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O
mbra

   
ombra

                                                                                            

 

Per le vostre strade 
ho visto giacere un 
uomo ubriaco
 e nessuno lo ha aiutato 
ad alzarsi, 
nessuno sembrava curarsi 
di lui, 
nessuno cercava di restituirgli 

la sua dignità umana.

(Madre Teresa di Calcutta)


(lettera a Silvia)

 

 

Silvia,
è tanto che non ti sento.

Quando c'è il suono di un telefono, un campanello; quando per strada qualcuno saluta da lontano, o chiama e non lo vedo; quando una sagoma confusa cammina in ombra e scompare all'angolo; quando leggo una tua lettera, una bozza di poesia; quando ritrovo i tuoi pensieri nei miei: ti vedo. Ti chiamo nei ricordi.

Si forma un sorriso che stenta a completarsi, che stenta ad andarsene. Sei lì. Sfuggente e presente. Impalpabile e viva. Troppo lontana. Sei lì, tra i fogli e le matite, nella cena frugale, sulla poltrona, tra lenzuola fredde.

Nei resti di un desiderio, di un sogno aperto, di una camicia stinta: non andrai via.

Sei stata tu ad insegnarmi come osservare le orme immaginarie di un insetto; seguire il suo incanalarsi tra i rilievi di un tronco, intuire la sua casa, il suo mondo precluso, a noi. Ma importante.

Si andava spesso là.

Torno spesso in quel punto. Anche ora sono qui, mentre scrivo.

Fisso a terra il mio cavalletto, quello che porta il tuo nome, vi metto su quell’intreccio di fibre che formano la tela del pittore e sto fermo, a volte per ore.

Rimango fino a sera, con le mani sporche di pigmenti colorati, con i forti odori delle essenze che talvolta, in certi periodi, si miscelano a quelli dell’aria che respiro, si miscelano ai profumi della terra.

Anche a te piaceva l’odore della terra bagnata. Come da bambini: si correva subito fuori, dopo la pioggia, animaletti incuriositi ed inteneriti. I tuoi occhi, così belli allora, assumevano espressioni straordinarie, intense. Avrebbero voluto vedere e comprendere tutto.

Talvolta, negli ultimi tempi, ti sedevi sotto la quercia, abbassavi le palpebre e pensavi ad alta voce. Pensavi a tutti i passaggi possibili, nel corso del tempo. Dicevi: quante persone avranno camminato per quello stesso punto? In quanti si saranno seduti, sotto l’ombra, al riparo della quercia?

Andando a ritroso troveremmo gente vestita in altri modi, con vite regolate da altri sviluppi sociali, altre speranze... altri progetti! Eppure, in quel preciso momento che si fermavano, osservando, ascoltando i rumori e i suoni della natura, cosa poteva esserci di diverso?

Chiudevi gli occhi e dicevi ancora: questo istante non ha storia. Potremmo essere nati cinquecento anni fa, sarebbe la stessa cosa. Vivremmo le stesse sensazioni. Potremmo avere astronavi sulla nostra testa e sarebbe ancora uguale. La terra, quella terra umida, viva, profumata, è lì: la terra è qui tra le nostre mani.

Noi, ci siamo.

Ma ora?

Ho bisogno che tu mi dica parole, che mi sussurri espressioni del cuore, del pensiero. Ho bisogno che tu respiri vicino a me. Che io veda la tua presenza sul pianeta (ricordi?, è così che definivi la vita).

I tuoi colori sono al loro posto. Li ho mantenuti in ordine, protetti dalla polvere, dal vuoto della memoria. Aspetto che tu venga.

Seduti sulla roccia, le nubi velate, lontane, le foglie appena ondeggianti, un pennello tra le dita, un presente infinito, tutto quello che ci serve è qui.