Mercoledì 14 gennaio 2015
(Tratto dalla cassetta del 17 gennaio 1993)
“Egli
si avvicinò”
(Mc
1, 29-39)
In
quel tempo, Gesù, uscito dalla sinagoga, subito andò nella casa di Simone e Andrea,
in compagnia di Giacomo e Giovanni. La suocera di Simone era a letto con la
febbre e subito gli parlarono di lei. Egli si avvicinò e la fece alzare
prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva.
Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli
indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che
erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai
demòni di parlare, perché lo conoscevano.
Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un
luogo deserto, e là pregava. Ma Simone e quelli che erano con lui, si misero
sulle sue tracce. Lo trovarono e gli dissero: «Tutti ti cercano!». Egli disse
loro: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là;
per questo infatti sono venuto!».
E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i
demòni.
Parola del Signore
Franco: Il Verbo di Dio incarnato è venuto per i malati.
Luigi: Se l’uomo è malato, c’è una cura e c’è una resurrezione.
Cristo, Verbo di Dio incarnato, è venuto per i malati. La malattia sta nel
pensiero e se Cristo è venuto per i malati, evidentemente è venuto a curare
questa malattia, non tanto la malattia fisica (le malattie fisiche sono dei
segni, sono conseguenze), è venuto per curare la malattia nella sua fonte, nel
suo principio; e il principio della malattia è il disordine dei pensieri.
Cristo è venuto a curare il disordine dei pensieri impazziti, pensieri non
riportati al Principio. Noi creiamo tanto disordine in noi stessi perché siamo
terra-terra; tutte le nostre scienze, tutte le nostre conoscenze che sono
fondate sulla nostra esperienza, proprio in quanto sono relative ad esperienze
fatte, a conoscenze umane, quindi secondo i sentimenti, non ci possono salvare.
Invece Cristo è terra-Cielo: c’è ancora terra (ed è necessario perché noi
capiamo solo il linguaggio della terra), ma c’è già una dimensione celeste.
Siccome la salvezza sta nel Cielo, noi dobbiamo arrivare alla dimensione
Cielo-Cielo. La salvezza sta nel ricevere lo Spirito Santo che “Vi condurrà a vedere la verità in tutto”,
la pienezza della vita, la vita eterna.
Franco: Solo il Cristo, Verbo incarnato ci può far fare questo
passaggio. Ma come avviene questo passaggio?
Luigi: Il problema è capire il “come”. Noi possiamo individuare
una cosa soltanto in quanto capiamo il “come”. La grande lezione del Natale è
farci capire “come” Dio è tra noi; e
capendo questo “come”, capiamo anche “come” il Verbo incarnato ci
guarisce.
Dio è tra noi come un Pensiero affidato ai nostri
pensieri. La nostra responsabilità sta qui! Se trascuro questo Pensiero
affidato ai miei pensieri, siccome Lui è la mia vita, provoco la mia morte;
e la mia morte si manifesta nella mia dispersione interiore, nel disordine di
mente, di pensiero. Questa è la fonte di tutti i nostri mali. Cristo viene a
curare l’origine dei nostri mali riportandoci nel Principio. Quando gli
chiedono: “Tu chi sei?”, risponde: “Io sono Colui che parlo a voi il
Principio”.
Franco: Quindi la morte è entrata in noi perché ci siamo
scostati dal Principio.
Luigi: Si, perché abbiamo perso il Principio. I nostri pensieri
sono impazziti perché hanno perso il loro Principio, il Principio del pensare
stesso. Un pensiero che perde il rapporto con il suo Principio impazzisce.
È come un fiume che perde il contatto con la sorgente: è destinato a seccare. I
nostri pensieri da soli non stanno su e quando i nostri pensieri perdono il
contatto con il Principio si forma dentro di noi, nella nostra mente (sto
parlando di mente, di intelligenza, di pensieri), la dispersione, la
confusione, il disordine, l'impazzimento: pensieri che non sanno più per cosa
vivere. La grande malattia dell’uomo si forma nel cervello, per i pensieri che
non sono riportati al Principio, che quindi non hanno più il Principio come
fine. La malattia prima si crea nei pensieri poi si somatizza e ad un certo
momento avvolge tutto il mondo.
Franco: E’ il nostro io che ci paralizza.
Luigi: Arriviamo ad essere paralizzati nel pensiero, non siamo
più capaci a pensare. Basta leggere i giornali, guardare la televisione,
ascoltare la radio, lì dove l’uomo si rivela apertamente: l’uomo è un essere
paralizzato nel pensiero, è incapace a pensare: parlano a vanvera, parlano ma
non sono capaci di pensare. Cristo ci guarisce insegnandoci a pensare,
riporta i nostri pensieri impazziti, disordinati, confusi, al Principio.
All’uomo che dice: “io
senza quella cosa non posso vivere”, “Quello per me è necessario”, “Non posso
fare a meno di questo”, Dio, Cristo, Lui con una pazienza infinita,
risponde sempre: “Una cosa sola è
necessaria”. In tutti i nostri errori, in tutte le nostre confusioni,
Lui in continuazione ci riporta sempre al Principio, dicendoci: “Una cosa sola è necessaria! Questo solo
conta!”. Ci riporta sempre al
Padre, tutto riferisce al Padre, tutto riporta al Padre. Ecco l’opera di
raccoglimento. “Chi con me raccoglie
riceve mercede di vita eterna”. La vita sta nell’uno, nel raccogliere in
questa “unità”.
Franco: Solo raccogliendo con Lui si forma ordine nella nostra
mente.
Luigi: Ecco, con Lui, riportati al Principio, si forma ordine
nella nostra mente. La prima grande salvezza non è la guarigione fisica ma è formare
ordine nella mente. Cristo forma ordine nei nostri pensieri e formando ordine
nei nostri pensieri, in quanto li riporta al Principio, all’unica cosa
necessaria, ci riporta nella vita. Lui è venuto a darci la vita.
Silvana: In genere si intende che Gesù è venuto a darci la vita
come sacrificio fisico: “è morto per
noi”.
Luigi: Gesù dice: “Capisci
quello che ti ho fatto?”, perché la sua morte in croce è un segno! Ma è un
segno tutto da capire. La vita Lui ce la riporta in quanto ci riporta al
Principio, cioè mette ordine nella nostra mente: è l’essenza del lavoro
che Cristo fa con noi. Ci dà la possibilità di pensare, di ritornare a
pensare. Ci libera dalla paralisi!
Silvana: Ce le siamo create noi queste paralisi, trascurando il
Principio.
Luigi: Si, riferendo i nostri pensieri alle cause seconde:
“Questo dipende dalla natura”, “Quello dipende dal caso”. Noi creiamo il grande
disordine perché relativizziamo tutto alle cause seconde e viviamo di cause
seconde. Cristo ci riporta alla Causa Prima, quindi ci fa fare un salto
mortale, che è una resurrezione: ci fa saltare le cause seconde. In tutto Lui
ci dice: “E’ Dio che ha fatto questo!”, “E’ Dio che ha fatto quello!”, “E’
Dio!”, “E’ Dio!”, “E’ Dio!”. La nostra salvezza sta nel riportare tutto alla
Causa prima, saltando le cause seconde. La nostra salvezza sta in questo
superamento: "non fermarti alle cause secondo ma in tutte le cose vedi Dio
che sta parlando con te, che sta parlando di Sé a te".
Silvana: “Fate diritte le
strade di Dio!”, dice Giovanni il Battista.
Luigi: Che significa riportare tutto direttamente a Dio,
unicamente a Dio, perché Dio è presente in tutte le cose. Dio parla attraverso
gli animali, gli avvenimenti, gli uomini, attraverso tutto. Quindi non
fermatevi agli uomini, non fermatevi alle cause seconde. La salvezza sta nel
collegare tutto col Principio. Ed è Cristo che riporta al Principio, perché è
Lui che parla a noi il Principio. Quindi in quanto Cristo riporta al Principio
i nostri pensieri impazziti, disordinati, confusi, che non sanno più per che
cosa vivere e non sanno più pensare (cioè creare ordine), ci salva. Cristo
riportando tutto all’unico Principio, quindi saltando tutte le cause seconde
per farci vedere le cose dal punto di vista del Padre, ci cura, ci guarisce, ci
fa risorgere.
* * *
Mercoledì
24 febbraio 2016
(Tratto dalla cassetta 139 del 06.03.1985)
2° settimana di Quaresima
“Ecco,
noi saliamo a Gerusalemme”
(Mt
20,17-28)
In
quel tempo, mentre saliva a Gerusalemme, Gesù prese in disparte i dodici discepoli
e lungo il cammino disse loro: «Ecco, noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio
dell’uomo sarà consegnato ai capi dei sacerdoti e agli scribi; lo condanneranno
a morte e lo consegneranno ai pagani perché venga deriso e flagellato e
crocifisso, e il terzo giorno risorgerà».
Allora gli si avvicinò la madre dei figli di Zebedèo con i suoi figli e si
prostrò per chiedergli qualcosa. Egli le disse: «Che cosa vuoi?». Gli rispose:
«Di’ che questi miei due figli siedano uno alla tua destra e uno alla tua sinistra
nel tuo regno». Rispose Gesù: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere
il calice che io sto per bere?». Gli dicono: «Lo possiamo». Ed egli disse loro:
«Il mio calice, lo berrete; però sedere alla mia destra e alla mia sinistra non
sta a me concederlo: è per coloro per i quali il Padre mio lo ha preparato».
Gli altri dieci, avendo sentito, si sdegnarono con i due fratelli. Ma Gesù li
chiamò a sé e disse: «Voi sapete che i governanti delle nazioni dòminano su di
esse e i capi le opprimono. Tra voi non sarà così; ma chi vuole diventare
grande tra voi, sarà vostro servitore e chi vuole essere il primo tra voi, sarà
vostro schiavo. Come il Figlio dell’uomo, che non è venuto per farsi servire,
ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».
Cina: Gesù sta salendo verso Gerusalemme.
Luigi: Tutti noi stiamo salendo, nella nostra vita, stiamo
camminando verso la città Dio. Verso Gerusalemme che è la città di Dio, noi
stiamo andando verso la città di Dio.
Delfina: Gesù chiede se possiamo bere il calice, cosa significa?
Luigi: Gesù ci invita a capire la sua morte in croce. Infatti
nel Getzemani, quando si rivolge al Signore chiede: “Passi da me questo calice”, la prova amara che il Padre gli sta
presentando. Gliela sta presentando perché è necessario. È necessario, perché
non si entra nel regno di Dio senza la morte a noi stessi. Ora, quello che
Cristo ha fatto, l’ha fatto per ognuno di noi, perché capiamo che è necessario
imparare a morire a noi stessi, altrimenti non si entra, non possiamo iniziare
la vita dello spirito. È lezione per ognuno di noi. I discepoli Giacomo e
Giovanni dicono: “Si, siamo disposti a
bere questo calice”, infatti anche loro passeranno attraverso la morte al loro
io. Infatti Gesù li conferma. Però: “Anche
se voi berrete il mio calice, con questo non è detto che voi siederete uno alla
mia destra e uno alla mia sinistra”. Il problema grosso è questo: mentre
Gesù sta parlando della sua passione e morte, loro stanno pensando a se stessi,
ad avere un posto di privilegio, ad essere in prima fila. Evidentemente c’è una
sfasatura. Lui sta parlando della sua morte e loro stanno pensando al loro
posto. Per cui Gesù dice: “No, si entra
nel regno di Dio non in quanto uno cerca il suo posto, ma in quanto uno
accoglie tutto dalle mani del Padre”: tutto è disposto da Dio. L’importante
è che noi impariamo a fare quello che piace al Signore e non quello che piace a
noi. Fintanto che cerchiamo quello che piace a noi, non entriamo nello
spirito. Nel pensiero del nostro io non possiamo conoscere Dio.
Grazia: Quindi rispondendo: “Lo
possiamo”, rivelano una cosa grandissima.
Luigi: Non so se loro avessero questa coscienza. Quello che
importa è la parola di Gesù. Gesù approva, riconosce: “Si, quello lo farete”. “Ma se anche lo berrete, con questo non è che
voi siederete uno alla destra e uno alla mia sinistra”. Fa capire che se
uno beve il calice, cioè se uno muore a se stesso, non pensa più al posto.
Perché fintanto che pensa al posto, pensa a se stesso.
Sandra: Dobbiamo far morire in noi questi scribi, questi farisei
che mandano a morte il Cristo.
Luigi: Certo, perché salire a Gerusalemme, entrare nella città
di Dio (noi stessi siamo città di Dio), vuol dire che Dio sta entrando nella nostra
vita, sta entrando in noi. Però, man mano che entra in noi suscita queste
reazioni. Per cui noi tendiamo a difendere le nostre situazioni, le nostre
intenzioni, il nostro io: cioè stiamo mandando a morte il Cristo.
Maria: Anche nel rapporto con Dio c’è sempre il rischio di
cercare noi stessi.
Luigi: Certo, è il pensiero del nostro io che tarda a morire.
Franca: Gesù fa una domanda di sfida: “Potete bere il calice?”, ti aspetti che i discepoli dicano: “No, non possiamo!”. Invece rispondono
di si; e Gesù li conferma.
Luigi: Prima dice loro: “Voi
non sapete quello che chiedete”, perché chiedendo di sedere uno alla destra
e uno alla sinistra, chiedono il posto riservato ai due ladroni, chiedono di
essere crocifissi uno alla sua destra e uno alla sua sinistra. Anche noi
tante volte chiediamo a Dio qualche cosa senza renderci conto di quello che
chiediamo. Allora Gesù chiede loro: “Siete
disposti a bere il calice?”. E loro rispondono: “Si lo possiamo”. Gesù, che vede le cose proiettate nel futuro
dice: “Verrà il giorno in cui anche voi
sarete crocifissi, anche voi sarete mandati a morte. Però anche se berrete
questo calice, non è detto che voi possiate sedere alla mia destra e alla mia
sinistra, perché quello è disposto dal Padre”. È disposto dal Padre secondo
il disegno di salvezza.
Silvana: Il disegno di salvezza contempla la morte al pensiero
del nostro io?
Luigi: Appunto, siccome contempla la morte al nostro io, tutto
si accetta secondo la volontà di Dio. Per cui se il Padre vuole che io sieda
alla destra, siedo alla sua destra; se Dio vuole che uno sia lontanissimo, stia
lontanissimo. L’importante è poter
realizzare in noi quello che vuole Dio: potersi vedere “fatti”, voluti da Dio.
Si appartiene al regno di Dio in quanto si è voluti da Dio; perché altrimenti
c’è sempre la nostra volontà. La nostra volontà non ci fa entrare nello
Spirito. Per conoscere Dio bisogna vedersi “fatti” da Dio, in tutto. Fintanto
che io mi vedo fatto da altro, non posso entrare nel regno di Dio.
“Sono
disposto a stare nell’inferno pur di fare la tua volontà, Signore”.
* * *
Mercoledì 2 marzo 2016
(Tratto
dalla cassetta 141 del 13.3.1985)
“Io
sono venuto a portare a compimento”
(Mt
5,17-19 )
In quel
tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono
venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. In verità io vi dico: finché non
siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino
della Legge, senza che tutto sia avvenuto.
Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli
altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi
invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei
cieli».
Cina: “Finché non siano
passati il cielo e la terra non passerà neppure un iota o un segno senza che
tutto sia compiuto”, il Signore opera tutto nella nostra vita per portarci
all’incontro con Lui.
Luigi: Il Signore opera tutto per portare a compimento. Tutte
le cose sono ordinate verso un fine, una meta, verso un compimento. Quindi tu
non disprezzare niente e nessuno perché tutto è sentiero che va verso un fine,
va verso un compimento. Cristo è venuto per portare a compimento. “Portare a compimento”, vuol dire che è
venuto a portare lo spirito delle cose; è venuto a portarci all’essenziale
delle cose: il compimento sta nel giungere all’essenziale. Ora, siccome
tutte le cose ci sono date, sono fatte per condurci a conoscere Dio, il
compimento sta nel conoscere Dio; e qui abbiamo la vita eterna. Cristo che è
venuto a portare a compimento la Legge e i Profeti, è venuto a portarci alla
vita eterna. Cristo è venuto per
portarci a conoscere Dio.
Delfina: “Chiunque insegnerà
agli uomini a fare altrettanto sarà considerato minimo nel regno dei cieli…”.
Cosa significa?
Luigi: Tutto quello che sarà giunto a compimento nel nostro
rapporto con Dio, nel regno di Dio riceverà la conferma; invece quello che
non sarà portato a compimento, noi lo vedremo ugualmente fatto da Dio, però ci
sarà una frattura; in quanto il segno è arrivato, però non è stato raccolto.
Noi non saremo giudicati dalla verità, ma dalle parole che sono arrivate a noi
e che abbiamo trascurato. In noi ci sarà il pensiero della segnalazione avuta,
e il Signore ci dirà: “Lì stava la
segnalazione, perché non l’hai ricevuta?”. Noi saremo giudicati dalla
segnalazione ricevuta. Ogni parola che arriva a noi ci porta una segnalazione.
Franca: La Legge e i Profeti si sintetizzano nel cercare Dio.
Luigi: Cioè, le parole dei Profeti, della Legge parlano di
Gesù, ci convogliano a Gesù, vertono verso Gesù. Quindi Lui non è venuto ad
abolire, ma è venuto a confermare. Infatti Gesù dice: “Scrutate le scritture, parlano di me”. Se “parlano di me”, mi segnalano Lui. Quindi se io osservo le
scritture, l’Antico Testamento, necessariamente arrivo a Gesù; come il giovane
ricco che chiede a Gesù: “Cosa devo fare
per avere la vita eterna?”. Avendo osservato la legge, i comandamenti, è
giunto al Cristo. Giungendo al Cristo cosa gli chiede? “Cosa devo fare per avere la vita eterna?” Stava cercando la vita
eterna. Lui si è accorto che osservando la Legge e i Profeti non era giunto
alla vita eterna, però era giunto ad interrogare Gesù. Questo ci fa capire qual
è la meta alla quale conducono la Legge e i Profeti: Gesù. Non solo ci
conducono a Gesù, ma ci conducono ad interrogarlo: “Cosa devo fare per conoscere Dio?”. Formano in noi un desiderio
specifico. Quindi tutta la Legge e i Profeti sono stati creati per formare in
noi questo desiderio specifico in modo da dire: “Ah finalmente ho trovato uno che risponde a questo mio bisogno”.
La Legge e i Profeti hanno lo scopo di formare in noi la sete e la fame di Dio.
Fintanto che non si è formata in noi questa attrazione per Dio, anche se
incontriamo Cristo, lo incontriamo in un modo sbagliato; crediamo di seguire il
Cristo, ma lo seguiamo in un modo sbagliato. Allora il cammino diventa
recitazione, diventa dovere.
Sandra: A questa fame, a questa sete di Dio, si arriva solo
mediante il Cristo?
Luigi: No, Dio fa tutta la creazione, fa tutte le cose, per
formare in noi la fame di Lui. Tutti i segni, tutte le vicende della vita,
tutte le lezioni della vita sono per formare in noi il bisogno di Dio.
Sandra: Però si arriva a Dio solo tramite il Cristo.
Luigi: Certo, ma una cosa è dire: “arrivo a Dio” e un’altra è: “Ho
fame, ho sete di Dio”. Io ho fame ma non ho il pane. Posso trovare il pane
senza avere fame: ed è una grande disgrazia. Posso essere ricco, avere tanto
pane a disposizione ma non avere fame; non so come utilizzare questa ricchezza,
allora spreco tutto. Noi possiamo avere del pane e non avere fame. Possiamo
avere la fame e non avere il pane. Il problema è avere fame e trovare il
pane. Dio forma in noi, attraverso tutta la sua creazione, l’Antico
Testamento, le lezioni della vita, le vicende, tutte le creature che
incontriamo, forma in noi la fame. Ad un certo momento, fosse anche in agonia,
noi abbiamo fame di Dio. Ma non è detto che noi abbiamo il pane. Perché non è
la nostra fame che crea il pane. Il pane è opera di Dio. Se Dio non discende
incontro alla mia fame, io muoio di fame. Il pane è Cristo che risponde a
questa fame. Ma Cristo dice che se uno non è attratto da Dio, non ha questa fame
di Dio, non può seguirlo. Alcuni, dopo aver incontrato il Cristo hanno detto: “Abbiamo trovato Colui di cui hanno parlato
Mosè e i profeti” ed erano gli apostoli. Altri hanno incontrato Cristo e
non lo hanno riconosciuto e lo hanno messo in croce dicendo: “E’ un
bestemmiatore!”. Come mai?
Pinuccia: Ma se è così difficile cogliere queste parole, questi
segni, chi si salva?
Luigi: Ad un certo momento anche gli apostoli hanno chiesto a
Gesù: “E chi si salva?”, il Signore
ha risposto: “Sforzatevi voi di entrare”.
Il cammino è personale: “Sforzati tu di
impegnarti a capire le mie parole”, nessuno può farlo per te!
***
Venerdì 16 gennaio
2015
(tratto dalla cassetta del 24.1.1993)
“Figlio ti sono rimessi i peccati”
(Mc 2,1-12)
Gesù entrò di nuovo a Cafàrnao, dopo alcuni giorni. Si
seppe che era in casa e si radunarono tante persone che non vi era più posto
neanche davanti alla porta; ed egli annunciava loro la Parola.
Si recarono da lui portando un paralitico, sorretto da quattro persone. Non
potendo però portarglielo innanzi, a causa della folla, scoperchiarono il tetto
nel punto dove egli si trovava e, fatta un’apertura, calarono la barella su cui
era adagiato il paralitico. Gesù, vedendo la loro fede, disse al paralitico: «Figlio,
ti sono perdonati i peccati».
Erano seduti là alcuni scribi e pensavano in cuor loro: «Perché costui parla
così? Bestemmia! Chi può perdonare i peccati, se non Dio solo?». E subito Gesù,
conoscendo nel suo spirito che così pensavano tra sé, disse loro: «Perché
pensate queste cose nel vostro cuore? Che cosa è più facile: dire al paralitico
“Ti sono perdonati i peccati”, oppure dire “Àlzati, prendi la tua barella e
cammina”? Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere di
perdonare i peccati sulla terra, dico a te – disse al paralitico –: àlzati,
prendi la tua barella e va’ a casa tua».
Quello si alzò e subito prese la sua barella, sotto gli occhi di tutti se ne
andò, e tutti si meravigliarono e lodavano Dio, dicendo: «Non abbiamo mai visto
nulla di simile!».
Parola del Signore
Maria: All’origine di ogni malattia, paralisi c’è il distacco
da Dio, il peccato.
