Mercoledì 15 aprile 2015
(Tratto dalla cassetta del 17 aprile 1985)
“Dio
ha tanto amato il mondo”
(Gv
3, 16-21)
In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: «Dio ha tanto amato
il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada
perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel
mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.
Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato,
perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio.
E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato
più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque
infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non
vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia
chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».
Parola del Signore
Tiziana; “La luce è venuta nel mondo”, significa
che il giudizio si realizza ogni giorno?
Luigi: Si,
perché ogni giorno Dio ci manda proposte di luce. Il fatto è che se io non
aderisco a questa proposta di luce, non mi dedico per approfondire, la stessa
parola si trasforma in giudizio. Per cui ogni giorno della nostra vita o
edifichiamo la vita eterna, oppure ci scaviamo una tomba.
Tiziana; Il
giudizio è in base alla scelta che facciamo.
Luigi: Si, il
giudizio sta nel fatto che la luce è venuta nel mondo e noi abbiamo preferito
altro. La luce è venuta nel mondo, non possiamo smentire che non sia venuta, la
proposta l'abbiamo udita, ma abbiamo preferito altro. Perché abbiamo preferito
altro? Il giudizio ce lo siamo dato noi, ed è il motivo per cui abbiamo
preferito altro alla luce.
Tiziana; Anche se
non ne siamo coscienti del motivo?
Luigi: Anche se
non siamo coscienti...; però, essendo persone, abbiamo sempre dentro di noi una
motivazione.
Tiziana; Se
conosciamo la motivazione vuol dire che ne siamo coscienti.
Luigi: Il
problema è che noi viviamo di abitudini; siamo talmente abituati a pensare a
noi stessi che facciamo le cose senza rendercene conto. La motivazione o è Dio
o è il nostro io. Solo se la motivazione è Dio ne siamo coscienti, perché Dio
non può essere in noi senza una
percezione cosciente (cioè se non lo mettiamo di proposito). Invece il nostro
io può essere al centro anche senza metterlo di proposito; cioè, il nostro io
può essere al centro per abitudine, Dio invece non può essere al centro per
abitudine, inconsapevolmente.
Tiziana; Il nostro
io può essere motivato da tante cose, quindi si crea una confusione.
Luigi: Certo,
infatti noi possiamo fare del bene al nostro prossimo ed essere motivati dal
pensiero dell'io. Nell’io non arriviamo a percepire il principio che ci motiva
ad agire; per cui il più delle volte, nel pensiero del nostro io, agiamo per
abitudine, senza rendercene conto. Invece con Dio non si agisce mai per
abitudine, con Dio ci vuole la percezione cosciente perché Dio non è in
noi per abitudine.
Tiziana; La
maggior parte delle volte, nelle motivazioni del mondo, ci si sente
giustificati.
Luigi: Questo
senso di giustificazione viene dal fatto che per noi il mondo è la realtà:
siamo materialisti. Se la realtà mondo ci giustifica, noi ci sentiamo a posto
perché siamo approvati dagli altri. Infatti, quando c'è qualcosa che non va,
andiamo a confidarlo ad uno e all'altro, perché cerchiamo conferme, e se il
fratello ci approva siamo a posto; ma non ci rendiamo conto che abbiamo
scambiato l'altro per Dio, per un idolo, come realtà. Noi dobbiamo trovare la
nostra giustificazione in Dio; se Dio non ci approva, anche se tutto il mondo
ci dicesse: “bravo!”, nella nostra coscienza non ci sentiamo a posto, il tarlo
non ce lo toglie nessuno. Nessuno! Perché Dio abita dentro di noi. Se Dio
non ci approva, noi non siamo in pace.
Raffaella: “Chi opera la verità viene alla luce...”,
cosa vuol dire giungere alla luce?
Luigi: Vuol dire
giungere a conoscere la verità. Operare la verità vuol dire ubbidire all'annuncio,
alla parola di Dio. La parola di Dio ci propone una meta: la conoscenza di Dio
prima di tutto. La luce che arriva a noi è una proposta, non è la verità, è
proposta di verità. Se noi aderiamo a questa proposta, cominciamo a fare la
verità, cominciamo a camminare verso la meta. Fare la parola di Dio non vuol
dire darsi da fare, correre per il mondo, fare apostolato, urlare, gridare a
tutti la parola di Dio; fare la parola di Dio, vuol dire realizzare quella
meta che la parola di Dio propone. La parola di Dio che arriva a noi,
arriva come proposta di un cammino, come proposta di una meta da raggiungere.
La parola fondamentale è “Non
preoccuparti del mangiare e del vestire: cerca prima di tutto Dio”. Cosa
vuol dire fare questa parola?
Mettersi a cercare il regno
di Dio senza preoccuparsi di altro. Qui facciamo le opere che ci conducono alla
luce.
“Cerca prima di tutto il regno di Dio”,
ma cosa vuol dire cercare il regno di Dio? Cos'è questo regno? Ecco, di fronte
all’annuncio uno comincia a scavare per arrivare a rendersi conto di quello che
la parola dice. La parola è di Dio, e in quanto parla di Dio non è smentibile.
Per cui, se Dio esiste, è giusto che la vita sia vissuta in questa ricerca;
non possiamo smentirlo. Quindi, se è giusto, bisogna darsi da fare per
coordinare, per programmare tutta la nostra vita in questo fine. L'intelligenza
dell'uomo si rivela proprio nella capacità di programmare tutto in un fine. Il
fine ci viene proposto, gratuitamente, giunge a noi senza di noi. Il fine
proposto richiede la nostra collaborazione; e la collaborazione, l'opera
intelligente sta nel programmare tutto in questo fine, nel non vivere da
scemi.
Raffaella: “Perché appaia che le opere giungano alla
luce”, sembra che debba apparire a qualcun'altro.
Luigi: No,
affinché appaia a noi stessi, perché siamo noi che abbiamo bisogno di entrare
nella luce. Ma affinché questa luce ci illumini, è necessario che noi facciamo
tutto secondo la parola di Dio. La parola di Dio è una lampada che si accende,
che va messa in alto per illuminare tutto nella nostra stanza, in modo che
tutto si veda in quel programma. Quindi, l’importante è che appaia a noi
stessi, tutto il resto lo fa Dio, “Non ti
preoccupare, pensa a Me, ed Io penso a tutto il resto”.
Tutte le parole di Dio vanno
sempre viste nello Spirito. Quindi, quando sentiamo parlare di “opere” di “fare”, non dobbiamo intenderlo riferito al nostro mondo materiale,
per poi “darci da fare”. Il Signore
dice a s. Francesco: “Restaura la mia
Chiesa”, e lui la restaura con i mattoni; quando poi intende queste parole
nello Spirito si rende conto che il restauro che chiedeva il Signore era a
livello spirituale. Dio opera tutto per farci entrare nel suo regno affinché
vediamo tutte le cose dal suo punto vista; per cui ci dice: “Sforzati di entrare”. Quando gli
apostoli gli chiedono: “Sono molti coloro
che si salvano?”, Gesù risponde: “Sforzatevi
voi!”; la preoccupazione deve essere questa. Sei tu che ti devi impegnare ad entrare nel regno di Dio, tutto il
resto lo fa Dio.
* * *
Mercoledì 24 agosto
2016
(cassetta di
mercoledì 24.08.1988)
“Ecco
davvero un israelita in cui non c'è falsità ...”
(Gv 1,45-51)
In quel tempo, Filippo
trovò Natanaèle e gli disse: «Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto
Mosè, nella Legge, e i Profeti: Gesù, il figlio di Giuseppe, di Nàzaret».
Natanaèle gli disse: «Da Nàzaret può venire qualcosa di buono?». Filippo gli
rispose: «Vieni e vedi».
Gesù intanto, visto Natanaèle che gli veniva incontro, disse di lui: «Ecco
davvero un Israelita in cui non c’è falsità». Natanaèle gli domandò: «Come mi
conosci?». Gli rispose Gesù: «Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto
quando eri sotto l’albero di fichi». Gli replicò Natanaèle: «Rabbì, tu sei il
Figlio di Dio, tu sei il re d’Israele!». Gli rispose Gesù: «Perché ti ho detto
che ti avevo visto sotto l’albero di fichi, tu credi? Vedrai cose più grandi di
queste!».
Poi gli disse: «In verità, in verità io vi dico: vedrete il cielo aperto e gli
angeli di Dio salire e scendere sopra il Figlio dell’uomo».
Parola del Signore
Cina: Natanaele per andare dietro a Gesù ha dovuto lasciare.
Luigi: Certo, per venire bisogna partire, per partire bisogna
lasciare; fintanto che non lasciamo tutto il nostro mondo, cioè fintanto che
non lasciamo tutto ciò che non è Dio, tutto, compresi gli angeli, tutto; fintanto
che non lasciamo tutto ciò che non è Dio, non possiamo vedere ciò che è Dio,
perché Dio si vede soltanto in Dio.
Delfina: “Vedrai
cose maggiori di queste”, vuol dire che non c’è un limite.
Luigi: Le cose maggiori sono infinite; Gesù, parlando di cose
maggiori, ci fa capire che ci sono cose minori e cose maggiori. Le cose minori
sono le cose che vengono date a tutti, sono i doni di Dio che vengono dati a
tutti per formare il desiderio delle cose maggiori. Là dove si forma il
desiderio, l'interesse per le cose maggiori si accede alle cose maggiori, alla
Città di Dio. In caso diverso si resta tagliati fuori. Per cui i doni maggiori
sono dati solo là dove sono cercati, desiderati, voluti, invocati, pregati. In
caso diverso non vengono dati. Le cose maggiori sono infinite perché sono
eterne.
Margherita:
“Rallegratevi perché i vostri nomi sono scritti nei cieli”.
Luigi: Significa che hai interesse per le cose del cielo.
Perché il tuo nome è il tuo interesse, il tuo amore. Il tuo nome è
scritto nel cielo se tu hai interesse per le cose del cielo. Il tuo nome è
scritto in terra se tu hai interesse per le cose della terra. Ognuno di noi ha
il suo nome scritto là dove ha il suo amore. Se il tuo amore è fisso in cielo,
cioè se è rivolto all'interesse per Dio, allora è scritto nel cielo; in caso
diverso è scritto sulla terra. E sulla terra subisce tutte le vicende, tutte le
erosioni degli elementi della terra. Tu puoi scrivere il tuo nome sulla sabbia,
ma arriva un'ondata di mare e te la cancella. Così sono i nostri nomi: se sono
scritti sulla sabbia, arriva un'ondata di mare e si cancellano; se sono scritti
in cielo, restano.
Mauro: Gli apostoli hanno incontrato Gesù fisicamente.
Luigi: Si, ma
non aveva scritto in fronte che era Cristo. Sai quando l'hanno trovato cosa
hanno detto? “Abbiamo trovato colui del quale hanno parlato Mosè e i
Profeti”. Quindi che cos'è che ha fatto loro individuare Gesù? Era colui
che loro portavano dentro, quello che aspettavano; in quanto avevano accolto
gli annunci dei profeti, che erano annunci di Dio. Per cui, chi aspetta Dio lo
riconosce; ma chi non aspetta Dio non lo riconosce. Cristo infatti è passato
sulle strade di Gerusalemme, davanti a tutti: alcuni l'hanno riconosciuto,
altri l'hanno mandato a morte, altri hanno detto che era un bestemmiatore,
altri hanno addirittura detto che era un demonio. Come mai? Era sempre lui, e
ha ottenuto risposte così diverse. Dipende da quello che ognuno porta dentro.
Per cui ognuno riconosce fuori, a seconda di ciò che porta dentro.
L'elemento determinante è quello che tu porti dentro di te; è quello che ti
forma la capacità di individuare. Tu riconosci una persona in quanto, in
qualche modo, la porti già dentro di te. Ma se tu non hai dentro di te niente,
ogni persona per te è sconosciuta. Quindi il principio di individuazione delle
persone, è dato da quello che portiamo dentro di noi.
Mauro: Non
riesco a capire...
Luigi: Una
persona che tu non porti dentro di te, non puoi riconoscerla; quando ti si
presenta è una sconosciuta, non sai chi sia. Cioè, tu conosci una persona in
quanto la riconosci. Cosa vuol dire riconoscere? Che già, in qualche modo, la
porti dentro di te! Per cui dici: “Ah questo qui è quello che ho già visto
ieri” e come fai a dirlo? Ieri l'hai visto per la prima volta, ora lo porti
dentro di te, e vedendolo oggi puoi dire: “Ah l'ho visto ieri”. Vedi che
hai già qualcosa dentro di te? Ma se tu non hai niente dentro di te, incontri
la persona per la prima volta e non sai chi sia. Questo ti fa capire che il
principio di individuazione delle persone (ed è il principio di identificazione
del Cristo) dipende da quello che noi portiamo dentro di noi di Dio. Quindi quanto
più noi portiamo dentro di Dio, tanto più noi abbiamo la possibilità di
riconoscere il Cristo; infatti Cristo dice: “Nessuno può venire a me se
non è attratto dal Padre”; quindi è questa attrazione del Padre che ci fa
riconoscere e dire: “Questo è il Figlio”. In caso diverso, noi non
potremmo riconoscerlo, per noi sarebbe un uomo qualunque, o un uomo che si
vanta di essere Dio, e diremmo: “Questo qui è uno che bestemmia”, oppure
che è un matto. Ma non possiamo assolutamente riconoscerlo. Il principio di
conoscenza è interiore, non è esteriore. Ognuno di noi conoscerà per quanto ha
interiorizzato. È l'anima che determina tutto. Noi non vediamo le cose con
gli occhi, ma con quello che portiamo dentro di noi. E se noi non portiamo
niente, possiamo avere gli occhi spalancati, ma non vediamo niente. Anche se
uno girasse tutto il mondo, ma dentro non avesse niente, non vedrebbe niente;
sentirebbe solo i piedi stanchi e gonfi.
Daniela: “Rallegratevi
perché i vostri nomi sono scritti in cielo” credevo che volesse dire: “Rallegratevi
perché siete amati da Dio”..
Luigi: Tu ti scopri, ti conosci amata da Dio, in
quanto hai il tuo interesse rivolto a Dio. Nel caso in cui il tuo interesse
è diverso dal Cielo non esperimenti l'amore di Dio. Anzi, esperimenti di non
essere conosciuta da Dio, di non essere compresa. Tu invochi, preghi, chiedi
aiuto e nessuno ti ascolta, e quando fai esperienza che nessuno ti ascolta
dici: “Io sono sola, non c'è nessuno che pensa a me”.
Daniela: “Vedrete
i cieli aperti e gli angeli di Dio salire e scendere sul figlio dell'uomo”,
significa che vedremo che tutto si riconduce a Cristo.
Luigi: Certo,
perché il centro di tutta l'opera di Dio è il Cristo, e Cristo è il Pensiero di
Dio. Tutte le opere di Dio sono fatte nel Pensiero di Dio, il vedere questo
è vedere il cielo aperto; il non vedere questo è essere nella notte.
Daniela: Vedremo
subito il significato delle cose.
Luigi: Si,
perché quando tu hai la possibilità, leggendo una lingua straniera, di cogliere
il pensiero che c'è in quello scritto, le cose sono aperte, hai la possibilità
di arrivare al pensiero. Quando il cielo per te è chiuso, non puoi arrivare al
pensiero.
***
Mercoledì 31 agosto
2016
(cassetta di
mercoledì 2.09.1989)
“E' necessario che
io annunzi la buona novella”
(Lc 4,38-44 )
In quel tempo, Gesù, uscito
dalla sinagòga, entrò nella casa di Simone. La suocera di Simone era in preda a
una grande febbre e lo pregarono per lei. Si chinò su di lei, comandò alla
febbre e la febbre la lasciò. E subito si alzò in piedi e li serviva.
Al calar del sole, tutti quelli che avevano infermi affetti da varie malattie
li condussero a lui. Ed egli, imponendo su ciascuno le mani, li guariva. Da
molti uscivano anche demòni, gridando: «Tu sei il Figlio di Dio!». Ma egli li
minacciava e non li lasciava parlare, perché sapevano che era lui il Cristo.
Sul far del giorno uscì e si recò in un luogo deserto. Ma le folle lo
cercavano, lo raggiunsero e tentarono di trattenerlo perché non se ne andasse
via. Egli però disse loro: «È necessario che io annunci la buona notizia del
regno di Dio anche alle altre città; per questo sono stato mandato».
E andava predicando nelle sinagòghe della Giudea.
Parola del Signore
Delfina: Fa pensare che il Signore da questa guarigione ci libera
dai lacci, dalle catene che ci tengono legati e che ci impediscono di servirlo.
Luigi: Si perché se Lui non ci libera dalle nostre febbri, noi
non possiamo servirlo. È soltanto Lui che ci libera, altrimenti ci illudiamo;
restiamo ossessionati, dominati dalle nostre passioni, dai nostri mali, quindi
non possiamo servire Dio. Poter servire
Dio è una grazia che Dio ci fa.
Marisa: “Da molti uscivano demoni gridando: Tu sei il Figlio
di Dio”; questi demoni non
sono l'io!??
Luigi: Sono l'io! Il demonio è soltanto l'io autonomo, staccato
da Dio.
Marisa: Ma in questo caso il demonio riconosce Dio.
Luigi: E infatti Gesù proibisce loro di parlare perché questa
non è conoscenza. Noi possiamo anche credere di conoscere, per sentimento, per
un motivo o per un altro, ma non è vera conoscenza. E se non è vera conoscenza,
Dio ci fa tacere. Il demonio non può conoscere, perché la caratteristica del
demonio è la non conoscenza di Dio. La caratteristica dell'inferno è
l'impossibilità di conoscere; la caratteristica del Paradiso invece è la
possibilità di conoscere. Noi nel pensiero del nostro io non possiamo conoscere
Dio; e se diciamo di conoscere siamo dei falsari. Noi ci vantiamo di conoscere
nel pensiero del nostro io, ma è una conoscenza fasulla. L'uomo orgoglioso dice
di conoscere, ma è una conoscenza non vera. Infatti Dio li fa tacere, impedisce
loro di parlare.
Marisa: “Li
minacciava e non li lasciava parlare perché sapevano che era il Cristo”.
Luigi: Dio impone loro di tacere, non li lascia parlare perché
loro ritenevano di sapere, non era un vero sapere. Perché chi conosce non può
fare a meno di amare; nel regno dello Spirito, nel regno della Verità
l'amore non è altro che conoscenza. Tanto è vero che nel cielo di Dio, non
si può peccare; perché? Perché si conosce. Chi conosce non può far a meno di
amare; il che vuol dire che l'amore è determinato dalla conoscenza. Noi
possiamo peccare perché non conosciamo sufficientemente. Infatti tante volte
diciamo: “Ho amato ma ho sbagliato!”, “Se avessi saputo”, vuol
dire che siamo in difetto di conoscenza. Facciamo delle scelte senza conoscere
e poi quando conosciamo, quando esperimentiamo, diciamo: “Ho sbagliato!”.
Diciamo: “Ho sbagliato! Mi sono sbagliato!”, perché diciamo questo?
Evidentemente perché c'è un difetto di conoscenza. Allora come abbiamo fatto la
nostra scelta? In base ad “altro”, non in base alla conoscenza; c'era di mezzo
il nostro io. Non era il motivo della conoscenza che ci ha fatto scegliere, ma
era altro, e quest'altro ci ha ingannato.
Marisa: Però il percorso della conoscenza passa attraverso il
desiderio, il sentimento...
Luigi: ...che
senz'altro ti fa deviare se lo fai prevalere. Perché quando fai prevalere il
sentimento c'è il pensiero dell'io. Alla domanda: "perché fai questo?"
Se rispondi: "perché mi piace", resti ingannata, perché l'elemento
motivante non deve essere il tuo piacere, il tuo sentire. Certo, Dio si
annuncia a te, e tu senti. Tutta la creazione è sentimento. Il sole, le stelle,
gli alberi, la natura, le creature, tutto è sentimento. Ma è Dio che si
annuncia. Dio si annuncia nel pensiero del tuo io: quindi il tuo io sente.
Sente ma non conosce. Cosa provoca questo sentire? Piacere o dolore! Succede
che tu puoi far prevalere il piacere e far diventare questo piacere, motivante
il tuo vivere. Per cui ti piace la bignola: "adesso mi faccio un magazzino
di bignole"; e vivi per avere un magazzino di bignole. Ecco l'errore!
Certo, Dio si fa sentire, ma tu devi superare il tuo sentire per cercare di
capire. cosa Dio ti vuol dire attraverso quello che ti ha fatto sentire. Non
devi lasciarti dominare, perché se ti lasci dominare c'è il pensiero del tuo io
che subentra, che si esalta. Invece devi cercare il significato, sapendo che ti
viene da Dio: “Signore che cosa mi vuoi dire di Te?”. Ci possono essere
delle parole che tu odi con piacere e allora vorresti sempre sentirtele dire
per provare piacere. Ecco l'errore! Devi passare al pensiero delle parole, non
fermarti alla sensazione che ti danno le parole.
Marisa: Tuttavia questo versetto mi rimane difficile.
Luigi: Dio si annuncia nel nostro io come annuncio, non come
sapere. Perché? Dio si fa sentire anche al demonio, si annuncia anche al
demonio. Dio essendo onnipotente si fa sentire ovunque, anche nelle tombe,
quindi anche al nostro io. Il nostro io sente, però non capisce. Però vuole
parlare, grida. Dio impedisce a noi di parlare perché il nostro parlare è
secondo una conoscenza che non è vera conoscenza. Per cui ad un certo momento
siamo impediti, non troviamo corrispondenza in Dio. Quando impone loro di
tacere, è per dire a noi che Dio non fa realtà il nostro parlare quando non
conosciamo. Per cui possiamo lavorare di fantasia e dire tanta cose
fantasiose, ma Dio non approva la nostra fantasia, facendoci constatare che non
è realtà quello che diciamo. E' Dio che non ci conferma.
Giovanna: Gesù guariva tutti gli infermi, però non poteva guarire
costoro perché dicevano di sapere.
Luigi: Certo!
Non li guariva. Impediva loro di realizzarsi. Perché la creatura si realizza
soltanto con Dio. Allora l'umile, il povero, il malato, il mendicante, la
prostituta, quelli li guarisce! Lì non ha nessuna difficoltà. La difficoltà è
nell'uomo che crede di sapere, nell'uomo ricco, nell'uomo che si vanta.
Quest'uomo, prima deve essere ricondotto alla povertà. Cristo dice: “Io non
sono venuto per i giusti”; quindi fintanto che uno crede di essere giusto,
non può incontrare Gesù, e se lo incontra lo incontra male e Dio ti impedisce
di proseguire il tuo cammino. Bisogna che tu scopra il tuo peccato, allora lì
hai la possibilità di essere guarito, di essere curato. Prima Dio ti deve
ricondurre a toccare con mano la tua povertà, la tua cecità, il tuo niente.
Quando ti avrà condotto lì, allora avrai la possibilità di aprirti
autenticamente; prima no! Cristo verso una prostituta è aperto, e la libera dai
suoi mali; ma verso un fariseo che si vanta e che crede di sapere Gesù si
scaglia dicendo: “Ipocriti, razza di vipere, sepolcri imbiancati”. Se
Gesù è venuto a portare la luce, e uno ritiene di essere già illuminato, non
può ricevere nel modo più assoluto. La tazza piena non può ricevere nulla. Se
l'altro versa va tutto per terra. Bisogna che prima la tazza si svuoti. E così
la nostra anima: prima dobbiamo renderci conto del nostro niente se vogliamo
ricevere il suo tutto altrimenti siamo nell'impossibilità di ricevere. Dio
si fa sentire nel nostro errore; ma si fa sentire, non si fa capire. Parla in
parabole affinché non capiscano, cioè capiscano di non capire. A voi è dato
conoscere, poveri, pescatori, ai margini della società, ma agli altri no, agli
altri tutto viene detto in parabole affinché non capiscano. Il capire di non
capire è la prima luce.
Venerdì 17 aprile
2015
(tratto dalla cassetta del 20.4.1985)
(Gv 6,1-15)
In quel tempo, Gesù passò all’altra riva del mare di
Galilea, cioè di Tiberìade, e lo seguiva una grande folla, perché vedeva i
segni che compiva sugli infermi. Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con
i suoi discepoli. Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei.
