Officina della THEORÎA

Una base scientifica per un’etica diversa
- di Filippo Schillaci -










Inauguriamo l'officina con un saggio di Filippo Schillaci che introduce riflessioni interessanti e originali sul concetto di “etica” alla luce della visione evoluzionistica non-deterministica di S.J.Gould


1. L’oggettività di un sistema etico.


Quanto un sistema etico puó dirsi frutto di pure scelte soggettive e quanto invece positivamente fondato su una realtà esterna a chi lo propone e dunque oggettivamente sostenibile?

Bertrand Russell nel capitolo sull'etica di Aristotele della sua Storia della filosofia occidentale nega il valore oggettivo dell'etica: “l'etica non ha fatto alcun progresso definito nel senso delle scoperte accertate; nulla in etica è conosciuto in senso scientifico. Non c'è quindi ragione per cui un antico trattato in materia debba essere sotto certi aspetti inferiore a uno moderno. Quando Aristotele parla di astronomia possiamo dire positivamente che ha torto; ma quando parla di etica, non possiamo dire, nello stesso senso, se ha torto o ragione”. Io sostengo al contrario che un sistema etico sia deducibile, entro certi limiti, oggettivamente, dalle conoscenze relative al mondo reale.

E’ necessario a priori determinare le finalità di un sistema etico. In alcuni luoghi dell'universo (per quel che ne sappiamo, in almeno un luogo dell'universo) la materia ha assunto una forma di organizzazione cui diamo il nome di vita, nell'ambito della quale è divenuto possibile il verificarsi di uno stato, che chiamiamo sofferenza, caratterizzato da forti connotati di negatività. Su quest'ultimo punto (la negatività della sofferenza) non mi soffermeró, ritenendolo autoevidente. Dalla possibilità, e, in realtà, dall'effettivo verificarsi di un tale stato nella materia vivente nasce la necessità di un'etica, il cui scopo è dunque di minimizzare la sofferenza o, se si vuol essere più esigenti, massimizzare la felicità esistente nell'universo. Vi possono essere tuttavia delle distinzioni fra i vari soggetti del diritto alla non sofferenza (o, di più, alla felicità). Si puó obiettare che solo alcuni esseri viventi e non altri sono soggetti di tale diritto. Si puó enunciare un'etica secondo cui gli uomini hanno tale diritto in maggior misura delle donne, i bianchi dei negri, gli esseri umani degli scimpanzé e cosí via. Secondo Russell non vi è modo di stabilire quale di questi confini sia corretto.

Tuttavia chi affermasse, ad esempio, che gli uomini hanno il diritto di partecipare alla vita pubblica mentre le donne no, dovrebbe anche indicare delle oggettive differenze (ad esempio sul piano psicologico o intellettivo) fra gli uni e le altre tali da tradursi sul piano etico in una tale disparità. Il sapere che differenze di tale genere sono di fatto inesistenti ci costringe a considerare oggettivamente improponibile sul piano etico una posizione di questo genere.

Altro, del tutto analogo, esempio: oggi solo gli esseri appartenenti alla specie umana sono titolari dei cosiddetti diritti (appunto) umani. Il termine omicidio ad esempio si applica solo all'uccisione di un essere umano e non di uno scimpanzé o di un cane. Ancora una volta i propugnatori di una tale etica devono motivarla mediante differenze fra la specie umana e le altre che siano oggettive e, vista la radicalità della distinzione in oggetto, altrettanto radicali. Un esempio di tali motivazioni potrebbe essere identificato nelle superiori facoltà intellettive, ma allora non si capisce per quale motivo i disabili mentali gravi, che ne sono dotati in misura decisamente minore di un qualsiasi animale da compagnia, siano titolari di diritti allo stesso modo degli esseri umani sani. Evidentemente dunque non è questa la differenza. La vita affettiva allora? Vale la stessa obiezione. Andando avanti si scoprirebbe che non vi sono motivazioni di sorta, ed ecco dunque che una tale etica è di fatto oggettivamente improponibile. Certo quando parlo di oggettività non mi riferisco al grado di inoppugnabilità che caratterizza una dimostrazione matematica; ogni sistema etico conserva un certo grado di opinabilità. Tuttavia una cosa è una limitata opinabilità, un'altra è la totale opinabilità prospettata da Russell.

Questa idea di "oggettività di massima" di un sistema etico guida quanto segue.