Luigi: Si, perché questo è il principio che sta a fondamento di
ogni uomo: “In
principio era il Verbo”, il
Verbo è il Tu di Dio. Questo costituisce l’essere, la persona di ogni uomo.
Togliamo il Tu di Dio e l’uomo si annulla, sprofonda nel niente; però si
annulla senza toccare mai il nulla: non riesce ad annullarsi, non può
annullarsi, perché non può annullare l’opera di Dio. E l’uomo è un’opera di
Dio, e quest’opera è fatta dalla Presenza di Dio. Per cui quando l’uomo fa
esperienza di assenza si annulla, ma è un nulla che gli apre un abisso di
tormento, perché non riesce ad annullarsi: “Senza di me fate niente”. L’uomo fa questa esperienza del niente, così come fa
esperienza di morte, ma una morte consapevole: non è una morte che diventa un
nulla, un annientamento. È un essere consapevole della propria morte ed è una
morte che può diventare eterna.
Silvana: Questo paralitico rappresenta la nostra paralisi
interiore, l’incapacità a pensare.
Luigi: Si, rappresenta la malattia di ogni uomo. La fonte
della malattia sta nel fatto che l’uomo può separarsi dal Principio, può
separarsi da questo Tu, dalla presenza di Dio che porta in sé. Questa
malattia ha la radice soprattutto nei pensieri dell’uomo, nella mente
dell’uomo. È nella mente che si semina la malattia che condurrà poi alla morte.
Quando nella nostra mente avviene la frattura tra i nostri pensieri e Dio, lì
comincia a lavorare la morte dentro di noi. Viene meno la conoscenza, perché la
conoscenza sta nel fatto che uno ha presente in sé il principio di una cosa. I
nostri pensieri cominciano ad impazzire perché sono separati da Dio, nel quale
c’è la ragione di tutto. La malattia ha la sua fonte in un disordine nei nostri
pensieri.
Franco: Gesù ci porta la vita.
Luigi: E’ lì la meraviglia! Lui ci porta la vita contrapposta
alla morte che seminiamo noi. Ecco la meraviglia del Vangelo! La meraviglia
di tutto il messaggio del Cristo, di tutte le parole che ha detto, sta in
questo riportare, raccogliere in continuazione tutto nel Principio, nel Padre: “Una cosa sola è necessaria”. Noi ci riempiamo di problematiche, di difficoltà di
vita, perché trascuriamo questa grande realtà: al centro di tutto c’è Dio e Dio
è l’unico punto fisso di riferimento. Cristo
ci libera, ci ricostruisce, ci cura, ci salva, ci introduce nella vita eterna,
ricostruendo i nostri pensieri. Facendo così ci dà la possibilità di
cominciare a pensare. L’uomo è un essere terribilmente incapace di pensare, è
paralizzato nella sua mente: non è capace di passare dai segni al pensiero e
non è capace di passare dal pensiero ai segni. Si trova sempre paralizzato; e
l’uomo paralizzato è un uomo malato, è un uomo prossimo a morire.
Alma: “E Dio
vide che era cosa buona” dice
la Bibbia.
Luigi: Tutto è perfettamente ordinato da Dio, fatto molto bene:
ancora oggi è fatto molto bene per la nostra salvezza, tenendo sempre presente
la situazione dei nostri pensieri, perché Dio si adegua ai nostri pensieri, per
cercare di salvare il salvabile che si forma dentro di noi. Il disordine
mentale si forma quando cominciamo a trascurare, a non tener conto di una
Realtà in cui siamo inseriti. Se uno vuole salire al primo piano e non vuol
tener conto della scala, è logico che il problema si fa difficile. Ora, c’è una Realtà in cui siamo inseriti: “Dio”, e l’uomo deve tener presente questa Realtà. Tener presente la
Realtà vuol dire tener presente la finalità in cui ci troviamo. Tutte le cose
sono finalizzate, l’uni-verso (verso l'Uno) è finalizzato, rivolto verso un
fine ben preciso. La nostra vita porta in sé un ordine ben preciso, perché noi
siamo stati creati per cercare e per conoscere Dio. Ma se noi trascuriamo
questo fine tutto in noi diventa difficile. È come se io volessi salire al
primo piano senza usare la scala: sono io che mi rendo la vita difficile.
Bruno: “Ora,
perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere di rimettere i peccati
sulla terra”.
Luigi: Il Figlio di Dio va glorificato, perché fintanto che il
Figlio non è glorificato, noi non possiamo ricevere lo Spirito Santo. E affinché
la glorificazione del Figlio avvenga in noi è necessario che noi non insistiamo
più a conoscere Cristo secondo la carne, ma lo conosciamo dal Padre, perché
è il Padre che glorifica il Figlio, ed è soltanto dal Padre che il Figlio è
conosciuto. Ed è soltanto conoscendo la gloria del Figlio che noi possiamo
giungere a quel giorno in cui si realizza la promessa di Gesù: “Noi verremo e faremo abitazione in
voi”, a quel giorno in cui il
Padre e il Figlio rivelano la loro Presenza, il loro Volto.
Bruno: Se la malattia è data dai nostri pensieri dispersi, Dio
non poteva crearci in modo che i nostri pensieri non si disperdessero dal
Principio?
Luigi: Presso Dio non si può restare senza la partecipazione
personale. Presso Dio, i figli di Dio, pensano consapevolmente, parlano,
agiscono consapevolmente. C’è sempre questa partecipazione personale! Non
si è delle macchine, non si è delle rotelle presso Dio! Le rotelle e le
macchine sono lontane da Dio. Più noi ci allontaniamo da Dio e più cadiamo
nella materia, nel materialismo, nel determinismo; ma questo è effetto di
lontananza da Dio. Presso Dio la grande caratteristica è la consapevolezza,
è la libertà. Ora, basta accennare questo per capire che se non si può
restare con Dio senza di noi, noi possiamo scollarci da Dio, e possiamo
scollarci da Dio in quanto anziché avere in Dio l’Iniziatore del nostro pensare
(soprattutto del nostro pensare, perché il parlare e l’agire derivano da esso),
noi abbiamo la nostra iniziativa in altro. Tutto è creazione di Dio, tutto è
buono, però guai se noi viviamo per altro da Dio, perché siamo stati creati
per un fine ben preciso e il fine ben preciso è Dio; e Dio non si confonde con
nessuna creatura. Noi possiamo confonderlo, possiamo vivere per altro e dare il
nome di volontà di Dio ad altro. Volontà
di Dio è che tu viva per conoscere Dio. Quindi i buoi, i campi, la moglie
sono aiuto che Dio ti dà, però non vivere per essi. Accogli l’aiuto, il mezzo
che Dio ti pone per cercare e per conoscere Dio, però vivi per cercare e per
conoscere Dio!
Osvaldo: Comunque la lezione principale di questo brano di
Vangelo qual è?
Luigi: La lezione fondamentale è questa: non ti devi
rassegnare a nessun ostacolo. Qui c’è gente che ha avuto fede. Cosa
significa? C’era tutta una folla che impediva di prendere contatto con Gesù, ma
la fede gliela fa superare, la fede che salva, a costo di salire sul tetto. È
l’esempio di Zaccheo. Non rassegnarti alle distanze. Fai l’orso a qualunque
costo.
* * *
Mercoledì 9 marzo 2016
(Tratto dalla cassetta 142
del 20.3.1985)
“Il
Figlio non fa nulla se non lo vede fare dal Padre”
(Gv
5,17-30)
In quel
tempo, Gesù disse ai Giudei: «Il Padre mio agisce anche ora e anch’io agisco».
Per questo i Giudei cercavano ancor più di ucciderlo, perché non soltanto
violava il sabato, ma chiamava Dio suo Padre, facendosi uguale a Dio.
Gesù
riprese a parlare e disse loro: «In verità, in verità io vi dico: il Figlio da
se stesso non può fare nulla, se non ciò che vede fare dal Padre; quello che
egli fa, anche il Figlio lo fa allo stesso modo. Il Padre infatti ama il
Figlio, gli manifesta tutto quello che fa e gli manifesterà opere ancora più
grandi di queste, perché voi ne siate meravigliati.
Come
il Padre risuscita i morti e dà la vita, così anche il Figlio dà la vita a chi
egli vuole. Il Padre infatti non giudica nessuno, ma ha dato ogni giudizio al
Figlio, perché tutti onorino il Figlio come onorano il Padre. Chi non onora il
Figlio, non onora il Padre che lo ha mandato.
In verità, in verità io vi dico: chi ascolta la mia parola e crede a colui che
mi ha mandato, ha la vita eterna e non va incontro al giudizio, ma è passato
dalla morte alla vita. In verità, in verità io vi dico: viene l’ora – ed è
questa – in cui i morti udranno la voce del Figlio di Dio e quelli che
l’avranno ascoltata, vivranno.
Come
infatti il Padre ha la vita in se stesso, così ha concesso anche al Figlio di
avere la vita in se stesso, e gli ha dato il potere di giudicare, perché è
Figlio dell’uomo. Non meravigliatevi di questo: viene l’ora in cui tutti coloro
che sono nei sepolcri udranno la sua voce e usciranno, quanti fecero il bene
per una risurrezione di vita e quanti fecero il male per una risurrezione di
condanna.
Da
me, io non posso fare nulla. Giudico secondo quello che ascolto e il mio
giudizio è giusto, perché non cerco la mia volontà, ma la volontà di colui che
mi ha mandato.
Cina: Non devo mai disunirmi da Dio.
Luigi: Si, perché i nostri pensieri disuniti da Dio seccano,
diventano paralizzati.
Delfina: Devo ascoltare la parola di Dio per credere alla parola
di Dio.
Luigi: Devo ascoltare, credere e cercare di capire. Perché se io
cerco soltanto di credere ma non mi sforzo, non mi interesso per capire la mia
parola se ne va. Chi non pone mente alla parola, la perde; questa parola
se ne va. Noi restiamo in quanto abbiamo interesse per capire. In quanto uno ha
interesse per capire, rimane; in caso diverso non può rimanere: la parola è
persa.
Franca: “E’ venuto il
momento ed è questo”, quand’è questo momento?
Luigi: E’ questo il momento! Il momento in cui tu leggi questa
parola. È adesso.
Rita: “Verrà l’ora”,
quand’è quest’ora?
Luigi: Prima Dio parla personalmente e poi dice: “Verrà l’ora in cui tutti…”, tutti,
nessuno escluso. Tutti coloro che sono nelle tombe, nessuno escluso: tutti.
Raffaella: L’essere morti nel sepolcro è una realtà
cosciente da parte della creatura?
Luigi: No, noi siamo coscienti della realtà solo quando
conosciamo Dio. In caso diverso siamo morti, e non sappiamo di essere
morti; ci crediamo vivi ma siamo morti. Uno è morto in quanto pensa a se
stesso. Il tralcio staccato dalla vite è morto, però non sa di essere morto.
Flavio: “Tutti coloro che
sono nei sepolcri udranno la voce”, vuol dire che prendono coscienza?
Luigi: No, non è ancora prendere coscienza. La parola si fa
sentire, si annuncia. In quanto si annuncia ti propone Dio. Però, di fronte
alla proposta la risposta cambia a seconda di quello che ognuno porta dentro il
cuore: “quanti fecero il bene per una
risurrezione di vita, quanti fecero il male per una resurrezione di morte”.
Paola: Gesù dice“Chi
ascolta la mia parola ha la vita eterna”.
Luigi: Dobbiamo ascoltare la sua parola e credere nel Padre: “In Colui che mi ha mandato”.
Paolo: “Come il Padre ha
la vita in se stesso così il Figlio ha la vita in se stesso”.
Luigi: Si, Il Figlio ha
la vita in se stesso perché ha il Padre: il Padre è la vita. “La nostra vita è nascosta in Dio”,
quindi conoscendo Dio troveremo la nostra vita.
Tiziana: Ogni cosa che ci arriva è già un seme di eternità.
Luigi: Ogni fatto che arriva a noi non è per giudicarci, ma per
farci prendere coscienza della vita eterna che Dio ci offre; se però noi non
crediamo, restiamo giudicati da questa parola. Per cui è importante che noi
ogni giorno, in ogni cosa, cerchiamo l’aspetto eterno che ci viene annunciato;
in tutto dobbiamo cercare l’eternità delle cose e lasciar perdere quello che non
vale.
In ogni cosa che ti arriva c’è qualche cosa di eterno che
si propone a te: sappilo vedere, sappi vedere che cosa di Dio ti annuncia di
eterno, di Sé, in ogni cosa. Invece in ciò che vedi di transitorio c’è il
pensiero del tuo io: lascialo perdere.
Fabrizio: Ma nei fatti di tutti i giorni?
Luigi: Nei fatti di tutti i giorni! Non c’è niente di banale!
In tutte le cose è Dio che parla con noi. È Dio che parla con noi. Quindi sappi
vedere quello che di eterno c’è in ogni fatto, anche in una notizia di cronaca,
in una canzonetta, in una barzelletta. In ogni fatto c’è qualche cosa di eterno
che arriva a te. E poi c’è qualche cosa di transitorio, del pensiero del tuo
io. Se dici: “Qui ci sono gli uomini; qui è la società”, lascia perdere, perché
c’è il pensiero del tuo io. Cerca invece quello che di eterno Dio ti vuole
insegnare. In ogni fatto c’è il Pensiero di Dio. Nelle parabole di Dio c’è una
lezione di vita eterna per ognuno di noi. Però prima di tutto bisogna
credere in Dio Creatore, in Dio che opera in tutto e che è presente in tutto.
E in quanto è presente in tutto ci parla di Sé.
Dobbiamo cercare di vedere quello che Dio ci dice di Sé.
In caso diverso restiamo nel transitorio, perché ci limitiamo a quello che
appare ai nostri occhi e non cerchiamo più Dio.
Pinuccia: Il Figlio di Dio ha la vita in Se stesso.
Luigi: Perché ha il Padre.
Pinuccia: Noi, che siamo chiamati a diventare figli di Dio
adottivi, avremo la vita in noi stessi solo quando avremo sottomesso ogni
pensiero al Pensiero di Dio, non prima.
Luigi: Dio è già in noi, però noi non siamo uniti a Lui “come”
Lui è unito a noi. Dio è presente a noi ma noi non siamo capaci ad essere
presenti a Lui “come” Lui è presente a noi.
Impegnati ad essere unito a Lui come Lui è unito a te:
questo è il lavoro da fare, l’unica cosa necessaria.
* * *
Mercoledì 21 gennaio 2015
(Tratto dalla cassetta del 20 gennaio 1993)
(Mc
3, 1- 6)
In quel tempo, Gesù entrò di nuovo nella sinagoga. Vi era
lì un uomo che aveva una mano paralizzata, e stavano a vedere se lo guariva in
giorno di sabato, per accusarlo.
Egli disse all’uomo che aveva la mano paralizzata: «Àlzati, vieni qui in
mezzo!». Poi domandò loro: «È lecito in giorno di sabato fare del bene o fare
del male, salvare una vita o ucciderla?». Ma essi tacevano. E guardandoli
tutt’intorno con indignazione, rattristato per la durezza dei loro cuori, disse
all’uomo: «Tendi la mano!». Egli la tese e la sua mano fu guarita.
E i farisei uscirono subito con gli erodiani e tennero consiglio contro di lui
per farlo morire.
Parola del Signore
Giovanna: Nel Vangelo sono riportate le parole che Gesù dice
direttamente e parole riportate dall’evangelista che scrive.
Luigi: Dio ti dà la possibilità di parlare?
Giovanna: Si.
Luigi: E parlare cosa significa? Significa che Dio ti dà la
possibilità di comunicare le tue fantasie, i tuoi sogni, i tuoi errori, le tue
colpe, le tue esaltazioni. Tu puoi parlare, perché se non lo potessi fare, non
saresti persona. Parlare vuol dire che puoi affermare, puoi dire: “Questa cosa è così!”. Puoi prendere un
frammento e dire: “Questo è tutto!”.
Lo puoi dire, perché se non lo potessi dire non saresti persona. La persona
essenzialmente è la capacità di universalizzare. E questo ti fa correre il
rischio di non capire più niente. Infatti universalizzando una parte, ad un
certo punto scopri di essere nella confusione più totale. Ma è proprio questa
capacità che ti dà la possibilità di arrivare a Dio; perché se tu non avessi
l’io, che è la capacità di universalizzare tutto, anche l’errore, non potresti
arrivare a Dio. Sul tuo io autonomo puoi costruire una logica perfetta,
senza contraddizioni. Per questo solo un essere personale può conoscere
Dio. Se tu non avessi l’io non potresti conoscere la Verità, e non potresti
neanche riconoscere l’errore.
Giovanna: Si, ma portavo ad esempio il Vangelo.
Luigi: Nel Vangelo c’è l’evangelista che parla e c’è Dio che parla,
appunto perché c’è la persona che parla. Giovanni l’evangelista quando parla
della vicenda di Maria e di Marta dice: “Era
malato un certo Lazzaro di Betania, il villaggio di Maria e di sua sorella
Marta”, evidentemente il punto di riferimento è Maria. Luca l’evangelista
scrive: “Betania, il villaggio di Marta
che aveva una sorella, Maria”. Vedono lo stesso episodio da due punti di
vista opposti.
Marco nel suo Vangelo dice: “Mentre egli usciva da Gerico coi suoi discepoli, di figlio di Timeo,
Bartimeo, mendicante cieco, era seduto sull’orlo della strada”. Matteo
invece dice: “E mentre lasciavano Gerico
ecco due ciechi seduti lungo la via”. Succede, a seconda di come uno vede
le cose.
Un giorno il parroco a Messa dice: “Gesù con cinquemila pani ha sfamato cinque persone” e tra i fedeli
uno commenta: “Anch’io ne sarei capace”.
Accortosi dell’errore, la domenica successiva dice: “Domenica scorsa mi sono sbagliato, volevo dire che con cinque pani
Gesù sfamò cinquemila uomini” e lo stesso fedele commenta: “Eh già, con quello che hanno mangiato
domenica scorsa!”. Questo succede perché ognuno può parlare e chi ascolta
intende secondo ciò che ha dentro di sé prima di tutto, come unico punto fisso
di riferimento; e giudica tutto secondo quel metro di giudizio, rapporta tutto
a quello. Perché noi facciamo sempre dei rapporti. A questo punto si rivela ciò
che uno mette prima di tutto.
Giovanna: Eppure erano discepoli di Gesù.
Luigi: Hai voglia! Ma tu confronta il vangelo di san Giovanni
con quello di san Matteo. Vedi che differenza c’è! Eppure erano tutti e due
apostoli di Gesù.
Alma: Perché Gesù lo fa mettere in mezzo?
Luigi: Gesù lo fa mettere al centro perché lo presenta come
specchio per tutti. E il fatto che lo presenti come specchio per tutti è
evidentissimo perché erano i loro pensieri ad essere paralizzati. Per cui
quella mano inaridita, paralizzata, incapace a prendere era specchio per tutti
coloro che avevano la mente paralizzata. Perché Dio attraverso l’opera
esterna dell’innocente che soffre, ci fa capire, corregge ciò che è sbagliato
nella mente. Dio non può parlarci direttamente di ciò che abbiamo di
sbagliato nella mente, allora ci presenta lo specchio esteriore di ciò che
siamo interiormente, e ci dice: “Tu sei
quello!”. Infatti domanda: “E’ lecito
in giorno di sabato ….?, nessuno risponde. E lui si rattrista. Questo è per
farci capire come Dio opera nel nostro mondo: Dio ci presenta il nostro
specchio per aiutarci a liberarci. Tutta l’opera di Dio è pedagogica. Il
dramma è che dopo aver dato loro una lezione meravigliosa, i farisei
complottano con gli erodiani, loro nemici, per ucciderlo. Vedi cosa salta
fuori?!
Pinuccia: La mano inaridita è lo specchio della nostra malattia
interiore.
Luigi: Certo, perché il nostro mondo interiore personale, dei
pensieri, è affetto da malattie gravissime; che sono le malattie della nostra
anima, delle quali non ce ne possiamo accorgere. Per questo Dio trova il modo
di farci specchiare in queste malattie fisiche, con le quali scopriamo una
certa affinità. Ecco, dobbiamo arrivare a scoprire l’affinità nello spirito con
queste malattie esteriori, altrimenti non cogliamo la lezione.
Rita: “Ma essi
tacevano”.
Luigi: Non si sono pronunciati per non essere bruciati.
Pinuccia: Melchisedek è un sacerdote che prefigura il Cristo.
Luigi: Mel vuol dire re e salem vuol dire Gerusalemme: re di
Gerusalemme, re della nostra anima. La funzione del sacerdote è quella di
riportare a Dio i doni di Dio, che ci arrivano da Dio. Consacrare vuol dire
fare sacre tutte le cose. La consacrazione è fondata sulla giustizia, che
significa dare ad ognuno il suo. Siccome tutto è di Dio, tutto va riportato a
Dio per riceverlo nuovo da Dio. Riportandolo a Dio, Dio dice: “Questo è mio”, lo fa suo, e te lo ridà
nuovo.
Bruno: Abramo offre solo un decimo.
Luigi: Dio consacra ciò che tu offri, fosse anche solo un
semplice bicchiere d’acqua, affinché tu possa imparare ad offrire tutto. E’
come quel mendicante indiano che offre al re un chicco di grano. Alla sera
scopre che nella sua manciata di grano c’era un granello d’oro e pensa: “Avessi offerto tutto!”. Dio accetta ciò
che noi gli offriamo, ce lo spiritualizza e ce lo fa vedere dal punto di vista
dello Spirito; lì noi capiamo l’importanza del Dio prima di tutto nel pensiero.
Franco: E l’offerta ultima è l’offerta del Pensiero di Dio.
Luigi: Si, perché anche il Pensiero di Dio deve essere offerto
a Dio per riceverlo nuovo da Dio.
* * *
Mercoledì
16 marzo 2016
(Tratto
dalla cassetta 488 del 23.3.1988)
“Se
resterete nelle mie parole”
(Gv
8, 31-42 )
In quel tempo, Gesù disse a
quei Giudei che gli avevano creduto: «Se rimanete nella mia parola, siete
davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi». Gli risposero:
«Noi siamo discendenti di Abramo e non siamo mai stati schiavi di nessuno. Come
puoi dire: “Diventerete liberi”?».
Gesù rispose loro: «In verità, in verità io vi dico: chiunque commette il
peccato è schiavo del peccato. Ora, lo schiavo non resta per sempre nella casa;
il figlio vi resta per sempre. Se dunque il Figlio vi farà liberi, sarete
liberi davvero. So che siete discendenti di Abramo. Ma intanto cercate di
uccidermi perché la mia parola non trova accoglienza in voi. Io dico quello che
ho visto presso il Padre; anche voi dunque fate quello che avete ascoltato dal
padre vostro».