Allora Gesù, alzàti gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse
a Filippo: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?».
Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per
compiere. Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti
neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo».
Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: «C’è
qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per
tanta gente?». Rispose Gesù: «Fateli sedere». C’era molta erba in quel luogo.
Si misero dunque a sedere ed erano circa cinquemila uomini.
Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano
seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano. E quando furono
saziati, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla
vada perduto». Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei
cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato.
Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, diceva: «Questi è
davvero il profeta, colui che viene nel mondo!». Ma Gesù, sapendo che venivano
a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo.
Parola del Signore
Cina: Cosa vuol dire che il Signore ha fatto sedere la gente?
Luigi: Dio dice: “Fermati
e riconosci che Io sono Dio”; fintanto che siamo agitati, che siamo di
corsa non possiamo riconoscere Dio. Dio ci invita a fermarci. E se noi
diciamo che non c'è nemmeno un posto per sederci, Dio ci fa vedere che c'è
l'erba per sedersi; perché Dio ha fatto tutte le cose molto bene. Ad ognuno di
noi dà anche il posto per fermarci, anche se siamo bombardati da mattina a
sera; se stiamo bene attenti, ci accorgiamo che c'è un angolo di erba per
sederci, per fermarci. Fossero anche cinque minuti, questi sono per prendere
contatto con Dio.
Edvige: “Dove possiamo
comprare il pane per sfamare tanta gente? Diceva così per metterli alla prova”,
in che senso per metterli alla prova?
Luigi: Per preparare la loro mente a capire quello che Lui
stava per fare. Prima Dio deve farci capire che con i mezzi umani non possiamo
risolvere il problema. Dio continuamente ci mette alla prova, cioè ci fa
toccare con mano che con tutto il nostro darci da fare non riusciamo a
risolvere i problemi. Il giorno in cui questi problemi si risolveranno
diremo: “Qui c'è la mano di Dio, perché
quando mi sono dato tanto da fare, non sono riuscito a risolvere niente”.
Dio ci mette alla prova facendoci prima sperimentare con i nostri mezzi il
fallimento, per farci testimoniare che umanamente non possiamo risolvere il
problema.
Il giorno dopo Cristo dovrà far riflettere i suoi
discepoli: “Non vi ricordate quello che è
successo ieri?”; come dire: “Se la
cosa è stata possibile, è perché c'è stata l'opera di Dio”.
Paola: Gesù si serve di quello che abbiamo.
Luigi: Certo, l'importante è mettere a disposizione: fosse
anche un bicchier d'acqua, fosse anche un semplice pensiero, cinque minuti. L'importante
è mettere a disposizione ciò che abbiamo.
Pina: Abbiamo sempre bisogno di miracoli per credere. Dio
tiene un dialogo continuo con noi per farci capire.
Luigi: Non bastano i miracoli; quello che apre la nostra mente
non è il miracolo. Quello che apre la nostra mente è il dialogo con Lui.
Pina: E' il capire.
Luigi: Ma è Lui che ci fa capire, se noi dialoghiamo con Lui.
Lui dialoga con noi, noi dobbiamo essere attenti a questo dialogo. Attraverso
il dialogo con Dio vediamo i miracoli e abbiamo l'intelligenza del miracolo.
In caso diverso vedessimo anche i morti risorgere non potremmo credere. Dio i
miracoli li fa tutti i giorni. E' tutto un miracolo.
Gabri: Il pane che Lui ci dà è quello che ci fa crescere.
Luigi: E' il pane da assimilare, perché noi viviamo di ogni
parola che esce dalla bocca di Dio. La realtà del nostro mondo è tutta
parabola di Dio che deve essere intesa nello Spirito di Dio; quindi la
realtà è segno di un'altra Realtà ben più importante. Se pensiamo che la realtà
terrena è la vera realtà, vuol dire che non cogliamo l'anima delle cose.
Pinuccia: Ma a noi Dio dà il pane spirituale, ma materialmente no.
Luigi: Ce lo lascia mancare?! Anche il dolore è pane! Anche
il male fisico è un pane per la nostra anima!
Pinuccia: Oggi ho messo tutto nelle sue mani, ma non so se domani
ci riuscirò.
Luigi: “Ad ogni giorno
basta il suo affanno” dice Gesù; non preoccuparti del domani. Dobbiamo
cercare di capire ogni giorno quello che Dio ci manda, se non lo capiamo
facciamo pasticci. Ma tutto è pane! Il
suo pane è anche il dolore che mi fa patire oggi: è pane per la mia vita. Tutto
quello che Dio ci manda, ce lo manda per la nostra vita, per alimentarci, per
non lasciarci disoccupati, senza lavoro, o senza cibo. Quindi tutto quello che
accade durante la giornata è sempre cibo di vita ed occupazione per la nostra
anima.
Pinuccia: Ma quando Dio ci fa sentire il dolce, dopo non
accettiamo più l'amaro.
Luigi: Prima di tutto noi non sappiamo quali passi Dio ci
voglia far fare, dove voglia condurci; il più delle volte ci illudiamo di
essere già arrivati alla meta: “io mi
fermo qui perché qui sto bene” e Dio ci dice: “Non sei ancora arrivato, hai ancora tanta strada da fare!”. Ora, il
cammino Dio ce lo fa fare più attraverso le cose che non ci sono gradite, che
attraverso le cose che ci sono gradite. Le cose che ci sono gradite ci
illudono, ci fanno “sedere sull'erba”,
dove si sta bene; ma il Signore ci dice: “Non
sei ancora arrivato alla meta”. Per questo, ogni tanto, ci toglie la sedia
di sotto e ci dice: “Devi ancora camminare”.
Questo perché Dio ci vuol far camminare! Noi non sappiamo dove Lui ci vuole
condurre, non ci rendiamo conto. Quando saremo arrivati alla meta Lo
ringrazieremo: “Signore, ti ringrazio per
tutte le volte che mi hai spronato a camminare, perché altrimenti io sarei
ancora là, seduto sull’erba!”.
* * *
Mercoledì 7
settembre 2016
(cassetta di
mercoledì 13.09.1989)
(Lc 6,20-26)
"In quel tempo, Gesù, alzàti gli occhi verso i suoi
discepoli, diceva:
«Beati voi, poveri,
perché vostro è il regno di Dio.
Beati voi, che ora avete fame,
perché sarete saziati.
Beati voi, che ora piangete,
perché riderete.
Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi
insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio
dell’uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate perché, ecco, la vostra
ricompensa è grande nel cielo. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri
con i profeti.
Ma guai a voi, ricchi,
perché avete già ricevuto la vostra consolazione.
Guai a voi, che ora siete sazi,
perché avrete fame.
Guai a voi, che ora ridete,
perché sarete nel dolore e piangerete.
Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti
agivano i loro padri con i falsi profeti»".
Parola del Signore
Delfina: Le beatitudini sono completamente all'opposto del mondo.
Luigi: Bisogna dimenticare noi stessi, perché chi pensa a se
stesso non può conoscere Dio. Nel pensiero del nostro io non possiamo conoscere
Dio: Dio si conosce soltanto nel Pensiero di Dio, in suo Figlio. Nel pensiero
del nostro io non possiamo conoscere Dio nel modo più assoluto, perché il
pensiero del nostro io pensa a cose finite e non si può fare il passaggio dal
finito all'infinito. Soltanto se l'Infinito viene a noi da a noi la possibilità
di passare all'infinito. Ma noi nel pensiero del nostro io non possiamo
passare: “Dove Io sono voi non potete venire”. Non c'è nessuna
concessione possibile: “Dove Io sono voi non potete venire”. Chiuso! Nel
pensiero dell'io non si può. È soltanto con il superamento del pensiero del
nostro io che si può. Ma noi possiamo fare il superamento del nostro io
soltanto se l'Altro parla a noi, e quest'Altro deve essere Dio. Perché fintanto
che sono gli uomini a parlare, non fanno altro che riproporci i nostri
problemi, infatti gli uomini sono il nostro specchio, e non ci salvano. Abbiamo
bisogno di un Altro, e quest'altro deve essere Dio che viene a parlare a noi e
che ci da la possibilità, ascoltandolo, di dimenticarci.
Giovanna: Il vero povero è colui che riconosce il suo niente.
Luigi: Il vero povero è colui che ha bisogno di qualcosa;
povero dello spirito è colui che ha bisogno dello Spirito. Colui che
patisce perché gli manca qualche cosa è povero. Se uno non patisce perché gli
manca la conoscenza di Dio non è povero, anche se è uno straccione. Il vero
povero, colui che appartiene al regno di Dio, è colui che patisce perché non
conosce Dio, e piange, si lamenta perché non conosce Dio. Non gli importa di
tutto il resto, ha solo bisogno di conoscere Dio. Quello è il povero di Dio,
perché soffre di non conoscere. Uno che
soffre perché non è capace di amare, appartiene all'amore.
Silvana: “Beati gli operatori di pace perché saranno chiamati
figli di Dio” si intende la pace che viene da Cristo; ma cosa vuol dire
operatore?
Luigi: Colui che fa, che cerca quest'armonia con Dio. Tu puoi
essere in pace con il mondo e avere l'inferno dentro. Non si intende la pace
con il mondo, perché la pace deriva dall'accordo. Finché tu cerchi un accordo
con il mondo, vai d'accordo con il mondo per le finalità del mondo. Il mondo ti
approva e tu sei in pace, ma la pace del mondo, quella esterna, non ti dà la
pace interna.
Tu puoi essere d'accordo con tutte le persone fuori, ma
se in casa tua sei in conflitto con una persona, non basta che tu sia in
armonia con gli altri, in quanto tutte le volte che sei in casa ti trovi in
conflitto con questa persona. Noi siamo
abitati da Dio, quello che veramente conta è la pace con Dio, è l'accordo
con Dio, l'armonia con Dio. Perché se abbiamo l'armonia dentro, allora anche di
fuori a poco per volta veniamo assorbiti da questa pace. Però se tu hai la pace
fuori, ma dentro no, puoi anche abitare in una casa d'oro ma essere disperata;
la casa d'oro fuori non basta per compensare questa disperazione interiore: tu
corri a buttarti giù dal ponte.
Se tu hai la pace dentro, puoi abitare in una baita, ma
canti da mattina a sera, perché sei in unione con Dio. Quindi quello che
veramente conta è cercare questa unione con Dio. E questa armonia con Dio poi
riesce ad espandersi su tutto e su tutti.
Teresa: Non si può dire bene di una persona perché è solo buona?
Luigi: Buono è
solo Dio. “Perché mi chiami buono?” dice il Signore? E Lui era Dio. Pensa
un po'. Il giovane ricco non sapeva che Gesù era Dio, e gli dice: “Maestro
buono” e Gesù risponde: “Perché mi chiami buono? Solo Dio è buono”:
è Parola di Dio. Il che vuol dire che quando noi diciamo “buono” c'è qualche
cosa che non funziona.
Teresa: Ma io mi
riferivo a Madre Teresa, a qualche persona santa. “Guai a voi quando diranno
bene di voi”.
Luigi: Sì, guai, perché ti sgretolano; chi ti fa dei cuscini,
ti porta via le ali. Attenta a chi ti fa dei cuscini o ti mette le pantofole.
Pinuccia: perché dice: “Allo stesso modo facevano i loro padri
con i falsi profeti” perché dice “i loro padri”? Dovrebbe dire “i
vostri padri”.
Luigi: “Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi,
allo stesso modo facevano i loro padri con i falsi profeti”. I padri degli
uomini che dicono bene di voi. Perché i padri di costoro, dicevano bene dei
falsi profeti, lodavano i falsi profeti, battevano le mani ai falsi profeti.
Perché i falsi profeti non disturbavano le coscienze. Se uno viene e ti dice:
“Bravo, fai bene, continua così!” tu gli batti le mani, perché ti approva.
Pinuccia: “Beati voi quando diranno male di voi, rallegratevi
ed esultate perché la vostra ricompensa è grande nei cieli”. La ricompensa
è la maggior attrazione per Dio.
Luigi: Si, Dio
ricompensa attraendo.
***
Mercoledì 22 aprile 2015
(Tratto dalla cassetta del 21 aprile 1993)
(Gv
6, 35-41)
In quel tempo, disse Gesù alla folla:
«Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non
avrà sete, mai! Vi ho detto però che voi mi avete visto, eppure non credete.
Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me: colui che viene a me, io non lo
caccerò fuori, perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la
volontà di colui che mi ha mandato.
E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di
quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno. Questa infatti
è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la
vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno».
Parola del Signore
Delfina: Gesù dice: “Vi ho
detto queste cose però voi non credete”.
Luigi: L'uomo ha il compito di credere, di riconoscere in tutto
la Presenza del Signore. E se si accorge che non ha più fede in Dio, deve
cercare di recuperarla, perché se Dio dice che
è necessario credere, ce ne dà certamente la possibilità. Poi bisogna
specificare che credere non vuol dire pretendere dei segni, perché questo è
l’unico modo per perdere la fede. Credere vuol dire raccogliere, intendere
e custodire le parole che Dio ci manda. Noi nel pensiero del nostro io,
capovolgiamo le cose: pretendiamo che sia Dio a farsi credere da noi, non noi a
credere a Lui.
Delfina: Infatti il giorno dopo della moltiplicazione dei pani e
dei pesci, la gente gli dice: “Che cosa
fai tu affinché ti crediamo?”. Non si ricordavano più di quel che era
successo il giorno prima.
Luigi: Nessuno di noi si ricorda di quello che è avvenuto ieri,
di quello che Dio ha fatto, delle prove, dei
segni che Dio gli ha dato da
custodire, della fede. Dimentichiamo tutto. Vogliamo che Dio si faccia credere
da noi in ciò che oggi siamo, in ciò che oggi ci interessa. Non capiamo che
il nostro oggi è un banco di prova per noi della fede che ieri Dio ci ha affidato.
Non è la Verità che deve adeguarsi a noi, ma siamo noi che dobbiamo adeguarci
alla Verità. E' questa la giustizia che si chiede a noi; giustizia verso Dio,
quindi interiore, personale, che apre le nostre porte all'incontro con Cristo e
ci dà la possibilità di vederlo nella luce di Dio, la sua luce, e di intendere
le sue parole.
Maria: Infatti chiedono anche: “Che dobbiamo fare per compiere le opere di Dio?”.
Luigi: Gli uomini vogliono vedere l'aspetto pratico, tradurre tutto
in termini di fare, di agire, di correre, di costruire. Invece la vita
principale non sta qui, perché non c'è nessuna azione, nessun fare di uomo che
lo possa far entrare nel Regno di Dio.
Il fare voluto da Dio per gli uomini è molto diverso: è
ascoltare e intendere, è raccogliere custodire, essere fedele, è credere. Gesù
disse: «Opera di Dio è che crediate a
Colui ch'Egli ha mandato».
Agata: “Perché sono
disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha
mandato”. Il pane è il Padre che ce lo manda.
Luigi: Certo, perché nessuno, nemmeno Cristo può dare a noi
ciò che dà il Padre a chi si raccoglie nel suo silenzio interiore per
ascoltarlo: l'attrazione, il desiderio di Dio. Ecco la fame. Ed ecco il
pane: “Nessuno può venire a Me se non è
attratto dal Padre” dice Cristo. Nessuno può mangiare questo pane se non è
attratto da Dio. Ad ognuno sarà dato secondo la sua fame: incontreremo il
Cristo nella misura in cui Dio ci attrae. Nessuno può mangiare il pane di Dio
se non ha fame di Dio. Cristo è il pane di Dio disceso dal cielo per la vita
dell'uomo; ma la misura del nostro incontro con Cristo dipende dalla misura
con cui noi ci raccogliamo nell'ascolto del Padre. Questo ascolto, questa
attenzione è un problema personale: lo devi contemplare tu, nel segreto della
tua stanza, fra te e Lui solo.
Bruno: Quindi è dall’attrazione del Padre che dipende
l’incontro col Cristo.
Luigi: Si, perché di qui nasce la misura con cui andrai a
Cristo e lo ascolterai e lo potrai capire. Allora tutte le mattine, cerca il
pane per soddisfare la tua fame interiore e Dio te lo farà trovare. Allora
capirai che il pane del cielo per la vita dell'uomo è la persona stessa di
Cristo che si offre ad essere scoperta, conosciuta, amata, perché vedrai che
Cristo è Colui che risponde alla tua fame di Dio.
Bruno: Per questo ad un certo momento tutti coloro che sono
attratti dal Padre, che di conseguenza hanno incontrato il Cristo,
constateranno: “Tu solo hai parole di
vita eterna”.
Luigi: Si, la tua anima ad un certo momento individuerà: “Questo è il pane disceso dal cielo”; a
quel punto capirai che la persona di Cristo è sul vertice
dell'universo ed è sul vertice della vita di ogni uomo: il punto di
contatto tra il cielo e la terra, l'anello di collegamento tra il tempo e
l'eternità, tra ciò che passa e ciò che non passa, tra ciò che si vede e ciò
che non si vede: il punto di infinito attraverso il quale il tempo viene
ricuperato nell'eternità. Qui l'uomo acquista la coscienza della presenza di
Dio e della presenza del suo Spirito in tutto e di conseguenza sperimenterà
tanta fiducia e tanta libertà nel suo animo.
Bruno: Invece noi sperimentiamo solo l’inquietudine.
Luigi: Si, perché c’è qualcosa in noi che ha il potere di
cancellare ogni aspetto positivo da tutto ciò che ci circonda e che su tutto
stende un velo grigio di tristezza: è proprio la fame essenziale che non trova
il suo pane e che ci conduce all’esaurimento e alla morte. È questa fame
che rende inquieto l’uomo nel mondo e che trasforma la terra in un luogo nel
quale non si può riposare fintanto che non trova il suo pane.
* * *
Mercoledì 14
settembre 2016
(cassetta di
mercoledì 14.09.1989)
“Bisogna che sia innalzato il figlio dell'uomo ...”
(Gv 3,13-17)
Delfina: “Nessuno
è mai salito al cielo fuorché il Figlio dell'uomo che è disceso dal cielo”.
Questa frase vuol farci capire che se non saliamo al cielo per partire dal
Padre non possiamo discendere per vivere la verità?
Luigi: Certo, però noi non possiamo salire se Uno non discende
dal Cielo: la salvezza viene da chi discende non da chi sale. Quindi se dal
cielo di Dio non viene Uno a noi a parlarci di Dio non possiamo giungere a
conoscere Dio; noi non siamo salvati dalle nostre opere, neanche dal nostro
salire al Cielo, siamo salvati da Uno che viene dal Cielo.
Delfina: Si, però se noi non saliamo al Padre...
Luigi: Ma è Gesù che ci porta! È Lui che ci porta al Padre! Poi
dal Padre possiamo discendere e discendendo vediamo tutte le cose alla luce del
Padre. Però noi non possiamo salire al Padre se non viene Uno a parlarci del
Padre. Quindi noi siamo salvati attraverso l'ascolto di Uno che viene dal
Cielo e che mi parla delle cose del Cielo. Perché parlandomi delle cose
del Cielo me le fa desiderare (prima di tutto), perché noi non possiamo
desiderare le cose che non vediamo; noi possiamo desiderare soltanto le cose
che vediamo. Per desiderare un vestito, prima lo devo vedere; magari lo
sogno, ma per me non esiste. E' necessario che qualcuno mi presenti il vestito;
se me lo presenta, può darsi che in me si formi il desiderio. E formandosi il
desiderio, mi informo sul prezzo e su come fare per avere il denaro per
comprarlo: è tutta una conseguenza. Ma tutto deriva dal fatto che uno mi ha
fatto vedere l'abito in vetrina. Con Dio è lo stesso: bisogna che ci sia
Qualcuno che mi fa vedere le cose che ancora non vediamo, che ce ne parli. Ora,
Lui per parlarcene le deve vedere; infatti Gesù viene dal cielo, ci parla di
Dio, della Verità, delle cose secondo Dio. Parlandoci, forma in noi la
possibilità di desiderare. Dunque se in noi c'è desiderio, c'è attrazione, vuol
dire che già Qualcuno ce ne ha parlato.
Se io vedo un campo desidero il campo, se vedo una
creatura, desidero la creatura: il nostro desiderio è sempre una conseguenza di
quello che vediamo. Per desiderare ciò che non vediamo bisogna che ci sia
Qualcuno che vede quelle cose che noi ancora non vediamo; deve venire e
parlarcene, e parlandocene susciti in noi il desiderio di arrivare a vedere.
Delfina: Quando vediamo la creazione e pensiamo che Qualcuno l'ha
fatta...
Luigi: Tu non rifletteresti se non avessi Dio in te! Tu non
puoi pensare che Qualcuno l'ha fatta se Qualcuno non si fosse già annunciato a
te. Il cane vede il filo d'erba come lo vediamo noi, però non si mette a pensare.
Come mai non si mette a pensare come noi? Perché non si chiede: “Chi ha
fatto il filo d'erba?”? Tutt’al più ci si strofina contro. Perché c'è
questa differenza tra il cane, il gatto e noi? Cosa c'è di diversità? Ad un
certo momento muoiono loro e moriamo a anche noi, che cosa c'è di diversità tra
loro e noi? Evidentemente c'è Qualcuno in noi che non c'è nel cane e nel gatto.
Ora, è questo Qualcuno che si annuncia a noi che forma in noi il problema. Per
cui noi alziamo gli occhi e ci chiediamo: “Ma chi l'ha fatto? Perché l'ha
fatto?” incominciamo a sentire il “perchè”. Che diversità c'è tra un
bambino ed un gatto? Ad un certo momento il bambino comincia a chiedere:
“Perché?”; il gatto non ti chiederà mai “perché?”.
Franco: Soltanto il Figlio Unigenito può discendere.
Luigi: Si, discende solo chi vede. Cosa vuol dire cielo? Cielo
è la Verità. Soltanto chi vede la Verità discende. Nessuno lo obbliga a
discendere. Chi discende e parla a me la verità, dà a me la possibilità di salire.
Altrimenti io non posso salire.
Franco: All'inizio di tutto c'è il Figlio che viene e si
incarna, sennò il cielo è chiuso.
Luigi: Chiuso, noi siamo finiti; tu non puoi passare dal
numero all'infinito. È soltanto l'infinito che assorbe il finito, il finito non
può fare il salto nell'infinito. Tu, per quanto corri per il mondo, anche
se vai sulla luna o sui pianeti, non riuscirai mai ad arrivare all'infinito.
L'infinito non si attinge correndo sempre di più; l'infinito si attinge fermandosi e pensando. L'infinito si attinge
soltanto con il pensiero e con il Pensiero di Dio. In un primo tempo si va ad
esplorare l'Africa, l'America, ecc., poi il mondo diventa rotondo e ti ritrovi
di nuovo al punto di partenza. Oppure l'uomo va sulla Luna, su Marte e si ritrova
sempre da capo.
Non bisogna correre. Fermati, vai a Villafalletto (casa
di preghiera), l'infinito si attinge attraverso il pensiero, e il Pensiero di
Dio. L'infinito non si attinge con l'azione, né nel darsi da fare, né con il
correre. Stai fermo!
Giovanna: Il Figlio di Dio che discende dal Cielo suscita in noi
il desiderio; ma non ce l'abbiamo già in noi questo desiderio?
Luigi: Non possiamo desiderare una cosa che non la vediamo.
Giovanna: Altre volte abbiamo detto che lo portiamo già in noi.
