Bloc Notes

Informazione e controinformazione

A cura del
Collettivo





Tempo fa, in un forum di discussione animalista è risuonato questo appassionato intervento:

"Non bisogna abbattersi di fronte a queste notizie che gelano il sangue. Occorre lavorare instancabilmente di fronte a questi crolli di civiltà. Grande è il nostro potenziale! Attraverso i banchetti possiamo raggiungere un'infinità di persone e mostrar loro le brutture della società specista. Abbiamo la possibilità di farci sentire presso i media con il loro potenziale informativo. Possiamo utilizzare Internet per coordinarci, per mandare proteste, firmare petizioni. E poi c'è la scuola (...) con l'aiuto di insegnanti sensibili potremo raggiungere le nuove generazioni per una svolta effettiva nel futuro prossimo venturo. Il compito è arduo, ma se lavoreremo bene, con una seria e estesa programmazione dei nostri atti, potranno apparire i primi segnali di una rinnovata visione del mondo: quella biocentrica".

Il fervido approccio esprime un implicito paradigma: l'azione dell'animalismo deve produrre, essenzialmente, "informazione". L'informazione è l'arma dell'animalismo tradizionale. Esso suppone che l'interlocutore sia uno che si comporta in un certo modo (in questo caso, verso gli animali) perché ci sono persistenze culturali, abitudinarie che vanno rimosse attraverso procedimenti illustrativi (si illustra come gli animali vengono allevati, uccisi, vivisezionati, cacciati o catturati ecc.).

Attraverso tali procedimenti si suppone che l'interlocutore prenda coscienza e cambi i suoi atteggiamenti ingrossando, se non con la militanza almeno con le tessere, se non con le tessere almeno con i comportamenti, le file delle associazioni o del movimento.

Per quanto spesso non manchi la consapevolezza degli interessi individuali e collettivi che stanno dietro i comportamenti, prevale comunque l'idea che l'informazione possa aprire occhi e cuori e portare giustizia in situazioni ingiuste.

D'altra parte questo e' l'imperativo che viene propagandato per modificare gli stati di cose nella società di mercato sotto il regime politico detto "democratico". Nel regime più totalizzante della storia, quello in cui il livello di manipolazione delle coscienze raggiunge i livelli più strabilianti, si inducono le persone a pensare quanto sia bello l'ideale democratico dove ognuno può dire ciò che vuole avendo anche la facoltà di convincere il suo prossimo conducendolo sulle sue posizioni. Ciò è risibile in una realtà generalizzata in cui i gruppi dominanti riescono a indurre i cittadini a chiedere quello che loro vogliono sia chiesto attraverso procedimenti manipolatori che corrompono corpi e menti.

Tutto questo non viene riconosciuto dalle Anime Belle. Esse ragionano così: "Se io ho capito questo, se ho raggiunto la consapevolezza circa quello, non è escluso che lo possa comprendere anche il mio interlocutore sotto la guida del mio ammaestramento". Sotto un certo punto di vista esse hanno anche ragione. Gli stati mentali, e quindi le forme di coscienza che ne sono il riflesso, essendo condizionate dalle leggi del caos (la mente individuale è quanto di più "indeterministico" esista...) possono anche adottare la prospettiva dell'illustratore illuminato con le sue idee marginali e "eterodosse", se le circostanze lo consentono. Alla faccia di tutte le istituzioni totali del mondo che non potranno mai impedirlo! Tuttavia, le convinzioni eterodosse - e l'animalismo con il suo potenziale destabilizzante lo è - non raggiungono, ne possono farlo, la massa critica che permetterebbe autentiche trasformazioni sociali. Questo perché gli stati mentali collettivi sono soggetti a ben altre leggi, tutt'altro che caotiche e, anzi, ben ordinate dalle inderogabili esigenze del sistema economico, politico, tecnico-scientifico, culturale.

Accade allora che l'eventuale successo dell'animalista presso il suo banchetto si traduca in un ostacolo alla retta comprensione delle cose. Infatti, gli eventuali soldini raccolti, i consensi sussurrati dai passanti, il materiale stampato accettato con interesse dalle persone contattate, tutte queste cose lo inducono a proseguire nella strada intrapresa e lo inchiodano in un limbo in cui non si ritrovano sostanziali trasformazioni e progressi. Egli, come Sisifo, continuerà a confidare in una logica cumulativa che mai si materializzerà in risultati sicuri e stabili.

Che fare dunque in un mondo totalizzante in cui la parola "democrazia" costituisce l'arma più solida nelle mani di chi si guarda bene dal realizzarla? Che fare per dare alla "questione animale" quella rilevanza che introdurrebbe un radicale cambiamento di civiltà?

La domanda è vietata perché il compito è improbo e, allo stato attuale, nessuna lama di luce si vede in fondo al tunnel. Potremmo solo provare a fare il primo passo.

Innanzi tutto, non "informare", ma "controinformare"! Non è una battuta. Certamente "controinformare" significa svolgere la funzione di informare. Ma accanto alla denotazione della parola si accompagna una connotazione che suggerisce che la soluzione vera va cercata altrove, e non attraverso il coinvolgimento impossibile di coloro che allo stato attuale si oppongono anche a soluzioni moderate.

Controinformare assume il presupposto che vi sono interessi cristallizzati che non possono essere scalzati con la semplice presentazione della propria posizione.

Controinformare suggerisce che la comunicazione dell'animalista non eccheggia in una sala con uditorio compassato - anche se distratto dalle sue mille incombenze - del quale bisogna conquistare l'attenzione, ma in un mercato di strilloni che sostengono sistematicamente tesi opposte perché portatori di interessi diversi e strutturati.

Controinfoirmare addita nei terzi (annidati nelle istituzioni politiche, economiche, scientifiche e culturali), non un potere da coinvolgere nel proprio disegno, bensì un nemico la cui presenza esclude la realizzazione di istanze di giustizia.

E poi controinformare vuol dire cambiare lo stile della comunicazione sul piano della forma e in quello dei contenuti. Insomma: se informare trasmette l'idea che si possa giungere a una accettazione collettiva e amicale delle proprie convinzioni solo che si riesca a rompere le croste dell'abitudine, controinformare lo esclude perché implica lo spostamento dell'atto che risolve sul piano della prassi non appena le condizioni reali lo renderanno possibile.

 



Data: 6/12/00

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