Gli risposero: «Il padre nostro è Abramo». Disse loro Gesù: «Se foste figli di
Abramo, fareste le opere di Abramo. Ora invece voi cercate di uccidere me, un
uomo che vi ha detto la verità udita da Dio. Questo, Abramo non l’ha fatto. Voi
fate le opere del padre vostro».
Gli risposero allora: «Noi non siamo nati da prostituzione; abbiamo un solo
padre: Dio!». Disse loro Gesù: «Se Dio fosse vostro padre, mi amereste, perché
da Dio sono uscito e vengo; non sono venuto da me stesso, ma lui mi ha
mandato».
Cina: “Se resterete
fedeli alla mia parola sarete veramente miei discepoli”. In che cosa
consiste essere fedeli?
Luigi: In un'altra versione è scritto: “Se resterete nelle mie parole”. Essere
fedeli vuol dire restare. Quand'è che tu resti in una parola? Non resti in
quanto la registri, né quando la scrivi,
né quando la canti, né in quanto la reciti a memoria. Presto o tardi la
perdi. Tu resti in una parola in quanto cerchi di capirla, quando ti
impegni a capirla. Nelle cose in cui ti impegni a capire, tu resti. Tu resti
nella parola di Dio in quanto ti impegni a capirla. “Capisci quello che Io ti ho fatto?”; “Capisci quello che Io ti dico?”. Si resta attraverso l'applicazione
della mente. Gesù lo dice quando ci insegna la parabola del seminatore. Quando
la commenta dice: “Il seme rappresenta la
parola di Dio; quelli che hanno ascoltato la parola lungo la strada sono coloro
che hanno ascoltato la parola, ma non vi pongono mente”. Quindi la parola
si può ascoltare ma non porvi mente; se tu non poni mente, il diavolo te la
porta via, dice Gesù; non puoi tenerla. Quelli che sono caratterizzati dal
terreno buono, profondo, sono coloro che avendo ascoltato la parola di Dio vi
pongono mente, e con pazienza giungono al frutto: il frutto è la conoscenza, la
vita vera, la conoscenza di Dio. La vera preghiera è elevazione della mente a
Dio. Dio ha dato a noi la mente, non perché noi la accantonassimo, ma perché la
usassimo. Quindi il porre mente è il punto fondamentale per restare nella
parola. Dio ti fa arrivare la parola indipendentemente da te, però non ti
fa giungere al frutto senza di te.
Cosa vuol dire “senza
di te”? Senza la tua mente, senza questa tua dedizione, senza entrare nella
preghiera. “Quando vuoi pregare entra nel
silenzio della tua stanza, chiudi l'uscio e lì rivolgiti al Padre il quale è
presente e ti risponderà secondo la tua preghiera”, cioè ti darà la luce.
Quindi ci fa capire che è attraverso la nostra mente che si decide tutto.
Quando una cosa ti sta veramente a cuore, pensi molto a
quella cosa. Quando parli con una persona, cerchi sempre di arrivare al
pensiero, alla mente di quella persona; ti accorgi che tutto deriva dal
pensiero di quella persona. Non ti accontenti delle parole che dice. L'elemento
dominante sta nel pensiero. Quindi anche nei rapporti con Dio, non dobbiamo
accontentarci di quello che diciamo a parole (“Signore ti amo con tutto il cuore”) o degli atteggiamenti
esteriori, ma dobbiamo applicare la mente, cioè dobbiamo cercare di capire le
parole del Signore. Questa è parola di Dio.
Allora, se ritengo le sue parole molto importanti,
chiedo: “Cosa mi vuol dire Dio attraverso questa parola che mi ha fatto
arrivare? Che cosa mi vuole significare di Sé?”. Perché in tutte le cose Lui mi
parla di Sé. Cosa mi vuol dire Dio? In questo caso resto nella parola.
“Se
resterai nelle mie parole sarai vero mio discepolo allora arriverai a conoscere
la Verità, la Verità ti farà libero”.
Delfina: “Il figlio resta sempre
nella casa del Padre mentre lo schiavo non può restare”.
Luigi: Certo, lo schiavo non può restare perché ubbidisce;
prima di tutto perché non ne può fare a meno e poi perché ha un altro
interesse; magari di essere pagato. Questo ci fa capire che per restare
nella casa del Padre è necessario capire l'amore del Padre.
Nella parabola del figliol prodigo abbiamo un figlio che
è scappato di casa ed è finito a mangiare le carrube con i porci. Il figlio
maggiore è rimasto in casa; ma non solo! Infatti dice: “Io ho ubbidito sempre ai tuoi comandi, ho fatto sempre la tua volontà,
sono sempre stato fedele”. Quando il figlio che era scappato ritorna, cosa
succede? Che il padre lo abbraccia. Perché? Fa festa perché “era morto e adesso è risuscitato”. A questo
punto le carte si svelano: il figlio maggiore non riesce più ad entrare in
casa. Perché? Perché non sopporta la festa fatta per suo fratello. E dice: “Questo tuo figlio che ha speso tutto con le
prostitute, adesso che è tornato, tu gli fai festa? E io, che sono sempre
rimasto in casa? Non mi hai mai dato un vitello”. Il padre risponde: “Questo tuo fratello”. Quindi se tuo
fratello che era morto è risorto, bisogna far festa! Ecco come uno si può
illudere di essere nella casa del padre ed invece ritrovarsi lontanissimo,
perché è lontano dall'amore, lontano dal cuore del padre. Allora, soltanto i
figli veri restano nella casa; gli altri non possono restare. Adesso è il
figlio maggiore che deve andare via, perché non può più restare nella casa del
padre. Il figlio maggiore non era un figlio, era un servo che restava nella
casa del padre perché gli conveniva. Ad un certo momento le parti si invertono:
il figlio che se ne era andato è il vero figlio.
Franca: Inizialmente anche il figlio minore era un servo.
Luigi: Si, e questo ti fa capire come ci possiamo illudere di
essere nella casa del padre; per cui
diciamo: “io sono giusto; io sono a
posto; io pago le tasse; io digiuno”, e invece siamo lontanissimi, fintanto
che non ci accorgiamo che per noi l'amore di Dio diventa insopportabile. Perché
soltanto se tu condividi lo stesso pensiero di Dio, soltanto se provi lo stesso
amore, riesci a restare. In caso diverso non puoi restare, non sopporti.
Senti dire: “Eh
già, è facile così! Si è divertito tutta la vita e poi in punto di morte dice
un Ave Maria e si salva!”. Se si avesse l'amore del Padre si direbbe: “Signore, come sei buono! Con un’Ave Maria
salvi un'anima”. Si godrebbe di questo! Invece come mai alcuni non godono
di questo?
“Guarda il
Padre com'è buono!” Ha subìto quello che ha subìto e adesso che
il figlio è tornato gli fa festa. Guarda come è buono! Perché invece gli operai
della vigna, quelli che sono andati a lavorare alla prima ora non sopportano
che il padrone della vigna, all'ultimo, a quelli che hanno lavorato solo
un'ora, dia loro la stessa paga? Se loro avessero amato il padrone avrebbero
detto: “Guarda come è buono! Questi hanno
lavorato un'ora sola e ha dato loro la stessa nostra paga!”. Invece
pensando a se stessi (ecco l'atteggiamento del servo) dicono: “Ma questi hanno lavorato solo un'ora! E
noi, che abbiamo sopportato la fatica di tutto il giorno, ci paghi come gli
altri?”. Ecco il pensiero dell'io, ecco la fregatura!
Pinuccia: Quindi in Dio il senso della giustizia...
Luigi: E' tutto un altro! La meraviglia è questa! Dio vuole che
tutti si salvino e fa tutto per questo fine! Dov'è il senso della giustizia in Cristo che muore in croce?
* * *
Venerdì 23 gennaio
2015
(tratto dalla cassetta del 22.1.1993)
“Chiamò
a sé quelli che voleva”
(Mc 3,13-19)
In quel tempo, Gesù salì sul monte, chiamò a sé quelli
che voleva ed essi andarono da lui. Ne costituì Dodici – che chiamò apostoli –,
perché stessero con lui e per mandarli a predicare con il potere di scacciare i
demòni.
Costituì dunque i Dodici: Simone, al quale impose il nome di Pietro, poi
Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni fratello di Giacomo, ai quali diede il
nome di Boanèrghes, cioè “figli del tuono”; e Andrea, Filippo, Bartolomeo,
Matteo, Tommaso, Giacomo, figlio di Alfeo, Taddeo, Simone il Cananeo e Giuda
Iscariota, il quale poi lo tradì.
Parola del Signore
Agata: “Ne
formò dodici che stessero con Lui e anche perché andassero a predicare”.
Luigi: Si, perché è stando con Lui che cresciamo: noi cresciamo
ad immagine e somiglianza di ciò a cui guardiamo. Se guardiamo un animale,
cresciamo ad immagine e somiglianza dell’animale; se guardiamo Dio cresciamo ad
immagine e somiglianza di Dio. Tutto dipende da ciò a cui guardiamo. È
questo il patto di alleanza che Dio ha stretto con noi: a seconda di ciò in cui
ti specchi, tu diventi. Con ciò ci ha dato tutto nelle mani: specchiati in Dio e diventi figlio di Dio.
Però corriamo un rischio: se invece di specchiarci in Dio ci specchiamo in un
animale, diventiamo animali. Siamo informati da ciò a cui guardiamo.
Carla: Perché Gesù ne scelse dodici e non undici o tredici?
Luigi: Prima di tutto perché è opera di Dio. Il dodici è un
numero antico: sono dodici le tribù di Israele, dodici le regioni della
Palestina, dodici i figli di Giacobbe. Rappresentano le dodici categorie
dell’umanità; cioè nel dodici potremmo vedere tutte le sfumature dell’umanità
(carattere, temperamento): è la ricapitolazione dell’umanità intera. Scegliendone
dodici Gesù ci vuol dire che ha chiamato tutta l’umanità, la totalità.
Nessuno potrà mai dire: “Dio non mi ha
chiamato”, no! Perché Dio ha incluso tutti. Ha incluso addirittura il
temperamento, il carattere di Giuda, l’apostolo che lo tradirà. È Lui che l’ha scelto!
È Lui che ha scelto il traditore! È Lui che l’ha voluto! Ora, se l’ha voluto
Lui...; ecco come ad un certo momento, la colpa scompare. Dio,
scegliendo i dodici, ci fa capire che ha scelto tutta la gamma possibile di
virtù e di errori che l’uomo porta con sé. Nei dodici c’è la totalità e c’è
ognuno di noi. E quand’anche noi fossimo tra i dodici, dobbiamo tenere presente
che c’è anche un Giuda. E può darsi che quel Giuda siamo noi.
Osvaldo: Ma il fatto che ne ha scelti dodici non è una parabola?
Luigi: Certo, perché con Dio tutto è carico di significato;
perché tutto reca un pensiero e un pensiero per ogni uomo. Tutto quello che Dio
ha fatto, l’ha fatto per ognuno di noi personalmente. Quindi è carico di
significato, è carico di vita, è carico di pensiero per ognuno di noi
personalmente. Ecco perché non dobbiamo fermarci alla materialità, alla
lettera, ma dobbiamo capire il significato. Se tu arrivi al significato e
cerchi il Pensiero di Dio, comprendi che quel segno, quella parola è per te,
che in quei dodici ci sei anche tu.
Osvaldo: Quindi se da Dio si comprende il significato, questo ti
apre a comprenderne altri.
Luigi: Il significato è presso Dio quindi diventa eterno. Il
significato è l’intenzione, è il pensiero di uno. Se ti arriva una lettera
scritta in una lingua straniera, quand’è che arrivi a capire il significato di
ciò che è scritto? Quando arrivi al pensiero di chi ti scrive. Quando cogli il
pensiero dici: “Ah,
voleva dirmi questo!”. A
questo punto ti fermi, hai capito! Non vai a cercare un altro significato. Sei
sicuro: “Voleva dirmi questo!”. E sei
in pace. Quindi capire il pensiero dell’altro è pace. La pace non si ottiene
dicendo: “Facciamo la pace!”. La pace
non è effetto di volontà. Cerca il Pensiero di Dio e trovi la tua pace.
Bruno: Però per cercare e per trovare il Pensiero di Dio devo
superare il mio io. Siccome, se ho capito bene, tutti noi nasciamo in una
situazione di peccato, anche se da piccoli riceviamo il battesimo, non è che la
cosa sia risolta.
Luigi: Dobbiamo distinguere bene una cosa: la nostra anima non
la riceviamo dai genitori, dall’uomo; tra la nostra anima e Dio non è
interposta nessuna creatura, né padre, né madre, nessuno. Questo significa che
la nostra anima è in diretto rapporto con Dio, significa che la nostra anima
è creata direttamente da Dio. Il corpo invece lo riceviamo, è un carico
ereditario che porta con sé le tradizioni, anche gli errori, perché tutto si
incarna. Il corpo è l’incarnazione di un pensiero. Se noi fossimo pura
incarnazione di un pensiero, fossimo puro corpo, noi saremmo un puro distillato
di eredità di tutto quelli che ci hanno preceduto; saremmo pura espressione di
tutto ciò che ci ha preceduto (anche degli errori, dei tradimenti, ecc.).
Infatti, man mano che tu vivi diventi responsabile del tuo corpo. Quindi, all’inizio
ricevi un corpo del quale non sei responsabile, ma man mano che vivi, scrivi
nel tuo corpo a seconda di ciò per cui vivi. E che tu scrivi sul tuo corpo
è evidentissimo: basta che tu abbia un pensiero di generosità o di odio, che il
tuo volto ne è informato. Informa un giorno, informa due, informa tre e ad un
certo momento ti ritrovi marmorizzato, scolpito. Se il tuo volto è scolpito
vuol dire che pensando scolpisci. Noi siamo fatti di cielo e di terra: riceviamo
un terra, per cui facciamo una cosa sola con Adamo e da questa riceviamo tutto.
Da padre, da madre riceviamo un corpo che è la sintesi di tutti i pensieri
che ci hanno preceduto. Perché se ogni persona che è vissuta prima di me,
pensando ha scritto, io ricevo un corpo che è la sintesi di tutto ciò che gli
altri hanno scritto, e ne porto le conseguenze. Se non avessi un’anima, un
punto in cui sono in diretto rapporto personale con Dio, nel quale non possono
entrare padre, madre, avi, io sarei determinato: sarei espressione pura di
tutto ciò che mi ha preceduto, di tutta una causalità precedente (perché tutti
hanno scritto). Invece in noi c’è un punto verginale, che è determinato
dalla nostra anima, che è il Pensiero di Dio. C’è un punto puro in Adamo e
c’è un punto puro in ogni uomo che nasce in questo mondo.
Nel corso dei secoli, Dio, di
questo punto verginale, ne ha fatto una persona: Maria. Tutto questo per dire che noi non siamo la pura espressione
del peccato di coloro che ci hanno preceduto, siamo anche questo, ma siamo
anche questo punto verginale che portiamo in noi, in cui siamo in diretto
rapporto con Dio e se noi ascoltiamo Dio, possiamo superare tutto per la
tangente. Non c’è carico di delinquenza che io mi possa portare addosso che
mi impedisca di sfuggire per la tangente e di entrare nel puro cielo di Dio.
Invece il rapporto con Dio è
personale e il rapporto personale supera tutto. Il sacramento del battesimo ha
la funzione di orientamento: “Tu sei
stato creato per conoscere Dio”. E’ una seminagione, è una proposta che ti
invita ad un rapporto che tu intendi, in quanto porti il Pensiero di Dio in te,
in quanto tu non sei un animale.
Il bambino ha bisogno di
rendersi conto, ha bisogno della verità.
Anche se avessi tutto il
mondo attorno a te che ti scandalizza, che ti fa deviare dal fine per il quale
sei stato creato, ma hai interesse per la Verità, e dai valore, importanza alla
verità, questo amore ha una potenza enorme che ti fa superare tutto.
* * *
Mercoledì
23 marzo 2016
(Tratto dalla cassetta 146 del 3.4.1985)
Settimana Santa
(Mt 26,14-25 )
In quel tempo, uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariòta,
andò dai capi dei sacerdoti e disse: «Quanto volete darmi perché io ve lo
consegni?». E quelli gli fissarono trenta monete d’argento. Da quel momento
cercava l’occasione propizia per consegnare Gesù.
Il primo giorno degli Ázzimi, i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero:
«Dove vuoi che prepariamo per te, perché tu possa mangiare la Pasqua?». Ed egli
rispose: «Andate in città da un tale e ditegli: “Il Maestro dice: Il mio tempo
è vicino; farò la Pasqua da te con i miei discepoli”». I discepoli fecero come
aveva loro ordinato Gesù, e prepararono la Pasqua.
Venuta la sera, si mise a tavola con i Dodici. Mentre mangiavano, disse: «In
verità io vi dico: uno di voi mi tradirà». Ed essi, profondamente rattristati,
cominciarono ciascuno a domandargli: «Sono forse io, Signore?». Ed egli
rispose: «Colui che ha messo con me la mano nel piatto, è quello che mi
tradirà. Il Figlio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui; ma guai a
quell’uomo dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito! Meglio per quell’uomo
se non fosse mai nato!». Giuda, il traditore, disse: «Rabbì, sono forse io?».
Gli rispose: «Tu l’hai detto».
Parola del Signore
Cina: Il Signore mi presenta la figura di Giuda affinché io
non sia un Giuda.
Luigi: Certo, ci sono sempre questi trenta denari nella nostra
vita, che rappresentano i compromessi che si fanno. La vita vale in quanto è
netta, semplice. Ci vuole questa durezza di volto, questo orientamento
fisso. Invece noi vogliamo piacere ad uno, piacere all'altro e non ci
accorgiamo che sotto sotto stiamo facendo il contratto di Giuda: vendiamo il
nostro Maestro, vendiamo il nostro amore principale. Lo vendiamo per qualche
cosa che ci conviene.
Delfina: In ciascuno di noi c'è Giuda Iscariota.
Luigi: In ciascuno di
noi c'è Dio. Giuda ci è stato presentato affinché nessuno di noi fosse un
Giuda.
Flavio: E' importante essere consapevoli di aver tradito Dio.
Luigi: Si, è importante la consapevolezza del tradimento, ma la
lezione che Dio ci vuol dare attraverso Giuda è quella di non disperare pur
constatando il tradimento: non disperare! Se anche tu fossi nell'inferno:
non disperare! Dio opera con tutti, non abbandona nessuno.
Paola: “Meglio per
quell'uomo se non fosse mai nato” Gesù lo dice perché non avvenga.
Luigi: Certo, tutte le parole che il Signore ci dice, le dice
per salvarci, non per punirci, non per giudicarci. Ce le dice per farci capire
la gravità della cosa, affinché non avvenga in noi questa cosa. Dio parla prima
proprio per evitarci l'errore. Noi corriamo il rischio di crogiolarci dicendo: “Ma tanto Dio è buono”. Queste parole
Dio le dice per ognuno di noi.
Franca: Cosa rappresentano questi farisei in noi?
Luigi: Sono le cose a cui diamo autorità, diamo valore,
importanza. Possono anche essere i nostri doveri che mettiamo al di sopra di
Dio.
Paolo: “Da quel momento
cercavano l'occasione propizia per consegnarlo”.
Luigi: Quando ci dedichiamo ad altro da Dio, cerchiamo il
momento opportuno per liberarci di Lui. Dobbiamo avere presente il Cristo, le
parole di Dio, le esigenze di Dio; queste ci possono turbare, ci possono creare
dei conflitti, dei contrasti e allora aspettiamo il momento per farlo fuori,
per giustificarci. Dobbiamo cercare una ragione per dire: “Non ci penso più!”.
Tiziana: “Il tempo è
vicino” si identifica con la Pasqua del Cristo?
Luigi: Certo, Lui la Pasqua la viene a fare dentro ognuno di
noi. Pasqua vuol dire passaggio. Lui ci fa fare in noi il passaggio dalle cose
del mondo alle cose di Dio. Fare pasqua vuol dire passare dalle cose del mondo
alle cose di Dio. Cristo viene a noi per farci fare il passaggio dalle cose
del mondo, della terra, dal pensiero del nostro io alle cose di Dio.
Tiziana: Però qui dice: “Farò
la pasqua da te”.
Luigi: Si, Dio manda a
dire ad ogni creatura: “Io vengo a fare
la pasqua con te”. Non è detto che la creatura si renda disponibile;
però da parte di Dio c'è la disponibilità.
Pinuccia: Non capisco perché Pietro ha potuto far conto su Dio e
Giuda no.
Luigi: Questa è la differenza che li caratterizza. Pietro si è
sempre dimostrato incostante; ha fatto grandi promesse che non ha mantenuto;
però il gran pregio di Pietro è questo: nonostante la sua grande volubilità,
la sua incostanza, è sempre rimasto con Cristo. E questa è una grande
lezione per ognuno di noi. Il tradimento di Pietro è più grave di quello di
Giuda. Giuda ad un certo momento ha sentito un rimorso tale da suicidarsi; ha
sentito la grande pena del male che ha fatto: ha venduto Gesù per trenta
denari. Pietro ha detto addirittura: “Io
non lo conosco”. Giuda non ha detto: “Io
non lo conosco!”; Giuda ha fatto un contratto, ma quando ha visto che le
cose si mettevano male, che addirittura avevano deciso di mandarlo a morte, si
è suicidato, perché si è reso conto del male grosso che ha fatto. Pietro è
arrivato addirittura a dire: “Io non lo
conosco!” e questo è un tradimento maggiore. Tutto questo è lezione di Dio
per ognuno di noi per dirci che “anche tu arrivi al tradimento di Pietro,
per paura di una serva, quindi per paura di una creatura, per non
comprometterti, sappi questo: non abbandonare mai il tuo Maestro, perché Lui ti
perdona; Lui ha la possibilità di perdonarti”. Il Signore ci presenta
queste due figure: uno che si è suicidato, l'altro invece che ha tradito (e ha
tradito in modo più grave), ma è rimasto, ed è stato perdonato ed è giunto a
Pentecoste. Ciascuno di noi passa attraverso i tradimenti, ma nonostante tutti
i tradimenti non dobbiamo allontanarti mai da Lui perché se non ci allontaniamo
non disperiamo, Lui ci riprenderà. Due fatti uguali con due soluzioni diverse,
per farci capire dov'è la soluzione. Il problema non è né esaminare Pietro, né
esaminare Giuda; il problema è capire il significato che Dio ha voluto dare ad
ognuno di noi con queste due figure. Per dire: “Guarda che non devi disperare”.
