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Mercoledì 15 aprile 2015

(Tratto dalla cassetta del 17 aprile 1985)

 

Dio ha tanto amato il mondo

(Gv 3, 16-21)

 

In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio.
E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».

Parola del Signore

 

 

Tiziana; “La luce è venuta nel mondo”, significa che il giudizio si realizza ogni giorno?

Luigi: Si, perché ogni giorno Dio ci manda proposte di luce. Il fatto è che se io non aderisco a questa proposta di luce, non mi dedico per approfondire, la stessa parola si trasforma in giudizio. Per cui ogni giorno della nostra vita o edifichiamo la vita eterna, oppure ci scaviamo una tomba.

Tiziana; Il giudizio è in base alla scelta che facciamo.

Luigi: Si, il giudizio sta nel fatto che la luce è venuta nel mondo e noi abbiamo preferito altro. La luce è venuta nel mondo, non possiamo smentire che non sia venuta, la proposta l'abbiamo udita, ma abbiamo preferito altro. Perché abbiamo preferito altro? Il giudizio ce lo siamo dato noi, ed è il motivo per cui abbiamo preferito altro alla luce.

Tiziana; Anche se non ne siamo coscienti del motivo?

Luigi: Anche se non siamo coscienti...; però, essendo persone, abbiamo sempre dentro di noi una motivazione.

Tiziana; Se conosciamo la motivazione vuol dire che ne siamo coscienti.

Luigi: Il problema è che noi viviamo di abitudini; siamo talmente abituati a pensare a noi stessi che facciamo le cose senza rendercene conto. La motivazione o è Dio o è il nostro io. Solo se la motivazione è Dio ne siamo coscienti, perché Dio non può essere in noi  senza una percezione cosciente (cioè se non lo mettiamo di proposito). Invece il nostro io può essere al centro anche senza metterlo di proposito; cioè, il nostro io può essere al centro per abitudine, Dio invece non può essere al centro per abitudine, inconsapevolmente.

Tiziana; Il nostro io può essere motivato da tante cose, quindi si crea una confusione.

Luigi: Certo, infatti noi possiamo fare del bene al nostro prossimo ed essere motivati dal pensiero dell'io. Nell’io non arriviamo a percepire il principio che ci motiva ad agire; per cui il più delle volte, nel pensiero del nostro io, agiamo per abitudine, senza rendercene conto. Invece con Dio non si agisce mai per abitudine, con Dio ci vuole la percezione cosciente perché Dio non è in noi per abitudine.

Tiziana; La maggior parte delle volte, nelle motivazioni del mondo, ci si sente giustificati.

Luigi: Questo senso di giustificazione viene dal fatto che per noi il mondo è la realtà: siamo materialisti. Se la realtà mondo ci giustifica, noi ci sentiamo a posto perché siamo approvati dagli altri. Infatti, quando c'è qualcosa che non va, andiamo a confidarlo ad uno e all'altro, perché cerchiamo conferme, e se il fratello ci approva siamo a posto; ma non ci rendiamo conto che abbiamo scambiato l'altro per Dio, per un idolo, come realtà. Noi dobbiamo trovare la nostra giustificazione in Dio; se Dio non ci approva, anche se tutto il mondo ci dicesse: “bravo!”, nella nostra coscienza non ci sentiamo a posto, il tarlo non ce lo toglie nessuno. Nessuno! Perché Dio abita dentro di noi. Se Dio non ci approva, noi non siamo in pace.

Raffaella: “Chi opera la verità viene alla luce...”, cosa vuol dire giungere alla luce?

Luigi: Vuol dire giungere a conoscere la verità. Operare la verità vuol dire ubbidire all'annuncio, alla parola di Dio. La parola di Dio ci propone una meta: la conoscenza di Dio prima di tutto. La luce che arriva a noi è una proposta, non è la verità, è proposta di verità. Se noi aderiamo a questa proposta, cominciamo a fare la verità, cominciamo a camminare verso la meta. Fare la parola di Dio non vuol dire darsi da fare, correre per il mondo, fare apostolato, urlare, gridare a tutti la parola di Dio; fare la parola di Dio, vuol dire realizzare quella meta che la parola di Dio propone. La parola di Dio che arriva a noi, arriva come proposta di un cammino, come proposta di una meta da raggiungere. La parola fondamentale è “Non preoccuparti del mangiare e del vestire: cerca prima di tutto Dio”. Cosa vuol dire fare questa parola?

Mettersi a cercare il regno di Dio senza preoccuparsi di altro. Qui facciamo le opere che ci conducono alla luce.

“Cerca prima di tutto il regno di Dio”, ma cosa vuol dire cercare il regno di Dio? Cos'è questo regno? Ecco, di fronte all’annuncio uno comincia a scavare per arrivare a rendersi conto di quello che la parola dice. La parola è di Dio, e in quanto parla di Dio non è smentibile. Per cui, se Dio esiste, è giusto che la vita sia vissuta in questa ricerca; non possiamo smentirlo. Quindi, se è giusto, bisogna darsi da fare per coordinare, per programmare tutta la nostra vita in questo fine. L'intelligenza dell'uomo si rivela proprio nella capacità di programmare tutto in un fine. Il fine ci viene proposto, gratuitamente, giunge a noi senza di noi. Il fine proposto richiede la nostra collaborazione; e la collaborazione, l'opera intelligente sta nel programmare tutto in questo fine, nel non vivere da scemi.

Raffaella: “Perché appaia che le opere giungano alla luce”, sembra che debba apparire a qualcun'altro.

Luigi: No, affinché appaia a noi stessi, perché siamo noi che abbiamo bisogno di entrare nella luce. Ma affinché questa luce ci illumini, è necessario che noi facciamo tutto secondo la parola di Dio. La parola di Dio è una lampada che si accende, che va messa in alto per illuminare tutto nella nostra stanza, in modo che tutto si veda in quel programma. Quindi, l’importante è che appaia a noi stessi, tutto il resto lo fa Dio, “Non ti preoccupare, pensa a Me, ed Io penso a tutto il resto”.

Tutte le parole di Dio vanno sempre viste nello Spirito. Quindi, quando sentiamo parlare di “opere” di “fare”, non dobbiamo intenderlo riferito al nostro mondo materiale, per poi “darci da fare”. Il Signore dice a s. Francesco: “Restaura la mia Chiesa”, e lui la restaura con i mattoni; quando poi intende queste parole nello Spirito si rende conto che il restauro che chiedeva il Signore era a livello spirituale. Dio opera tutto per farci entrare nel suo regno affinché vediamo tutte le cose dal suo punto vista; per cui ci dice: “Sforzati di entrare”. Quando gli apostoli gli chiedono: “Sono molti coloro che si salvano?”, Gesù risponde: “Sforzatevi voi!”; la preoccupazione deve essere questa. Sei tu che ti devi impegnare ad entrare nel regno di Dio, tutto il resto lo fa Dio.

 

 

* * *

Mercoledì 24 agosto 2016

(cassetta di mercoledì 24.08.1988)

 

 

Ecco davvero un israelita in cui non c'è falsità ...

(Gv 1,45-51)

 

In quel tempo, Filippo trovò Natanaèle e gli disse: «Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè, nella Legge, e i Profeti: Gesù, il figlio di Giuseppe, di Nàzaret». Natanaèle gli disse: «Da Nàzaret può venire qualcosa di buono?». Filippo gli rispose: «Vieni e vedi».
Gesù intanto, visto Natanaèle che gli veniva incontro, disse di lui: «Ecco davvero un Israelita in cui non c’è falsità». Natanaèle gli domandò: «Come mi conosci?». Gli rispose Gesù: «Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto l’albero di fichi». Gli replicò Natanaèle: «Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d’Israele!». Gli rispose Gesù: «Perché ti ho detto che ti avevo visto sotto l’albero di fichi, tu credi? Vedrai cose più grandi di queste!».
Poi gli disse: «In verità, in verità io vi dico: vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sopra il Figlio dell’uomo».

Parola del Signore

 

Cina: Natanaele per andare dietro a Gesù ha dovuto lasciare.

Luigi: Certo, per venire bisogna partire, per partire bisogna lasciare; fintanto che non lasciamo tutto il nostro mondo, cioè fintanto che non lasciamo tutto ciò che non è Dio, tutto, compresi gli angeli, tutto; fintanto che non lasciamo tutto ciò che non è Dio, non possiamo vedere ciò che è Dio, perché Dio si vede soltanto in Dio.

Delfina: “Vedrai cose maggiori di queste”, vuol dire che non c’è un limite.

Luigi: Le cose maggiori sono infinite; Gesù, parlando di cose maggiori, ci fa capire che ci sono cose minori e cose maggiori. Le cose minori sono le cose che vengono date a tutti, sono i doni di Dio che vengono dati a tutti per formare il desiderio delle cose maggiori. Là dove si forma il desiderio, l'interesse per le cose maggiori si accede alle cose maggiori, alla Città di Dio. In caso diverso si resta tagliati fuori. Per cui i doni maggiori sono dati solo là dove sono cercati, desiderati, voluti, invocati, pregati. In caso diverso non vengono dati. Le cose maggiori sono infinite perché sono eterne.

Margherita: “Rallegratevi perché i vostri nomi sono scritti nei cieli”.

Luigi: Significa che hai interesse per le cose del cielo. Perché il tuo nome è il tuo interesse, il tuo amore. Il tuo nome è scritto nel cielo se tu hai interesse per le cose del cielo. Il tuo nome è scritto in terra se tu hai interesse per le cose della terra. Ognuno di noi ha il suo nome scritto là dove ha il suo amore. Se il tuo amore è fisso in cielo, cioè se è rivolto all'interesse per Dio, allora è scritto nel cielo; in caso diverso è scritto sulla terra. E sulla terra subisce tutte le vicende, tutte le erosioni degli elementi della terra. Tu puoi scrivere il tuo nome sulla sabbia, ma arriva un'ondata di mare e te la cancella. Così sono i nostri nomi: se sono scritti sulla sabbia, arriva un'ondata di mare e si cancellano; se sono scritti in cielo, restano.

Mauro: Gli apostoli hanno incontrato Gesù fisicamente.

Luigi: Si, ma non aveva scritto in fronte che era Cristo. Sai quando l'hanno trovato cosa hanno detto? “Abbiamo trovato colui del quale hanno parlato Mosè e i Profeti”. Quindi che cos'è che ha fatto loro individuare Gesù? Era colui che loro portavano dentro, quello che aspettavano; in quanto avevano accolto gli annunci dei profeti, che erano annunci di Dio. Per cui, chi aspetta Dio lo riconosce; ma chi non aspetta Dio non lo riconosce. Cristo infatti è passato sulle strade di Gerusalemme, davanti a tutti: alcuni l'hanno riconosciuto, altri l'hanno mandato a morte, altri hanno detto che era un bestemmiatore, altri hanno addirittura detto che era un demonio. Come mai? Era sempre lui, e ha ottenuto risposte così diverse. Dipende da quello che ognuno porta dentro. Per cui ognuno riconosce fuori, a seconda di ciò che porta dentro. L'elemento determinante è quello che tu porti dentro di te; è quello che ti forma la capacità di individuare. Tu riconosci una persona in quanto, in qualche modo, la porti già dentro di te. Ma se tu non hai dentro di te niente, ogni persona per te è sconosciuta. Quindi il principio di individuazione delle persone, è dato da quello che portiamo dentro di noi.

Mauro: Non riesco a capire...

Luigi: Una persona che tu non porti dentro di te, non puoi riconoscerla; quando ti si presenta è una sconosciuta, non sai chi sia. Cioè, tu conosci una persona in quanto la riconosci. Cosa vuol dire riconoscere? Che già, in qualche modo, la porti dentro di te! Per cui dici: “Ah questo qui è quello che ho già visto ieri” e come fai a dirlo? Ieri l'hai visto per la prima volta, ora lo porti dentro di te, e vedendolo oggi puoi dire: “Ah l'ho visto ieri”. Vedi che hai già qualcosa dentro di te? Ma se tu non hai niente dentro di te, incontri la persona per la prima volta e non sai chi sia. Questo ti fa capire che il principio di individuazione delle persone (ed è il principio di identificazione del Cristo) dipende da quello che noi portiamo dentro di noi di Dio. Quindi quanto più noi portiamo dentro di Dio, tanto più noi abbiamo la possibilità di riconoscere il Cristo; infatti Cristo dice: “Nessuno può venire a me se non è attratto dal Padre”; quindi è questa attrazione del Padre che ci fa riconoscere e dire: “Questo è il Figlio”. In caso diverso, noi non potremmo riconoscerlo, per noi sarebbe un uomo qualunque, o un uomo che si vanta di essere Dio, e diremmo: “Questo qui è uno che bestemmia”, oppure che è un matto. Ma non possiamo assolutamente riconoscerlo. Il principio di conoscenza è interiore, non è esteriore. Ognuno di noi conoscerà per quanto ha interiorizzato. È l'anima che determina tutto. Noi non vediamo le cose con gli occhi, ma con quello che portiamo dentro di noi. E se noi non portiamo niente, possiamo avere gli occhi spalancati, ma non vediamo niente. Anche se uno girasse tutto il mondo, ma dentro non avesse niente, non vedrebbe niente; sentirebbe solo i piedi stanchi e gonfi.

Daniela: “Rallegratevi perché i vostri nomi sono scritti in cielo” credevo che volesse dire: “Rallegratevi perché siete amati da Dio”..

Luigi: Tu ti scopri, ti conosci amata da Dio, in quanto hai il tuo interesse rivolto a Dio. Nel caso in cui il tuo interesse è diverso dal Cielo non esperimenti l'amore di Dio. Anzi, esperimenti di non essere conosciuta da Dio, di non essere compresa. Tu invochi, preghi, chiedi aiuto e nessuno ti ascolta, e quando fai esperienza che nessuno ti ascolta dici: “Io sono sola, non c'è nessuno che pensa a me”.

Daniela: “Vedrete i cieli aperti e gli angeli di Dio salire e scendere sul figlio dell'uomo”, significa che vedremo che tutto si riconduce a Cristo.

Luigi: Certo, perché il centro di tutta l'opera di Dio è il Cristo, e Cristo è il Pensiero di Dio. Tutte le opere di Dio sono fatte nel Pensiero di Dio, il vedere questo è vedere il cielo aperto; il non vedere questo è essere nella notte.

Daniela: Vedremo subito il significato delle cose.

Luigi: Si, perché quando tu hai la possibilità, leggendo una lingua straniera, di cogliere il pensiero che c'è in quello scritto, le cose sono aperte, hai la possibilità di arrivare al pensiero. Quando il cielo per te è chiuso, non puoi arrivare al pensiero.

 

 

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Mercoledì 31 agosto 2016

(cassetta di mercoledì 2.09.1989)

 

 

E' necessario che io annunzi la buona novella

(Lc 4,38-44 )

 

In quel tempo, Gesù, uscito dalla sinagòga, entrò nella casa di Simone. La suocera di Simone era in preda a una grande febbre e lo pregarono per lei. Si chinò su di lei, comandò alla febbre e la febbre la lasciò. E subito si alzò in piedi e li serviva.
Al calar del sole, tutti quelli che avevano infermi affetti da varie malattie li condussero a lui. Ed egli, imponendo su ciascuno le mani, li guariva. Da molti uscivano anche demòni, gridando: «Tu sei il Figlio di Dio!». Ma egli li minacciava e non li lasciava parlare, perché sapevano che era lui il Cristo.
Sul far del giorno uscì e si recò in un luogo deserto. Ma le folle lo cercavano, lo raggiunsero e tentarono di trattenerlo perché non se ne andasse via. Egli però disse loro: «È necessario che io annunci la buona notizia del regno di Dio anche alle altre città; per questo sono stato mandato».
E andava predicando nelle sinagòghe della Giudea.

Parola del Signore

 

Delfina: Fa pensare che il Signore da questa guarigione ci libera dai lacci, dalle catene che ci tengono legati e che ci impediscono di servirlo.

Luigi: Si perché se Lui non ci libera dalle nostre febbri, noi non possiamo servirlo. È soltanto Lui che ci libera, altrimenti ci illudiamo; restiamo ossessionati, dominati dalle nostre passioni, dai nostri mali, quindi non possiamo servire Dio. Poter servire Dio è una grazia che Dio ci fa.

Marisa: “Da molti uscivano demoni gridando: Tu sei il Figlio di Dio”; questi demoni non sono l'io!??

Luigi: Sono l'io! Il demonio è soltanto l'io autonomo, staccato da Dio.

Marisa: Ma in questo caso il demonio riconosce Dio.

Luigi: E infatti Gesù proibisce loro di parlare perché questa non è conoscenza. Noi possiamo anche credere di conoscere, per sentimento, per un motivo o per un altro, ma non è vera conoscenza. E se non è vera conoscenza, Dio ci fa tacere. Il demonio non può conoscere, perché la caratteristica del demonio è la non conoscenza di Dio. La caratteristica dell'inferno è l'impossibilità di conoscere; la caratteristica del Paradiso invece è la possibilità di conoscere. Noi nel pensiero del nostro io non possiamo conoscere Dio; e se diciamo di conoscere siamo dei falsari. Noi ci vantiamo di conoscere nel pensiero del nostro io, ma è una conoscenza fasulla. L'uomo orgoglioso dice di conoscere, ma è una conoscenza non vera. Infatti Dio li fa tacere, impedisce loro di parlare.

Marisa: “Li minacciava e non li lasciava parlare perché sapevano che era il Cristo”.

Luigi: Dio impone loro di tacere, non li lascia parlare perché loro ritenevano di sapere, non era un vero sapere. Perché chi conosce non può fare a meno di amare; nel regno dello Spirito, nel regno della Verità l'amore non è altro che conoscenza. Tanto è vero che nel cielo di Dio, non si può peccare; perché? Perché si conosce. Chi conosce non può far a meno di amare; il che vuol dire che l'amore è determinato dalla conoscenza. Noi possiamo peccare perché non conosciamo sufficientemente. Infatti tante volte diciamo: “Ho amato ma ho sbagliato!”, “Se avessi saputo”, vuol dire che siamo in difetto di conoscenza. Facciamo delle scelte senza conoscere e poi quando conosciamo, quando esperimentiamo, diciamo: “Ho sbagliato!”. Diciamo: “Ho sbagliato! Mi sono sbagliato!”, perché diciamo questo? Evidentemente perché c'è un difetto di conoscenza. Allora come abbiamo fatto la nostra scelta? In base ad “altro”, non in base alla conoscenza; c'era di mezzo il nostro io. Non era il motivo della conoscenza che ci ha fatto scegliere, ma era altro, e quest'altro ci ha ingannato.

Marisa: Però il percorso della conoscenza passa attraverso il desiderio, il sentimento...

Luigi: ...che senz'altro ti fa deviare se lo fai prevalere. Perché quando fai prevalere il sentimento c'è il pensiero dell'io. Alla domanda: "perché fai questo?" Se rispondi: "perché mi piace", resti ingannata, perché l'elemento motivante non deve essere il tuo piacere, il tuo sentire. Certo, Dio si annuncia a te, e tu senti. Tutta la creazione è sentimento. Il sole, le stelle, gli alberi, la natura, le creature, tutto è sentimento. Ma è Dio che si annuncia. Dio si annuncia nel pensiero del tuo io: quindi il tuo io sente. Sente ma non conosce. Cosa provoca questo sentire? Piacere o dolore! Succede che tu puoi far prevalere il piacere e far diventare questo piacere, motivante il tuo vivere. Per cui ti piace la bignola: "adesso mi faccio un magazzino di bignole"; e vivi per avere un magazzino di bignole. Ecco l'errore! Certo, Dio si fa sentire, ma tu devi superare il tuo sentire per cercare di capire. cosa Dio ti vuol dire attraverso quello che ti ha fatto sentire. Non devi lasciarti dominare, perché se ti lasci dominare c'è il pensiero del tuo io che subentra, che si esalta. Invece devi cercare il significato, sapendo che ti viene da Dio: “Signore che cosa mi vuoi dire di Te?”. Ci possono essere delle parole che tu odi con piacere e allora vorresti sempre sentirtele dire per provare piacere. Ecco l'errore! Devi passare al pensiero delle parole, non fermarti alla sensazione che ti danno le parole.

Marisa: Tuttavia questo versetto mi rimane difficile.

Luigi: Dio si annuncia nel nostro io come annuncio, non come sapere. Perché? Dio si fa sentire anche al demonio, si annuncia anche al demonio. Dio essendo onnipotente si fa sentire ovunque, anche nelle tombe, quindi anche al nostro io. Il nostro io sente, però non capisce. Però vuole parlare, grida. Dio impedisce a noi di parlare perché il nostro parlare è secondo una conoscenza che non è vera conoscenza. Per cui ad un certo momento siamo impediti, non troviamo corrispondenza in Dio. Quando impone loro di tacere, è per dire a noi che Dio non fa realtà il nostro parlare quando non conosciamo. Per cui possiamo lavorare di fantasia e dire tanta cose fantasiose, ma Dio non approva la nostra fantasia, facendoci constatare che non è realtà quello che diciamo. E' Dio che non ci conferma.

Giovanna: Gesù guariva tutti gli infermi, però non poteva guarire costoro perché dicevano di sapere.

Luigi: Certo! Non li guariva. Impediva loro di realizzarsi. Perché la creatura si realizza soltanto con Dio. Allora l'umile, il povero, il malato, il mendicante, la prostituta, quelli li guarisce! Lì non ha nessuna difficoltà. La difficoltà è nell'uomo che crede di sapere, nell'uomo ricco, nell'uomo che si vanta. Quest'uomo, prima deve essere ricondotto alla povertà. Cristo dice: “Io non sono venuto per i giusti”; quindi fintanto che uno crede di essere giusto, non può incontrare Gesù, e se lo incontra lo incontra male e Dio ti impedisce di proseguire il tuo cammino. Bisogna che tu scopra il tuo peccato, allora lì hai la possibilità di essere guarito, di essere curato. Prima Dio ti deve ricondurre a toccare con mano la tua povertà, la tua cecità, il tuo niente. Quando ti avrà condotto lì, allora avrai la possibilità di aprirti autenticamente; prima no! Cristo verso una prostituta è aperto, e la libera dai suoi mali; ma verso un fariseo che si vanta e che crede di sapere Gesù si scaglia dicendo: “Ipocriti, razza di vipere, sepolcri imbiancati”. Se Gesù è venuto a portare la luce, e uno ritiene di essere già illuminato, non può ricevere nel modo più assoluto. La tazza piena non può ricevere nulla. Se l'altro versa va tutto per terra. Bisogna che prima la tazza si svuoti. E così la nostra anima: prima dobbiamo renderci conto del nostro niente se vogliamo ricevere il suo tutto altrimenti siamo nell'impossibilità di ricevere. Dio si fa sentire nel nostro errore; ma si fa sentire, non si fa capire. Parla in parabole affinché non capiscano, cioè capiscano di non capire. A voi è dato conoscere, poveri, pescatori, ai margini della società, ma agli altri no, agli altri tutto viene detto in parabole affinché non capiscano. Il capire di non capire è la prima luce.

 

Venerdì 17 aprile 2015

 (tratto dalla cassetta del 20.4.1985)

 

 

“Gesù passò all’altra riva”

 (Gv 6,1-15)

 

In quel tempo, Gesù passò all’altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, e lo seguiva una grande folla, perché vedeva i segni che compiva sugli infermi. Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli. Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei.

