La serata è stata introdotta come consuetudine da e' minestar che ha proposto un minuto di silenzio in memoria del'amico e storico minestar Sanzio Zoli scomparso recentemente; Marino Monti ha letto poi la poesia che Mario Vespignani ha dedicato all'amico scomparso. E' minestar ha quindi presentato gli ospiti della serata Franco Gàbici e Walter della Monica, ai quali, poco dopo si è unito, con grande piacere dei convenuti il sindaco Roberto Balzani. Il primo cittadino ha fatto un breve ricordo di Sanzio Zoli, che, ha detto, mancherà a tutta la città, grande guida de' Racoz, ma anche attento testimone che ha raccolto un'importante memoria della nostra città nelle sue numerose pubblicazioni. Ma Balzani ha espresso pure il suo piacere di essere con noi in questa occasione che gli ha permesso di rivedere Gàbici e Della Monica, con i quali, insegnando a Ravenna, ha stretto amicizia da tantissimi anni. Ha quindi sottolineato l'importanza della serata nella quale si recupera la memoria di Don Fuschini, grande scrittore romagnolo della seconda metà del Novecento che va riportato necessariamente, per la sua importanza, alle generazioni più giovani.

E' seguita quindi la cena, al termine della quale ha preso la parola Walter della Monica.

Della Monica ha introdotto la figura di Don Fuschini ed il successivo intervento di Gàbici, leggendo alcuni passi della prefazione che egli fece all'"L'Ultimo Anarchico", il libro che diede fama e gloria al prete-scrittore. Al termine, ha lasciato la parola allo scrittore, lanciandogli una domanda:<<...perchè il giovane Fuschini lascia i genitori per il seminario, per farsi prete?>>.

Gàbici ha esordito asserendo che se Fuschini non fosse andato in seminario non sarebbe divenuto il personaggio che è. In quel bambino vivace, che conduceva la sua vita libero, "tra cielo e acqua" e pochi libri, vi era già il germe dello scrittore; la maestra, una volta, lo aveva premiato per un tema sulle rondini ed il premio, un pennino (pensate!), aveva inorgoglito il ragazzo. Don Fuschini conservò sempre quel pennino come un prezioso cimelio. Al giovane si presentarono poi due strade; o seguire le orme del padre, un fiocinino, pescatore di anguille di frodo, o il seminario. Il seminario si è dimostrato per don Francesco, un luogo straordinario, soprattutto uno svolta radicale nella sua vita, perchè lì ha avuto la possibilità di incontrare i libri. Degli ambienti del seminario, quello che don Francesco frequentava di più era la biblioteca. Francesco li divorava i libri, ne leggeva uno ogni notte ed il rettore, che aveva pure le mansioni di bibliotecario, quando il ragazzo riportava i libri letti era uso dirgli:<<...ma Franceschino, questi libri te li mangi ?>>. Ma come è ormai assodato, è difficile che chi legge molto non scriva, ed anche in Francesco nasce ben presto la voglia di scrivere, ma i tempi e le regole austere del seminario non sono molto favorevoli, non consentivano spazi per certi svaghi letterari. Il tempo per lo scrivere, Francesco, lo poteva solo ritagliare da quello dedicato allo studio, e così fece realizzando il suo primo lavoro, una recensione su di un libro che aveva letto, una Meditazione mensile, in 31 capitoli, uno al giorno, sul mese di Maggio. Il problema fu quindi come fare uscire tale lavoro dal seminario, la norma prevedeva l'esame ed il consenso del rettore.