Ci ha presentato Pietro che non ha disperato e Giuda che si è suicidato perché
ha ritenuto che il suo peccato fosse imperdonabile. Se lui fosse ritornato
da Gesù, anche da Gesù morto in croce, avrebbe trovato in Lui il perdono.
Due situazioni uguali ma soluzioni diverse per farci capire: “Non disperare perché Dio ti perdona”.
Evidentemente al centro di Giuda c'è il pensiero del suo io, che l'ha portato
alla disperazione. Se ci fosse stato il Pensiero di Dio al di sopra di tutto
non avrebbe disperato. Comunque non possiamo giudicare Giuda;
certamente il Signore dall'altra parte gli avrà detto: “Giuda, tutto quello
che è avvenuto te l'ho fatto fare io perché era necessario che tutti i tuoi
fratelli non diventassero dei Giuda”. In Dio Creatore Giuda è salvato, però
noi dobbiamo restare nella scena che Dio ci presenta. Dio ci presenta la scena
di Giuda e la scena di Pietro: la soluzione sta nella scena di Pietro perché
abbiamo uno che è stato perdonato nonostante la gravità del suo peccato. È
grave, in quanto è stato un peccato intellettuale, in quanto ha detto: “Non lo conosco!”. Se in Pietro abbiamo
la soluzione, Dio ci presenta la via d'uscita dal tradimento. Gesù non poteva tradire,
quindi non abbiamo la lezione del tradimento in Gesù (perché tutta l'opera che
Gesù ha fatto l'ha fatta per salvarci), però ci ha presentato i tradimenti
verso di Lui, perché noi tradiamo. Però in tutte le cose che Lui ci
presenta, ci presenta la via d'uscita dal tunnel. Quando l'amore è tradito il
tunnel si chiude perché la fiducia viene meno: in questa scena di Pietro
abbiamo la via d'uscita: Cristo perdona.
* * *
Mercoledì 28 gennaio 2015
(Tratto dalla cassetta del 27 gennaio 1993)
(Mc
4, 1- 20)
In quel tempo, Gesù cominciò di nuovo a insegnare lungo
il mare. Si riunì attorno a lui una folla enorme, tanto che egli, salito su una
barca, si mise a sedere stando in mare, mentre tutta la folla era a terra lungo
la riva.
Insegnava loro molte cose con parabole e diceva loro nel suo insegnamento:
«Ascoltate. Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte
cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte
cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; e subito germogliò
perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole, fu bruciata e,
non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde tra i rovi, e i rovi crebbero,
la soffocarono e non diede frutto. Altre parti caddero sul terreno buono e
diedero frutto: spuntarono, crebbero e resero il trenta, il sessanta, il cento
per uno». E diceva: «Chi ha orecchi per ascoltare, ascolti!».
Quando poi furono da soli, quelli che erano intorno a lui
insieme ai Dodici lo interrogavano sulle parabole. Ed egli diceva loro: «A voi
è stato dato il mistero del regno di Dio; per quelli che sono fuori invece
tutto avviene in parabole, affinché guardino, sì, ma non vedano, ascoltino, sì,
ma non comprendano, perché non si convertano e venga loro perdonato».
E disse loro: «Non capite questa parabola, e come potrete comprendere tutte le
parabole? Il seminatore semina la Parola. Quelli lungo la strada sono coloro
nei quali viene seminata la Parola, ma, quando l’ascoltano, subito viene Satana
e porta via la Parola seminata in loro. Quelli seminati sul terreno sassoso
sono coloro che, quando ascoltano la Parola, subito l’accolgono con gioia, ma
non hanno radice in se stessi, sono incostanti e quindi, al sopraggiungere di
qualche tribolazione o persecuzione a causa della Parola, subito vengono meno.
Altri sono quelli seminati tra i rovi: questi sono coloro che hanno ascoltato
la Parola, ma sopraggiungono le preoccupazioni del mondo e la seduzione della
ricchezza e tutte le altre passioni, soffocano la Parola e questa rimane senza
frutto. Altri ancora sono quelli seminati sul terreno buono: sono coloro che
ascoltano la Parola, l’accolgono e portano frutto: il trenta, il sessanta, il
cento per uno».
Parola del Signore
Carla: “A voi è stato
dato il mistero del regno di Dio; per quelli che sono fuori invece tutto
avviene in parabole, affinché guardino ma non vedano, ascoltino ma non
comprendano perché non si convertano e venga loro perdonato”. Ma allora già
a priori c’è chi è perdonato e a chi no?
Luigi: A priori, se sei fuori non puoi essere perdonato, perché
viene perdonato soltanto a coloro che sono dentro. È dentro colui che ha
interesse per capire; fuori è colui che non ha interesse per capire. Quindi
sei fuori dal regno di Dio se non hai interesse per capire e sei dentro se hai
interesse per capire: se entri, capendo, vieni perdonato perché è la Luce
che ti perdona.
Giovanna: Ci sono diversi terreni. La parola di Dio arriva anche
sul terreno non buono.
Luigi: La parola di Dio arriva dappertutto, non c’è luogo in
cui non giunga la parola di Dio: Dio è Colui che nessuno può ignorare. Ti fa
capire qual è il terreno che porta frutto. Dio non ha nessuna difficoltà ad
arrivare dappertutto, e guai se non arrivasse dappertutto.
Maria: “A coloro che sono
fuori tutto viene detto in parabole affinché non intendano, perché non si
convertano e venga loro perdonato”. Ma allora Dio non perdona?
Luigi: Dio è impietoso, è la stessa durezza con cui le vergini
sagge rispondono alle stolte quando
chiedono loro l’olio, perché le lampade si spengono. Questo avviene non
perché presso Dio ci sia durezza, perché Dio è massima comprensione, però ci
possiamo trovare davanti a un Dio che è tutto durezza, possiamo trovarci
davanti ad un Dio che è insopportabile. Non che Dio sia insopportabile, non
che Dio sia durezza eppure possiamo trovarci davanti ad un Dio che è tutto
durezza, tutto incomprensione, tutto insopportabilità. “A questo prezzo,
Signore, io ti saluto!”, non lo possiamo sopportare. Per sopportare bisogna
essere in due, basta che uno tradisca e il rapporto diventa insopportabile.
Dio ci parla del rischio che c’è nella vita dell’uomo: l’uomo può trovarsi
nella situazione di insopportabilità.
“Ho tante
cose da dirvi ma per ora non le potete portare”. Lo
vediamo anche umanamente: non si può far mangiare uno che non ha fame, e se lo
si costringe a mangiare o impazzisce o ti uccide; si crea una ribellione
insopportabile. Come mai? Cerchi di fare bene cercando di sfamarlo, eppure si
può creare un punto di insopportabilità, di ribellione. Noi vogliamo sempre
mettere le mani nelle anime degli altri, diamo consigli, ma il più delle volte
creiamo la ribellione al punto che non si vuol più sentir parlare di Dio; si
crea una chiusura. Invece si aiutano le anime offrendo un’apertura, non una
chiusura. Anche perché una volta che un’anima è offesa, è difficilissimo
aprirla. Quando hai perso la fiducia di una persona, poi è difficilissimo
che si fidi ancora di te.
Non osiamo mettere le mani nel motore di una macchina
quando non la conosciamo; anche se ci sentiamo autorizzati a dispensare
consigli a destra e a sinistra. Attenzione a mettere le mani in questo motore
stupendo, in questo infinito, questo terreno di Dio, questa terra sacra che è
la persona umana, nella quale Dio sta parlando, sta operando. Il Signore dice:
“Lascia fare a me che stai guastando tutto!”. Dio parla in parabole affinché
noi ci rendiamo conto che non capiamo, perché fintanto che noi viviamo nel
pensiero del nostro io, ci troviamo di fronte a parole di Dio che non riusciamo
a capire. E questo è per farci capire che nel pensiero del nostro io non
possiamo capire. Ed è una grande grazia.
Il Signore ci dice: “Guarda
che se vuoi capire qualche cosa devi superare il pensiero del tuo io altrimenti
non puoi capire niente di tutto ciò che io faccio”. Dicendoci che non
capiamo e che non possiamo capire, ci dimostra che siamo in una situazione di
notte e quindi ci fa desiderare la luce.
Bruno: “Uscì il
seminatore a seminare” è il Padre che esce a seminare. Ma da dove esce?
Luigi: Esce da Se stesso perché semina nella mia terra, nel
pensiero del mio io. Il pensiero del mio io non è Lui, ma non è ignorato da
Lui.
Bruno: Ma l’uscire da Se stesso non è la generazione del
Figlio?
Luigi: No, la generazione del Figlio è un entrare in Se
stesso, non è un uscire da Se stesso. Dio esce da Se stesso in quanto
entra nel pensiero del mio io. Tutta la creazione di Dio è fatta “ab
extra”, ed è l’opera che è fuori di Dio; e poi c’è l’opera “ab intra”. Dio non
abita nella creazione. La creazione è fatta nel pensiero del nostro io, cioè è
Dio che parla nel pensiero del nostro io. Sono segni di Dio nel pensiero del
nostro io; siamo urtati, subiamo l’opera di Dio, è Dio che ci tocca, che scende
al nostro livello e che ci tocca nei pensieri che abbiamo. Ci tocca in quei
pensieri incompiuti, separati, imperfetti: e questa è creazione di Dio, è un
uscire.
Una cosa è la creazione di Dio e un’altra è Dio che parla
a questa sua creazione: Dio forma l’io e poi parla a questo io per farlo uscire.
Il mio io è un uovo: ad un certo punto il pulcino deve uscire dall’uovo, deve
rompere la crosta! Dio bussa a questo uovo fino a spaccarlo, in modo che il
pulcino esca. Attraverso la sua creazione Dio cerca di farci uscire dal nostro
io affinché alziamo gli occhi a Lui. Certo, non potremmo alzare gli occhi a
Lui se Lui non fosse già dentro di noi, però Dio ci sollecita ad alzare gli
occhi da ciò che vediamo e tocchiamo.
Quindi Dio esce tutti i giorni in quanto entra nel mio
mondo, mi tocca nel mio mondo, mi bombarda di avvenimenti tutti da capire, che
mi sorprendono, perché non sono voluti da me. Lui esce da Se stesso, entra
nel mio mondo per farmi uscire dal mio mondo e per farmi entrare nel suo mondo.
Per questo abbiamo il cielo e la terra, il sogno e la realtà. Però tra il cielo
e la terra, tra il sogno e la realtà c’è un’interferenza, non sono corpi
isolati: uno tende ad assorbire l’altro. Sono come due galassie: una cerca di
inghiottire l’altra.
Bruno: “E subito
germogliò perché non era terreno profondo”, ma in altre parti dice che
dobbiamo rispondere subito alla parola.
Luigi: La parola di Dio deve essere accolta, custodita,
meditata, con pazienza, fino ad arrivare al frutto. Il processo è lento. Noi
maturiamo con molta lentezza. Incontri una parola e poi per arrivare a capirla
ci vogliono degli anni. Bisogna sempre dubitare di coloro che, sentendo la
parola, partono in quarta, entusiasti: quell’entusiasmo dura poco. C’è
bisogno di profondità, infatti quella pianticina secca subito, perché non ha
radici in se stessa. Secchi subito quando non hai radici dentro di te. Le
parole che ti arrivano devono mettere radici dentro di te in modo da avere un
terreno profondo che ti sostenga. Ogni pianta cresce in alto quanto cresce
in basso, e deve crescere contemporaneamente perché altrimenti ad un colpo
di vento la pianta cade. Siccome Dio fa le cose molto bene, ci dice che se il
seme, che è la parola di Dio, entra dentro di noi, se è custodita, mette una
radice ben sistemata e mette una gemma che tende alla luce. Ci vogliono tutte e
due le cose: la luce e il terreno profondo. E bisogna lavorare nei due sensi,
in modo da radicarsi bene e da tendere alla luce. I pini in montagna hanno
radici stupende, si aggrappano alle rocce, infatti non c’è bufera che riesce a
sradicarli tanto sono abbarbicati. Lezione di Dio per noi.
* * *
Mercoledì 30 Marzo 2016
(Tratto dalla cassetta 148 del 10.4.1985)
(Lc 24,13-35)
Ed ecco, in
quello stesso giorno, [il primo della settimana], due [dei discepoli] erano in
cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da
Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto.
Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e
camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. Ed egli
disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il
cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli
rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto
in questi giorni?». Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda
Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e
a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno
consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo
che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati
tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre,
ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato
il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i
quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e
hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto». Disse
loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i
profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare
nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in
tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui.
Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse
andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e
il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a
tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede
loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla
loro vista. Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro
cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le
Scritture?».
Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti
gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il
Signore è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era
accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il
pane.
Parola del Signore
Cina: “Noi speravamo che
sarebbe stato lui a liberare il suo popolo”. C'è una tristezza in queste
parole. Tu hai detto che la tristezza è come un velo che non ci fa vedere la
presenza di Dio.
Luigi: Certo, C’è questa tristezza in loro perché erano delusi
nelle loro speranze. “Noi speravamo! Noi
abbiamo sperato che Gesù avrebbe redento il nostro popolo. E invece ormai tutto
è finito!”. È stato tutto un fallimento. Tutta la loro tristezza c'è in
quanto c'è stato un fraintendimento dell'opera di Dio: “Noi speravamo che...”. Erano discepoli, eppure non avevano capito
l'anima e il cuore del Signore. La tristezza nasce sempre da una speranza
delusa. Per cui: “Io sognavo …. ma la
realtà è tutta diversa!”.
Delfina: Cosa vuol dire questo per noi personalmente?
Luigi: Ogni uomo nella sua vita fa l’esperienza dello scontro
tra le promesse di Dio, il sogno della fede, e la situazione presente, e il
trionfo del mondo che smentisce il Regno di Dio. Ogni uomo deve toccare con
mano il fallimento delle sue speranze, dei suoi sogni, e deve ripiegarsi nella
monotonia di una vita di routine, senza vita, né morte; deve fare l’esperienza
della vita che passa portandosi via tutti gli ideali e del trionfo del mondo
materiale.
Delfina: Ma ci può essere anche un altro tipo di tristezza?
Luigi: Si, ci può essere la tristezza di colui che non ha
ancora trovato. “Non mi darò pace finché
non avrò trovato il suo volto”. È logico che quando uno cerca e non trova,
non è certamente nella gioia, ma è triste.
Franca: Ad esempio si è tristi quando si partecipa al dolore
degli altri.
Luigi: Quando si vede il dolore degli altri da Dio, come voluto
da Dio, non si è tristi. Quando si vede la volontà di Dio non c'è più
tristezza. La tristezza c’è quando si cerca ma non si vede ancora, oppure
quando uno ha sperato ed è stato deluso.
Sandra: Non mi sembra giusto dire che quando si ha la presenza
di Dio non c'è più tristezza.
Luigi: Con Dio ci può essere la sofferenza, la tribolazione,
però si è nella gioia. Se tu ami molto una creatura, per te l'importante è
essere con quella creatura; puoi tribolare da matti ma l'importante è essere
con lei. La tristezza ha un altro volto. La tristezza c’è in quanto è
privazione di una presenza; per cui anche se a uno non manca niente, ma
manca della presenza della persona amata, in verità gli manca tutto.
Paola: Se ad esempio manca il dialogo con una persona...
Luigi: Se manca il dialogo c'è l'assenza!
Paola: Però anche se capisco il perché il Signore mi fa sentire
questo vuoto, questa solitudine continuo a
rimanere sola.
Luigi: No, se tu capisci il perché, vuol dire che hai la
presenza di Dio. Se hai la presenza di Dio, la presenza di Dio non ti fa
sperimentare l'assenza della creatura. Se tu sperimenti l'assenza della
creatura vuol dire che sei più legata alla creatura che a Dio. Vuol dire che tu
ami più la creatura che Dio.
Flavio: Si, perché la creatura è tangibile...
Luigi: Noi diciamo delle parole, ma non ci rendiamo conto di
quello che diciamo, perché Dio è più
tangibile della creatura. La creatura la vediamo con gli occhi e diciamo: “E' qui!” invece lei chissà dov’è! Se tu
potessi vedere i suoi pensieri...!
Invece Dio si lascia possedere tutto perché si lascia
possedere come pensiero. Quindi la presenza di Dio è molto più vera di
quella delle creature; non è nemmeno paragonabile...
Pinuccia: Però questi discepoli avevano già una certa apertura
verso le parole di Gesù.
Luigi: Certo, erano discepoli di Gesù. Questo “Sconosciuto”
parlava a loro di quello che interessava loro. Quando poi lo Sconosciuto si è
fatto conoscere, i discepoli stessi dicono:
“Ma eravamo scemi lungo la strada? Non avevamo più il cuore che funzionava? Lui
stava spezzano il pane, le Scritture, e noi non lo abbiamo riconosciuto?
Eravamo scemi da non capire che era Lui che stava parlando con noi?”. Lo
riconoscono, ma solo “dopo”. Noi ci accorgiamo delle cose sempre dopo.
Pinuccia: Questo vale anche per noi.
Luigi: Certo, anche noi al termine della vita, quando vedremo
com'è la realtà diremo: “Ma sono stato
scemo tutta la vita? Tutti i giorni Dio ha parlato con me ed io non ho mai
visto niente. Ma sono stato scemo tutta la vita?”. Allora: “Davanti a Lui piangeranno tutte le genti”.
Pinuccia: “E cominciando da
Mosè e attraverso tutti i profeti, interpretava loro tutto quello che Lo
riguardava nelle Scritture”. E questo cosa vuol dire personalmente per noi?
Luigi: Che siamo tutti su questa strada di Emmaus in cui il
pensiero del nostro io rende ciechi, impedisce ai nostri occhi di vedere. La
strada di Emmaus è segno di tutta la nostra vita nel mondo, nella quale Cristo
cammina con noi e conversa con noi: ci spiega i suoi argomenti e il senso
delle cose, degli avvenimenti, ma noi non Lo riconosciamo, perché il nostro
cuore è altrove. Poi giunti ad Emmaus, il villaggio dove i due discepoli erano
diretti, Gesù fa per proseguire. Ma essi gli dissero: “Resta con noi perché si fa sera; il giorno ormai declina”. Ed Egli
entrò per fermarsi con loro. Quando si misero a tavola, Egli prese il pane,
rese grazie, lo spezzò, lo diede loro. Era Lui. Era il loro Maestro e Signore.
Era risorto da morte: era vivo. Allora i loro occhi si aprirono illuminati come
da un lampo. Ma Lui era già scomparso. “Lo
avevano riconosciuto allo spezzar del pane”. Cristo in verità è Colui
che spezza a noi il pane della Verità.
Rosanna: Quei due discepoli sono subito ritornati a Gerusalemme a
raccontare agli apostoli ciò che era loro accaduto...
Luigi: E mentre
ancora stavano parlando, Gesù stesso si presentò in mezzo a tutti loro e disse:
“La pace sia con voi: Sono io, non
temete!”.
Venerdì 30 gennaio
2015
(tratto dalla cassetta del 29.1.1993)
(Mc 9, 26-34)
In quel tempo, Gesù diceva
[alla folla]: «Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno;
dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli
stesso non lo sa. Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la
spiga, poi il chicco pieno nella spiga; e quando il frutto è maturo, subito
egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura».
Diceva: «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola
possiamo descriverlo? È come un granello di senape che, quando viene seminato
sul terreno, è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno; ma, quando
viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto e fa
rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua
ombra».
Con molte parabole dello stesso genere annunciava loro la Parola, come potevano
intendere. Senza parabole non parlava loro ma, in privato, ai suoi discepoli
spiegava ogni cosa.
Parola del Signore
Maria: Il seme è la parola di Dio.
Luigi: Si, però questo seme Dio ce lo mette nelle mani e dice: “Seminalo nella tua terra”, nella tua
mente. Noi possiamo non seminarlo. Se lo seminiamo, sia che dormiamo, sia che
vegliamo, il seme cresce. Se non semiamo la parola di Dio nella nostra terra,
cresce ciò che abbiamo seminato. La nostra terra è fatta così: fa
germogliare, fa crescere, porta a maturazione ciò che noi seminiamo. Ad
esempio, se semino nella mia terra l’interesse per un cane, la mia terra mi
produce un cane: mi troverò a tu per tu con un cane. Per questo noi dobbiamo
seminare, cioè mettere prima di tutto, la parola di Dio nella nostra mente. Dio
ci fa arrivare la sua parola e noi la dobbiamo mettere prima di tutto, come
nostro fine, dobbiamo vivere essa. Se tu la metti come fine, la parola di Dio
cresce, si sviluppa, perché tutto l’universo coopera a portare il frutto. Dio
le cose le ha fatte molto bene. Tutta la terra è fatta così: porta a compimento
ciò che tu semini. Tant’è verso che Gesù dice: “Voi siete la luce del mondo, voi siete il sale della
terra”. Se questo sale si guasta,
tutta la terra si guasta. Noi stiamo assistendo a questo guasto, perché abbiamo
seminato altro. Perché la nostra terra è fatta così! Ad un certo momento ti fa
trovare di fronte a ciò che tu hai seminato. La terra non è altro che lo
sviluppo logico del pensiero che noi mettiamo prima di tutto. Ad un certo
momento dobbiamo constatare: “Ma come mai
mi trovo davanti questa situazione?”. "Ma sei tu che l’hai seminata!
L’hai seminata cinquant’anni fa e adesso te la trovi di fronte!".
Marisa: “Come
egli stesso non lo sa”.
Luigi: Cioè, non sa come la terra produca, non sa come avviene.
Però sa che ha seminato perché il seme è stato affidato a lui. Tu puoi
seminare, non seminare o seminare altro.
Marisa: "Seminalo nel tuo cuore".
Luigi: Non "nel tuo cuore", ma "nella tua
mente", perché se tu lo semini nella tua mente, la tua mente trasforma
tutto: cuore, sentimenti, tutto. Se lo semini nel tuo cuore, stai fresca! Vai
a cercare i funghi con il cuore e poi vedi dove vai a finire!
Agata: La terra è anche l’interesse.
Luigi: Si, ma è quello che porti nel pensiero che determina il
tuo interesse. E’ come una lampada che deve essere messa in alto, al di
sopra di tutto.
Ora, cosa vuol dire mettere
sul monte, adorare? Vuol dire farlo diventare il tuo punto fisso di riferimento
nel tuo pensiero. Devi guardare a-. E come guardi? Non con gli occhi, ma col
pensiero. In cima al tuo monte metti Dio, riferisci tutto al Principio, allora
Dio trasforma tutto; perché tutto ciò che ti arriva, i fatti, i sentimenti li
riferisci sempre a Lui, li ritraduci in funzione del fine. Altrimenti tutto diventa
dominante in te.
