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Il
vento, che tutto aveva travolto sino a quel momento, cessava la sua corsa
pirata.
La piazza era deserta. Al centro c'era, ancora eretto, un grande palo, alto
e robusto, levigato e scuro. Intorno, a malapena, si distinguevano i residui
della sagra appena interrotta, l'unica occasione festaiola del paese. Le
carte erano volate ovunque, ricadendo su balconi e tetti. I banconi erano
capovolti, le seggiole, spinte a forza, erano addossate ai muri delle case.
Dappertutto si potevano notare oggetti abbandonati, giocattoli, patatine,
piatti in plastica, qualche berretto, fazzoletti.
Le famigliole erano fuggite, tirando a forza i loro bimbi per le braccia,
correndo fino a casa, ad un riparo più sicuro.
Il cielo era terso, di un verde anomalo, privo di luminosità.
Il vento aveva portato con se sabbia rossa e tanti stranissimi cespugli a
forma rotonda, leggeri ed in continuo movimento. Rotolavano sulla piazza
spoglia, volavano basso cozzando sui muri.
Il vento era
più tranquillo ora, dopo tanta follia. Era caldo e stagnante. La piazza
restava vuota.
Uno spettatore immaginario, etereo, chiudeva gli occhi per ricostruire e
continuare la festa interrotta, per dare voce e suono, colore e luce alle
piastrelle lunari di quel luogo.
Il palo, maestoso, possedeva, per poterli donare, tanti regali, lassù in
cima. Ragazzi robusti si cimentavano alla scalata. Chi vi arrivava sceglieva
il dono per la fidanzata, forse la mamma, o per sé. Chi vi arrivava.
Le bancarelle portavano dolci, caramelle dai mille colori e frutta che solo
in quel giorno era in vendita: frutta lontana, dagli aspetti e sapori
insoliti.
I bambini correvano ovunque, liberi ed allegri. Alcuni gruppetti si
formavano e trasformavano: si cantava, si raccontava, si giocava a qualche
innocente scommessa. Alcuni uomini parlavano al megafono: annunciando una
gara, un discorso, un premio, una conquista. Tutti si lasciavano trasportare
da un'euforia leggera e serena. I genitori, disimpegnati una volta tanto, si
tenevano sotto braccio, sorridenti. Prendevano i portafogli, compravano e
ridevano, parlando e chiedendo.
Giovani robusti erano ovunque ci fosse da dimostrare forza ed abilità. Le
ragazze, le bambine dai seni appena pronunciati, paffute negli abitini
nuovi, o rinnovati, erano dietro di loro, a guardare e trasognare.
Tutti si erano preparati per l'occasione, tutti avevano aperto i loro armadi
a cercare qualcosa che sembrasse il meglio. Gli uomini erano andati dal
barbiere. Finalmente si presentavano ben rasati e pettinati, privati di
quegli odori di fieno e di animali. La ruvida pelle delle loro mani era
stata ammorbidita con le creme delle loro mogli. Le rughe della fronte, come
i solchi dei loro campi, indicavano fiere l'età e l'esperienza. Il rispetto
passava su quei solchi che la gioia del giorno rendeva persino belle.
Le donne, dentro le sottane ben stirate, sotto i cappelli, raccontavano ogni
cosa, l'un con l'altra. Parlavano della fiera dello scorso anno, del
mercatino mensile, del raccolto, dell'amore, parlavano dei loro uomini o dei
figli, della scuola.
I bambini non perdevano nulla, erano in tutti i giochi, agili e scaltri, un
po’ furbi, baldanzosi. Il loro schiamazzo faceva coro alla banda appena
arrivata, con la grancassa in primo piano. Nelle loro divise blu i musicisti
erano benvenuti. Erano uomini conosciuti, del paese e di quelli
vicini.
Per il sindaco era l'occasione propizia, indossando il tricolore con il
simbolo del comune, per riconquistare la fiducia piena, vantando gli impegni
svolti, promettendo quelli futuri.
Tutto questo immaginava lo spettatore, mentre il vento, era del tutto
cessato. I cespugli erano immobili, tappezzando tutta la piazza. La luna,
enorme e pallida, riempiva il cielo. Il palo non aveva più premi, era nudo
ma ancora forte, era ancora lì, fermo al centro.
Da un vicolo sbucò un bimbo (una bambina?), sembrava cercasse qualcosa.
Spostava i cespugli, con attenzione rimuoveva le cartacce e provava a
sollevare le seggiole. Guardava sotto le panche e i tavoli rovesciati. Non
trovando nulla, faceva alcuni passi in una direzione o l'altra e riprendeva
con pazienza, con meticolosità eccessiva, la ricerca.
L'osservatore stette a guardare per un po’, senza muoversi, né farsi
notare. Decise in seguito di avvicinarsi, credendo di poter essere utile.