Luigi: Noi portiamo già in noi Dio, perché se Dio non fosse già
in noi non lo potremo pensare. Però noi Dio non lo vediamo, perché nel pensiero
del nostro io tu vedi l'albero, tu vedi la montagna, vedi l'acqua, senti il
tempo, fa freddo, c'è il sole: questo lo vedi, lo senti, lo tocchi. Dio non lo
vedi, non lo senti, non lo tocchi. Fintanto che noi siamo nel pensiero del
nostro io, non possiamo né vedere, né toccare, né sentire Dio, perché nel
pensiero del nostro io non conosciamo Dio. Eppure Dio c'è, tant'è vero che nel
pensiero del nostro io non possiamo dimostrare che Dio non esiste; lo subiamo,
subiamo la passione dell'assoluto, però la passione dell'assoluto la
proiettiamo verso le creature, non verso Dio; perché Dio non lo vediamo, non lo
tocchiamo. Fintanto che Dio non lo vediamo, non lo tocchiamo, abbiamo questa
difficoltà; per cui nel pensiero del nostro io desideriamo la creatura che
vediamo e non desideriamo Dio che non vediamo e non tocchiamo. Soltanto se
viene una creatura (ecco l'Incarnazione), Cristo, ma che non sia solo creatura,
perché ci deve parlare di Dio, possiamo desiderare e conoscere Dio. Perché
fintanto che abbiamo a che fare con una creatura come noi, questa ci parlerà
sempre di uomini, perché vede gli uomini come li vediamo noi.
Noi che siamo semplicemente uomini, parliamo degli altri
uomini, vediamo gli altri uomini e parliamo delle cose che vediamo e che
tocchiamo. Tutti gli altri uomini parleranno a noi degli altri uomini. Apri il
giornale e vedrai che tutti gli uomini ti parlano degli altri uomini. Prendi
Oggi, prendi Gente, prendi Epoca, fotografie, articoli che ti parlano di altri
uomini, non ti parlano di altro. Cristo non ti parla degli uomini, ti parla
del Padre, ti parla di Dio, ti parla del Regno di Dio. Soltanto Uno che viene dal
Cielo ti parla del Cielo. Parlandoti ti fa desiderare, ti dà la possibilità.
Prima di tutto giungi a dire “E' giusto quello che mi dice ”;e questo tu
non potresti dirlo se non avessi già Dio dentro di te. Parlandoti te lo fa
desiderare perché te lo presenta.
Giovanna: Mi fa scoprire quello che porto già in me.
Luigi: Certo.
Daniela: Queste letture dicono la stessa cosa: guardare in Alto.
Luigi: Certo, la salvezza viene da ciò a cui noi guardiamo. E
anche la dannazione viene da ciò a cui noi guardiamo.
Daniela: Si, anche il male si vince .
Luigi: Se è visto come opera di Dio; il serpente è opera di
Dio, se tu lo vedi nella Parola di Dio, allora quella Parola di Dio ti salva.
Il serpente come figura è un serpente, ma come significato è parola di Dio. Se
tu vedi la parola di Dio nel serpente, quella ti salva. Là dove vedi soltanto
l'opera del tuo io, quello ti danna.
***
Venerdì 24 aprile
2015
(tratto dalla cassetta del 23.4.1993)
“Come può darci la sua carne da mangiare?”
(Gv 6, 52-59)
In quel tempo, i Giudei si
misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da
mangiare?».
Gesù disse loro: «In
verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e
non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e
beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno.
Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.
Chi mangia la mia carne e
beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha
mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me.
Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e
morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».
Gesù disse queste cose,
insegnando nella sinagoga a Cafàrnao.
Parola del Signore
Cina: “Mangiare” la
sua carne vuol dire approfondire la sua parola?
Luigi: Certo, vuol dire assimilare e capire. Noi viviamo di ciò
che mangiamo: se ci nutriamo di Dio, “Dio
è Spirito e Verità e vuole adoratori in spirito e verità”, allora viviamo di Dio. Se ci
nutriamo di televisione o di parole di uomini, viviamo di mondo anche se
diciamo: “Signore, Signore” da
mattina a sera. Il Signore ti osserva in ciò di cui stai alimentando la tua
vita, di cosa ti nutri. Se il tuo alimento è Dio, è conoscere Dio, tu vivi di
Dio, allora Dio abita in te, Dio è con te. Ma se ti nutri di altro, la tua vita
è in altro. Dio si è fatto cibo di vita, non perché lo avessimo a mangiare come
pane. Dio si è fatto nostro cibo di vita affinché noi avessimo a vivere per
Lui; per dirci: “Ti devi nutrire di Me
perché io sono il tuo cibo di vita”. “L'uomo vive di ogni parola che esce dalla
bocca di Dio”. Ma questa parola che esce dalla bocca di Dio è per la tua
vita, è per farti vivere. Come dice il profeta: “Mangia questo libro e poi và ad annunciare la mia parola”.
Mangiare vuol dire capire. Assimila! Mangia le parole di Gesù! Assimilale e ti
accorgerai di vivere di Lui.
Piero: Mangiare la carne e bere il sangue vuol dire assimilare
la Croce.
Luigi: Si, la carne e il sangue rappresentano l'incarnazione.
La parola di Dio si incarna e arriva a noi: tutti si devono nutrire di questa.
Piero: Per arrivare a capire che la vita mi è stata data per
arrivare al Pensiero di Dio, devo assimilare la croce di Cristo.
Luigi: Certo, perché la morte del Cristo è la sintesi, la
conclusione. Supera te stesso, muori a te stesso e dedicati a Dio. Assimilare
la morte del Cristo vuol dire capire che dobbiamo superare il pensiero del
nostro io, il pensiero del nostro mondo, perché questa è la condizione per
poter arrivare allo Spirito.
Gabri: Perché dice sempre “carne
e sangue”?
Luigi: La carne è l'incarnazione e il sangue rappresenta il
sangue versato per noi. Nel sangue versato abbiamo un delitto: tu sei reo di
questo delitto. Dio per rendersi presente a noi che siamo schiavi dei corpi
si “fa corpo” per poter stabilire un contatto con noi. Non solo! Si fa figlio
del nostro peccato, quindi si lascia uccidere. La morte del Dio in noi è sangue
versato per noi. Nel sangue versato c’è il delitto, quindi c’è una colpa. Il
Signore dice: “Questo è sangue versato
per te”. Quindi sei tu che hai versato questo sangue, per cui sei
responsabile del sangue versato.
Sandra: Perché dobbiamo bere il sangue?
Luigi: Perché ne dobbiamo prendere coscienza. Devi essere
consapevole che questo sangue è stato versato per te. Assumitene la
responsabilità, perché questo sangue è stato versato per te. Bevilo! Bere vuol
dire assumersi la responsabilità di quello che è avvenuto. Questo fatto
stabilisce un rapporto diretto e personale con Dio, con quello che Dio ha fatto
per te. Da questo rapporto diretto nasce il dialogo da cui viene la salvezza.
La salvezza viene dal dialogo personale, diretto tra Dio e noi e tra noi e Dio.
Dio dialoga personalmente con noi, ma vuole che noi dialoghiamo personalmente
con Lui. Ed è in questo dialogo personale, non per interposta persona, che
l'anima si apre alla via della salvezza.
Pinuccia: “Come il Padre che
ha la vita ha mandato me, ed io vivo per il Padre, così anche Colui che mangia
di me, vivrà per me”; fa un paragone: come – così.
Luigi: Lui vive per il Padre perché è mandato. In quanto
mandato vive per il Padre. Quindi non viene per fare la sua volontà, ma vive
per il Padre: “Chi mangia di me, vive di
me”.
Pinuccia: Vuol dire “Chi
mangia di me è motivato da me”?
Luigi: Certo. Noi viviamo di ciò di cui ci nutriamo. Quello che
caratterizza la nostra vita è ciò a cui dedichiamo il nostro pensiero. Dedicando
il nostro pensiero ci nutriamo di ciò a cui dedichiamo il pensiero. Ognuno
di noi appartiene a ciò a cui dedica il suo pensiero. In quanto appartiene,
vive di quello. La mamma che dedica il suo pensiero al figlio, vive per il
figlio. Dedicando il nostro pensiero a Dio, finiamo per vivere per Dio. Dio si
fa oggetto nostro, cibo, alimentazione, perché dedicando il nostro pensiero a
Lui, finiamo di vivere per Lui. Diventiamo una cosa sola con Lui nella misura
in cui dedichiamo il nostro pensiero a Lui. Facciamo una cosa sola se ci
dedichiamo a Lui.
Non facciamo una cosa sola con Dio se diciamo preghiere
da mattina a sera, però dedichiamo il nostro pensiero ad altro. E lo
sperimentiamo!
Se non pensiamo Dio sperimentiamo la divisione, ci
accorgiamo che non siamo una cosa sola. Se invece dedichiamo il nostro pensiero
a Dio ci accorgiamo che c'è quell'unione. L'unione si realizza attraverso il
pensiero; anche il nutrimento avviene attraverso il pensiero.
Pinuccia: Anche se ci dedichiamo ad altre cose?
Luigi: Quello che conta è il tempo interiore; il tempo
interiore è caratterizzato da ciò a cui dedichiamo il nostro pensiero. Se tu
ami una persona, puoi fare mille lavori ma il tuo pensiero è sempre con
l'essere amato. Questo il Signore ce lo fa sperimentare, per dirci: “Vedi, quando si ama dove si l'ha il
pensiero?”. Prima Lui ci dice: “Ama
il Signore Dio tuo con tutta la tua mente, con tutte le tue forze”, poi ci
fa sperimentare come si vive nell'amore. Quindi non giustificarti dicendo: “io ho altro da fare!”, perché quando si
ama veramente uno può fare tutti i lavori di questo mondo ma il suo pensiero è
lì, e costruisce lì sopra. Quindi non c'è amore che ti possa portare via
all'intensità del pensiero. Il pensiero assorbe tutto.
Pinuccia: Quello succede quando uno è arrivato.
Luigi: Perché quando uno ama è arrivato? Ha delle tribolazioni
a non finire! Il tuo pensiero ora è dominato dall'oggetto del tuo amore!
* * *
Mercoledì 21
settembre 2016
(cassetta di
mercoledì 21.09.1989)
“Non sono venuto per i giusti ma per i peccatori...”
(Mt 9,9-13 )
Cina: Ho bisogno di misericordia e ho da avere misericordia.
Luigi: Certo, perché Dio usa misericordia nella misura in cui
noi usiamo misericordia verso tutto e verso tutti. Dio ha messo nelle nostre
mani il metro del nostro stesso giudizio: tu sarai giudicato con lo stesso
metro che avrai usato per misurare gli altri. Quindi a noi conviene, verso
tutto e verso tutti, usare un grande metro di misericordia, perché quel metro
che noi avremo usato verso gli altri, Dio lo adopererà per noi: è Parola di
Dio.
Delfina: Confronto la chiamata di Matteo con quella di Paolo;
mentre Paolo è stato buttato giù da cavallo, a Matteo è bastato dire: “Seguimi”.
Luigi: Dio, in un modo o nell'altro, sa come arrivare fino a noi,
l'importante è che quando Lui fa giungere a noi la sua parola noi partiamo. Importante non è il modo con cui Dio arriva
a farci prendere coscienza del nostro destino, l'importante è il modo con cui
noi rispondiamo a questa Parola di Dio che bussa alla nostra porta.
Domanda: “Dio
dice: misericordia io voglio e non sacrifici!”
Luigi: Dio non
vuole sacrifici. Noi il più delle volte facciamo consistere la religiosità in
penitenze, sacrifici, digiuni, rinunce, distacco: Dio vuole la conoscenza, Dio vuole
essere conosciuto. Quindi non fissarti su delle regole, il problema essenziale
non è quello. Se la prostituta di Magdala avesse detto, per avvicinare il
Signore, “Io devo far sacrifici, rinunciare, devo convertirmi, devo
cambiare” non sarebbe mai arrivata. Si è avvicinata con tutta la sua
miseria addosso, con tutti i suoi stracci. Gesù dice “Io non sono venuto per
i sani”, quindi non cercare di guarire prima di avvicinarti al Signore:
avvicinati al Signore se sei malato, se sei povera, misera, non vergognarti.
Non far consistere la tua religiosità nel “Devo purificarmi, devo liberarmi”.
Avvicina il Signore con tutta la tua miseria addosso, ma cerca Lui; ovunque tu
sia cerca Lui, comincia a pensare a Lui. Lui ti libererà da tutto. Il problema
è questo: non giudicare gli altri e non giudicare nemmeno te stesso, abbi
pazienza con te stesso. Non giudicare gli altri, e non giudicare te stesso,
pensa al Signore, Egli ti libererà. Lui che ha insegnato a noi a perdonare “settanta
volte sette al giorno” quanto più deve essere grande il suo perdono, la sua
misericordia. Quindi non aver paura.
Non bisogna aver paura di
Dio. Dobbiamo avvicinarci a Dio, sicuri che Lui ci vuole guarire. Per quello
che dice “Io non voglio sacrifici, voglio
soltanto che mi conosciate. Cerca Me e troverai tutto!”. Ma, per quanti
salti mortali noi facciamo per guarire, per curarci, per liberarci, finiamo
sempre per aggravare la nostra situazione. E anche questo è Dio che ce lo fa
sperimentare, per farci capire: “Vedi, da te pasticci soltanto! Cerca Me!”.
Cerca Lui, cerca di conoscere Lui, vedrai
che Lui farà tutto. “Pensa a Me e Io faccio tutto il resto!”, Dio dice ad ognuno di noi.
Guido: Le
persone sane non hanno bisogno del medico; però è più facile riconoscersi sani.
Luigi: E' lì il
grande guaio! Perché noi ci confrontiamo sempre con gli altri e diciamo: “Ah,
ma io non sono come l'altro!”, e mi credo migliore dell'altro, mi credo
bravo, giusto: “Signore io ti ringrazio perché sono giusto, io pago le
imposte, faccio digiuno! Non sono come gli altri che sono peccatori”,
quest'uomo è escluso, via, finito! Invece l'altro che dice “Signore, abbi
pietà di me perché sono un peccatore!” è incluso, giustificato, entra nel
Regno di Dio. Bisogna scoprire il nostro male, il nostro niente; soltanto scoprendo
il nostro niente, prendiamo contatto con il “tutto” di Dio.
Guido: Ci vuole
la grazia di Dio.
Luigi:
Solo la grazia. La grazia Dio la dà, e sovrabbonda con questa grazia, perché
Dio, il Cristo, Dio tra noi, è rivelatore della presenza di Dio in noi. Ma se
Dio è in noi, e tutta la grazia è con
Dio, con la presenza di Dio in noi
abbiamo tutta la grazia di Dio possibile.
Pensa a
Dio che è presente in te, e avrai tutta la grazia possibile per scoprire il tuo
niente e il tutto di Dio. Bisogna mettere Dio prima di tutto. Il più delle
volte noi finiamo per consumare tutta la nostra vita, tutto il nostro tempo per
pulirci.
Il
problema non è pulirti! Avvicinati a Dio anche se sei sporco, sarà Lui che ti
libererà. Quindi non siamo noi che dobbiamo realizzare una liberazione, noi
dobbiamo soltanto preoccuparci di conoscere il Signore. Dio non si vergogna di
farsi conoscere dalla creatura più misera, più povera. “Oggi sarai con me in
paradiso”, l'ha detto ad un ladrone, crocifisso con Lui, condannato a morte.
Non l’ha detto a nessun santo “Oggi sarai con me in paradiso”, e l'ha
detto a quell'uomo. Questo per dire a noi “Non vergognarti, se anche sei
crocifisso, sei condannato a morte, se ti senti già votato a morte, se ti senti
ladrone, se ti senti una prostituta, non vergognarti, avvicinati a Lui, Lui ti
libererà da tutte le tue colpe”. L'importante è stabilire questo rapporto
con Dio, ovunque ci troviamo. Non dire: “Prima mi lavo e poi mi
avvicinerò”, no! Avvicinati e Lui ti libererà.
Domanda: Che
differenza c'è tra misericordia e sacrificio?
Luigi: Usare
misericordia vuol dire non condannare, non giudicare; sacrificio vuol dire
costringere alla penitenza perché c’è
stato un peccato, una mancanza. Invece, usare misericordia vuol dire
non guardare il fratello se ha peccato, se è macchiato, ma considerarlo per la
vocazione che egli porta in sé di Dio, considera che domani sarà un santo,
che domani sarà un angelo di Dio, perché se
Dio ci mantiene in vita è per quello che noi possiamo essere con Lui. Egli
ci ama non per quello che siamo, ma per quello che possiamo essere con Lui. Dio
ci mantiene sempre aperta la speranza, non ci toglie mai il futuro. Noi
togliamo il futuro alle creature; dicendo “quell'uomo è così...” gli
togliamo la dimensione futura. Ogni peccatore ha in sé la speranza: “Domani
non farò più così”; tu non togliergli quella speranza. Quando tu lo
giudichi, gli togli la speranza perché lo fai essere secondo il tuo giudizio.
Quando noi diciamo ad un bambino “Sei un asino!”, lo facciamo essere un
asino. Quindi non giudicare. E se anche il bambino dicesse “Io sono un
asino”, devi dirgli “No! Guarda che tu domani potrai essere un sapiente,
potrai essere uno scienziato!” perché con Dio si può tutto. Dio ci ha
creati in queste tre grandi dimensioni: passato, presente, futuro. Ma
soprattutto il futuro. E dobbiamo mantenere questo futuro, in noi, ma anche
negli altri. Quindi bisogna avere questo rispetto e questa misericordia. Cristo
è venuto tra noi e non ha detto: “Sei un delinquente!”.
Cristo venendo non ci ha
guardati; comunque noi fossimo ci ha detto “Apri gli occhi: sei creato
per conoscere Dio! C'è un Padre per tutti, cerca di conoscerlo! Scopri la sua
presenza. Io ti conduco da Lui”.
Anche la prostituta l'ha
mantenuta nella speranza e l'ha liberata. Anche il ladro e il delinquente.
Anzi, ha detto: “Prostitute e ladri vi precederanno nel regno di Dio” e
l'ha detto a dei grandi sacerdoti.
***
Mercoledì 29 aprile 2015
(Tratto dalla cassetta del 16.7.1987)
(Mt
11, 25-30)
In quel tempo Gesù disse:
“Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto
nascoste queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Si, o
Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me
dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il
Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo. Venite a me,
voi tutti che siete affaticati e oppressi e io vi darò ristoro. Prendete il mio
giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e
troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio
peso leggero.
Interlocutore: La
presenza del Pensiero di Dio in noi è data dalla presenza del Padre in noi?
Luigi: Si,
infatti il Padre ha dato tutto al Figlio; quindi nel Figlio c’è il Padre.
Il Figlio è il “luogo” del Padre. Quindi se
noi vogliamo trovare Dio lo dobbiamo cercare nel suo Pensiero.
Interlocutore: Possiamo
dire che il Figlio in noi è generato dalla presenza del Padre?
Luigi: In noi il
Verbo è generato dalla presenza del Padre; siamo chiamati ad una generazione
consapevole, perché certamente non ci rendiamo conto di questa generazione del
Verbo di Dio in noi, che è generato dalla presenza del Padre. Il Figlio non
è stato generato, “è” generato, perché Dio è fuori dal tempo. La
generazione è continua. E noi partecipiamo a questa generazione in quanto la
capiamo.
In noi Dio è “soltanto” un
luogo per poter trovare Dio, perché Dio si conosce soltanto nel suo Pensiero.
Quindi Dio ci fa capire che esiste questo luogo. Ma conosceremo “chi è”,
“cos'è” questo luogo, soltanto quando il Padre ci farà vedere quello che Lui
genera.
Interlocutore: Gesù
dice: “Tutto mi è stato dato dal Padre
mio”.
Luigi: Si, ci fa
capire che il vero, grande tesoro lo rivela soltanto ai piccoli, cioè soltanto
a coloro che sono consapevoli del loro nulla. Fintanto che uno si gonfia, non
può entrare nel regno di Dio.
Interlocutore: Non si
può conoscere il Figlio se non siamo attratti dal Padre.
Luigi: “Nessuno può venire al Padre se non per
mezzo di me”. Quel “Me” è il Verbo che parla con noi. Quindi giungiamo a
conoscere il Padre, ascoltando il Verbo che parla, non parlando. Quando dice: “Nessuno può venire al Padre se non per
mezzo di me”, quel “Me” è: “Sono io
che parlo con te”. Per cui è come se dicesse: “se tu non ascolti Me non puoi arrivare a
conoscere il Padre”, è il passaggio obbligato.
Interlocutore: “E colui al quale il Figlio lo voglia
rivelare”. Qual è la condizione? È la volontà del Figlio?
Luigi: “Il Figlio non fa niente se non lo vede fare
dal Padre”, quindi tutte le operazioni del Figlio hanno la loro ragione nel
Padre. Infatti il Figlio glorifica il Padre in quanto attribuisce tutto di
sé al Padre; quindi l’iniziativa è del Padre. Non solo, ma dice: “…coloro ai quali Lui vuole rivelarsi..”,
quindi presso Dio c’è libertà, nessuno ci costringe. Dio è assoluto cioè non
subisce condizionamenti. Per cui tutto ciò che noi riceviamo, lo riceviamo come
dono d’amore; Dio non è obbligato! Se ci dà della luce, o se ci dà il suo
Pensiero in noi è dono d’amore suo, non è merito nostro. Non possiamo
pretendere assolutamente niente! Quando riceviamo una luce da Dio è dono
libero, è Dio che liberamente ce l’ha voluta dare: è un dono d’amore. E coloro
che sono con Dio operano altrettanto liberamente, non sono condizionati;
nessuno li costringe, operano per amore, quindi liberamente.
Interlocutore: Dio si
rivela indipendentemente dalla volontà della creatura.
Luigi: Si rivela
indipendentemente, però prima di rivelarsi indipendentemente, chiede la
partecipazione della creatura, perché soltanto nella misura in cui la creatura
partecipa, può portare questo dono; altrimenti non è capace a portare questo
dono. Arriverà un momento in cui Dio si rivela, però questo può creare un
inferno nella creatura. Allora prima di creare l’inferno, cerca di creare il
paradiso.
Interlocutore: Dio vuole
rivelarsi a tutti.
Luigi: A tutti. Tutti noi portiamo in noi un tesoro, che è
il Pensiero di Dio. Il Pensiero di Dio lo portiamo tutti in noi. Non tutti
attingono al Pensiero di Dio.
Interlocutore: Perché
non tutti possono attingere? Allora non c’è giustizia.
Luigi: Non c’è
giustizia! C’è solo amore! Dio vuole che tutti attingano al Pensiero di Dio,
però si deve formare un desiderio specifico. Il più delle volte questo
desiderio lo disperdiamo in altri desideri. Perdiamo il desiderio, perdiamo la
nostra anima. La nostra anima è desiderio di Dio. Perdiamo la nostra anima
proprio perché moltiplichiamo i desideri del mondo. Moltiplicando gli amori
perdiamo la capacità di amare.
Interlocutore: Quindi
Dio si rivela a tutti, poi dipende se noi siamo preparati.
Luigi: No, prima
che Lui si riveli noi dobbiamo essere preparati. Perché se aspettiamo che Lui
si riveli senza essere preparati diventa un inferno, perché non possiamo
sopportare la presenza di Dio. La verità può diventare inferno per noi, se
non siamo capaci di portarla.
Interlocutore: “Ti benedico o Padre, Signore del cielo e
della terra…”
Luigi: Creatore
di tutte le cose visibili e invisibili. Noi dobbiamo “dire bene” (benedire
significa “dire bene”, dire che Dio è buono), perché Dio solo è buono, cioè dobbiamo
riconoscere che Lui è buono. Noi diciamo che una cosa è buona quando è
appetibile, desiderabile: Dio solo è desiderabile, Dio solo è l’oggetto del
nostro desiderio. Quindi quanto più noi benediciamo Dio, tanto più desideriamo
Dio, diciamo che Dio è buono. Diciamo che Dio è buono in quanto s’è fatto
oggetto del nostro desiderio.
* * *
Mercoledì 28
settembre 2016
(cassetta di
mercoledì 30.09.1988)
“Ti seguirò
ovunque tu vada ...”
(Lc 9,57-62 )
Cina: Questa parola mi invita a fare conto su Dio.
Luigi: Certo, invita a non voltarci indietro, perché chi si volta
indietro non è fatto per il regno di Dio.
Delfina: "Il Figlio
dell'uomo non sa dove posare il capo", cosa vuol dire spiritualmente?
Luigi: Non devi far conto su altro, devi far conto soltanto su Dio,
sul suo Spirito. Non far conto su altro, perché fintanto che fai conto su altro
non puoi lasciarti guidare dallo Spirito. Fintanto che dici “io credo in Dio,
io amo Dio”, solo perché Dio ti fa andare bene tutte le cose, non sei pronta.