2. L’evoluzionismo indeterministico di S. J. Gould: una base scientifica per un’etica diversa.


L’evoluzionismo darwiniano nasce nel clima culturale del determinismo ottocentesco e ne assimila pienamente le concezioni mantenendole fino a tempi recenti: l’evoluzione vista come un percorso uniformemente ascendente, dal semplice al complesso, dall’imperfetto al perfetto, dall’inferiore al superiore; il percorso evolutivo visto come necessità, come unico percorso possibile, già insito nelle premesse. E l’uomo, dunque, visto come vertice e meta di questo percorso.

A tale proposito è utile analizzare l’immagine qui accanto che illustra una edizione degli anni ‘70 dell’Origine delle Specie. Essa è costruita attorno a un asse di simmetria verticale che ne rappresenta il centro e la struttura portante, sul quale è “implementato” una sorta di percorso ascendente che riassume, dal basso in alto, l’evoluzione dell’uomo dalle prime e più semplici specie di primati fino all’assunzione dello status di “sapiens”. Si noti anche che man mano che si va dal basso in alto le varie tappe sono caratterizzate da un sempre maggior grado di “smaterializzazione” della figura (le ultime tappe sono addirittura rappresentate soltanto attraverso la parte superiore della testa, sede del cervello), a simboleggiare un progressivo staccarsi dell’uomo dalla dimensione della fisicità, dunque dalla sua natura animale. Inoltre, la testa dell’uomo “sapiens” occupa l’estremo superiore dell’immagine, al di sopra di essa non c’è nessun ulteriore spazio grafico ma solo il confine dell’immagine stessa, le “colonne d’Ercole” della composizione figurativa al di là delle quali esiste solo il vuoto della non rappresentazione. Ovvero, l’uomo non è descritto solamente come il vertice attuale dell’evoluzione ma anche come il suo punto terminale, quel punto al di là del quale nessuna ulteriore perfezione è possibile.

E tutto il resto della biosfera? Lo ritroviamo simmetricamente disposto ai lati di questa colonna portante che è l’uomo, a fungere da corte e orpello puramente accessorio a essa. Inoltre (in contrasto con le stesse concezioni dell’evoluzionismo scientifico), il progredire dall’inferiore al superiore non è cosa che riguardi le altre specie (rappresentate appunto staticamente, nella loro forma attuale) ma è raffigurato come prerogativa dell’uomo e solo di esso.

Basta dunque la sola analisi di questo compendio iconografico del darwinismo per rendersi conto di come esso, pur nella sua totale laicità (che è la causa prima dell’avversione che la Chiesa gli ha sempre riservato) non abbia messo minimamente in discussione il dogma antropocentrico della cultura occidentale.

Solo in tempi molto recenti ha cominciato ad affermarsi, ad opera di Stephen Jay Gould, una visione diversa, non deterministica e non antropocentrica dell’evoluzionismo, che qui cercherò di riassumere attraverso un ampio collage di citazioni di Gould stesso.

Gould parte dall’assunto che “la storia racchiude troppo caos - ossia presenta una dipendenza estremamente sensibile dalle condizioni iniziali - il che produce esiti notevolmente divergenti a partire da minuscole e incommensurabili disparità nei punti di partenza. Inoltre la storia è largamente soggetta alla contingenza, nel senso che i risultati attuali non sono determinati direttamente da leggi immutabili di natura, ma sono plasmati da lunghe catene di stati antecedenti imprevedibili” (1). A causa di ciò “la comparsa degli esseri umani fu la conseguenza fortuita e contingente di migliaia di eventi collegati, uno qualsiasi dei quali avrebbe potuto svolgersi in maniera diversa, dirottando la storia su un percorso alternativo che non avrebbe condotto all’intelligenza di tipo umano”. Il più noto di tali eventi è la scomparsa dei dinosauri avvenuta, 65 milioni di anni fa, a causa della probabile caduta di un enorme meteorite. Senza tale evento del tutto contingente e imprevedibile, “i dinosauri sarebbero ancora predominanti e i mammiferi sarebbero rimasti animali insignificanti”. “Pertanto per comprendere gli eventi generali del corso della vita, si deve andare oltre i principi della teoria evoluzionistica per analizzare invece la documentazione paleontologica dell’andamento contingente della storia della vita sul nostro pianeta, cioè dell’unica versione che si è realizzata tra i milioni di alternative possibili. Una simile concezione della storia della vita si contrappone decisamente ai convenzionali modelli deterministici della scienza occidentale, oltre che alla radicata tradizione sociale e alla visione antropocentrica occidentale che considerano l’uomo come l’espressione più elevata della vita, destinata a sovrintendere il pianeta”.