Allora Gesù, alzàti gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per compiere. Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo».
Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?». Rispose Gesù: «Fateli sedere». C’era molta erba in quel luogo. Si misero dunque a sedere ed erano circa cinquemila uomini.
Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano. E quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato.
Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, diceva: «Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!». Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo.

Parola del Signore

 

Cina: Cosa vuol dire che il Signore ha fatto sedere la gente?

Luigi: Dio dice: “Fermati e riconosci che Io sono Dio”; fintanto che siamo agitati, che siamo di corsa non possiamo riconoscere Dio. Dio ci invita a fermarci. E se noi diciamo che non c'è nemmeno un posto per sederci, Dio ci fa vedere che c'è l'erba per sedersi; perché Dio ha fatto tutte le cose molto bene. Ad ognuno di noi dà anche il posto per fermarci, anche se siamo bombardati da mattina a sera; se stiamo bene attenti, ci accorgiamo che c'è un angolo di erba per sederci, per fermarci. Fossero anche cinque minuti, questi sono per prendere contatto con Dio.

Edvige: “Dove possiamo comprare il pane per sfamare tanta gente? Diceva così per metterli alla prova”, in che senso per metterli alla prova?

Luigi: Per preparare la loro mente a capire quello che Lui stava per fare. Prima Dio deve farci capire che con i mezzi umani non possiamo risolvere il problema. Dio continuamente ci mette alla prova, cioè ci fa toccare con mano che con tutto il nostro darci da fare non riusciamo a risolvere i problemi. Il giorno in cui questi problemi si risolveranno diremo: “Qui c'è la mano di Dio, perché quando mi sono dato tanto da fare, non sono riuscito a risolvere niente”. Dio ci mette alla prova facendoci prima sperimentare con i nostri mezzi il fallimento, per farci testimoniare che umanamente non possiamo risolvere il problema.

Il giorno dopo Cristo dovrà far riflettere i suoi discepoli: “Non vi ricordate quello che è successo ieri?”; come dire: “Se la cosa è stata possibile, è perché c'è stata l'opera di Dio”.

Paola: Gesù si serve di quello che abbiamo.

Luigi: Certo, l'importante è mettere a disposizione: fosse anche un bicchier d'acqua, fosse anche un semplice pensiero, cinque minuti. L'importante è mettere a disposizione ciò che abbiamo.

Pina: Abbiamo sempre bisogno di miracoli per credere. Dio tiene un dialogo continuo con noi per farci capire.

Luigi: Non bastano i miracoli; quello che apre la nostra mente non è il miracolo. Quello che apre la nostra mente è il dialogo con Lui.

Pina: E' il capire.

Luigi: Ma è Lui che ci fa capire, se noi dialoghiamo con Lui. Lui dialoga con noi, noi dobbiamo essere attenti a questo dialogo. Attraverso il dialogo con Dio vediamo i miracoli e abbiamo l'intelligenza del miracolo. In caso diverso vedessimo anche i morti risorgere non potremmo credere. Dio i miracoli li fa tutti i giorni. E' tutto un miracolo.

Gabri: Il pane che Lui ci dà è quello che ci fa crescere.

Luigi: E' il pane da assimilare, perché noi viviamo di ogni parola che esce dalla bocca di Dio. La realtà del nostro mondo è tutta parabola di Dio che deve essere intesa nello Spirito di Dio; quindi la realtà è segno di un'altra Realtà ben più importante. Se pensiamo che la realtà terrena è la vera realtà, vuol dire che non cogliamo l'anima delle cose.

Pinuccia: Ma a noi Dio dà il pane spirituale, ma materialmente no.

Luigi: Ce lo lascia mancare?! Anche il dolore è pane! Anche il male fisico è un pane per la nostra anima!

Pinuccia: Oggi ho messo tutto nelle sue mani, ma non so se domani ci riuscirò.

Luigi: “Ad ogni giorno basta il suo affanno” dice Gesù; non preoccuparti del domani. Dobbiamo cercare di capire ogni giorno quello che Dio ci manda, se non lo capiamo facciamo  pasticci. Ma tutto è pane! Il suo pane è anche il dolore che mi fa patire oggi: è pane per la mia vita. Tutto quello che Dio ci manda, ce lo manda per la nostra vita, per alimentarci, per non lasciarci disoccupati, senza lavoro, o senza cibo. Quindi tutto quello che accade durante la giornata è sempre cibo di vita ed occupazione per la nostra anima.

Pinuccia: Ma quando Dio ci fa sentire il dolce, dopo non accettiamo più l'amaro.

Luigi: Prima di tutto noi non sappiamo quali passi Dio ci voglia far fare, dove voglia condurci; il più delle volte ci illudiamo di essere già arrivati alla meta: “io mi fermo qui perché qui sto bene” e Dio ci dice: “Non sei ancora arrivato, hai ancora tanta strada da fare!”. Ora, il cammino Dio ce lo fa fare più attraverso le cose che non ci sono gradite, che attraverso le cose che ci sono gradite. Le cose che ci sono gradite ci illudono, ci fanno “sedere sull'erba”, dove si sta bene; ma il Signore ci dice: “Non sei ancora arrivato alla meta”. Per questo, ogni tanto, ci toglie la sedia di sotto e ci dice: “Devi ancora camminare”. Questo perché Dio ci vuol far camminare! Noi non sappiamo dove Lui ci vuole condurre, non ci rendiamo conto. Quando saremo arrivati alla meta Lo ringrazieremo: “Signore, ti ringrazio per tutte le volte che mi hai spronato a camminare, perché altrimenti io sarei ancora là, seduto sull’erba!”.

 

 

* * *

Mercoledì 7 settembre 2016

(cassetta di mercoledì 13.09.1989)

 

Beati i poveri in spirito

(Lc 6,20-26)

 

"In quel tempo, Gesù, alzàti gli occhi verso i suoi discepoli, diceva:
«Beati voi, poveri,
perché vostro è il regno di Dio.
Beati voi, che ora avete fame,
perché sarete saziati.
Beati voi, che ora piangete,
perché riderete.
Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell’uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i profeti.
Ma guai a voi, ricchi,
perché avete già ricevuto la vostra consolazione.
Guai a voi, che ora siete sazi,
perché avrete fame.
Guai a voi, che ora ridete,
perché sarete nel dolore e piangerete.
Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i falsi profeti»"
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Parola del Signore

 

Delfina: Le beatitudini sono completamente all'opposto del mondo.

Luigi: Bisogna dimenticare noi stessi, perché chi pensa a se stesso non può conoscere Dio. Nel pensiero del nostro io non possiamo conoscere Dio: Dio si conosce soltanto nel Pensiero di Dio, in suo Figlio. Nel pensiero del nostro io non possiamo conoscere Dio nel modo più assoluto, perché il pensiero del nostro io pensa a cose finite e non si può fare il passaggio dal finito all'infinito. Soltanto se l'Infinito viene a noi da a noi la possibilità di passare all'infinito. Ma noi nel pensiero del nostro io non possiamo passare: “Dove Io sono voi non potete venire”. Non c'è nessuna concessione possibile: “Dove Io sono voi non potete venire”. Chiuso! Nel pensiero dell'io non si può. È soltanto con il superamento del pensiero del nostro io che si può. Ma noi possiamo fare il superamento del nostro io soltanto se l'Altro parla a noi, e quest'Altro deve essere Dio. Perché fintanto che sono gli uomini a parlare, non fanno altro che riproporci i nostri problemi, infatti gli uomini sono il nostro specchio, e non ci salvano. Abbiamo bisogno di un Altro, e quest'altro deve essere Dio che viene a parlare a noi e che ci da la possibilità, ascoltandolo, di dimenticarci.

Giovanna: Il vero povero è colui che riconosce il suo niente.

Luigi: Il vero povero è colui che ha bisogno di qualcosa; povero dello spirito è colui che ha bisogno dello Spirito. Colui che patisce perché gli manca qualche cosa è povero. Se uno non patisce perché gli manca la conoscenza di Dio non è povero, anche se è uno straccione. Il vero povero, colui che appartiene al regno di Dio, è colui che patisce perché non conosce Dio, e piange, si lamenta perché non conosce Dio. Non gli importa di tutto il resto, ha solo bisogno di conoscere Dio. Quello è il povero di Dio, perché soffre di non conoscere. Uno che soffre perché non è capace di amare, appartiene all'amore.

Silvana: “Beati gli operatori di pace perché saranno chiamati figli di Dio” si intende la pace che viene da Cristo; ma cosa vuol dire operatore?

Luigi: Colui che fa, che cerca quest'armonia con Dio. Tu puoi essere in pace con il mondo e avere l'inferno dentro. Non si intende la pace con il mondo, perché la pace deriva dall'accordo. Finché tu cerchi un accordo con il mondo, vai d'accordo con il mondo per le finalità del mondo. Il mondo ti approva e tu sei in pace, ma la pace del mondo, quella esterna, non ti dà la pace interna.

Tu puoi essere d'accordo con tutte le persone fuori, ma se in casa tua sei in conflitto con una persona, non basta che tu sia in armonia con gli altri, in quanto tutte le volte che sei in casa ti trovi in conflitto con questa persona. Noi siamo abitati da Dio, quello che veramente conta è la pace con Dio, è l'accordo con Dio, l'armonia con Dio. Perché se abbiamo l'armonia dentro, allora anche di fuori a poco per volta veniamo assorbiti da questa pace. Però se tu hai la pace fuori, ma dentro no, puoi anche abitare in una casa d'oro ma essere disperata; la casa d'oro fuori non basta per compensare questa disperazione interiore: tu corri a buttarti giù dal ponte.

Se tu hai la pace dentro, puoi abitare in una baita, ma canti da mattina a sera, perché sei in unione con Dio. Quindi quello che veramente conta è cercare questa unione con Dio. E questa armonia con Dio poi riesce ad espandersi su tutto e su tutti.

Teresa: Non si può dire bene di una persona perché è solo buona?

Luigi: Buono è solo Dio. “Perché mi chiami buono?” dice il Signore? E Lui era Dio. Pensa un po'. Il giovane ricco non sapeva che Gesù era Dio, e gli dice: “Maestro buono” e Gesù risponde: “Perché mi chiami buono? Solo Dio è buono”: è Parola di Dio. Il che vuol dire che quando noi diciamo “buono” c'è qualche cosa che non funziona.

Teresa: Ma io mi riferivo a Madre Teresa, a qualche persona santa. “Guai a voi quando diranno bene di voi”.

Luigi: Sì, guai, perché ti sgretolano; chi ti fa dei cuscini, ti porta via le ali. Attenta a chi ti fa dei cuscini o ti mette le pantofole.

Pinuccia: perché dice: “Allo stesso modo facevano i loro padri con i falsi profeti” perché dice “i loro padri”? Dovrebbe dire “i vostri padri”.

Luigi: “Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi, allo stesso modo facevano i loro padri con i falsi profeti”. I padri degli uomini che dicono bene di voi. Perché i padri di costoro, dicevano bene dei falsi profeti, lodavano i falsi profeti, battevano le mani ai falsi profeti. Perché i falsi profeti non disturbavano le coscienze. Se uno viene e ti dice: “Bravo, fai bene, continua così!” tu gli batti le mani, perché ti approva.

Pinuccia: “Beati voi quando diranno male di voi, rallegratevi ed esultate perché la vostra ricompensa è grande nei cieli”. La ricompensa è la maggior attrazione per Dio.

Luigi: Si, Dio ricompensa attraendo.

 

 

 

***

 

 

Mercoledì 22 aprile 2015

(Tratto dalla cassetta del 21 aprile 1993)

 

Io sono il pane della vita

(Gv 6, 35-41)

 

In quel tempo, disse Gesù alla folla:
«Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai! Vi ho detto però che voi mi avete visto, eppure non credete.
Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me: colui che viene a me, io non lo caccerò fuori, perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato.
E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno. Questa infatti è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno».

Parola del Signore

 

 

Delfina: Gesù dice: “Vi ho detto queste cose però voi non credete”.

Luigi: L'uomo ha il compito di credere, di riconoscere in tutto la Presenza del Signore. E se si accorge che non ha più fede in Dio, deve cercare di recuperarla, perché se Dio dice che è necessario credere, ce ne dà certamente la possibilità. Poi bisogna specificare che credere non vuol dire pretendere dei segni, perché questo è l’unico modo per perdere la fede. Credere vuol dire raccogliere, intendere e custodire le parole che Dio ci manda. Noi nel pensiero del nostro io, capovolgiamo le cose: pretendiamo che sia Dio a farsi credere da noi, non noi a credere a Lui.

Delfina: Infatti il giorno dopo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, la gente gli dice: “Che cosa fai tu affinché ti crediamo?”. Non si ricordavano più di quel che era successo il giorno prima.

Luigi: Nessuno di noi si ricorda di quello che è avvenuto ieri, di quello che Dio ha fatto, delle prove, dei  segni che Dio gli  ha dato da custodire, della fede. Dimentichiamo tutto. Vogliamo che Dio si faccia credere da noi in ciò che oggi siamo, in ciò che oggi ci interessa. Non capiamo che il nostro oggi è un banco di prova per noi della fede che ieri Dio ci ha affidato. Non è la Verità che deve adeguarsi a noi, ma siamo noi che dobbiamo adeguarci alla Verità. E' questa la giustizia che si chiede a noi; giustizia verso Dio, quindi interiore, personale, che apre le nostre porte all'incontro con Cristo e ci dà la possibilità di vederlo nella luce di Dio, la sua luce, e di intendere le sue parole.

Maria: Infatti chiedono anche: “Che dobbiamo fare per compiere le opere di Dio?”.

Luigi: Gli uomini vogliono vedere l'aspetto pratico, tradurre tutto in termini di fare, di agire, di correre, di costruire. Invece la vita principale non sta qui, perché non c'è nessuna azione, nessun fare di uomo che lo possa far entrare nel Regno di Dio.

Il fare voluto da Dio per gli uomini è molto diverso: è ascoltare e intendere, è raccogliere custodire, essere fedele, è credere. Gesù disse: «Opera di Dio è che crediate a Colui ch'Egli ha mandato».

Agata: “Perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato”. Il pane è il Padre che ce lo manda.

Luigi: Certo, perché nessuno, nemmeno Cristo può dare a noi ciò che dà il Padre a chi si raccoglie nel suo silenzio interiore per ascoltarlo: l'attrazione, il desiderio di Dio. Ecco la fame. Ed ecco il pane: “Nessuno può venire a Me se non è attratto dal Padre” dice Cristo. Nessuno può mangiare questo pane se non è attratto da Dio. Ad ognuno sarà dato secondo la sua fame: incontreremo il Cristo nella misura in cui Dio ci attrae. Nessuno può mangiare il pane di Dio se non ha fame di Dio. Cristo è il pane di Dio disceso dal cielo per la vita dell'uomo; ma la misura del nostro incontro con Cristo dipende dalla misura con cui noi ci raccogliamo nell'ascolto del Padre. Questo ascolto, questa attenzione è un problema personale: lo devi contemplare tu, nel segreto della tua stanza, fra te e Lui solo.

Bruno: Quindi è dall’attrazione del Padre che dipende l’incontro col Cristo.

Luigi: Si, perché di qui nasce la misura con cui andrai a Cristo e lo ascolterai e lo potrai capire. Allora tutte le mattine, cerca il pane per soddisfare la tua fame interiore e Dio te lo farà trovare. Allora capirai che il pane del cielo per la vita dell'uomo è la persona stessa di Cristo che si offre ad essere scoperta, conosciuta, amata, perché vedrai che Cristo è Colui che risponde alla tua fame di Dio.

Bruno: Per questo ad un certo momento tutti coloro che sono attratti dal Padre, che di conseguenza hanno incontrato il Cristo, constateranno: “Tu solo hai parole di vita eterna”.

Luigi: Si, la tua anima ad un certo momento individuerà: Questo è il pane disceso dal cielo”; a quel punto capirai che la persona di Cristo è sul vertice dell'universo ed è sul vertice della vita di ogni uomo: il punto di contatto tra il cielo e la terra, l'anello di collegamento tra il tempo e l'eternità, tra ciò che passa e ciò che non passa, tra ciò che si vede e ciò che non si vede: il punto di infinito attraverso il quale il tempo viene ricuperato nell'eternità. Qui l'uomo acquista la coscienza della presenza di Dio e della presenza del suo Spirito in tutto e di conseguenza sperimenterà tanta fiducia e tanta libertà nel suo animo.

Bruno: Invece noi sperimentiamo solo l’inquietudine.

Luigi: Si, perché c’è qualcosa in noi che ha il potere di cancellare ogni aspetto positivo da tutto ciò che ci circonda e che su tutto stende un velo grigio di tristezza: è proprio la fame essenziale che non trova il suo pane e che ci conduce all’esaurimento e alla morte. È questa fame che rende inquieto l’uomo nel mondo e che trasforma la terra in un luogo nel quale non si può riposare fintanto che non trova il suo pane.

 

* * *

 

 

Mercoledì 14 settembre 2016

(cassetta di mercoledì 14.09.1989)

 

 

 

Bisogna che sia innalzato il figlio dell'uomo ...

(Gv 3,13-17)

 

 

Delfina: “Nessuno è mai salito al cielo fuorché il Figlio dell'uomo che è disceso dal cielo”. Questa frase vuol farci capire che se non saliamo al cielo per partire dal Padre non possiamo discendere per vivere la verità?

Luigi: Certo, però noi non possiamo salire se Uno non discende dal Cielo: la salvezza viene da chi discende non da chi sale. Quindi se dal cielo di Dio non viene Uno a noi a parlarci di Dio non possiamo giungere a conoscere Dio; noi non siamo salvati dalle nostre opere, neanche dal nostro salire al Cielo, siamo salvati da Uno che viene dal Cielo.

Delfina: Si, però se noi non saliamo al Padre...

Luigi: Ma è Gesù che ci porta! È Lui che ci porta al Padre! Poi dal Padre possiamo discendere e discendendo vediamo tutte le cose alla luce del Padre. Però noi non possiamo salire al Padre se non viene Uno a parlarci del Padre. Quindi noi siamo salvati attraverso l'ascolto di Uno che viene dal Cielo e che mi parla delle cose del Cielo. Perché parlandomi delle cose del Cielo me le fa desiderare (prima di tutto), perché noi non possiamo desiderare le cose che non vediamo; noi possiamo desiderare soltanto le cose che vediamo. Per desiderare un vestito, prima lo devo vedere; magari lo sogno, ma per me non esiste. E' necessario che qualcuno mi presenti il vestito; se me lo presenta, può darsi che in me si formi il desiderio. E formandosi il desiderio, mi informo sul prezzo e su come fare per avere il denaro per comprarlo: è tutta una conseguenza. Ma tutto deriva dal fatto che uno mi ha fatto vedere l'abito in vetrina. Con Dio è lo stesso: bisogna che ci sia Qualcuno che mi fa vedere le cose che ancora non vediamo, che ce ne parli. Ora, Lui per parlarcene le deve vedere; infatti Gesù viene dal cielo, ci parla di Dio, della Verità, delle cose secondo Dio. Parlandoci, forma in noi la possibilità di desiderare. Dunque se in noi c'è desiderio, c'è attrazione, vuol dire che già Qualcuno ce ne ha parlato.

Se io vedo un campo desidero il campo, se vedo una creatura, desidero la creatura: il nostro desiderio è sempre una conseguenza di quello che vediamo. Per desiderare ciò che non vediamo bisogna che ci sia Qualcuno che vede quelle cose che noi ancora non vediamo; deve venire e parlarcene, e parlandocene susciti in noi il desiderio di arrivare a vedere.

Delfina: Quando vediamo la creazione e pensiamo che Qualcuno l'ha fatta...

Luigi: Tu non rifletteresti se non avessi Dio in te! Tu non puoi pensare che Qualcuno l'ha fatta se Qualcuno non si fosse già annunciato a te. Il cane vede il filo d'erba come lo vediamo noi, però non si mette a pensare. Come mai non si mette a pensare come noi? Perché non si chiede: “Chi ha fatto il filo d'erba?”? Tutt’al più ci si strofina contro. Perché c'è questa differenza tra il cane, il gatto e noi? Cosa c'è di diversità? Ad un certo momento muoiono loro e moriamo a anche noi, che cosa c'è di diversità tra loro e noi? Evidentemente c'è Qualcuno in noi che non c'è nel cane e nel gatto. Ora, è questo Qualcuno che si annuncia a noi che forma in noi il problema. Per cui noi alziamo gli occhi e ci chiediamo: “Ma chi l'ha fatto? Perché l'ha fatto?” incominciamo a sentire il “perchè”. Che diversità c'è tra un bambino ed un gatto? Ad un certo momento il bambino comincia a chiedere: “Perché?”; il gatto non ti chiederà mai “perché?”.

Franco: Soltanto il Figlio Unigenito può discendere.

Luigi: Si, discende solo chi vede. Cosa vuol dire cielo? Cielo è la Verità. Soltanto chi vede la Verità discende. Nessuno lo obbliga a discendere. Chi discende e parla a me la verità, dà a me la possibilità di salire. Altrimenti io non posso salire.

Franco: All'inizio di tutto c'è il Figlio che viene e si incarna, sennò il cielo è chiuso.

Luigi: Chiuso, noi siamo finiti; tu non puoi passare dal numero all'infinito. È soltanto l'infinito che assorbe il finito, il finito non può fare il salto nell'infinito. Tu, per quanto corri per il mondo, anche se vai sulla luna o sui pianeti, non riuscirai mai ad arrivare all'infinito. L'infinito non si attinge correndo sempre di più; l'infinito si attinge fermandosi e pensando. L'infinito si attinge soltanto con il pensiero e con il Pensiero di Dio. In un primo tempo si va ad esplorare l'Africa, l'America, ecc., poi il mondo diventa rotondo e ti ritrovi di nuovo al punto di partenza. Oppure l'uomo va sulla Luna, su Marte e si ritrova sempre da capo.

Non bisogna correre. Fermati, vai a Villafalletto (casa di preghiera), l'infinito si attinge attraverso il pensiero, e il Pensiero di Dio. L'infinito non si attinge con l'azione, né nel darsi da fare, né con il correre. Stai fermo!

Giovanna: Il Figlio di Dio che discende dal Cielo suscita in noi il desiderio; ma non ce l'abbiamo già in noi questo desiderio?

Luigi: Non possiamo desiderare una cosa che non la vediamo.

Giovanna: Altre volte abbiamo detto che lo portiamo già in noi.

Luigi: Noi portiamo già in noi Dio, perché se Dio non fosse già in noi non lo potremo pensare. Però noi Dio non lo vediamo, perché nel pensiero del nostro io tu vedi l'albero, tu vedi la montagna, vedi l'acqua, senti il tempo, fa freddo, c'è il sole: questo lo vedi, lo senti, lo tocchi. Dio non lo vedi, non lo senti, non lo tocchi. Fintanto che noi siamo nel pensiero del nostro io, non possiamo né vedere, né toccare, né sentire Dio, perché nel pensiero del nostro io non conosciamo Dio. Eppure Dio c'è, tant'è vero che nel pensiero del nostro io non possiamo dimostrare che Dio non esiste; lo subiamo, subiamo la passione dell'assoluto, però la passione dell'assoluto la proiettiamo verso le creature, non verso Dio; perché Dio non lo vediamo, non lo tocchiamo. Fintanto che Dio non lo vediamo, non lo tocchiamo, abbiamo questa difficoltà; per cui nel pensiero del nostro io desideriamo la creatura che vediamo e non desideriamo Dio che non vediamo e non tocchiamo. Soltanto se viene una creatura (ecco l'Incarnazione), Cristo, ma che non sia solo creatura, perché ci deve parlare di Dio, possiamo desiderare e conoscere Dio. Perché fintanto che abbiamo a che fare con una creatura come noi, questa ci parlerà sempre di uomini, perché vede gli uomini come li vediamo noi.

