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Spazio Aperto

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FILIPPO LONGOBARDI LA LETTERA  (prosa)

 

<< Mia carissima amica, sento la tua mancanza. E' già da un mese che sei via e neanche una lettera ad accorciare il tempo e la distanza. Possibile che tu non te ne sia accorta?  La città probabilmente ti avvolge con le sue distrazioni e le sue vetrine. Forse gli studi ti  impegnano molto. E sì che ci tieni molto ad arrivare, a finire. Almeno, quando accadrà, potremo ancora parlare senza questi lunghissimi intervalli.
Ma come stai? Tua madre racconta, dice che sei soddisfatta della tua nuova abitazione e delle amiche che condividono gli spazi e l'affitto. Io vorrei tanto sentirlo dalla tua voce, non dalla sua.
Qui, in paese, le cose scorrono apparentemente uguali. In casa, ora,  abbiamo un cane, e meno male che c'è il giardino! E' buffo, ti piacerà: il pelo è nerissimo, con una macchia grigia vicino al collo. Taglia media e grande vivacità, corre sempre ed ovunque. Così la scorsa Domenica l'ho portato fuori dall'abitato, fin nelle campagne di Giorgio, che tu conosci. Si è divertito moltissimo a rincorrere le galline, che saltellavano come impazzite, ma non sembravano troppo spaventate: Pasqualino (gli abbiamo dato quel nome) è giovane e giocarellone, non spaventa nessuno. Che ridere, io e Giorgio, come non mai. Anche Teresa, sua moglie, si contorceva. Che giornata! Ci fossi stata tu, sarebbe stato ancora più bello. Ma accadrà! Ancora verrà il tempo che staremo insieme.
Sto seriamente pensando a quel progetto che sai. Ne abbiamo parlato a lungo la scorsa estate, quando, dall'alto del roccione, guardavamo il rifrangersi delle onde. Ricordo che l'idea ti piaceva. Sentivi di dover dare forza al nostro volontariato, di concretizzarlo in aiuto vero a quei ragazzi. Ora cosa dici? Io non so più quel che pensi. Mi accorgo che a momenti non so chi sei, e mi dispiace. Mi preoccupo. Laura, mi mancano i tuoi occhi, quel tuo sorriso a volte incompleto, a volte triste. Ora posso dirti che mi piaceva (mi piace) molto. Mi piace il tuo volto, mi piace stringerti la mano. Lo facevamo già da bambini. Laura, io vorrei starti vicino, molto vicino. Puoi capirmi? Quante volte sono stato lì per dirtelo, per dite: ti... E poi mi frenavo, mi bloccavano proprio quei tuoi occhi, sembravano andare oltre, fuori di me, fin sulla collina, fino al cielo. Io non capivo, non capisco. Ma ti voglio, non posso stare così solo.
Torna appena puoi, torna Laura. Se non puoi farlo, almeno telefonami. Dimmi qualcosa.
Tuo, insostituibile, Nicola.
P.S. Gilberto organizza una festicciola simpatica per il suo compleanno. Cerca di esserci. >>

L'acqua mi fa l'orlo al seno, come un abito scollato. Seguo la linea bianca di morbida schiuma. Nicola mi fa star male. La sua bella lettera mi ricorda che neanche un bagno caldo, desiderato, può essere sufficiente. Non posso tornare ora. Non voglio, cosa potrei dirgli?
Il respiro del corpo da un moto delicato alla schiuma.  Sollevo una gamba, la slancio verso l'alto, in verticale. I muscoli si stirano, mentre le goccioline scivolano giù. Accarezzare la schiuma, accarezzare la pelle, liscia, profumata, accarezzare un pensiero, un ricordo. Come quello dove, bambina piccolina, ero nella vasca, temendo la schiuma negli occhi. Nicola era già nei miei giochi, era già fuori, sul prato della casa di Antonio.  Il tempo passava con le nostre manine intrecciate, i bacini ingenui e gli sguardi inconsapevoli, mentre la scuola ci lasciava crescere, ci faceva credere che la vita fosse una cosa possibile. Realizzabile.
Le mie gambe, appoggiate sul profilo della vasca, mi consentono di affondare il busto nell'acqua, mi consentono di ammirarle.
Che farebbe Nicola se le vedesse così? Che direbbe?
Forse vorrei essere nella sua campagna, nel nostro paese di collina, a pochi Km dal mare. Vorrei essere al tempo delle lunghe gonne larghe e piene di mistero ed aspettative. Vorrei camminare senza apparente meta e scopo, tra ciuffi d'erba, sotto l'ombra delle querce, sotto i rami dei meli e dei ciliegi, fino ad arrivare, prima o poi, un po’ per caso, un po’ per desiderio, a quelle grotte naturali di tufo. Mi lascerei andare per terra, lascerei che Nicola tirasse su l'infinita gonna e le sue sottovesti, lascerei che lentamente denudasse le mie gambe, il corpo intero. Nuda, tra la polvere di terra, vorrei rotolarmi.
E' così Nicola, amico dell'infanzia e dei ricordi, è così che sei nei pensieri.
Questa lettera è carta straccia, attorcigliata, spiegazzata e bagnata, neanche galleggia, imbarca subito acqua. Andrà a fondo.  Sbiadirà l'inchiostro delle parole.
Verrà il momento Nicola, ti parlerò e ti spiegherò. Ti chiederò se qualche cacciatore della domenica ha lasciato ancora bossoli vuoti dentro quella grotta, sotto quella quercia.
Ma ora, dentro quest'acqua, non voglio rumori e suoni, non voglio idee, neanche più desideri. Mi lascio affondare, mi lascio andare. Il vuoto che mi calma, svaniscono anche i ricordi. Il corpo è solo. La spazzola, dalle lunghe setole sintetiche, cade nell'acqua. 

Mi sento nuda dentro.
Nuda per me, o per Giovanni, forse domani. Nuda, per il professore che vorrebbe, per Silvana con la scusa delle sue fotografie. Nuda per pulire l'insalata e passare lo straccio sul pavimento, nuda per lavarmi i denti e per studiare. Nuda per credere al domani o per non pensarci, per credere ad oggi e passare oltre. Nuda, per scrivere una lettera.

Per sorridere, davanti ad uno specchio.
Con semplicità.