Franco: “Come egli stesso
non lo sa”. Siccome nel campo dello Spirito non c’è l’automatismo, è
necessario sapere come si fa la volontà di Dio in cielo per poi farla in terra.
Luigi: Nel campo dello Spirito l’anima di tutto è il pensiero.
Ed è il Pensiero di Dio che devi porre al di sopra di tutto, per giustizia, che
devi seminare in te: è il fine che devi seminare in te. Seminato in te, non sei
più solo! Tutta l’opera di Dio comincia una rivoluzione enorme. Guarda una
donna incinta: come l’ovulo viene fecondato inizia tutta una rivoluzione nel
suo corpo. Per tre mesi ci sono le
nausee e tutto il corpo si prepara per formare il bambino. La gravidanza non si
svolge solo nell’utero, ma tutto il corpo partecipa. È tutto l’universo che
partecipa! Noi non ci rendiamo conto, ma come seminiamo in noi un pensiero,
le stelle lontanissime, tutto l’universo, c’è tutta una rivoluzione perché
tutto coopera per portare a maturazione quello che tu hai seminato in te.
Tu non sai come, ma tutte le stelle partecipano, tutto l’universo infinito
partecipa, tutto si mette in cammino perché tu hai seminato un pensiero. Noi
non ci rendiamo conto dell’importanza del pensiero. Tutto l’universo veglia
in attesa che noi seminiamo un pensiero. Ma appena seminiamo un pensiero, tutto
l’universo comincia a lavorare intorno a questo pensiero per portarlo a
maturazione.
Un giorno scopriremo questo:
non siamo soli, ma tutto l’universo infinito coopera. È tutta l’opera di Dio che
è in funzione del pensiero che noi seminiamo. A questo punto capisci che se
semini un pensiero sbagliato, tutto l’universo coopera per farti maturare un
pensiero sbagliato, per farti toccare con mano l’errore che hai fatto, per cui
ad un certo momento ti trovi davanti ad un disastro.
Mussolini all’inizio diceva:
“La mia volontà non conosce ostacoli” ma concluse tristemente: “Ad un certo
punto la storia ti prende alla gola e ti costringe a fare ciò che tu non
vorresti”. È la testimonianza che tutto
l’universo coopera per rendere gloria a Dio, per farci capire che abbiamo
preso una cantonata.
Ecco l’errore seminato:
"La mia volontà non conosce ostacoli" e alla fine si trova con le
spalle al muro. Ma cosa è successo? Non è la politica, la guerra, ma è tutto
l’universo che ha lavorato attorno ad un pensiero di un uomo per fargli toccare
con mano l’errore che ha fatto e dargli la possibilità della salvezza. Per
questo dovremmo essere attentissimi ai pensieri, perché i nostri pensieri
muovono addirittura le stelle, tutto l’universo si muove ad un pensiero che
tu porti dentro di te.
Franco: Seminando, noi non sappiamo come, ma attraverso tutto
l’universo, Dio crea Maria, questa capacità di concepire Dio.
Luigi: Si.
* * *
Mercoledì 4 febbraio 2015
(Tratto dalla cassetta del 3 febbraio 1993)
(Mc
6, 1- 6)
Cina: Quando un profeta è disprezzato nella sua patria?
Luigi: Sempre.
Cina: E perché?
Luigi: Prima di tutto perché l’ha detto Gesù. In secondo perché
i parenti, gli amici, i conoscenti vantano dei diritti su di te e vantando dei
diritti non accettano che tu sia diverso da come loro vogliono. È una sottile
forma di pretesa. La famiglia vanta delle pretese. Un profeta, se è vero
profeta, non può essere come la sua famiglia, i parenti, gli amici,
l’istituzione vorrebbe che fosse. Per questo il profeta viene rifiutato; come
Cristo che è stato rifiutato dal suo popolo. Il suo popolo pretendeva che Gesù
fosse come Lui non avrebbe mai potuto essere.
Delfina: Per questo non poté operare alcun prodigio.
Luigi: La tua patria ti condiziona, pretende che tu sia
conforme alla sua aspettativa. In questa situazione non si possono operare
delle meraviglie, non si possono fare i miracoli perché così facendo si
confermerebbe la pretesa. Dio non conferma coloro che sbagliano.
Delfina: Eppure costoro avvertono la sapienza che emana in
Cristo.
Luigi: Non parliamo in termini di sapienza perché l’uomo non è
intelligente: l’uomo è determinato dal sentimento. Quindi i familiari, i
conoscenti, i parenti, la patria, le istituzioni, non si possono considerare
sul piano dell’intelligenza. Infatti tutto è considerato sul piano
dell’ubbidienza, della sottomissione: tu sei una cellula del gruppo, devi
essere conforme a ciò che si aspetta da te l’autorità. Non prevale il piano
dell’intelligenza perché se fosse prevalso il piano dell’intelligenza Cristo
non sarebbe stato mandato a morte.
Delfina: Però hanno riconosciuto la sua sapienza.
Luigi: Ma non importa! Non è quello l’elemento determinante!
Infatti arrivano addirittura a giudicare Gesù: “Quello è un demonio! È un pazzo!”. Tutto questo perché? Perché non
è conforme alla legge: non segue la regola. Per cui l’uomo tende a conformare
l’altro a sé. Vuole che l’altro sia secondo ciò che ha deciso lui. Infatti una
delle virtù principali è l’ubbidienza. Invece Dio non ha posto l’ubbidienza
come la virtù principale. Se c’è una che ha agito di testa sua è la Madonna.
Infatti quando ha ricevuto l’annuncio non è andata a chiedere l’approvazione all’autorità,
se poteva ascoltare l’Angelo o non lo doveva ascoltare. Addirittura non ha
chiesto nemmeno a Giuseppe, ma si è assunta personalmente la responsabilità di
ciò che l’Angelo le ha annunciato. Così ognuno di noi deve prendersi la
responsabilità di ciò che crede, di ciò che ama, di ciò per cui vive e l’uomo
vale in quanto comincia a pensare con la propria testa. Dio ama coloro che
pensano con la propria testa; preferisce che prenda delle cantonate piuttosto
che sia tutto sottomesso, tutto obbediente. Perché quello ti frega!
Delfina: Non è che Gesù non faccia i miracoli ma è che loro non
li vedono.
Luigi: La sua patria pretende da lui una cosa: che sia conforme
alla Legge; siccome Lui apparentemente fa tutto il contrario (guarisce i malati
in giorno di sabato, ecc.), loro non sono disponibili alla novità.
Maria: Non credevano che Gesù fosse un profeta perché credevano
di sapere chi fosse: il figlio del falegname.
Luigi: Ecco la pretesa! Lui è il figlio del falegname! Lo
conosciamo! Conosciamo il padre, la madre, gli avi. Lui deve essere quello! Chi
pretende di essere! Non si accetta la novità, non si può accettare la novità:
lui è così e deve essere così! Il mondo vive in quanto ti applica un’etichetta
e quando te l’ha applicata, guai se sei diverso dall’etichetta! Se sei diverso
il mondo ti deve condannare, ma in realtà condanna l’etichetta che ti ha posto.
Giovanna: Gesù venne nella sua patria, ma la patria di Gesù è il
cielo.
Luigi: Già, ma in quanto si incarna deve avere per forza un
buco, deve prendere possesso di un posto sulla nostra terra, deve occupare una
pagina della nostra storia, deve occupare un punto di noi per fare parte di
noi, per stabilire un contatto con noi, cioè deve entrare nel nostro giardino
altrimenti non puoi accorgerti che c’è Dio. Ad un certo momento, sul terreno
del tuo giardino, c’è un angolino in cui ti accorgi che c’è scritto: “Questo punto non è più tuo”. È quel
punto che stabilisce un contatto con te. L’incarnazione del Figlio di Dio
significa che Lui occupa un punto, sarà anche un solo punto della nostra terra,
e su quel punto della nostra terra Lui dice: “Questo è mio!”. Mentre noi tendiamo a mettere il cartello: “Questo è mio!” su tutto, Dio ad un
certo momento, sarà un punto solo, ma su quel punto dice: “Questo è mio!” e lo dice in un modo tale che noi non possiamo
controbattere. E attraverso quel punto solo, Lui ti ricostruisce. Te lo dice in
modo tale che tu non lo puoi cancellare. Prova a dire che il punto sul quale
Dio ha detto: “Questo è mio!” non sia
di Dio ma sia tuo. Ti accorgi che hai distrutto tutto l’universo ma non hai
potuto distruggere quel punto sul quale Dio ha detto: “Questo è mio!”.
Giovanna: Eppure qualcuno l’ha guarito.
Luigi: Dove c’è la pretesa non si può fare il prodigio perché
confermerebbe l’errore. Invece il malato è uno che prega, che piange, che
invoca: lì si può fare qualche cosa.
Bruno: Quand’è che noi ci troviamo in questa situazione?
Luigi: La situazione ideale è quella di non costruire su noi stessi.
Noi corriamo il rischio di trasferirci da Dio al nostro io invece dobbiamo
partire dalla consapevolezza del nostro niente e dal tutto di Dio, da Dio come
Principio, da Dio Creatore. E per quante grazie Dio ti doni, dì sempre: “Dio è tutto, io sono niente”, mantieni
questo rapporto. Per poco che ti vanti di ciò che Dio ti ha dato, o ti ha fatto
conoscere, anche in termini di sapienza, tu precipiti in quello schema che ti
irrigidisce e ti chiude in una conchiglia e ti impedisce di vivere. Le cose
vanno eternamente riportate a Dio come Principio per riceverle nuove da Dio. Il
fine non è costruire una creatura che può dire: “Io conosco Dio”, perché la
conoscenza di Dio va dedotta da Dio, Dio è eternamente il tuo Principio, Dio è
sempre Colui che parla con te e parlando ti fa essere.
Bruno: Quindi la conoscenza di Dio è la conoscenza del
Principio.
Luigi: E’ poter riconoscere eternamente che tutto ti viene da
Dio e che tutto ti aspetti da Dio. Per cui quando dici: “Dio è il mio Principio”, corri il rischio di credere che: “Dio è stato il mio Principio”. Invece
devi poter riconoscere eternamente che Dio è il tuo Principio attuale. Quindi
quand’anche fossi figlio di Dio, ascolterai eternamente il Padre che dice: “Io oggi ti genero!”. È un oggi eterno
che Dio ti fa constatare: è la Realtà. Ma è proprio questa constatazione che ti
fa riferire tutto a Dio per riceverlo da
Dio come Principio. L’importante è non cercare di costruire una creatura che
conosce Dio perché come dici: “Io questo
lo so, lo conosco”, precipiti nella non conoscenza.
* * *
Mercoledì 6 aprile 2016
(Tratto dalla cassetta 149 del 17.4.1985)
(Gv 3,16-21)
In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: «Dio ha tanto amato
il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada
perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel
mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.
Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato,
perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio.
E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato
più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque
infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non
vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia
chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».
Cina: “Il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo”, mi fa capire che il giudizio non
avviene alla fine del mondo ma tutti i giorni.
Luigi: Certo, ogni giorno c'è una proposta di luce e questa
proposta di luce se non è riconosciuta, se non è accolta da Dio, determina un
giudizio. Per cui noi ogni giorno o ci apriamo alla vita eterna, edifichiamo
la vita eterna in noi, o ci scaviamo una tomba per una morte eterna.
Delfina: Il giudizio sta nella scelta che facciamo.
Luigi: Il giudizio sta nel fatto che la luce è venuta nel mondo
e noi abbiamo preferito altro. La luce è venuta, per cui non possiamo smentire
che sia venuta; la proposta l'abbiamo udita, ma abbiamo preferito altro. Perché
abbiamo preferito altro? Il giudizio ce lo diamo noi, non possiamo non darcelo.
Il giudizio è il motivo per cui abbiamo preferito altro alla luce.
Delfina: Anche se di questo motivo non ne siamo coscienti?
Luigi: Anche se non ne siamo coscienti; perché essendo
persone abbiamo sempre dentro di noi una motivazione.
Delfina: Ma noi la motivazione la conosciamo.
Luigi: Certo.
Delfina: Allora ne siamo coscienti.
Luigi: Si, ma noi il più delle volte andiamo avanti per
abitudine; siamo talmente abituati a pensare a noi stessi che ad un certo punto
ci sembra normale pensare a noi stessi.
Franca: In fondo la motivazione è sempre la stessa.
Luigi: Si, la motivazione o è Dio o è il nostro io. Solo che
Dio non può essere in noi senza una percezione cosciente, cioè se non lo
mettiamo di proposito. Invece il nostro io può essere al centro anche se non lo
mettiamo di proposito. Il nostro io può essere al centro per abitudine, Dio
non può essere al centro per abitudine.
Franca: Nel nostro io c'è confusione, quindi possiamo anche non
individuare che sia il nostro io.
Luigi: Certamente, infatti noi diciamo: “Faccio questa cosa per far piacere al tale; per fare del bene al
prossimo; altrimenti chissà la gente cosa dice” ma sotto sotto c'è il
nostro io. Noi non arriviamo a percepire il principio del nostro pensare, del
nostro agire; per cui il più delle volte agiamo per abitudine, senza rendercene
conto. Invece con Dio non agiamo mai senza rendercene conto: con Dio ci
vuole la percezione cosciente. Perché Dio non è in noi per abitudine.
Fabrizio: Tante volte nelle motivazioni del mondo ci si sente
giustificati; da cosa viene questa giustificazione?
Luigi: Ci si sente giustificati quando per noi il mondo è la
realtà: “La realtà del mondo mi
giustifica: io sono a posto. Sono approvato dagli altri”. Infatti il più
delle volte quando abbiamo un problema, andiamo a confidarlo a uno e all'altro
affinché gli altri ci approvino: “Se gli
altri mi approvano io sono a posto”. Ma questo vuol dire che abbiamo
scambiato l'altro per Dio, per un idolo, che l’abbiamo eletto come realtà.
Invece la nostra giustificazione dobbiamo trovarla in Dio. Se Dio non ci
approva, avessimo anche tutto il mondo che ci dice: “Bravo!”, nella nostra coscienza, il tarlo non c'è nessuno che ce
lo tolga. Perché Dio abita dentro di noi e se Dio non approva, noi non stiamo
in pace. Anche nel caso in cui tutti ci dicessero: “Bravo!”.
Pinuccia: “Chi
opera la verità viene alla luce” in che senso?
Luigi: Nel senso che chi opera la verità viene a conoscere; operare
la verità vuol dire obbedire all'annuncio, obbedire alla parola di Dio. La parola di Dio mi propone una meta, mi
propone la conoscenza di Dio prima di tutto. Ora, la verità che arriva a
noi, la luce che arriva a noi, non è ancora la verità, è proposta di verità. Se
noi aderiamo alla proposta, cominciamo a “fare” la verità, cioè cominciamo a camminare
verso la meta. “Fare la parola di Dio” non vuol dire darsi da fare, fare
apostolato, fare volontariato; non è questo il “fare la parola di Dio”. Fare la parola di Dio vuol dire realizzare
quella meta che la parola di Dio mi propone. Perché la parola di Dio arriva
come proposta di un cammino, proposta di una meta da raggiungere. Infatti la
parola fondamentale è questa: “Non preoccuparti del mangiare e
del vestire: cerca prima di tutto Dio”. Cosa vuol dire “fare questa parola”?
Vuol dire mettersi
a cercare il regno di Dio senza preoccuparci di altro. In tal caso “facciamo”
le opere che ci conducono alla luce.
Ma cosa vuol dire
cercare il regno di Dio? Innanzitutto vuol dire approfondire per rendersi conto
di quello che la parola di Dio dice. La parola di Dio parla del regno di Dio,
parla di Dio. In quanto parla di Dio non è smentibile da noi. Per cui se Dio
esiste è giusto che la vita sia vissuta per Dio. Se questo è giusto, ci diamo
da fare per coordinare tutta la nostra vita, per programmare tutta la nostra
vita per questo fine. L'intelligenza dell'uomo si rivela proprio in questo:
in quanto riesce a programmare tutto in un fine. Quindi il fine ci viene
proposto gratuitamente, giunge a noi senza di noi; questo fine proposto adesso
richiede a noi la collaborazione, l'intelligenza. L'opera intelligente sta nel
programmare tutta la vita in questo fine, nel non vivere da scemi!
* * *
Mercoledì
13 aprile 2016
(tratto dalla cassetta 31 del 21.4.1993)
(Gv 6,35-40)
In quel tempo, disse Gesù
alla folla:
«Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non
avrà sete, mai! Vi ho detto però che voi mi avete visto, eppure non credete.
Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me: colui che viene a me, io non lo
caccerò fuori, perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la
volontà di colui che mi ha mandato.
E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di
quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno. Questa infatti
è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la
vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno».
Parola del Signore
Cina: In ogni parola di Dio c'è una
parte di Dio e una parte di me: come faccio a capire qual è il pane della vita?
Luigi: Solo se
tu ti dimentichi di te stessa vedi il pane della vita, cioè la parola che
riguarda Dio; da quello che riguarda Dio tu scoprirai anche quello che Dio
insegna a te per correggerti la rotta. Però il problema principale è
dimenticare te stessa, perché altrimenti non ricevi. Se tu non dimentichi te
stessa, non ricevi assolutamente niente da Dio: non puoi ricevere! E se pensi
di ricevere qualcosa da Dio sei un'illusa, in realtà non ricevi. Perché nel
pensiero del tuo io, tu proietti la tua intenzione su tutte le cose che
accadono, in tal modo non ricevi la comunicazione, c'è incomunicabilità.
C'è un abisso tra il pensiero del tuo io e il Pensiero di Dio.
Delfina: Ricevo
qualcosa da Dio quando capisco qualcosa di Lui, vedo qualcosa di Lui.
Luigi: Già in
quanto tu sei convinta che in tutte le cose, anche in quelle che non capisci,
c'è la mano di Dio, c'è la sua opera, c'è la sua creazione, già questo è un
ricevere da Dio. Perché tu non potresti essere convinta che nelle cose Dio
è il protagonista, che c'è Dio che opera in tutte le cose, se non avessi
ricevuto questa grazia di Dio.
Delfina: Però per
ricevere questa grazia devo fare il superamento del mio io.
Luigi: Se non
superi il pensiero del tuo io, non ricevi niente, assolutamente! Anche se tu
fossi da mattina a sera sul Vangelo, rivestiresti tutte le parole di una tua
intenzione. Nel pensiero dell'io non puoi ricevere comunicazione. Se tu vai a
scuola e pensi a te stesso, ai tuoi problemi, alle tue questioni, non impari
niente; e quando esci da scuola è come se tu non avessi ricevuto assolutamente
niente.
Nel pensiero del nostro io
c'è una chiusura; cioè non si può passare dal finito del pensiero del nostro io
all'infinito del Pensiero di Dio. Bisogna dimenticare noi stessi e avere solo
presente il Pensiero di Dio. Il Pensiero di Dio è infinito; allora il finito
riceve l’Infinito; in caso diverso no. Superare il nostro io è la condizione
essenziale.
Prova a parlare ad una
persona che è tutta presa dal pensiero del suo io; ad ogni cosa che tu dici,
lei ti risponderà: “Ma io, ma io, ma
io...”: in sostanza ti accorgi che non riesci a comunicarle niente, perché
non può ricevere niente. Perché ognuno di noi intende le cose a seconda di
quello che è il suo pensiero principale.
Delfina: Siamo a
scuola e noi siamo tutti allievi.
Luigi: Guarda
che aula magnifica ha fatto Dio per te. “Il
vostro parlare sia: sì, sì, no, no” dice Gesù, perché il vero parlare è
quello di Dio. E il parlare di Dio è sempre una proposta; in quanto ti fa una
proposta, la tua risposta è “sì” o “no”.
Tu puoi trovare tante scusanti, ma chi ti ha fatto la proposta capisce solo una
cosa: o il tuo “sì” o il tuo “no”.
Pinuccia: Gesù
dice: “In realtà noi parliamo e
testimoniamo quello che sappiamo; perché voi non accettate la nostra
testimonianza?”.
Luigi: Gesù si
riferisce a un proverbio che citavano spesso i farisei. Comunque la cosa
importante è l'opposizione tra “noi” e “voi”; “voi allievi” e “noi maestri”. Il
fariseo si vantava di essere il maestro; i farisei si vantavano di insegnare al
popolo, che erano tutti degli allievi. Ad un certo momento Gesù fa capire
che Dio solo è il Maestro e che tutti noi siamo allievi. Gesù sta parlando
con una certa classe sociale e adopera un argomento “proverbio” che era il
cavallo di battaglia dei farisei. Nel campo dello spirito è Dio che parla e
parla di ciò che sa, perché ha in Sé la ragione di Sé.
Non accettare la parola di
Dio, ti mette in una posizione di colpa. Tu non puoi non accettare perché: “non
capisco”, oppure perché: “per me le cose sono diverse”. Tu devi accettare anche
le cose che non capisci, in attesa di capire. Se tu oggi non accetti le cose
che non capisci, non arriverai a capirle domani, perché le escludi. Invece
se tu le accetti con il desiderio di arrivare a capirle, cioè ti impegni, tu
arriverai a capire. Perché le parole che arrivano a te, portano in sé una
promessa. Perché se Dio ti fa arrivare una sua parola, di una sua realtà che
tu non vedi e non tocchi, è perché ti fa la promessa che vuole comunicarti
questa realtà. Però è necessario che tu accolga questo annuncio, che ti
impegni in questo annuncio, perché la realtà non può arrivare a te se non ti
impegni, perché “viene dato a chi
domanda, viene aperto a chi bussa”. Allora, c'è tutta un'opera di Dio
che viene a te senza di te per far sorgere in te il desiderio di capire. Se
tu desideri capire e ti impegni, c'è tutto un mondo (ed è il mondo
trascendente, il mondo delle cose eterne), che si può comunicare a te per
quello che tu lo cerchi, per quello che tu lo pensi. Perché Dio si rivela
soltanto al suo Pensiero. Se in te non si è formato il Pensiero di Dio, tu
non puoi ricevere niente di Dio. Perché Dio comunica tutto al suo Pensiero.
Senza che si sia formato in te il Pensiero di Dio tu ricevi i segni di Dio, ma
non puoi ricevere Dio.
Siccome Dio si comunica
solo al suo Pensiero che è infinito (infinito e infinito si comunica, c'è
comunione), non può comunicarsi al tuo pensiero che è finito. Tu non puoi
passare dal tuo finito all'Infinito. L'unico ponte per arrivare all'infinito è
quello del Pensiero di Dio in te. Questo Pensiero di Dio, Dio l'ha posto in te;
poi parla a te di cose che ancora non vedi, nei tuoi pensieri, affinché tu
abbia ad avere il Pensiero di Dio, quindi a desiderare quella cosa che ti viene
da Dio, per poter realizzarla, cioè per trovarla come Realtà oggettiva.