Noi che siamo semplicemente uomini, parliamo degli altri uomini, vediamo gli altri uomini e parliamo delle cose che vediamo e che tocchiamo. Tutti gli altri uomini parleranno a noi degli altri uomini. Apri il giornale e vedrai che tutti gli uomini ti parlano degli altri uomini. Prendi Oggi, prendi Gente, prendi Epoca, fotografie, articoli che ti parlano di altri uomini, non ti parlano di altro. Cristo non ti parla degli uomini, ti parla del Padre, ti parla di Dio, ti parla del Regno di Dio. Soltanto Uno che viene dal Cielo ti parla del Cielo. Parlandoti ti fa desiderare, ti dà la possibilità. Prima di tutto giungi a dire “E' giusto quello che mi dice ”;e questo tu non potresti dirlo se non avessi già Dio dentro di te. Parlandoti te lo fa desiderare perché te lo presenta.

Giovanna: Mi fa scoprire quello che porto già in me.

Luigi: Certo.

Daniela: Queste letture dicono la stessa cosa: guardare in Alto.

Luigi: Certo, la salvezza viene da ciò a cui noi guardiamo. E anche la dannazione viene da ciò a cui noi guardiamo.

Daniela: Si, anche il male si vince .

Luigi: Se è visto come opera di Dio; il serpente è opera di Dio, se tu lo vedi nella Parola di Dio, allora quella Parola di Dio ti salva. Il serpente come figura è un serpente, ma come significato è parola di Dio. Se tu vedi la parola di Dio nel serpente, quella ti salva. Là dove vedi soltanto l'opera del tuo io, quello ti danna.

 

***

 

 

 

Venerdì 24 aprile 2015

 (tratto dalla cassetta del 23.4.1993)

 

Come può darci la sua carne da mangiare?

 (Gv 6, 52-59)

 

In quel tempo, i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?».

Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.

Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me.
Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».

Gesù disse queste cose, insegnando nella sinagoga a Cafàrnao.

Parola del Signore

 

 

Cina: “Mangiare” la sua carne vuol dire approfondire la sua parola?

Luigi: Certo, vuol dire assimilare e capire. Noi viviamo di ciò che mangiamo: se ci nutriamo di Dio, “Dio è Spirito e Verità e vuole adoratori in spirito e verità”, allora viviamo di Dio. Se ci nutriamo di televisione o di parole di uomini, viviamo di mondo anche se diciamo: “Signore, Signore” da mattina a sera. Il Signore ti osserva in ciò di cui stai alimentando la tua vita, di cosa ti nutri. Se il tuo alimento è Dio, è conoscere Dio, tu vivi di Dio, allora Dio abita in te, Dio è con te. Ma se ti nutri di altro, la tua vita è in altro. Dio si è fatto cibo di vita, non perché lo avessimo a mangiare come pane. Dio si è fatto nostro cibo di vita affinché noi avessimo a vivere per Lui; per dirci: “Ti devi nutrire di Me perché io sono il tuo cibo di vita”. “L'uomo vive di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”. Ma questa parola che esce dalla bocca di Dio è per la tua vita, è per farti vivere. Come dice il profeta: “Mangia questo libro e poi và ad annunciare la mia parola”. Mangiare vuol dire capire. Assimila! Mangia le parole di Gesù! Assimilale e ti accorgerai di vivere di Lui.

Piero: Mangiare la carne e bere il sangue vuol dire assimilare la Croce.

Luigi: Si, la carne e il sangue rappresentano l'incarnazione. La parola di Dio si incarna e arriva a noi: tutti si devono nutrire di questa.

Piero: Per arrivare a capire che la vita mi è stata data per arrivare al Pensiero di Dio, devo assimilare la croce di Cristo.

Luigi: Certo, perché la morte del Cristo è la sintesi, la conclusione. Supera te stesso, muori a te stesso e dedicati a Dio. Assimilare la morte del Cristo vuol dire capire che dobbiamo superare il pensiero del nostro io, il pensiero del nostro mondo, perché questa è la condizione per poter arrivare allo Spirito. 

Gabri: Perché dice sempre “carne e sangue”?

Luigi: La carne è l'incarnazione e il sangue rappresenta il sangue versato per noi. Nel sangue versato abbiamo un delitto: tu sei reo di questo delitto. Dio per rendersi presente a noi che siamo schiavi dei corpi si “fa corpo” per poter stabilire un contatto con noi. Non solo! Si fa figlio del nostro peccato, quindi si lascia uccidere. La morte del Dio in noi è sangue versato per noi. Nel sangue versato c’è il delitto, quindi c’è una colpa. Il Signore dice: “Questo è sangue versato per te”. Quindi sei tu che hai versato questo sangue, per cui sei responsabile del sangue versato.

Sandra: Perché dobbiamo bere il sangue?

Luigi: Perché ne dobbiamo prendere coscienza. Devi essere consapevole che questo sangue è stato versato per te. Assumitene la responsabilità, perché questo sangue è stato versato per te. Bevilo! Bere vuol dire assumersi la responsabilità di quello che è avvenuto. Questo fatto stabilisce un rapporto diretto e personale con Dio, con quello che Dio ha fatto per te. Da questo rapporto diretto nasce il dialogo da cui viene la salvezza. La salvezza viene dal dialogo personale, diretto tra Dio e noi e tra noi e Dio. Dio dialoga personalmente con noi, ma vuole che noi dialoghiamo personalmente con Lui. Ed è in questo dialogo personale, non per interposta persona, che l'anima si apre alla via della salvezza.

Pinuccia: “Come il Padre che ha la vita ha mandato me, ed io vivo per il Padre, così anche Colui che mangia di me, vivrà per me”; fa un paragone: come – così.

Luigi: Lui vive per il Padre perché è mandato. In quanto mandato vive per il Padre. Quindi non viene per fare la sua volontà, ma vive per il Padre: “Chi mangia di me, vive di me”.

Pinuccia: Vuol dire “Chi mangia di me è motivato da me”?

Luigi: Certo. Noi viviamo di ciò di cui ci nutriamo. Quello che caratterizza la nostra vita è ciò a cui dedichiamo il nostro pensiero. Dedicando il nostro pensiero ci nutriamo di ciò a cui dedichiamo il pensiero. Ognuno di noi appartiene a ciò a cui dedica il suo pensiero. In quanto appartiene, vive di quello. La mamma che dedica il suo pensiero al figlio, vive per il figlio. Dedicando il nostro pensiero a Dio, finiamo per vivere per Dio. Dio si fa oggetto nostro, cibo, alimentazione, perché dedicando il nostro pensiero a Lui, finiamo di vivere per Lui. Diventiamo una cosa sola con Lui nella misura in cui dedichiamo il nostro pensiero a Lui. Facciamo una cosa sola se ci dedichiamo a Lui.

Non facciamo una cosa sola con Dio se diciamo preghiere da mattina a sera, però dedichiamo il nostro pensiero ad altro. E lo sperimentiamo!

Se non pensiamo Dio sperimentiamo la divisione, ci accorgiamo che non siamo una cosa sola. Se invece dedichiamo il nostro pensiero a Dio ci accorgiamo che c'è quell'unione. L'unione si realizza attraverso il pensiero; anche il nutrimento avviene attraverso il pensiero.

Pinuccia: Anche se ci dedichiamo ad altre cose?

Luigi: Quello che conta è il tempo interiore; il tempo interiore è caratterizzato da ciò a cui dedichiamo il nostro pensiero. Se tu ami una persona, puoi fare mille lavori ma il tuo pensiero è sempre con l'essere amato. Questo il Signore ce lo fa sperimentare, per dirci: “Vedi, quando si ama dove si l'ha il pensiero?”. Prima Lui ci dice: “Ama il Signore Dio tuo con tutta la tua mente, con tutte le tue forze”, poi ci fa sperimentare come si vive nell'amore. Quindi non giustificarti dicendo: “io ho altro da fare!”, perché quando si ama veramente uno può fare tutti i lavori di questo mondo ma il suo pensiero è lì, e costruisce lì sopra. Quindi non c'è amore che ti possa portare via all'intensità del pensiero. Il pensiero assorbe tutto.

Pinuccia: Quello succede quando uno è arrivato.

Luigi: Perché quando uno ama è arrivato? Ha delle tribolazioni a non finire! Il tuo pensiero ora è dominato dall'oggetto del tuo amore!

 

* * *

Mercoledì 21 settembre 2016

(cassetta di mercoledì 21.09.1989)

 

 

Non sono venuto per i giusti ma per i peccatori...

(Mt 9,9-13 )

 

 

Cina: Ho bisogno di misericordia e ho da avere misericordia.

Luigi: Certo, perché Dio usa misericordia nella misura in cui noi usiamo misericordia verso tutto e verso tutti. Dio ha messo nelle nostre mani il metro del nostro stesso giudizio: tu sarai giudicato con lo stesso metro che avrai usato per misurare gli altri. Quindi a noi conviene, verso tutto e verso tutti, usare un grande metro di misericordia, perché quel metro che noi avremo usato verso gli altri, Dio lo adopererà per noi: è Parola di Dio.

Delfina: Confronto la chiamata di Matteo con quella di Paolo; mentre Paolo è stato buttato giù da cavallo, a Matteo è bastato dire: “Seguimi”.

Luigi: Dio, in un modo o nell'altro, sa come arrivare fino a noi, l'importante è che quando Lui fa giungere a noi la sua parola noi partiamo. Importante non è il modo con cui Dio arriva a farci prendere coscienza del nostro destino, l'importante è il modo con cui noi rispondiamo a questa Parola di Dio che bussa alla nostra porta.

Domanda: “Dio dice: misericordia io voglio e non sacrifici!”

Luigi: Dio non vuole sacrifici. Noi il più delle volte facciamo consistere la religiosità in penitenze, sacrifici, digiuni, rinunce, distacco: Dio vuole la conoscenza, Dio vuole essere conosciuto. Quindi non fissarti su delle regole, il problema essenziale non è quello. Se la prostituta di Magdala avesse detto, per avvicinare il Signore, “Io devo far sacrifici, rinunciare, devo convertirmi, devo cambiare” non sarebbe mai arrivata. Si è avvicinata con tutta la sua miseria addosso, con tutti i suoi stracci. Gesù dice “Io non sono venuto per i sani”, quindi non cercare di guarire prima di avvicinarti al Signore: avvicinati al Signore se sei malato, se sei povera, misera, non vergognarti. Non far consistere la tua religiosità nel “Devo purificarmi, devo liberarmi”. Avvicina il Signore con tutta la tua miseria addosso, ma cerca Lui; ovunque tu sia cerca Lui, comincia a pensare a Lui. Lui ti libererà da tutto. Il problema è questo: non giudicare gli altri e non giudicare nemmeno te stesso, abbi pazienza con te stesso. Non giudicare gli altri, e non giudicare te stesso, pensa al Signore, Egli ti libererà. Lui che ha insegnato a noi a perdonare “settanta volte sette al giorno” quanto più deve essere grande il suo perdono, la sua misericordia. Quindi non aver paura.

Non bisogna aver paura di Dio. Dobbiamo avvicinarci a Dio, sicuri che Lui ci vuole guarire. Per quello che dice “Io non voglio sacrifici, voglio soltanto che mi conosciate. Cerca Me e troverai tutto!”. Ma, per quanti salti mortali noi facciamo per guarire, per curarci, per liberarci, finiamo sempre per aggravare la nostra situazione. E anche questo è Dio che ce lo fa sperimentare, per farci capire: “Vedi, da te pasticci soltanto! Cerca Me!”. Cerca Lui, cerca di conoscere Lui, vedrai che Lui farà tutto. “Pensa a Me e Io faccio tutto il resto!”, Dio dice ad ognuno di noi.

Guido: Le persone sane non hanno bisogno del medico; però è più facile riconoscersi sani.

Luigi: E' lì il grande guaio! Perché noi ci confrontiamo sempre con gli altri e diciamo: “Ah, ma io non sono come l'altro!”, e mi credo migliore dell'altro, mi credo bravo, giusto: “Signore io ti ringrazio perché sono giusto, io pago le imposte, faccio digiuno! Non sono come gli altri che sono peccatori”, quest'uomo è escluso, via, finito! Invece l'altro che dice “Signore, abbi pietà di me perché sono un peccatore!” è incluso, giustificato, entra nel Regno di Dio. Bisogna scoprire il nostro male, il nostro niente; soltanto scoprendo il nostro niente, prendiamo contatto con il “tutto” di Dio.

Guido: Ci vuole la grazia di Dio.

Luigi: Solo la grazia. La grazia Dio la dà, e sovrabbonda con questa grazia, perché Dio, il Cristo, Dio tra noi, è rivelatore della presenza di Dio in noi. Ma se Dio è in noi, e  tutta la grazia è con Dio, con la presenza di Dio in noi abbiamo tutta la grazia di Dio possibile.

Pensa a Dio che è presente in te, e avrai tutta la grazia possibile per scoprire il tuo niente e il tutto di Dio. Bisogna mettere Dio prima di tutto. Il più delle volte noi finiamo per consumare tutta la nostra vita, tutto il nostro tempo per pulirci.

Il problema non è pulirti! Avvicinati a Dio anche se sei sporco, sarà Lui che ti libererà. Quindi non siamo noi che dobbiamo realizzare una liberazione, noi dobbiamo soltanto preoccuparci di conoscere il Signore. Dio non si vergogna di farsi conoscere dalla creatura più misera, più povera. “Oggi sarai con me in paradiso”, l'ha detto ad un ladrone, crocifisso con Lui, condannato a morte. Non l’ha detto a nessun santo “Oggi sarai con me in paradiso”, e l'ha detto a quell'uomo. Questo per dire a noi “Non vergognarti, se anche sei crocifisso, sei condannato a morte, se ti senti già votato a morte, se ti senti ladrone, se ti senti una prostituta, non vergognarti, avvicinati a Lui, Lui ti libererà da tutte le tue colpe”. L'importante è stabilire questo rapporto con Dio, ovunque ci troviamo. Non dire: “Prima mi lavo e poi mi avvicinerò”, no! Avvicinati e Lui ti libererà.

Domanda: Che differenza c'è tra misericordia e sacrificio?

Luigi: Usare misericordia vuol dire non condannare, non giudicare; sacrificio vuol dire costringere alla penitenza perché c’è stato un peccato, una mancanza. Invece, usare misericordia vuol dire non guardare il fratello se ha peccato, se è macchiato, ma considerarlo per la vocazione che egli porta in sé di Dio, considera che domani sarà un santo, che domani sarà un angelo di Dio, perché se Dio ci mantiene in vita è per quello che noi possiamo essere con Lui. Egli ci ama non per quello che siamo, ma per quello che possiamo essere con Lui. Dio ci mantiene sempre aperta la speranza, non ci toglie mai il futuro. Noi togliamo il futuro alle creature; dicendo “quell'uomo è così...” gli togliamo la dimensione futura. Ogni peccatore ha in sé la speranza: “Domani non farò più così”; tu non togliergli quella speranza. Quando tu lo giudichi, gli togli la speranza perché lo fai essere secondo il tuo giudizio. Quando noi diciamo ad un bambino “Sei un asino!”, lo facciamo essere un asino. Quindi non giudicare. E se anche il bambino dicesse “Io sono un asino”, devi dirgli “No! Guarda che tu domani potrai essere un sapiente, potrai essere uno scienziato!” perché con Dio si può tutto. Dio ci ha creati in queste tre grandi dimensioni: passato, presente, futuro. Ma soprattutto il futuro. E dobbiamo mantenere questo futuro, in noi, ma anche negli altri. Quindi bisogna avere questo rispetto e questa misericordia. Cristo è venuto tra noi e non ha detto: “Sei un delinquente!”.

Cristo venendo non ci ha guardati; comunque noi fossimo ci ha detto Apri gli occhi: sei creato per conoscere Dio! C'è un Padre per tutti, cerca di conoscerlo! Scopri la sua presenza. Io ti conduco da Lui”.

Anche la prostituta l'ha mantenuta nella speranza e l'ha liberata. Anche il ladro e il delinquente. Anzi, ha detto: “Prostitute e ladri vi precederanno nel regno di Dio” e l'ha detto a dei grandi sacerdoti.

 

 

***

 

 

Mercoledì 29 aprile 2015

(Tratto dalla cassetta del  16.7.1987)

 

Ti rendo lode, Padre

(Mt 11, 25-30)

 

 

 

In quel tempo Gesù disse: “Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Si, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo. Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero.

 

Interlocutore: La presenza del Pensiero di Dio in noi è data dalla presenza del Padre in noi?

Luigi: Si, infatti il Padre ha dato tutto al Figlio; quindi nel Figlio c’è il Padre. Il Figlio è il “luogo” del Padre. Quindi se noi vogliamo trovare Dio lo dobbiamo cercare nel suo Pensiero.

Interlocutore: Possiamo dire che il Figlio in noi è generato dalla presenza del Padre?

Luigi: In noi il Verbo è generato dalla presenza del Padre; siamo chiamati ad una generazione consapevole, perché certamente non ci rendiamo conto di questa generazione del Verbo di Dio in noi, che è generato dalla presenza del Padre. Il Figlio non è stato generato, “è” generato, perché Dio è fuori dal tempo. La generazione è continua. E noi partecipiamo a questa generazione in quanto la capiamo.

In noi Dio è “soltanto” un luogo per poter trovare Dio, perché Dio si conosce soltanto nel suo Pensiero. Quindi Dio ci fa capire che esiste questo luogo. Ma conosceremo “chi è”, “cos'è” questo luogo, soltanto quando il Padre ci farà vedere quello che Lui genera.

Interlocutore: Gesù dice: “Tutto mi è stato dato dal Padre mio”.

Luigi: Si, ci fa capire che il vero, grande tesoro lo rivela soltanto ai piccoli, cioè soltanto a coloro che sono consapevoli del loro nulla. Fintanto che uno si gonfia, non può entrare nel regno di Dio.

Interlocutore: Non si può conoscere il Figlio se non siamo attratti dal Padre.

Luigi: “Nessuno può venire al Padre se non per mezzo di me”. Quel “Me” è il Verbo che parla con noi. Quindi giungiamo a conoscere il Padre, ascoltando il Verbo che parla, non parlando. Quando dice: “Nessuno può venire al Padre se non per mezzo di me”, quel “Me” è: “Sono io che parlo con te”. Per cui è come se dicesse:  “se tu non ascolti Me non puoi arrivare a conoscere il Padre”, è il passaggio obbligato.

Interlocutore: “E colui al quale il Figlio lo voglia rivelare”. Qual è la condizione? È la volontà del Figlio?

Luigi: “Il Figlio non fa niente se non lo vede fare dal Padre”, quindi tutte le operazioni del Figlio hanno la loro ragione nel Padre. Infatti il Figlio glorifica il Padre in quanto attribuisce tutto di sé al Padre; quindi l’iniziativa è del Padre. Non solo, ma dice: “…coloro ai quali Lui vuole rivelarsi..”, quindi presso Dio c’è libertà, nessuno ci costringe. Dio è assoluto cioè non subisce condizionamenti. Per cui tutto ciò che noi riceviamo, lo riceviamo come dono d’amore; Dio non è obbligato! Se ci dà della luce, o se ci dà il suo Pensiero in noi è dono d’amore suo, non è merito nostro. Non possiamo pretendere assolutamente niente! Quando riceviamo una luce da Dio è dono libero, è Dio che liberamente ce l’ha voluta dare: è un dono d’amore. E coloro che sono con Dio operano altrettanto liberamente, non sono condizionati; nessuno li costringe, operano per amore, quindi liberamente.

Interlocutore: Dio si rivela indipendentemente dalla volontà della creatura.

Luigi: Si rivela indipendentemente, però prima di rivelarsi indipendentemente, chiede la partecipazione della creatura, perché soltanto nella misura in cui la creatura partecipa, può portare questo dono; altrimenti non è capace a portare questo dono. Arriverà un momento in cui Dio si rivela, però questo può creare un inferno nella creatura. Allora prima di creare l’inferno, cerca di creare il paradiso.

Interlocutore: Dio vuole rivelarsi a tutti.

Luigi: A tutti. Tutti noi portiamo in noi un tesoro, che è il Pensiero di Dio. Il Pensiero di Dio lo portiamo tutti in noi. Non tutti attingono al Pensiero di Dio.

Interlocutore: Perché non tutti possono attingere? Allora non c’è giustizia.

Luigi: Non c’è giustizia! C’è solo amore! Dio vuole che tutti attingano al Pensiero di Dio, però si deve formare un desiderio specifico. Il più delle volte questo desiderio lo disperdiamo in altri desideri. Perdiamo il desiderio, perdiamo la nostra anima. La nostra anima è desiderio di Dio. Perdiamo la nostra anima proprio perché moltiplichiamo i desideri del mondo. Moltiplicando gli amori perdiamo la capacità di amare.

Interlocutore: Quindi Dio si rivela a tutti, poi dipende se noi siamo preparati.

Luigi: No, prima che Lui si riveli noi dobbiamo essere preparati. Perché se aspettiamo che Lui si riveli senza essere preparati diventa un inferno, perché non possiamo sopportare la presenza di Dio. La verità può diventare inferno per noi, se non siamo capaci di portarla.

Interlocutore: “Ti benedico o Padre, Signore del cielo e della terra…”

Luigi: Creatore di tutte le cose visibili e invisibili. Noi dobbiamo “dire bene” (benedire significa “dire bene”, dire che Dio è buono), perché Dio solo è buono, cioè dobbiamo riconoscere che Lui è buono. Noi diciamo che una cosa è buona quando è appetibile, desiderabile: Dio solo è desiderabile, Dio solo è l’oggetto del nostro desiderio. Quindi quanto più noi benediciamo Dio, tanto più desideriamo Dio, diciamo che Dio è buono. Diciamo che Dio è buono in quanto s’è fatto oggetto del nostro desiderio.

 

 

 

* * *

Mercoledì 28 settembre 2016

(cassetta di mercoledì 30.09.1988)

 

 

 

Ti seguirò ovunque tu vada ...

(Lc 9,57-62 )

 

 

Cina: Questa parola mi invita a fare conto su Dio.

Luigi: Certo, invita a non voltarci indietro, perché chi si volta indietro non è fatto per il regno di Dio.

Delfina: "Il Figlio dell'uomo non sa dove posare il capo", cosa vuol dire spiritualmente?

