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renobromuro3@tin.it 

AVAMPOSTO DELLA MIA RAGIONE

Di: Gerardo Sorrentino 

 

Mastico i resti di un’anima,

trasudo angoscia da ogni poro della mente

annaspo nell’inseguire chimere mascherate

cerco l’ultimo sigillo,

cerco uno scrigno dalle mille serrature

l’avamposto della mia ragione,

barcollo tra pseudo-certezze,

quelle dell’ultimo baraccone

quelle dell’ultimo palcoscenico,

recita regale per la regina del creato:

un manto nero

una maschera bianca

una falce fedele per amica.

Un campo di girasoli

dal capo riverso

mi sorride spavaldo,

mi vorrebbe raccontare di mille incidenti

che in quella curva hanno conosciuto

come un fiore può sgocciolare sangue.

Una nenia funerea mi stordisce

confonde le mille strade della verità

ma la verità è un’illusione

è una ricetta bella e pronta

per chi rinnega la forza del dubbio.

Ma la verità grida

grida fra corpi straziati dall’ignominia,

l’uomo ama ammazzarsi

ammazzarsi per una ragione,

ma il non senso di un assassinio

risiede nella precarietà del creato.

Tutto una vita è destinata al resoconto

di una decina di righe lette da un parroco annoiato,

la comunione, il sangue di Cristo, la benedizione,

e per favore ora andate in pace

senza scannarvi prima dell’uscita dalla chiesa.

   Gerardo Sorrentino

RECENSIONE DI RENO BROMURO

Gerardo Sorrentino non è il primo avvocato scrittore, ne conosco tanti che navigano da un sito all’altro postando le loro opere, un giudice si è fatto un sito per avere spazio per le sue opere ed è stato anche rappresentato, lo scorso Natale una sua commedia ha avuto un buon successo: emuli di Goldoni? Sarebbe troppo pensarlo? Allora lo pensiamo e lo scriviamo come augurio per un futuro luminoso di scrittori. 

Gerardo abita in un luogo incantevole, uno di quelli cui la nostra Penisola è piena ma Sorrento è unica.

«Mastico i resti di un’anima,

trasudo angoscia da ogni poro della mente

annaspo nell’inseguire chimere mascherate

cerco l’ultimo sigillo,

cerco uno scrigno dalle mille serrature

l’avamposto della mia ragione,

barcollo tra pseudo-certezze,

quelle dell’ultimo baraccone

quelle dell’ultimo palcoscenico,

recita regale per la regina del creato:

un manto nero

una maschera bianca

una falce fedele per amica».

Sono immagini di tristezza infinita, di desolazione dell’anima e del cuore. Il tema costante della poesia di Sorrentino, è come l'autunno quando s’affaccia impietoso, con le sue sere fredde, nebbiose, che paiono avvolgere di un'ombra cupa, fumosa, le cose corrose proprio davanti all’avamposto della ragione.

Tutti gli oggetti che il poeta distingue nella nebbia sono segni di solitudine, di pena, di disperato silenzio dei sentimenti: i rari fanali sperduti, che non danno luce se non nell'esiguo cerchio del loro alone, lo scrigno dalle mille serrature/l’avamposto della mia ragione, sono segni di allarme, come sirene delle navi che partono, e paiono dare un addio colmo di dolore e di strazio alla terra, alle cose care, alla vita. La lieve malinconia romantica (quest’ultimo baraccone), che costituisce la nota più viva e sincera di Sorrentino, raggiunge qui, nella musica rallentata,monotona,dei versi, una profondità tragica, esprimendo, attraverso la disperazione delle cose «su quell’ultimo palcoscenico» dov’è tutta  l'angoscia dell'uomo solo, senza conforto nella natura, vuoto di amore e di speranza.Vive solo la:

«recita regale per la regina del creato:

un manto nero

una maschera bianca

una falce fedele per amica».

Chiaramente, determinati messaggi, nel loro contenuto iniziale, non possono essere recepiti da gran parte della massa, data la loro difficoltà, per questo hanno bisogno di essere modificati per una maggiore comprensione. Sullo sfondo c’è lo spegnersi della speranza, perché sul palcoscenico recita in un mantello nero e una maschera bianca, l’amica fedele con la falce pronta. La falce non è per l’autore che pure piegato su se stesso ha accumulato tutti i peccati e i dolori del mondo, e sarebbe finita se l'accendersi delle luci sul palcoscenico, non facessero pensare ad una probabile rinascita, pronta a recitare la sua resurrezione all'aprirsi del sipario, su una magica scenografia della natura. La lirica apre immagine fortemente inventive, che, nell'incerta oscurità, accosta sulla riva della sua anima, a sagome di navi tutte tese a salpare.

Una lirica di Cardarelli iniziava cosi: «Al mio paese non posso dormire. / Sempre mi leverò coi primi albori / e fuggirò insalutato». E si chiudeva: «Inorridisco al suono / della mia voce».

Impossibilità o timore di ritrovare se stesso e le cose, i volti di un tempo.

In questa poesia di Sorrentino la memoria rintraccia, fissati per sempre, con una spietata persistenza, il tempo che vive, persino il vento che gli scompiglia i capelli segna il trascorrere del tempo e non c'è che il senso della morte, in quella maschera sul palcoscenico, volti che non sono più quelli, che sembrano usurpare un posto che il poeta ha definitivamente assegnato.

Qui Sorrentino ritorna alla ricerca di sé, di ciò che appartiene definitivamente al ricordo, del vivere quotidiano, anche se perduto nella vicenda del tempo: il vento, le voci, gli odori, le stagioni. Val la pena di rilevare anche qui gli esiti personali di un motivo, e in parte anche di un lessico, leopardiano, specie nei versi finali.

