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VISITANDO FONTANETO D’AGOGNA
La cuntrà di "MEZI LUNI"
IL CASTELLO
Partendo da piazza Castello, l’itinerario di visita si snoda costeggiando l’antico fossato, oggi visibile in via Matteotti, in via Verdi e in via XXV aprile, aggirando le cosiddette "Mezze lune". Questi andamenti semicircolari ampliavano l’opera difensiva avvolgendo le torri rotonde agli angoli della fortificazione quattrocentesca. Le torri erano collegate da mura di cortina caratterizzate da cornici ad archetti dentellati e coronate da merlature alla ghibellina, che un occhio attento può ancora scrutare nelle ormai scarse porzioni di murature a vista, mescolate alle ristrutturazioni moderne. Mancano totalmente le due" Mezze lune" principali, ossia i rivellini, davanti ai Torrioni di entrata e di uscita, da cui le cortine si snodavano: la Torre Rossa che sorgeva in piazza Castello, distrutta nel 1742 e la Torre Bianca, che si innalzava in piazza dell’Annunziata, abbattuta dagli Spagnoli nel 1643-44. Una strada coperta o "segreta" di 4 m ca. di larghezza, all’esterno avvolgeva a cintura gli ambienti abitativi, collegandoli alle Torri, importanti roccaforti in occasione di attacchi. Come si deduce dalla Mappa del 1636, il muro che delimitava la "strada coperta affondava a scarpa nella fossa. Questo imponente complesso, adatto ad essere dimora signorile e nel contempo sicura struttura difensiva fu costruita dal miles Filippo Maria Visconti dopo che nel 1456 ottenne definitivamente dall’abate di Arona il feudo di Fontaneto, considerando il 1474, come limite ante quem, per l’esecuzione dei lavori Il castello è l’attuale centro storico di Fontaneto, il primo nucleo di fondazione dell’abitato. Un antico castrum è documentato la prima volta nel 945, come residenza del vicecomes Gariardo, fedele del marchese Adalberto di Ivrea. Fu sede del cenobio benedettino di San Sebastiano che lo stesso Gariardo aveva fondato prima del 908. In questa data re Berengario I confermò all’ente tutte quelle sostanze già donate dal fondatore, e i diritti sul mercato che si teneva una volta al mese presso il guado sull’Agogna, dove più tardi fu costruito il ponte romanico ( distrutto nel 1954). L’abate godeva di tutti i diritti feudali sul locus e continuerà ad esercitare il suo districtus a lungo. Le vicende architettoniche del fortilizio nel Medioevo non sono ancora state chiarite. Alcune carte inedite dei secc. XII-XIV consentono di affermare che la sede cenobitica sorgeva nell’interno del castrum dove l’abate possedeva una "cubicularia" e una " caneva" sormontata da " solarium" detto "granarium"; qui solitamente venivano rogati gli atti notarili. Gli ambienti monasteriali si può pensare che fossero ubicati a S della chiesa abbaziale di San Sebastiano, collegati da un porticus, forse un piccolo claustrum, secondo gli antichi schemi benedettini attestati dalla pergamena dell’VIII sec. riproducente l’abbazia di San Gallo. Intorno si estendevano gli orti e gli annessi; il tutto racchiuso da una palizzata e da un fossato, che si può pensare seguisse il tracciato di quello odierno, unico sistema difensivo alimentato dall’Oriale che scorreva nei pressi e dai risorgivi che tuttora conservano l’acqua nel tratto N-E del complesso moderno. Con gli ambienti consueti all’interno sorgevano le casupole in legno e paglia dei "famuli" del monastero che godevano di privilegi fiscali: esenzioni in tutti i mercati del Regno italico e facoltà di attraccare ai guadi. Il monastero ebbe vita un centinaio di anni. Secondo le più recenti ipotesi formulate dagli storici, tra la fine del X e gli inizi del XI secolo l’ente monastico passò alle dipendenze del Monastero benedettino di San Gratiniano di Arona. In questa data l’abbaziale di San Sebastiano diventò la chiesa della comunità di Fontaneto; sembra che sia stata ingrandita, giacché le absidi, recentemente indagate ( primavera 1999) risalgono a quel periodo. L’area antistante la chiesa nel 1203 era considerata "In castello". Tuttavia in questa parte presso gli ambienti abbaziali andava configurandosi il "Burgus" che le carte citano la prima