* * *
Venerdì 6 febbraio
2015
(tratto dalla cassetta del 5.2.1993)
(Mc 6,14-29)
Bruno: In questo brano di vangelo il Signore mi fa notare tutti
i vari aspetti dell’essere umano.
Luigi: Si, infatti non per niente Erode deriva da eros. Dice
che Erode ascoltava volentieri Giovanni il Battista. Ma il fatto è che non
basta ascoltare volentieri parlare di Dio, può anche far piacere, ma non basta
essere soddisfatti di questo. Bisogna arrivare a capire, comprendendo entri in
quello che è il rapporto eterno, mentre i sentimenti passano.
Bruno: Erodiade incarna il desiderio di possesso.
Luigi: Si, infatti viene tagliata la testa al Battista perché
la testa dà sempre fastidio. Rappresenta la donna che non accetta la verità, è
la donna che pensa a se stessa: è Eva che tenta Adamo: “Il serpente mi ha detto che
saremo come detto che saremo come dèi”.
Bruno: Erode era disposto a dividere con Salomè la metà del suo
regno.
Luigi: Qui si vede un riferimento a Satana che tentando Gesù,
aveva promesso il suo regno. Sotto sotto c’è il desiderio di possesso che è
conseguenza dell’io autonomo.
Bruno: Il fatto che Salomè danzando seduce Erode cosa
significa?
Luigi: Osserva ciò di cui vivono gli uomini giorno per giorno:
vivono di questa danza del mondo. Aprono i giornali per vedere come ha danzato
un uomo piuttosto che un altro. E poi quando si incontrano tra di loro dicono: “Hai visto come ha danzato quell’uomo?”,
“Hai visto come ha danzato l’altro?”. Il loro è tutto un parlare dei
danzatori del mondo e delle loro danze. E il problema di Dio dov’è? Si corre il
rischio di andare dietro a ciò che fa uno, a ciò che fa l’altro, a ciò che ha
detto uno e al ciò che ha detto l’altro, e l’anima viene meno. Viene tagliata
la testa, cioè si perde il pensiero, si perde il contatto col principio.
Gabri: Chi è responsabile di questo omicidio? La madre o la
figlia? Perché Erode era rammaricato.
Luigi: Non basta essere rammaricato! Come ci si stacca da Dio,
c’è questo peccato che opera, che lavora in tutto e in tutti: opera in Erode,
opera in Pilato. Fintanto che tu non ti assumi personalmente la responsabilità
di ciò che è vero, di ciò che vale più di tutto, di ciò che va messo prima di
tutto, fintanto che non ti prendi la responsabilità di pagare di persona per
ciò che Dio ti fa capire che è vero, ti esponi a tutti i delitti, a tutti i
tradimenti a tutte le colpe. Basta solo che Dio ti mette nell’occasione, tu sei
aperta al delitto perché hai già commesso il delitto interiormente. Questo
accade se non ti assumi personalmente la responsabilità di ciò che Dio ti ha
fatto capire che è vero. Puoi essere una santa, puoi essere un’ottima persona,
magari tutti ti lodano per la tua bontà, ma tu, implicitamente, hai già
commesso tutte le colpe possibili. È soltanto questione di occasione. Erode è
in questa situazione perché si dilettava, faceva salotto a sentire parlare
Giovanni il Battista: questo non basta. Bisogna assumersi la responsabilità di
ciò che l’altro ti presenta come vero. Altrimenti, davanti all’occasione, tu
tradisci: è più forte di te. Tradisce Erode, tradisce Erodiade, tradisce
Salomè, tradiscono tutti.
Alma: La tentazione è una prova che mette in crisi l’amore.
Luigi: Ma Gesù l’ha fatto per noi perché noi ci troviamo in
questa situazione. Per noi c’è la tentazione ma per Dio no! Gesù incarna questa
situazione per farci vedere come se ne esce. Se ne esce mettendo Dio prima di
tutto. Infatti Gesù ne esce dicendo: “Adorerai
il Signore tuo Dio e adorerai Lui solo!”. Il Figlio di Dio si caratterizza in questa totale
sottomissione al Padre. La tentazione ti viene presentata perché ciò che tu
scrivi, ciò che tu fai, ti viene ripresentato. Ciò che ti viene ripresentato è
tentazione cioè tentativo all’azione. Ma questo deve essere subordinato
all’intelletto, allo spirito. Se non riferiamo le cose a Dio, corriamo il
rischio di lasciarci dominare da quel tentativo all’azione che mi viene dalle
cose o dal mio corpo. Nella prova sei sollecitato ad essere fedele. Chi è
sposato è sollecitato a tradire, è tentato all’azione da ogni uomo o donna che
incontra. Di per sé la prova è positiva perché tende a rafforzarti nell’amore, a
restare fedele, quindi a farti crescere la capacità di amare: però ti fa anche
correre il rischio.
Giovanna: In tutta questa negatività..
Luigi: Devi cercare di vedere l’aspetto positivo. Devi
prenderti personalmente la responsabilità di ciò che riconosci vero. Pilato non
si è assunto la responsabilità dell’innocenza di Gesù, anche se aveva
riconosciuto la verità: “Non
trovo in lui nessuna colpa”. E
perché poi non si è assunto la responsabilità? Aveva l’autorità per farlo.
Perché è subentrato il problema della carriera, del pensiero di sé. Quindi,
come in Pilato è entrato in gioco il pensiero di sé, la paura di perdere la
poltrona, così anche Erode, per la parola data ai commensali, per paura di fare
una brutta figura, non si è assunto la responsabilità della verità al di sopra
della brutta figura. Tutto ciò è incarnazione, è lezione di Dio per ognuno di
noi per farci capire: “Stai attento,
perché se tu non muori a te stesso, quindi anche alla carriera, alla figura, a
ciò che dicono gli altri, tu non puoi assumerti la responsabilità della verità,
tu devi vendere la verità!”. Ci sono sempre quei trenta denari che entrano
in gioco.
Silvana: Morto Giovanni Battista, si presenta Cristo.
Luigi: Si, però vedi che ormai Erode è succube del suo delitto perché
in Gesù viene riflesso il suo delitto: “E’ Giovanni Battista risorto”. Ciò significa che noi diventiamo succubi dei nostri
rifiuti. Possiamo venire salvati solo da colui che abbiamo ucciso, dal nostro
delitto. Erode può essere salvato solo da Giovanni Battista che ha ucciso, è
legato a lui. Ecco perché Cristo si lascia uccidere perché così facendo, ci
lega a Sé.
Pinuccia: Ognuno di noi è salvato dalla sua vittima. Ora, nella
storia personale di ognuno di noi, non c’è per tutti, esternamente una vittima.
Luigi: C’è sempre una vittima.
Pinuccia: La vittima è il Cristo.
Luigi: Si.
Pinuccia: Ma necessariamente Cristo si manifesta in una vittima
esteriore? Alla nostra portata, nella nostra vita personale?
Luigi: La vittima è Lui stesso.
Pinuccia: Quindi uno può condurre una vita pacifica con tutti,
apparentemente nessuna vittima, neanche vittima morale….
Luigi: Arriva un momento in cui tu scopri che hai ucciso il
Cristo
* * *
Mercoledì 11 febbraio 2015
(Tratto dalla cassetta del 10 febbraio 1993)
“Così
neanche voi siete in grado di comprendere?”
(Mc
7,14-23)
In quel tempo, Gesù,
chiamata di nuovo la folla, diceva loro: «Ascoltatemi tutti e comprendete bene!
Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono
le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro».
Quando entrò in una casa, lontano dalla folla, i suoi discepoli lo
interrogavano sulla parabola. E disse loro: «Così neanche voi siete capaci di
comprendere? Non capite che tutto ciò che entra nell’uomo dal di fuori non può
renderlo impuro, perché non gli entra nel cuore ma nel ventre e va nella
fogna?». Così rendeva puri tutti gli alimenti.
E diceva: «Ciò che esce dall’uomo è quello che rende impuro l’uomo. Dal di
dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male:
impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza,
invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori
dall’interno e rendono impuro l’uomo».
Parola del Signore
Cina: Non è quello che arriva a me che mi fa male ma è quello
che parte da me.
Luigi: Si, tutto ciò che parte dal pensiero del nostro io ci
intossica.
Delfina: Quello che fa male all’uomo è ciò che ha interiorizzato:
è questo che lo contamina.
Luigi: E’ l’intenzione che contamina. Invece se l’uomo
interiorizza la Parola di Dio, è l’intenzione di Dio che parla, e questa
purifica tutto.
Sandra: L’uomo è in formazione, per cui ogni cosa che gli arriva
è diversa da quella precedente.
Luigi: Certo, infatti non ti puoi bagnare due volte nella
stessa acqua come non puoi incontrare due volte lo stesso avvenimento. Più ti
volgi indietro per cercare di rivivere lo stesso avvenimento, più sperimenti il
fallimento. Vai avanti! Perché c’è uno sviluppo che si deve compiere. Se
vai avanti, trovi una vita sempre più piena, sempre nuova.
Franco: Il significato ci viene dall’interno, perché Dio è
dentro di noi.
Luigi: Il significato viene dal pensiero e il pensiero è
proprio della persona. La banalità è cosa comune a tutti, mentre il pensiero
è singolarità ed è proprio della persona.
Osvaldo: “Siete anche voi
privi di intelletto?”.
Luigi: E’ un’espressione di delusione. Gesù sta dicendo che
fintanto che la cosa arriva a te, non ti fa male. Se tu dici: “io scappo da quella cosa perché mi fa
male”, quindi se senti il bisogno di scappare, si denota che c’è un
disordine interiore perché tutto è opera di Dio. Dio stesso creando, e la
creazione continua, dice: “Tutto è fatto
molto bene”. Ma è fatto molto bene relativamente al destino dell’uomo. Per
cui se io oggi cammino su una strada perversa che non mi conduce al mio
destino, Dio mi lancia una pietra e mi dice: “Tutto è fatto molto bene”.
Quella pietra mi schiaccia, però: “Tutto
è fatto molto bene”; per il mio destino è fatto molto bene perché sto
deviando.
Pinuccia: Pensavo alla difficoltà che ha l’uomo a penetrare nelle
cose di Dio.
Luigi: Si, la difficoltà è un dono meraviglioso, perché più
la cosa è difficile e più ti prende, più ti libera da tante cose. Invece la
cosa facile, la disprezzi, la butti nel cestino. La vita con Dio diventa un’avventura stupenda proprio perché è difficile.
Bruno: Ma non capisco nella Genesi, quando Dio crea l’uomo,
maschio e femmina.
Luigi: Dio non creò l’uomo maschio e femmina, altrimenti
l’avrebbe creato ermafrodita; Dio creando Adamo, “Li creò maschio e femmina”. Dicendo maschio e femmina, non dice
uomo e donna. La donna viene dopo, per farci capire che la donna non è
l’animale, non è la femmina, non è il sentimento. Nella donna c’entra anche
l’uomo, perché Dio la fa sognare all’uomo, lo fa partecipare.
Bruno: Il serpente è creato dal Signore ed è la più astuta di
tutte le sue creature.
Luigi: Perché noi giustifichiamo tutto con il sentimento. La
donna, essendo nata da un sentimento, dal desiderio dell’uomo, è colei che
realizza il suo sogno. Infatti Adamo dice: “Ecco
l’osso delle mie ossa, carne della mia carne”. L’uomo è un
sognatore, nell’uomo prevale il sogno però per lui è molto difficile la
realizzazione del sogno, ha bisogno di un’integrazione di anima per poter
realizzare ciò che per lui rimarrebbe solo un ideale. Con molta facilità
l’uomo resta a metà strada mentre la donna è colei che porta a compimento. La
donna ricevendo il seme, fa vedere all’uomo come maturare il seme, come si
porta a compimento, come si dà alla luce. Proprio perché la donna è costituita
dal desiderio dell’uomo, (perché altrimenti l’uomo non l’avrebbe come
compagna), la donna è portata, avendo una psiche diversa dall’uomo e non solo
una diversa natura, ragiona in modo molto diverso dall’uomo. Ora, se la
donna non mette Dio prima di tutto e non supera il suo io, resta in balia del
sentimento perché per lei il sentimento è la realtà (mentre per l’uomo la
ragione è la realtà, è dominato dalla logica), la donna tende a
strumentalizzare, a sottomettere l’uomo al suo sentimento, al suo cuore, perché
per lei quella è la realtà. Ecco perché si crea il conflitto tra l’uomo e la
donna. La soluzione si ha solo se tutti
e due mettono Dio prima di tutto e accettano di superare il pensiero del
proprio io.
Pinuccia: Non capisco perché Dio prima ha presentato ad Adamo
tutte le creature e poi ha creato Eva.
Luigi: Perché Dio vuole che Adamo sia consapevole di come deve
essere la donna, gli ha presentato tutte le creature, cioè tutte le femmine.
Adamo non ha trovato un aiuto simile a sé. Perché? Perché lui aveva bisogno
dell’assoluto e la femmina non ha bisogno dell’assoluto, ma ha bisogno di
accoppiarsi. Invece la donna incarna lo stesso bisogno di Adamo, il bisogno
dell’assoluto, ha lo stesso fine dell’uomo: conoscere Dio.
Domenico: Allora che differenza c’è tra l’uomo e la donna? Adamo
non poteva dialogare con un altro uomo?
Luigi: Tu concepisci una cosa soltanto quando capisci che differenza
c’è tra quella cosa e tutto il resto. Prima sei grossolano, non concepisci.
Concepisci la stella alpina quando puoi distinguerla da tutti gli altri fiori.
Concepisci la donna solo quando capisci che differenza c’è tra la donna e
l’uomo. Prima no! Prima non capisci né cos’è l’uomo, né cos’è la donna. Può
darsi che uno abbia vissuto con una donna per tanti anni, oppure che abbia
avuto tante donne ma non aver ancora concepito la donna. E non è una questione
di sesso.
Domenico: Ma nel cammino verso la formazione del pensiero puro che
può concepire il Padre che valore ha sapere la differenza tra l’uomo e la
donna?
Luigi: La donna è l’aiuto grandissimo di cui si ha bisogno
affinché l’uomo possa portare a compimento quello che ha concepito. Quando
inizi un cammino con una compagna è perché hai bisogno di un’integrazione nel
cammino verso la conoscenza di Dio. La donna ti insegna come si fa a portare
alla luce quello che hai concepito. Guarda un po’ cosa ti insegna!
Domenico: Ma questo è Cristo che me lo insegna.
Luigi: La donna insegna a te, uomo in cammino (perché
evidentemente hai bisogno di saperlo), come si fa a portare alla luce quello
che si ha concepito. Dopo l’incontro col Cristo tutte le creature sono
superflue come presenze fisiche, bisogna però capirne il significato presso Dio.
* * *
Mercoledì 20 aprile
2016
(tratto dalla
cassetta 33 del 5.5.1993)
“Chiunque crede
in me non rimane nelle tenebre”
(Gv 12,44-50)
In quel tempo, Gesù
esclamò:
«Chi crede in me, non crede in me ma in colui che mi ha mandato; chi vede me,
vede colui che mi ha mandato. Io sono venuto nel mondo come luce, perché
chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre.
Se qualcuno ascolta le mie parole e non le osserva, io non lo condanno; perché
non sono venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo.
Chi mi rifiuta e non accoglie le mie parole, ha chi lo condanna: la parola che
ho detto lo condannerà nell’ultimo giorno. Perché io non ho parlato da me
stesso, ma il Padre, che mi ha mandato, mi ha ordinato lui di che cosa parlare
e che cosa devo dire. E io so che il suo comandamento è vita eterna. Le cose
dunque che io dico, le dico così come il Padre le ha dette a me».
Cina: “Le cose che io vi dico le dico come il Padre le ha dette
a me”.
Luigi: Il Padre non dice delle parole, è il
pensiero che ci fa agire: a seconda del pensiero che tu porti dentro, agisci.
Gesù ce lo dice perché ci insegna il “come”. Lui ci dice le cose affinché anche
noi sappiamo “come” dobbiamo arrivare. Dobbiamo arrivare a questo livello: “Il figlio non fa niente se non lo
vede fare dal Padre”. Lo dice per noi, per insegnare a noi come si comportano i figli di Dio,
come si diventa figli di Dio. Quindi, fintanto che io agisco di mia iniziativa,
evidentemente non sono figlio di Dio. Ma soltanto quando comincerò a capire che
non posso pensare, parlare, né agire se non vedo come Dio opera, se non vedo
l'intenzione di Dio, incomincerà il problema. Perché finché io agisco di testa
mia, di mia iniziativa, o sotto l'iniziativa degli altri, non sono figlio di
Dio. Io sono figlio di Dio in quanto Dio è il mio movente, in quanto Dio è “mio
Padre”.
Dio, “Mio padre”, cosa vuol dire? Che è Lui che mi motiva ad agire in un
determinato modo. Se alla domanda “perché mi dici questo?”, io rispondo “perché
Dio è così!”, ho Dio come Padre, sono mosso da Dio. Altrimenti sono mosso da
altro. Gesù parlando a noi, insegna a noi, ci dà la possibilità di diventare
figli di Dio, in quanto ci fa capire come si vive da figli di Dio.
Delfina: “…la parola che ho annunziato lo condannerà nell'ultimo
giorno”.
Luigi: La parola di Dio è una proposta. In
quanto è una proposta posso accoglierla o rifiutarla; se la rifiuto mi giudica;
se l'accolgo mi salva. Se uno mi propone un luogo, devo andare dove mi viene
proposto. Se ci vado, arriverò in quel posto; se invece rifiuto, non arriverò
mai. Dunque è la parola che avevo ascoltato che mi giudica.
Delfina: Si, ma Dio opera convincendo...
Luigi: Si, opera convincendo, ma propone. Lui
mi propone una cosa e se io ascolto, se tengo presente Dio, dico: “E' giusto!”,
accolgo la proposta. Se invece tengo presente altro da Dio, non aderisco alla
proposta perché ho paura di perdere; non arriverò a vedere ciò che mi era stato
proposto.
Franca: “Il Figlio non fa niente se non lo vede fare dal Padre”.
Luigi: Se il Figlio non lo vede fare dal
Padre, il Figlio non lo fa. Perché il Figlio è figlio in tutto, il Figlio è il
Pensiero del Padre. Gesù queste parole le dice per noi, perché noi facciamo tutto
senza vedere che è Dio che fa. Perché noi facciamo le cose? Ad esempio:
mangiamo perché abbiamo fame, non perché lo vediamo fare dal Padre. Facciamo
tutto perché ci piace, non perché lo vediamo fare dal Padre. Invece il Figlio
non fa niente se non lo vede fare dal Padre e insegna a noi, perché anche
noi dobbiamo imparare a vivere nel Pensiero di Dio. Per cui, non muoverti
se non vedi il Pensiero di Dio. Là dove non vedi l'intenzione di Dio, non
fare, non muoverti. Fintanto che sei nella luce, fintanto che vedi
l'intenzione di Dio, puoi camminare. Dove non vedi l'intenzione di Dio, non
camminare perché ad ogni passo sbaglieresti; l'errore poi ricade su di te, ti
condiziona. Allora Dio ci insegna, perché siamo noi che possiamo non vedere il
Padre che fa; siamo noi che possiamo non vedere! Noi possiamo trovarci in
situazioni in cui non vediamo Dio, non vediamo quello che vuole Dio, non
conosciamo l'intenzione di Dio. Allora Dio ci dice: “Quando non vedi
l'intenzione di Dio sei nella notte! Nella notte non camminare perché cadi,
inciampi!”. La notte non è per Dio, la notte è per noi. Quindi è per noi che
dice: “Guarda
che il Figlio non fa niente se non lo vede fare dal Padre”. Allora anche noi dobbiamo imparare.
Pinuccia: “Il Padre opera sempre”.
Luigi: Se tu pensi che il Padre è il Creatore
di tutto, che è il Signore di tutto, capisci che il Padre opera sempre! Ma la
Bibbia dice che “Il
Signore di sabato si riposa”, ed è un segno da capire, è per noi! Il Padre opera anche nel sabato,
infatti Gesù dice che il Padre opera anche di sabato. Quando Gesù guariva un
malato di sabato gli dicevano: “Tu
non puoi guarire un malato di sabato perché di sabato non si può lavorare” e Gesù rispondeva loro: “Mio Padre lavora anche di sabato
e quindi anche io opero”. Questo è logico, perché Dio è il Creatore di tutto, Lui è il principio di
tutto quindi è Lui che opera in tutto: opera nel filo d'erba, opera nelle
stagioni, opera nel tempo che passa, nel sole, nella luna e opera in ognuno di
noi. È sempre Dio che opera in tutto. Siamo noi che dobbiamo imparare a non
muoverci quando non vediamo Dio che opera. Non è che quando non vedo Dio che
opera, Dio stia fermo; sono io che non lo vedo!
Pinuccia: Non agire di nostra iniziativa vuol
dire non reagire all'emozione?
Luigi: Vuol dire non lasciarti muovere dal
pensiero del tuo io. Se alla domanda: “perché fai questo?”, rispondi: “perché
poi chissà quell'altro cosa dice!”, è
perché sei motivata dal pensiero del tuo io. “Perché fai questo?”, “Perché mi
piace!”, sei mossa dal pensiero del tuo io. “Perché vai a ballare? Sei forse
mossa dal Pensiero di Dio?”, “No, perché mi piace”, sei mossa dal sentimento,
vai per provare sensazioni di piacere. “Perché giri per il mondo?”, “Perché mi
piace girare il mondo, vedere cose nuove”, anche qui sei mossa da altro da Dio,
non dall'intenzione di Dio; e l'iniziativa diventa tua. Quando tu ti
giustifichi in qualche cosa di diverso da Dio, l'iniziativa è tua; quando
invece ti giustifichi in Dio, dicendo: “Faccio questo perché per me Dio è il
problema principale!”, allora sei mosso da Dio.
* * *
Mercoledì 27 aprile 2016
(cassetta del 4.5.1988)
“Io sono la vite e voi i tralci”
(Gv 15,1-8)
Cina: “Senza di me non potete fare niente”...
Luigi: Bisognerebbe leggere con una piccola modifica: “Senza
di me fate niente” anziché dire: “Senza di me non potete fare niente”.
Perché senza di Lui, noi facciamo niente, cioè perdiamo tutto: facciamo
veramente niente e noi stessi siamo ridotti a niente, senza di Lui. Infatti
Gesù dice: “Vi sarà tolto anche tutto quello che credete di avere”;
“tolto” quindi “lo perdete”, quindi: “Fate niente”. Il nostro io ha
questa terribile possibilità: può fare niente, quindi può perdere tutto.
