Storia e letteratura dell’Ospedale

“G. F. INGRASSIA”

 

L’Ospedale Ingrassia è dedicato a Giovanni Filippo Ingrassia, protomedico (1516-1580).

Nato a Racalmuto in provincia di Palermo.  Professore a Napoli.

Fu detto dai Siciliani: Ippocrate Novello, e a Napoli; Galeno Siculo.

Fu il primo a scrivere di medicina legale. A Giovanni Filippo Ingrassia, docente di medicina teoretica e di prassi medica dell’Università di Napoli, e protomedico a Palermo, si deve l’opera "Methodus dandi rationes pro mutilatis torquendis", pubblicata nel 1578, che pose le basi metodologiche della medicina forense.

Nel 1553 Giovanni Filippo Ingrassia fornisce la prima descrizione conosciuta

della scarlattina come malattia epidemica , che egli chiamò "rossanía".

Anticipò alcune osservazioni sull'anatomia dell'orecchio e delle ossa della faccia (pterigoidei).

A lui si devono attribuire anche ricerche sui corpi cavernosi del pene, sull'uretra e sulle vescichette seminali.

Un suo busto in marmo si trova nella Chiesa di San Giuseppe dei Teatini a Palermo.

Opere manoscritte mediche si trovano nella Biblioteca Comunale di Palermo.

Tra le opere ricordiamo:

 

1)    Trattato assai bello et utile dei doi mostri nati in Palermo in diversi tempi, 
Palermo, Giovanni Matteo Mayda, 1560.   
Il valore di quest’opera, consiste nella riproduzione di due gemelli siamesi, una delle poche rappresentazioni antiche di questo tipo di parti gemellari.        

2)    In Galeni librum de ossibus doctissima et expectatissima commentaria,
Palermo, Giovanni Battista Maringo, 1603.
Quest’opera fu pubblicata postuma a cura dello studioso Matteo Donia.

 

 

Il Presidio ebbe grande sviluppo come Sanatorio per la cura della Tubercolosi.

La notorietà dell’Ospedale crebbe notevolmente grazie allo scrittore Gesualdo Bufalino

ed al suo primo romanzo: “La diceria dell’Untore” .

 

Gesualdo Bufalino, nato a Comiso (in provincia di Ragusa) nel 1920, è sempre vissuto nel paese natale, insegnando in un istituto magistrale. A sessant'anni, su sollecitazione di amici, pubblica Diceria dell'untore  (1981), che suscita adesioni ed entusiasmi della critica più qualificata,  e dopo pochi mesi vince il premio Campiello.

 

Nell'autunno del 1944 Bufalino si ammala di tisi e viene ricoverato all'ospedale di Scandiano.

 

In seguito ottiene il trasferimento in un sanatorio vicino Palermo. Il sanatorio in questione, che Bufalino non nomina mai nel libro con il vero nome ma con quello di la Rocca, altri non è che l’attuale Ospedale Ingrassia che si trova per l’appunto in una zona di transito tra Palermo e Monreale detta appunto la Rocca.

Il Corso Calatafimi è una lunga arteria stradale di collegamento con Monreale; si può considerare la continuazione dello storico Cassero di Palermo (Corso Vittorio Emanuele) dopo Porta Nuova (Palazzo dei Normani a Piazza Indipendenza).

Pochi metri prima di terminare nella attuale Piazza della Rocca, su Corso Calatafimi si apre l’ingresso del parco al cui interno è situato l’Ospedale Ingrassia. L’Ospedale confina a Nord con la Caserma Scianna, anche essa con ingresso sul Corso Calatafimi.

 

Appena guarito nel Febbraio 1947, Bufalino conclude gli studi universitari presso l'Università di Palermo, laureandosi nel marzo del 1947.

Scrittore segreto fino al 1978, dietro sollecitazione affettuosa di Leonardo Sciascia ed Elvira Sellerio, Bufalino pubblica nel 1981 il suo primo romanzo, "Diceria dell'untore", iniziato a scrivere nel '50 e portato a termine nel '71. Con "Diceria dell'untore", Bufalino vince il premio Campiello '81. Bufalino muore in un incidente stradale il 14 giugno del 1996.

 

Ecco come del romanzo Diceria dell'untore l'autore sintetizza l'argomento: «Si racconta la convivenza di alcuni reduci di guerra moribondi in un sanatorio della Conca d'Oro fra Palermo e Monreale, la "Rocca" nel '46. (n.b. ai giorni d'oggi la "Rocca", corrispondente all’attuale Ospedale Ingrassia, appartiene a pieno titolo alla Città di Palermo in un quartiere – Mezzomonreale - popoloso e neanche tanto periferico.). Fra il protagonista e una paziente dagli ambigui trascorsi (Marta) nasce un amore, puerile e condannato in partenza, più di parole che d'atti, il cui sbocco è una fuga a due senza senso, e, subito dopo, la morte di lei in un alberghetto sul mare. Egli, invece, guarisce, inaspettatamente, (nel Febbraio 1947 viene dimesso) e rientrando nella vita di tutti, vi porta un'educazione alla catastrofe di cui probabilmente non saprà servirsi, ma anche la ricchezza di un noviziato indimenticabile nel reame delle ombre».

 

Alcuni brani tratti dal libro:

“Fra la Rocca e la città c' erano solo pochi chilometri, quanti non so, non era facile contarli, mentre si scendeva in tram per l'inflessibile via Calatafimi, così in fretta, quasi ad ogni isolato, si seguivano le fermate. La più comoda era qualche metro più giù dall'ingresso grande, sotto una tettoia di eternit che ci ospitava in attesa, imbottiti di maglie o scamiciati, col mutare delle stagioni, ma impazienti sempre di imbarcarci per la nostra saltuaria Citera. Si scostavano un poco, senza farlo parere, i viaggiatori abituali, all' apparire del nostro drappello  di lazzaroni cupidi e ossuti. Noi portavamo con un impaccio visibile - dopo tanto grigioverde di giubbe – gl'indumenti della vita borghese, su cui avevamo provato poc' anzi, dubbiosamente, le liturgie scordate della vestizione, scoppiando a  piangere all'improvviso nell' atto di accomodare attorno alle  fosse del collo una cravatta d' altri tempi, una bianca sciarpa  da ballo.  Non era da tutti, peraltro, ottenere il lasciapassare da esibire al custode. E il più delle volte ci facevano difetto le forze.  Allora, fra una spedizione e l' altra, ci acconciavamo a  distrarre i sensi in qualche maniera, col pericolo, magari, di  aizzarli ancora di più.  Si cercavano intrallazzi col reparto delle donne, attraverso  lo steccato d' edere e pali che divideva il parco a metà e che, per la sua inettitudine, chiamavamo la Maginot.”

 

“Non c' era nessuno con me ad attendere, e feci appena in tempo, mentre posavo il piede sul predellino, a volgermi un istante, prima che il veicolo ripartisse, per guardare un'ultima volta, fra pini palme e cipressi, la Rocca.

Mi sarebbe rimasta poi sempre negli occhi così, la vecchia arca in disarmo, senza una luce a bordo nè un rumore, se non quello di una tosatrice invisibile che radeva l' erba dietro il garage; così l'avrei sempre rivisto nei miei sogni futuri: un livido colombario di pietra, una carena di bastimento, incagliata per l'eternità fra le radici dei rampicanti, col suo carico d' annegati.”