volta nel 1222. Un muro del XII secolo. in ciottoli disposti a spina-pesce, che tuttora è visibile al centro del Castello con direzione N-S, snodandosi dal porticato che sorgeva davanti alla facciata dell’Abbaziale, divideva il borgo dalla pars dominica, rispondente all’antico cenobio. Nel 1173 è citata per la prima volta la comunità di Fontaneto. Era già un’Universitas ben strutturata, per essere rappresentata da due consoli Bellardo e Guerrialdo che l’abate investiva di tutti i vigneti e i vicanali del territorio e pertinenze. Si macinava il grano presso un antico mulino che sorgeva dietro la porta del castrum, con macine azionate a mano o da bestie, attestate dal fortuito ritrovamento di una macinella altomedievale rinvenuta in modo fortuito ( 1999) presso l’angolo S-O dell’edificio civile, già abbaziale. Nel 1202 la struttura era già stata dismessa, probabilmente perché era stato costruito l’altro mulino a N del borgo, citato la prima volta nel 1222. L’escavazione della roggia molinara, attesta da un lato l’avanzamento tecnico dell’industria molitoria, dall’altro un più razionale sviluppo delle colture: il tracciato della roggia delimitava i "ronchi" all’esterno del borgo, dove oggi sorge il paese, e consentiva le "marcite" nei prati. Secondo l’umanista Gaudenzio Merula il fortilizio fu ristrutturato nel 1311 da Galeazzo I Visconti per conquistare il castrum di Cureggio. Quali opere difensive siano state realizzate è impossibile a dirsi. Le carte della prima metà del Trecento attestano la strutturazione del borgo con sedimi che confinavano a O con lo "spaldum burgi"( il terrapieno terrazzato che digradava nel fossato del borgo) e a E con la via. Uno di questi sorgeva sull’antica "platea"( piazza) dove certamente un tempo si teneva il mercato. Nell’ampliamento " in Cantono novo" c’era l’unica "domus cum cassinis et areis"( casa coperta da coppi, con edifici rustici e aie) delimitata dalla strada a S e a O. L’insieme denuncia una semplice strutturazione urbana a due arterie ortogonali, uguale agli impianti dei Borghinuovi fondati nel XII secolo dal Comune di Novara. L’antico borgo rurale era ormai entrato nel districtus della città. Per fare fronte a Giovanni II Paleologo marchese del Monferrato nel 1355-56 il complesso venne fortificato da Ambrogio Crivelli filo-visconteo che all’epoca teneva il castrum e i beni di Fontaneto. Furono usati tutti i legnami di tutto il bosco del Monteregio appartenente all’abate di Arona. Tuttavia Galeazzo II Visconti incendiò il fortilizio e il borgo tra il 1361 e il 1362, perché non cadessero nelle mani del marchese, come racconta Pietro Azario che scrive in quegli stessi anni. Secondo le carte citate da Andenna, Fontaneto ebbe una lieve ripresa agli inizi del Quattrocento con Manfredo Barbavara che nel 1399 aveva ottenuto il feudo dall’abate di Arona, Giacomo de Arborio. Il fattore del Barbavara, Antonio da Migloe, iniziò la ricostruzione del castello facendo innalzare la torre. Tra il 1410 e il 1412 per le razzie di Facino Cane il luogo fu nuovamente abbandonato; ovunque era zerbidum e continuò ad essere tale fino al 1423 quando il miles Gaspare Visconti con il figlio Filippo Maria per conto dell’Abate espulse i Barbavara Il referendario di Francesco Sforza visitando la località nel 1450 scrisse: " Fontaneto non ha castello e vi sono solo 20 fuochi". Si può ipotizzare che la torre costruita dai Barbavara fosse una struttura che fortificava l’ingresso al piccolo borgo formato da pochi sedimi e una domus sparsi intorno alla chiesa di San Sebastiano. Sarà Filippo Maria, come si è detto, a costruire sui miseri ruderi antichi la sua grande dimora signorile fortificata di rigore sforzesco, come si deduce e da una descrizione di Domizio Rinaldi, ingegnere della Camera ducale che fu a Fontaneto nel 1635; la descrizione è confermata dalla Mappa francese del 1636. Visitando il quartiere N-O, che ora dà su piazza dell’Annunciata, il Rinaldi scrisse: "... consiste in una mezza luna davanti la porta, li muri de quale sono di molta grossezza, con suo ponte e pontesella levatori, et torre quadrata, che serve per corpo di guardia, con sue