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Cielo terso, le colline nitide, il mare burrascoso.
Mese di Marzo, mercoledì. Il guinzaglio nella destra.
Si cammina, io ed il mio bastardino, ascendente volpino: Jeack. Tanta
voglia di andare, di tirare, di arrivare al prato, al boschetto. Pronto ad
annusare di tutto, ad interrogare ogni forma in movimento. La zampetta è
lesta, già in posa per bloccare. Nella sua memoria c'è la caccia al
topo. Nella sua memoria, la voglia di piacere, di compiacere, di essere.
Insieme.
Insieme, mentre guardo la linea dell'orizzonte e penso a domani, mi
distraggo dietro un sogno lontano, trascurando un ricco presente.
Oggi, ho trent'anni in più ed un cane in meno. All'ombra di un tavolo da
giardino, Jeack riempiva istanti lunghi con gli ultimi respiri che
concedeva la sua malattia, incapace di correre, di gioire, di
scodinzolare. Occhi tondi e velati. Un giorno come un altro, quasi.
Studiavo. Di tanto in tanto mi affacciavo alla finestra sul giardino, dove
c'era una cuccia ed una catena, troppo corta per trattenere la vita.
Una leggera pioggia iniziava a scivolare sulle foglie dei palmizi. Un
cagnolino riposava sotto un tavolo in granito, ma non abbastanza da
ripararsi dall'acqua.
"Strano - pensai - perché non entra nella cuccia?"
Il pelo bagnato rivelava l'immobilità. Fu così che compresi. Non scesi a
vedere.
L'immagine alla finestra fu l'ultimo ricordo. Non volli mai sapere dove
venne sepolto.
Non so quale fiore, o pianta, od ortaggio sia cresciuto sul suo corpo.
Quale vita sia nata dalla morte.
GdA |