Francesco, ha proseguito Gàbici, bypassò ogni supervisione ma coinvolse la madre: in occasione di una sua visita al seminario, salutandola, le porse lo scritto tranquillizzandola affermando che non era nulla di indiscreto e che voleva inviarlo ad una rivista cattolica, ciò sollevò da ogni apprensione la donna. Compiendo, si potrebbe dire, un peccato di orgoglio, Francesco fece così pervenire il suo elaborato alla rivista cattolica più prestigiosa del momento, il Frontespizio, fondata nel 1929 a Firenze e attiva sino al 1940. Tale rivista aveva una gazzetta mensile, per cui trascorse diverso tempo prima che Francesco potesse vedere il suo articolo pubblicato, anzi, un giorno, quando ormai disperava di vederlo sulla gazzetta, il seminarista incontrò lungo il corridoio il rettore che gli sbatte sotto il naso una copia di Frontespizio. Francesco comprende che ha letto il suo articolo, non ha il tempo di godere del successo che il rettore gli dice:<<... guarda che il nome di un prete deve essere scritto in cielo e non sui giornali>>. In realtà però, si può presupporre che, in cuor suo, il rettore fosse soddisfatto che un suo allievo avesse fatto breccia in una rivista di tale prestigio. Ma le cose non finiscono qui, si sparge la voce. Il vescovo, monsignor Lega, un vero romagnolo, che parlava in dialetto e metteva tutti a proprio agio con il quale aveva da tempo instaurato un rapporto molto forte, chiamò il seminarista  ed esclamò:<<...caro Francesco, ho letto il tuo articolo, scrivi come  Dio perchè non hai ne principio, me fine!>> (non era esattamente un complimento!, bonaria, ma sempre una tiratina di orecchi). La vera consacrazione di don Fuschini scrittore avvenne un pomeriggio quando, mentre il seminarista si trovava nella sala di studio, si spalancò la porta ed entrarono per incontrarlo alcuni dei più importanti redattori del Frontespizio, Piero Bargellini, Nicola Lisi ed altri. Il gruppo aveva lasciato Firenze alla volta di Ravenna per conoscere questo seminarista dalla penna straordinaria. A  questa consacrazione sono seguite quindi le varie collaborazioni, con la Terza Pagina del Resto del Carlino, con l'Avvenire d'Italia, con l'Osservatore Romano, ed intanto cresceva il successo di don Fuschini tra i lettori, catturati dal suo modo di scrivere, personalissimo, dal bello stile che aveva le sue radici nella Ronda, in Manzoni, ma anche nella sua terra. Egli ha operato nella sua scrittura una forma di innesto di vocaboli, modi di dire, neologismi con la letteratura classica, che ha fatto di lui uno scrittore inconfondibile.

A questo punto Della Monica ha invitato Gàbici a tratteggiare don Fuschini parroco di Porto Fuori.

Gàbici quindi ha ripreso la sua narrazione dai primi anni Quaranta, quando don Fuschini era prete "di primo pelo", dopo essere stato cappellano nella cittadina parrocchia di San Biagio, lo richiama l'arcivescovo che gli offre l'incarico di parroco a Porto Fuori, un paese molto difficile, anticlericale all'ennesima potenza, e don Fuschini accenna ad esprimere invano la sua carenza di esperienza e dubbi sulla sua adeguatezza all'incarico. Ma il vescovo lo "tranquillizzò" ricordandogli che in quel luogo "di anarchici mangiapreti, “vecchietti di fisico ardito - scrive Fuschini - che salivano l'ultimo strappo della vita con la fede anarchica piantata in testa come un cavicchio”, dove in chiesa non andava nessuno, non vi era nulla da distruggere" (anche la chiesa era stata distrutta dai bombardamenti). Non solo, ma a don Fuschini il vescovo da un'altro incarico "scottante". L'arcivescovo avvertiva l'importanza della stampa e, nel dopoguerra, ha l'idea di continuare l'antica tradizione, tutta ravennate, dei settimanali cattolici, in un clima che si poteva definire di "terrorismo", poichè, secondo la Chiesa, vi era un pericolo da arginare, il Comunismo che proveniva da "oltre cortina". L'Arcivescovo perciò gli affidò pure la direzione del settimanale diocesano L'Argine.