debite difese. E dentro la torre vi è la scala proportionata che ascende alli piani superiori; con un altro torrione nell’angolo in forma circolare, corrispondente all’altri, con quali formano detto castello; con cortina che va da una torre all’altra, con sua scarpa di molta grossezza et sua strada coperta et con altro recinto con suoi merli et balestrere che serve di cavagliero; et dentro sono sittuatti li hedifitii di habitatine...". Il tutto era circondato dal fossato largo "brazza 26", (15,60 m), il dislivello dal piano terra al pelo dell’acqua era di"brazza 11", ( 6,90 m), e la profondità era di " brazza 3", (1,80 m) di acqua e "brazza 3", (1,80 m), di pantano liquido. Di questo periodo merita una particolare attenzione la metà E del castello ereditata dopo la morte di Filippo Maria nel 1482 dal secondogenito Galeazzo Maria, eredità suggellata più tardi con atto del 2 aprile 1509 rogato De Cagnolis e De Robiate. In particolare nel quartiere S-E gli edifici nobiliari, benché ristrutturati nella seconda metà del Seicento, conservano nei prospetti in laterizi le tracce della costruzione quattro-cinquecentesca. Nell’interno del cortile, detto "corte vecchia", il prospetto del palazzo a S evidenzia gli andamenti di tre grandi aperture a sesto acuto, ora tamponate, le cui cornici in cotto riportano l’iscrizione " a bon fin". Il prospetto del corpo E è coronato dalla presenza prestigiosa di un fregio in cotto, con motivi lombardi, sotto una fascia ad affresco dove angeli putti sostengono dodici stemmi nobiliari viscontei e trivulziani, dipinti in onore dei coniugi Galeazzo Maria, che militò al servizio del re di Francia, e Barbara Trivulzio figlia del maresciallo Gian Giacomo. All’estremità S la sequenza termina con la scena del Presepe Il fregio girava anche sul prospetto N dell’edificio, dove ancora si rileva lo scudo con il biscione e parte di una composizione più vasta, se ne scorgono le tracce; accanto allo scudo si legge "REX" e "1509", presunta data di esecuzione del ciclo I caratteri stilistici riconducono alla bottega di Tommaso Cagnoli, in particolare al figlio di questi Franceschino. Della stessa epoca è il pregevole soffitto a cassettoni, con tracce di rosoncini a stampino, in uno dei saloni del quartiere N-E citato come " casa da nobile" nel 1526. Nel Seicento questa parte fu prolungata verso E. A partire dal 1524 i Visconti, eredi di Giovanni Maria fratello maggiore di Galeazzo Maria, proprietari della metà O del fortilizio, essendo amici del marchese di Pescara, ospitarono nel castello un presidio spagnolo. La piazzaforte subì gravi danni nel giugno 1636, durante l’assedio francese alla guarnigione spagnola che era di guardia nell’interno. I Francesi vincitori potenziarono le difese creando una larga zona di rispetto intorno al fossato, abbattendo case e chiese che sorgevano nei pressi. Due mesi dopo gli Spagnoli riconquistato il fortilizio, come attesta un’epigrafe in casa Teruggi ( via Garigaldi 29), sulle torri mozze piazzarono le artiglierie. Tra il 1643 e il 1645 essi dapprima ampliarono la spianata all’intorno , poi minarono definitivamente la fortificazione perchè non cadesse nelle mani dei nemici: gli edifici ebbero i muri gravemente lesionati. Nella seconda metà del secolo le volte delle sale furono ripristinate. e affrescate con motivi mitologici tuttora ben conservati in alcuni interni dei quartieri S-E e N-E del complesso. Nell’area è infine da segnalare la presenza di due sarcofagi tardoromani utilizzati come abbeveratoi e di un coperchio con acroteri, della stessa epoca, utilizzato come lavello inserto nel muro di una vecchia cucina ubicata nel quartiere N-E. In questa parte si conserva anche un capitello corinzio in serizzo proveniente dall’abbazia di San Sebastiano che il Capra assegna al IX secolo.
Fonti d’Archivio ASTo., Le Carte dell’Abbazia dei Ss. Gratiniano e Fillino di Arona. Bibliografia D.FRANCESCHI, Fontaneto d’Agogna e il suo Santo, Novara, 1925. R. CAPRA, Sculture Alto-Medievali nel Novarese, Novara, 1966.ANDENNA, Andar per Castelli.Da Novara tutto intorno, Torino,1982.
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