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Gli Ufo a Raveo

Tra le curiosità che riguardano Raveo, certo non può essere tralasciato il singolare racconto di Luigi Rapuzzi Johannis, scrittore di fantascienza, di un suo incontro ravvicinato nientemeno che con gli ufo nel 14 agosto 1947, e proprio a Raveo. Ecco il suo racconto:

"La prima quindicina d'agosto del 1947 mi trovavo in Carnia (Friuli) e precisamente in un piccolo villaggio, Raveo, nei pressi di Villa Santina (…)
La mattina del giorno 14 agosto 1947 stavo risalendo la breve valle del torrente Chiarsò, che termina alle falde del massiccio centrale Carnico del Col Gentile. Ero armato di un piccolo zaino e di piccozza.
Seguivo un sentiero lungo la sponda sinistra del torrente (che era quasi in secca) e che serpeggiava fra macchie d'abeti e grosso pietrame alluvionale e di detrito (…)
Uscendo da una di quelle macchie d'abeti, notai sulla sponda rocciosa, alla distanza di una cinquantina di metri, un grande oggetto lenticolare, di colore rosso vivo (…).

Quando giunsi a pochi passi da quella "cosa" potei costatare che si trattava di un disco - apparentemente di metallo verniciato come quello di un comune giocattolo - a forma di lente e con una bassa cupola centrale priva d'ogni apertura. Al sommo sporgeva una specie d'antenna metallica lucente, fatta a cannocchiale, presso a poco come quelle delle attuali nostre automobili (…). L'oggetto, largo una decina di metri, era incastrato per circa un quarto del suo bordo, in una grossa fenditura trasversale della roccia friabile dell'erta e si trovava ad un'altezza di circa sei metri dal letto del torrente. Decisi senz'altro di arrampicarmi e di raggiungerlo per vederne la natura, ma prima (ognuno avrebbe fatto come me) mi volsi e guardai tutt'intorno per vedere se vi fosse qualcun che - eventualmente - potesse aiutarmi.
Fu così che scorsi ad una cinquantina di metri, proprio sul limitare del boschetto dal quale ero uscito poco prima, due "ragazzi". Così, almeno, essi mi parvero di primo acchito.
Li chiamai a gran voce e indicai loro il disco. Quindi mi avviai alla loro volta. Quando la distanza che ci separava fu dimezzata, mi fermai impietrito.I due "ragazzi" erano due nani, tali come io non ne avevo mai visti e neppure immaginati. Essi avanzarono lentamente a piccoli passi, con le mani lungo i fianchi e i testoni immobili. Quando giunsero a pochi passi da me, si fermarono (…).
Non erano più alti di 90 centimetri e vestivano una specie di tuta di colore azzurro-nero, fatta di un materiale che non riuscirei a catalogare. "Traslucido" è l'unico termine adatto a definirlo. Portavano un collare e una cintura piuttosto alta di colore rosso vivo; anche le maniche e le caviglie finivano con "collari" dello stesso tipo. Le teste erano - secondo la mia impressione - più grosse di una testa d'uomo normale e davano ai due esseri un aspetto caricaturale; ma credo che la vista delle "facce" avrebbe tolto a chiunque la voglia di ridere (…).
La "pelle" della faccia era verde terroso. Il "naso" era diritto, geometricamente tagliato e molto lungo. Sovrastava una semplice fessura a forma d'accento circonflesso che avevo notato aprirsi e chiudersi ad intervalli pressappoco come la bocca di un pesce. Gli "occhi" erano enormi, sporgenti e rotondi. Il loro aspetto e colore era simile a quello di due prugne giallo-verdi ben mature. Al centro, notai una specie di "pupilla" verticale. Non vidi traccia di ciglia e sopracciglia e ciò che potei chiamare palpebre era costituito da un anello, tra il verde e il giallo, che fasciava la base di quelle semisfere, tale quale come l'armatura di un paio d'occhiali (…).
Poi, alzai il braccio armato di piccozza e lo agitai in direzione di essi e quindi del disco. Quindi chiesi loro con voce tutt'altro che normale chi erano, da dove venivano e se potevo essere loro utile.
Poi, gli eventi precipitarono.
Ora penso che i due abbiano interpretato i miei gesti inconsulti come una minaccia. Ma non lo so, e credo che non lo saprò mai. Certo si è che uno di essi alzò la mano destra e la portò alla cintura. Dal centro di quest'ultima partì qualche cosa che poteva sembrare un sottile soffio di fumo. Oggi penso che si trattasse di un raggio o altro del genere. Comunque, non feci a tempo a scansarmi o a fare alcun gesto, che mi trovai lungo e disteso a terra. La mia piccozza mi schizzò di mano, come strappata da una forza invisibile (…).
Intanto i due nanerottoli avanzavano e si fermarono di lato a due metri di distanza da me, dov'era caduta la mia piccozza (…).
Facevo sforzi inauditi per rialzarmi, e alla fine, riuscii a mettermi seduto. Ma dovevo puntare a terra le braccia per non ricadere disteso. Intanto, i due erano giunti sotto il disco. Li vidi arrampicarsi con lentezza, ma sicuri, fino alla fenditura rocciosa e quindi scomparire dietro il disco stesso, il quale si trovava incastrato in posizione quasi verticale.
Passarono ancora pochi minuti, quindi lo strano oggetto si sollevò nell'aria, disincagliandosi di scatto dalla roccia.
Il disco intanto si era inclinato leggermente e allontanato dalla verticale. Poi rimpicciolì d'un tratto e quindi scomparve del tutto."
In realtà Johannis ebbe in seguito a precisare, in una sua lettera inviata nel 1964 alla rivista Clypeus, di aver tratto, col senno di poi, conclusioni diverse e che forse i due esseri non erano extraterrestri ma due semplici robot. Ancora una volta il ragionamento non fa una piega!

 

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