Nella Bibbia troviamo il diavolo che dice “E'
facile per Giobbe avere fede; prova un po' a toccarlo poi t'accorgi se continua
ad aver fede!”; c’è dunque una fede fragile che si sostiene solo sui doni
di Dio. Per esempio: io desidero la caramella e il Signore mi manda la caramella,
allora dico “Signore come sei buono” e prego Dio e canto da mattina a sera
“Signore sei buono, Signore sei buono!” e credo di avere tanta fede; ma è una
fede fasulla, che nasce dall’essere stato soddisfatto. Di una persona che mi
soddisfa io dico che è buona. Ma in questo modo non entro nel regno di Dio!
Franca: Gesù viene proprio per portarci in questo infinito, ma
dice le cose come devono essere.
Luigi: Fintanto che noi poniamo delle condizioni all'amore,
non possiamo entrare nell'amore, assolutamente. Fintanto che noi poniamo le
condizioni, non possiamo entrare.
Franco: Gesù dice che non ha un luogo su cui posare il capo.
Luigi: Cioè, il nostro punto di riposo, di pace, di sicurezza
deve essere Dio, solo Dio. Fintanto che noi abbiamo altre sicurezze, non siamo
ancora pronti per questa avventura dell'incontro con la verità di Dio.
Andrea: Bisogna sempre avere questa disponibilità verso Dio.
Luigi: Si, non dobbiamo mai fermarci alle nostre impressioni,
ai nostri sentimenti, ai nostri giudizi, ma cercare sempre il Pensiero di Dio
nelle cose. Tutto è dono ed è un dono gratuito.
Andrea: Anche le sberle che mi ha dato sono un dono.
Luigi: Certo, se tu cerchi di capire il significato superi
anche la sberla stessa!
Marco: Mi colpisce molto la chiamata molto semplice di Gesù: “Seguimi!”.
Luigi: E' nettissima, non ti fa dei complimenti. Le esigenze
sono queste, anzi fai bene i conti a tavolino perché le esigenze sono queste,
sappi renderti conto.
Margherita: Non essere adatti al regno di Dio è quando ci
volgiamo al passato e non accettiamo quello che Dio ci presenta.
Luigi: Non siamo adatti al regno di Dio quando guardiamo a
noi stessi, ai nostri problemi, quando non siamo in grado di superare i nostri
problemi. “Lasciami prima seppellire
mio padre”, “Fammi salutare quelli di casa”; ognuno di noi ha tanti
problemi, perché noi siamo fatti di problemi. Noi vorremmo sempre risolvere
prima i nostri problemi e “poi dopo vengo!”. No! Fintanto che tu dici “Lasciami
andare in pensione e poi mi occuperò di Te”, non arriverai mai ad occuparti di
Dio. Se non sei in grado di occuparti di Dio adesso, oggi, con tutti i
problemi che hai addosso, con tutte le tue questioni, stai tranquillo che non
troverai mai tempo per Dio. Anche quando Dio ti mandasse in pensione e
avessi tutto il tempo a disposizione, lo sprecheresti tutto.
O si parte con tutte le difficoltà che ci si porta
addosso, superandosi (perché Dio va messo prima di tutto, prima anche dei
nostri problemi) o non si parte più.
Franco: “La moglie i buoi,
i campi…” vuol dire usare sempre qualcos'altro come scusante al posto della
ricerca di Dio.
Luigi: Solo che noi ci scusiamo dicendo “La moglie, i buoi, i
campi me li ha dati Dio! Sono creature, me le ha date Dio e allora io vivo per
quelle!”, ecco l'errore grosso. Assolutizziamo. Quindi vivendo per-, crediamo
di fare la volontà di Dio. “Questo è il mio dovere; io non mi devo preoccupare
di cercare Dio, di conoscere Dio, perché Dio mi ha dato queste creature, quindi
questo è il mio dovere! Io devo fare prima il mio dovere!”. Ecco, dire questo è
sbagliato! Il tuo dovere è conoscere
Dio, in qualunque posizione tu sia, non devi giustificarti. Come ti
giustifichi sei fallito “Non assaggerai
la mia cena. Entreranno ciechi, zoppi, malati, poveri, peccatori, prostitute,
entreranno tutti ma tu no!”. Quindi chi si giustifica coi “i buoi, i campi, la moglie”, e sono
cose onestissime, è approvato da tutto il mondo, ma non da Dio. Dio non lo
giustifica! Fa entrare tutti gli altri “Andate
per tutte le strade, costringeteli ad entrare!”, ma costui no! E non va
inteso che Dio lo vuole escludere. E' per farci capire che fintanto che noi
crediamo di fare la volontà di Dio occupandoci di altro, siamo
nell’impossibilità di entrare.
Silvana: Maria ha detto “Si
faccia di me secondo la tua parola” non ha tentennato.
Luigi: Si, ed è proprio con questa semplicità che si ottiene
la totalità, che si concepisce Dio, che si incarna Dio in noi, cioè che si fa
esperienza della presenza di Dio. Ma ci vuole questa verginità di mente, che
è nettezza di pensiero, cioè amore unico, un pensiero messo al di sopra di
tutto. Il male è mettere qualche cos'altro al di sopra di tutto anziché Dio.
Fabiola: Dio si offre ad essere scelto da noi.
Luigi: Si offre come oggetto d'amore, perché chi si offre ad
essere scelto si offre come oggetto d'amore.
Fabiola: Quindi Gesù è molto duro...
Luigi: E' molto buono. Non vuoi essere presa? Guarda che se non
vuoi essere presa Dio ti lascia. Trovare Uno che ci prende è una meraviglia;
invece è una grande tristezza arrivare fino a sera e dire: “Nessuno mi ha
presa!”, cioè non sono stata amata. È dura trovare uno che ti ama?
Giovanna: Per andare dietro a Gesù bisogna lasciare tutto il
resto.
Luigi: Certo.
***
Venerdì 1 maggio
2015
(tratto dalla cassetta del 1.5.1985)
“Non è costui il figlio del falegname?”
(Mt 13, 54-58)
In quel tempo Gesù, venuto nella sua patria, insegnava nella
loro sinagoga e la gente rimaneva stupita e diceva: «Da dove gli vengono questa
sapienza e i prodigi? Non è costui il figlio del falegname? E sua madre, non si
chiama Maria? E i suoi fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue
sorelle, non stanno tutte da noi? Da dove gli vengono allora tutte queste
cose?». Ed era per loro motivo di scandalo.
Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in
casa sua». E lì, a causa della loro incredulità, non fece molti prodigi.
Parola del Signore
Delfina: Queste persone hanno disprezzato Gesù.
Luigi: Si, perché dicevano: “E’
il figlio del carpentiere. Chi crede di essere? Cosa succede?”. Il problema
è questo: la conoscenza che avevano di Gesù impediva loro di conoscere Gesù.
Questo vuol dire che le conoscenze che noi abbiamo ci impediscono di conoscere
la verità; noi siamo accecati dalle nostre conoscenze, da quello che noi
crediamo vero. “Io credo soltanto a ciò
che so”. Nessun profeta è bene accetto in casa sua perché in casa sua
credono di conoscerlo. Ciò che conosciamo ci chiude in un guscio e ci impedisce
l’apertura alla novità. Ora, lo Spirito di Dio è sempre una novità, il che
vuol dire che ti impegna a trascenderti in continuazione, a trascendere
anche tutte le tue conoscenze, anche ciò che tu sai. Quando dici: “questo è
impossibile” ti escludi dalla novità, ti chiudi nel vecchio e il vecchio ti
porta via tutto.
Delfina: Dobbiamo sempre tenere presente l’annuncio.
Luigi: Se non teniamo presente Dio Creatore, non facciamo altro
che etichettare tutti gli avvenimenti, i fatti, le creature che si presentano a
noi, secondo i nostri schemi. E senza accorgercene ci lasciamo sfuggire lo
Spirito di novità. Quando diciamo: “questa
pagina di Vangelo la so; quella l’ho già vista”, ci sfugge la novità! In
quanto ci arriva, se teniamo presente Dio Creatore, dobbiamo chiederci: “Come mai, Signore, mi presenti sempre
questa cosa?”, e allora ci impegniamo a cercare il significato presso Dio.
Delfina: Tocca a noi saper trovare la novità.
Luigi: Ma non la possiamo trovare senza tener presente Dio,
perché naturalmente siamo portati alla chiusura. Noi vivendo qui in terra,
perdiamo la Verità. E come la perdiamo la Verità? Cominciando a misurare quello
che ci arriva su quello che abbiamo già sperimentato, vissuto, conosciuto.
Mentre il bambino è tutto aperto alla novità, perché non ha conosciuto ancora
niente. Però man mano che cresce tende a misurare tutto quello che gli arriva
con quello che ha conosciuto. Ad un certo momento, vive solo più per quello che
ha conosciuto, e quello che gli arriva per lui non conta più niente. L’uomo
vecchio è tutto ripiegato su se stesso, è tutto rivolto al passato; vive solo
più di ricordi: “Perché il mio mondo era
così…”; ed è ciò che vale per lui. Non riceve più niente. L’uomo muore di
vecchiaia. E perché muore di vecchiaia? Perché fa le cose vecchie mentre è in
un mondo tutto nuovo, perché con Dio tutto è sempre novità. Lo Spirito di Dio è
Spirito di novità. E’ lo Spirito che fa nuove tutte le cose. Ma allora qual è
lo spirito che fa vecchie tutte le cose? È il pensiero del nostro io.
Maria: Se non teniamo presente Dio misuriamo tutto con il
pensiero del nostro io.
Luigi: Non possiamo farne a meno. E quindi ci perdiamo l’anima
di tutte le cose, perché in tutte le cose c’è novità, perché è Dio che ci sta
parlando in tutte le cose. La novità è che Dio ci parla in tutte le cose;
misurando tutto con il pensiero dell’io perdiamo l’anima.
Giovanna: Gesù percorreva i villaggi insegnando.
Luigi: Lui offre la salvezza a tutti: buoni, cattivi, giusti,
ingiusti. E come la offre? Predicando. E cosa predica? Il Regno di Dio. Dio è
Colui che regna. E’ Dio che opera tutto. Quanti hanno l’animo aperta a Dio, che
sono attratti da Dio, lo accolgono. Altri la rifiutano. Però la salvezza arriva
a tutti. L’occasione Dio la fa arrivare a tutti: “Tutti i confini della terra hanno visto la salvezza di Dio”.
Silvana: Dio fa arrivare la sua parola che stupisce, che
meraviglia, nel conosciuto.
Luigi: Dio fa arrivare la sua voce in tutto e in tutti.
Silvana: Quello che impedisce di accogliere la novità è: “Questa cosa la so già!”.
Luigi: Quello che conosci ti impedisce di conoscere. Mentre se
tu credi in Dio, superi sempre quello che conosci; sempre. Questa è una lezione
evidentissima. Le cose diventano vecchie nel pensiero del nostro io.
Quand’è che tu dici che una cosa è vecchia? Quando l’hai
già vista. Dicendo: “Questa cosa l’ho già
vista”, perdi la novità. Diventi grossolana nell’osservazione perché la
riferisci al tuo io. Se tu incontri una persona per la seconda volta dici: “Ah,
quella persona la conosco già; l’ho vista ieri”. Invece tu non l’hai conosciuta
né ieri, né oggi.
Noi ci priviamo della conoscenza perché riferiamo le cose
all’io; in questa condizione non ci interessa più conoscere, perché crediamo di
sapere. Per cui il nostro io diventa un abisso che beve tutto, che fa vecchie
tutte le cose; e facendole vecchie ci impedisce la vita. E se si presentasse
Dio diremmo: “L’ho già visto”, per
cui non ci può più interessare, non ci può più attrarre. L’io non conosce
perché si nutre di impressioni, di sentimenti di “cuore che batte”.
Pinuccia: Questi compaesani di Gesù non si sono interessati al
messaggio che recava loro Cristo, ma alla persona. Si chiedevano: “Dove ha imparato queste cose, in quale
scuola?”.
Luigi: Se non teniamo presente Dio, davanti ad un annuncio noi
chiediamo: “Chi te l’ha detto?”.
Invece noi dobbiamo sempre chiederci se
è vero o se non è vero quello che è detto. Lo dobbiamo misurare con Dio, la
misura è Dio. Non interessa: “Chi è
costui? Da dove viene? Chi pretende di essere?”; il problema che deve interessare è: “E’ vero o non è vero?”. Il fatto è che
affermare la verità richiede la nostra responsabilità, un impegno personale.
Sarebbe comodo accettare cosa dice uno, sapendo che si è laureato in una certa
università; non impegnerebbe. Impegna molto invece confrontare l’annuncio che
ci arriva con la Verità che portiamo in noi.
* * *
Mercoledì 5 ottobre
2016
(cassetta di
mercoledì 7.10.1989)
“Signore insegnaci
a pregare ...”
(Lc 11, 1-4)
Delfina: Nella
preghiera del Padre nostro diciamo “Sia fatta la tua volontà come in cielo
così in terra”, ma in cielo tutti fanno la volontà del Padre.
Luigi: Appunto, solo che noi dobbiamo fare in terra la volontà
di Dio come si fa in cielo, e non fare in terra la volontà di Dio come la
intendiamo noi. “Sia fatta la tua volontà come in cielo...”, significa
che fintanto che tu non conosci come si fa la volontà di Dio in cielo, tu
non sei capace di farla in terra; non la fai! Quindi ti invita a conoscere
“come” si fa la volontà di Dio in cielo. “Come” nel cielo di Dio si fa la
volontà di Dio; vedendo “come” si fa nel cielo, puoi, sulla tua terra, nel tuo
mondo, fare la volontà di Dio.
Delfina: Pensavo di pregare affinché anche in cielo si facesse la
volontà di Dio.
Luigi: No! E’ Dio che ti fa pregare. La volontà di Dio si fa dappertutto; siamo noi che dobbiamo imparare a
farla, soltanto noi. Quindi dobbiamo pregare Dio che ci insegni a fare la
sua volontà “come” si fa nel suo cielo. Ci invita quindi a contemplare “come”
si fa la volontà di Dio nel cielo di Dio, dove tutte le cose sono riferite a
Dio. Perché il cielo è là dove Dio è il punto fisso di riferimento, la terra
invece è il luogo in cui il punto di riferimento è l'uomo. Allora Dio ci invita
a fare sulla terra (dove il punto di riferimento è l'uomo), a fare la volontà
di Dio come si fa nel cielo (dove il punto fisso di riferimento è Dio); dunque
anche qui sulla terra, tutte le cose vanno riferite a Dio, perché soltanto così
si fa la volontà di Dio.
Delfina: Giovanni Battista come ha insegnato a pregare ai suoi
discepoli?
Luigi: Ha insegnato loro a fare la giustizia essenziale:
mettere Dio al centro. È la stessa cosa: riferisci tutte le cose a Dio, togli
il tuo io dal centro e metti Dio al centro, perché è giusto; questa è la
giustizia che dobbiamo fare.
Franca: “Gesù si trovava in un luogo a pregare” che cos'è
questo luogo?
Luigi: Gesù dice a Maria e Giuseppe: “Perché mi cercavate?
Non sapete dove io mi trovo?”. “Dove abiti?”, Gesù risponde: “Venite e
vedete!”, andarono e videro dove Lui era.
Franca: Non c'è un luogo materiale per pregare.
Luigi: Tu ti trovi là dove sei col pensiero; puoi essere in
chiesa e col pensiero essere in piazza. Quindi il luogo in cui siamo è dove noi
abbiamo il pensiero. Cristo era sempre nel Padre, abitava nel Padre, quindi
la sua preghiera è nel Padre.
Franco: C'è la preghiera affinché il Signore ci aiuti a non
cadere in tentazione.
Luigi: La preghiera è
elevazione della mente a Dio. Elevare la mente nel cielo di Dio vuol dire
pensare Dio per poter conoscere; perché se tu non pensi non conosci. Dio si
conosce soltanto nel suo Pensiero. E' soltanto attraverso il Pensiero di Dio
che tu puoi contemplare, conoscere le cose di Dio, in caso diverso non le
conosci. Ora, si prega per conoscere.
Se tu non hai interesse per conoscere, la tua preghiera è fasulla.
Perché quando tu non hai interesse per conoscere, preghi per far servire Dio ai
tuoi interessi, in modo che Dio faccia la tua volontà, che Dio pensi a te: ma
quella non è più preghiera. La vera preghiera è là dove uno ha interesse per
conoscere Dio. Allora pensa, eleva la mente, pensa a Dio per conoscere Dio.
Quando Dio mi fa arrivare una parola, un segno, un
avvenimento, devo chiedermi: “Signore, che cosa mi dici Te?”, allora mi
raccolgo in preghiera. “Che cosa mi dici di Te in questo fatto, in questo
avvenimento, in questa parola?”, emergono queste domande quando ho
interesse per conoscerLo, per capirLo. Amare vuol dire conoscere l'altro.
Allora questa diventa vera preghiera. Pregare non vuol dire ripetere mille
volte la stessa parola in un giorno, non è che con questo io abbia pregato.
Perché se tu ripeti mille volte una parola straniera, non la capisci; non
ripeterla mille volte, applica la mente per capire il significato, allora
intenderai! Ma se tu ripeti, ripeti, ripeti non arrivi a capire. Siccome il
problema è “la vita eterna sta nel
conoscere Dio come vero Dio”, la preghiera che conduce alla vita eterna
è il desiderio di conoscere. In caso diverso non c'è preghiera.
Daniela: “Rimetti a noi i
nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori”.
Luigi: Qui c'è una versione diversa dall'altra, quindi bisogna
vedere l'origine. In una versione dice “Rimetti a noi i nostri peccati, i
nostri debiti, affinché noi perdoniamo agli altri”; invece in un'altra versione
fa dipendere la remissione dei peccati dal fatto che noi li abbiamo perdonati
agli altri. Noi creature possiamo soltanto amare nella misura in cui
riceviamo amore, riceviamo luce.
Marco: Il fatto che Gesù insegna a pregare ci fa capire che
pregare è un dono, non è qualcosa di nostro.
Luigi: Certo,
noi da soli non siamo capaci di pregare! Infatti quando noi pensiamo a Dio,
pensiamo a Dio con il Pensiero di Dio, il che vuol dire che è il Pensiero di
Dio in noi che prega Dio, non siamo noi che preghiamo Dio, è Dio che prega in
noi. Se tu hai la possibilità di pensare a Dio, non devi dire “Io penso a
Dio”, ma devi dire “Dio mi visita e mi dà la possibilità di pensarlo”;
perché noi non siamo liberi di pensare. Il
pensiero è una grazia che mi viene da-. Allora, se oggi ho la possibilità
di pensare a Dio, non sono io che decido di pensare a Dio, ma è Dio che oggi
mi visita e visitandomi, mi dà la possibilità di guardarLo. Pensare vuol
dire guardare a-. Ma tu non puoi pensare una persona se quella persona non
viene a te, se non si presenta. Quindi è Dio che si presenta, e presentandosi a
te ti dà la possibilità di guardarlo, di pensarlo. E’ per questo motivo che non
dobbiamo mai dire “io, io, io! io prego, io penso!”. Dobbiamo sempre
riconoscere che tutta l'opera viene da Dio, la grazia è di Dio. Quindi, se
tu pensi, se tu preghi, riconosci la grazia di Dio, e dici: “E' Dio che oggi
mi dà la possibilità di guardarlo, mi dà la possibilità di pensarlo, mi dà la
possibilità di ricordarlo, mi dà la possibilità di capire”. Riferisci
sempre tutto a Dio. Parti sempre dall'iniziativa di Dio, non dalla tua
iniziativa. Altrimenti partendo dalla tua iniziativa ti separi da Dio, perdi il
contatto con l'iniziativa di Dio. Ora, non perdere il contatto è
sostanziale, perché soltanto nell'unione con Dio possiamo ricevere la luce.
Se partiamo su nostra iniziativa certamente perdiamo il contatto con Dio. Gesù
stesso dice “Il Padre non mi lascia mai solo perché io faccio sempre quello
che piace a Lui”; ecco, c'è sempre il rapporto “Il Figlio non fa niente
se non lo vede fare dal Padre” e
allora resta sempre col Padre, e insegna a noi come si resta nel Padre.
Se invece tu parti, anche solo con il pensiero, dicendo “Sono io che penso”,
ti separi già dalla presenza di Dio, perdi la presenza di Dio.
Marco: Il rosario dovrebbe aiutarci ad elevare la mente a Dio.
Luigi: Certo, quindi vale in quanto ti fa pensare. Ma se tu
mentre dici il rosario pensi ad altro a cosa serve il rosario? Non è che dire
la parola sia valida di per sé. La parola è valida come supporto per-. Gesù
ti fa dire “Padre nostro”, ma non perché tu lo ripeta, ma perché tu
abbia a pensare quello che stai dicendo con la bocca. Quindi Dio ti fa dire
con la bocca ciò a cui tu devi rivolgere la tua mente, per poter capire.
***
Mercoledì 6 maggio 2015
(Tratto dalla cassetta del 4 maggio 1988)
(Gv
15, 1-8)
In quel tempo, disse Gesù
ai suoi discepoli:
«Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me
non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché
porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho
annunciato.
Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso
se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la
vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché
senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come
il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano.
Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete
e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto
frutto e diventiate miei discepoli».
Parola del Signore
Cina: Noi siamo i tralci e Gesù è la vite.
Luigi: Gesù ha rivelato che gli uomini sono come tralci di una
vite. La vite è Lui stesso, Verbo di Dio. Il Padre è il vignaiolo. Ogni tralcio
che non porta frutto viene reciso e ogni tralcio che non rimane unito alla vite
secca e viene gettato nel fuoco a bruciare. Ma ogni tralcio che porta frutto
viene potato perché porti più frutto. Così Gesù ci ha rivelato il
significato di tante cose che avvengono nella nostra vita, di tante aridità, di
tanti vuoti nell’anima, di tante prove. L’uomo è un essere che è stato
creato unito a Dio e vive in quanto partecipa a ciò che Dio è, in quanto
conosce Dio. Il tralcio che non porta frutto viene reciso: allora si
esperimenta il distacco, la lontananza, l’assenza, la morte. Il tralcio non può
portare frutto da se stesso se non rimane unito alla vite; così ogni uomo se
non rimane in Cristo.
Delfina: Gesù dice:“Voi
siete purificati per la parola che vi ho annunziato”. Cosa significa?
Luigi: La Parola di Dio ci rivela quello che siamo, affinché
abbiamo a restare quello che siamo ed a ricevere ogni cosa da Dio. Dio ci è Maestro
di vita in tutto. La sua Parola parla ed opera tra noi per liberarci da tutti
quegli errori e quelle mentalità che nella nostra notte possono staccarci da
Dio e condurci alla morte. La sua Parola ci insegna ogni cosa, se restiamo in
ascolto di essa e la custodiamo nei nostri cuori, e ci libera da ogni
schiavitù.
Pinuccia: “Colui che rimane
in me porta molto frutto”. Bisogna imparare a rimanere in Lui.
Luigi: Bisogna imparare a rimanere in quel principio in cui Dio
ci ha creati uniti a Lui. Se rimane in noi quel che abbiamo udito nel
principio, anche noi rimaniamo nel Padre e nel Figlio e viviamo. Quel che
abbiamo udito nel principio è questo: “In
principio era il Verbo ed il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio”. A fondamento
della nostra esistenza c’è dunque il Verbo, la Parola di Dio. Dio parla
all’uomo in tutto e parlandogli lo fa essere, gli comunica la vita, lo rende
partecipe di ciò che Egli è. L’uomo è stato creato in ascolto di Dio, è stato
creato unito a Dio e deve imparare a restare unito a Dio in tutto, sia nel
pensare, sia nel parlare, sia nell’agire, perché egli riceve la vita
dall’unione con Dio, come un tralcio la riceve dalla vite. L’uomo non ha la
vita in sé, ma la riceve per partecipazione. Dio è il Vivente; l’uomo vive
in quanto e per quanto si mantiene unito a Dio, in quanto partecipa
all’esistenza e alla Verità di Dio. Si partecipa nella misura in cui si
conosce. La vita vera sta nel conoscere Dio.
