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Frammenti
di meteoriti cadono continuamente sul nostro pianeta. Spesso si
disintegrano, ma altrettanto spesso piccoli o medi frammenti cadono al
suolo. Nella maggiorparte dei
casi restano dispersi, forse nel mare, in aree desertiche, chissà
dove.
Può capitare che un piccolo sasso, strano nella forma, nei colori e
nella sostanza, rifletta vagamente la luce del sole nel tuo giardino.
Dapprima non ci badi. Pensi proprio ad un sasso, magari buttato sul
prato da qualcuno. Un piccolo minerale.
Poi, colpito da qualche insolito dettaglio, ti avvicini e lo poni sul
palmo della mano. Non sai che pensare: lo metti in tasca, ipotizzando di
mostrarlo a chi potrà darti una risposta.
Un meteorite: qualcosa che esiste da milioni di anni, che ha
girovagato per l'universo, che contiene in sé tracce dell'infinito,
dell'evoluzione. Qualcosa che ha resistito a tutto, dal vuoto, alle
temperature estreme, sia fredde che calde. E' nella tua tasca, e forse
non riesci a pensare alla dimensione simbolica. Con il tempo, quel
sasso lo metterai in un cassetto e praticamente lo dimenticherai. Un
pezzo della realtà cosmica, che ha viaggiato per dimensioni
imparagonabili, che ha scelto te per terminare la propria corsa, è
lì, fermo ed inutile.
Facciamo
un'ipotesi suggestiva ed affascinante:
poniamo che accade
qualcosa di simile per un altro genere di frammento.
Una particella cosmica è dentro di te. Indipendentemente se sei
cattolico, mussulmano, ateo, ecc., qualcosa del DNA divino,
dell'ordine cosmico, è in
ciascuno di noi.
Scopo della vita è l'avvedersene. Quando ne hai la consapevolezza,
automaticamente molte cose acquistano chiarezza. Diventa naturale
scoprire il senso della fratellanza, dato che tutti gli altri hanno lo
stesso frammento. Diventa semplice l'accettazione, la comprensione
delle differenze etniche e culturali. Diventa superfluo credere ad una
competizione esasperata. E' più semplice superare le difficoltà,
dare le priorità e scoprire di quali esperienze terrene hai bisogno,
per progredire sul piano della "conoscenza" di quel
frammento, di ciò che sei, ciò che puoi.
Come accade per il meteorite, anche la particella celeste viene
cestinata, o messa in bacheca. Non riceve l'attenzione, è di fatto
isolata, non alimentata.
Esiste
davvero la particella di Dio?
Comunque sia, il semplice rifletterci conduce a risultati
interessanti.
Ipotizzo due vie, una per il credente, l'altra per l'ateo.
IL
CREDENTE
Se abbiamo questa particella, l'uomo è "divino" e lo
è comunque: cattolico o mussulmano, ateo o buddista, superficiale o
impegnato. Ma non lo sa (come afferma Sai Baba) e quindi si logora nel
dubbio, si affida a questa o quella religione e, di fatto, trascura la
propria particella. Finisce, il credente, per essere il partigiano di
un localismo religioso. Davvero un assurdo. Se Dio c'è, egli è
necessariamente universale, il Dio di tutte le vite esistenti in ogni
angolo del cosmo: che senso può mai avere aderire fedelmente ad una
"forma" religiosa? Ciò che conta è la custodia della
propria particella, ovvero della personale "connessione" con
il Divino e, necessariamente, con tutte le altre, ovvero
"sentire" intimamente la fratellanza. Che religione non
significhi semplicemente una educazione ricevuta, un'abitudine
acquisita: questo, ad un Dio, non credo interessi. Interessa come ci
si muove, come il singolo gestisce la propria permanenza sul pianeta
di appartenenza, come sappia superare, comprendere ed accettare gli
eventi, come si adoperi per qualcosa che abbia un senso di alta
umanità.
L'ATEO
L'ateo sincero ha di norma un approccio razionale e tendenzialmente
scientifico, nel senso che crede a ciò che può misurare e provare.
Tutto quello che non rientra in documentazione certa, si mette da
parte.
L'evento straordinario comunque esiste. Fatti inspiegabili, che la
scienza registra come verificatesi, ma che non è in grado di gestire
e catalogare in questa o quella branca conosciuta, rimangono sospesi
dal giudizio di valore. Accade che diventano patrimonio culturale del
religioso. Il credente si appropria di diritto del
"miracolo".
L'errore è considerare che il fatto straordinario sia di dominio
della divinità.
L'approccio scientifico vorrebbe che ciò che non si spiega, ma c'è,
non può e non deve essere messo da parte. Sarebbe una miopia
insensata. L'evento straordinario non necessariamente ha una
spiegazione religiosa, non obbligatoriamente è un frutto della
devozione e dell'intervento divino, potrebbe, tra qualche decennio o
secolo, trovare una sua razionalità, un nesso con qualche facoltà
latente dell'uomo o della natura.
Quello che conta è non ignorarlo, far finta che non esiste. Il
"miracolo" ovvero quella particolare situazione, comunque
registrata come reale e veritiera, non possiamo permetterci di
cestinarla come fosse una fantasia popolare. E' comunque un fatto:
merita il rispetto di ciò che è un mistero, il segno di un limite,
la necessità del dubbio e della considerazione.
L'ateo non può esimersi da questo "dovere", dal coltivare
il dubbio ed allenare l'apertura mentale all'irrazionale. Anch'egli è
in cammino, comunque.
Augusto De Filippis
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