Uno degli elementi qualificanti della teoria di Gould è l’andamento puramente stocastico dell’evoluzione della complessità degli organismi viventi. “Non nego” scrive Gould “che l’aumento della complessità sia un dato reale, ma sostengo che il nostro desiderio di vedere la storia della vita come una progressione e gli esseri umani come organismi destinati al predominio ha distorto grossolanamente la nostra interpretazione (...) L’aspetto più saliente della storia biologica è la stabilità del modo di vita batterico, dalle prime testimonianze fossili fino a oggi e, quasi certamente, anche per tutto il futuro della Terra. La nostra è in realtà l’ “età dei batteri”, come era all’inizio e come sarà sempre. (...) I primi esseri viventi comparsi sulla Terra si trovavano nei pressi del limite minimo di complessità concepible e conservabile. In uno schema che rappreesenti la complessità questo limite inferiore può essere raffigurato come un muro. Poiché la documentazione fossile ci induce a supporre che la distanza tra esso e il modo di vita batterico sia molto piccola, vi è una sola direzione possibile per future modificazioni: un aumento della complessità. Così, di tanto in tanto, si evolve un organismo più complesso che estende l’ambito di diversità della vita nell’unica direzione disponibile. (...) Simili aggiunte sono però rare ed episodiche. Non costituiscono neppure una serie evolutiva, ma costituiscono una sequenza eterogenea di taxa aventi scarsa affinità tra loro. Non è possibile interpretare una sequenza di questo tipo come la principale tendenza o forza propulsiva della storia della vita; si potrebbe immaginare piuttosto che occasionalmente un organismo ruzzoli nella regione di destra, vuota, dello spazio della complessità. (...) La nostra impressione che la vita si evolva verso una crescente complessità è probabilmente soltanto un pregiudizio, ispirato da un atteggiamento mentale “provinciale” che tende a concentrare l’attenzione su noi stessi e, di conseguenza, a dare eccessiva importanza agli organismi che diventano più complessi; al contrario, ignoriamo altrettante linee evolutive che si adattano ugualmente bene assumendo forme via via più semplici”.

“Diventa così indispensabile” conclude Gould “prendere in considerazione la radicale alternativa secondo cui ogni esperimento primordiale ricevette niente altro che l’equivalente di un bigliettino della più grande lotteria mai svoltasi sul nostro pianeta e ogni linea evolutiva sopravvissuta, compreso il nostro phylum di vertebrati, esiste oggi sulla Terra più grazie alla fortuna che ha avuto nell’estrazione che non a un qualsiasi prevedibile esito della lotta per l’esistenza.”

Amo spesso ripetere che la storia del pensiero occidentale può essere vista come un progressivo smantellamento del concetto di assoluto. A una idea analoga si richiama verosimilmente Gould nel ricordare come Sigmund Freud facesse “spesso notare come le grandi rivoluzioni nella storia della scienza abbiano un’unica caratteristica comune, carica d’ironia: demoliscono tutti quei piedistalli su cui l’umanità si è posta, convinta della propria importanza. Nei tre esempi che Freud riferiva, Copernico spostò la nostra collocazione dal centro dell’universo alla periferia; Darwin ci relegò poi a una discendenza dal mondo animale; infine, lo stesso Freud scoprì l’inconscio e distrusse il mito di una mente completamente razionale.” Ma, aggiunge Gould, “il piedistallo non verrà infranto fino a quando non abbandoneremo, come principi fondamentali, il progresso e lo sviluppo di una complessità sempre maggiore, e cominceremo a tenere in considerazione la possibilità tutt’altro che remota che Homo sapiens sia solamente un minuscolo ramoscello tardivo di quell’enorme cespuglio arborescente che è la vita: una piccola gemma che, quasi certamente, non riuscirebbe a comparire una seconda volta se si potesse ripiantare il cespuglio partendo dal seme e lasciarlo crescere di nuovo.”