Con Dio si raccoglie tutto, senza Dio si perde tutto: anche quello che crediamo
di avere. Anche la fede si perde, anche l'intelligenza, anche la volontà, anche
la vita: si perde tutto, si riduce tutto a niente. E si resta soltanto con la
coscienza di essere rimasti con niente. “Ho passato tutta la vita e non mi è
rimasto niente: ecco il niente che ho fatto”. Uno resta di fronte a questo
niente; ci è imposto! Quindi: fatto niente. Perché? Perché non hai tenuto conto
di Dio. Con Dio si fa tutto, senza Dio si fa niente e si constata che si è
fatto niente.
Delfina: “Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi
chiedete quel che volete e vi sarò dato”, se siamo uniti a Dio le volontà
si uniscono perché non possiamo chiedere cose diverse dalla sua volontà.
Luigi: Chi è con Dio sa che tutto viene da Dio e che tutto deve
venire da Dio, per cui chiede una cosa sola: di capire, di conoscere il suo
pensiero, la sua volontà. “Signore, che io conosca il tuo volto, che io
conosca Te, tutto mi basta!”. Perché tutto è già dono di Dio, opera di Dio e
Dio sa meglio di noi ciò di cui abbiamo bisogno: non c'è nemmeno bisogno di
chiederglielo. Non c'è nemmeno bisogno di chiederglielo perché Lui lo sa prima
di noi. Noi non eravamo un tempo, eppure ci ha dato tutto, dandoci la vita
ci ha dato tutto. Non glielo abbiamo chiesto, non sapevamo neanche come
chiederglielo; un bambino non sa mica cosa chiedere. Ha il papà e la mamma che
provvedono perché loro sanno ciò di cui il bambino ha bisogno. Tutto è segno.
Nei riguardi del Signore noi siamo come dei bambini: è Dio che provvede, Lui sa
ciò di cui abbiamo bisogno. Anche quando ci manda dei dolori o non ci dà certe
cose, c'è un significato profondo! Allora più che chiedere, o dire al Signore:
“Signore toglimi questo o dammi quello”, dobbiamo cercare di capire il perché,
il significato di quello che Dio ci dà o che non ci dà. È più importante il
significato, dell'avere una cosa o di non averla. Cioè il Pensiero di Dio è
molto più importante di tutto il resto.
Giovanna: “Ogni
tralcio che porta frutto lo pota” in che cosa consiste la potatura?
Luigi: Consiste
nel distacco. Potare vuol dire togliere. È Dio che quando vede che cominciamo a
cercarlo, incomincia a togliere tutto quello che ci impedisce di conoscere Lui,
per cui ci libera da tante cose in modo che possiamo dedicarci più intensamente
a ciò per cui siamo stati creati. Perché noi partiamo, abbiamo interesse per
Dio, ma abbiamo anche tante altre cose. Queste altre cose invece di aiutarci ci
disturbano, ci impediscono di produrre dei frutti; allora Dio pota. Noi magari
diciamo di aver ricevuto una disgrazia, invece è Dio che a poco per volta, ci
toglie tutto quello che ci impedisce di occuparci di Lui, tutto ciò che ci
toglie la disponibilità interiore, che ci toglie il tempo, che ci impedisce di
intensificare la nostra dedizione a Dio. Perché a Dio si arriva con una dedizione totale, con un pensiero puro, la
Vergine. Pensiero puro vuol dire Pensiero Unico. Dio ci toglie tutte le
altre cose perché possiamo portare più frutto.
Giovanna: “Voi
siete già mondi per la parola che vi ho annunziato”, i discepoli sono già mondi
cioè non sono più da potare...
Luigi: Mondo
vuol dire purificato. Perché la parola di Dio lava, purifica; sei “mondo” in
quanto sei orientato, perché quello che ci sporca sono gli orientamenti
diversi, amori diversi, interessi diversi, tutto questo sporca. Invece la
parola di Dio, siccome è una proposta a mettere prima di tutto l'essenziale, ci
orienta e intanto ci lava, ci purifica. Quanto più camminiamo, tanto più siamo
lavati, purificati fino alla purificazione del Pensiero unico. L'opera principale
della parola di Dio è farci fare il bagno, lavarci, orientarci. Senza la parola
di Dio noi siamo disorientati, perché crediamo che la vita valga per mangiare,
per vestirci, per far carriera, per una posizione, una famiglia. La parola di
Dio viene nella nostra vita e ci orienta: “Cerca Dio prima di tutto, non
preoccuparti di niente, ci penso a tutto io”. Se crediamo siamo orientati.
Certo,
quando uno si orienta verso un fine, il carico di tutti gli impegni che si è
assunto durante tutta la vita, le abitudini, le tradizioni, gli pesano! Però
quell'orientamento ha lavato, poi man mano che cammina avverrà il lavoro di
purificazione.
Domenico: “Chi
rimane in me ed io in lui porta molto frutto”; aveva
già detto: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me ed io
in lui”..
Luigi: Lui
precisa: non basta che noi rimaniamo in Lui, bisogna che Lui rimanga in noi.
Dobbiamo percepire questo, perché noi il più delle volte pensiamo che sia un
atto di volontà. Invece Lui precisa dicendo: non basta che tu pensi me
bisogna che ci sia io in te; è quell'io, quella presenza che mi fa rimanere
in Lui. Mangiare la sua carne e bere il sangue cosa vuol dire? Vuol dire
assimilare la parola dell'incarnazione: è Dio che si manifesta a noi. Quindi
assimilare vuol dire prendersi la responsabilità di quello che il Cristo
subisce, di quello che Lui porta, della sua morte. E' il cercare di capire che
ci porta a questa presenza.
Teresa: “Voi
siete già mondi per la parola che vi ho annunciato!”; sarebbe più facile
capire se avesse detto: "Voi siete mondi per la parola che avete
accolto", perché nell'annuncio non c'è ancora l'adesione da parte
dell'uomo...
Luigi: La parola
che ci viene annunciata ci offre la possibilità, ma va creduta, va ascoltata,
va custodita, va meditata
Teresa: Qui
sembra che lo dia per scontato..
Luigi: Chi opera
è la parola, ma la parola non opera mai automaticamente. Tutte le alleanze
che Dio fa con l'uomo (e la parola è un'alleanza), non le fa meccanicamente,
in modo magico, ma le fa sempre con partecipazione della creatura.
Quindi la parola di Dio che arriva a noi è un segno. Questo segno ci propone
qualche cosa: “Vieni a pranzo, vieni alle nozze”; la parola di Dio in
quanto arriva a noi è sempre una proposta.
È la
parola di un Essere infinito che parla con me, parlando con me mi propone. Ma
quando mi ha fatto la proposta, non è che sia finito tutto! Mi ha fatto una
proposta. Adesso sono io che devo rispondere: posso andare o posso non andare.
L'invito diventa efficace se io accolgo, se parto. Se parto devo dire che
l'opera è stata tutta della parola, la grazia è tutta della parola; quindi è la
sua parola che mi lava, purifica, che mi fa partire, che mi fa partecipare alle
nozze: è la sua parola! Non dirò mai: è la mia!
Se invece
non vado, mi assumo la responsabilità del rifiuto, perché la parola mi è
arrivata ma io l'ho rifiutata; in tal
caso la colpa è mia.
*
* *
Venerdì 13 febbraio
2015
(tratto dalla cassetta del 12.2.1993)
(Mc 7, 31- 37)
In quel tempo, Gesù, uscito
dalla regione di Tiro, passando per Sidòne, venne verso il mare di Galilea in
pieno territorio della Decàpoli.
Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. Lo prese in
disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva
gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli
disse: «Effatà», cioè: «Apriti!». E subito gli si aprirono gli orecchi, si
sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente.
E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo
proclamavano e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire
i sordi e fa parlare i muti!».
Parola del Signore
Agata: Nella Genesi si dice che si aprirono gli occhi di tutti
e due; perché? E poi nel Vangelo Gesù apre gli orecchi a un sordo.
Luigi: Dio apre gli occhi ad Adamo ed Eva perché prima vedevano
solo il bene, in quanto ricevevano tutto da Dio. Per chi cerca Dio prima di
tutto non esiste il male; perché ricevendo tutto da Dio, anche ciò che per
noi è amorale, dialogandolo con Dio, cercando il significato presso Dio viene
liberato. È quando restiamo a metà strada, quando siamo autonomi da Dio, che
tutto ci fa male.
Franco: Perché si nascondono dopo il peccato?
Luigi: Significa che stanno sperimentando l’assenza di Dio.
Franco: Allora è Dio che si nasconde.
Luigi: No, sei tu che ti nascondi. Dio è sempre presente! Tu
non puoi intellettualmente (non con il cuore, non sentimentalmente), dimostrare
che Dio sia assente. L’esperienza dell’assenza, del niente, è relativa.
Quando si parla di relatività si presuppone che ci sia un dato personale
relativo a te. La realtà in sé, la verità, esiste indipendentemente da te, è
trascendente te, non è condizionata da te. Non puoi annullare Dio, non puoi
rendere assente Dio. Invece puoi fare l’esperienza sentimentale dell’assenza di
Dio: puoi non sentirlo, non ascoltarlo, puoi fare esperienza della sua morte;
ma intellettualmente non puoi dimostrare che Dio sia morto, che sia assente,
che non parli, perché la verità trascende.
Franco: Allora mi nascondo quando non faccio emergere questo
dato intellettuale.
Luigi: Ti nascondi quando lasci dominare dentro di te il cuore,
il sentimento, quando l’intelletto passa in secondo piano. E resti succube di ciò
che hai messo prima di tutto: il cuore; e diventa dominante, per cui non senti
più Dio. Dio appartiene al campo dello spirito: “Dio è spirito e verità e
vuole adoratori in spirito e verità”.
Franco: Quindi l’assenza di Dio, se emerge il dato intellettuale,
è dimostrazione che Dio è presente.
Luigi: Si, ma la dimostrazione ce l’hai soltanto
intellettualmente, altrimenti sperimenti solo l’assenza, non puoi fare
diversamente. Ad un malato immaginario, è inutile che tu gli dica che la sua malattia
è un’immaginazione; lui muore per quella sua immaginazione. L’umanità muore di
paura: la paura è fatta di niente, intanto si muore e si muore di paura. Il
niente ti può uccidere.
Maria: Perché Gesù ha portato il sordomuto in disparte, lontano
dalla folla e altre volte no?
Luigi: Perché Dio ci cura personalmente; Dio non vuole che
gli altri siano spettatori dei nostri mali, Dio ci cura in segreto. Qui
notiamo la delicatezza di Dio nei nostri riguardi.
Agata: “Ha
fatto bene ogni cosa, fa udire i sordi e fa parlare i muti”.
Luigi: Profondamente dicono una cosa molto vera, perché
effettivamente è soltanto Dio che apre i nostri orecchi all’ascolto e che apre
le nostre labbra a parlare. Se Dio non apre i nostri orecchi, noi ascoltiamo
soltanto delle sciocchezze e se Dio non apre le nostre labbra, parliamo il
“politichese”, non diciamo assolutamente niente, parole che sono soltanto
rumore, suono, ma non comunicano niente, non hanno anima. È Dio che mi deve
aprire all’ascolto ed è Dio che mi deve far parlare, non un altro motivo, non
un’altra intenzione. Per cui se sto prestando l’orecchio a un motivo
diverso da Dio, è segno che è il mio io che mi apre l’orecchio a far attenzione
a delle banalità. Infatti quando uno si accorge che qualcuno sta parlando di
lui, e sta molto attento alle parole che si dicono, è perché il suo io è molto
interessato. Invece se avessimo tanto interesse per Dio, saremmo molto attenti
quando si parla di Dio e lasceremmo scivolare tutto il resto. Quindi deve
essere Dio che apre i nostri orecchi ad ascoltare ed è Dio che deve aprire la
nostra bocca a parlare o a non parlare.
Franco: Però è strano che anche se Gesù dice di non parlare,
parla lo stesso.
Luigi: La natura dominante è la natura femminile, sia nell’uomo
che nella donna. Perché l’uomo è fatto maschio e femmina e qui è la componente
femminile che domina. E’ molto difficile tacere, custodire, portare a
compimento nel silenzio.
Dafne: Ma perché Dio vuole nascondere il miracolo.
Luigi: Perché quello che Dio ti dona, ed è sempre un miracolo
quello che Dio ti dona di luce, deve mettere in te radici profonde, altrimenti
tutti te lo portano via. Se il dono che ricevi da Dio resta in superficie, ti
può entusiasmare un giorno o due, ma poi lo perdi. Bisogna che il dono metta
delle radici profonde, tanto profonde come i larici in montagna, che si
abbarbicano alla roccia, che sono lunghe addirittura dei chilometri. Per cui
anche nella tempesta, nell’uragano, non vengono abbattuti. Se vuoi
acquistare forza, quando Dio ti manda un raggio di luce, stai attenta, perché
quello si deve radicare molto in te, devi meditarlo molto, personalmente con
Dio, in modo che metta delle radici profonde affinché rimanga saldo nella
tempesta, e che tu non sia portata via.
Pinuccia: Il Signore mi ha fatto arrivare questa frase bomba:
cercando la motivazione del perché metto Dio prima di tutto, lì concepisco Dio,
Dio forma Se stesso in me.
Luigi: Appunto, tienilo per te.
* * *
Mercoledì 4 maggio 2016
(cassetta del 11.5.1988)
“Lo Spirito di verità vi guiderà
alla verità tutta intera”
(Gv 16,12-15)
In quel tempo, disse Gesù ai suoi
discepoli:
«Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne
il peso.
Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché
non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le
cose future.
Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà.
Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da
quel che è mio e ve lo annuncerà».
Parola del Signore
Cina: Non siamo capaci di portare il peso della verità...
Luigi: E' Dio che forma in noi la capacità, non siamo noi che
siamo capaci. Più ascolto Dio e più Lui forma in me la capacità di portare la
sua verità. Ma dipende da quanto mi fermo con Lui; è la tanta amicizia con Dio
che mi rende capace di portare la sua verità. È Lui che mi rende capace, non
sono io; per cui, più mi fermo con Lui, più ascolto Lui, e più si forma in me
quella capacità fino a quel livello di infinito che è necessario per portare
Colui che è infinito. Soltanto chi è infinito allo stesso livello di infinito
che è Dio, può portare la verità di Dio. Altrimenti sono in difetto: il finito
non può portare l'infinito, non posso passare dal finito all'infinito.
Delfina: “Lo Spirito di verità che vi annuncerà le cose
future”, cosa sono le cose future?
Luigi: Noi stiamo
andando verso questo futuro: Dio presente in tutto e in tutti. Dio sarà
tutto in noi e tutto intorno a noi. Attualmente noi diciamo: “Dio è in
cielo, ma qui in terra ci sono tante parole di uomini...”, ad un certo
punto tutto diventa opera di Dio. A quel punto è la verità che diventa bella;
ma quando la verità diventa bella ci chiude fuori, non la sopportiamo più;
perché quando la verità diventa bella (cioè informa tutto, perché la verità
diventa ciò che è, presente in tutti e in tutti) se non siamo preparati non
possiamo sopportarla, perché per poterla sopportare dobbiamo averla in noi come
desiderio, come sogno. Se non l'abbiamo sognata, non la sopportiamo. Una
persona che incontro e che non ho sognato, non la sopporto, perché mi disturba.
Delfina: Allora, più non siamo preparati e più lo Spirito...
Luigi: Stiamo andando verso Dio tutto in tutti. Tutto è opera
di Dio, tutto non fa altro che glorificare Dio. E se io cerco di
glorificare me stesso, trovando tutte le creature che glorificano un Altro, mi
sento cacciato fuori, mi sento isolato, non posso far parte, resto rigettato dal
regno di Dio; sono un corpo estraneo, perché tutte le creature glorificano Dio.
Perché se penso a me cerco coloro che mi dicono: “Sei bravo, sei bello, sei
in gamba”; allora io sto con le creature in quanto vedo me stesso
glorificato. Ma man mano che vivo, vedo che le creature non glorificano me,
glorificano Dio. E se io non sono con Dio mi sento cacciato fuori. Il futuro
è questo: tutte le creature glorificheranno Dio, non noi! E se non facciamo parte di
questo coro, ci sentiamo messi fuori. Perché Dio è la verità ed è questa che va
glorificata; noi non siamo la verità.
Delfina: Aumentando la conoscenza noi vediamo le cose sempre più
nella verità...
Luigi: Si. Ad un certo momento la verità si impone. In un primo
tempo si propone, fintanto che abbiamo la possibilità di tradire. Ad un certo
momento si impone, perché la verità è quella che è. Non siamo noi che facciamo
la verità. E quando la verità si manifesta per quella che è, se non l'abbiamo
messa al centro, se abbiamo pensato a noi stessi, a glorificare noi stessi, ci
troviamo sempre più scacciati dalle creature, perché le creature non ci
conoscono più. Noi ci conosceremo per quello che porteremo in noi di Dio; per
quello che avremo glorificato di Dio. Nella vita vera, ognuno di noi conoscerà
l'altro per quello che l'altro porta di Dio. Ma se uno non porta niente di
Dio, resta escluso: non è più conosciuto neanche dalle formiche.
Franco: “Tutto quello che il Padre possiede è mio”,
significa che Dio si rivela in tutta la sua pienezza in ogni sua parola.
Luigi: In un primo tempo noi stiamo su in quanto abbiamo delle
creature intorno che ci sostengono. Ma arriva un momento in cui tutte le
creature non ci sostengono più: per questo dobbiamo affrettarci a camminare. È
come dire: in un primo tempo, quando hai fame prendi un pezzo di pane e la tua
fame è soddisfatta, ma arriva un momento in cui il pane non ti soddisfa più.
Allora bisogna affrettarsi, perché questo è soltanto un cibo che passa. Se Dio
ti concede (perché è una concessione) che le creature attualmente ti diano
vita, ti soddisfino, devi affrettarti a capire la loro funzione. Se invece
incominci a vivere soltanto per le creature, perché nelle creature trovi vita,
arriva un momento in cui resti tradito dalle creature stesse. Devi
affrettarti a capire il significato delle cose: tutto è un segno per imparare a
trovare la tua vita in Dio, e solo in Dio; perché ad un certo momento la tua
vita sarà solo in Dio.
Teresa: Quando la verità diventa bella.
Luigi: La bellezza è l'unità nella molteplicità.
Attualmente noi siamo dominati dalla bellezza che vediamo. Una cosa è bella in
quanto ci dà una carica di vita. La bellezza non è la verità: siamo noi che
confondiamo la bellezza con la verità. La cosa bella ci carica; come è bello
essere con una persona bella! È bella in quanto mi soddisfa: questo è
effetto di ignoranza. Poi man mano che la conosco vedo che non è più bella.
Dico che è bella in quanto è lontana, ma quando è vicina non è più bella,
perché non risponde più al mio desiderio, non risponde più al mio interesse. Ogni
creatura ha i suoi amori, ha i suoi fini, appartiene ad un Altro. È bella
in quanto spero che appartenga a me; man mano che la conosco scopro che
certamente non appartiene a me, perché appartiene a Dio. Ad un certo momento
questa appartenenza a Dio si rivela. Quando mi accorgo che la creatura bella
non appartiene più a me la porta della bellezza si chiude.
Teresa: Però la Verità maiuscola è bella...
Luigi: No, no la
Verità maiuscola non è bella! È bello ciò che tu vedi; la bellezza è quella che
tu vedi. La verità di per sé, Dio, non lo vedi come bello! Lo vedi bello se ti
dà la caramella, lo vedi buono perché ti soddisfa. Nel pensiero del nostro io,
noi diciamo bello e buono ciò che ci soddisfa. Eva non è stata tradita dalla
verità, è stata tradita dalla bellezza e dalla bontà. Ha visto che “il
frutto dell'albero proibito era bello ed
era buono”. Nella nostra vita noi ci lasciamo guidare dal bello e dal
buono. No! lasciamoci guidare dalla verità.
La verità non la vedi come
bella; dopo, quando sarà lei che informa di sé le cose, la vedrai come bella,
poiché riconosci che tutto porta in sé il sigillo della verità, che tutto ti
parla di Dio. E' bello ciò in cui tu vedi un'unità, un pensiero che informa le
cose. Quando la verità di Dio informerà tutte le creature, allora tu vedrai
bella la verità; ma se non sarai passata con Dio, non potrai più
sopportarla.
Attualmente noi sopportiamo
le cose perché per noi sono belle, ci piacciono, non perché piacciono a Dio. È
lì l'errore! Siccome arriva un momento in cui tutte le cose, anche quelle che
ci piacevano, piaceranno solo a Dio e non a noi, ci sentiremo traditi. E questo
è fatale, non c'è niente da fare. Anche se la creatura ti dice: “Sono tutta
tua, sono tutta per te” sarai ingannato, non può essere in modo diverso.
Perché la creatura, volente o nolente ti rivela che non appartiene a te,
appartiene ad un Altro. O superi il pensiero del tuo io oppure non puoi più
essere attratto da quella creatura. Infatti, in termini estremi, morendo ti
tradisce.
Mercoledì 11 maggio 2016
(tratto dagli incontri del sabato sul Vangelo
di S. Giovanni)
“Affinchè siano una sola cosa come noi”
(Gv 17, 11-19)
Nino: Siamo chiamati all’unità, nella comunione col Padre, col
Figlio e con lo Spirito Santo.
Luigi: Evidentemente questa
unità viene dal Padre; per questo Gesù li affida al Padre.
Franco: Dal Padre si conosce quel “come” sono una cosa sola; e quello ci dà la possibilità di fare
una cosa sola.
Luigi: Certo, perché mentre tutta la creazione si consuma
(il sole stesso si spegne regalandoci tonnellate e tonnellate di energia che si
esaurisce), in Dio, nell’Unità invece si vive. In Dio non ci esauriamo,
anzi nell’Unità c’è un potenziamento. Ecco, nel campo dei segni tutta la
creazione si consuma, ma nel campo di Dio, tutta la creazione si perfeziona in
un'unità.
Noi siamo vivificati dallo Spirito; per cui siamo stati
creati per diventare tutto Spirito.
Domenico: Quale giovamento ne abbiamo, da questo richiamo costante
del “come il Padre e il Figlio sono uno”?
Luigi: Il Padre è la Sorgente della Luce; dicendoti “come” ti invita a capire dal Padre,
come sono le cose. Se ci annuncia il “come
sia fatta la tua volontà come in Cielo così in terra”, siamo invitati a
capire come si fa la volontà di Dio in Cielo. Ce lo annuncia. Il “come” non lo capisci, però in quanto ce
lo annuncia ci dà la possibilità di pensarlo.