Luigi: Non devi far conto su altro, devi far conto soltanto su Dio, sul suo Spirito. Non far conto su altro, perché fintanto che fai conto su altro non puoi lasciarti guidare dallo Spirito. Fintanto che dici “io credo in Dio, io amo Dio”, solo perché Dio ti fa andare bene tutte le cose, non sei pronta. Nella Bibbia troviamo il diavolo che dice “E' facile per Giobbe avere fede; prova un po' a toccarlo poi t'accorgi se continua ad aver fede!”; c’è dunque una fede fragile che si sostiene solo sui doni di Dio. Per esempio: io desidero la caramella e il Signore mi manda la caramella, allora dico “Signore come sei buono” e prego Dio e canto da mattina a sera “Signore sei buono, Signore sei buono!” e credo di avere tanta fede; ma è una fede fasulla, che nasce dall’essere stato soddisfatto. Di una persona che mi soddisfa io dico che è buona. Ma in questo modo non entro nel regno di Dio!

Franca: Gesù viene proprio per portarci in questo infinito, ma dice le cose come devono essere.

Luigi: Fintanto che noi poniamo delle condizioni all'amore, non possiamo entrare nell'amore, assolutamente. Fintanto che noi poniamo le condizioni, non possiamo entrare.

Franco: Gesù dice che non ha un luogo su cui posare il capo.

Luigi: Cioè, il nostro punto di riposo, di pace, di sicurezza deve essere Dio, solo Dio. Fintanto che noi abbiamo altre sicurezze, non siamo ancora pronti per questa avventura dell'incontro con la verità di Dio.

Andrea: Bisogna sempre avere questa disponibilità verso Dio.

Luigi: Si, non dobbiamo mai fermarci alle nostre impressioni, ai nostri sentimenti, ai nostri giudizi, ma cercare sempre il Pensiero di Dio nelle cose. Tutto è dono ed è un dono gratuito.

Andrea: Anche le sberle che mi ha dato sono un dono.

Luigi: Certo, se tu cerchi di capire il significato superi anche la sberla stessa!

Marco: Mi colpisce molto la chiamata molto semplice di Gesù: “Seguimi!”.

Luigi: E' nettissima, non ti fa dei complimenti. Le esigenze sono queste, anzi fai bene i conti a tavolino perché le esigenze sono queste, sappi renderti conto.

 

Margherita: Non essere adatti al regno di Dio è quando ci volgiamo al passato e non accettiamo quello che Dio ci presenta.

Luigi: Non siamo adatti al regno di Dio quando guardiamo a noi stessi, ai nostri problemi, quando non siamo in grado di superare i nostri problemi. “Lasciami prima seppellire mio padre”, “Fammi salutare quelli di casa”; ognuno di noi ha tanti problemi, perché noi siamo fatti di problemi. Noi vorremmo sempre risolvere prima i nostri problemi e “poi dopo vengo!”. No! Fintanto che tu dici “Lasciami andare in pensione e poi mi occuperò di Te”, non arriverai mai ad occuparti di Dio. Se non sei in grado di occuparti di Dio adesso, oggi, con tutti i problemi che hai addosso, con tutte le tue questioni, stai tranquillo che non troverai mai tempo per Dio. Anche quando Dio ti mandasse in pensione e avessi tutto il tempo a disposizione, lo sprecheresti tutto.

O si parte con tutte le difficoltà che ci si porta addosso, superandosi (perché Dio va messo prima di tutto, prima anche dei nostri problemi) o non si parte più.

Franco: “La moglie i buoi, i campi…” vuol dire usare sempre qualcos'altro come scusante al posto della ricerca di Dio.

Luigi: Solo che noi ci scusiamo dicendo “La moglie, i buoi, i campi me li ha dati Dio! Sono creature, me le ha date Dio e allora io vivo per quelle!”, ecco l'errore grosso. Assolutizziamo. Quindi vivendo per-, crediamo di fare la volontà di Dio. “Questo è il mio dovere; io non mi devo preoccupare di cercare Dio, di conoscere Dio, perché Dio mi ha dato queste creature, quindi questo è il mio dovere! Io devo fare prima il mio dovere!”. Ecco, dire questo è sbagliato! Il tuo dovere è conoscere Dio, in qualunque posizione tu sia, non devi giustificarti. Come ti giustifichi sei fallito “Non assaggerai la mia cena. Entreranno ciechi, zoppi, malati, poveri, peccatori, prostitute, entreranno tutti ma tu no!”. Quindi chi si giustifica coi “i buoi, i campi, la moglie”, e sono cose onestissime, è approvato da tutto il mondo, ma non da Dio. Dio non lo giustifica! Fa entrare tutti gli altri “Andate per tutte le strade, costringeteli ad entrare!”, ma costui no! E non va inteso che Dio lo vuole escludere. E' per farci capire che fintanto che noi crediamo di fare la volontà di Dio occupandoci di altro, siamo nell’impossibilità di entrare.

Silvana: Maria ha detto “Si faccia di me secondo la tua parola” non ha tentennato.

Luigi: Si, ed è proprio con questa semplicità che si ottiene la totalità, che si concepisce Dio, che si incarna Dio in noi, cioè che si fa esperienza della presenza di Dio. Ma ci vuole questa verginità di mente, che è nettezza di pensiero, cioè amore unico, un pensiero messo al di sopra di tutto. Il male è mettere qualche cos'altro al di sopra di tutto anziché Dio.

Fabiola: Dio si offre ad essere scelto da noi.

Luigi: Si offre come oggetto d'amore, perché chi si offre ad essere scelto si offre come oggetto d'amore.

Fabiola: Quindi Gesù è molto duro...

Luigi: E' molto buono. Non vuoi essere presa? Guarda che se non vuoi essere presa Dio ti lascia. Trovare Uno che ci prende è una meraviglia; invece è una grande tristezza arrivare fino a sera e dire: “Nessuno mi ha presa!”, cioè non sono stata amata. È dura trovare uno che ti ama?

Giovanna: Per andare dietro a Gesù bisogna lasciare tutto il resto.

Luigi: Certo.

 

 

 

***

 

 

Venerdì 1 maggio 2015

 (tratto dalla cassetta del 1.5.1985)

 

 

 

Non è costui il figlio del falegname?

 (Mt 13, 54-58)

 

In quel tempo Gesù, venuto nella sua patria, insegnava nella loro sinagoga e la gente rimaneva stupita e diceva: «Da dove gli vengono questa sapienza e i prodigi? Non è costui il figlio del falegname? E sua madre, non si chiama Maria? E i suoi fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle, non stanno tutte da noi? Da dove gli vengono allora tutte queste cose?». Ed era per loro motivo di scandalo.
Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua». E lì, a causa della loro incredulità, non fece molti prodigi.

Parola del Signore

 

Delfina: Queste persone hanno disprezzato Gesù.

Luigi: Si, perché dicevano: “E’ il figlio del carpentiere. Chi crede di essere? Cosa succede?”. Il problema è questo: la conoscenza che avevano di Gesù impediva loro di conoscere Gesù. Questo vuol dire che le conoscenze che noi abbiamo ci impediscono di conoscere la verità; noi siamo accecati dalle nostre conoscenze, da quello che noi crediamo vero. “Io credo soltanto a ciò che so”. Nessun profeta è bene accetto in casa sua perché in casa sua credono di conoscerlo. Ciò che conosciamo ci chiude in un guscio e ci impedisce l’apertura alla novità. Ora, lo Spirito di Dio è sempre una novità, il che vuol dire che ti impegna a trascenderti in continuazione, a trascendere anche tutte le tue conoscenze, anche ciò che tu sai. Quando dici: “questo è impossibile” ti escludi dalla novità, ti chiudi nel vecchio e il vecchio ti porta via tutto.

Delfina: Dobbiamo sempre tenere presente l’annuncio.

Luigi: Se non teniamo presente Dio Creatore, non facciamo altro che etichettare tutti gli avvenimenti, i fatti, le creature che si presentano a noi, secondo i nostri schemi. E senza accorgercene ci lasciamo sfuggire lo Spirito di novità. Quando diciamo: “questa pagina di Vangelo la so; quella l’ho già vista”, ci sfugge la novità! In quanto ci arriva, se teniamo presente Dio Creatore, dobbiamo chiederci: “Come mai, Signore, mi presenti sempre questa cosa?”, e allora ci impegniamo a cercare il significato presso Dio.

Delfina: Tocca a noi saper trovare la novità.

Luigi: Ma non la possiamo trovare senza tener presente Dio, perché naturalmente siamo portati alla chiusura. Noi vivendo qui in terra, perdiamo la Verità. E come la perdiamo la Verità? Cominciando a misurare quello che ci arriva su quello che abbiamo già sperimentato, vissuto, conosciuto. Mentre il bambino è tutto aperto alla novità, perché non ha conosciuto ancora niente. Però man mano che cresce tende a misurare tutto quello che gli arriva con quello che ha conosciuto. Ad un certo momento, vive solo più per quello che ha conosciuto, e quello che gli arriva per lui non conta più niente. L’uomo vecchio è tutto ripiegato su se stesso, è tutto rivolto al passato; vive solo più di ricordi: “Perché il mio mondo era così…”; ed è ciò che vale per lui. Non riceve più niente. L’uomo muore di vecchiaia. E perché muore di vecchiaia? Perché fa le cose vecchie mentre è in un mondo tutto nuovo, perché con Dio tutto è sempre novità. Lo Spirito di Dio è Spirito di novità. E’ lo Spirito che fa nuove tutte le cose. Ma allora qual è lo spirito che fa vecchie tutte le cose? È il pensiero del nostro io.

Maria: Se non teniamo presente Dio misuriamo tutto con il pensiero del nostro io.

Luigi: Non possiamo farne a meno. E quindi ci perdiamo l’anima di tutte le cose, perché in tutte le cose c’è novità, perché è Dio che ci sta parlando in tutte le cose. La novità è che Dio ci parla in tutte le cose; misurando tutto con il pensiero dell’io perdiamo l’anima.

Giovanna: Gesù percorreva i villaggi insegnando.

Luigi: Lui offre la salvezza a tutti: buoni, cattivi, giusti, ingiusti. E come la offre? Predicando. E cosa predica? Il Regno di Dio. Dio è Colui che regna. E’ Dio che opera tutto. Quanti hanno l’animo aperta a Dio, che sono attratti da Dio, lo accolgono. Altri la rifiutano. Però la salvezza arriva a tutti. L’occasione Dio la fa arrivare a tutti: “Tutti i confini della terra hanno visto la salvezza di Dio.

Silvana: Dio fa arrivare la sua parola che stupisce, che meraviglia, nel conosciuto.

Luigi: Dio fa arrivare la sua voce in tutto e in tutti.

Silvana: Quello che impedisce di accogliere la novità è: “Questa cosa la so già!”.

Luigi: Quello che conosci ti impedisce di conoscere. Mentre se tu credi in Dio, superi sempre quello che conosci; sempre. Questa è una lezione evidentissima. Le cose diventano vecchie nel pensiero del nostro io.

Quand’è che tu dici che una cosa è vecchia? Quando l’hai già vista. Dicendo: “Questa cosa l’ho già vista”, perdi la novità. Diventi grossolana nell’osservazione perché la riferisci al tuo io. Se tu incontri una persona per la seconda volta dici: “Ah, quella persona la conosco già; l’ho vista ieri”. Invece tu non l’hai conosciuta né ieri, né oggi.

Noi ci priviamo della conoscenza perché riferiamo le cose all’io; in questa condizione non ci interessa più conoscere, perché crediamo di sapere. Per cui il nostro io diventa un abisso che beve tutto, che fa vecchie tutte le cose; e facendole vecchie ci impedisce la vita. E se si presentasse Dio diremmo: “L’ho già visto”, per cui non ci può più interessare, non ci può più attrarre. L’io non conosce perché si nutre di impressioni, di sentimenti di “cuore che batte.

Pinuccia: Questi compaesani di Gesù non si sono interessati al messaggio che recava loro Cristo, ma alla persona. Si chiedevano: “Dove ha imparato queste cose, in quale scuola?”.

Luigi: Se non teniamo presente Dio, davanti ad un annuncio noi chiediamo: “Chi te l’ha detto?”. Invece noi dobbiamo sempre chiederci se è vero o se non è vero quello che è detto. Lo dobbiamo misurare con Dio, la misura è Dio. Non interessa: “Chi è costui? Da dove viene? Chi pretende di essere?”;  il problema che deve interessare è: “E’ vero o non è vero?”. Il fatto è che affermare la verità richiede la nostra responsabilità, un impegno personale. Sarebbe comodo accettare cosa dice uno, sapendo che si è laureato in una certa università; non impegnerebbe. Impegna molto invece confrontare l’annuncio che ci arriva con la Verità che portiamo in noi.

 

* * *

 

 

Mercoledì 5 ottobre 2016

(cassetta di mercoledì 7.10.1989)

 

 

Signore insegnaci a pregare ...

(Lc 11, 1-4)

 

 

Delfina: Nella preghiera del Padre nostro diciamo “Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra”, ma in cielo tutti fanno la volontà del Padre.

Luigi: Appunto, solo che noi dobbiamo fare in terra la volontà di Dio come si fa in cielo, e non fare in terra la volontà di Dio come la intendiamo noi. “Sia fatta la tua volontà come in cielo...”, significa che fintanto che tu non conosci come si fa la volontà di Dio in cielo, tu non sei capace di farla in terra; non la fai! Quindi ti invita a conoscere “come” si fa la volontà di Dio in cielo. “Come” nel cielo di Dio si fa la volontà di Dio; vedendo “come” si fa nel cielo, puoi, sulla tua terra, nel tuo mondo, fare la volontà di Dio.

Delfina: Pensavo di pregare affinché anche in cielo si facesse la volontà di Dio.

Luigi: No! E’ Dio che ti fa pregare. La volontà di Dio si fa dappertutto; siamo noi che dobbiamo imparare a farla, soltanto noi. Quindi dobbiamo pregare Dio che ci insegni a fare la sua volontà “come” si fa nel suo cielo. Ci invita quindi a contemplare “come” si fa la volontà di Dio nel cielo di Dio, dove tutte le cose sono riferite a Dio. Perché il cielo è là dove Dio è il punto fisso di riferimento, la terra invece è il luogo in cui il punto di riferimento è l'uomo. Allora Dio ci invita a fare sulla terra (dove il punto di riferimento è l'uomo), a fare la volontà di Dio come si fa nel cielo (dove il punto fisso di riferimento è Dio); dunque anche qui sulla terra, tutte le cose vanno riferite a Dio, perché soltanto così si fa la volontà di Dio.

Delfina: Giovanni Battista come ha insegnato a pregare ai suoi discepoli?

Luigi: Ha insegnato loro a fare la giustizia essenziale: mettere Dio al centro. È la stessa cosa: riferisci tutte le cose a Dio, togli il tuo io dal centro e metti Dio al centro, perché è giusto; questa è la giustizia che dobbiamo fare.

Franca: “Gesù si trovava in un luogo a pregare” che cos'è questo luogo?

Luigi: Gesù dice a Maria e Giuseppe: “Perché mi cercavate? Non sapete dove io mi trovo?”. “Dove abiti?”, Gesù risponde: “Venite e vedete!”, andarono e videro dove Lui era.

Franca: Non c'è un luogo materiale per pregare.

Luigi: Tu ti trovi là dove sei col pensiero; puoi essere in chiesa e col pensiero essere in piazza. Quindi il luogo in cui siamo è dove noi abbiamo il pensiero. Cristo era sempre nel Padre, abitava nel Padre, quindi la sua preghiera è nel Padre.

Franco: C'è la preghiera affinché il Signore ci aiuti a non cadere in tentazione.

Luigi: La preghiera è elevazione della mente a Dio. Elevare la mente nel cielo di Dio vuol dire pensare Dio per poter conoscere; perché se tu non pensi non conosci. Dio si conosce soltanto nel suo Pensiero. E' soltanto attraverso il Pensiero di Dio che tu puoi contemplare, conoscere le cose di Dio, in caso diverso non le conosci. Ora, si prega per conoscere. Se tu non hai interesse per conoscere, la tua preghiera è fasulla. Perché quando tu non hai interesse per conoscere, preghi per far servire Dio ai tuoi interessi, in modo che Dio faccia la tua volontà, che Dio pensi a te: ma quella non è più preghiera. La vera preghiera è là dove uno ha interesse per conoscere Dio. Allora pensa, eleva la mente, pensa a Dio per conoscere Dio.

Quando Dio mi fa arrivare una parola, un segno, un avvenimento, devo chiedermi: “Signore, che cosa mi dici Te?”, allora mi raccolgo in preghiera. “Che cosa mi dici di Te in questo fatto, in questo avvenimento, in questa parola?”, emergono queste domande quando ho interesse per conoscerLo, per capirLo. Amare vuol dire conoscere l'altro. Allora questa diventa vera preghiera. Pregare non vuol dire ripetere mille volte la stessa parola in un giorno, non è che con questo io abbia pregato. Perché se tu ripeti mille volte una parola straniera, non la capisci; non ripeterla mille volte, applica la mente per capire il significato, allora intenderai! Ma se tu ripeti, ripeti, ripeti non arrivi a capire. Siccome il problema è “la vita eterna sta nel conoscere Dio come vero Dio”, la preghiera che conduce alla vita eterna è il desiderio di conoscere. In caso diverso non c'è preghiera.

Daniela: “Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori”.

Luigi: Qui c'è una versione diversa dall'altra, quindi bisogna vedere l'origine. In una versione dice “Rimetti a noi i nostri peccati, i nostri debiti, affinché noi perdoniamo agli altri”; invece in un'altra versione fa dipendere la remissione dei peccati dal fatto che noi li abbiamo perdonati agli altri. Noi creature possiamo soltanto amare nella misura in cui riceviamo amore, riceviamo luce.

Marco: Il fatto che Gesù insegna a pregare ci fa capire che pregare è un dono, non è qualcosa di nostro.

Luigi: Certo, noi da soli non siamo capaci di pregare! Infatti quando noi pensiamo a Dio, pensiamo a Dio con il Pensiero di Dio, il che vuol dire che è il Pensiero di Dio in noi che prega Dio, non siamo noi che preghiamo Dio, è Dio che prega in noi. Se tu hai la possibilità di pensare a Dio, non devi dire “Io penso a Dio”, ma devi dire “Dio mi visita e mi dà la possibilità di pensarlo”; perché noi non siamo liberi di pensare. Il pensiero è una grazia che mi viene da-. Allora, se oggi ho la possibilità di pensare a Dio, non sono io che decido di pensare a Dio, ma è Dio che oggi mi visita e visitandomi, mi dà la possibilità di guardarLo. Pensare vuol dire guardare a-. Ma tu non puoi pensare una persona se quella persona non viene a te, se non si presenta. Quindi è Dio che si presenta, e presentandosi a te ti dà la possibilità di guardarlo, di pensarlo. E’ per questo motivo che non dobbiamo mai dire “io, io, io! io prego, io penso!”. Dobbiamo sempre riconoscere che tutta l'opera viene da Dio, la grazia è di Dio. Quindi, se tu pensi, se tu preghi, riconosci la grazia di Dio, e dici: “E' Dio che oggi mi dà la possibilità di guardarlo, mi dà la possibilità di pensarlo, mi dà la possibilità di ricordarlo, mi dà la possibilità di capire”. Riferisci sempre tutto a Dio. Parti sempre dall'iniziativa di Dio, non dalla tua iniziativa. Altrimenti partendo dalla tua iniziativa ti separi da Dio, perdi il contatto con l'iniziativa di Dio. Ora, non perdere il contatto è sostanziale, perché soltanto nell'unione con Dio possiamo ricevere la luce. Se partiamo su nostra iniziativa certamente perdiamo il contatto con Dio. Gesù stesso dice “Il Padre non mi lascia mai solo perché io faccio sempre quello che piace a Lui”; ecco, c'è sempre il rapporto “Il Figlio non fa niente se non lo vede fare dal Padre” e allora resta sempre col Padre, e insegna a noi come si resta nel Padre. Se invece tu parti, anche solo con il pensiero, dicendo “Sono io che penso”, ti separi già dalla presenza di Dio, perdi la presenza di Dio.

Marco: Il rosario dovrebbe aiutarci ad elevare la mente a Dio.

Luigi: Certo, quindi vale in quanto ti fa pensare. Ma se tu mentre dici il rosario pensi ad altro a cosa serve il rosario? Non è che dire la parola sia valida di per sé. La parola è valida come supporto per-. Gesù ti fa dire “Padre nostro”, ma non perché tu lo ripeta, ma perché tu abbia a pensare quello che stai dicendo con la bocca. Quindi Dio ti fa dire con la bocca ciò a cui tu devi rivolgere la tua mente, per poter capire.

 

 

***

 

Mercoledì 6 maggio 2015

(Tratto dalla cassetta del 4 maggio 1988)

                                                                                   

Io sono la vite vera

(Gv 15, 1-8)

 

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli:
«Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato.
Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano.
Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli».

Parola del Signore

 

Cina: Noi siamo i tralci e Gesù è la vite.

Luigi: Gesù ha rivelato che gli uomini sono come tralci di una vite. La vite è Lui stesso, Verbo di Dio. Il Padre è il vignaiolo. Ogni tralcio che non porta frutto viene reciso e ogni tralcio che non rimane unito alla vite secca e viene gettato nel fuoco a bruciare. Ma ogni tralcio che porta frutto viene potato perché porti più frutto. Così Gesù ci ha rivelato il significato di tante cose che avvengono nella nostra vita, di tante aridità, di tanti vuoti nell’anima, di tante prove. L’uomo è un essere che è stato creato unito a Dio e vive in quanto partecipa a ciò che Dio è, in quanto conosce Dio. Il tralcio che non porta frutto viene reciso: allora si esperimenta il distacco, la lontananza, l’assenza, la morte. Il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane unito alla vite; così ogni uomo se non rimane in Cristo.

Delfina: Gesù dice:“Voi siete purificati per la parola che vi ho annunziato”. Cosa significa?

Luigi: La Parola di Dio ci rivela quello che siamo, affinché abbiamo a restare quello che siamo ed a ricevere ogni cosa da Dio. Dio ci è Maestro di vita in tutto. La sua Parola parla ed opera tra noi per liberarci da tutti quegli errori e quelle mentalità che nella nostra notte possono staccarci da Dio e condurci alla morte. La sua Parola ci insegna ogni cosa, se restiamo in ascolto di essa e la custodiamo nei nostri cuori, e ci libera da ogni schiavitù.

Pinuccia: “Colui che rimane in me porta molto frutto”. Bisogna imparare a rimanere in Lui.

Luigi: Bisogna imparare a rimanere in quel principio in cui Dio ci ha creati uniti a Lui. Se rimane in noi quel che abbiamo udito nel principio, anche noi rimaniamo nel Padre e nel Figlio e viviamo. Quel che abbiamo udito nel principio è questo: “In principio era il Verbo ed il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio”. A fondamento della nostra esistenza c’è dunque il Verbo, la Parola di Dio. Dio parla all’uomo in tutto e parlandogli lo fa essere, gli comunica la vita, lo rende partecipe di ciò che Egli è. L’uomo è stato creato in ascolto di Dio, è stato creato unito a Dio e deve imparare a restare unito a Dio in tutto, sia nel pensare, sia nel parlare, sia nell’agire, perché egli riceve la vita dall’unione con Dio, come un tralcio la riceve dalla vite. L’uomo non ha la vita in sé, ma la riceve per partecipazione. Dio è il Vivente; l’uomo vive in quanto e per quanto si mantiene unito a Dio, in quanto partecipa all’esistenza e alla Verità di Dio. Si partecipa nella misura in cui si conosce. La vita vera sta nel conoscere Dio.

Teresa: Gesù dice: “Senza di me non potete fare niente”.