3. Il caso e la libera scelta nell’arborescenza della vita.


Riassumiamo dunque, e facciamolo partendo dalla formulazione di una domanda retorica in cui mi sono imbattuto qualche tempo fa durante una discussione su un newsgroup: “E se non ho la "natura" come riferimento, da dove ricavo le mie leggi?” E’ un concetto che ricorre costantemente, quasi ossessivamente questo delle leggi naturali, dell'ordine naturale, di ciò che è giusto in quanto naturale e ingiusto in quanto contro natura. In tutti questi discorsi la visione della natura è quella di una sorta di entità ultraterrena che ci sovrasta, una sorta di ordine eterno e rigido di fronte al quale null'altro possiamo fare che inchinarci; una visione in una parola rigidamente deterministica, in cui nessuno spazio è dato alla molteplicità dei possibili, al caso, alla contingenza, e soprattutto alla scelta.

Ma proviamo ora a porci la prima fra tutte le domande possibili: cos'è la natura, e in particolare la natura vivente? E pensiamoci un attimo. La natura in fondo siamo semplicemente noi: la comunità delle comunità di tutti gli esseri viventi del pianeta. Il suo "ordine", come abbiamo visto dalle parole di Gould, è dinamico, cioé mutevole, e la sua continua mutazione non è metaforizzabile con una linea ascendente bensì con una sorta di moltitudine di ventagli di possibilità che continuamente, ad ogni passo, si aprono dinanzi a noi. Ad ogni bivio viene imboccata, fra infinite possibili, una via, spesso in maniera del tutto casuale, in base a circostanze del tutto contingenti e non prevedibili a priori né riproducibili a posteriori.

Fin qui la teoria di Gould; tuttavia è intuitivo aggiungere che dal momento in cui della “natura” entra a far parte la vita animale, cioé la vita senziente, cioé la vita capace di operare scelte (un essere senziente in fondo non è altro che colui che sceglie) proprio la capacità di operare scelte consapevoli diviene un ulteriore elemento capace di orientare il cammino dell’evoluzione (si consideri valido questo discorso a ogni scala immaginabile, a partire del singolo individuo).

Come già detto, eventi del tutto casuali e contingenti hanno fatto sì, ad esempio, che l'evoluzione si sia orientata a un certo punto in maniera favorevole ai mammiferi anziché ai rettili e che dunque davanti a questo computer adesso ci sia un piccolo mammifero anziché un dinosauro da 20 tonnellate. Né caso né necessità bensì libera scelta è invece quella dell’essere umano il quale, per dirne una fra le innumerevoli possibili, decide di nutrirsi di carne cioé di assumere, in senso ecosistemico, comportamento e ruolo predatorio pur sapendo che può orientare senza danno per sé le proprie scelte alimentari in altro senso e dunque diversamente posizionarsi all’interno di quel primario elemento dell’ecosistema stesso che è la catena alimentare. Ora, il cosiddetto ordine naturale è quello che quotidianamente è venuto a formarsi, e non cessa mai di continuare a formarsi, a seguito di questo enorme e libero combinarsi di innumerevoli piccole scelte ed eventi casuali.

Caliamo ora questo discorso nello specifico dello stato attuale della vita sul nostro pianeta. E’ un fatto che l'evoluzione della vita sulla Terra si sia orientata verso un sistema basato sulla forza, e che su di essa sia basato il principio di riduzione della vita al valore di puro cibo (io sono più forte di te e dunque ho il diritto di fare di te quel che mi pare, anche di usarti appunto come cibo se credo), ma è anche vero che non era scritto a priori da nessuna parte che dovesse per forza andare così, che, un milione d'anni dopo l'altro, altri tipi di equilibri potessero stabilirsi, basati su altri tipi di interazioni. E non è detto che, un milione d'anni dopo l'altro, ciò non possa ancora accadere. Per caso? Ci credo poco. Per il sommarsi di innumerevoli piccole scelte quotidiane di innumerevoli esseri viventi? Ci credo un po' di più.

