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MORTI CHE PIU' NON  FANNO NOTIZIA

Di: Sandra Cervone

 

 

 

Morti che più non fanno notizia,

assiepati nei gommoni come bestie,

sballottati da correnti e pregiudizi,

senza lacrime o riguardi o sentimenti...

 

Morti per viaggi insani e non compresi,

per speranze ignorate e bestemmiate,

per letarghi colpevoli e blasfemi

che mai nessuna mano basterà a colpire.

 

Morti sognando nuova vita,

senza spiccioli in tasca e senza pane,

qualche foto sul cuore e qualche addio,

qualche promessa incerta

e tanta speme.

 

Morti di freddo e di mare,

morti per errori umani o per disprezzo:

allontanati dai cuori e dai video,

dai singhiozzi e dall'inedia della sorte.

 

Eppure e comunque morti

perché nonostante tutto erano vivi!

 

La morte arrecata e negata

imprecata e invocata

su sponde avverse e straniere...

 

Morte color della tempesta

arrivata con l'onda e la miseria,

coll'urlo del vento e la sirena.

Sandra Cervone

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RECENSIONE DI RENO BROMURO

Sandra Cervone abita a Gaeta, dove è nata e svolge la sua attività di giornalista e addetta stampa dei concorsi letterari che sono banditi nel Comune e nella Provincia; scrive poesie a getto continuo, però qualche cosa nasce quando meno te lo aspetti. Lei spazia nella realtà d’ogni giorno e di questa ha fatto il «suo mondo poetico». Fra le tantissime liriche di Sandra abbiamo scelto «Morti che più non fanno notizia» per la crudezza espressiva e per la drammaticità contemporanea che stiamo vivendo, molti sottacendo ai soprusi di qualche «dittatoruncolo», altri ignorando ciò che accade intorno; anche se di Sandra Cervone avremmo potuto parlare di altre poesie più dolci ed anche di quelle incluse nelle varie antologie.
«
Morti che più non fanno notizia,

assiepati nei gommoni come bestie,

sballottati da correnti e pregiudizi,

senza lacrime o riguardi o sentimenti...»

La descrizione di un periodo che non è una stagione o un  giorno, di quanto accade in mare aperto, in cui poveri disperati in cerca di libertà e di un poco di benessere, riescono, nella loro ansia, a dare all’autrice uno degli aspetti di un paesaggio, in cui in primo piano ci sono il cielo, il mare e un gommone che barcolla più che dare certezza, si unisce qui con una celebrazione vivissima della vitalità di sensi accesi e vigili del Poeta Sandra Cervone.Il pianto dei disperati «assiepati nei gommoni come bestie», a poco a poco si tace, tra cielo e mare resiste solo qualche nota sempre più lieve, che scaturisce dalla fame, dalla sete e dalla speranza che forse morirà prima ancora che vedano terra. A mano a mano che la luce lunare invade il barcone, ormai nel silenzio che pare portarsi via la poca viva speranza, che il fruscio sottile delle onde fa sembrare un calmo respiro d’insetti e un silenzioso respiro di pesci. Il gommone si muove, si solleva leggero ad ogni ondata del mare. Ma il poeta Sandra Cervone, avverte un altro ben più vivo e reale respiro, quello delle persone assiepate una accanto all’altra, ferme e silenziose, come se pregassero, ma senza dubbio per riscaldarsi a vicenda: «senza lacrime o riguardi o sentimenti...» sembra fissare la sentenza finale rilevando il senso impetuoso di vita, quasi che di essa sia stato raggiunto il culmine della sopportazione, che deriva dalla contemplazione della solitudine tra tanti, nella notte di luna, e soprattutto, dalla pienezza del desiderio di vedere il più presto possibile la terraferma.

«Morti per viaggi insani e non compresi,

per speranze ignorate e bestemmiate,

per letarghi colpevoli e blasfemi

che mai nessuna mano basterà a colpire».

