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Ricordo di un cane

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Occhi tondi.
Strano che siano così liquidi, così chiari.
Strano che dicano tutto così, semplicemente.
Semplicemente guardando; il muso angolato, 
la coda in movimento.
E noi che abbiamo sempre da fare.
Noi, che crediamo alla nostra cartella,
alle chiavi in mano.
Noi, che non sappiamo guardare, 
che non sappiamo dire, che scappiamo 
in un ufficio, una poltrona:
un bar, una storia, una corsa. Un vuoto.
Un niente che vestiamo di tutto.
Un cane:
ricordi di bambino, di ragazzo.


Cielo terso, le colline nitide, il mare burrascoso.

Mese di Marzo, mercoledì. Il guinzaglio nella destra.
Si cammina, io ed il mio bastardino, ascendente volpino: Jeack. Tanta voglia di andare, di tirare, di arrivare al prato, al boschetto. Pronto ad annusare di tutto, ad interrogare ogni forma in movimento. La zampetta è lesta, già in posa per bloccare. Nella sua memoria c'è la caccia al topo. Nella sua memoria, la voglia di piacere, di compiacere, di essere. Insieme.
Insieme, mentre guardo la linea dell'orizzonte e penso a domani, mi distraggo dietro un sogno lontano, trascurando un ricco presente.
Oggi, ho trent'anni in più ed un cane in meno. All'ombra di un tavolo da giardino, Jeack riempiva istanti lunghi con gli ultimi respiri che concedeva la sua malattia, incapace di correre, di gioire, di scodinzolare. Occhi tondi e velati. Un giorno come un altro, quasi.
Studiavo. Di tanto in tanto mi affacciavo alla finestra sul giardino, dove c'era una cuccia ed una catena, troppo corta per trattenere la vita.
Una leggera pioggia iniziava a scivolare sulle foglie dei palmizi. Un cagnolino riposava sotto un tavolo in granito, ma non abbastanza da ripararsi dall'acqua.
"Strano - pensai - perché non entra nella cuccia?"
Il pelo bagnato rivelava l'immobilità. Fu così che compresi. Non scesi a vedere.
L'immagine alla finestra fu l'ultimo ricordo. Non volli mai sapere dove venne sepolto.
Non so quale fiore, o pianta, od ortaggio sia cresciuto sul suo corpo.
Quale vita sia nata dalla morte.

GdA