Luigi: L’uomo ha il potere di non tenere conto di Dio, di dividere se stesso e le cose da Dio, di considerare ogni cosa come se fosse autonoma da Dio. E’ il vero peccato dell’uomo. Tutto ciò che l’uomo pensa o dice senza tener conto di Dio, lo separa dalla vita, lo svuota, lo riduce a niente. L’uomo resta diviso da Dio da tutto ciò che egli considera, dice o fa senza tener conto di Dio. “Chi con me non raccoglie, disperde”, dice il Signore. Essere divisi da Dio è partecipare nella dispersione e nella morte. La vita è comunione, la morte è divisione, separazione. Dio vuole che l’uomo viva perché l’ha creato per la vita; Dio vuole che l’uomo resti unito a Lui. Per questo gli ordina di non separare nulla dal suo Pensiero e dalla sua Presenza. Egli infatti dice ad ogni uomo: scegli la vita amando il Signore tuo Dio, ascoltando la sua voce e tenendoti unito a Lui, poiché in Lui è la tua vita.

Pinuccia: “Rimanete in me ed io in voi”. L’importante è rimanere in Lui.

Luigi: La vita è partecipazione a ciò che Dio è, per cui vivere vuol dire rinnovarsi interiormente ritornando alle sorgenti, a ciò che era in principio: un continuo ritorno alle fonti dell’Essere divino. La nostra vita su questa terra è un pellegrinaggio spirituale prima di essere una vita fisica, esteriore, prima di essere una vita di relazione con gli altri. I veri grandi avvenimenti sono interiori, segreti, là dove si stabiliscono i nostri rapporti con Dio. Si può vivere per le cose della terra, per gli argomenti del mondo, ascoltando le parole degli uomini; e si può vivere per le cose dello Spirito, per conoscere Dio. La vita vera non sta nel vivere per ciò che si vede, ma per ciò che ancora non si vede. Bisogna immergersi nell’invisibile. La vita dell’uomo è nascosta in Dio e quanto più l’uomo si occupa per conoscere Dio, tanto più trova la sua vita. Ma c’è ancora qualcuno che crede a queste cose?

Pinuccia: “Chi non rimane in me viene gettato via come tralcio che si secca”.

Luigi: Creato unito a Dio, l’uomo si separa da Lui via via che pensa, parla ed opera senza tener conto di Dio. Allora muri di divisione si erigono sempre più massicci tra lui e Dio. L’uomo diventa infatti figlio di ciò che pensa, di ciò che dice, di ciò che sceglie; e se non è secondo la Verità di Dio viene portato molto lontano da Dio, dalla sua Verità e dalla sua Vita. Il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane unito alla vite. Chi non raccoglie in Dio non rimane in Dio e chi non rimane in Dio non può ricevere la vita, né la luce, né l’amore. Allora ogni giorno diventa un giorno di allontanamento progressivo, motivo di vuoto e di morte. Senza il raccoglimento in Dio tutto di noi e in noi perde senso, perde vita. E’ in questa fatica silenziosa, nascosta, intima, per raccogliere in Dio e per mantenersi unito a Dio che ogni uomo rivela la sua fede e il suo amore per Dio e per la sua Verità; ma rivela anche la sua volontà di vivere con intelligenza.

Franca: Viviamo solo se siamo uniti a Dio.

Luigi: La vita è partecipazione, è comunione; la morte è divisione, separazione da Dio. L’uomo da solo non vive. Ogni autonomia da Dio è principio di morte, che l’uomo semina dentro di sé, prima tra i suoi pensieri e poi in tutto se stesso. Separare da Dio, non tener conto di Dio, è uccidere ed è uccidersi, è svuotarsi di vita, di significato, è seccare. L’autonomia nostra e delle cose da Dio è separazione e la separazione è morte. Dio per darci la vita ci ha uniti a Sé, come il tralcio è unito alla vite: ha fatto con noi una cosa sola. Questo è il mistero centrale che ogni uomo porta con sé e in sé: mistero che lo caratterizza e nel quale è la ragione di tutte le sue vicende e di tutti i suoi problemi individuali e sociali. Un mistero d’amore in cui tutti noi siamo, ci muoviamo e viviamo, di cui noi tutti ci nutriamo, anche se non vogliamo credere; mistero di vita di cui noi tutti siamo testimoni, anche se lo vogliamo ignorare, ma in cui dobbiamo imparare a vivere ogni giorno, se non vogliamo diventare testimoni della morte, del vuoto, del niente che si trova nel non tener conto di Dio.

 

***

Mercoledì 12 ottobre 2016

(cassetta di mercoledì 7.10.1989)

 

 

Guai a voi farisei, guai a voi dottori della legge ...

(Lc 11, 42- 46 )

 

In quel tempo, il Signore disse: «Guai a voi, farisei, che pagate la decima sulla menta, sulla ruta e su tutte le erbe, e lasciate da parte la giustizia e l’amore di Dio. Queste invece erano le cose da fare, senza trascurare quelle. Guai a voi, farisei, che amate i primi posti nelle sinagoghe e i saluti sulle piazze. Guai a voi, perché siete come quei sepolcri che non si vedono e la gente vi passa sopra senza saperlo».

Intervenne uno dei dottori della Legge e gli disse: «Maestro, dicendo questo, tu offendi anche noi». Egli rispose: «Guai anche a voi, dottori della Legge, che caricate gli uomini di pesi insopportabili, e quei pesi voi non li toccate nemmeno con un dito!».

Parola del Signore

 

Delfina: “Guai a voi farisei, guai a voi dottori della legge”, dice questo perché dovremmo accettare la legge come conseguenza dell'amore di Dio?

Luigi: No, la legge non è conseguenza dell'amore; non è che incontrando Dio, Dio mi dice: “Adesso che sei con me, non rubare più, non uccidere più, non desiderare più”, Dio non mi dice questo! Me lo dice prima!

Quando tu sei in cammino, ti poni il problema: “Devo stare attento a non sbagliare strada!”, ma quando sei arrivato non ti poni più il problema di comportarti bene. Il problema da porti quando trovi Dio è coltivare questo rapporto di amicizia, di intelligenza, di colloquio, per cui Lui parla e tu ascolti e capisci; e più capisci e più sei in comunione con questa Presenza. Non è la legge una conseguenza dell'amore. Piuttosto è l'amore conseguenza della legge: l'amore nasce da una presenza. Prima di incontrare uno, tu lo puoi sognare finché vuoi, ma non hai incontrato l'amore. Quando hai incontrato la persona, hai incontrato l'amore. Perché l'amore viene da una persona. Mentre la legge è una regola, che puoi anche ritenere ingiusta, però alla quale ti devi adeguare.

Franco: Gesù dice ad ognuno di noi: “Guai...”, quando siamo in questa atteggiamento dei farisei?

Luigi: Il problema centrale è che non dobbiamo mai ritenerci maestri, il nostro posto è quello che siamo, noi siamo allievi; il Maestro è uno solo. Quindi, se tu sei sempre attento come allievo, sei a scuola, fai attenzione a non disprezzare nessuno. I farisei dicono al cieco nato “Sei nato tutto intero nel peccato e vuoi fare da maestro a noi?”. Noi siamo tutti discepoli, siamo tutti scolari. Dobbiamo avere questa consapevolezza: noi siamo in una scuola in cui il Maestro è Dio e parla attraverso tutti; quindi non disprezzare nessuno. Non dire: “Oh, ma questo qui è un bambino” oppure: “Questo qui è un mendicante, un ubriacone” non disprezzare nessuno perché Dio ti parla attraverso tutte le sue creature, quindi mantiene una posizione di ascolto. Per cui “Guai a voi farisei, guai a voi dottori della legge”, perché assumono una posizione di maestro; impongono, esercitano un'autorità.

Franco: In questo modo la legge passa avanti alla presenza di Dio che parla.

Luigi: Certo, perché chi si fa maestro impone: “Devi fare così! Devi fare cosà!”; invece il Signore ti dice: “Io voglio la misericordia”.

Linuccia: Dio vuole che viviamo guardandoci dentro.

Luigi: Si, bisogna sempre passare dall'esterno all'interno.

Linuccia: Noto che siamo tutti rivolti all'esterno invece di fare introspezione.

Luigi: Si, tutte le cose che capitano intorno a noi sono lezioni che vanno interiorizzate, perché sono lezioni per il nostro mondo interiore. Il pensiero del nostro io ci impedisce molto di entrare dentro di noi; perché si entra in quanto si riferisce tutto a Dio, il quale abita dentro di noi. Cosa vuol dire entrare? Non vuol dire entrare fisicamente dentro di noi. Vuol dire entrare nello Spirito, il quale è presente in noi, il Pensiero di Dio, e quindi riferire tutte le cose a Lui, cercando che cosa Dio mi vuole significare.

Giovanna: “Guai a voi che pagate le decime e poi trasgredite la giustizia e l'amore di Dio”, se uno non ha ancora incontrato il Cristo, si può osservare la legge?

Luigi: Si deve; non “si può”, si deve. La giustizia cosa ti dice? La giustizia ti dice “Cerca prima di tutto Dio con tutta la tua mente, con tutte le tue forze, con tutto te stesso, con tutta la tua vita!”. “Cerca Dio”, questa è l'anima di tutta la legge. Per cui se tu non rubi, non uccidi, non commetti adulteri, non desideri la roba degli altri, non desideri la donna degli altri, se tu non fai tutto questo ma dentro di te non hai questo desiderio di conoscere Dio, tutta la tua vita è solo recitazione, pura recitazione; costruisci un fariseismo, costruisci l’orgoglio, perché dici “Ah, io quello non l'ho fatto! Io l'altro non l'ho  fatto! Signore ti ringrazio perché io non sono come gli altri che sono peccatori, io no!”, costruisci l'orgoglio. Il Signore dice: “Tutti i comandamenti, tutta la legge, tutti i profeti, dipendono da questo: Ama il Signore Dio tuo” cioè “Cerca la presenza”; amare vuol dire cercare la presenza dell'altro.

Cerca la presenza di Dio con tutta la tua mente, con tutte le tue forze, con tutto te stesso, con tutta la tua vita, cerca questo! Questa è l'anima di tutto; e questa è la giustizia.

Ma perché devo cercare Dio? Perché Dio c'è! Perché Dio è il Creatore, non siamo noi i creatori, è un Altro! Cerca quest'Altro! Tutta la legge, tutta la creazione, tutta la natura, la vita nostra dice a noi: “c'è un Creatore, c'è Uno che fa tutte le cose: cercalo!”.

Giovanna: Non basta che io dica: “Non rubo perché Dio mi ha detto...”

Luigi: No, assolutamente no! Perché allora trasformo tutto in regola! Se tu cerchi Dio prima di tutto, tu non rubi perché sei appassionato per Dio. Se sei appassionato per Dio, se uno ti ruba la giacca gli dai anche il soprabito, perché a te quello che interessa è Dio. Sono dei banchi di prova; ma non ti preoccupi di amare il prossimo. Amare il prossimo è un banco di prova del tuo interesse che hai per Dio. Se tu hai molto interesse per Dio, naturalmente ti comporti verso il prossimo con amore, per rispettare la presenza di Dio, perché il prossimo è di Dio. Nell’io ti comporti bene verso coloro che ti sono simpatici, e coloro che sono antipatici li prendi a pedate. Ma in Dio no!

Fabiola: Molte volte Gesù si accanisce contro questo atteggiamento dei farisei.

Luigi: Che è il nostro atteggiamento, perché è un segno per noi. Noi faremmo male se dicessimo: “Ah quei farisei di allora”; cerchiamo di capire che cos'è che forma il fariseo, e il più delle volte scopriremo che questo fariseismo ce l'abbiamo dentro di noi. Allora questo versetto è per ognuno di noi, è lezione per noi. Il Signore non ci presenta i farisei perché noi abbiamo a giudicare i farisei; cerchiamo di capire che cosa Dio ci vuole significare, per evitarci di essere dei farisei. Perché noi possiamo anche illusoriamente ritenerci a posto, proprio perché ci comportiamo come i farisei.

* * *

 

Venerdì 8 maggio 2015

 (tratto dalla cassetta del 23.4.1993)

 

 

 

...come Io ho amato voi

(Gv 15, 12-17)

 

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli:
«Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici.
Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi.
Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri».

Parola del Signore

 

Delfina: Gesù ci dà un comandamento nuovo.

Luigi: Dio ci comanda, ci ordina di restare uniti a Lui. Ordinandoci di rimanere uniti a Lui, ci ordina di vivere. Egli infatti è la vita e vuole che noi viviamo. Dio ci ha creati per la vita e restare uniti a Lui è vivere. Questa è la volontà di Dio per ognuno di noi personalmente, per cui non preoccuparsi dell’unione con Dio è rifiutare la nostra vita ed è andare contro la volontà di Dio. Imparare a restare uniti a Dio, a raccogliere ogni cosa in Lui, nella sua Verità, è necessità vitale per ogni uomo, unica cosa necessaria, senza la quale tutto è perduto.

Franca: “Rimanete nel mio amore”.

Luigi: Invitandoci a rimanere nel suo amore, a restare uniti a Lui, Gesù ci invita a restare sul cammino della vita. Se dunque abbiamo smarrito la strada della vita e non sappiamo più dove essa sia, né dove andare, né che cosa sia la vita o a che cosa possa servire questa vita che abbiamo nelle nostre mani, ma che ci sfugge giorno dopo giorno, Gesù ci dice, non in modo velato, incerto, nascosto, ma apertamente: "Io sono la vita".

Pinuccia: Egli dice chiaramente a tutti: io sono la vita; chi trova Me trova la vita.

Luigi: Di fronte alle sue parole non possiamo più “in buona fede” ignorare che cosa è la vita. Adesso la nostra anima sa, perché ha sentito le sue parole; e nella misura in cui stiamo con Lui, stiamo con la nostra vita e viviamo. Dio è una ricchezza che si offre a tutti, si dà a tutti, ovunque; come la luce del sole, e reca gioia e vita. Ma non tutti sanno apprezzare il suo dono. Preferiscono altro. Preferiscono elemosinare la vita dalle cose del mondo, anziché cercarla in Dio.

Giovanna: “Resterete nel mio amore se osserverete i miei comandi”.

Luigi: Per restare con Cristo bisogna fare ciò che ci dice Cristo, impegnarci in ciò di cui Egli ci parla. Si diventa figli di Dio facendo ciò che vuole Dio. La vita dell’uomo è un impegno quotidiano alla contemplazione della gloria di Dio in tutto. E’ la contemplazione della gloria di Dio che trasforma la vita nostra in vita spirituale e fa di noi una cosa sola con Lui e con tutte le creature, perché l’unione con Dio non dipende da chi corre o da chi vuole, ma da Dio che usa misericordia rivelandoci la sua gloria.

Giovanna: “Vi ho detto queste cose affinché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena”.

Luigi: Dio parla ed opera in tutto per portarci nella gioia e nella pienezza della vita, che derivano a noi dalla piena partecipazione alla vita con Lui. Dio infatti è il Vivente e noi viviamo nella misura in cui partecipiamo alla sua esistenza. Ma come possiamo partecipare alla sua esistenza, alla sua Verità, se non Lo conosciamo?

Pinuccia: “Nessuno ha amore più grande di colui che dà la sua vita per i suoi amici”.

Luigi: Gesù ci ha offerto la sua vita, vita del Figlio di Dio. La vita del Figlio è il Padre. Egli ci ha offerto la possibilità di conoscere Dio. Conoscendo si passa dalla condizione di servi a quella di amici. “Vi ho chiamati amici e non più servi, perché vi ho fatto conoscere tutto ciò che ho udito dal Padre mio”, dice Gesù. Così ci ha dato in Se stesso la possibilità, che è grazia, di essere suoi amici, perché ci ha dato la possibilità di conoscere il Padre suo e di restare con Lui in tutto. Il problema principale della nostra esistenza non sta in ciò che dobbiamo fare, ma con chi vogliamo restare e vivere. Di qui dipendono tutti i nostri interessi, i nostri desideri, le nostre scelte, la nostra vita. Amare vuol dire voler restare con uno, vivere con uno. Siamo invitati a raccogliere in Dio, a restare con Dio. L’uomo di oggi ha la vita spezzata perché ha il suo pensiero spezzato, diviso da Dio. Non raccoglie in Dio. L’uomo di oggi si è allontanato terribilmente dal suo destino.

Silvana: “Sarete miei amici se farete ciò che io vi comando”.

Luigi: L’uomo è un essere che può perdere il contatto con Dio e disperdersi nella molteplicità delle cose considerandole staccate da Dio. Allora cade in balìa degli avvenimenti, dei sentimenti, delle impressioni, diventa incapace di ascoltare, di pensare, di capire e perde la vita. “Chi con me non raccoglie disperde”, dice il Signore. Chi disperde resta disperso. L’uomo è un essere che se non raccoglie in Dio si disperde e perde la vita. Nessuno ci può togliere la fede e l’amore per Dio se noi stessi dentro di noi non ci allontaniamo da Lui. Anzi, più qualcosa o qualcuno tende a portarci via, più ci fortifica nel nostro amore e ci stringe ad esso. Le prove rendono meravigliosamente forti i veri amori, mentre spengono gli amori non veri, superficiali. Noi ci lasciamo distrarre da un amore solo se dentro di noi ci siamo già distratti da esso; siamo infedeli nella misura in cui già siamo stati infedeli nei nostri cuori.

Non accusiamo dunque nessuno: è dentro di noi che avvengono i tradimenti e si perde la fede, l’amore, la comunione con Dio. Diviso da Dio, l’uomo cade nel convenzionale, nel formalismo, nella violenza e non può amare gli altri. Inutile accusare strutture, istituzioni. Il problema è nel pensiero dell’uomo, quindi è intimo, personale: conoscere Dio e imparare a vivere con Dio. Fintanto che gli uomini non si convincono che devono ritornare a questa vita personale, intima, non si può sperare di cambiare nulla nella vita dell’uomo, né del mondo.

Pinuccia: “Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi”.

Luigi: Non potremmo pensare Dio se Dio per primo non ci avesse donato il suo Pensiero; non potremmo amare Dio se Dio per primo non ci avesse donato il suo Amore; non potremmo restare con Dio se Dio per primo non fosse venuto a restare con noi. E’ Lui il Creatore. Dandoci la possibilità di pensare a Lui, di restare con Lui, ci ha dato la possibilità di restare nella vita. Nessuno ci può distrarre dal nostro amore quando veramente amiamo, poiché Dio è più forte di ogni altro esistente. Importante è non perdere dentro di noi il contatto con Dio. Il restare con Dio, questa grazia che ci rende partecipi della sua Verità e della Vita eterna, non è un passivo consenso, né un atto della nostra volontà, né uno sforzo di memoria per ricordarci di Lui, ma richiede una partecipazione libera e attiva per conoscerlo. Il problema non sta dunque nel fare o nel non fare una cosa piuttosto che un’altra, ma sta nel superare il pensiero di noi stessi e degli altri per pensare Dio e per occuparci di Dio. E’ un continuo ritorno alla sorgente dell’Essere, a ciò che era in principio. In principio era il Verbo e la vita era la luce. Vivere non è un fare, ma un essere con qualcuno. Essere con Dio richiede un continuo rinnovarci interiormente nella luce di Dio, un continuo ritorno da tutte le cose e da tutti i fatti alle fonti dell’Essere per contemplare in tutto la sua Presenza e la sua Gloria. Siamo con Dio nella misura in cui facciamo ciò che piace a Lui. Come potrebbe fare ciò che piace a Dio colui che non Lo conosce? E’ conoscendo che si diventa amici. “Concedimi, Signore, di conoscere e di capire”, pregava s. Agostino. Si conosce nella misura in cui ci si ferma ad ascoltare per capire; e per fermarci ad ascoltare Dio bisogna lasciare tante cose per fare posto in noi a Lui. Non c’è segno, non c’è parola, non c’è avvenimento in cui l’uomo non abbia bisogno di interrogare Dio e di imparare da Lui. Tutto viene a noi da Dio, tutto è parola di Dio per noi; ma ogni parola vuole che la si interroghi alla sorgente: allora diventa luce; altrimenti ci confonde e ci disperde. Non basta ricordare; non basta ripetere; bisogna capire. E’ nel contatto con Dio che ogni cosa acquista significato e si illumina.

 

* * *

Mercoledì 13 maggio 2015

 (cassetta del 11.5.1988)

 

Lo Spirito di verità vi guiderà

alla verità tutta intera...

(Gv 16,12-15)

 

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli:
«Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso.
Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future.
Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà».

Parola del Signore

Cina: Non siamo capaci di portare il peso della verità...

Luigi: E' Dio che forma in noi la capacità, non siamo noi che siamo capaci. Più ascolto Dio e più Lui forma in me la capacità di portare la sua verità. Ma dipende da quanto mi fermo con Lui; è la tanta amicizia con Dio che mi rende capace di portare la sua verità. È Lui che mi rende capace, non sono io; per cui, più mi fermo con Lui, più ascolto Lui, e più si forma in me quella capacità fino a quel livello di infinito che è necessario per portare Colui che è infinito. E' soltanto chi è infinito allo stesso livello di infinito che è Dio, può portare la verità di Dio. Altrimenti siamo in difetto: il finito non può portare l'infinito, non possiamo passare dal finito all'infinito.

Delfina: “Lo Spirito di verità che vi annuncerà le cose future”, cosa sono le cose future?

Luigi: Noi stiamo andando tutti verso questo futuro: Dio presente in tutto e in tutti. Dio sarà tutto in noi e tutto intorno a noi. Attualmente noi diciamo: “Dio è in cielo, ma qui in terra ci sono tante parole di uomini...”, ad un certo punto tutto diventa opera di Dio. A quel punto è la verità che diventa bella; ma quando la verità diventa bella ci chiude fuori, non la sopportiamo più; perché quando la verità diventa bella (cioè informa tutto, perché la verità diventa ciò che è presente in tutti e in tutti) se non siamo preparati non possiamo sopportarla, perché per poterla sopportare dobbiamo averla in noi come desiderio, come sogno. Se non l'abbiamo sognata, non la sopportiamo. Una persona che incontro e che non l'ho sognata, non la sopporto, perché mi disturba.

Delfina: Allora, più non siamo preparati e più lo Spirito...

Luigi: Stiamo andando verso Dio tutto in tutti. Tutto è opera di Dio, tutto non fa altro che glorificare Dio. È logico che, se io cerco di glorificare me stesso, trovando tutte le creature che glorificano un Altro, mi sento cacciato fuori, mi sento isolato, non posso far parte, resto rigettato dal regno di Dio; sono un corpo estraneo perché tutte le creature glorificano Dio. Perché se penso a me cerco coloro che mi dicono: “Sei bravo, sei bello, sei in gamba”; allora io sto con le creature in quanto vedo me stesso glorificato. Ma man mano che vivo, vedo che le creature non glorificano me, glorificano Dio. E se io non sono con Dio mi sento cacciato fuori. Il futuro è questo: tutte le creature glorificheranno Dio,  non noi! E se non facciamo parte di questo coro, ci sentiamo messi fuori, non potendo partecipare. Perché Dio è la verità ed è questa che va glorificata, noi non siamo la verità.

Delfina: Aumentando la conoscenza noi vediamo le cose sempre più nella verità...