Domenico: Però, bisogna pensare il Padre come Principio, perché è
solo pensandoLo come Principio, si arriva alla consapevolezza…
Luigi: Ogni Luce viene dal Padre, come qui sulla terra ogni
energia viene dal sole. Ecco, nel Cielo ogni luce viene dal Padre; non dal
Figlio, ma dal Padre. Ed è dal Padre che c’è questa consumazione nell’unità.
L’Uno è infinito.
Domenico: Quindi, queste cose Lui le dice solo per farci alzare
gli occhi.
Luigi: Cristo parla in questi termini per farci pensare “come” avvengono le cose in Cielo. Lui
ci dice “come”; il che vuol dire che se
non capisci come avvengono le cose in Cielo non puoi fare la sua volontà qui in
terra. “Sia fatta la tua volontà come
in Cielo così in terra”, il che vuol dire che bisogna arrivare al Cielo per
capire come si vive in Cielo.
Osvaldo: Arrivare a capire come avvengono le cose in Cielo sembra
impossibile.
Luigi: Dio non ci prende in giro; in quanto ti è
annunciato vuol dire che te lo rende possibile. Tu ti devi impegnare, perché
Lui te l’ha detto; non devi far conto su di te, ma fai conto su Lui. Se Lui
ti dice: “arriverai sulla cima del Monte Bianco”, non dire: “non è possibile
perché non so come fare”; tu incomincia a partire e poi ti accorgi che arrivi. E'
Lui che fa le cose, è Lui che le dice, ed è Lui che le porta a compimento; ma
solo se credi. Quindi non devi dire “impossibile”, perché diresti che Dio è
menzognero.
Osvaldo: Ma Dio non ha bisogno di noi.
Luigi: No! Siamo noi che abbiamo bisogno di Lui. “Tutto è per noi”.
Osvaldo: Noi dobbiamo arrivare nel Cielo ad essere uniti come il
Figlio è unito al Padre?!
Luigi: Certo, ed è tutta opera sua. Se tu credi alle sue parole,
ti impegni a capirle, e capendo tu arrivi; se invece tu non credi, non segui le
parole, non t’impegni, non capirai mai.
Osvaldo: Ma per credere non basta dire “io credo”.
Luigi: Certamente, credere vuol dire impegnarsi a capire,
sforzarsi di entrare.
Osvaldo: La fede è una cosa razionale.
Luigi: Certo, non c’è niente di più razionale che la fede.
Quindi, tu credi perché ti è annunciata una cosa, e in quanto ti è annunciata
ti impegni; e allora ti accorgi che incominci a capire qualche cosa.
Giovanna: “…custodiscili”,
prima è il Figlio che ci richiama, che convoglia; invece si è custoditi dal
Padre quando sì è tutto pensiero del Figlio?
Luigi: Si è custoditi
dal Padre quando si è tutto pensiero del Padre.
Giovanna: Perché allora dice “custodiscili”?
Luigi: Affinché noi sappiamo da chi siamo custoditi, e quindi
per darci la possibilità di guardare a Lui; perché altrimenti iniziamo a dire:
“domani io non ho più da mangiare; dopodomani io sono sfrattato; devo morire…;
ecc.”. Se invece fai conto su-, la cosa è diversa. Quindi, se Lui te lo dice è
perché tu abbia a far conto su-.
Giovanna: Ma a quel punto, quando mi consegna al Padre…
Luigi: Cristo li consegna proprio dicendo loro queste cose. Cristo
ti consegna al Padre dicendoti queste parole.
Pinuccia: Ci dice queste parole affinché facciamo una cosa sola
con Dio?
Luigi: No, dobbiamo capire
come Padre e Figlio sono una cosa sola. Il giorno in cui capisci come Padre e Figlio sono una cosa sola, tu fai
una cosa sola con Dio.
Pinuccia: Quel “affinché” rivela una dipendenza dalle parole che
ha detto prima?
Luigi: Si, “custodiscili
affinché”; è Dio che ti fa uno con Sé, non sei tu che puoi farti uno con
Lui.
Pinuccia: Il fare “uno” tra di noi sarà una conseguenza?
Luigi: Certo, Dio fa abitare tutti sotto la stessa tenda.
Venerdì 20 febbraio
2015
(tratto dalla cassetta del 19.2.1993)
(Mt 9,14-15)
In quel tempo, si
avvicinarono a Gesù i discepoli di Giovanni e gli dissero: «Perché noi e i farisei
digiuniamo molte volte, mentre i tuoi discepoli non digiunano?».
E Gesù disse loro: «Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto finché
lo sposo è con loro? Ma verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto, e
allora digiuneranno».
Parola del Signore
Maria: La Madonna nei
messaggi ci invita a fare digiuno. Ma qual è il significato vero del digiuno?
Luigi: Il digiuno è uno strumento,
un mezzo per avere disponibilità per occuparci di Dio. Se voglio occuparmi
di tante cose, mi accorgo di non aver più tempo per Dio. Solo in questo modo ha
senso fare digiuno. La proposta è quella di fermarsi e accorgersi che la
propria giornata è piena di cose inutili, delle quali puoi benissimo fare
senza. Per cui è meglio che tu abbia una casa piena di polvere, disordinata, ma
che tu abbia tempo per pensare Dio invece che avere una casa tutta ordinata e
pulita, e alla sera accorgerti che il tempo è passato e tu che non hai avuto
neanche cinque minuti di tempo per conoscere Dio. Allora: “Metti Dio al
di sopra di tutto, al di sopra di ogni cosa”, questo è il digiuno! Cioè sgombra la tua
giornata da tutte quelle cose che ti portano via a Dio e metti quelle cose che
ti aiutano a raccoglierti in Dio, perché la vita vera, la vita eterna comincia
quando ti decidi a mettere del tempo per Dio, per conoscere Dio. Prima no! Si
fanno tante parole, ma in sostanza non si ha mai tempo per Dio. "C’è un tempo per ogni cosa sotto il
cielo", dice il Qoélet, ...ma non c’è mai il tempo per conoscere Dio.
Bruno: Un bambino che muore appena
nato, come fa ad arrivare a conoscere Dio?
Luigi: Chi ragiona così è
materialista. È un problema di conoscenza non di tempo: tu non maturi in
conoscenza in quanto vivi tanto su questa terra. E' un problema di purezza di
pensiero. Il bambino è molto più aperto alla conoscenza di un uomo adulto. Un
bambino in poco tempo incamera un patrimonio enorme di conoscenze mentre un
adulto ha grande difficoltà ad accettare una minima novità. Più l’adulto è
acculturato e più fa fatica a capire. Tutto è opera di Dio, quindi anche quel
bimbo nato morto è per noi, è opera angelica, è un angelo che va dritto in
paradiso. Angelo vuol dire: parola di Dio per te. Gli angeli hanno questa
funzione: vengono a te e ti riportano a Dio. Il bambino è caratterizzato
dalla purezza d’animo.
Bruno: Pensavo al buon ladrone.
Luigi: Si, infatti non è un problema
di tempo, di maturità fisica, ma è un problema di intensità di dedizione, di
purezza di dedizione. “Beati i puri di
cuore perché vedranno Dio”; pensiero puro, perché è il pensiero unico che è
trasparente. Se mi carico di tanti pensieri, di tanti amori, di tanti
interessi, non aumento in me la capacità di conoscenza. Chi ha amato tante
donne o tanti uomini, non ha aumentato la capacità di amare ma l’ha persa.
Nel moltiplicare gli interessi, gli amori, con l’illusione di aumentare il
nostro essere, subiamo una diminuzione di essere. Se tu imparassi a memoria
tutta un’enciclopedia, resteresti fregato, con l’illusione di aver accumulato
tanta conoscenza. Il problema è tutto su un altro piano!
Abbiamo
bisogno di semplificare molto la nostra vita, perché siamo troppo carichi.
Abbiamo bisogno di far fuori, far fuori, far fuori, per acquisire semplicità di
pensiero, di anima, perché è il pensiero unico, semplice, che penetra, che
diventa trasparente e vede l’Infinito. Perché nell’unità c’è l’Infinito
mentre nella molteplicità c’è il finito, e nel finito non si capisce niente. Il
problema essenziale è ridurre tutto all’unità: “Una cosa sola è necessaria”. Ora, il bambino è
molto più vicino all’unità che l’uomo adulto, il quale ha dentro di sé una
molteplicità di dati, un carico che gli impedisce di conoscere Dio.
Giovanna: Come si fa a godere della
presenza del Cristo se poi ci verrà tolto?
Luigi: “Fintanto che avete la luce camminate
per non essere sorpresi dalle tenebre”. Se vuoi approfittare della
presenza del Cristo devi camminare. Tu stai con una persona non in quanto
l’abbracci, ma in quanto cerchi di capire il suo pensiero.
Giovanna: Si, devo cercare di capire quando
Lui mi dà la possibilità di pensarlo.
Luigi: La possibilità ti è data dalla
sua presenza. Quando Lui è presente ti dà la possibilità di pensarlo. Perché il
dono più grande che tu possa ricevere è la presenza dell’altro. Perché la
presenza dell’altro incentra (ecco l’importanza del pensiero unico, della
semplicità del pensiero) su di sé la tua attenzione. Uno che parla con
te concentra tutti i tuoi pensieri molteplici, dispersi, in un pensiero unico,
in ciò che Lui ti sta comunicando. Quindi la presenza è il massimo centro di
attrazione; di attrazione quindi di semplificazione. Mentre tu da sola non
potrai mai ad arrivare a quel grado di semplicità. E' l’altro che parlando
con te ti semplifica, se lo ascolti.
Pinuccia: Il problema è che si possono
anche vivere dei momenti di intensità ma poi si ricade.
Luigi: Anche questo è un pensiero
materialista. Approfitta di quello che Dio ti fa arrivare perché tutto è
lezione di Dio per noi: il buon ladrone, la Maddalena, il bambino. Ti presenta
il bambino e poi ti dice: “Se non
diventerete come bambini non entrerete nel regno di Dio” è una lezione da
capire. Dio ci sta prendendo dal livello di dispersione nel quale ci siamo
venuti a trovare perché vuole salvarci. Dio, attraverso le sue lezioni, se noi
poniamo mente per cercare di capire, forma in noi la consapevolezza di imparare
a vivere con Lui. La nostra vita è vita vera nella misura in cui abbiamo un
rapporto intimo, personale con Dio, altrimenti si riduce ad una recitazione.
* * *
Mercoledì 18 maggio 2016
(Tratto dalla
cassetta 38 del 28.5.1993)
“Chi
non è contro di noi è per noi”
(Mc 9,38-40)
In quel tempo, Giovanni disse a Gesù: «Maestro, abbiamo
visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché
non ci seguiva».
Ma Gesù disse: «Non glielo impedite, perché non c’è nessuno che faccia un
miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: chi non è contro di
noi è per noi».
Cina: Cosa significa questa frase di Gesù?
Luigi: Ci fa capire che i discepoli erano in errore: l’essere
nati in un posto, il trovarsi in un luogo anziché un altro, tutto questo non è
criterio di appartenenza. Statisticamente, sensibilmente, noi possiamo dire: “Io appartengo a una certa famiglia, al tale
popolo, alla tale istituzione”, ma spiritualmente, sostanzialmente
parlando, non è così.
Cina: Allora qual è il vero criterio di appartenenza?
Luigi: Se le condizioni esterne non sono determinanti,
evidentemente il criterio di appartenenza non
lo possiamo trovare fuori di noi; allora si tratta di entrare dentro di
noi. “Dentro di noi”, attenzione, non
in quel mondo che entra dentro di noi attraverso i sensi, sarebbe sempre “mondo
esterno”. Il criterio di appartenenza si trova nel pensiero. E' nel
pensiero che noi determiniamo ciò cui vogliamo appartenere. Nel pensiero le
cose si semplificano molto; nel pensiero infatti, ci sono soltanto due termini:
Dio e il nostro io. Ora, il nostro pensiero si caratterizza in quanto si
dedica a qualcosa.
Delfina: Siamo con Gesù se ci dedichiamo alle parole di Gesù.
Luigi: Ecco, nella dedizione del nostro pensiero si rivela ciò
cui apparteniamo. L'appartenenza deriva da ciò cui dedichiamo il nostro
pensiero. E il nostro pensiero, sostanzialmente, lo si dedica o a Dio o al proprio
io. Ora, dedicando il pensiero, la vita, ad un certo fine, noi determiniamo il
criterio di appartenenza. Noi finiamo con l’appartenere a ciò per cui viviamo,
a ciò cui dedichiamo cioè il nostro pensiero.
Paola: Quando Gesù dice: “Io sono di lassù e voi siete di quaggiù” cosa intende?
Luigi: Questo “quaggiù” e questo “lassù” di cui parla il Signore, noi non dobbiamo cercarli nelle condizioni
esterne, e non dobbiamo quindi identificare il “quaggiù” con l’essere qui in terra ed il “lassù” con l’essere cielo, dopo la morte
fisica. “Quaggiù” e “lassù” sono dunque dentro di noi, nel nostro pensiero.
Paola: Quand’è dunque che, dentro di noi, noi siamo “quaggiù” oppure “lassù”?
Luigi: Gesù dice: “Io
sono di lassù”; vuol
dire che interiormente, nel suo pensiero, Lui è di lassù; e dicendocelo, ci
apre la possibilità di esserlo anche noi. Ora, il “lassù”, il cielo, è tutto ciò che ci trascende, tutto ciò che
sta al di sopra di noi. Proprio perché è al di sopra di noi, non è da noi
sperimentabile, appunto perché ci trascende. “Lassù” è il regno della Verità, la quale non è in relazione a noi, non dipende da
noi. Noi la possiamo trascurare, dimenticare, offendere, ma certamente essa è
sempre dentro di noi; ed è solo aderendo ad essa che noi entriamo nella Realtà.
Al centro del “lassù” c’è Dio; “lassù”, quindi, è tutto ciò che è secondo Dio, secondo la sua Verità. Il “quaggiù” è invece ciò che è in relazione al nostro io, ciò che il
nostro io può sperimentare; al centro del “quaggiù”, quindi, c’è il pensiero
del nostro io.
Flavio: E allora, noi apparteniamo al “quaggiù”...
Luigi: … non in quanto siamo qui sulla terra, ma in quanto
dedichiamo il pensiero a noi stessi, in quanto viviamo pensando a noi. E’ il
pensiero del nostro io a determinare il “quaggiù”, ed è il Pensiero di Dio a determinare il “lassù”. Se dedichiamo il nostro pensiero a Dio il nostro criterio di appartenenza
è Dio, e allora siamo di “lassù”, anche se siamo sensibilmente qui, in
terra. Ma se pensiamo a noi stessi, fossimo anche nell’ambiente più religioso
possibile, nelle migliori condizioni di spiritualità, siamo inesorabilmente “quaggiù”.
Franca: Ecco, qui si fa chiaro quel “Se siete risorti con Cristo …”.
Luigi: Si chiarisce il senso di questa resurrezione, cioè: “Se siete morti a voi stessi, se non
pensate più a voi, cercate le cose di lassù, cercate le cose secondo Dio”. Anche la nostra terra è “secondo Dio”,
ma attualmente noi la vediamo autonoma da Lui, non vediamo il rapporto tra essa
e il Creatore.
Pinuccia: Nel Padre nostro, infatti, diciamo: “Sia fatta la tua volontà, come in
cielo così in terra”.
Luigi: Dunque noi siamo chiamati a vedere tutte le cose in Dio,
secondo Dio. Dobbiamo contemplare tutto in Dio, tutto quello che attualmente
non vediamo secondo Lui; cioè, la nostra terra. Solo così, pur essendo su
questa terra, apparteniamo a Dio, solo così siamo nel mondo, ma non siamo del
mondo.
* * *
Mercoledì 25 febbraio 2015
(Tratto dalla cassetta del 3 marzo 1993)
(Lc
11, 29-32)
In quel tempo, mentre le folle si accalcavano, Gesù
cominciò a dire:
«Questa generazione è una generazione malvagia; essa cerca un segno, ma non le
sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona. Poiché, come Giona fu un segno
per quelli di Nìnive, così anche il Figlio dell’uomo lo sarà per questa
generazione.
Nel giorno del giudizio, la regina del Sud si alzerà contro gli uomini di
questa generazione e li condannerà, perché ella venne dagli estremi confini
della terra per ascoltare la sapienza di Salomone. Ed ecco, qui vi è uno più
grande di Salomone.
Nel giorno del giudizio, gli abitanti di Nìnive si alzeranno contro questa
generazione e la condanneranno, perché essi alla predicazione di Giona si
convertirono. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Giona».
Parola del Signore
Osvaldo: Mi sono sempre chiesto: i profeti dell’Antico Testamento
parlavano in nome di Dio ma sapevano quel che dicevano?
Luigi: No, perché non era ancora arrivato lo Spirito Santo:
ubbidivano alla voce che Dio faceva loro arrivare. Lo vediamo nella prima
lettura di oggi. I profeti sono uomini di fede ma che sono in cammino, non sono
ancora arrivati alla meta.
Giovanna: Non capisco perché Gesù dice che la regina di Saba ci
giudicherà perché venne da lontano.
Luigi: La regina di Saba andò a trovare Salomone perché
attratta dalla sua sapienza, dalla sua grandezza, non era attratta da Dio.
Comunque il Signore porta ad esempio la regina per rimproverarci e ci dice: “Guarda quanti sacrifici hai fatto per la
tua carriera, per avere dei soldi, per la tua famiglia e io non sono più
importate di tutte queste cose? E perché con me lesini, misuri quel poco che
fai per me e invece sei sempre disponibile per gli affari del mondo?”. Dici:
“Devo andare al lavoro!”, e per il lavoro quanti sacrifici! E quando ti do del
tempo per occuparti di me invece dici: Ah, adesso mi devo riposare perché sono
stanco!”. Tutto questo Dio ce lo metterà in conto nel giorno del giudizio!
Per cui tutto questo mondo che vive, che si sacrifica dietro a cose che valgono
poco, si ergerà in giudizio contro di noi, ci rimprovererà perché nei riguardi
di Dio ci siamo risparmiati; invece negli interessi del mondo non abbiamo
badato a sacrifici: quella è la condanna!
Sandra: In che senso Gesù ci dice di chiedere, qual è il vero
chiedere?
Luigi: Gesù ci invita a chiedere di capire ciò che Lui ci
dice. Dio ti dice quello che devi desiderare, ciò per cui devi vivere e
poi, vivendo per quel fine, ti traccia il cammino, lo proporziona, lo dosa
secondo le tue possibilità, in modo che tu possa arrivare alla meta. Se tu hai
interesse per apprendere la matematica, il maestro ti comunica le basi
fondamentali, si accerta che tu le abbia interiorizzate, e a poco per volta
costruisce la materia e ti porta ad una maturazione tale da poter apprendere
gli infinitesimali. E' il maestro che ti porta, ma alla base di tutto c’è
l’interesse. Là dove manca l’interesse non si può ricevere niente.
Silvana: Se c’è interesse per Dio si vede tutto come segno di
Dio.
Luigi: Tutto diventa significativo in quanto hai presente il
fine.
Pinuccia: Quindi l’unico segno che ci viene dato qual è?
Luigi: L’unico segno che ti viene dato è la parola di Dio
che arriva a te: il segno arriva a te indipendentemente da te. La parola di
Dio, Dio la fa arrivare a te indipendente da te. Tu non la devi pretendere. È
come se io di fronte ad un insegnante pretendessi di cambiare la lezione che mi
espone, secondo i miei desideri. Noi con Dio facciamo così!
Non pretendere di sottomettere la lezione ai tuoi
desideri, ma aderisci alla lezione che ti viene data. Dio ci
sta dando delle lezioni, tu non chiedere un segno, cioè non chiedere una
lezione diversa da quella che Dio ti sta dando, ma cerca di capire quella che
ti viene data.
Pinuccia: Quindi il Figlio si fa oggetto del mio pensiero indipendentemente
da me.
Luigi: Si, come segno. Infatti non lo puoi ignorare ma non lo
conosci. Perché non lo puoi ignorare? Perché arriva a te indipendentemente da
te. Se ti dedichi al segno che Dio ti dà indipendentemente da te, quello che ti
fa maturare, ti fa avanzare verso un livello superiore; per cui maturi per
ricevere delle comunicazioni sempre più profonde da parte di Dio.
Osvaldo: Noi dobbiamo chiedere doni spirituali non dobbiamo
chiedere cose materiali.
Luigi: Tu hai il dovere di chiedere ma non di pretendere.
“Cercate prima di tutto il regno di Dio”,
prima ti dice cosa devi cercare e poi ti dice: “Cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto”. E poi ti promette
che te lo darà. Noi siccome siamo nel pensiero del nostro io, corriamo il
rischio di fraintendere e di chiedere cose materiali, poi siccome Dio non ce le
concede, non crediamo più in Dio. Ma Dio prima di tutto ti ha detto ciò che
devi cercare: è luce polarizzata su un fine ben preciso. Se tu cerchi altro,
Dio non ti risponde. Il più delle volte noi cerchiamo ciò che piace a noi,
oppure chiediamo la guarigione fisica, siamo fissati su un nostro desiderio, su
un nostro interesse e ci rivolgiamo a Dio affinché ce lo realizzi. Il problema
non sta lì! In tal modo dimostriamo di non aver capito ciò che Lui ci dice di
cercare, di trovare. Lui ci impegna nel fine invece noi, pensando a noi stessi,
chiediamo cose improprie, restiamo delusi e non crediamo più in Dio.
Domenico: “E tutto ciò che
domanderete nel mio nome io ve la darò”.
Luigi: Sono parole da mangiare.
Domenico: Sono parole sulle quali è garantita una risposta.
Luigi: ...se le capisci. Ma se le capisci sono già realizzate. Con
Dio è questa la meraviglia: quando capisci le sue parole hai già trovato la
risposta, la parola è già realizzata.
Bruno: La parola di Dio realizza una realtà interiore.
Luigi: Capire è guarire,
è realizzare. Se tu capisci una parola di Dio e poi dici: “Adesso la devo realizzare”, vuol dire che
non l’hai capita, perché la parola di Dio ti annuncia una cosa che è già fatta,
che è già realizzata, è già tutto; sei tu che sei in difetto.
Bruno: L’errore che fa l’uomo è quello di dire: “io penso quindi sono”.
Luigi: Quello è un errore fondamentale. Invece la realtà è
che il pensiero deriva dall’Essere: infatti il Figlio contemplando il Padre, l’Essere, conosce Se stesso come
generato dal Padre.
* * *