il poeta Marino Monti ha presentato il suo     ultimo libro di poesie dialettali

" Int è rispir dla sera"

 

 ha condotto l'assessore Gabriele Zelli

 sono intervenuti:

-il prof. Manuel Cohen, docente e critico letterario

-l'avv.Piergiuseppe Dolcini, Presidente della Fondazione Cassa dei   

 Risparmi di Forlì

-l' assessore Liviana Zanetti 

 

dopo  E’ BAT L’ORA DE’ TEMP del 1998, A L’OMBRA DI DÉ del 2001 e L'ÂNMA DLA TËRA del 2004, Marino Monti presenta questa ultima sua fatica letteraria sempre avvalendosi della Editrice la Mandragora, Imola. 

 

La lingua «matria» di Marino Monti

Interrogato sul perché scrivesse in dialetto, Raffaello Baldini era solito rispondere: "perché no?". Puntualmente questa domanda viene posta a chiunque sia dedito ad una pratica analoga. Anche nel caso di Marino Monti, nativo di San Zeno di Calcata, classe 194*6, approdato alla scrittura, almeno per quella editata, solo in età matura, e che oggi ci consegna la sua quarta raccolta in versi scritti nel dialetto romagnolo, nella sua varietà forlivese, anche per il Monti, dunque, siamo tentati di rispondere: "perché no? Perché non dovrebbe?". È come se l'operazione risultasse oltremodo sospetta, e di difficile comprensione un dato innegabile: Monti si affida al suo dialetto, meglio, alla lingua che più gli appartiene. Esprime la propria necessità di dire attraverso la verità della phoné che per prima ha udito, attraverso quelle sonorità ereditate. Ed è relativamente importante se quella lingua abbia o meno pochissimi parlanti. Quella lingua dialetto, o risillabato idioletto, interiorizzato e fatto proprio dal Monti, è inderogabilmente il luogo e il tempo di Marino. Quel forlivese-romagnolo che porta con sé gli stigmi e le movenze di una dolenzìa, e che acquista le tonalità del vuoto e della perdita, di una nostalgia sempre pudica. Un dialetto che più di altri nelle labiali, nelle frequenti dittongazioni, nelle zeta provenzali, sa dirci di una cultura concreta e corporale che sa sorprenderci accendendosi nelle immagini, restituendo in fìguralità il senso e il calore di una comunità. In questa ottica quella di Marino Monti è una lingua fisica, data in natura, non imposta da convenzioni, non studiata sui banchi di scuola ma interiore, sebbene risultino evidenti le implicazioni con la tradizione dialettale forlivese: da Guerrini a Spallìcci a Sante Pedrelli, con la romagnola e non solo, nonché con la cultura poetica del Novecento "in lingua". Un dialetto, in somma, che è luogo concreto e morale di una visitazione continua, vera dimora dell'autore a cui, secondo la celebre rivelazione di Elias Canetti, non è data altra patria se non la lingua. Con un quid in aggiunta, un dato di specificità che conferisce all'autore neo-dialettale un tasso ulteriore di autenticità ed una maggiore prossimità al grado di "temperatura" della voce. Una lingua che è madre, trasmessa per endogenesi, interio-re, naturalmente matria.

Credo che per il nostro possano valere le parole del conterraneo Aldo Spallicci, un padre della tradizione romagnola che così confessava: "Nella lingua di mia madre io mi sentii più accosto all'anima delle cose, al cuore degli uomini, più accosto al mio Dio". Come in una sintesi perfetta, in questa frase di Spallicci risiede tutta l'essenza della poesia del Monti: attenta alle cose e agli uomini, devota al senso di una comunità presente e passata, di vìvi e morti, e una verticalità non esibita, che molto ha a che fare con la preghiera. In questa direzione mi sembra che si muovano i molti silenzi di questa poesia, come pure quella inderogabile aspirazione della voce a ritornare al silenzio, int e' rispir dla sera, a compenetrarsene, a farlo aderire alla vocalità come componente profonda. Come, a proposito, ebbe a dire Mario Luzi: "Questo si verifica tanto più quando il discorso inclina alla verticalità e la esige. E nella quale è da ravvisare forse quel tanto che permane della possibilità di preghiera".

Sta vita 

ch'la n't'pôrta 

invel. 

Una vòs 

la pend 

da e zìl, 

un' urazion 

sora sté patì.

(Questa vita / che non ti porta / da alcuna parte. / Una voce / sospesa / nel ciclo, / una preghiera / su questa sofferenza.)

In questa direzione mi sembra che vadano lette le molte costanti, o invarianti, del Monti: un continuo affronto tra luce e buio, silenzio e voce, tra presenze inquiete nel patì, sofferenza e fadiga del vivere, e anime di trapassati, le mani tese o giunte, e i molti abbracci tentati o sperati, i flash-back memoriali e i verbi al futuro, a dire di una possibilità di speranza, di una fede dai tratti moderni, come moderna è questa scrittura solo all'apparenza arretrata, solo in parte tradizionale, così densa di inquietudini da consegnarci il ritratto di un uomo che ci riguarda molto da vicino:

E' de

u m'ha dè

 agl'or 

par lasei 

la fadiga 

dal mi parôl

(II giorno / mi ha dato / le ore / per lasciarvi / la fatica / delle parole.)

Il 29 marzo 1830 Leopardi annotava che "dei tre generi principali di poesia [lirica, epica, drammatica^], il solo che veramente resti ai moderni" era "il lirico[...] genere, siccome primo di tempo, così eterno e universale, cioè proprio dell'uomo perpetuamente in ogni tempo e in ogni luogo, come la poesia; la quale consiste da principio in questo genere solo, e la cui essenza sta principalmente in esso genere, che quasi si confonde con lei ed è il più veramente poetico di tutte le poesie, le quali non sono poesie se non in quanto son liriche"... Dopo Leopardi, con Baudelaire e il Novecento, è stato un rincorrersi di teorie e poetiche che nel tentativo di legittimarsi procedevano all'inumazione del genere lirico, considerato fuori moda dalle sirene del modernismo, obsoleto, reazionario, non al passo con i tempi. Di fatto, poi, quel genere cacciato dalle storie letterarie e dalle antologie anche recenti, puntualmente si ripresentava come un rimosso nelle grandi espressioni della migliore poesia neo-dialettale: Biagio Marin, Albino Pierre, Franco Scataglini, Tolmino Baldassari...

Ascrivibile al genere lirico è pure la vicenda del nostro, che, con coraggio e consapevolezza ha intrapreso una via che non gode dei riflettori delle mode dominanti. In alcuni casi, comunque, questo non può che giovare alla ricerca della propria autenticità: "A vagh incontra a e' mi fiom /sré tra icudal, /tra i mur, /ch'u n'ha vest mai e' mèr," (Vado incontro al mio fiume / chiuso tra le zolle, / tra i muri, / che non ha visto mai il mare.)

 

                                                                        Manuel Cohen

 

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