Teresa: Gesù dice: “Senza
di me non potete fare niente”.
Luigi: L’uomo ha il potere di non tenere conto di Dio, di
dividere se stesso e le cose da Dio, di considerare ogni cosa come se fosse
autonoma da Dio. E’ il vero peccato dell’uomo. Tutto ciò che l’uomo pensa o
dice senza tener conto di Dio, lo separa dalla vita, lo svuota, lo riduce a
niente. L’uomo resta diviso da Dio da tutto ciò che egli considera, dice o
fa senza tener conto di Dio. “Chi con
me non raccoglie, disperde”, dice il Signore. Essere divisi da Dio è
partecipare nella dispersione e nella morte. La vita è comunione, la morte è
divisione, separazione. Dio vuole che l’uomo viva perché l’ha creato per la
vita; Dio vuole che l’uomo resti unito a Lui. Per questo gli ordina di non
separare nulla dal suo Pensiero e dalla sua Presenza. Egli infatti dice ad ogni
uomo: scegli la vita amando il Signore tuo Dio, ascoltando la sua voce e
tenendoti unito a Lui, poiché in Lui è la tua vita.
Pinuccia: “Rimanete in me ed
io in voi”. L’importante è rimanere in Lui.
Luigi: La vita è partecipazione a ciò che Dio è, per cui vivere
vuol dire rinnovarsi interiormente ritornando alle sorgenti, a ciò che era in
principio: un continuo ritorno alle fonti dell’Essere divino. La nostra vita
su questa terra è un pellegrinaggio spirituale prima di essere una vita fisica,
esteriore, prima di essere una vita di relazione con gli altri. I veri
grandi avvenimenti sono interiori, segreti, là dove si stabiliscono i nostri
rapporti con Dio. Si può vivere per le cose della terra, per gli argomenti del
mondo, ascoltando le parole degli uomini; e si può vivere per le cose dello
Spirito, per conoscere Dio. La vita vera non sta nel vivere per ciò che si
vede, ma per ciò che ancora non si vede. Bisogna immergersi nell’invisibile. La
vita dell’uomo è nascosta in Dio e quanto più l’uomo si occupa per conoscere
Dio, tanto più trova la sua vita. Ma c’è ancora qualcuno che crede a queste
cose?
Pinuccia: “Chi non rimane in
me viene gettato via come tralcio che si secca”.
Luigi: Creato unito a Dio, l’uomo si separa da Lui via via che
pensa, parla ed opera senza tener conto di Dio. Allora muri di divisione si
erigono sempre più massicci tra lui e Dio. L’uomo diventa infatti figlio di ciò
che pensa, di ciò che dice, di ciò che sceglie; e se non è secondo la Verità di
Dio viene portato molto lontano da Dio, dalla sua Verità e dalla sua Vita. Il
tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane unito alla vite. Chi
non raccoglie in Dio non rimane in Dio e chi non rimane in Dio non può ricevere
la vita, né la luce, né l’amore. Allora ogni giorno diventa un giorno di
allontanamento progressivo, motivo di vuoto e di morte. Senza il raccoglimento
in Dio tutto di noi e in noi perde senso, perde vita. E’ in questa fatica
silenziosa, nascosta, intima, per raccogliere in Dio e per mantenersi unito a
Dio che ogni uomo rivela la sua fede e il suo amore per Dio e per la sua
Verità; ma rivela anche la sua volontà di vivere con intelligenza.
Franca: Viviamo solo se siamo uniti a Dio.
Luigi: La vita è partecipazione, è comunione; la morte è
divisione, separazione da Dio. L’uomo da solo non vive. Ogni autonomia da Dio è
principio di morte, che l’uomo semina dentro di sé, prima tra i suoi pensieri e
poi in tutto se stesso. Separare da Dio, non tener conto di Dio, è uccidere ed
è uccidersi, è svuotarsi di vita, di significato, è seccare. L’autonomia nostra
e delle cose da Dio è separazione e la separazione è morte. Dio per darci la
vita ci ha uniti a Sé, come il tralcio è unito alla vite: ha fatto con noi una
cosa sola. Questo è il mistero centrale che ogni uomo porta con sé e in sé:
mistero che lo caratterizza e nel quale è la ragione di tutte le sue vicende e
di tutti i suoi problemi individuali e sociali. Un mistero d’amore in cui tutti
noi siamo, ci muoviamo e viviamo, di cui noi tutti ci nutriamo, anche se non
vogliamo credere; mistero di vita di cui noi tutti siamo testimoni, anche se lo
vogliamo ignorare, ma in cui dobbiamo imparare a vivere ogni giorno, se non
vogliamo diventare testimoni della morte, del vuoto, del niente che si trova
nel non tener conto di Dio.
***
Mercoledì 12
ottobre 2016
(cassetta di
mercoledì 7.10.1989)
“Guai
a voi farisei, guai a voi dottori della
legge ...”
(Lc 11, 42- 46 )
In quel tempo, il Signore
disse: «Guai a voi, farisei, che pagate la decima sulla menta, sulla ruta e su
tutte le erbe, e lasciate da parte la giustizia e l’amore di Dio. Queste invece
erano le cose da fare, senza trascurare quelle. Guai a voi, farisei, che amate
i primi posti nelle sinagoghe e i saluti sulle piazze. Guai a voi, perché siete
come quei sepolcri che non si vedono e la gente vi passa sopra senza saperlo».
Intervenne uno dei dottori
della Legge e gli disse: «Maestro, dicendo questo, tu offendi anche noi». Egli
rispose: «Guai anche a voi, dottori della Legge, che caricate gli uomini di
pesi insopportabili, e quei pesi voi non li toccate nemmeno con un dito!».
Parola del Signore
Delfina: “Guai a voi
farisei, guai a voi dottori della legge”, dice questo perché dovremmo
accettare la legge come conseguenza dell'amore di Dio?
Luigi: No, la legge non è conseguenza dell'amore; non è che
incontrando Dio, Dio mi dice: “Adesso che
sei con me, non rubare più, non uccidere più, non desiderare più”, Dio non
mi dice questo! Me lo dice prima!
Quando tu sei in cammino, ti poni il problema: “Devo stare attento a non sbagliare strada!”,
ma quando sei arrivato non ti poni più il problema di comportarti bene. Il
problema da porti quando trovi Dio è coltivare questo rapporto di amicizia, di
intelligenza, di colloquio, per cui Lui parla e tu ascolti e capisci; e più
capisci e più sei in comunione con questa Presenza. Non è la legge una
conseguenza dell'amore. Piuttosto è l'amore conseguenza della legge: l'amore nasce da una presenza. Prima di
incontrare uno, tu lo puoi sognare finché vuoi, ma non hai incontrato l'amore.
Quando hai incontrato la persona, hai incontrato l'amore. Perché l'amore viene
da una persona. Mentre la legge è una regola, che puoi anche ritenere
ingiusta, però alla quale ti devi adeguare.
Franco: Gesù dice ad ognuno di noi: “Guai...”, quando siamo in questa atteggiamento dei farisei?
Luigi: Il problema centrale è che non dobbiamo mai ritenerci
maestri, il nostro posto è quello che siamo, noi siamo allievi; il Maestro è
uno solo. Quindi, se tu sei sempre attento come allievo, sei a scuola, fai
attenzione a non disprezzare nessuno. I farisei dicono al cieco nato “Sei nato tutto intero nel peccato e vuoi
fare da maestro a noi?”. Noi siamo tutti discepoli, siamo tutti scolari. Dobbiamo
avere questa consapevolezza: noi siamo in una scuola in cui il Maestro è Dio e
parla attraverso tutti; quindi non disprezzare nessuno. Non dire: “Oh, ma questo qui è un bambino” oppure:
“Questo qui è un mendicante, un
ubriacone” non disprezzare nessuno perché Dio ti parla attraverso tutte le
sue creature, quindi mantiene una posizione di ascolto. Per cui “Guai a voi farisei, guai a voi dottori
della legge”, perché assumono una posizione di maestro; impongono,
esercitano un'autorità.
Franco: In questo modo la legge passa avanti alla presenza di
Dio che parla.
Luigi: Certo, perché chi si fa maestro impone: “Devi fare così! Devi fare cosà!”;
invece il Signore ti dice: “Io voglio la
misericordia”.
Linuccia: Dio vuole che viviamo guardandoci dentro.
Luigi: Si, bisogna sempre passare dall'esterno all'interno.
Linuccia: Noto che siamo tutti rivolti all'esterno invece di fare
introspezione.
Luigi: Si, tutte le cose che capitano intorno a noi sono
lezioni che vanno interiorizzate, perché sono lezioni per il nostro mondo
interiore. Il pensiero del nostro io ci impedisce molto di entrare dentro di
noi; perché si entra in quanto si riferisce tutto a Dio, il quale abita dentro
di noi. Cosa vuol dire entrare? Non vuol dire entrare fisicamente dentro di
noi. Vuol dire entrare nello Spirito, il quale è presente in noi, il Pensiero
di Dio, e quindi riferire tutte le cose a Lui, cercando che cosa Dio mi vuole
significare.
Giovanna: “Guai a voi che
pagate le decime e poi trasgredite la giustizia e l'amore di Dio”, se uno non
ha ancora incontrato il Cristo, si può osservare la legge?
Luigi: Si deve; non “si può”, si deve. La giustizia cosa ti
dice? La giustizia ti dice “Cerca prima
di tutto Dio con tutta la tua mente, con tutte le tue forze, con tutto te
stesso, con tutta la tua vita!”. “Cerca
Dio”, questa è l'anima di tutta la legge. Per cui se tu non rubi, non
uccidi, non commetti adulteri, non desideri la roba degli altri, non desideri
la donna degli altri, se tu non fai tutto questo ma dentro di te non hai questo
desiderio di conoscere Dio, tutta la tua vita è solo recitazione, pura
recitazione; costruisci un fariseismo, costruisci l’orgoglio, perché dici “Ah,
io quello non l'ho fatto! Io l'altro non l'ho
fatto! Signore ti ringrazio perché io non sono come gli altri che sono
peccatori, io no!”, costruisci l'orgoglio. Il Signore dice: “Tutti i comandamenti, tutta la legge, tutti
i profeti, dipendono da questo: Ama il Signore Dio tuo” cioè “Cerca la
presenza”; amare vuol dire cercare la presenza dell'altro.
Cerca la presenza di Dio con tutta la tua mente, con
tutte le tue forze, con tutto te stesso, con tutta la tua vita, cerca questo!
Questa è l'anima di tutto; e questa è la giustizia.
Ma perché devo cercare Dio? Perché Dio c'è! Perché Dio è
il Creatore, non siamo noi i creatori, è un Altro! Cerca quest'Altro! Tutta la
legge, tutta la creazione, tutta la natura, la vita nostra dice a noi: “c'è un
Creatore, c'è Uno che fa tutte le cose: cercalo!”.
Giovanna: Non basta che io dica: “Non rubo perché Dio mi ha
detto...”
Luigi: No, assolutamente no! Perché allora trasformo tutto in
regola! Se tu cerchi Dio prima di tutto, tu non rubi perché sei appassionato
per Dio. Se sei appassionato per Dio, se uno ti ruba la giacca gli dai anche
il soprabito, perché a te quello che interessa è Dio. Sono dei banchi di
prova; ma non ti preoccupi di amare il prossimo. Amare il prossimo è un
banco di prova del tuo interesse che hai per Dio. Se tu hai molto interesse
per Dio, naturalmente ti comporti verso il prossimo con amore, per rispettare
la presenza di Dio, perché il prossimo è di Dio. Nell’io ti comporti bene verso
coloro che ti sono simpatici, e coloro che sono antipatici li prendi a pedate.
Ma in Dio no!
Fabiola: Molte volte Gesù si accanisce contro questo
atteggiamento dei farisei.
Luigi: Che è il nostro atteggiamento, perché è un segno per
noi. Noi faremmo male se dicessimo: “Ah quei farisei di allora”; cerchiamo di
capire che cos'è che forma il fariseo, e il più delle volte scopriremo che
questo fariseismo ce l'abbiamo dentro di noi. Allora questo versetto è per
ognuno di noi, è lezione per noi. Il Signore non ci presenta i farisei perché
noi abbiamo a giudicare i farisei; cerchiamo di capire che cosa Dio ci vuole
significare, per evitarci di essere dei farisei. Perché noi possiamo anche illusoriamente
ritenerci a posto, proprio perché ci comportiamo come i farisei.
* * *
Venerdì 8 maggio
2015
(tratto dalla cassetta del 23.4.1993)
(Gv
15, 12-17)
In quel tempo, disse Gesù
ai suoi discepoli:
«Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato
voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri
amici.
Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi,
perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici,
perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi.
Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate
e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che
chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: che vi
amiate gli uni gli altri».
Parola del Signore
Delfina: Gesù ci dà un comandamento nuovo.
Luigi: Dio ci comanda, ci ordina di restare uniti a Lui.
Ordinandoci di rimanere uniti a Lui, ci ordina di vivere. Egli infatti è la
vita e vuole che noi viviamo. Dio ci ha creati per la vita e restare uniti a
Lui è vivere. Questa è la volontà di Dio per ognuno di noi personalmente, per
cui non preoccuparsi dell’unione con Dio è rifiutare la nostra vita ed è
andare contro la volontà di Dio. Imparare a restare uniti a Dio, a
raccogliere ogni cosa in Lui, nella sua Verità, è necessità vitale per ogni
uomo, unica cosa necessaria, senza la quale tutto è perduto.
Franca: “Rimanete nel mio
amore”.
Luigi: Invitandoci a rimanere nel suo amore, a restare uniti a
Lui, Gesù ci invita a restare sul cammino della vita. Se dunque abbiamo smarrito
la strada della vita e non sappiamo più dove essa sia, né dove andare, né che
cosa sia la vita o a che cosa possa servire questa vita che abbiamo nelle
nostre mani, ma che ci sfugge giorno dopo giorno, Gesù ci dice, non in modo
velato, incerto, nascosto, ma apertamente: "Io
sono la vita".
Pinuccia: Egli dice chiaramente a tutti: io sono la vita; chi
trova Me trova la vita.
Luigi: Di fronte alle sue parole non possiamo più “in buona
fede” ignorare che cosa è la vita. Adesso la nostra anima sa, perché ha
sentito le sue parole; e nella misura in cui stiamo con Lui, stiamo con la
nostra vita e viviamo. Dio è una ricchezza che si offre a tutti, si dà a tutti,
ovunque; come la luce del sole, e reca gioia e vita. Ma non tutti sanno
apprezzare il suo dono. Preferiscono altro. Preferiscono elemosinare la vita
dalle cose del mondo, anziché cercarla in Dio.
Giovanna: “Resterete nel mio
amore se osserverete i miei comandi”.
Luigi: Per restare con Cristo bisogna fare ciò che ci dice
Cristo, impegnarci in ciò di cui Egli ci parla. Si diventa figli di Dio facendo
ciò che vuole Dio. La vita dell’uomo è un impegno quotidiano alla
contemplazione della gloria di Dio in tutto. E’ la contemplazione della gloria
di Dio che trasforma la vita nostra in vita spirituale e fa di noi una cosa
sola con Lui e con tutte le creature, perché l’unione con Dio non dipende da
chi corre o da chi vuole, ma da Dio che usa misericordia rivelandoci la sua
gloria.
Giovanna: “Vi ho detto
queste cose affinché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena”.
Luigi: Dio parla ed opera in tutto per portarci nella gioia e
nella pienezza della vita, che derivano a noi dalla piena partecipazione alla
vita con Lui. Dio infatti è il Vivente e noi viviamo nella misura in cui
partecipiamo alla sua esistenza. Ma come possiamo partecipare alla sua
esistenza, alla sua Verità, se non Lo conosciamo?
Pinuccia: “Nessuno ha amore
più grande di colui che dà la sua vita per i suoi amici”.
Luigi: Gesù ci ha offerto la sua vita, vita del Figlio di Dio.
La vita del Figlio è il Padre. Egli ci ha offerto la possibilità di conoscere
Dio. Conoscendo si passa dalla condizione di servi a quella di amici. “Vi ho chiamati amici e non più servi,
perché vi ho fatto conoscere tutto ciò che ho udito dal Padre mio”, dice
Gesù. Così ci ha dato in Se stesso la possibilità, che è grazia, di essere suoi
amici, perché ci ha dato la possibilità di conoscere il Padre suo e di restare
con Lui in tutto. Il problema principale della nostra esistenza non sta in
ciò che dobbiamo fare, ma con chi vogliamo restare e vivere. Di qui
dipendono tutti i nostri interessi, i nostri desideri, le nostre scelte, la
nostra vita. Amare vuol dire voler
restare con uno, vivere con uno. Siamo invitati a raccogliere in Dio, a restare
con Dio. L’uomo di oggi ha la vita spezzata perché ha il suo pensiero spezzato,
diviso da Dio. Non raccoglie in Dio. L’uomo di oggi si è allontanato
terribilmente dal suo destino.
Silvana: “Sarete miei amici
se farete ciò che io vi comando”.
Luigi: L’uomo è un essere che può perdere il contatto con Dio e
disperdersi nella molteplicità delle cose considerandole staccate da Dio.
Allora cade in balìa degli avvenimenti, dei sentimenti, delle impressioni,
diventa incapace di ascoltare, di pensare, di capire e perde la vita. “Chi con me non raccoglie disperde”,
dice il Signore. Chi disperde resta disperso. L’uomo è un essere che se non
raccoglie in Dio si disperde e perde la vita. Nessuno ci può togliere la fede e
l’amore per Dio se noi stessi dentro di noi non ci allontaniamo da Lui. Anzi,
più qualcosa o qualcuno tende a portarci via, più ci fortifica nel nostro amore
e ci stringe ad esso. Le prove rendono meravigliosamente forti i veri amori,
mentre spengono gli amori non veri, superficiali. Noi ci lasciamo distrarre
da un amore solo se dentro di noi ci siamo già distratti da esso; siamo
infedeli nella misura in cui già siamo stati infedeli nei nostri cuori.
Non accusiamo dunque nessuno: è dentro di noi che
avvengono i tradimenti e si perde la fede, l’amore, la comunione con Dio. Diviso
da Dio, l’uomo cade nel convenzionale, nel formalismo, nella violenza e non può
amare gli altri. Inutile accusare strutture, istituzioni. Il problema è nel
pensiero dell’uomo, quindi è intimo, personale: conoscere Dio e imparare a
vivere con Dio. Fintanto che gli uomini non si convincono che devono ritornare
a questa vita personale, intima, non si può sperare di cambiare nulla nella
vita dell’uomo, né del mondo.
Pinuccia: “Non voi avete
scelto me, ma io ho scelto voi”.
Luigi: Non potremmo pensare Dio se Dio per primo non ci avesse
donato il suo Pensiero; non potremmo amare Dio se Dio per primo non ci avesse
donato il suo Amore; non potremmo restare con Dio se Dio per primo non fosse
venuto a restare con noi. E’ Lui il Creatore. Dandoci la possibilità di pensare
a Lui, di restare con Lui, ci ha dato la possibilità di restare nella vita. Nessuno
ci può distrarre dal nostro amore quando veramente amiamo, poiché Dio è più
forte di ogni altro esistente. Importante è non perdere dentro di noi il
contatto con Dio. Il restare con Dio, questa grazia che ci rende partecipi
della sua Verità e della Vita eterna, non è un passivo consenso, né un atto
della nostra volontà, né uno sforzo di memoria per ricordarci di Lui, ma
richiede una partecipazione libera e attiva per conoscerlo. Il problema non sta
dunque nel fare o nel non fare una cosa piuttosto che un’altra, ma sta nel
superare il pensiero di noi stessi e degli altri per pensare Dio e per
occuparci di Dio. E’ un continuo ritorno
alla sorgente dell’Essere, a ciò che era in principio. In principio era il
Verbo e la vita era la luce. Vivere non è un fare, ma un essere con qualcuno.
Essere con Dio richiede un continuo rinnovarci interiormente nella luce di Dio,
un continuo ritorno da tutte le cose e da tutti i fatti alle fonti dell’Essere
per contemplare in tutto la sua Presenza e la sua Gloria. Siamo con Dio nella
misura in cui facciamo ciò che piace a Lui. Come potrebbe fare ciò che piace a
Dio colui che non Lo conosce? E’ conoscendo che si diventa amici. “Concedimi, Signore,
di conoscere e di capire”, pregava s. Agostino. Si conosce nella misura in
cui ci si ferma ad ascoltare per capire; e per fermarci ad ascoltare Dio
bisogna lasciare tante cose per fare posto in noi a Lui. Non c’è segno, non
c’è parola, non c’è avvenimento in cui l’uomo non abbia bisogno di interrogare
Dio e di imparare da Lui. Tutto viene a noi da Dio, tutto è parola di Dio per
noi; ma ogni parola vuole che la si interroghi alla sorgente: allora diventa
luce; altrimenti ci confonde e ci disperde. Non basta ricordare; non basta
ripetere; bisogna capire. E’ nel contatto con Dio che ogni cosa acquista
significato e si illumina.
* * *
Mercoledì 13 maggio 2015
(cassetta del 11.5.1988)
“Lo Spirito di verità vi
guiderà
alla verità tutta intera...”
(Gv 16,12-15)
In quel tempo, disse Gesù ai suoi
discepoli:
«Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne
il peso.
Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché
non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le
cose future.
Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà.
Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da
quel che è mio e ve lo annuncerà».
Parola
del Signore
Cina: Non siamo capaci di portare il peso della verità...
Luigi: E' Dio che forma in noi la capacità, non siamo noi che
siamo capaci. Più ascolto Dio e più Lui forma in me la capacità di portare la
sua verità. Ma dipende da quanto mi fermo con Lui; è la tanta amicizia con Dio
che mi rende capace di portare la sua verità. È Lui che mi rende capace, non
sono io; per cui, più mi fermo con Lui, più ascolto Lui, e più si forma in me
quella capacità fino a quel livello di infinito che è necessario per portare
Colui che è infinito. E' soltanto chi è infinito allo stesso livello di
infinito che è Dio, può portare la verità di Dio. Altrimenti siamo in difetto:
il finito non può portare l'infinito, non possiamo passare dal finito
all'infinito.
Delfina: “Lo Spirito di verità che vi annuncerà le cose
future”, cosa sono le cose future?
Luigi: Noi stiamo andando tutti verso questo futuro: Dio
presente in tutto e in tutti. Dio sarà tutto in noi e tutto intorno a noi.
Attualmente noi diciamo: “Dio è in cielo, ma qui in terra ci sono tante
parole di uomini...”, ad un certo punto tutto diventa opera di Dio. A quel
punto è la verità che diventa bella; ma quando la verità diventa bella ci
chiude fuori, non la sopportiamo più; perché quando la verità diventa bella
(cioè informa tutto, perché la verità diventa ciò che è presente in tutti e in
tutti) se non siamo preparati non possiamo sopportarla, perché per poterla
sopportare dobbiamo averla in noi come desiderio, come sogno. Se non l'abbiamo
sognata, non la sopportiamo. Una persona che incontro e che non l'ho sognata,
non la sopporto, perché mi disturba.
Delfina: Allora, più non siamo preparati e più lo Spirito...
Luigi: Stiamo andando verso Dio tutto in tutti. Tutto è
opera di Dio, tutto non fa altro che glorificare Dio. È logico che, se io cerco
di glorificare me stesso, trovando tutte le creature che glorificano un Altro,
mi sento cacciato fuori, mi sento isolato, non posso far parte, resto rigettato
dal regno di Dio; sono un corpo estraneo perché tutte le creature glorificano
Dio. Perché se penso a me cerco coloro che mi dicono: “Sei bravo, sei bello,
sei in gamba”; allora io sto con le creature in quanto vedo me stesso
glorificato. Ma man mano che vivo, vedo che le creature non glorificano me, glorificano
Dio. E se io non sono con Dio mi sento cacciato fuori. Il futuro è questo:
tutte le creature glorificheranno Dio,
non noi! E se non facciamo parte di questo coro, ci sentiamo messi
fuori, non potendo partecipare. Perché Dio è la verità ed è questa che va
glorificata, noi non siamo la verità.
