...] Un atto materiale come il mangiare, che l'uomo ha in comune con l'animale, può diventare un segno di amicizia ed esprimere la gioia di stare insieme; il camminare può diventare un "pellegrinaggio".(2)

L'autore di queste frasi sembra essere all'oscuro dei cambiamenti profondi e dei problemi cui la filosofia e la scienza hanno costretto il pensiero umano da, diciamo, circa trecento anni. In effetti, tale capolavoro di dilettantismo filosofico sembrerebbe più opera di un parroco di buone letture che un tentativo serio di entrare in un dibattito ampio e complesso come quello della fondazione etica (al quale la problematica animalista è strettamente connessa). Poiché tale dibattito si svolge a ben altri livelli, non mi sarei mai aspettato che questa esercitazione amatoriale potesse minimamente pretendere di fornire elementi di riflessione validi e razionali. Poteva, certo, essere un contributo al dibattito teologico sull'animalismo (ma anche qui ho i miei dubbi che esso costituisca uno standard decoroso) non certo un contributo filosofico. Eppure, la pretesa dell'articolista è quella di fornire "deduzioni" (sic). Questo, nonostante un discorso filosofico non abbia bisogno di autoproclamarsi "razionale" ma lascia che tale requisito appaia autonomamente. Il fatto che l'articolista abbia sentito tale bisogno fa sorgere il sospetto che sia in mala fede. Oppure che non arrivi proprio a capire la differenza fra la riflessione critica e lo sproloquio confuso e arrogante.

Il gesto noncurante con cui viene liquidato il vasto ambito di problemi posto nelle pagine precedenti (dedicate all'esposizione del pensiero animalista) dimostra un'insensibilità all'argomentazione razionale che nessuna dichiarazione di principio può cancellare. Il tema della sofferenza animale, ad esempio, schiude di fronte a sé questioni enormi. Il problema radicale, non è la "soglia di sofferenza" che sarebbe diversa non solo da specie a specie ma da individuo ad individuo, per cui di fronte allo stesso stimolo doloroso, alcuni [possono] soffrire di più, altri di meno e altri sentirlo assai poco e -in qualche caso- non sentirlo affatto.

[...] Gli animali hanno [...] sensazioni di dolore e piacere. Ma "come" soffrono? Come può l'uomo comprendere ciò che l'animale "sente" quando soffre o prova piacere?(3)

La questione centrale è quello della nostra capacità di "conoscere" gli stati psicologici di altri soggetti (non solo animali). Che gli animalisti debbano fare i conti con questo problema è indubbio. Ciò non significa che esso non costituisca un problema anche per chi animalista non è. Che io sappia cosa prova un'altra persona quando ridiamo alla stessa battuta, quando soffre del mio stesso male, quando si autorappresenta come essere senziente, quando raggiunge l'orgasmo etc. è un'esigenza del buon senso e, a rigore, è una convinzione che non ha alcun fondamento. Figuriamoci cosa si potrebbe dire di persone che pretendono di condividere un'esperienza tanto complessa quanto la "fede". Se si volesse esser coerenti su questo punto dovremmo abbracciare uno scetticismo radicale e condannarci al mutismo e all'inazione. Bastano comunque poche righe per vedere il nostro scettico cadere in fallo, trasformarsi in dogmatico.

[...] Noi non possiamo sapere come gli animali "sentono". Non si può dunque affermare che gli uomini e gli animali siano eguali nel dolore.(4)

Da un punto di vista logico questa si chiama contraddizione. Se il rapporto fra A e B ci è sconosciuto (essi sono incommensurabili), tanto l'affermazione della loro uguaglianza quanto quella della loro disuguaglianza sono prive di fondamento. L'abisso in cui cade questo solipsismo radicale è, probabilmente, senza uscita. Ecco perché i filosofi se ne son tenuti generalmente alla larga. Ma una volta chiamato in causa, l'argomento dell'inconoscibilità degli stati mentali altrui non può essere revocato tanto facilmente. L'animalismo, comunque, non ha a che fare con false sottigliezze filosofiche del tipo: le urla strazianti del maiale macellato testimoniano una qualche forma di desiderio di essere altrove dovuta al non quantificabile fastidio che gli stanno infliggendo? La formulazione stessa di questa domanda è già una sentenza di morte nei confronti dell'animale. Se è possibile identificare la sofferenza (e il “buon senso” tanto reclamato dall’articolista ci costringe ad ammetterlo) l'argomento dell'inconoscibilità dell'ampiezza di tale sofferenza è assolutamente fuori luogo e, a mio avviso, si ritorce contro chi lo formula. Soprattutto quando questi ha l'ardire di formulare pensieri come il seguente la cui falsità (palese) è seconda solo all'ignoranza che malcela.