Questa seconda quartina è una stupenda descrizione, colta con uno sguardo acutissimo, attento all'apparire preciso e concreto delle cose: «le speranze ignorate e bestemmiate»… il vento violento che si agita nell’anima, e fa le onde più alte, che rendono i letarghi colpevoli e blasfemi, rende trasparente le mani piagata dalle raffiche, col mare che s’inferocisce sempre più, perché «nessuna mano basterà a colpire i colpevoli». E’ un’affermazione che s'incide dura, nella bianca luce intensa, gelida, uguale, e violenta, improvvisa nota di disprezzo per coloro che sono artefici di una morte non autorizzata, ma perennemente annunciata.

«Morti sognando nuova vita,

senza spiccioli in tasca e senza pane,

qualche foto sul cuore e qualche addio,

qualche promessa incerta

e tanta speranza».

Breve moralità, limpida e leggera, che ben testimonia la vena fra sottile malinconia e fervida vitalità che è tipica della Cervone. Accartocciati uno addosso all’altro, nella notte fonda, senza uno spicciolo in tasca, senza pane e senza acqua, sul petto, ben nascosta, solo qualche foto e la promessa della speranza dà il senso dell'infinito e pare prendere l’anima di ognuno e cullarla fino a coprirla d’ombra per non pensare ma pregare. Ma il poeta oppone all'annullarsi dell'anima nella contemplazione del cielo e del mare la concretezza del reale, il dolore vero e certo dei sensi, che costituiscono la vera ragione di vivere.

Il problema potrà avere una soluzione soltanto allorché saranno aperte le frontiere e l’uomo si sentirà veramente e interamente fratello dell’altro uomo come figli dello stesso padre.

«Morti di freddo e di mare,

morti per errori umani o per disprezzo:

allontanati dai cuori e dai video,

dai singhiozzi e dall'inedia della sorte.

 

Eppure e comunque morti

perché nonostante tutto erano vivi!»

L'uomo si è liberato della preoccupazione assillante e potrà dedicare le sue energie ad altre attività, che lo elevino spiritualmente. La partecipazione sociale e comunitaria dovrà essere allargata a tutti i ceti, mediante un'opportuna opera di educazione, per ridarle la sua dimensione umana. In quel viaggio disperato e arso dall’attesa di vedere finalmente terra non ci sarebbe più, come non ci sarebbero neanche:

«morti per errori umani o per disprezzo:

allontanati dai cuori e dai video,

dai singhiozzi e dall'inedia della sorte».

L'individuo non si sentirebbe più sminuito nella sua personalità. Siamo noi che una volta vissuto la perdita del senso della vita dobbiamo riuscire a ritrovarlo. È stato detto che il primo punto è guadagnarsi la vita; il secondo è saperla vivere,dopo essersela guadagnata.L'uomo dopo quell’esperienza,ha imparato a guadagnarsi la vita, ed imparerà anche a saperla vivere.

La morte arrecata e negata

imprecata e invocata

su sponde avverse e straniere...

 

Morte color della tempesta

arrivata con l'onda e la miseria,

coll'urlo del vento e la sirena.

Può bastare questo che è stato per farci avere un'idea di quello che sarà, se l’uomo non si deciderà a stringere la mano dell’altro uomo, di qualsiasi colore sia la sua pelle? Se ciò accadrebbe sarebbe più bello e migliore il mondo.

Senz'altro, non ci sarebbe più «Morte color della tempesta» e il mondo sarebbe sempre come l'uomo lo vorrà. I mezzi disponibili, le risorse, vogliono dir molto, ma è la buona volontà dell'uomo che deve bene impiegarli. Vi sono nella nostra epoca troppe disparità, vi è ancora troppa fame nel mondo.

I problemi che nascono e che nasceranno dalle trasformazioni della nostra società non possono ne potranno essere risolti dai singoli Stati. Dovranno sorgere organismi internazionali che superino i contrasti e le individualità nazionali. La solidarietà umana che dal villaggio si è estesa allo Stato dovrà allargarsi fino ad abbracciare tutti i popoli; solo a patto che questo avvenga, il mondo di domani potrà dirsi

 

Reno Bromuro

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