Delfina: Aumentando la conoscenza noi vediamo le cose sempre più
nella verità...
Luigi: Si. Ad un certo momento la verità si impone; in un primo
tempo si propone, fintanto che abbiamo la possibilità di tradire. Ad un certo
momento si impone, perché la verità è quella che è. Non sono io che faccio la
verità. E quando la verità si manifesta per quella che è, se io non l'ho messa
al centro, se ho pensato a me stesso, a glorificare me stesso, io mi trovo
sempre più scacciato dalle creature, perché le creature non mi conoscono più.
Noi ci conosceremo per quello che porteremo in noi di Dio; per quello che
avremo glorificato di Dio. Nella vita vera, ognuno di noi conoscerà l'altro per
quello che l'altro porta di Dio. Ma se uno non porta niente di Dio, resta
escluso: non è più conosciuto neanche dalle formiche.
Franco: “Tutto quello che il Padre possiede è mio”,
significa che Dio si rivela in tutta la sua pienezza in ogni sua parola.
Luigi: Perché in un primo tempo noi stiamo su in quanto abbiamo
delle creature intorno che ci sostengono. Ma arriva un momento in cui tutte le
creature non ci sostengono più: per questo devi affrettarti a camminare. È come
dire: in un primo tempo, quando hai fame prendi un pezzo di pane e la tua fame
è soddisfatta, ma arriva un momento in cui il pane non ti soddisfa più. Allora
bisogna affrettarsi, perché questo è soltanto un cibo che passa. Se Dio ti
concede (perché è una concessione) che le creature attualmente ti diano vita,
ti soddisfino, devi affrettarti a capire la loro funzione. Se invece incominci
a vivere soltanto per le creature, perché nelle creature trovi vita, arriva un
momento in cui resti tradito dalle creature stesse. Devi affrettarti a capire
il significato delle cose: tutto è un segno per imparare a trovare la tua vita
in Dio, e solo in Dio; perché ad un certo momento la tua vita sarà solo in Dio.
Teresa: Quando la verità diventa bella.
Luigi: La bellezza è l'unità nella molteplicità.
Attualmente noi siamo dominati dalla bellezza che vediamo. Una cosa è bella in
quanto ci dà una carica di vita. La bellezza non è la verità: siamo noi che
confondiamo la bellezza con la verità. La cosa bella ci carica; come è bello
essere con una persona bella! È bella in quanto mi soddisfa: questo è
effetto di ignoranza. Poi man mano che la conosco vedo che non è più bella.
Dico che è bella in quanto è lontana, ma quando è vicina non è più bella perché
non risponde più al mio desiderio, non risponde più al mio interesse. Ogni
creatura ha i suoi amori, ha i suoi fini, appartiene ad un Altro. È bella
in quanto spero che appartenga a me; man mano che la conosco scopro che
certamente non appartiene a me, perché appartiene a Dio. Ad un certo momento
questa appartenenza a Dio si rivela. Quando mi accorgo che la creatura bella
non appartiene più a me la porta della bellezza si chiude.
Teresa: Però la Verità maiuscola è bella...
Luigi: No, no la
Verità maiuscola non è bella! È bello ciò che tu vedi; la bellezza è quella che
tu vedi. La verità di per sé, Dio, non lo vedi come bello! Lo vedi bello se ti
dà la caramella, lo vedi buono perché soddisfa te. Nel pensiero del nostro io,
noi diciamo bello e buono ciò che ci soddisfa. Eva non è stata tradita dalla
verità, è stata tradita dalla bellezza e dalla bontà. Ha visto che “il
frutto dell'albero proibito era bello ed
era buono”. Nella nostra vita noi ci lasciamo guidare dal bello e dal
buono. No! Lasciamoci guidare dalla verità.
La verità non la vedi come
bella; dopo la vedrai come bella, quando sarà lei che informa di sé le cose,
poiché riconosce che tutto porta in sé il sigillo della verità, che tutto ti
parla di Dio. E' bello ciò in cui tu vedi un'unità, un pensiero che informa le
cose. Quando la verità di Dio informerà tutte le creature, allora tu vedrai
bella la verità. Ma a quel punto se non sei passata con Dio, non potrai più
sopportarla.
Noi attualmente sopportiamo
le cose perché per noi sono belle, ci piacciono a noi, non perché piacciono a
Dio. È lì l'errore! Siccome arriva un momento in cui tutte le cose, anche
quelle che piacciono a noi, piaceranno solo a Dio e non a noi, noi ci sentiremo
traditi. E questo è fatale, non c'è niente da fare. Anche se la creatura ti
dice: “Sono tutta tua, sono tutta per te” sarai ingannato, non può
essere in modo diverso. Perché la creatura, volente o nolente ti rivela che
non appartiene a te, appartiene ad un Altro. O superi il pensiero del tuo
io oppure non puoi più essere attratto da quella creatura. Infatti, in termini
estremi, morendo ti tradisce.
Mercoledì 19
ottobre 2016
(cassetta di
mercoledì 21.10.1989)
“A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto ...”
(Lc 12, 39- 48 )
Cina: Si presuppone che l'amministratore conosca la volontà del
padrone e che si riferisca a questa nell'amministrare...
Luigi: Altrimenti non amministra proprio niente, se non conosce
la volontà come fa ad amministrare, amministra secondo i suoi capricci. È
essenziale conoscere la volontà. Se tu sei amministratore di -, devi sapere
qual è l'intenzione dell'altro, quali sono gli interessi dell'altro, per
comportarti secondo quello che vuole l'altro, altrimenti ti butta fuori.
Delfina: Si aspetta il padrone in qualità di servi, però se uno
cerca di conoscere la volontà del suo padrone, non serve più l'attesa..
Luigi: Quando lo conosce l'ha già incontrato, perché
spiritualmente parlando conoscere vuol dire trovare. La verità si trova solo
conoscendola. Il giorno in cui tu conoscerai Dio l'avrai trovato. Non c'è più
l'attesa. L'attesa è per trovarlo. La verità coincide con la conoscenza. È come
se pensando ad una persona io vedessi la presenza di quella persona. Nel mondo
creato non basta che io pensi, perché anche se io penso una persona, non è che
quella persona arrivi. Nel campo dello spirito, ed è la caratteristica di Dio,
Dio basta pensarlo perché Lui sia presente. Le creature tu puoi pensarle, ma se
tu vuoi trovarle, devi correre per cercarle dove sono, altrimenti non le trovi.
E allora lavori di fantasia, perché tu credi che sia in un posto ed invece è
tutto in un altro posto. Con Dio no! Perché Dio è il presente, basta pensarlo.
Il difetto è soltanto nostro, il difetto sta nel nostro pensare. Chi pensa Dio
ha già trovato Dio. Chi pensa Dio forma una cosa sola con Dio. È arrivato. La
verità tu la trovi solo conoscendola, conoscendola l'hai trovata, non hai più
bisogno di correre.
Franca: “Vi ho chiamati amici perché vi ho fatto conoscere tutto
ciò che riguarda il Padre mio”..
Luigi: Certo, ci ha dato la sua vita. Dare la vita vuol dire
comunicare quello che per Lui è vita. La sua vita è il Padre. Lui facendoci
conoscere il Padre ci ha dato la sua vita.
Giovanna: “Il servo che conosce la volontà del padrone non ha
agito secondo la sua volontà riceverà molte percosse, chi invece non la conosce
ne riceverà poche..” ma non conoscere è colpa nostra..
Luigi: Più tu conosci e più tu ricevi bastonate, cioè soffri.
Più tu hai un'amicizia e più tu soffri per quell'amicizia. Non soffri per un
estraneo. Ma l'amicizia ti fa tribolare. Perché più uno ha un'amicizia e più
quell'amicizia richiede un certo comportamento, una certa comunicazione. Uno
che sia molto lontano da Dio dice: “Io non ho mai ammazzato nessuno”. Più tu ti
avvicini a Dio e più capisci quanta tribolazione Dio richiede. Non è che Dio si
diverta a dare le bastonate, è la sensibilità che si acuisce attraverso la
conoscenza. Quando uno è lontano è grossolano. Ma più tu penetri la conoscenza
più tu diventi sensibile. Ad un certo momento basta un pensiero che già ti fa
tribolare, perché quel pensiero non è secondo lo spirito e ti fa soffrire. Dio
è molto esigente, più tu conosci Dio e più tu scopri l'esigenze di Dio. Ti
richiede a tempo pieno, mentre una volta magari dicevi un'Ave Maria ed eri a
posto. Ad un certo punto Dio richiede molto pensiero, molto pensare. Ecco le
tribolazioni.
Daniela: Non si può ignorare o far finta di non sapere...
Luigi: Tu puoi dire: “Io non voglio vederlo” ma quando dici:
“Non voglio vederlo” l'hai visto! Non puoi dire: “Io non voglio vederlo” prima
di vederlo. Tu dici “Io non voglio vederlo” quando l'hai già visto e le cose
sono entrate, è finito! E quello già ti fa tribolare.
Marco: “Non sapete né il giorno né l'ora in cui verrà il Figlio
dell'uomo”, invece lo sappiamo, Dio viene in ogni momento e noi dobbiamo stare
attenti..
Luigi: Si, perché è Lui che sta parlando con te. “Sono io che
parlo con te”, la grande rivelazione è questa; che l'ha poi riservata ad una
pagana, ad una samaritana, ad una donna che ha avuto cinque mariti più uno. E a
nessuna creatura ha dato una rivelazione più grande: “Sono io che parlo con
te!”.
Linuccia: Ogni parola che Dio dice a noi secondo il suo disegno
crea in noi una responsabilità..
Luigi: Si infatti Gesù dice: “Se io non avessi parlato non
sarebbero in colpa” cioè che cos'è che mi rende responsabile, che mi rende
persona? È Colui che mi fa una proposta. Perché facendomi una proposta,
costringe me a dare una risposta. Ma dando una risposta, io mi assumo una
responsabilità, ecco come divento responsabile. Ma intanto mi qualifico,
divento persona. In me stesso formo il motivo per cui io dico: “Non ho tempo:
ho i buoi, i campi, la moglie, abbimi per giustificato!”.
Linuccia: Non è che uno di colpo conosca la volontà..
Luigi: No, è Dio che sta disegnando. E quando uno disegna
comincia a squadrare il foglio e poi tira le righe, e Dio fa così con noi prima
comincia a squadrarci... il problema è prendere consapevolezza di quest'opera
che Dio sta facendo con noi.
Teresa: Se veramente mi sta a cuore Colui che attendo, non mi
arrendo, anche se tarda a venire..
Luigi: Devo sapere che più io veglio, più aspetto, e più in me
si forma la capacità di restare con Lui. Se mi distraggo facilmente vuol dire
che ho poco interesse per Lui.
Fabiola: “Il figlio dell'uomo verrà nell'ora che non pensate”
perché?
Luigi: Perché non pensa. Se non penso, allora Lui arriva quando
non penso; ma se penso, tutti i momenti lo vedo, perché Dio è Colui che basta
pensarlo per averlo presente. Dio è un essere bellissimo, semplicissimo, è come
se avessi trovato l’uomo della mia vita e che basti pensarlo per averlo
presente. Tutte le creature noi le pensiamo ma non le abbiamo presenti perché
pensiamo: “Chissà se...” allora mi accorgo che lavoro di fantasia. Invece Dio,
questo essere meraviglioso, come lo penso è. Infatti Lui è. È soltanto quando
non lo penso che mi arriva all'improvviso.
Sintesi: Differenza tra “dato” e “affidato”. Il “dato” è
il dono che Dio dà a noi senza di noi, però man mano che riceviamo il dono,
dalla risposta che diamo personalmente a questo dono, otteniamo un altro dono.
“L'affidamento” è la conseguenza della risposta che io ho dato dopo aver
ricevuto il dono che mi è stato dato senza di me. L'affidamento non mi viene
dato senza di me. Se Dio vede che rispondo fedelmente mi affida il dono. Ad
esempio quando scopro che una persona è di parola, mantiene la parola, io ho
fiducia verso questa persona. Come ho fatto a scoprire questo? Dal rapporto che
ho con quella persona mi sono accorto che è fedele. Dio in un primo tempo ci fa
un dono, una proposta, se vede che noi rispondiamo, se siamo fedeli nel poco,
allora ci affida il molto. “A chi fu affidato molto sarà chiesto molto di più”,
perché più Dio ci affida cose e più siamo impegnati a tempo pieno con Dio, più
siamo “presi” da Dio.
Mercoledì 26
ottobre 2016
(cassetta di
mercoledì 26.10.1989)
"Sforzatevi di entrare per la porta stretta...”
(Lc 13,22- 30)
Delfina: “Ci sono alcuni tra
gli ultimi che saranno i primi e alcuni tra i primi che saranno ultimi”,
non dice “tutti” ma dice “alcuni”..
Luigi: Certo, perché altrimenti diventerebbe una regola e le
regole presso Dio non ci sono; perché è sempre una consapevolezza personale.
Ultimo è colui che si sente impotente, che si sente povero, che piange perché
non ce la fa, che patisce perché non è capace di amare; quindi è un fatto
personale. Non è quindi “tutti gli ultimi”, ma è quell'ultimo che personalmente
soffre. Dio ti dice “Ama il Signore Dio
tuo con tutta la tua mente, con tutte le tue forze”; davanti a questa
esigenza tu scopri tutta la tua incapacità, la tua povertà, la tua impotenza ad
amare così, e piangi. Se soffri perché non sei capace di amare, vuol dire
che appartieni già all'amore. Quell'altro che è sicuro e dice: “io faccio i miei doveri, io sono buono, io
sono giusto. Signore ti ringrazio perché sono giusto, pago le imposte, ecc.”
è fuori. Quindi lui si crede primo, e poi diventerà l'ultimo.
Delfina: Si, ma tra questi primi solo una parte si salva.
Luigi: Ma quel “alcuni”
è un fatto personale, non è un problema di massa; perché come massa possiamo
dire: “io appartengo alla categoria dei
più poveri...”, ma il problema non è di essere povero, di essere misero; il
problema è di essere consapevole della propria povertà, della propria
impotenza; quindi è un fatto personale. Quando si parla di un fatto personale,
non si parla di massa, non di gruppo, non di quantità, ma sempre si parla di un
fatto singolare.
Marco: “Sforzatevi di entrare
per la porta stretta”.
Luigi: Si, è stretta perché richiede il superamento dell'io. È
facile lasciarci andare ai nostri sentimenti, a ciò che ci piace, ma quello ci
porta alla perdizione. Invece il rapporto con Dio ci richiede il
superamento di noi stessi; e questo è molto difficile. Bisogna superare anche
quello che conosciamo, che sperimentiamo; è sempre un impegno a pensare, perché
il rapporto con Dio si svolge nel
pensiero. Ora, pensare richiede fatica; a noi verrebbe da dire: “Oggi me ne
starei volentieri seduto in un prato o in una poltrona”, invece Dio ci ha dato
questa giornata per approfondire di più qualcosa di Lui. Ecco, la porta
diventa stretta, perché richiede questo sguardo continuo a Lui.
Silvana: “Là sarà pianto e
stridore di denti quando vedrete Abramo, Isacco, Giacobbe nel regno di Dio e
voi cacciati fuori”, c'è un momento in cui si vede il regno di Dio.
Luigi: E si vede anche l'impossibilità di appartenere; ti trovi
di fronte ad una porta chiusa. Desideri entrare, ma Gesù stesso dice “Dove io sono voi non potete entrare, non
potete venire”. Quindi ti accorgi che non riesci ad entrare, ti senti
fuori. La differenza la senti, altroché! Magari siete due persone vicinissime
tra voi, l’altro contempla Dio, vede il Pensiero di Dio, tu invece non vedi
niente; e ti accorgi che l'altro vede e tu non vedi, ti accorgi che sei fuori,
che non riesci a capire, che non riesci a penetrare. Questo essere fuori è
capire che c'è qualcosa da approfondire, da conoscere, però non riesci, ti
trovi paralizzata. E’ come quando ti trovi di fronte ad una parola del
Vangelo e non capisci niente: sei davanti ad una porta chiusa. Infatti
l'inferno è caratterizzato dall'impotenza a conoscere Dio; ma si scopre, si
patisce questa impotenza a conoscere Dio. Mentre il Paradiso consiste
nell’avere la possibilità di conoscere Dio. Tutta la differenza sta lì:
possibilità e impossibilità. Non è questione di ambiente, l'inferno non è un
luogo, l'inferno è uno stato d'animo: lo stato d'animo di chi è
nell'impossibilità di conoscere Dio. Il Paradiso invece è possibilità di
conoscere Dio, di vedere la sua Presenza, di poter ascoltare Lui, di poter
colloquiare con Lui.
Giovanna: “Quando il padrone
di casa si alzerà e chiuderà la porta”, cosa significa?
Luigi: Significa che stiamo andando verso una situazione
irreversibile, e arriva un momento in cui non è più possibile passare: “Dove io sono voi non potete venire”. Si
sperimenta questa situazione. Arriva un momento in cui la parola di Dio si
sperimenta. Tra tutte le parole che Dio dice c'è anche questa: “Dove io sono voi non potete venire”, “Mi cercherete e non mi troverete”.
Questo è il punto in cui il padrone di casa si alza e chiude la porta. Non si
può passare, perché si entra nel regno di Dio ascoltando. Ma quando la cosa
cade nella tua iniziativa, è finita, tu non puoi più andare. Fintanto che tu
sei nell'iniziativa di Dio, sei con Dio, allora hai la possibilità, ascoltando
Lui, di entrare, perché è Lui che ti fa entrare. Quindi si entra ascoltando. Ma
quando si passa dalla fase ascolto, alla fase "iniziativa nostra",
per cui la cosa parte da noi, non possiamo più entrare.
Quand'è la fase dell'ascolto? Siamo nella fase
dell'ascolto fintanto che la novità arriva a noi; è un Altro che ci fa arrivare
la novità, una parola. La parola che giunge a noi ci dà la possibilità di
impegnarci, di dedicarci ad essa. Ma se non ci affrettiamo a camminare dietro
alla parola, ad un certo momento la cosa cade nella nostra iniziativa: non è
più nuova per noi. E quando non è più nuova per noi, è finita, non ci serve
più. L'acqua passata non lava più. L'acqua arriva ed è bellissima quando ti
arriva, ma se tu non la usi in fretta, l'acqua passa e non ti serve più. Resta
il ricordo in te, ma ormai l'iniziativa è tua, e di tua iniziativa non puoi entrare.
Giovanna: Ma c'è un momento in cui il Signore mi lascia fare.
Luigi: Non è che il Signore ti lasci fare, è il Signore che ti
fa arrivare la sua parola, è il Signore che parla con te. Ad un certo momento
il Signore non parla più con te. Parla con te fintanto che la parola arriva a
te come parola sua, non come parola tua, non come parola che ricordi tu, ma
come parola sua. Quando la parola è sua, ti dà la possibilità di camminare;
quando questa parola diventa tua, non hai più la possibilità di camminare.
Giovanna: Allora Lui mi dà la possibilità di camminare anche
quando sono nel mio io?
Luigi: No, perché tu hai interrotto il dialogo con Dio! Dio ti
fa arrivare la sua Parola proprio nel pensiero del tuo io, perché se Lui non
parla tu non esci dal pensiero del tuo io, il dialogo si interrompe. Se l’Altro
non parla con te, puoi fischiare da mattina a sera, ma resti nella tua
prigione; puoi fare i salti mortali, ma non esci dal pensiero del tuo io. È
come se ti tirassi su per le stringhe delle scarpe e credessi di volare; non
voli, farai dei saltetti, ma cadi sempre a terra. Quindi noi, con tutti i
nostri sforzi, giriamo sempre intorno al pensiero del nostro io e ricadiamo
sempre su noi stessi. Più dici: “Voglio
dimenticarmi” e più pensi a te stessa. È un Altro che parlando con te, ti
fa dimenticare di te: pensi soltanto a quello che l'Altro ti dice e ti sembra
di sognare, perché segui quello che l'Altro ti dice. Ad un certo momento ti
accorgi che sei tutta presa da quello che l'Altro ti dice, e quello ti libera.
È l'Altro che parlando con te ti libera. Per cui è tutto dono! Il problema
da porci è: “Sono presa dalle parole del
Cristo, dagli argomenti che il Cristo mi propone? Sono presa da Cristo? Il
Signore mi ha presa a lavorare nella sua vigna? Oppure mi rigiro sempre nei
miei pensieri?”.
***
Venerdì 15 maggio 2015
(Cassetta di venerdì 13.5.1988)
“Quel giorno non mi domanderete più nulla”
(Gv16, 20-23)
In quel tempo, disse Gesù
ai suoi discepoli:
«In verità, in verità io vi dico: voi piangerete e gemerete, ma il mondo si
rallegrerà. Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in
gioia.
La donna, quando partorisce, è nel dolore, perché è venuta la sua ora; ma,
quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più della sofferenza, per
la gioia che è venuto al mondo un uomo. Così anche voi, ora, siete nel dolore;
ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi
la vostra gioia. Quel giorno non mi domanderete più nulla».
Parola del Signore
Franco: Dio prima
o poi chiama ognuno di noi a fare questo passaggio; prima o poi ci toglierà
tutte le presenze fisiche, se non altro in punto di morte…
Luigi: Si, e
questo è per ognuno di noi: anche gli uomini sono delle madri. Appunto perché
devono dare alla luce questo “uomo nuovo”. La donna è soltanto un segno di
quello che ogni creatura deve fare, uomo o donna che sia. Perché per ogni
uomo, per ogni donna, c'è questa creatura nuova che deve nascere da Dio; è quindi
questa gestazione che deve approdare alla nascita di un uomo, di un figlio di
Dio. Per cui c'è questa gestazione per tutti. La donna è soltanto un segno di
quello che deve avvenire dentro di noi, personalmente nelle nostra anima; come
tutto, d'altronde, è segno, è specchio.
Franco: Quindi
chi passa questo momento di tribolazione è la nostra anima.
Luigi: Certo; è
la tribolazione dell'anima per giungere alla luce. Gli annunci ci rendono
“incinti”, perché tutti gli annunci sono semi, parola di Dio. Ora, la parola di
Dio che ti arriva è un annuncio di una verità che ancora non vedi. L’annuncio
però devi riceverlo; a questo punto inizia la gestazione, che conclude con una
grande tribolazione, per sfociare nella luce. L'angelo dice: “Non temere di prendere con te Maria, perché
quello che è concepito in lei è opera dello Spirito Santo”. Qui è lo
stesso: “Non temere di prendere con te il problema della tua anima, il problema
di capire” ti farà tribolare, ti amareggerà, però sfocerà con la tua nascita
nella luce. Quindi non temere di prendere con te questo seme, perché se tu temi
abortisci: è il terreno che soffoca il seme, o che lo perde.
Franco: E la
tribolazione è data dal fatto che noi abbiamo tutto un bagaglio di cose dietro;
sennò, la nascita, come la morte, non dovrebbe essere un passaggio doloroso.
Luigi: Certo.
All'inizio, come Dio ha voluto tutte le cose, la nascita non avveniva con
tribolazione. La tribolazione avviene quanto più c'è l'irrigidimento.
Anche solo per una semplice iniezione, se tu hai paura ti irrigidisci e senti
male; è questo irrigidimento, questa durezza che si forma in noi, in
conseguenza del pensiero del nostro io, che rende difficile la nascita, e ci fa
tribolare. Se noi fossimo in tutto sempre aperti, quindi se ci fosse questa
distensione con Dio, la nostra nascita avverrebbe in un processo naturale di
spiritualizzazione. Perché tutto coopera a questa nascita. Dio ha fatto
tutto l'universo molto bene per la nostra nascita spirituale. Quindi se Dio
ha fatto tutto bene, non ci dovrebbe essere questa situazione di crisi, di
tribolazione. Si tribola in quanto si è formato in noi del male, per cui la
situazione è resa più difficile. Però, con difficoltà o senza difficoltà, tu ti
devi impegnare per arrivare a questa nascita; anche se è tutta opera di Dio. La
donna non sa come faccia a nascere la sua creatura: è tutta opera di Dio; però
la donna può creare delle difficoltà, per cui tribola molto, a seconda
dell'irrigidimento. Più ha paura e più la nascita è tribolata.