Le maggiori sofferenze agli animali sono causate non dagli esseri umani, ma dai fenomeni della natura, come la siccità, le carestie, le alluvioni, gli incendi e, soprattutto, dagli stessi animali che si uccidono fra loro con estrema ferocia e si divorano.(5)

Che i "ferini" siano "feroci" non sorprende nessuno. Il senso spregiativo del termine dovrebbe valere per l'uomo quando, nonostante la propria decantata "superiorità", organizza e perpetua lo sterminio di milioni di animali provocando loro (singolarmente e collettivamente) sofferenze enormemente maggiori di quelle che proverebbero in natura (ammesso, e non concesso, che di natura si possa parlare tanto ingenuamente). La lotta fra il leone e la gazzella avviene in un contesto determinato in cui entrambi crescono e vivono, in cui la possibilità di vita o di morte è giocata in parità. La gazzella sa (a modo suo) che esiste la possibilità di venire uccisa, il leone sa che la gazzella fuggirà. Per entrambi quello è il loro ambiente, quelli sono i loro ruoli. Essi si trovano da sempre in una situazione di sofferenza (fame, morte violenta, carestia, siccità etc.) di cui sono attori. Tale situazione non è in loro né in nostro potere. Tutta la "ferocia" animale possiede queste caratteristiche. Essa è una ferocia "ambientale" prima ancora che individuale. L'istinto di uccidere che il leone non potrebbe controllare è solo un ingranaggio di un meccanismo di cui egli stesso è una parte. La differenza fondamentale con la ferocia umana è evidente. Laboratori, industrie farmaceutiche, cosmetiche e d'abbigliamento, allevamenti intensivi, zoo, circhi etc. sono ambienti in cui l'animale viene introdotto a forza, cresciuto dalla nascita o costruito geneticamente per provocargli dolore, privazione e morte. Il crudele artefice di queste "situazioni di sofferenza" non è l'impersonale Natura, ma l'uomo. Anzi uomini determinati, noti, con nome e cognome. Ancora una volta, però, il genio filosofico del nostro etologo si lascia sfuggire il problema essenziale. Tale problema, che, anche qui, è cruciale non solo per l'animalismo, riguarda la possibilità di pensare il rapporto uomo-natura, rapporto che per gli animalisti si è sempre espresso nella forma del dominio sulla natura. Come dobbiamo pensare e praticare il rapporto con la natura che ci circonda e che noi stessi siamo? Possiamo veramente considerarci fuori di essa? Il concetto di Natura non è in sé problematico? Quando comincia la violenza dell'uomo nei suoi confronti? E' possibile pensare un ordine diverso? Meno violento? Più giusto? L'affermazione di P. Singer al riguardo è, per quanto giusta e illuminante, solo la posizione del problema: "Una volta abbandonata la nostra pretesa di dominio sulle altre specie, dovremmo smettere di intervenire nella loro vita".(6) Nessuno ha ancora una risposta soddisfacente a queste domande culturali, economiche e politiche, ma l'animalismo costituisce un punto di vista radicale (poiché cerca di affrontare il problema alla radice) e pone esigenze profonde che non possono essere affrontate con i paraocchi dell'apologia dell'esistente. Altrimenti si rischia di fraintendere i nodi della questione e balbettare di problemi secondari, se non inesistenti. Ma occorre dare atto al nostro filosofo che non ha ancora dato il meglio di sé. Le questioni affrontate finora sono state risolte facendo ricorso al "buon senso". Il piatto forte dell'articolo dovrebbero essere le questioni "filosofiche". Che sia problematico (e forse è già un atto di barbarie) distinguere risposte "filosofiche" e risposte del "buon senso" è una questione che non viene posta. In compenso però si continua a produrre parole e a mancare le questioni essenziali. E' il caso del presunto "cavallo di battaglia" dell'animalismo.

