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A MODO MIO

 

UMBERTO SABA

COMMENTO

LA CAPRA

Ho parlato a una capra.
Era sola sul prato, era legata.
Sazia d'erba, bagnata 
dalla pioggia, belava.

Quell'uguale belato era fraterno
al mio dolore. Ed io risposi, prima
per celia, poi perché il dolore è eterno,
ha una voce e non varia.
Questa voce sentiva
gemere in una capra solitaria.

In una capra dal viso semita
sentiva querelarsi ogni altro male,
ogni altra vita.

Una capra sazia, ma legata, sotto la pioggia
Fingo di essere lì, di fronte all'animale e l'osservo. Ascolto il tamburellare dell'acqua e tutto il silenzio che l'accompagna: eccetto quel belare sordo, tale da sembrare una melodia dell'impossibile. Fingo di alzarmi in volo. Fatelo con me: osservate l'ampliarsi dell'orizzonte, il rimpicciolirsi della capra, degli alberi, delle considerazioni. Cambiano i riferimenti e le impressioni. Il lamento si attenua e scompare, lo sguardo triste si annulla. La presenza, nei pensieri, diventa vaga, si fa inconsistente. Tutto diventa freddo ed assoluto: la nostra stessa vita diventa impalpabile, appare per quella che è: assente.
Torniamo giù, in fretta. La capra è lì, il lamento torna evidente, la corda ben visibile. Le gocce d'acqua rigano il muso. Rigano il mio viso.
Siamo legati e siamo sazi: siamo vivi. E' la presenza dell'altro a dirmelo. E' l'incrocio degli occhi. E' quella sottile melanconia che ci prende. Vorremmo che la bestia la smettesse, ma non per noi: per se stessa.   (segue sotto)
Poi, qualcosa di insensato: sentiamo la corda sul collo, tiriamo per allontanarci dal punteruolo che la blocca a terra. La stretta si fa più forte. Davanti a noi c'è un uomo che ci osserva. Egli non ha corde, si lascia bagnare. I suoi abiti sono ormai stracci, i suoi capelli colano, i suoi occhi confondono lacrime a pioggia, i suoi pensieri sono frammenti di mille vite vissute, mille relazioni intessute, mille confronti inconfessati. Mille sogni. Mille volti visitati in un delirio, o in una giusta causa, in un discorso da professore o in un ballo in maschera. Mille progetti realizzati: altrettanti solo pensati. Mille di tutto, eppure... Eppure è lì, a guardare piovere e a sentirsi "dentro" la capra, a piangere insieme. Ma non ci sono corde a trattenerlo, non ci sono legami visibili, non ha impedimenti se non se stesso! 
Allora, forse, accade qualcosa di insolito ed inaspettato. 
L'uomo alza le braccia ed il volto al cielo. Non deve né ringraziare, né maledire qualcuno. Non ha da perdonare. Vuole solo essere presente.
Presente! Per ascoltare i suoi piedi zuppi ed infangati, per sentire come l'acqua si raccoglie nel cavo della mano. Ed assaggiarla. Sentire i pensieri che si muovono da soli e non hanno bisogno di un filo, né inizio, né fine. L'uomo è lì, isolato dal tempo e dal dolore. Ma il dolore non si elimina, esso è sospeso, non è né bene né male. Diventa silente, spettatore, compagno non più assoluto, non più padrone: non più morte.