Luigi: Si. Ad un certo momento la verità si impone; in un primo tempo si propone, fintanto che abbiamo la possibilità di tradire. Ad un certo momento si impone, perché la verità è quella che è. Non sono io che faccio la verità. E quando la verità si manifesta per quella che è, se io non l'ho messa al centro, se ho pensato a me stesso, a glorificare me stesso, io mi trovo sempre più scacciato dalle creature, perché le creature non mi conoscono più. Noi ci conosceremo per quello che porteremo in noi di Dio; per quello che avremo glorificato di Dio. Nella vita vera, ognuno di noi conoscerà l'altro per quello che l'altro porta di Dio. Ma se uno non porta niente di Dio, resta escluso: non è più conosciuto neanche dalle formiche.

Franco: “Tutto quello che il Padre possiede è mio”, significa che Dio si rivela in tutta la sua pienezza in ogni sua parola.

Luigi: Perché in un primo tempo noi stiamo su in quanto abbiamo delle creature intorno che ci sostengono. Ma arriva un momento in cui tutte le creature non ci sostengono più: per questo devi affrettarti a camminare. È come dire: in un primo tempo, quando hai fame prendi un pezzo di pane e la tua fame è soddisfatta, ma arriva un momento in cui il pane non ti soddisfa più. Allora bisogna affrettarsi, perché questo è soltanto un cibo che passa. Se Dio ti concede (perché è una concessione) che le creature attualmente ti diano vita, ti soddisfino, devi affrettarti a capire la loro funzione. Se invece incominci a vivere soltanto per le creature, perché nelle creature trovi vita, arriva un momento in cui resti tradito dalle creature stesse. Devi affrettarti a capire il significato delle cose: tutto è un segno per imparare a trovare la tua vita in Dio, e solo in Dio; perché ad un certo momento la tua vita sarà solo in Dio.

Teresa: Quando la verità diventa bella.

Luigi: La bellezza è l'unità nella molteplicità. Attualmente noi siamo dominati dalla bellezza che vediamo. Una cosa è bella in quanto ci dà una carica di vita. La bellezza non è la verità: siamo noi che confondiamo la bellezza con la verità. La cosa bella ci carica; come è bello essere con una persona bella! È bella in quanto mi soddisfa: questo è effetto di ignoranza. Poi man mano che la conosco vedo che non è più bella. Dico che è bella in quanto è lontana, ma quando è vicina non è più bella perché non risponde più al mio desiderio, non risponde più al mio interesse. Ogni creatura ha i suoi amori, ha i suoi fini, appartiene ad un Altro. È bella in quanto spero che appartenga a me; man mano che la conosco scopro che certamente non appartiene a me, perché appartiene a Dio. Ad un certo momento questa appartenenza a Dio si rivela. Quando mi accorgo che la creatura bella non appartiene più a me la porta della bellezza si chiude.

Teresa: Però la Verità maiuscola è bella...

Luigi: No, no la Verità maiuscola non è bella! È bello ciò che tu vedi; la bellezza è quella che tu vedi. La verità di per sé, Dio, non lo vedi come bello! Lo vedi bello se ti dà la caramella, lo vedi buono perché soddisfa te. Nel pensiero del nostro io, noi diciamo bello e buono ciò che ci soddisfa. Eva non è stata tradita dalla verità, è stata tradita dalla bellezza e dalla bontà. Ha visto che “il frutto dell'albero  proibito era bello ed era buono”. Nella nostra vita noi ci lasciamo guidare dal bello e dal buono. No! Lasciamoci guidare dalla verità.

La verità non la vedi come bella; dopo la vedrai come bella, quando sarà lei che informa di sé le cose, poiché riconosce che tutto porta in sé il sigillo della verità, che tutto ti parla di Dio. E' bello ciò in cui tu vedi un'unità, un pensiero che informa le cose. Quando la verità di Dio informerà tutte le creature, allora tu vedrai bella la verità. Ma a quel punto se non sei passata con Dio, non potrai più sopportarla.

Noi attualmente sopportiamo le cose perché per noi sono belle, ci piacciono a noi, non perché piacciono a Dio. È lì l'errore! Siccome arriva un momento in cui tutte le cose, anche quelle che piacciono a noi, piaceranno solo a Dio e non a noi, noi ci sentiremo traditi. E questo è fatale, non c'è niente da fare. Anche se la creatura ti dice: “Sono tutta tua, sono tutta per te” sarai ingannato, non può essere in modo diverso. Perché la creatura, volente o nolente ti rivela che non appartiene a te, appartiene ad un Altro. O superi il pensiero del tuo io oppure non puoi più essere attratto da quella creatura. Infatti, in termini estremi, morendo ti tradisce.

 

 

Mercoledì 19 ottobre 2016

(cassetta di mercoledì 21.10.1989)

 

 

“A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto ...”

(Lc 12, 39- 48 )

 

 

Cina: Si presuppone che l'amministratore conosca la volontà del padrone e che si riferisca a questa nell'amministrare...

Luigi: Altrimenti non amministra proprio niente, se non conosce la volontà come fa ad amministrare, amministra secondo i suoi capricci. È essenziale conoscere la volontà. Se tu sei amministratore di -, devi sapere qual è l'intenzione dell'altro, quali sono gli interessi dell'altro, per comportarti secondo quello che vuole l'altro, altrimenti ti butta fuori.

Delfina: Si aspetta il padrone in qualità di servi, però se uno cerca di conoscere la volontà del suo padrone, non serve più l'attesa..

Luigi: Quando lo conosce l'ha già incontrato, perché spiritualmente parlando conoscere vuol dire trovare. La verità si trova solo conoscendola. Il giorno in cui tu conoscerai Dio l'avrai trovato. Non c'è più l'attesa. L'attesa è per trovarlo. La verità coincide con la conoscenza. È come se pensando ad una persona io vedessi la presenza di quella persona. Nel mondo creato non basta che io pensi, perché anche se io penso una persona, non è che quella persona arrivi. Nel campo dello spirito, ed è la caratteristica di Dio, Dio basta pensarlo perché Lui sia presente. Le creature tu puoi pensarle, ma se tu vuoi trovarle, devi correre per cercarle dove sono, altrimenti non le trovi. E allora lavori di fantasia, perché tu credi che sia in un posto ed invece è tutto in un altro posto. Con Dio no! Perché Dio è il presente, basta pensarlo. Il difetto è soltanto nostro, il difetto sta nel nostro pensare. Chi pensa Dio ha già trovato Dio. Chi pensa Dio forma una cosa sola con Dio. È arrivato. La verità tu la trovi solo conoscendola, conoscendola l'hai trovata, non hai più bisogno di correre.

Franca: “Vi ho chiamati amici perché vi ho fatto conoscere tutto ciò che riguarda il Padre mio”..

Luigi: Certo, ci ha dato la sua vita. Dare la vita vuol dire comunicare quello che per Lui è vita. La sua vita è il Padre. Lui facendoci conoscere il Padre ci ha dato la sua vita.

Giovanna: “Il servo che conosce la volontà del padrone non ha agito secondo la sua volontà riceverà molte percosse, chi invece non la conosce ne riceverà poche..” ma non conoscere è colpa nostra..

Luigi: Più tu conosci e più tu ricevi bastonate, cioè soffri. Più tu hai un'amicizia e più tu soffri per quell'amicizia. Non soffri per un estraneo. Ma l'amicizia ti fa tribolare. Perché più uno ha un'amicizia e più quell'amicizia richiede un certo comportamento, una certa comunicazione. Uno che sia molto lontano da Dio dice: “Io non ho mai ammazzato nessuno”. Più tu ti avvicini a Dio e più capisci quanta tribolazione Dio richiede. Non è che Dio si diverta a dare le bastonate, è la sensibilità che si acuisce attraverso la conoscenza. Quando uno è lontano è grossolano. Ma più tu penetri la conoscenza più tu diventi sensibile. Ad un certo momento basta un pensiero che già ti fa tribolare, perché quel pensiero non è secondo lo spirito e ti fa soffrire. Dio è molto esigente, più tu conosci Dio e più tu scopri l'esigenze di Dio. Ti richiede a tempo pieno, mentre una volta magari dicevi un'Ave Maria ed eri a posto. Ad un certo punto Dio richiede molto pensiero, molto pensare. Ecco le tribolazioni.

Daniela: Non si può ignorare o far finta di non sapere...

Luigi: Tu puoi dire: “Io non voglio vederlo” ma quando dici: “Non voglio vederlo” l'hai visto! Non puoi dire: “Io non voglio vederlo” prima di vederlo. Tu dici “Io non voglio vederlo” quando l'hai già visto e le cose sono entrate, è finito! E quello già ti fa tribolare.

Marco: “Non sapete né il giorno né l'ora in cui verrà il Figlio dell'uomo”, invece lo sappiamo, Dio viene in ogni momento e noi dobbiamo stare attenti..

Luigi: Si, perché è Lui che sta parlando con te. “Sono io che parlo con te”, la grande rivelazione è questa; che l'ha poi riservata ad una pagana, ad una samaritana, ad una donna che ha avuto cinque mariti più uno. E a nessuna creatura ha dato una rivelazione più grande: “Sono io che parlo con te!”.

Linuccia: Ogni parola che Dio dice a noi secondo il suo disegno crea in noi una responsabilità..

Luigi: Si infatti Gesù dice: “Se io non avessi parlato non sarebbero in colpa” cioè che cos'è che mi rende responsabile, che mi rende persona? È Colui che mi fa una proposta. Perché facendomi una proposta, costringe me a dare una risposta. Ma dando una risposta, io mi assumo una responsabilità, ecco come divento responsabile. Ma intanto mi qualifico, divento persona. In me stesso formo il motivo per cui io dico: “Non ho tempo: ho i buoi, i campi, la moglie, abbimi per giustificato!”.

Linuccia: Non è che uno di colpo conosca la volontà..

Luigi: No, è Dio che sta disegnando. E quando uno disegna comincia a squadrare il foglio e poi tira le righe, e Dio fa così con noi prima comincia a squadrarci... il problema è prendere consapevolezza di quest'opera che Dio sta facendo con noi.

Teresa: Se veramente mi sta a cuore Colui che attendo, non mi arrendo, anche se tarda a venire..

Luigi: Devo sapere che più io veglio, più aspetto, e più in me si forma la capacità di restare con Lui. Se mi distraggo facilmente vuol dire che ho poco interesse per Lui.

Fabiola: “Il figlio dell'uomo verrà nell'ora che non pensate” perché?

Luigi: Perché non pensa. Se non penso, allora Lui arriva quando non penso; ma se penso, tutti i momenti lo vedo, perché Dio è Colui che basta pensarlo per averlo presente. Dio è un essere bellissimo, semplicissimo, è come se avessi trovato l’uomo della mia vita e che basti pensarlo per averlo presente. Tutte le creature noi le pensiamo ma non le abbiamo presenti perché pensiamo: “Chissà se...” allora mi accorgo che lavoro di fantasia. Invece Dio, questo essere meraviglioso, come lo penso è. Infatti Lui è. È soltanto quando non lo penso che mi arriva all'improvviso.

Sintesi: Differenza tra “dato” e “affidato”. Il “dato” è il dono che Dio dà a noi senza di noi, però man mano che riceviamo il dono, dalla risposta che diamo personalmente a questo dono, otteniamo un altro dono. “L'affidamento” è la conseguenza della risposta che io ho dato dopo aver ricevuto il dono che mi è stato dato senza di me. L'affidamento non mi viene dato senza di me. Se Dio vede che rispondo fedelmente mi affida il dono. Ad esempio quando scopro che una persona è di parola, mantiene la parola, io ho fiducia verso questa persona. Come ho fatto a scoprire questo? Dal rapporto che ho con quella persona mi sono accorto che è fedele. Dio in un primo tempo ci fa un dono, una proposta, se vede che noi rispondiamo, se siamo fedeli nel poco, allora ci affida il molto. “A chi fu affidato molto sarà chiesto molto di più”, perché più Dio ci affida cose e più siamo impegnati a tempo pieno con Dio, più siamo “presi” da Dio.

 

 

 

 

Mercoledì 26 ottobre 2016

(cassetta di mercoledì 26.10.1989)

 

 

"Sforzatevi di entrare per la porta stretta...

(Lc 13,22- 30)

 

 

Delfina: “Ci sono alcuni tra gli ultimi che saranno i primi e alcuni tra i primi che saranno ultimi”, non dice “tutti” ma dice “alcuni”..

Luigi: Certo, perché altrimenti diventerebbe una regola e le regole presso Dio non ci sono; perché è sempre una consapevolezza personale. Ultimo è colui che si sente impotente, che si sente povero, che piange perché non ce la fa, che patisce perché non è capace di amare; quindi è un fatto personale. Non è quindi “tutti gli ultimi”, ma è quell'ultimo che personalmente soffre. Dio ti dice “Ama il Signore Dio tuo con tutta la tua mente, con tutte le tue forze”; davanti a questa esigenza tu scopri tutta la tua incapacità, la tua povertà, la tua impotenza ad amare così, e piangi. Se soffri perché non sei capace di amare, vuol dire che appartieni già all'amore. Quell'altro che è sicuro e dice: “io faccio i miei doveri, io sono buono, io sono giusto. Signore ti ringrazio perché sono giusto, pago le imposte, ecc.” è fuori. Quindi lui si crede primo, e poi diventerà l'ultimo.

Delfina: Si, ma tra questi primi solo una parte si salva.

Luigi: Ma quel “alcuni” è un fatto personale, non è un problema di massa; perché come massa possiamo dire: “io appartengo alla categoria dei più poveri...”, ma il problema non è di essere povero, di essere misero; il problema è di essere consapevole della propria povertà, della propria impotenza; quindi è un fatto personale. Quando si parla di un fatto personale, non si parla di massa, non di gruppo, non di quantità, ma sempre si parla di un fatto singolare.

Marco: “Sforzatevi di entrare per la porta stretta”.

Luigi: Si, è stretta perché richiede il superamento dell'io. È facile lasciarci andare ai nostri sentimenti, a ciò che ci piace, ma quello ci porta alla perdizione. Invece il rapporto con Dio ci richiede il superamento di noi stessi; e questo è molto difficile. Bisogna superare anche quello che conosciamo, che sperimentiamo; è sempre un impegno a pensare, perché il rapporto con Dio si svolge nel pensiero. Ora, pensare richiede fatica; a noi verrebbe da dire: “Oggi me ne starei volentieri seduto in un prato o in una poltrona”, invece Dio ci ha dato questa giornata per approfondire di più qualcosa di Lui. Ecco, la porta diventa stretta, perché richiede questo sguardo continuo a Lui.

Silvana: “Là sarà pianto e stridore di denti quando vedrete Abramo, Isacco, Giacobbe nel regno di Dio e voi cacciati fuori”, c'è un momento in cui si vede il regno di Dio.

Luigi: E si vede anche l'impossibilità di appartenere; ti trovi di fronte ad una porta chiusa. Desideri entrare, ma Gesù stesso dice “Dove io sono voi non potete entrare, non potete venire”. Quindi ti accorgi che non riesci ad entrare, ti senti fuori. La differenza la senti, altroché! Magari siete due persone vicinissime tra voi, l’altro contempla Dio, vede il Pensiero di Dio, tu invece non vedi niente; e ti accorgi che l'altro vede e tu non vedi, ti accorgi che sei fuori, che non riesci a capire, che non riesci a penetrare. Questo essere fuori è capire che c'è qualcosa da approfondire, da conoscere, però non riesci, ti trovi paralizzata. E’ come quando ti trovi di fronte ad una parola del Vangelo e non capisci niente: sei davanti ad una porta chiusa. Infatti l'inferno è caratterizzato dall'impotenza a conoscere Dio; ma si scopre, si patisce questa impotenza a conoscere Dio. Mentre il Paradiso consiste nell’avere la possibilità di conoscere Dio. Tutta la differenza sta lì: possibilità e impossibilità. Non è questione di ambiente, l'inferno non è un luogo, l'inferno è uno stato d'animo: lo stato d'animo di chi è nell'impossibilità di conoscere Dio. Il Paradiso invece è possibilità di conoscere Dio, di vedere la sua Presenza, di poter ascoltare Lui, di poter colloquiare con Lui.

Giovanna: “Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta”, cosa significa?

Luigi: Significa che stiamo andando verso una situazione irreversibile, e arriva un momento in cui non è più possibile passare: “Dove io sono voi non potete venire”. Si sperimenta questa situazione. Arriva un momento in cui la parola di Dio si sperimenta. Tra tutte le parole che Dio dice c'è anche questa: “Dove io sono voi non potete venire”, “Mi cercherete e non mi troverete”. Questo è il punto in cui il padrone di casa si alza e chiude la porta. Non si può passare, perché si entra nel regno di Dio ascoltando. Ma quando la cosa cade nella tua iniziativa, è finita, tu non puoi più andare. Fintanto che tu sei nell'iniziativa di Dio, sei con Dio, allora hai la possibilità, ascoltando Lui, di entrare, perché è Lui che ti fa entrare. Quindi si entra ascoltando. Ma quando si passa dalla fase ascolto, alla fase "iniziativa nostra", per cui la cosa parte da noi, non possiamo più entrare.

Quand'è la fase dell'ascolto? Siamo nella fase dell'ascolto fintanto che la novità arriva a noi; è un Altro che ci fa arrivare la novità, una parola. La parola che giunge a noi ci dà la possibilità di impegnarci, di dedicarci ad essa. Ma se non ci affrettiamo a camminare dietro alla parola, ad un certo momento la cosa cade nella nostra iniziativa: non è più nuova per noi. E quando non è più nuova per noi, è finita, non ci serve più. L'acqua passata non lava più. L'acqua arriva ed è bellissima quando ti arriva, ma se tu non la usi in fretta, l'acqua passa e non ti serve più. Resta il ricordo in te, ma ormai l'iniziativa è tua, e di tua iniziativa non puoi entrare.

Giovanna: Ma c'è un momento in cui il Signore mi lascia fare.

Luigi: Non è che il Signore ti lasci fare, è il Signore che ti fa arrivare la sua parola, è il Signore che parla con te. Ad un certo momento il Signore non parla più con te. Parla con te fintanto che la parola arriva a te come parola sua, non come parola tua, non come parola che ricordi tu, ma come parola sua. Quando la parola è sua, ti dà la possibilità di camminare; quando questa parola diventa tua, non hai più la possibilità di camminare.

Giovanna: Allora Lui mi dà la possibilità di camminare anche quando sono nel mio io?

Luigi: No, perché tu hai interrotto il dialogo con Dio! Dio ti fa arrivare la sua Parola proprio nel pensiero del tuo io, perché se Lui non parla tu non esci dal pensiero del tuo io, il dialogo si interrompe. Se l’Altro non parla con te, puoi fischiare da mattina a sera, ma resti nella tua prigione; puoi fare i salti mortali, ma non esci dal pensiero del tuo io. È come se ti tirassi su per le stringhe delle scarpe e credessi di volare; non voli, farai dei saltetti, ma cadi sempre a terra. Quindi noi, con tutti i nostri sforzi, giriamo sempre intorno al pensiero del nostro io e ricadiamo sempre su noi stessi. Più dici: “Voglio dimenticarmi” e più pensi a te stessa. È un Altro che parlando con te, ti fa dimenticare di te: pensi soltanto a quello che l'Altro ti dice e ti sembra di sognare, perché segui quello che l'Altro ti dice. Ad un certo momento ti accorgi che sei tutta presa da quello che l'Altro ti dice, e quello ti libera. È l'Altro che parlando con te ti libera. Per cui è tutto dono! Il problema da porci è: “Sono presa dalle parole del Cristo, dagli argomenti che il Cristo mi propone? Sono presa da Cristo? Il Signore mi ha presa a lavorare nella sua vigna? Oppure mi rigiro sempre nei miei pensieri?”.

 

 

***

 

 

Venerdì 15 maggio 2015

(Cassetta di venerdì 13.5.1988)

                                                          

 

Quel giorno non mi domanderete più nulla

(Gv16, 20-23)

 

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli:
«In verità, in verità io vi dico: voi piangerete e gemerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia.
La donna, quando partorisce, è nel dolore, perché è venuta la sua ora; ma, quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più della sofferenza, per la gioia che è venuto al mondo un uomo. Così anche voi, ora, siete nel dolore; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia. Quel giorno non mi domanderete più nulla».

Parola del Signore

 

Franco: Dio prima o poi chiama ognuno di noi a fare questo passaggio; prima o poi ci toglierà tutte le presenze fisiche, se non altro in punto di morte…

Luigi: Si, e questo è per ognuno di noi: anche gli uomini sono delle madri. Appunto perché devono dare alla luce questo “uomo nuovo”. La donna è soltanto un segno di quello che ogni creatura deve fare, uomo o donna che sia. Perché per ogni uomo, per ogni donna, c'è questa creatura nuova che deve nascere da Dio; è quindi questa gestazione che deve approdare alla nascita di un uomo, di un figlio di Dio. Per cui c'è questa gestazione per tutti. La donna è soltanto un segno di quello che deve avvenire dentro di noi, personalmente nelle nostra anima; come tutto, d'altronde, è segno, è specchio.

Franco: Quindi chi passa questo momento di tribolazione è la nostra anima.

Luigi: Certo; è la tribolazione dell'anima per giungere alla luce. Gli annunci ci rendono “incinti”, perché tutti gli annunci sono semi, parola di Dio. Ora, la parola di Dio che ti arriva è un annuncio di una verità che ancora non vedi. L’annuncio però devi riceverlo; a questo punto inizia la gestazione, che conclude con una grande tribolazione, per sfociare nella luce. L'angelo dice: “Non temere di prendere con te Maria, perché quello che è concepito in lei è opera dello Spirito Santo”. Qui è lo stesso: “Non temere di prendere con te il problema della tua anima, il problema di capire” ti farà tribolare, ti amareggerà, però sfocerà con la tua nascita nella luce. Quindi non temere di prendere con te questo seme, perché se tu temi abortisci: è il terreno che soffoca il seme, o che lo perde.

Franco: E la tribolazione è data dal fatto che noi abbiamo tutto un bagaglio di cose dietro; sennò, la nascita, come la morte, non dovrebbe essere un passaggio doloroso.

Luigi: Certo. All'inizio, come Dio ha voluto tutte le cose, la nascita non avveniva con tribolazione. La tribolazione avviene quanto più c'è l'irrigidimento. Anche solo per una semplice iniezione, se tu hai paura ti irrigidisci e senti male; è questo irrigidimento, questa durezza che si forma in noi, in conseguenza del pensiero del nostro io, che rende difficile la nascita, e ci fa tribolare. Se noi fossimo in tutto sempre aperti, quindi se ci fosse questa distensione con Dio, la nostra nascita avverrebbe in un processo naturale di spiritualizzazione. Perché tutto coopera a questa nascita. Dio ha fatto tutto l'universo molto bene per la nostra nascita spirituale. Quindi se Dio ha fatto tutto bene, non ci dovrebbe essere questa situazione di crisi, di tribolazione. Si tribola in quanto si è formato in noi del male, per cui la situazione è resa più difficile. Però, con difficoltà o senza difficoltà, tu ti devi impegnare per arrivare a questa nascita; anche se è tutta opera di Dio. La donna non sa come faccia a nascere la sua creatura: è tutta opera di Dio; però la donna può creare delle difficoltà, per cui tribola molto, a seconda dell'irrigidimento. Più ha paura e più la nascita è tribolata.