«Un campo di girasoli

dal capo riverso

mi sorride spavaldo,

mi vorrebbe raccontare di mille incidenti

che in quella curva hanno conosciuto

come un fiore può sgocciolare sangue».

Un campo di girasoli fa entrare la luce solare, anche se le finestre sono chiuse perché sul palcoscenico della vita c’è una maschera bianca col mantello nero che deve recitare al buio, la sua parte, molte volte replicate, egli vede questo campo sconfinato che sorride spavaldo, come se volesse raccontare gli incidenti che accadono nel mondo ad ogni minuto, e specialmente quello che ha conosciuto nella curva e che è sbocciato come un fiore che sgocciola sangue.

Questo è l’approccio all'immanenza, e dunque sgorga dal «fiore», il «magma», nel «limo» sanguinolento del girasole stesso, la dannazione dell'uomo, e la fine della speranza nella sua severa messaggera che pur accompagna tutta «La Bufera» della propria e l’altrui esistenza.

Sorrentino sa scorgere la concreta fenomenizzazione di quella condanna, che è tutta vissuta nella storia, anzi nella cronaca; e allora i termini diventano allusioni, metafore, e tanto più trasparenti se si pensa ad espressioni non dissimili in poesie più evidentemente naturalistiche, che seguono immediatamente e non certo casualmente, alla condizione del Paese in questo parapiglia di incertezze, di condanne senza prove e risposte vacue di chi decisamente e volontariamente vuole la fine dell’umanità. Certamente questa mia affermazione suona come la risoluzione di un «Botta e risposta». Sembra che voglia tirar fuori da questa lirica del Sorrentino l’affermazione che Giove è veramente figlio di quella Cibele cacciata, insieme con i suoi falsi sacerdoti, dalla «virtù furiosamente angelica» di Clizia.

«Una nenia funerea mi stordisce

confonde le mille strade della verità

ma la verità è un’illusione

è una ricetta bella e pronta

per chi rinnega la forza del dubbio.

Ma la verità grida

grida fra corpi straziati dall’ignominia,

l’uomo ama ammazzarsi

ammazzarsi per una ragione,

ma il non senso di un assassinio

risiede nella precarietà del creato».

Non è l'immedesimazione, ma una profonda analogia espressa dalla parola, il punto più alto, anche per ragioni formali, e forse non solo di questo.

E’ una storia di impegni sempre più duri, di superamenti incredibili, di una vittoria che può giungere là solo dove ogni speranza sembra esser caduta e invece scocca la scintilla della salvazione è proprio nei versi:

«ma il non senso di un assassinio

risiede nella precarietà del creato».

Siamo nel cuore più intimo e più intenso dell'ideologia delle aurore, e nella riconferma della funzione redentrice, che traspare ancora tramite lo sguardo divino sulla precarietà del Creato. Ciò che più colpisce e che costituisce il miracoloso equilibrio di questi trentacinque versi è, nell'alta religiosità del messaggio, la fedeltà al tema naturalistico enunciato dall'appellativo posto come soggetto che è predicato solamente in chiusura, attraverso un discorso rispettosissimo della storia naturale.

Vogliamo pensare che la lirica di Sorrentino è puramente naturalistica? Non lo possiamo affermare perché questo canto è per me il significato fondamentale della parola  «Umanesimo» e l'essenza del movimento umanistico. Esso ha un’importanza grandissima nello sviluppo della poetica sorrentiniana, tant'è vero che si può parlare di cultura umanistica, e non è ammesso che qualcuno arbitrariamente possa affermare che questa lirica è un inno naturalistico.

L'Umanesimo ebbe un'importanza eccezionale nella storia dell'umanità. Nato in Italia, fu dagli Italiani stessi diffuso poi in tutta Europa. In luogo della cultura medioevale, fondata particolarmente sull'insegnamento ecclesiastico, cioè sulle Sacre Scritture e sulla Scolastica, s’introdusse lo studio degli autori latini prima e poi dei greci. Alle antiche tendenze mistiche che allontanavano l'uomo dalla realtà per fargli rivolgere l'occhio verso il cielo, si sostituì il desiderio di conoscere la terra, di esaminare se stessi, di impadronirsi di questa vita che è in nostro potere e di cui tutti dobbiamo fare gran conto.

«Tutto una vita è destinata al resoconto

di una decina di righe lette da un parroco annoiato,

la comunione, il sangue di Cristo, la benedizione,

e per favore ora andate in pace

senza scannarvi prima dell’uscita dalla chiesa».

S'inizia la critica a quello che fino allora era stato accettato senza discussione: rinascono quindi gli studi storici, le indagini filologiche, le ricerche scientifiche. L'Umanesimo è non soltanto amore della cultura latina, ma è coscienza della libertà e dell'indipendenza dell'uomo, ricerca della natura, desiderio di discussione. Tutto questo movimento comincerà a mostrare i suoi effetti verso la fine del Quattrocento e al principio del Cinquecento con la riforma protestante in Germania, col pensiero politico del Machiavelli in Italia e, più tardi, con lo sviluppo degli studi matematici, astronomici e fisici che renderanno grandi i nomi di Galileo, Keplero e Newton. Credo quindi di poter affermare che questa lirica entra nel movimento umanistico per occupare un posto di grande rilievo nella storia dell'umanità. Tutto il progresso moderno ha avuto inizio da quell'epoca e io ritengo che ciò sia destinato ad avere ancora più ampi sviluppi.

Reno Bromuro

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