[...] Il caso degli "uomini marginali" (bambini, ritardati mentali, cerebrolesi e comatosi). A queste persone si riconoscono diritti alla vita e alla protezione giuridica, pur essendo "al di sotto del livello di coscienza, di consapevolezza di sé, di intelligenza e di provare dolore, di molti non umani". Ora, "se è sbagliato togliere la vita a un bambino abbandonato e gravemente cerebroleso, deve esser ugualmente sbagliato uccidere un cane o un maiale che abbiano livello mentale paragonabile".(7)

Che questo argomento rivesta un ruolo centrale per gli animalisti è una fantasia di S. Castignone e F. D'Agostino e di tutti quelli che pensano che l'animalismo nasca da astratte esigenze di filosofia morale o del diritto. Per l'animalismo il "riconoscimento dei diritti" è uno strumento, non un fine in sé. L'argomento degli "uomini marginali" potrà assumere un ruolo centrale per chi fondi il diritto alla conservazione della vita sulla base del livello di consapevolezza, intelligenza e sensibilità al dolore. Per quel che mi riguarda esso è un argomento ad hominem, vale cioè contro quelli che fondano il godimento dei diritti sul possesso di determinate caratteristiche psichiche. Il vero problema, e questo gli animalisti lo sanno bene, è che non esiste alcun fondamento all'attribuzione dei diritti a tale soggetto piuttosto che ad un altro. Tali presunti fondamenti vengono creati ad hoc solo nel momento in cui soggetti non protetti accampano pretese che minacciano posizioni di privilegio, scatenando sempre la difesa di un potere, di un ordine di cose, che non si vuole mettere in discussione. La partita per i "diritti animali" si gioca su un piano politico, mentre la difesa dello specismo si nasconde dietro formulazioni teoriche di comodo.

Il nostro teorico del diritto, infatti, procede imperterrito nelle sue confutazioni e ci propone un'altra fondazione giuridica (ed etica) presumibilmente definitiva: il concetto di "dignità" . A dire la verità ce ne propone tre, perché accanto a quello di "dignità" troviamo il concetto di "persona" e quello di "spirito". Che i cattolici (e non solo loro purtroppo) sanciscano il diritto di torturare animali sulla "dignità" umana non è un fatto nuovo. Di solito però non vogliono (presumibilmente perché non possono) spiegare in cosa consiste tale "dignità umana". Se essa è un'idea innata, dovrebbero spiegarci perché animalisti come me non ne sentano la cogenza. La novità con cui dobbiamo confrontarci è il tentativo di derivare tale cogenza dal concetto di "persona" e quest'ultimo da quello di "spirito". L'argomentazione, l'abbiamo visto all'inizio, è stringente. L'uomo è spirito, lo spirito ritorna in sé e si riconosce, il riconoscersi è dire "Io", dire "Io" è "essere persona", "essere persona" è avere dignità, avere dignità è non essere animali. Animali no, ma asini sì. Invece di dire semplicemente "l'uomo ha la dignità" si dice "l'uomo ha la dignità perché è persona ed è persona perché è spirito". Ma la domanda allora si sposta, non è soppressa. Cos'è "persona"? Perché gli animali non sono "persona"? Risposta: perché non sono "spirito". Che cos'è "spirito"? etc. etc. Nel prossimo articolo di Civiltà Cattolica prevedo un passo ulteriore. L'uomo è spirito perché è "xcdfkljerern". A questo punto verrebbe voglia di uscire da questo museo degli orrori. Chi è più infastidito: l'animalista o il filosofo? L'animalista, che si vede ridotto come sempre ad un bersaglio di comodo, da parolai che fanno di tutto per non parlare di atrocità e sofferenze, nascondendosi dietro questioni astratte e parziali, distogliendo lo sguardo dalla società per focalizzarsi con sguardo miope nei loro libri? O il filosofo, che, consapevole della problematicità non solo degli apparati concettuali tradizionali, ma dello stesso procedimento argomentativo, si trova ogni volta costretto a sforzi incredibili per raggiungere risultati seri ed onesti in un panorama culturale quanto mai frammentario e problematico? E' ancora possibile spacciare per filosofia i discorsi generici costruiti su due o tre concetti presi a caso dalle proprie letture preferite? I problemi sono molti, lo abbiamo visto, ma la filosofia è un "cammino" pieno di ostacoli da superare il cui esito non è mai dato per certo, non un "pellegrinaggio" su bus di lusso con soggiorno garantito all'Hotel Verità. Se qualcuno non se la sente di affrontare questi problemi perché è troppo faticoso o non rende, va bene. Può tranquillamente tacere. La prima grave colpa di questo e altri scritti del genere si chiama disinformazione. La seconda ha un nome più antico, anzi ne ha due: ignoranza e superbia.

NOTE
1). Civiltà cattolica 20/2/1999, p. 331
2). cit., pp.329-330
3). cit., p.325
4). ivi.
5). cit., p.326
6). cit., p. 327
7). cit., p. 331













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27/06/03