Linuccia: Quando capiamo che le cose non dipendono da noi, non siamo ancora arrivati a Pentecoste, abbiamo paura.

Luigi: Si, perché non siamo ancora sufficientemente convinti che tutto è nelle mani di Dio. Se non sono convinto ho paura, perché temo di non essere all'altezza, di non essere capace al momento opportuno. Tutto questo mi carica di paura, la paura mi soffoca, mi fa morire.

Linuccia: Bisogna avere fiducia.

Luigi: La fede bisogna averla prima. “Signore, non so come tu sia presente, però so che tu ci sei, so che tu sei in tutto e quindi mi affido a te”. Ora già dicendo: “Mi affido a te, faccio conto su di te”, mi crea una situazione di distensione. Perché l'irrigidimento è dato dal timore che Dio non sia presente. Noi ci accorgiamo che non siamo mai all'altezza; che il mistero ci supera, che il mondo ci supera, che gli avvenimenti ci superano. Ed è proprio questo senso di non essere all'altezza che ci carica di paura. Se invece teniamo conto di Dio, allora non temiamo. Come quel povero che diceva: “Io e la Cassa di Risparmio siamo miliardari”. Certo! La Cassa di Risparmio ha i miliardi, invece lui è un poveraccio, ma lui con la banca ha i miliardi. Per noi è lo stesso: siamo carichi di paura, però con Dio siamo molto forti! E’ la forza che viene dal pensiero che Lui è presente.

Linuccia: La donna che partorisce è un mistero, perché è obbligata a partorire nonostante non sappia come avviene.

Luigi: Certo, perché la donna non sa come si fa a dare la vita. Ad un certo momento c'è uno sconvolgimento nell'organismo, è tutta una rivoluzione. E' tutto programmato da Dio! Per cui noi subiamo gli effetti della tribolazione. Ma c'è Qualcuno che te li fa sentire! La nascita è un avvenimento che ti sorprende. D'altronde siamo sorpresi dagli avvenimenti tutti i giorni: il Regista è un altro! Colui che manovra tutte le cose è un Altro! Non siamo noi! Noi subiamo gli effetti, le conseguenze. Però questo subire ci può creare un atto di fiducia verso Dio, e allora se lasciamo fare a Dio si crea una situazione di pace. Invece, più pensiamo a noi, più cresce lo stato di ansia, perché c'è un compito molto grande da affrontare, e non siamo all'altezza, e allora avvertiamo il senso di paura.

Appendice:

La donna si completa diventando madre. La madre si completa dando la vita ai figli. Dare la vita ai figli non significa generarli solo fisicamente: significa soprattutto dare la vita, cioè generarli spiritualmente. Ciò che non si completa nello spirito, si perde.

Segno di tutto ciò che perdiamo......

Ne deriva che le madri diventano madri morendo a se stesse e non affermando se stesse....

 

I figli possono essere nel mondo, e anche perdersi nel mondo, ma le madri devono essere più forti del mondo, più forti del mondo e della morte se vogliono essere madri e non perdere i loro figli. Non li perderanno se saranno fedeli allo Spirito di Dio.

 

Maria divenne Madre di Dio non perché generò Cristo, ma perché dopo averlo generato accettò di perderlo perché in Lui vivesse la Volontà di Dio: con la sua offerta diventò madre anche del suo Spirito. Essa è Madre di Dio. Maria superò tutti i suoi diritti di donna, prima e i suoi diritti di madre, poi: accettò di morire a se stessa in tutto, anche come madre: Figlia di suo Figlio.

 

(Tempo di Maria p. 102-103)

 

 

* * *

Mercoledì 2 novembre 2016

 (cassetta di mercoledì 2.11.1988)

 

 

Questa infatti è la volontà del Padre mio:

chiunque vede il Figlio e crede in Lui abbia la vita eterna

(Gv 6,37-40)

 

 

Cina: “Il Padre manda il Figlio perché nulla vada perduto”, quel “nulla” vuol dire che nessuno vada perduto..

Luigi: “Nulla” non va inteso come “nessuno”, nel senso di persona. Nulla nel senso che niente, nessuna cosa, nemmeno il filo d'erba va perduto. Non c'è niente che va perduto perché non c'è niente che sia inutile per la nostra salvezza. Anche il filo d'erba serve per la nostra salvezza, anche la pietruzza serve per la nostra salvezza, la formichina serve per la nostra salvezza, tutti gli avvenimenti servono per la nostra salvezza. “E questa è la volontà di Colui che mi ha mandato: che nulla vada perduto di quanto Egli mia ha dato, ma che lo resusciti nell’ultimo giorno”, per cui non c'è nessun avvenimento che capiti nella nostra giornata che possa andare perduto, cioè che sia inutile per la nostra vita. Tutto quello che avviene, tutto quello che accade, tutto quello che esiste è utile, perché è opera di Dio, per condurre noi al nostro fine. Sapendo che tutto serve, dobbiamo mantenerci umili ed aperti ad accogliere tutto, anche quello che agli occhi nostri sembra una banalità, una sciocchezza o un errore, o un male. Accogli tutto perché un giorno ti accorgerai che nulla va perduto, cioè tutto è servito. San Paolo ringrazia Dio, è riconoscente a Dio per tutti gli amici, ma anche per tutti i nemici perché tutti hanno contribuito, amici e nemici a formare in lui l’apertura verso Dio. Tutto contribuisce; ma allora se tutto contribuisce non c'è niente che debba andare perduto. Certamente noi scopriremo che tutto è servito e che tutto serve.

Delfina: “Tutto ciò che il Padre mi dà verrà a me”, cioè noi andiamo al Figlio per volontà del Padre.

Luigi: Certo, noi andiamo al Figlio perché siamo attratti dal Padre.

Delfina: Per insegnamento del Figlio arriviamo al Padre. Arriviamo dal Padre e ritorniamo al Padre.

Luigi: Certo.

Domenico: Tutto viene recuperato in Dio solo per coloro i quali arrivano alla conoscenza di Dio.

Luigi: Certo, altrimenti tutto va perduto e va perduto con la responsabilità nostra. È sangue sparso invano.

Franca: “Tutto ciò che il Padre mi dà verrà a me”, “Colui che viene a me io non lo respingerò”; da parte nostra c'è solo il rifiuto, il no.

Luigi: Certo, perché il positivo è tutto grazia, è tutto opera di Dio.

Giovanna: “Lo resusciterò nell'ultimo giorno”, cosa vuol dire “ultimo giorno”?

Luigi: Tutte le cose vanno verso un ultimo giorno, verso un tramonto, verso una sera; tutto finisce. Tutte le creature finiscono perché sono tutti segni di Dio; i segni di Dio sono finiti, sono limitati. Ed è in quell'ultimo giorno che Cristo ci salva se noi crediamo in Lui. Fintanto che le cose durano siamo nel giorno; noi siamo sostenuti dalle cose, è la presenza delle creature attorno a noi che ci sostiene, perché noi viviamo di presenze. Ma tutte queste presenze vanno verso una fine, verso una conclusione, finiscono. Arriva un momento che quelle creature non ci sono più, non ci sostengono più. Allora in quell'ultimo giorno, chi ci sosterrà? Il Pensiero di Dio, il Figlio di Dio. La nostra salvezza è quella porta, quel passaggio obbligato davanti al quale ci troveremo tutti. Non tutti però potranno passare. Potranno passare da questa porta soltanto coloro che avranno creduto. Coloro che non avranno creduto, si troveranno davanti ad  una porta chiusa.

La porta si chiude in quanto i segni finiscono; se non ho creduto all’annuncio che i segni mi offrivano, quando i segni finiranno, mi troverò davanti ad una porta chiusa, attraverso la quale non potrò passare.

Passo attraverso la porta in quanto ho interiorizzato, in quanto ce l'ho dentro di me. Altrimenti ritengo che il Pensiero di Dio sia un pensiero mio: per me non è più una realtà perché è pensiero mio; in tal caso tutte le altre realtà sono finite, si sono concluse in una sera, e per me c'è solo la disperazione. Disperazione nel senso che non ho un punto d'appoggio. Quando una creatura non ha più un punto d'appoggio, entra nella disperazione, nell'angoscia.

Noi da soli non stiamo su. In quella sera, chi ci darà una mano? Chi ci aiuterà?

Il Pensiero di Dio, se l’abbiamo creduto. Il Pensiero di Dio ci sostiene come presenza, in quanto è una presenza non più esterna, non più nelle cose che finiscono, ma è una presenza interiorizzata. Non è un atto nostro; perché se fosse un atto nostro sarebbe un'assenza e non ci permetterebbe di passare. Noi per passare abbiamo bisogno di una presenza che non dipende da noi. Ci sono tante presenze che non dipendono da noi, ed è tutta la creazione che Dio ci concede data la nostra debolezza; però domani queste presenze non ci saranno più. Le presenze fisiche ci parlano di Cristo, dobbiamo affrettarci a scoprire in noi questa presenza spirituale; ma questo Pensiero di Dio è una presenza che non dipende da noi, perché ci salverà quando tutti verranno meno. E tutti vengono meno, tramontano, per condurci a questa presenza.

Perché tutte le cose passano? Perché sono soggette al tempo?

Tutte le cose passano per rivelarci Dio, per dar gloria a Dio, e ci dicono: “Dovete arrivare a Dio prima che tutto sia passato, altrimenti non avrete più la possibilità di passare”. Se non siamo pronti, la presenza spirituale diventa ambigua, perché diciamo: “Sono io che penso o è veramente Lui che è presente in me?”.

Giovanna: Bisogna arrivare a capire che non sono io che penso Dio prima che arrivi quel momento.

Luigi: Certo, perché prima hai il sostegno delle cose che non dipendono da te. Basta un filo d'erba e il filo d'erba non sei tu che lo fai; ad un certo momento il filo d'erba non c'è più, è passato e non ti sostiene più. E allora su che cosa ti sosterrai, se non hai più una realtà diversa da te e in tutto sei soltanto tu che pensi? Ora, quando sei soltanto tu che pensi, è finita: entri nell'inferno!

Giovanna: L'unica realtà che rimane è il Pensiero di Dio.

Luigi: L'unica realtà che rimane, se l'hai trovato prima, diventa Realtà, e questa non tramonta. Perché tutte le creature di Dio tramontano, sono finite; il Pensiero di Dio non tramonta, però richiede che tu scopra che è Pensiero di Dio e non pensiero tuo, prima che tutte le cose passino, cioè prima che tu muoia. Dobbiamo imparare a morire a noi stessi, prima di morire.

 

 

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Mercoledì 20.5.2015

 (Tratto dalla cassetta del 19.5.1993)

 

Custodiscili nel mio nome

(Gv 17,11-19 )

            

In quel tempo, [Gesù, alzàti gli occhi al cielo, pregò dicendo:]
«Padre santo, custodiscili nel tuo nome, quello che mi hai dato, perché siano una sola cosa, come noi.
Quand’ero con loro, io li custodivo nel tuo nome, quello che mi hai dato, e li ho conservati, e nessuno di loro è andato perduto, tranne il figlio della perdizione, perché si compisse la Scrittura. Ma ora io vengo a te e dico questo mentre sono nel mondo, perché abbiano in se stessi la pienezza della mia gioia. Io ho dato loro la tua parola e il mondo li ha odiati, perché essi non sono del mondo, come io non sono del mondo.
Non prego che tu li tolga dal mondo, ma che tu li custodisca dal Maligno. Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. Consacrali nella verità. La tua parola è verità. Come tu hai mandato me nel mondo, anche io ho mandato loro nel mondo; per loro io consacro me stesso, perché siano anch’essi consacrati nella verità».

 

 

 

Cina: “Essi non sono del mondo come io non sono del mondo”.

Luigi: Si è di- quando si appartiene a-; per cui uno può essere in un luogo ma non appartenere a quel luogo. Si appartiene quando si è interessati.

E’ l'interesse per una cosa che ci fa appartenere a quella cosa. Quindi chi ha interesse per Dio non è del mondo, come Dio che è nel mondo, ma non appartiene al mondo. Chi invece si interessa delle cose del mondo, appartiene al mondo. Ognuno di noi appartiene a ciò a cui rivolge il suo interesse, perché è l'interesse che ci fa appartenere.

Delfina: “Consacrali nella Verità; la tua parola è verità”, in che cosa consiste?

Luigi: Consiste nella dedizione a-. Quando uno si dedica ad una cosa, viene consacrato a quella cosa; dedicandoci, occupandoci di Dio ci consacriamo a Dio. “Occupati della verità” in modo da trovare un campo di lavoro nella verità. Durante il giorno, a seconda di quello di cui ci occupiamo, ci consacriamo. Se durante il giorno penso ad una cosa, consacro la mia mente a quella cosa.

Pinuccia: “Per loro io consacro me stesso”, cosa vuol dire?

Luigi: Tutto quello che fa Gesù, come Verbo incarnato, lo fa per gli uomini! Lui non ha bisogno di consacrarsi, perché è Figlio di Dio. Tutto quello che fa Gesù come Verbo incarnato lo fa per gli uomini affinché possano essere consacrati nella Verità; affinché non siano consacrati a vivere per un uomo.

Giovanna: Gesù prega il Padre: “Custodiscili nel tuo nome”...

Luigi: …affinché il Padre li mantenga uniti a Sé, perché tutto dipende dal Padre. Gesù è il Figlio di Dio, quindi essendo Figlio fa dipendere tutto dal Padre. Altrimenti Lui non sarebbe più Figlio del Padre, ma sarebbe il Padre. Invece Gesù è il Figlio del Padre e in quanto è Figlio del Padre, fa dipendere tutto dal Padre; e insegna a noi come si vive da figli di Dio: si vive tutto nell'iniziativa di Dio.

Teresa: “Custodiscili nel tuo nome affinché siano una cosa sola”.

Luigi: Gesù dice: “Prima, quando c'ero io, li custodivo io. Adesso me ne vado, perché se non me ne vado lo Spirito Santo non può venire”, e allora li affida al Padre affinché sia il Padre a custodirli. Per cui se io so che c'è una persona che è in grado di custodirmi, guardo a quella persona: guardando ad una persona sola, formo una cosa sola con quella persona.

Franca: Che differenza c'è tra l'essere custoditi dal Padre ed essere custoditi dal Figlio?

Luigi: “Fintanto che io ero con loro, li custodivo io” dice Gesù. Siccome noi tendiamo sempre a disperderci, Lui ha la funzione di raccoglierci come il cane del pastore che raduna le pecore. Questa è l'opera che il Figlio di Dio svolge nel mondo. E come ci custodisce? Quando Gesù parlava della sua passione e morte, i discepoli pensavano a se stessi, al primato di fianco a Gesù. Ecco la dispersione. E Gesù continuamente li richiama: “Di che cosa parlavate per strada?”, “Una cosa sola è necessaria”, li richiama al continuo superamento del proprio  io. Li custodisce in quanto li mantiene sempre uniti al fine. Lui in continuazione fa quest'opera di raccoglimento, di riconversione nell'unico fine: “Sei stato creato per conoscere Dio! Occupati di conoscere Dio! Non perdere tempo!”, ecco l'opera di riconversione. Però arriva un momento in cui anche Lui deve andarsene, perché se Lui non se ne va lo Spirito di Verità non può venire. Perché lo Spirito di Verità viene dal Padre, non viene dal Figlio. Quindi per evitare che l'anima si disperda, l'affida al Padre. Le dice: “Guarda al Padre perché è Lui che ti custodisce. Se tu non guardi il Padre non puoi essere custodita e ti disperdi. Tanto più che viene a mancare la mia Presenza”.

Pinuccia: Quindi l'opera del Padre è diversa dall'opera del Figlio, perché Gesù dice che è necessario che se ne vada.

Luigi: E' necessario che Lui se ne vada affinché noi non guardiamo più a Lui, ma a guardiamo al Padre; perché dobbiamo prima di tutto ricevere la conoscenza di Lui dal Padre, cioè la novità del Figlio di Dio che nasce dal Padre. Quindi prima noi siamo con Lui, perché Lui ci parla del Padre, ma non lo conosciamo come Figlio di Dio (non possiamo conoscerlo perché “soltanto il Padre conosce il Figlio”). Quindi per completare la sua opera, Gesù ad un certo momento se ne deve andare. Quindi l'opera del Padre è diversa dall'opera che svolge il Figlio.

 

* * *

Mercoledì 9 novembre 2016

(cassetta di mercoledì 9.11.1987)

 

 

 

... e scacciò tutti fuori dal Tempio...

(Gv 2, 13- 22 )

 

 

Linuccia: Che significato ha questa festa della Dedicazione del Tempio? Una volta che il Tempio è consacrato, perché ripetere la ricorrenza?

Luigi: Perché la consacrazione è una cosa che bisogna fare continuamente. Non è una cosa che avviene una volta tanto. Dio è il Principio, però ogni giorno noi dobbiamo recuperarlo, altrimenti lo perdiamo di vista e ci fermiamo soltanto alle impressioni.

Invece noi tutti i giorni dobbiamo recuperare il Principio. Perché ci viene annunciato: “In Principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio… tutte le cose sono state fatte per mezzo di Lui e che niente è fatto senza di Lui”; perché ci viene detto questo? Non è per fare  cultura! Ci viene detto affinché noi abbiamo a recuperare sempre tutte le cose nel Principio, nel Verbo. Per cui in Principio era “questo”, adesso tu devi recuperarlo. Perché quello che era non è venuto meno. Viene meno per me, se non lo recupero.

In continuazione tu devi recuperare tutto: un avvenimento, un fatto, riportalo sempre al Principio, recuperalo nel Principio perché è Dio che te lo manda. Recupera il suo Pensiero, il Verbo, per capirne il significato.

Rita: Mi ha fatto ricordare queste parole di Gesù: “... scacciati i demoni da quell'anima, affrettatevi a riempirla altrimenti arrivano altri sette demoni e la situazione è peggiore di prima”; quando Gesù ci libera dobbiamo impegnarci molto, perché l'io nuovo è un piccolo germoglio che bisogna far crescere.

Luigi: Si, se io sono soddisfatto di quello che Dio ha operato, cioè “ha svuotato la stanza”, il giorno dopo per me è peggio. Perché Dio ci libera affinchè noi abbiamo ad occuparci di Lui. Molte volte, di fronte all'affermazione di Gesù “Non preoccuparti del mangiare, del vestire, preoccupati prima di tutto del regno di Dio e tutto il resto ti sarà dato in sovrappiù”, si sente dire “allora non facciamo niente tanto Dio ci manda il pane”. Ma Dio ti dice “Non preoccuparti del mangiare e del vestire”, perché hai un'occupazione più importante! Per cui ti libera dalla preoccupazione del mangiare e del vestire, ma perché tu abbia a dedicarti alla conoscenza di Dio; non perché tu abbia a far niente. Quindi c'è un lavoro molto, molto impegnativo; per cui l'uomo è stato creato per un preciso fine, dal quale però si sottrae per preoccuparsi del mangiare e del vestire. Non preoccuparti, ci pensa Dio a mandarti il pane! Tu non trascurare questo lavoro, perché questo lavoro è l'essenziale. Tu trascuri l'essenziale per delle cose che ti sono date.

Noi ci affanniamo per avere delle cose che Dio ci ha già dato. Dio ci dice: “Ma io te le ho già date! Te le ho assicurate tutte! Tu preoccupati di questo!”. Noi sperimentiamo la privazione di quelle cose, ecco il riflesso del nostro difetto verso Dio, perché non ci occupiamo dell'essenziale; allora Dio ci fa provare la mancanza del necessario. “Mi manca questo allora mi do da fare” e più mi do da fare e più quello mi manca. Perché le cose non le ottengo correndo loro dietro; le ottengo fermandomi e cercando Dio. Se cerco Dio mi accorgo che correndo dietro al mondo il mondo scappa. Se dunque mi fermo e guardo Dio, il mondo si mette a correre dietro a me. L'errore fondamentale che noi facciamo è questo: vediamo che il mondo scappa e noi gli corriamo dietro per fermarlo; più gli corriamo dietro e più il mondo scappa! Infatti il mondo è in espansione: scappa tutto!

Rita: Tutto il problema dell'uomo sta nel riuscire a fermarsi per elevare lo sguardo a Dio.

Luigi: Soltanto che se tu cerchi Dio, ti accorgi che tutto il mondo invece di scappare via da te, ritorna verso di te. Si constata!

Sergio: Gesù dice: “La mia casa sarà casa di preghiera ma voi ne avete fatto una spelonca di ladri”. Cosa ci vuol dire?

Luigi: Ci vuol dire che ognuno di noi è la casa di Dio, perché Dio abita in ognuno di noi. Soltanto che c’è da chiedersi: cosa ne abbiamo fatto di questa casa? Dei nostri pensieri, che cosa ne abbiamo fatto? I nostri pensieri, noi li adoperiamo per fare dei calcoli, per fare i nostri interessi, per rubare le cose agli altri, per portarci via a vicenda tutte le cose: ne facciamo una spelonca di ladri! Mentre invece questa nostra mente, Dio l'ha voluta perché fosse un luogo di preghiera, un luogo di elevazione a Dio, di conoscenza di Dio.

San Giovanni della Croce dice che per un pensiero dell'uomo Dio è disposto a creare mille universi! Noi, se c'è una cosa che disprezziamo, è proprio il nostro pensiero. Noi adoperiamo il nostro pensiero per tutto e per tutti. Invece il nostro pensiero è la cosa più sacra che portiamo in noi perché è attraverso il pensiero che noi ci eleviamo a Dio. Anziché elevarci a Dio, noi adoperiamo il nostro pensiero per le cose del mondo. Pensando alle cose del mondo, noi sottraiamo il nostro pensiero a Dio, ma Dio ci ha dato il nostro pensiero per pensare a Lui, non per guadagnare le cose del mondo.

Domenico: Dio abita nel nostro pensiero, quindi il nostro pensiero è la sua casa quando mettiamo al centro Dio.

Luigi: Il nostro pensiero è quella capacità di uscire dal nostro mondo per dedicarci a qualche cosa. Tu con il tuo pensiero puoi uscire da questa stanza e andare chissà dove. Ora, Dio ha dato a noi questo pensiero perché riuscissimo a passare dal nostro io a Dio, dal pensare alle cose nostre al pensare a Lui. Il nostro pensiero è una cosa sacra. Tutto il mondo si concentra nel nostro pensiero. Ora, se noi, anziché elevare questo pensiero a Dio, adoperiamo il nostro pensiero per le cose del mondo, per i nostri interessi, per i nostri guadagni, trasformiamo questa “cosa sacra” che portiamo in noi, in un luogo pagano, in una spelonca di ladri, in un luogo di affari.

Domenico: La “Casa di preghiera” è data dal silenzio.

Luigi: Dal silenzio, dal raccoglimento, dalla conoscenza di Dio. Però tu hai silenzio dentro di te in quanto fai attenzione ad Uno solo; il rumore è quando vuoi fare attenzione a tante cose diverse. Devi rivolgere la tua attenzione ad Uno solo; se tu fai attenzione ad Uno solo, ti accorgi che tutto diventa silenzioso. Ma quando noi vogliamo fare attenzione a questo, quello e quell'altro ci disperdiamo.

Linuccia: Gesù entra tutti i giorni nel tempio, ma i nostri pensieri cercano di mandarlo a morte...