Si vede quale enorme differenza vi sia fra queste idee e quelle che potremmo far derivare dal darwinismo classico che, in quanto dottrina deterministica, esclude il caso e la scelta. Casuali sono, è vero, le mutazioni genetiche, ma una e una sola è quella “giusta”, quella capace di assicurare il “miglioramento” della specie, ed è già scritto a priori che essa e solo essa sarà quella che emergerà. Non ci sono bivi, non ci sono scelte, non c’è alcuno spazio al caso, alla contingenza. L’etica che ne consegue è un’etica della pura accettazione dell’esistente, dell’unico mondo possibile. E pertanto della forza come elemento di diritto, della specie sulla specie, della razza sulla razza, dell’individuo sull’individuo. Non a caso il darwinismo è stato usato come giustificazione etica del modello economico capitalista in quanto “secondo natura” e dunque unico accettabile in virtù della sua “necessità”.

Gould dunque ribalta questa visione e trasforma la gabbia evolutiva darwiniana in una vastità senza confini in cui nulla è certo ma tutto è possibile. Eleva il caso (e la scelta) a elementi formanti dell’evoluzione e la materia vivente da semplice oggetto passivamente plasmato da essa a soggetto plasmante. Come conseguenza, l’etica della accettazione della “necessità” lascia il posto all’etica della libera scelta fra molteplici equipossibilità, conseguenza questa che se ne porta dietro un’altra: la piena responsabilità - etica appunto - del soggetto.

Caso e scelta dunque come elementi plasmanti dell’evoluzione. Ed è sulla scelta che mi soffermerò nella parte finale di questo discorso perché è di etica che parliamo e l’etica, prima ancora della politica, null’altro è che l’arte - o forse la scienza - di produrre delle scelte.

Si pone a questo punto il problema di formulare un criterio che guidi la molteplicità delle scelte. Scegliere, ma scegliere secondo quale riferimento? Io credo che esista sempre un giusto metodo di valutazione: guardare tenacemente ogni evento con gli occhi dell'altro, chiunque egli sia. Così dunque quando qualcuno pronuncia una frase come: “quando portiamo gli agnelli al macello...” sono io l'agnello strappato alla madre e sbattuto su un furgone per essere ucciso, quando un tale mi dice: “ci sono degli animali nati per essere ammazzati” sono io ciascuno di quegli animali, quando vedo immagini di torture o di guerra sono io ciascuno degli esseri umani martoriati dagli aguzzini o dalle bombe. Molti definiscono un tale atteggiamento "sensibilità" relegandolo nel regno patetico dei sentimentalismi. Io affermo che tutto ciò non ha nulla a che fare con il sentimentalismo ma costituisce una sorta di “esperimento mentale” il quale, in quanto simulazione dell’esperienza, costituisce valido modo di valutare nella sua reale portata ogni sofferenza del mondo: percepirla appunto come fosse propria.

Perché è facile parlare di ordine naturale - e della sua “asprezza” in particolar modo - comodamente seduti alla propria scrivania, a migliaia di chilometri dal più vicino predatore che possa impensierirci, un po' meno lo è stando rannicchiati nel fondo di una caverna, con i ghepardi che passeggiano là fuori domandandosi legittimamente cosa mangeranno per colazione. Osservato da quest’ultimo punto di vista l'ordine naturale appare tutt'altro che un valido riferimento etico. E io ho imparato a guardarlo sempre da questo punto di vista, il più istruttivo in fondo. Così, messo davanti a una gallina “nata per essere ammazzata”, un giorno ho scoperto di essere io quella gallina, e allora ho capito che la sua vita (la mia vita) vale incommensurabilmente più di un mio (altrui) pranzo. E ho scelto di rispettare la sua (la mia) vita. Il piccolo mutamento nell'ordine dell'universo costituito dal fatto che quella gallina sia ancora lì a razzolare nella sua aia anziché essere un mucchietto d'ossa nel mio bidone della spazzatura, è un infinitesimo passo nella direzione di un - oggi utopistico, favolistico, dirò di più, inimmaginabile eppure possibile - universo senza sofferenza. Un universo dunque che potremmo oggettivamente considerare, sul piano etico, migliore.


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(1) Questa e le successive citazioni sono tratte da S. J. Gould, L’evoluzione della vita sulla Terra, su Le Scienze N. 316, Dicembre 1994.

Una ulteriore esposizione delle teorie di Gould è contenuta in L. Bocchi, M. Ceruti, Origini di storie, Feltrinelli, Milano, 1993 nel quale analoghe concezioni indeterministiche vengono formulate con riferimento a ogni altro aspetto della realtà. Singolarmente non viene citata la meccanica quantistica.









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29/11/02 (consegnato dall'autore il 22/10/02)