Linuccia: Quando
capiamo che le cose non dipendono da noi, non siamo ancora arrivati a
Pentecoste, abbiamo paura.
Luigi: Si,
perché non siamo ancora sufficientemente convinti che tutto è nelle mani di
Dio. Se non sono convinto ho paura, perché temo di non essere all'altezza, di
non essere capace al momento opportuno. Tutto questo mi carica di paura, la
paura mi soffoca, mi fa morire.
Linuccia: Bisogna
avere fiducia.
Luigi: La fede bisogna
averla prima. “Signore, non so come tu sia presente, però so che tu ci sei, so
che tu sei in tutto e quindi mi affido a te”. Ora già dicendo: “Mi affido a te,
faccio conto su di te”, mi crea una situazione di distensione. Perché l'irrigidimento
è dato dal timore che Dio non sia presente. Noi ci accorgiamo che non siamo
mai all'altezza; che il mistero ci supera, che il mondo ci supera, che gli
avvenimenti ci superano. Ed è proprio questo senso di non essere all'altezza
che ci carica di paura. Se invece teniamo conto di Dio, allora non temiamo.
Come quel povero che diceva: “Io e la Cassa di Risparmio siamo miliardari”.
Certo! La Cassa di Risparmio ha i miliardi, invece lui è un poveraccio, ma lui
con la banca ha i miliardi. Per noi è lo stesso: siamo carichi di paura, però con
Dio siamo molto forti! E’ la forza che viene dal pensiero che Lui è presente.
Linuccia: La donna
che partorisce è un mistero, perché è obbligata a partorire nonostante non
sappia come avviene.
Luigi: Certo,
perché la donna non sa come si fa a dare la vita. Ad un certo momento c'è uno
sconvolgimento nell'organismo, è tutta una rivoluzione. E' tutto programmato da
Dio! Per cui noi subiamo gli effetti della tribolazione. Ma c'è Qualcuno che te
li fa sentire! La nascita è un avvenimento che ti sorprende. D'altronde siamo
sorpresi dagli avvenimenti tutti i giorni: il Regista è un altro! Colui che
manovra tutte le cose è un Altro! Non siamo noi! Noi subiamo gli effetti, le
conseguenze. Però questo subire ci può creare un atto di fiducia verso Dio,
e allora se lasciamo fare a Dio si crea una situazione di pace. Invece, più
pensiamo a noi, più cresce lo stato di ansia, perché c'è un compito molto
grande da affrontare, e non siamo all'altezza, e allora avvertiamo il senso di
paura.
Appendice:
La donna si completa diventando
madre. La madre si completa dando la vita ai figli. Dare la vita ai figli non
significa generarli solo fisicamente: significa soprattutto dare la vita, cioè
generarli spiritualmente. Ciò che non si completa nello spirito, si perde.
Segno di tutto ciò che
perdiamo......
Ne deriva che le madri diventano
madri morendo a se stesse e non affermando se stesse....
I figli possono essere nel mondo,
e anche perdersi nel mondo, ma le madri devono essere più forti del mondo, più
forti del mondo e della morte se vogliono essere madri e non perdere i loro
figli. Non li perderanno se saranno fedeli allo Spirito di Dio.
Maria divenne Madre di Dio non
perché generò Cristo, ma perché dopo averlo generato accettò di perderlo perché
in Lui vivesse la Volontà di Dio: con la sua offerta diventò madre anche del
suo Spirito. Essa è Madre di Dio. Maria superò tutti i suoi diritti di donna,
prima e i suoi diritti di madre, poi: accettò di morire a se stessa in tutto,
anche come madre: Figlia di suo Figlio.
(Tempo di Maria p. 102-103)
* * *
Mercoledì 2
novembre 2016
(cassetta di
mercoledì 2.11.1988)
“Questa infatti è
la volontà del Padre mio:
chiunque vede il Figlio e crede in
Lui abbia la vita eterna”
(Gv 6,37-40)
Cina: “Il Padre manda il
Figlio perché nulla vada perduto”, quel “nulla”
vuol dire che nessuno vada perduto..
Luigi: “Nulla” non va
inteso come “nessuno”, nel senso di persona. Nulla nel senso che niente,
nessuna cosa, nemmeno il filo d'erba va perduto. Non c'è niente che va perduto perché non c'è niente che sia inutile per
la nostra salvezza. Anche il filo d'erba serve per la nostra salvezza,
anche la pietruzza serve per la nostra salvezza, la formichina serve per la
nostra salvezza, tutti gli avvenimenti servono per la nostra salvezza. “E questa è la volontà di Colui che mi ha
mandato: che nulla vada perduto di quanto Egli mia ha dato, ma che lo resusciti
nell’ultimo giorno”, per cui non c'è nessun avvenimento che capiti nella
nostra giornata che possa andare perduto, cioè che sia inutile per la nostra
vita. Tutto quello che avviene, tutto quello che accade, tutto quello che
esiste è utile, perché è opera di Dio, per condurre noi al nostro fine. Sapendo
che tutto serve, dobbiamo mantenerci umili ed aperti ad accogliere tutto, anche
quello che agli occhi nostri sembra una banalità, una sciocchezza o un errore,
o un male. Accogli tutto perché un giorno ti accorgerai che nulla va
perduto, cioè tutto è servito. San Paolo ringrazia Dio, è riconoscente a Dio
per tutti gli amici, ma anche per tutti i nemici perché tutti hanno
contribuito, amici e nemici a formare in lui l’apertura verso Dio. Tutto
contribuisce; ma allora se tutto contribuisce non c'è niente che debba andare
perduto. Certamente noi scopriremo che tutto è servito e che tutto serve.
Delfina: “Tutto ciò che il
Padre mi dà verrà a me”, cioè noi andiamo al Figlio per volontà del Padre.
Luigi: Certo, noi andiamo al Figlio perché siamo attratti dal
Padre.
Delfina: Per insegnamento del Figlio arriviamo al Padre.
Arriviamo dal Padre e ritorniamo al Padre.
Luigi: Certo.
Domenico: Tutto viene recuperato in Dio solo per coloro i quali
arrivano alla conoscenza di Dio.
Luigi: Certo, altrimenti tutto va perduto e va perduto con la
responsabilità nostra. È sangue sparso invano.
Franca: “Tutto ciò che il
Padre mi dà verrà a me”, “Colui che viene a me io non lo respingerò”; da
parte nostra c'è solo il rifiuto, il no.
Luigi: Certo, perché il positivo è tutto grazia, è tutto opera
di Dio.
Giovanna: “Lo resusciterò
nell'ultimo giorno”, cosa vuol dire “ultimo
giorno”?
Luigi: Tutte le cose vanno verso un ultimo giorno, verso un
tramonto, verso una sera; tutto finisce. Tutte le creature finiscono perché
sono tutti segni di Dio; i segni di Dio sono finiti, sono limitati. Ed è in
quell'ultimo giorno che Cristo ci salva se noi crediamo in Lui. Fintanto che le
cose durano siamo nel giorno; noi siamo sostenuti dalle cose, è la presenza
delle creature attorno a noi che ci sostiene, perché noi viviamo di presenze.
Ma tutte queste presenze vanno verso una fine, verso una conclusione,
finiscono. Arriva un momento che quelle creature non ci sono più, non ci
sostengono più. Allora in quell'ultimo giorno, chi ci sosterrà? Il Pensiero di
Dio, il Figlio di Dio. La nostra salvezza è quella porta, quel passaggio
obbligato davanti al quale ci troveremo tutti. Non tutti però potranno passare.
Potranno passare da questa porta soltanto coloro che avranno creduto. Coloro
che non avranno creduto, si troveranno davanti ad una porta chiusa.
La porta si chiude in quanto i segni finiscono;
se non ho creduto all’annuncio che i segni mi offrivano, quando i segni
finiranno, mi troverò davanti ad una porta chiusa, attraverso la quale non
potrò passare.
Passo attraverso la porta in quanto ho interiorizzato, in
quanto ce l'ho dentro di me. Altrimenti ritengo che il Pensiero di Dio sia un
pensiero mio: per me non è più una realtà perché è pensiero mio; in tal caso
tutte le altre realtà sono finite, si sono concluse in una sera, e per me c'è
solo la disperazione. Disperazione nel senso che non ho un punto d'appoggio.
Quando una creatura non ha più un punto d'appoggio, entra nella disperazione,
nell'angoscia.
Noi da soli non stiamo su. In quella sera, chi ci darà
una mano? Chi ci aiuterà?
Il Pensiero di Dio, se l’abbiamo creduto. Il Pensiero di
Dio ci sostiene come presenza, in quanto è una presenza non più esterna, non
più nelle cose che finiscono, ma è una presenza interiorizzata. Non è un
atto nostro; perché se fosse un atto nostro sarebbe un'assenza e non ci
permetterebbe di passare. Noi per passare abbiamo bisogno di una presenza che
non dipende da noi. Ci sono tante presenze che non dipendono da noi, ed è tutta
la creazione che Dio ci concede data la nostra debolezza; però domani queste
presenze non ci saranno più. Le presenze fisiche ci parlano di Cristo,
dobbiamo affrettarci a scoprire in noi questa presenza spirituale; ma
questo Pensiero di Dio è una presenza che non dipende da noi, perché ci salverà
quando tutti verranno meno. E tutti vengono meno, tramontano, per condurci a
questa presenza.
Perché tutte le cose passano? Perché sono soggette al
tempo?
Tutte le cose passano per rivelarci Dio, per dar gloria a
Dio, e ci dicono: “Dovete arrivare a Dio prima
che tutto sia passato, altrimenti non avrete più la possibilità di passare”.
Se non siamo pronti, la presenza spirituale diventa ambigua, perché diciamo: “Sono io che penso o è veramente Lui che è
presente in me?”.
Giovanna: Bisogna arrivare a capire che non sono io che penso Dio
prima che arrivi quel momento.
Luigi: Certo, perché prima hai il sostegno delle cose che non
dipendono da te. Basta un filo d'erba e il filo d'erba non sei tu che lo fai;
ad un certo momento il filo d'erba non c'è più, è passato e non ti sostiene
più. E allora su che cosa ti sosterrai, se non hai più una realtà diversa da te
e in tutto sei soltanto tu che pensi? Ora, quando sei soltanto tu che pensi,
è finita: entri nell'inferno!
Giovanna: L'unica realtà che rimane è il Pensiero di Dio.
Luigi: L'unica realtà che rimane, se l'hai trovato prima,
diventa Realtà, e questa non tramonta. Perché tutte le creature di Dio
tramontano, sono finite; il Pensiero di
Dio non tramonta, però richiede che tu scopra che è Pensiero di Dio e
non pensiero tuo, prima che tutte le cose passino, cioè prima che tu muoia.
Dobbiamo imparare a morire a noi stessi, prima di morire.
***
Mercoledì 20.5.2015
(Tratto dalla
cassetta del 19.5.1993)
(Gv
17,11-19 )
In quel tempo, [Gesù, alzàti gli occhi al cielo, pregò
dicendo:]
«Padre santo, custodiscili nel tuo nome, quello che mi hai dato, perché siano
una sola cosa, come noi.
Quand’ero con loro, io li custodivo nel tuo nome, quello che mi hai dato, e li
ho conservati, e nessuno di loro è andato perduto, tranne il figlio della
perdizione, perché si compisse la Scrittura. Ma ora io vengo a te e dico questo
mentre sono nel mondo, perché abbiano in se stessi la pienezza della mia gioia.
Io ho dato loro la tua parola e il mondo li ha odiati, perché essi non sono del
mondo, come io non sono del mondo.
Non prego che tu li tolga dal mondo, ma che tu li custodisca dal Maligno. Essi
non sono del mondo, come io non sono del mondo. Consacrali nella verità. La tua
parola è verità. Come tu hai mandato me nel mondo, anche io ho mandato loro nel
mondo; per loro io consacro me stesso, perché siano anch’essi consacrati nella
verità».
Cina: “Essi non sono del
mondo come io non sono del mondo”.
Luigi: Si è di- quando si appartiene a-; per cui uno può essere
in un luogo ma non appartenere a quel luogo. Si appartiene quando si è
interessati.
E’ l'interesse per una cosa che ci fa appartenere a
quella cosa. Quindi chi ha interesse per Dio non è del mondo, come
Dio che è nel mondo, ma non appartiene al mondo. Chi invece si interessa delle
cose del mondo, appartiene al mondo. Ognuno di noi appartiene a ciò a cui
rivolge il suo interesse, perché è l'interesse che ci fa appartenere.
Delfina: “Consacrali nella Verità;
la tua parola è verità”, in che cosa consiste?
Luigi: Consiste nella dedizione a-. Quando uno si dedica ad una
cosa, viene consacrato a quella cosa; dedicandoci, occupandoci di Dio ci
consacriamo a Dio. “Occupati della verità” in modo da trovare un campo di
lavoro nella verità. Durante il giorno, a seconda di quello di cui ci
occupiamo, ci consacriamo. Se durante il giorno penso ad una cosa, consacro
la mia mente a quella cosa.
Pinuccia: “Per loro io
consacro me stesso”, cosa vuol dire?
Luigi: Tutto quello che fa Gesù, come Verbo incarnato, lo fa
per gli uomini! Lui non ha bisogno di consacrarsi, perché è Figlio di Dio. Tutto
quello che fa Gesù come Verbo incarnato lo fa per gli uomini affinché possano
essere consacrati nella Verità; affinché non siano consacrati a vivere per
un uomo.
Giovanna: Gesù prega il Padre: “Custodiscili
nel tuo nome”...
Luigi: …affinché il Padre li mantenga uniti a Sé, perché tutto
dipende dal Padre. Gesù è il Figlio di Dio, quindi essendo Figlio fa dipendere
tutto dal Padre. Altrimenti Lui non sarebbe più Figlio del Padre, ma sarebbe il
Padre. Invece Gesù è il Figlio del Padre e in quanto è Figlio del Padre, fa
dipendere tutto dal Padre; e insegna a noi come si vive da figli di Dio: si
vive tutto nell'iniziativa di Dio.
Teresa: “Custodiscili nel
tuo nome affinché siano una cosa sola”.
Luigi: Gesù dice: “Prima,
quando c'ero io, li custodivo io. Adesso me ne vado, perché se non me ne vado
lo Spirito Santo non può venire”, e allora li affida al Padre affinché sia
il Padre a custodirli. Per cui se io so che c'è una persona che è in grado di
custodirmi, guardo a quella persona: guardando ad una persona sola, formo una
cosa sola con quella persona.
Franca: Che differenza c'è tra l'essere custoditi dal Padre ed
essere custoditi dal Figlio?
Luigi: “Fintanto che io
ero con loro, li custodivo io” dice Gesù. Siccome noi tendiamo sempre a
disperderci, Lui ha la funzione di raccoglierci come il cane del pastore che
raduna le pecore. Questa è l'opera che il Figlio di Dio svolge nel mondo. E
come ci custodisce? Quando Gesù parlava della sua passione e morte, i discepoli
pensavano a se stessi, al primato di fianco a Gesù. Ecco la dispersione. E Gesù
continuamente li richiama: “Di che cosa
parlavate per strada?”, “Una cosa
sola è necessaria”, li richiama al continuo superamento del proprio io. Li custodisce in quanto li mantiene
sempre uniti al fine. Lui in continuazione fa quest'opera di raccoglimento,
di riconversione nell'unico fine: “Sei stato creato per conoscere Dio!
Occupati di conoscere Dio! Non perdere tempo!”, ecco l'opera di
riconversione. Però arriva un momento in cui anche Lui deve andarsene, perché
se Lui non se ne va lo Spirito di Verità non può venire. Perché lo Spirito
di Verità viene dal Padre, non viene dal Figlio. Quindi per evitare che
l'anima si disperda, l'affida al Padre. Le dice: “Guarda al Padre perché è Lui che ti custodisce. Se tu non guardi il
Padre non puoi essere custodita e ti disperdi. Tanto più che viene a mancare la
mia Presenza”.
Pinuccia: Quindi l'opera del Padre è diversa dall'opera del
Figlio, perché Gesù dice che è necessario che se ne vada.
Luigi: E' necessario che Lui se ne vada affinché noi non
guardiamo più a Lui, ma a guardiamo al Padre; perché dobbiamo prima di tutto
ricevere la conoscenza di Lui dal Padre, cioè la novità del Figlio di Dio che
nasce dal Padre. Quindi prima noi siamo con Lui, perché Lui ci parla del Padre,
ma non lo conosciamo come Figlio di Dio (non possiamo conoscerlo perché “soltanto il Padre conosce il Figlio”).
Quindi per completare la sua opera, Gesù ad un certo momento se ne deve andare.
Quindi l'opera del Padre è diversa dall'opera che svolge il Figlio.
* * *
Mercoledì 9
novembre 2016
(cassetta di
mercoledì 9.11.1987)
“... e scacciò tutti fuori dal Tempio...”
(Gv 2, 13- 22 )
Linuccia: Che significato ha questa festa della Dedicazione
del Tempio? Una volta che il Tempio è consacrato, perché ripetere la
ricorrenza?
Luigi: Perché la
consacrazione è una cosa che bisogna fare continuamente. Non è una cosa che avviene
una volta tanto. Dio è il Principio, però ogni giorno noi dobbiamo
recuperarlo, altrimenti lo perdiamo di vista e ci fermiamo soltanto alle
impressioni.
Invece noi
tutti i giorni dobbiamo recuperare il Principio. Perché ci viene annunciato: “In
Principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio… tutte le
cose sono state fatte per mezzo di Lui e che niente è fatto senza di Lui”;
perché ci viene detto questo? Non è per fare
cultura! Ci viene detto affinché noi abbiamo a recuperare sempre tutte
le cose nel Principio, nel Verbo. Per cui in Principio era “questo”, adesso tu
devi recuperarlo. Perché quello che era non è venuto meno. Viene meno per me,
se non lo recupero.
In
continuazione tu devi recuperare tutto: un avvenimento, un fatto, riportalo
sempre al Principio, recuperalo nel Principio perché è Dio che te lo manda.
Recupera il suo Pensiero, il Verbo, per capirne il significato.
Rita: Mi ha fatto ricordare queste parole di Gesù: “...
scacciati i demoni da quell'anima, affrettatevi a riempirla altrimenti arrivano
altri sette demoni e la situazione è peggiore di prima”; quando Gesù ci
libera dobbiamo impegnarci molto, perché l'io nuovo è un piccolo germoglio che
bisogna far crescere.
Luigi: Si, se io
sono soddisfatto di quello che Dio ha operato, cioè “ha svuotato la stanza”, il
giorno dopo per me è peggio. Perché Dio ci libera affinchè noi abbiamo ad
occuparci di Lui. Molte volte, di fronte all'affermazione di Gesù “Non
preoccuparti del mangiare, del vestire, preoccupati prima di tutto del regno di
Dio e tutto il resto ti sarà dato in sovrappiù”, si sente dire “allora
non facciamo niente tanto Dio ci manda il pane”. Ma Dio ti dice “Non
preoccuparti del mangiare e del vestire”, perché hai un'occupazione più
importante! Per cui ti libera dalla preoccupazione del mangiare e del vestire,
ma perché tu abbia a dedicarti alla conoscenza di Dio; non perché tu abbia a
far niente. Quindi c'è un lavoro molto, molto impegnativo; per cui l'uomo è
stato creato per un preciso fine, dal quale però si sottrae per preoccuparsi
del mangiare e del vestire. Non preoccuparti, ci pensa Dio a mandarti il pane!
Tu non trascurare questo lavoro, perché questo lavoro è l'essenziale. Tu
trascuri l'essenziale per delle cose che ti sono date.
Noi ci affanniamo per avere
delle cose che Dio ci ha già dato. Dio ci dice: “Ma io te le ho già date! Te
le ho assicurate tutte! Tu preoccupati di questo!”. Noi sperimentiamo la
privazione di quelle cose, ecco il riflesso del nostro difetto verso Dio,
perché non ci occupiamo dell'essenziale; allora Dio ci fa provare la mancanza
del necessario. “Mi manca questo allora mi do da fare” e più mi do da fare e
più quello mi manca. Perché le cose non le ottengo correndo loro dietro; le
ottengo fermandomi e cercando Dio. Se cerco Dio mi accorgo che correndo dietro
al mondo il mondo scappa. Se dunque mi fermo e guardo Dio, il mondo si mette a
correre dietro a me. L'errore fondamentale che noi facciamo è questo:
vediamo che il mondo scappa e noi gli corriamo dietro per fermarlo; più gli
corriamo dietro e più il mondo scappa! Infatti il mondo è in espansione: scappa
tutto!
Rita: Tutto il problema dell'uomo sta nel riuscire a fermarsi
per elevare lo sguardo a Dio.
Luigi: Soltanto che se tu cerchi Dio, ti accorgi che tutto il mondo
invece di scappare via da te, ritorna verso di te. Si constata!
Sergio: Gesù dice: “La
mia casa sarà casa di preghiera ma voi ne avete fatto una spelonca di ladri”.
Cosa ci vuol dire?
Luigi: Ci vuol
dire che ognuno di noi è la casa di Dio, perché Dio abita in ognuno di noi.
Soltanto che c’è da chiedersi: cosa ne abbiamo fatto di questa casa? Dei nostri
pensieri, che cosa ne abbiamo fatto? I nostri pensieri, noi li adoperiamo per
fare dei calcoli, per fare i nostri interessi, per rubare le cose agli altri,
per portarci via a vicenda tutte le cose: ne facciamo una spelonca di ladri!
Mentre invece questa nostra mente, Dio l'ha voluta perché fosse un luogo di
preghiera, un luogo di elevazione a Dio, di conoscenza di Dio.
San Giovanni della Croce dice che per un pensiero
dell'uomo Dio è disposto a creare mille universi! Noi, se c'è una cosa che
disprezziamo, è proprio il nostro pensiero. Noi adoperiamo il nostro pensiero
per tutto e per tutti. Invece il nostro
pensiero è la cosa più sacra che portiamo in noi perché è attraverso il
pensiero che noi ci eleviamo a Dio. Anziché elevarci a Dio, noi adoperiamo
il nostro pensiero per le cose del mondo. Pensando alle cose del mondo, noi
sottraiamo il nostro pensiero a Dio, ma Dio ci ha dato il nostro pensiero
per pensare a Lui, non per guadagnare le cose del mondo.
Domenico: Dio abita
nel nostro pensiero, quindi il nostro pensiero è la sua casa quando mettiamo al
centro Dio.
Luigi: Il
nostro pensiero è quella capacità di uscire dal nostro mondo per dedicarci a
qualche cosa. Tu con il tuo pensiero puoi uscire da questa stanza e andare
chissà dove. Ora, Dio ha dato a noi questo pensiero perché riuscissimo a
passare dal nostro io a Dio, dal pensare alle cose nostre al pensare a Lui. Il
nostro pensiero è una cosa sacra. Tutto il mondo si concentra nel nostro
pensiero. Ora, se noi, anziché elevare questo pensiero a Dio, adoperiamo il
nostro pensiero per le cose del mondo, per i nostri interessi, per i nostri
guadagni, trasformiamo questa “cosa sacra” che portiamo in noi, in un luogo
pagano, in una spelonca di ladri, in un luogo di affari.
Domenico: La “Casa
di preghiera” è data dal silenzio.
Luigi: Dal
silenzio, dal raccoglimento, dalla conoscenza di Dio. Però tu hai silenzio dentro di te in quanto fai attenzione ad Uno solo;
il rumore è quando vuoi fare attenzione a tante cose diverse. Devi rivolgere la
tua attenzione ad Uno solo; se tu fai attenzione ad Uno solo, ti accorgi che
tutto diventa silenzioso. Ma quando noi vogliamo fare attenzione a questo,
quello e quell'altro ci disperdiamo.
Linuccia: Gesù
entra tutti i giorni nel tempio, ma i nostri pensieri cercano di mandarlo a
morte...