Luigi: Certo, soltanto che uccidendo in noi il Pensiero di Dio, uccidiamo noi stessi. “Avete ucciso l'Autore della vostra vita”, avete ucciso il Principio della vostra vita. Noi non ci rendiamo conto. Noi sperimentiamo la nostra morte, perché uccidiamo la vita. Siamo noi che uccidiamo la vita. Dio ha dato la vita a noi perché ha dato a noi il suo Pensiero. Spiritualmente parlando, noi uccidiamo in quanto non teniamo conto. Quindi se non teniamo conto di Dio, noi uccidiamo, facciamo fuori Dio dalla nostra vita. Ma Lui è la nostra vita; se noi lo facciamo fuori sperimentiamo la morte, perché abbiamo fatto fuori la nostra vita. Per questo constatiamo la nostra morte. Dio non ci supplica perché vuole che lo glorifichiamo. Ci supplica affinché noi non abbiamo a morire! Lo fa solo per noi. Ci dice: “Non abbracciare la morte”, in quanto siamo noi che stiamo abbracciando la nostra morte scambiandola per vita. “La tua vita è nascosta in Me! Sta nel conoscere Me! In Me troverai la tua vita”. Non ce lo dice per Sé; Lui non ha bisogno di noi! Siamo noi che abbiamo bisogno di Lui. Noi trascurando Lui sperimentiamo la nostra morte. Cominciamo a sperimentare la noia, la tristezza, l'angoscia; sperimentiamo anche il suicidio. E questo perché? Abbiamo fatto fuori Dio dalla nostra vita, e adesso la nostra vita non la possiamo più sopportare; siamo morti. E quando uno è morto non può più sopportare la vita.

 

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Venerdì 22.5.2015

 (tratto dalla cassetta 37 del 28.5.1993)

 

 

Tu lo sai se ti amo

(Gv 21, 15-19 )

                   

In quel tempo, [quando si fu manifestato ai discepoli ed] essi ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pasci i miei agnelli».
Gli disse di nuovo, per la seconda volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pascola le mie pecore».
Gli disse per la terza volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?». Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse “Mi vuoi bene?”, e gli disse: «Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene». Gli rispose Gesù: «Pasci le mie pecore. In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi».
Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E, detto questo, aggiunse: «Seguimi».

 

Cina: Perché Gesù risponde “Pasci i miei agnelli” alle parole di Pietro?

Luigi: C'è da tener presente quello che Gesù dice a Pietro: “Pietro, sarai provato; ma io ho pregato per te in modo che tu possa vincere la prova. Quando avrai superato la prova, conferma i tuoi fratelli”. Questo ci fa capire che man mano che uno supera una prova, è fatto capace di aiutare i fratelli. Ogni prova superata ti dà una maggiore capacità. Tu quando impari una cosa, dopo hai la possibilità di comunicarla ad un altro.

Delfina: Ma questa domanda di Gesù, “Mi ami più di costoro?”, è per mettere alla prova Pietro?

Luigi: No, Pietro era già stato messo alla prova. Queste parole servono per smontare in Pietro una sicurezza che lui credeva di avere sul campo dell'amore. Pietro, nell'ultima cena, aveva detto: “Se anche tutti ti tradissero, io non ti tradirò mai!”. Gesù gli dice: “Tu mi ami più di tutti gli altri?”, perché Pietro si era vantato di amare Gesù più di tutti gli altri. Deve essere presentato di fronte al suo errore. Ora, avendo superato la prova, avendo smontato la sua sicurezza, può confermare i suoi fratelli. Questo è per farci capire che Dio non ci smonta per offenderci, ma per darci una maggiore possibilità di elevarci.

Franca: Già dall'inizio del Vangelo Gesù dice ai discepoli: “Vi farò pescatori di uomini”. Ma questa vocazione è per tutti o solo per qualcuno?

Luigi: Questo è per farci capire che prima viviamo per mangiare, per vestire, per pescare, per lavorare. Incontrando Gesù, ci cambia la vita, ci porta a dei livelli sempre più alti, più nobili. Per cui non viviamo più per cacciare, per pescare, per lavorare, ma la vita con Gesù ha un salto di qualità; diventa sempre più una vita fatta di spirito, di pensiero e quindi di dialogo con le anime.

Giovanna: Questo vuol dire che nella misura in cui uno approfondisce il rapporto con Dio, conferma i fratelli?!

Luigi: Non in quanto tu ti applichi, ma in quanto Dio ti prende. L'opera è di Dio: in quanto Dio ti prende. Ti prende e cosa ti fa? Ti eleva. E in quanto ti eleva anziché vivere per un mondo materiale, ti accorgi che ti porta a vivere in un mondo spirituale. Nel mondo spirituale cosa c'è? Ci sono le anime, c'è l'amore, c'è la luce, la conoscenza. Non si vive più solo in modo orizzontale: ti alzi al mattino perché devi andare a lavorare, devi lavorare perché hai bisogno di mangiare, ecc.... Con Dio si è fatti partecipi di un regno spirituale; nel regno spirituale non ci sono più i pesci, non ci sono più gli animali, non c'è più il lavoro materiale da fare, c'è un altro lavoro da fare. Abbiamo visto in questi giorni negli atti degli apostoli: “Non è bene che noi serviamo alle mense; noi siamo riservati per la preghiera, per la conoscenza di Dio, per la contemplazione”.

Franco: Gesù dice: “Non preoccupatevi del mangiare e del vestire: cercate prima di tutto il regno di Dio”. Allora perché Paolo dice: “Chi non lavora neppure mangi”?

Luigi: Nel campo dello spirito anche questa affermazione di Paolo è vera! Perché nel campo dello spirito se tu non lavori, neppure mangi. Perché Colui che ti ha creato senza di te non ti salva senza di te, per cui richiede da te un certo lavoro. Cioè, tu ti devi dedicare a conoscere Dio se vuoi giungere a conoscere Dio. Per cui spiritualmente parlando è giusto quello che dice Paolo: “Se tu non lavori con Dio non mangi, non assimili, non conosci”, perché è richiesta la tua dedizione. Tu glorifichi Dio in quanto muori a te stesso e ti dedichi a Dio.

Franca: “Quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi ma quando sarai vecchio tenderai la tua mano e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi”. Cosa vuol dire?

Luigi: Nello spirito bisogna arrivare a quel punto. Quando siamo giovani diciamo: “Sono io che ti amo più di tutti”, perché siamo sicuri di noi. Arriva un momento in cui, ed è la maturità, la sicurezza non è più in noi, la nostra sicurezza è “in un Altro”. Se ci si fida di “un Altro” e ci si lascia condurre da “un Altro”, vediamo che è “l'Altro” che opera.

Domenico: “Disse questo per indicare con quale morte avrebbe glorificato Dio”.

Luigi: Per farci capire con quale morte noi glorifichiamo Dio, cioè con l'annientamento a noi stessi, con l’offrirci alla volontà di Dio. “Non la mia volontà sia fatta ma la tua”. In un primo tempo crediamo di essere noi a fare, a decidere, anche nel bene; poi man mano che  maturiamo nella vita, cominciamo a capire che c'è un Altro che sta operando nella nostra vita. È il nostro io che si ritira, poco per volta, e che comincia a capire che la vita non sta nel voler fare noi, ma nel lasciar fare a Lui, sta nel partecipare a quello che Lui fa: questa è la morte con cui si glorifica Dio. La morte al pensiero del nostro io sta nel confessare, nel testimoniare che è Dio Colui che regna, che è Dio il Signore degli eventi, che è Lui che fa tutto.

Pinuccia: “Pietro rimase addolorato che per la terza volta Gesù gli domandasse: mi vuoi bene?”.

Luigi: Quando Gesù ha detto: “Uno di voi mi tradirà”, Pietro risponde: “Se anche tutti ti tradissero, io no! Io verrò con te fino alla morte!” era sicuro di sé, era andato oltre. Molto sicuro di sé. Dopo la passione e morte, dopo che lui l'ha tradito, quando Gesù per tre volte gli chiede: “Mi ami tu?”, Pietro comincia a tremare, perché gli fa ricordare la sua sicurezza di prima. Gliel'avesse chiesto una volta..., ma tre volte! Vuol dire che Gesù voleva che venisse a galla quello che Pietro portava dentro di sé. E Pietro dentro di sé portava il ricordo della sua sicurezza e il ricordo del tradimento. Si è addolorato perché Gesù glielo voleva far ricordare, per minare la sua sicurezza. Questo ci fa capire che anche nell'amore, anche nella dedizione non dobbiamo mai essere sicuri, perché la nostra sicurezza deve essere sempre e solo Dio.

 

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Mercoledì 16 novembre 2016

 (cassetta di mercoledì 18.11.1987)

 

 

Perchè non hai consegnato il mio denaro a una banca?

Al mio ritorno l'avrei riscosso con gli interessi

(Lc 19, 11-28 )

 

 

Cina: Anche se si ha un solo talento, è da far fruttificare.

Luigi: Si, perché conta solo il frutto, l'interesse; non conta il talento ricevuto. Uno può aver ricevuto  cento talenti, dieci talenti, cinque talenti, un talento: non conta quello che Dio ti dà, conta l'interesse per conoscere Lui, l’interesse che tu trai da quello che Lui ti dà. Dio premia l'interesse, non premia i talenti; altrimenti sarebbe ingiusto, perché a uno dà dieci, all'altro dà cinque, all'altro dà uno: quella è un'ingiustizia. Invece la Parola di Dio dice che Dio non fa preferenze di persone. C’è da chiedersi: perché a uno dà dieci, a uno dà cinque, all'altro dà uno e poi dice che non fa preferenze?

Dio non premia i dieci, i cinque e l'uno; Lui premia l'interesse che uno ha saputo trarre. E quando tu sai trarre l'interesse dai talenti, non importa se sono dieci, cinque o uno; quello che conta è l'interesse che tu trai da ciò che hai ricevuto, perché è l’interesse che ti porta alla conoscenza di Dio.

Delfina: “Sapevi che sono un uomo severo, che prendo quello che non ho messo in deposito e mieto quello che non ho seminato…”, non capisco questa frase.

Luigi: C'è un episodio nel vangelo in cui un mattino Gesù ebbe fame e andò a cercare dei fichi su un albero, pur non essendo la stagione dei fichi, e poiché sull'albero non c'erano fichi, l'ha maledetto. Il giorno dopo l'albero era seccato e “i discepoli l'udirono” (Mc 11,20). Tutto quello che Gesù fa, lo fa come lezione. Noi possiamo essere un albero che dice “Non è ancora la mia stagione! Quando sarà la mia stagione (quando andrò in pensione) mi occuperò di Dio; ma prima ho da fare. Prima devo fare questo e quest'altro. Poi dopo...”, ma quel “dopo” non arriverà mai! Questo ci fa capire che Dio ha il diritto di venire a cercare i frutti, l'interesse, da noi, sia che noi riteniamo che sia stagione, sia che noi riteniamo che non sia stagione: “Perché per voi è sempre tempo!. Siamo noi, nella nostra mentalità, che possiamo dire: “Non è la stagione!”. Dio pretende di raccogliere anche dove Lui non ha seminato, dove noi crediamo che non abbia seminato; dove noi crediamo che i pensieri siano nostri, o che siano pensieri di mondo, o interessi del mondo. Per cui diciamo: “Dio semina le cose del cielo; quando andremo dall'altra vedremo”. No! In realtà non c'è luogo dove Dio non semini; Dio semina su tutti i terreni. Però noi, nella nostra mentalità, possiamo ritenere, possiamo partire di iniziativa nostra. Ora, Dio chiede a noi conto di tutto: sia di quel terreno in cui Lui ha seminato, sia in quel terreno che noi riteniamo che Lui non abbia seminato. E siccome Dio si adegua alla nostra mentalità, anche quando diciamo: “Ma qui Dio non ha seminato niente!” (quante volte l'ho sentito dire “A me Dio non interessa! Io non sono attratto da Dio! Dio non mi attrae!”), Lui chiede conto. Anche nel tempo in cui noi diciamo: “Dio non mi attrae”, Dio viene a chiederci conto.

Sergio: Ho notato delle differenze tra la parabola delle mine e quella dei talenti (Mt 25,14). Nella parabola dei talenti il Signore premia e dice: “Bravo servo buono e fedele ... entra nella gioia del tuo signore”. Nella parabola delle mine il Signore ci vuol dare la capacità.

Luigi: Ma anche nella parabola dei talenti ci dà la capacità, però nella parabola delle mine ne dà una sola a tutti. Dio premia l'interesse, quindi a seconda dell'interesse che noi produciamo, che ne traiamo riceviamo il premio. Interesse non nel senso di “fare qualcosa per Dio”, ma nel senso di “formare il desiderio specifico di conoscere Dio”.

Ad esempio: Dio ti manda un dono e tu puoi dire “Signore, ti ringrazio del dono che mi hai dato” e tenerti il dono ricevuto, essere soddisfatto di quello; ma questo non conta! Quello che conta non è il dono che Dio ti fa; quello che conta è il desiderio che tu riesci a produrre dal dono ricevuto, che è quello di arrivare a conoscere Colui che ti ha dato il dono. Questo è quello che conta!

Nella guarigione dei lebbrosi (Lc 17,11), dieci hanno ricevuto il dono, sono stati guariti tutti e dieci, uno solo è tornato! Perché è tornato? Aveva interesse per Colui che l'aveva guarito, ha avuto interesse! Ecco l'interesse premiato. Dio premia l'interesse, perché è l'interesse che ti fa conoscere Dio. Ma questo interesse da dove lo trai? Dai doni che Dio ti fa.

Dio ti dona una bella giornata, se tu dici: “Grazie Signore che mi hai fatto una bella giornata”, da questa bella giornata devi trarre interesse per conoscere Dio; in tal caso ti chiedi: “Chissà che cosa Dio mi vuole comunicare di Sé, attraverso questa bella giornata”. Allora l'interesse per conoscere Lui, vale di più che la bella giornata. Quindi, più che l'interesse per possedere quel talento, per possedere quella mina e trattenerla, ciò che veramente conta è l'interesse per conoscere Dio. È quello che veramente vale!

Quando dice: “Ti farò governatore su dieci città” è il simbolo di quello che viene ben spiegato nella parabola dei talenti: “Entra nella gioia del tuo Signore”. Questo: “Entrare nella gioia” significa: “Entra nella conoscenza del tuo Signore”. Invece chi non ha saputo trarre interesse, perché ha avuto paura di perdere quello che il Signore gli aveva dato, e lo ha trattenuto, ha perso anche quello. È come quei figli che hanno saputo rinunciare alla loro vita (Maccabei 7,1.20-31); se non fossero stati disposti a rinunciare alla loro vita, sarebbero stati come coloro che hanno cercato di trattenere la mina per non perderla, che cercano di trattenere il talento e sotterrandolo per non perderlo, cioè lo investono nel mondo; questo impedisce loro di conoscere Dio, di portare frutto. E impediti a conoscere Dio, perdono anche quel dono che hanno ricevuto. Per cui: “Sarà tolto anche quello che hanno”.

Nella parabola dei talenti troviamo: assegnazioni diverse all’inizio e ricompensa uguale alla fine. Nella parabola delle mine invece: assegnazioni uguali all’inizio e ricompense differenti alla fine. Contraddizione?  Perché noi potremmo dire: “Dio non mi ha dato i doni che ha dato all'altro”, ma anche se Dio non ti ha dato i doni che ha dato all'altro, tu non sei giustificato nel non cercare Dio. Tu non puoi giustificarti dicendo: “Dio all'altro ha dato più intelligenza di me”; questo non basta per giustificarti nei confronti di Dio. Tu occupati di Dio con quello che Dio ti ha dato e ti accorgerai che per quello che Dio ti ha dato, se trarrai il giusto interesse, riceverai tanta luce quanto all'altro che ha dato di più. Questo per dire che non dobbiamo fare i confronti con gli altri.

Tu osserva quello che Dio ti dà, da quello che Dio ti dà, trai interesse per conoscere Lui: vedrai che arriverai alla luce. Perché i doni Dio li fa, secondo la capacità di ognuno, in proporzione. Quindi quanto più ci occupiamo di Lui, tanto più la nostra capacità cresce; e più la nostra capacità cresce, più Dio dà a noi doni per far aumentare ancora di più il nostro interesse per Lui. Il cammino è progressivo. Ma si richiede da parte nostra una certa corrispondenza.

 

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Mercoledì 27 maggio 2015

(cassetta di mercoledì 29.5.1985)

 

                                                          

Tra voi non sarà così

(Mc 10,32-45)

 

In quel tempo, mentre erano sulla strada per salire a Gerusalemme, Gesù camminava davanti ai discepoli ed essi erano sgomenti; coloro che lo seguivano erano impauriti.
Presi di nuovo in disparte i Dodici, si mise a dire loro quello che stava per accadergli: «Ecco, noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell’uomo sarà consegnato ai capi dei sacerdoti e agli scribi; lo condanneranno a morte e lo consegneranno ai pagani, lo derideranno, gli sputeranno addosso, lo flagelleranno e lo uccideranno, e dopo tre giorni risorgerà».
Gli si avvicinarono Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedèo, dicendogli: «Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo». Egli disse loro: «Che cosa volete che io faccia per voi?». Gli risposero: «Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra».
Gesù disse loro: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?». Gli risposero: «Lo possiamo». E Gesù disse loro: «Il calice che io bevo, anche voi lo berrete, e nel battesimo in cui io sono battezzato anche voi sarete battezzati. Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato».
Gli altri dieci, avendo sentito, cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni. Allora Gesù li chiamò a sé e disse loro: «Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».

Parola del Signore

 

Cina: Questi apostoli hanno fatto un atto di superbia.

Luigi: Lasciamo stare l'atto di superbia. C'è il pensiero del loro io che parla; evidentemente stavano pensando a se stessi. Il pensiero del nostro io ci porta fuori strada.

Raffaella: Gesù risponde loro con una domanda: “Potete forse voi bere il calice..?”, e Giovanni risponde che lo possono bere, e Gesù li conferma. Come mai?

Luigi: Gesù li interroga non perché loro lo possano bere, ma perché prendano coscienza di quello che devono fare; perché soltanto se l'uomo è interrogato, rispondendo prende coscienza della difficoltà; in caso diverso no. Il Signore interroga. Tutto il parlare di Dio è un'interrogazione per invitarci a prendere consapevolezza di quello che veramente vale.

Raffaella: Bere il calice significa morire al nostro io?

Luigi: Morire al proprio io è il battesimo. Comunque il calice rappresenta l'eredità a cui noi siamo destinati; bere il calice significa prendere consapevolezza dell'eredità a cui noi siamo stati destinati. Il calice è il bicchiere che il padre dà al figlio primogenito per dire: “Adesso tu subentri al mio posto”.

Raffaella: Allora quando Gesù dice: “Padre allontana da me questo calice”?

Luigi: Il calice può diventare un’esperienza dura. Per Cristo è stata una cosa dura; perché il calice del Cristo è stato la sua morte. Lui è morto proprio perché portava su di Sé il peccato del mondo. Il calice è ciò che è riservato al figlio. Bere il calice vuol dire subentrare nell'eredità; è il Padre che ha lasciato erede il Figlio e quindi il Figlio adesso beve nel calice del Padre. Assume su di sé il posto del Padre. Vuol dire prendere consapevolezza dell'eredità a cui sei stato chiamato. Tu uomo sei stato creato per ereditare Dio, per conoscere Dio; sii consapevole del tuo destino per evitare di vendere la tua vita per un piatto di lenticchie, per un po' di benessere. Quindi mantieniti libero per questa cosa essenziale. Sapendo che sei stato destinato a quello, ora declini tutte le altre offerte.

Dio ci dice: “Sii cosciente dell'eredità alla quale sei stato destinato, per declinare ogni altra offerta. Non vivere per altro perché ti devi riservare per questo: conoscere Dio”. Il battesimo è proprio questo morire a noi stessi.

Raffaella: Il battesimo di Cristo è il battesimo in Spirito, che sarà quello che riceveranno anche i discepoli.

Luigi: Certo, però questo battesimo presuppone anche la morte al pensiero del proprio io. Il battesimo è un'immersione in-, un orientamento a-.

Raffaella: Il fatto che Gesù dica: “Anche voi lo riceverete…”

Luigi: Il fatto che ricevano il battesimo non li autorizza a decidere; anzi, proprio perché lo ricevono non devono essere loro a decidere il posto da occupare, vicino o lontano dal Cristo. Se uno riceve un battesimo, non pensa più a se stesso. E se anche Dio dicesse di andare all'inferno, uno va volentieri all'inferno per fare la volontà di Dio; perché non pensa a se stesso.

Margherita: “Tra voi non sia così; chi vuol essere primo sia il servo di tutti” perché Dio chiede questo?

Luigi: Perché tutto è opera di Dio; per cui Dio ci chiede di non comandare.

Margherita: Cosa vuol dire servire?

Luigi: Servire vuol dire volere il bene dell'altro. In Dio tutto si vede come opera di Dio; siccome tutte le creature sono opera di Dio, si vede Dio in tutte le cose: allora si serve bene, cioè si serve Dio. Non ci si impone. Nel mondo invece le autorità si impongono, violentano la persona, perché impongono dall'esterno. Dio invece opera convincendo. Quindi Dio per primo ci serve e vuole che anche noi ci serviamo a vicenda. Quindi non imponendo, ma convincendo. Servire veramente le anime vuol dire aiutarle a vedere la Luce: questo è il vero bene, questo è amare veramente. Quindi non comandare, non imporre; servire vuol dire aiutare a crescere nella luce.

Margherita: “Sia servo di tutti...” quindi vuol dire volere il bene di tutti.

Luigi: Si, ma il vero bene non è fare tutto ciò che l'altro si sogna. Uno vuole il vero bene perché magari capisce che ciò che l'altro chiede è un male. Bisogna servire tutti, ma nello spirito di Dio, non facendo tutto quello che gli altri vogliono. Soprattutto chi serve non impone all'altro, perché sa che l'imposizione crea la chiusura. Le anime si offendono, e una volta offese, ferite, non si aprono più. L'importante è operare tutto secondo lo Spirito di Dio che ama. Amare vuol dire aprire; invece comandare vuol dire offendere. Offendere vuol dire chiudere: si crea la ribellione.

Tiziana; “... è per coloro a cui è stato preparato”, cosa vuol dire?

Luigi: Guarda chi c'era accanto alla croce di Gesù, uno alla destra e uno alla sinistra. I discepoli non sapevano quello che chiedevano. Dio regna così.

Tiziana; Si, ma personalmente, per noi cosa significa?

Luigi: Significa che tutte le cose sono preparate da Dio. Cioè, l'iniziativa è di Dio e noi dobbiamo preoccuparci di conoscere Dio e non di pensare a noi stessi e di volere un certo posto. Gesù dice: “Quando sei invitato a nozze, non metterti al primo posto, mettiti all'ultimo posto. E poi vedrai cosa succede!”, ma è Dio che dispone. È il padrone che dispone le cose. Quindi lascia che sia Lui. Certamente Lui sa meglio di noi quello che ci conviene. Se tu segui la tua volontà, scegli il posto sbagliato; ma se tu scegli Lui vedrai che Lui ti sceglie il posto migliore. Ma bisogna lasciar fare a Lui. Lui ha preparato per noi i posti migliori. Se scegliamo noi i posti che crediamo migliori, questi si riveleranno i peggiori.

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