Il bimbo, chino per terra, la testa tra le cose, i pensieri assorti, con
calma frenetica proseguiva nel suo intento che sempre più appariva inutile.
L'uomo si fermò a ridosso del palo. Nella sera incipiente la sua sagoma
doveva apparire ben strana: con il lungo cappotto scuro, non propriamente
nuovo, la folta barba incolta, arricciata e bianca, il largo cappello nero
che nascondeva la fronte. La vicinanza del palo aggiungeva mistero. Qualcosa
di inquieto, un alone di tristezza si impadroniva dei personaggi, li
imprigionava, inconsapevoli, al silenzio del luogo, all'assenza di
vita.
Il bimbo, girandosi, si accorse della presenza. Rimase muto ed immobile,
forse spaventato da quella figura imponente, diversa e sconosciuta.
Il bimbo avrà avuto dieci anni, forse meno. Aveva occhi tondi e capelli
lisci e corti. L'uomo sorrise. Sorrise a lungo, con forza, come a
dimostrarsi di poterlo ancora fare, di ricordarne l'esistenza, la
possibilità. Sorrise con dolcezza.
Il bimbo non si mosse, lo guardava, restava con pezzi di carta tra le mani.
< Posso aiutarti ? - disse infine quel signore - posso esserti utile
bambino? >
< Ho perso il gioco - rispose quasi con un filo di voce, femminile, il
bimbo - Oggi la mamma mi aveva comprato un gioco nuovo, qui alla festa.
Quando siamo fuggiti via, per colpa del vento, mi è caduto per terra. Non
so più dov'è. Non lo so. >
Si guardò intorno come a voler dire che poteva essere ovunque.
< Bambino, ma è solo un giocattolo! Perché ti dispiace così. Stai
prendendo freddo e la tua mamma sarà preoccupata per te. Non ti vede e non
sa dove sei. I tuoi genitori ti compreranno un altro di gioco e forse ti
piacerà di più. >
In risposta l'uomo notò due calde lacrime uscire dagli occhi profondi di
quel bimbo (ma si vedeva bene, ora, che si trattava di una bambina). Lei lo
guardò, con le sue guance rigate e bagnate, guardò quell'omone così
misterioso ed incomprensibile. Così estraneo.
< Ma la mamma ha aspettato un anno per comprarlo, oggi alla festa. Non
può prenderne un altro. Non è possibile. >
Si fermò, perché la voce le si bloccava in gola e non riusciva a
trattenersi. Piangeva, in modo evidente.
< Non lo cerco per me - riprese tra singhiozzi irrefrenabili - io posso
anche non giocare. Lo cerco per lei, per non darle un dispiacere. La mamma
è contenta quando mi vede felice. Lo cerco per vederla sorridere, mentre ci
gioco. Il vento ha portato tutto via. Non lo troverò più. >
Restò zitta un attimo, guardando per terra. L'uomo, turbato, faceva fatica
a trovare parole. Alzò la testa al cielo, verso quella Luna così grande,
come a cercare un intuito, un'idea risolutiva. E non capiva perché il
dolore si facesse strada nei suoi pensieri, normalmente imperturbabili,
chiusi nello scrigno della sua assorta esistenza.
< Come posso fare ? > Concluse la bimba, che cercava lo sguardo dello
sconosciuto, avvertendo la necessità di affidarsi a lui.
< Lo cercheremo insieme, bambina. Insieme lo troveremo. >
Lo cercarono sotto i cespugli, sotto le seggiole ed i tavoli, lo cercarono
sotto le carte stropicciate. Lo cercarono sotto la Luna, così enorme e
bianca.
L'uomo poi, dopo che tutta la piazza era stata smossa invano, si sedette per
terra, incrociando le gambe, a braccia flesse.
Chiamò la bambina, che si lasciò stringere al petto, seduta sulle sue
ginocchia. Le asciugò l'ultima lacrima.
< Verrò con te, bambina - le disse dopo lungo silenzio, con convinzione
- verrò dalla tua mamma. Le parlerò e le spiegherò. Soprattutto farò in
modo che possa comprarne ancora, quello perso ed altri. Farò in modo che
possa sorridere e tu con lei, io con voi, senza aspettare una nuova fiera.
>
Si alzarono e mano nella mano si incamminarono, nella quiete di una notte
mite, nel silenzio assoluto.
Ci fosse stato uno spettatore nascosto potrebbe ora testimoniare come la
bimba camminava lesta, guardando spesso verso il viso dell'uomo che di tanto
in tanto, stringendole la mano, le sorrideva per poi guardare ancora dritto
a sé cupo nei suoi pensieri, forte della sua decisione, preoccupato di
essere felice.
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