Dapprima don Fuschini parte "lancia in resta" caricando il suo inchiostro di una fortissima vis polemica, conscio dell'incarico affidatogli dal vescovo, polemizza molto firmandosi con pseudonimi. Ma un bel giorno don Fuschini non ne poté più del clima di indifferenza e dell'ostracismo di cui si sentiva vittima, tutti lo evitavano e sfottevano. Scrisse così un curiosissimo articolo nel quale descriveva un paese immaginario chiamato Beozia, un paese di zoticoni, di ignoranti,  nel quale i paesani individuarono immediatamente Porto Fuori, non prendendola certamente bene. I comunisti, anarchici, repubblicani imposero a don Fuschini un pubblico confronto nella Casa del Popolo. Come un miracolo, don Francesco cominciò a parlare, catturando la simpatia della platea, presentandosi in maniera dimessa, giustificando  il suo gesto con il fatto che pure lui era "un disgraziato come loro", figlio di povera gente, di un fiocinino e di una sarta. Sollecitò il lato sentimentale dei presenti, e dal quel momento tra don Fuschini ed il suo "gregge" si cominciò a sciogliere quel gelo, quella originaria indifferenza, don Fuschini conquistò i paesani, non con le parole, ma con i fatti. Il prete ricostruì la canonica e a fianco di questa realizza pure uno spazio "di aggregazione"; realizzò pure un asilo, il cinema, si diede da fare e tutto questo gli venne riconosciuto e , a poco a poco, don Francesco diventò davvero il parroco di Porto Fuori, un parroco molto amato e molto seguito, entrò davvero nel cuore dei suoi paesani. La conversazione è proseguita poi con la narrazione di diversi gustosissimi aneddoti della vita del prete-scrittore. Gàbici ha poi illustrato un altro aspetto di don Francesco, egli teneva moltissimo al rapporto con le persone  "che contavano" in letteratura; la canonica di Porto Fuori, ai tempi di don Fuschini, divenne davvero una piccola capitale letteraria italiana, perché moltissimi scrittori, giornalisti di fama facevano riferimento a don Francesco per avere consigli e suggerimenti. Molti scrittori, prima di pubblicare i loro romanzi, mandavano il dattiloscritto a don Francesco per avere il suo giudizio, un aiuto. Uno dei più assidui era Giuseppe Berto, che divenne molto amico del prete che si stimava di tale rapporto. Tale amicizia nacque quando Berto in occasione della  pubblicazione del Male oscuro Don Fuschini dedicò al romanzo un suo famoso elzeviro sull'Avvenire d'Italia dal titolo "L'uomo e l'abisso" che uscì il 1° settembre 1964, Berto lo lesse e decise di andare a trovare il prete. Don Fuschini più volte ha narrato  con una certa soddisfazione l'episodio: lo scrittore arrivò alla canonica una sera di autunno, a terra c'era uno strato di fango; per raggiungere la canonica, Berto si arrotolò i calzoni alle caviglie, bussò alla porta e gli aprì il padre del prete. Il pover uomo si trovò quindi dinnanzi questo omone  con i calzoni arrotolati, gli occhi spiritati che chiedeva di Francesco. Andò perciò in chiesa dove si trovava il figlio che aveva appena completato la funzione serale, Disse a Francesco che c'era una persona che chiedeva di lui, al che Francesco chiese al padre chi fosse ed il padre rispose in dialetto:<<Boh, me um pé un cuntadé!>>. Francesco quindi accolse con entusiasmo lo scrittore che, alla fine dell'incontro, accompagnò a cena in una vicina trattoria. Altra bella amicizia di Francesco fu quella con Marino Moretti. 

Ha preso quindi la parola Della Monica che ha ricordato pure il rapporto di amicizia che univa don Fuschini a Giuseppe Prezzolini che dedicò uno splendido articolo al prete-scrittore quando lesse L'ultimo Anarchico, definendolo "lo scrittore più importante del cattolicesimo italiano". 

Ancora oggi gli abitanti di Porto Fuori considerano orgogliosamente don Fuschini una gloria, patrimonio del  loro paese; grazie a lui Porto Fuori è uscito dalle nebbie ed è stato conosciuto in tutta Italia. 

La serata si è conclusa con la lettura commovente, da parte di Wlater della Monica, delle ultime due pagine del libro presentato, nelle quali lo scrittore ricorda con struggenti immagini poetiche i giorni che seguirono la scomparsa del prete-scrittore ed il vuoto da lui lasciato.  

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