Luigi: Certo,
soltanto che uccidendo in noi il Pensiero di Dio, uccidiamo noi stessi. “Avete
ucciso l'Autore della vostra vita”, avete ucciso il Principio della vostra
vita. Noi non ci rendiamo conto. Noi sperimentiamo la nostra morte, perché
uccidiamo la vita. Siamo noi che uccidiamo la vita. Dio ha dato la vita a noi
perché ha dato a noi il suo Pensiero. Spiritualmente parlando, noi uccidiamo
in quanto non teniamo conto. Quindi se non teniamo conto di Dio, noi
uccidiamo, facciamo fuori Dio dalla nostra vita. Ma Lui è la nostra vita; se
noi lo facciamo fuori sperimentiamo la morte, perché abbiamo fatto fuori la
nostra vita. Per questo constatiamo la nostra morte. Dio non ci supplica perché vuole che lo glorifichiamo. Ci supplica
affinché noi non abbiamo a morire! Lo fa solo per noi. Ci dice: “Non
abbracciare la morte”, in quanto siamo noi che stiamo abbracciando la
nostra morte scambiandola per vita. “La tua vita è nascosta in Me! Sta nel
conoscere Me! In Me troverai la tua vita”. Non ce lo dice per Sé; Lui non
ha bisogno di noi! Siamo noi che abbiamo bisogno di Lui. Noi trascurando Lui
sperimentiamo la nostra morte. Cominciamo a sperimentare la noia, la tristezza,
l'angoscia; sperimentiamo anche il suicidio. E questo perché? Abbiamo fatto
fuori Dio dalla nostra vita, e adesso la nostra vita non la possiamo più
sopportare; siamo morti. E quando uno è morto non può più sopportare la vita.
* * *
Venerdì 22.5.2015
(tratto dalla cassetta 37 del 28.5.1993)
(Gv 21, 15-19 )
In quel tempo, [quando si fu manifestato ai discepoli ed]
essi ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone, figlio di Giovanni,
mi ami più di costoro?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio
bene». Gli disse: «Pasci i miei agnelli».
Gli disse di nuovo, per la seconda volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi
ami?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse:
«Pascola le mie pecore».
Gli disse per la terza volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?».
Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse “Mi vuoi bene?”,
e gli disse: «Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene». Gli
rispose Gesù: «Pasci le mie pecore. In verità, in verità io ti dico: quando eri
più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio
tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi».
Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E,
detto questo, aggiunse: «Seguimi».
Cina: Perché Gesù risponde “Pasci
i miei agnelli” alle parole di Pietro?
Luigi: C'è da tener presente quello che Gesù dice a Pietro: “Pietro, sarai provato; ma io ho pregato per
te in modo che tu possa vincere la prova. Quando avrai superato la prova,
conferma i tuoi fratelli”. Questo ci fa capire che man mano che uno supera
una prova, è fatto capace di aiutare i fratelli. Ogni prova superata ti dà una
maggiore capacità. Tu quando impari una cosa, dopo hai la possibilità di
comunicarla ad un altro.
Delfina: Ma questa domanda di Gesù, “Mi ami più di costoro?”, è per mettere alla prova Pietro?
Luigi: No, Pietro era già stato messo alla prova. Queste parole
servono per smontare in Pietro una sicurezza che lui credeva di avere sul campo
dell'amore. Pietro, nell'ultima cena, aveva detto: “Se anche tutti ti tradissero, io non ti tradirò mai!”. Gesù gli
dice: “Tu mi ami più di tutti gli
altri?”, perché Pietro si era vantato di amare Gesù più di tutti gli altri.
Deve essere presentato di fronte al suo errore. Ora, avendo superato la prova,
avendo smontato la sua sicurezza, può confermare i suoi fratelli. Questo è per
farci capire che Dio non ci smonta per offenderci, ma per darci una maggiore
possibilità di elevarci.
Franca: Già dall'inizio del Vangelo Gesù dice ai discepoli: “Vi farò pescatori di uomini”. Ma questa
vocazione è per tutti o solo per qualcuno?
Luigi: Questo è per farci capire che prima viviamo per mangiare,
per vestire, per pescare, per lavorare. Incontrando Gesù, ci cambia la vita, ci
porta a dei livelli sempre più alti, più nobili. Per cui non viviamo più per
cacciare, per pescare, per lavorare, ma la vita con Gesù ha un salto di
qualità; diventa sempre più una vita fatta di spirito, di pensiero e quindi di
dialogo con le anime.
Giovanna: Questo vuol dire che nella misura in cui uno
approfondisce il rapporto con Dio, conferma i fratelli?!
Luigi: Non in quanto tu ti applichi, ma in quanto Dio ti prende.
L'opera è di Dio: in quanto Dio ti prende. Ti prende e cosa ti fa? Ti eleva. E
in quanto ti eleva anziché vivere per un mondo materiale, ti accorgi che ti
porta a vivere in un mondo spirituale. Nel mondo spirituale cosa c'è? Ci sono
le anime, c'è l'amore, c'è la luce, la conoscenza. Non si vive più solo in modo
orizzontale: ti alzi al mattino perché devi andare a lavorare, devi lavorare
perché hai bisogno di mangiare, ecc.... Con Dio si è fatti partecipi di un
regno spirituale; nel regno spirituale non ci sono più i pesci, non ci sono più
gli animali, non c'è più il lavoro materiale da fare, c'è un altro lavoro da
fare. Abbiamo visto in questi giorni negli atti degli apostoli: “Non è bene che noi serviamo alle mense; noi
siamo riservati per la preghiera, per la conoscenza di Dio, per la
contemplazione”.
Franco: Gesù dice: “Non
preoccupatevi del mangiare e del vestire: cercate prima di tutto il regno di
Dio”. Allora perché Paolo dice: “Chi
non lavora neppure mangi”?
Luigi: Nel campo dello spirito anche questa affermazione di
Paolo è vera! Perché nel campo dello spirito se tu non lavori, neppure mangi.
Perché Colui che ti ha creato senza di te non ti salva senza di te, per cui
richiede da te un certo lavoro. Cioè, tu ti devi dedicare a conoscere Dio se
vuoi giungere a conoscere Dio. Per cui spiritualmente parlando è giusto quello
che dice Paolo: “Se tu non lavori con Dio
non mangi, non assimili, non conosci”, perché è richiesta la tua dedizione.
Tu glorifichi Dio in quanto muori a te stesso e ti dedichi a Dio.
Franca: “Quando eri più
giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi ma quando sarai vecchio
tenderai la tua mano e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi”.
Cosa vuol dire?
Luigi: Nello spirito bisogna arrivare a quel punto. Quando
siamo giovani diciamo: “Sono io che ti
amo più di tutti”, perché siamo sicuri di noi. Arriva un momento in cui, ed
è la maturità, la sicurezza non è più in noi, la nostra sicurezza è “in un
Altro”. Se ci si fida di “un Altro” e ci si lascia condurre da “un Altro”, vediamo
che è “l'Altro” che opera.
Domenico: “Disse questo per
indicare con quale morte avrebbe glorificato Dio”.
Luigi: Per farci capire con quale morte noi glorifichiamo Dio,
cioè con l'annientamento a noi stessi, con l’offrirci alla volontà di Dio. “Non la mia volontà sia fatta ma la tua”.
In un primo tempo crediamo di essere noi a fare, a decidere, anche nel bene;
poi man mano che maturiamo nella vita,
cominciamo a capire che c'è un Altro che sta operando nella nostra vita. È il
nostro io che si ritira, poco per volta, e che comincia a capire che la vita non sta nel voler fare noi, ma nel
lasciar fare a Lui, sta nel partecipare a quello che Lui fa: questa è la
morte con cui si glorifica Dio. La morte al pensiero del nostro io sta nel
confessare, nel testimoniare che è Dio Colui che regna, che è Dio il Signore
degli eventi, che è Lui che fa tutto.
Pinuccia: “Pietro rimase
addolorato che per la terza volta Gesù gli domandasse: mi vuoi bene?”.
Luigi: Quando Gesù ha detto: “Uno di voi mi tradirà”, Pietro risponde: “Se anche tutti ti tradissero, io no! Io verrò con te fino alla morte!”
era sicuro di sé, era andato oltre. Molto sicuro di sé. Dopo la passione e
morte, dopo che lui l'ha tradito, quando Gesù per tre volte gli chiede: “Mi ami tu?”, Pietro comincia a tremare,
perché gli fa ricordare la sua sicurezza di prima. Gliel'avesse chiesto una
volta..., ma tre volte! Vuol dire che Gesù voleva che venisse a galla quello
che Pietro portava dentro di sé. E Pietro dentro di sé portava il ricordo della
sua sicurezza e il ricordo del tradimento. Si è addolorato perché Gesù glielo
voleva far ricordare, per minare la sua sicurezza. Questo ci fa capire che
anche nell'amore, anche nella dedizione non dobbiamo mai essere sicuri, perché
la nostra sicurezza deve essere sempre e solo Dio.
* * *
Mercoledì 16
novembre 2016
(cassetta di mercoledì 18.11.1987)
“Perchè non hai consegnato il mio denaro a una banca?
Al mio ritorno l'avrei riscosso
con gli interessi”
(Lc 19, 11-28 )
Cina: Anche se si ha un solo talento, è da far fruttificare.
Luigi: Si, perché conta solo il frutto, l'interesse; non conta
il talento ricevuto. Uno può aver ricevuto
cento talenti, dieci talenti, cinque talenti, un talento: non conta
quello che Dio ti dà, conta l'interesse per conoscere Lui, l’interesse che tu
trai da quello che Lui ti dà. Dio premia l'interesse, non premia i talenti;
altrimenti sarebbe ingiusto, perché a uno dà dieci, all'altro dà cinque,
all'altro dà uno: quella è un'ingiustizia. Invece la Parola di Dio dice che
Dio non fa preferenze di persone. C’è da chiedersi: perché a uno dà dieci,
a uno dà cinque, all'altro dà uno e poi dice che non fa preferenze?
Dio non premia i dieci, i cinque e l'uno; Lui premia
l'interesse che uno ha saputo trarre. E quando tu sai trarre l'interesse dai
talenti, non importa se sono dieci, cinque o uno; quello che conta è
l'interesse che tu trai da ciò che hai ricevuto, perché è l’interesse che ti
porta alla conoscenza di Dio.
Delfina: “Sapevi che sono un uomo severo, che prendo quello
che non ho messo in deposito e mieto quello che non ho seminato…”, non
capisco questa frase.
Luigi: C'è un episodio nel vangelo in cui un mattino Gesù ebbe
fame e andò a cercare dei fichi su un albero, pur non essendo la stagione dei
fichi, e poiché sull'albero non c'erano fichi, l'ha maledetto. Il giorno dopo
l'albero era seccato e “i discepoli l'udirono” (Mc 11,20). Tutto quello che Gesù fa, lo fa come lezione. Noi
possiamo essere un albero che dice “Non è ancora la mia stagione! Quando
sarà la mia stagione (quando andrò in pensione) mi occuperò di Dio; ma prima ho
da fare. Prima devo fare questo e quest'altro. Poi dopo...”, ma quel “dopo”
non arriverà mai! Questo ci fa capire che Dio ha il diritto di venire a cercare
i frutti, l'interesse, da noi, sia che noi riteniamo che sia stagione, sia che
noi riteniamo che non sia stagione: “Perché per voi è sempre tempo!”.
Siamo noi, nella nostra mentalità, che possiamo dire: “Non è la stagione!”.
Dio pretende di raccogliere anche dove Lui non ha seminato, dove noi crediamo
che non abbia seminato; dove noi crediamo che i pensieri siano nostri, o che
siano pensieri di mondo, o interessi del mondo. Per cui diciamo: “Dio semina
le cose del cielo; quando andremo dall'altra vedremo”. No! In realtà non
c'è luogo dove Dio non semini; Dio semina su tutti i terreni. Però noi, nella
nostra mentalità, possiamo ritenere, possiamo partire di iniziativa nostra.
Ora, Dio chiede a noi conto di tutto: sia di quel terreno in cui Lui ha seminato,
sia in quel terreno che noi riteniamo che Lui non abbia seminato. E siccome Dio
si adegua alla nostra mentalità, anche quando diciamo: “Ma qui Dio non ha
seminato niente!” (quante
volte l'ho sentito dire “A me Dio non interessa! Io non sono attratto da
Dio! Dio non mi attrae!”), Lui chiede conto. Anche nel tempo in cui noi
diciamo: “Dio non mi attrae”, Dio
viene a chiederci conto.
Sergio: Ho notato delle differenze tra la parabola delle mine e
quella dei talenti (Mt 25,14). Nella parabola dei talenti il Signore premia e
dice: “Bravo servo buono e fedele ... entra nella gioia del tuo signore”.
Nella parabola delle mine il Signore ci vuol dare la capacità.
Luigi: Ma anche
nella parabola dei talenti ci dà la capacità, però nella parabola delle mine ne
dà una sola a tutti. Dio premia l'interesse, quindi a seconda dell'interesse
che noi produciamo, che ne traiamo riceviamo il premio. Interesse non nel senso
di “fare qualcosa per Dio”, ma nel senso di “formare il desiderio specifico di conoscere Dio”.
Ad esempio:
Dio ti manda un dono e tu puoi dire “Signore, ti ringrazio del dono che mi
hai dato” e tenerti il dono ricevuto, essere soddisfatto di quello; ma
questo non conta! Quello che conta non è il dono che Dio ti fa; quello che conta
è il desiderio che tu riesci a produrre dal dono ricevuto, che è quello di
arrivare a conoscere Colui che ti ha dato il dono. Questo è quello che conta!
Nella
guarigione dei lebbrosi (Lc 17,11), dieci hanno ricevuto il dono, sono stati guariti
tutti e dieci, uno solo è tornato! Perché è tornato? Aveva interesse per Colui
che l'aveva guarito, ha avuto interesse! Ecco l'interesse premiato. Dio premia
l'interesse, perché è l'interesse che ti fa conoscere Dio. Ma questo interesse
da dove lo trai? Dai doni che Dio ti fa.
Dio ti
dona una bella giornata, se tu dici: “Grazie Signore che mi hai fatto una bella
giornata”, da questa bella giornata devi trarre interesse per conoscere Dio;
in tal caso ti chiedi: “Chissà che cosa Dio mi vuole comunicare di Sé,
attraverso questa bella giornata”. Allora l'interesse per conoscere Lui,
vale di più che la bella giornata. Quindi, più che l'interesse per possedere
quel talento, per possedere quella mina e trattenerla, ciò che veramente conta
è l'interesse per conoscere Dio. È quello che veramente vale!
Quando
dice: “Ti farò governatore su dieci città” è il simbolo di quello che
viene ben spiegato nella parabola dei talenti: “Entra nella gioia del tuo
Signore”. Questo: “Entrare nella gioia” significa: “Entra nella
conoscenza del tuo Signore”. Invece chi non ha saputo trarre interesse,
perché ha avuto paura di perdere quello che il Signore gli aveva dato, e lo ha
trattenuto, ha perso anche quello. È come quei figli che hanno saputo
rinunciare alla loro vita (Maccabei 7,1.20-31); se non fossero stati disposti a rinunciare alla loro vita,
sarebbero stati come coloro che hanno cercato di trattenere la mina per non
perderla, che cercano di trattenere il talento e sotterrandolo per non
perderlo, cioè lo investono nel mondo; questo impedisce loro di conoscere Dio,
di portare frutto. E impediti a conoscere Dio, perdono anche quel dono che
hanno ricevuto. Per cui: “Sarà tolto anche quello che hanno”.
Nella
parabola dei talenti troviamo: assegnazioni diverse all’inizio e ricompensa
uguale alla fine. Nella parabola delle mine invece: assegnazioni uguali
all’inizio e ricompense differenti alla fine. Contraddizione? Perché noi potremmo dire: “Dio non mi ha
dato i doni che ha dato all'altro”, ma anche se Dio non ti ha dato i doni
che ha dato all'altro, tu non sei giustificato nel non cercare Dio. Tu non
puoi giustificarti dicendo: “Dio all'altro ha dato più intelligenza di me”;
questo non basta per giustificarti nei confronti di Dio. Tu occupati di Dio con quello che Dio ti ha dato e ti accorgerai che
per quello che Dio ti ha dato, se trarrai il giusto interesse, riceverai tanta
luce quanto all'altro che ha dato di più. Questo per dire che non
dobbiamo fare i confronti con gli altri.
Tu osserva
quello che Dio ti dà, da quello che Dio ti dà, trai interesse per conoscere
Lui: vedrai che arriverai alla luce. Perché i doni Dio li fa, secondo la
capacità di ognuno, in proporzione. Quindi quanto più ci occupiamo di Lui,
tanto più la nostra capacità cresce; e più la nostra capacità cresce, più
Dio dà a noi doni per far aumentare ancora di più il nostro interesse per Lui.
Il cammino è progressivo. Ma si richiede da parte nostra una certa
corrispondenza.
* * *
Mercoledì 27 maggio 2015
(cassetta di mercoledì 29.5.1985)
(Mc 10,32-45)
In quel tempo,
mentre erano sulla strada per salire a Gerusalemme, Gesù camminava davanti ai
discepoli ed essi erano sgomenti; coloro che lo seguivano erano impauriti.
Presi di nuovo in disparte i Dodici, si mise a dire loro quello che stava per
accadergli: «Ecco, noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell’uomo sarà
consegnato ai capi dei sacerdoti e agli scribi; lo condanneranno a morte e lo
consegneranno ai pagani, lo derideranno, gli sputeranno addosso, lo
flagelleranno e lo uccideranno, e dopo tre giorni risorgerà».
Gli si avvicinarono Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedèo, dicendogli:
«Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo». Egli disse
loro: «Che cosa volete che io faccia per voi?». Gli risposero: «Concedici di
sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra».
Gesù disse loro: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che
io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?». Gli
risposero: «Lo possiamo». E Gesù disse loro: «Il calice che io bevo, anche voi
lo berrete, e nel battesimo in cui io sono battezzato anche voi sarete
battezzati. Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me
concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato».
Gli altri dieci, avendo sentito, cominciarono a indignarsi con Giacomo e
Giovanni. Allora Gesù li chiamò a sé e disse loro: «Voi sapete che coloro i
quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro
capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra
voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di
tutti. Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per
servire e dare la propria vita in riscatto per molti».
Parola del Signore
Cina: Questi apostoli hanno
fatto un atto di superbia.
Luigi: Lasciamo
stare l'atto di superbia. C'è il pensiero del loro io che parla; evidentemente
stavano pensando a se stessi. Il pensiero del nostro io ci porta fuori strada.
Raffaella: Gesù
risponde loro con una domanda: “Potete
forse voi bere il calice..?”, e Giovanni risponde che lo possono bere, e
Gesù li conferma. Come mai?
Luigi: Gesù li interroga
non perché loro lo possano bere, ma perché prendano coscienza di quello che
devono fare; perché soltanto se l'uomo è interrogato, rispondendo prende
coscienza della difficoltà; in caso diverso no. Il Signore interroga. Tutto
il parlare di Dio è un'interrogazione per invitarci a prendere consapevolezza
di quello che veramente vale.
Raffaella: Bere il
calice significa morire al nostro io?
Luigi: Morire al
proprio io è il battesimo. Comunque il calice rappresenta l'eredità a cui noi
siamo destinati; bere il calice significa prendere consapevolezza dell'eredità
a cui noi siamo stati destinati. Il calice è il bicchiere che il padre dà al
figlio primogenito per dire: “Adesso tu subentri al mio posto”.
Raffaella: Allora
quando Gesù dice: “Padre allontana da me
questo calice”?
Luigi: Il calice
può diventare un’esperienza dura. Per Cristo è stata una cosa dura; perché il
calice del Cristo è stato la sua morte. Lui è morto proprio perché portava su
di Sé il peccato del mondo. Il calice è ciò che è riservato al figlio.
Bere il calice vuol dire subentrare nell'eredità; è il Padre che ha lasciato
erede il Figlio e quindi il Figlio adesso beve nel calice del Padre. Assume su
di sé il posto del Padre. Vuol dire prendere consapevolezza dell'eredità a cui
sei stato chiamato. Tu uomo sei stato creato per ereditare Dio, per conoscere
Dio; sii consapevole del tuo destino per evitare di vendere la tua vita per un
piatto di lenticchie, per un po' di benessere. Quindi mantieniti libero per
questa cosa essenziale. Sapendo che sei stato destinato a quello, ora declini
tutte le altre offerte.
Dio ci dice: “Sii cosciente dell'eredità alla quale sei
stato destinato, per declinare ogni altra offerta. Non vivere per altro perché
ti devi riservare per questo: conoscere Dio”. Il battesimo è proprio questo
morire a noi stessi.
Raffaella: Il
battesimo di Cristo è il battesimo in Spirito, che sarà quello che riceveranno
anche i discepoli.
Luigi: Certo,
però questo battesimo presuppone anche la morte al pensiero del proprio io. Il battesimo
è un'immersione in-, un orientamento a-.
Raffaella: Il fatto
che Gesù dica: “Anche voi lo riceverete…”
Luigi: Il fatto
che ricevano il battesimo non li autorizza a decidere; anzi, proprio perché lo
ricevono non devono essere loro a decidere il posto da occupare, vicino o
lontano dal Cristo. Se uno riceve un battesimo, non pensa più a se stesso. E se
anche Dio dicesse di andare all'inferno, uno va volentieri all'inferno per fare
la volontà di Dio; perché non pensa a se stesso.
Margherita: “Tra voi non sia così; chi vuol essere primo
sia il servo di tutti” perché Dio chiede questo?
Luigi: Perché
tutto è opera di Dio; per cui Dio ci chiede di non comandare.
Margherita: Cosa vuol
dire servire?
Luigi: Servire
vuol dire volere il bene dell'altro. In Dio tutto si vede come opera di
Dio; siccome tutte le creature sono opera di Dio, si vede Dio in tutte le cose:
allora si serve bene, cioè si serve Dio. Non ci si impone. Nel mondo invece le
autorità si impongono, violentano la persona, perché impongono dall'esterno.
Dio invece opera convincendo. Quindi Dio per primo ci serve e vuole che
anche noi ci serviamo a vicenda. Quindi non imponendo, ma convincendo. Servire veramente le anime vuol dire
aiutarle a vedere la Luce: questo è il vero bene, questo è amare veramente.
Quindi non comandare, non imporre; servire vuol dire aiutare a crescere nella
luce.
Margherita: “Sia servo di tutti...” quindi vuol dire
volere il bene di tutti.
Luigi: Si, ma il
vero bene non è fare tutto ciò che l'altro si sogna. Uno vuole il vero bene
perché magari capisce che ciò che l'altro chiede è un male. Bisogna servire
tutti, ma nello spirito di Dio, non facendo tutto quello che gli altri vogliono.
Soprattutto chi serve non impone all'altro, perché sa che l'imposizione crea la
chiusura. Le anime si offendono, e una volta offese, ferite, non si aprono più.
L'importante è operare tutto secondo lo Spirito di Dio che ama. Amare vuol dire
aprire; invece comandare vuol dire offendere. Offendere vuol dire chiudere: si
crea la ribellione.
Tiziana; “... è per coloro a cui è stato preparato”,
cosa vuol dire?
Luigi: Guarda
chi c'era accanto alla croce di Gesù, uno alla destra e uno alla sinistra. I
discepoli non sapevano quello che chiedevano. Dio regna così.
Tiziana; Si, ma
personalmente, per noi cosa significa?
Luigi: Significa
che tutte le cose sono preparate da Dio. Cioè, l'iniziativa è di Dio e noi
dobbiamo preoccuparci di conoscere Dio e non di pensare a noi stessi e di
volere un certo posto. Gesù dice: “Quando
sei invitato a nozze, non metterti al primo posto, mettiti all'ultimo posto. E
poi vedrai cosa succede!”, ma è Dio che dispone. È il padrone che dispone
le cose. Quindi lascia che sia Lui. Certamente Lui sa meglio di noi quello che
ci conviene. Se tu segui la tua volontà, scegli il posto sbagliato; ma se tu
scegli Lui vedrai che Lui ti sceglie il posto migliore. Ma bisogna lasciar
fare a Lui. Lui ha preparato per noi i posti migliori. Se scegliamo noi i posti
che crediamo migliori, questi si riveleranno i peggiori.
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