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A MODO MIO

 

MADRE TERESA

Conoscere il problema della povertà da un punto di vista intellettuale non significa comprenderlo. 
Non è leggendo, andando a fare una passeggiata nei bassifondi, rammaricandoci o ammirando la povertà che arriviamo a comprenderla e a scoprire ciò che ha di bene e di male. Dobbiamo tuffarci in essa, viverla, condividerla.

Tratto da "Un pensiero al giorno" in "La gioia di amare" Mondadori Editore

COMMENTO

Conosciamo tutti Madre Teresa di Calcutta, la sua forte personalità ci spinge ad una lettura spirituale e cattolica. Il brano, tuttavia, va ben oltre: esso poteva essere scritto anche da persone meno illustri e con intenti diversi. Un sociologo, ad esempio, o uno psicologo o un esperto in tecniche di comunicazione, potevano esprimersi con gli stessi termini. Pur partendo da punti di vista e culture differenti, tutti sarebbero stati concordi su di un punto: conta l'esperienza. Solo essa ci può raccontare davvero qualcosa, solo essa imprimerà nella nostra struttura mentale un nuovo piano di conoscenza formativa ed interattiva con tutto il nostro personalissimo mondo. Ed in modo indelebile.
Stare alla finestra, è l'attitudine preferita. Costa nulla, ci pare dia tanto. In poco tempo diventiamo esperti. Nel cerchio degli amici, siamo in grado di dibattere e giocare all'opinione. Possiamo anche "avvertire" un sentimento, un risveglio istintivo, un moto interiore. Ma basta poco: un'altro telegiornale, o una focaccia, o un film, che tutto sparisce. Quel che manca è il vissuto, è l'esperimentare. Manca il "sentire" profondo.  Manca la vita e con essa la capacità di vestire panni che non ci appartengono.
Vogliamo provare, con uno sforzo della mente, ad interpretare un film?

Se viaggio in auto e, nel fermarmi al semaforo, ho di fronte il solito profugo (vero o presunto, non fa differenza) ho due sole alternative: ignorarlo o far finta di considerarlo cedendo una moneta. In ambo i casi si formeranno due o tre pensieri istintivi e non coinvolgenti: il tempo necessario per ripartire con il verde. Comunque io agisca, nulla cambia davvero. 
Ipotizziamo che, per un gioco del destino, o per volontà, per una volta, su quella strada e quel semaforo, ci siamo noi. Anche solo per un giorno: forse basta un'ora.
Noi sappiamo chi siamo, conosciamo il nostro valore, le capacità, le potenzialità teoriche. Ma sono in un cassetto che non ha bisogno di una chiave: tanto nessuno l'aprirà mai. Il tempo è scandito dal ritmo del semaforo, la sua alternanza di colori e flussi d'auto.  Ed è colorato dal cielo, oggi soleggiato o piovoso, chissà!
Respiriamo gli scarichi ed incrociamo mille sguardi bassi: hanno tutti di meglio da fare e pensare. Ogni uomo, o donna, è comunque meglio vestito, meglio organizzato, meglio equipaggiato. Vorremmo essere in una di quelle macchine, in uno di quei vestiti, con una di quelle donne, o uomini.
Avvertiamo l'indifferenza e ci ritroviamo a ripetere monotoni la stessa inutile ed irritante cantilena. Avvertiamo il disprezzo che si cala nei ricordi. Da qualche parte siamo nati: per quello scopo? Da qualche parte siamo cresciuti, abbiamo giocato, pianto e riso. Da qualche parte abbiamo coltivato desideri, ambizioni: abbiamo provare a fare ed essere, abbiamo costruito qualcosa, abbiamo avuto dei sogni e delle speranze. Tutte infrante, appoggiati ad un palo di ferro, in attesa del rosso e di un'altra fila. In attesa di un'elemosina senza sorriso.
E di là cosa accade? Lo sappiamo bene. Sappiamo cosa significa essere di là dal vetro: dentro l'auto. Torniamoci, allora. Sappiamo quello che ci aspetta. Anche dentro l'auto c'è qualcuno che ha un cassetto con dentro ambizioni, desideri, potenzialità e capacità. Con qualche possibilità in più di vederle realizzare. 
Dov'è la differenza vera? Qual'è il peso della casualità: l'esser nati in questa o quella nazione, in questa o quella famiglia, l'aver frequentato questa o quella scuola, questa o quell'amicizia?
Dove sono i nostri meriti reali? Quali caratteristiche dipendono unicamente da noi? Chi siamo?

Se facessimo l'esperienza sapremmo rispondere a qualcuna di queste domande. Altrimenti scivoliamo via, oltre l'incrocio, con il nostro sottilissimo ed astuto senso di superiorità, con la nostra intelligenza, mai messa davvero alla prova.
Se siamo stanchi - e lo siamo, tante volte - magari ci fermiamo davanti al mare. Ci fermiamo e guardiamo. Seguiamo qualche volo di gabbiano, osserviamo il ripetersi mai uguale dell'onda. Lo sguardo va all'orizzonte, talvolta nitido, e ci sembra davvero lontano: non ci appartiene. Ci abbassiamo a raccogliere qualche rametto, o sassi variegati e belli e li tiriamo nell'acqua: proviamo a giocare, senza dircelo. Ma se varcassimo la soglia, se giocassimo davvero, tuffandoci in acqua, sforzandoci di essere un tutt'uno con l'onda, con il riflusso sulla battigia, faremmo la differenza. Ci ritroveremmo, senza accorgercene, a ridere, ad esser sereni, liberati. Non certo per sempre: ma non conta. Conta l'esperienza del momento, la sua verità e ricchezza.
Se avete avuto la pazienza di leggere fin qui, fatevi una cortesia: rileggete le parole di Madre Teresa, senza fretta, sapendo che esse sono valide verso qualsiasi problematica.