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Mercoledì 14 gennaio 2015

(Tratto dalla cassetta del 17 gennaio 1993)

 

Egli si avvicinò

(Mc 1, 29-39)

 

In quel tempo, Gesù, uscito dalla sinagoga, subito andò nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni. La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva.
Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano.
Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava. Ma Simone e quelli che erano con lui, si misero sulle sue tracce. Lo trovarono e gli dissero: «Tutti ti cercano!». Egli disse loro: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!».
E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni.

Parola del Signore

 

 

Franco: Il Verbo di Dio incarnato è venuto per i malati.

Luigi: Se l’uomo è malato, c’è una cura e c’è una resurrezione. Cristo, Verbo di Dio incarnato, è venuto per i malati. La malattia sta nel pensiero e se Cristo è venuto per i malati, evidentemente è venuto a curare questa malattia, non tanto la malattia fisica (le malattie fisiche sono dei segni, sono conseguenze), è venuto per curare la malattia nella sua fonte, nel suo principio; e il principio della malattia è il disordine dei pensieri. Cristo è venuto a curare il disordine dei pensieri impazziti, pensieri non riportati al Principio. Noi creiamo tanto disordine in noi stessi perché siamo terra-terra; tutte le nostre scienze, tutte le nostre conoscenze che sono fondate sulla nostra esperienza, proprio in quanto sono relative ad esperienze fatte, a conoscenze umane, quindi secondo i sentimenti, non ci possono salvare. Invece Cristo è terra-Cielo: c’è ancora terra (ed è necessario perché noi capiamo solo il linguaggio della terra), ma c’è già una dimensione celeste. Siccome la salvezza sta nel Cielo, noi dobbiamo arrivare alla dimensione Cielo-Cielo. La salvezza sta nel ricevere lo Spirito Santo che “Vi condurrà a vedere la verità in tutto”, la pienezza della vita, la vita eterna.

Franco: Solo il Cristo, Verbo incarnato ci può far fare questo passaggio. Ma come avviene questo passaggio?

Luigi: Il problema è capire il “come”. Noi possiamo individuare una cosa soltanto in quanto capiamo il “come”. La grande lezione del Natale è farci capire “come” Dio è tra noi; e  capendo questo “come”, capiamo anche “come” il Verbo incarnato ci guarisce.

Dio è tra noi come un Pensiero affidato ai nostri pensieri. La nostra responsabilità sta qui! Se trascuro questo Pensiero affidato ai miei pensieri, siccome Lui è la mia vita, provoco la mia morte; e la mia morte si manifesta nella mia dispersione interiore, nel disordine di mente, di pensiero. Questa è la fonte di tutti i nostri mali. Cristo viene a curare l’origine dei nostri mali riportandoci nel Principio. Quando gli chiedono: “Tu chi sei?”, risponde: “Io sono Colui che parlo a voi il Principio”.

Franco: Quindi la morte è entrata in noi perché ci siamo scostati dal Principio.

Luigi: Si, perché abbiamo perso il Principio. I nostri pensieri sono impazziti perché hanno perso il loro Principio, il Principio del pensare stesso. Un pensiero che perde il rapporto con il suo Principio impazzisce. È come un fiume che perde il contatto con la sorgente: è destinato a seccare. I nostri pensieri da soli non stanno su e quando i nostri pensieri perdono il contatto con il Principio si forma dentro di noi, nella nostra mente (sto parlando di mente, di intelligenza, di pensieri), la dispersione, la confusione, il disordine, l'impazzimento: pensieri che non sanno più per cosa vivere. La grande malattia dell’uomo si forma nel cervello, per i pensieri che non sono riportati al Principio, che quindi non hanno più il Principio come fine. La malattia prima si crea nei pensieri poi si somatizza e ad un certo momento avvolge tutto il mondo.

Franco: E’ il nostro io che ci paralizza.

Luigi: Arriviamo ad essere paralizzati nel pensiero, non siamo più capaci a pensare. Basta leggere i giornali, guardare la televisione, ascoltare la radio, lì dove l’uomo si rivela apertamente: l’uomo è un essere paralizzato nel pensiero, è incapace a pensare: parlano a vanvera, parlano ma non sono capaci di pensare. Cristo ci guarisce insegnandoci a pensare, riporta i nostri pensieri impazziti, disordinati, confusi, al Principio.

All’uomo che dice: “io senza quella cosa non posso vivere”, “Quello per me è necessario”, “Non posso fare a meno di questo”, Dio, Cristo, Lui con una pazienza infinita, risponde sempre: “Una cosa sola è necessaria”. In tutti i nostri errori, in tutte le nostre confusioni, Lui in continuazione ci riporta sempre al Principio, dicendoci: “Una cosa sola è necessaria! Questo solo conta!”. Ci riporta sempre al Padre, tutto riferisce al Padre, tutto riporta al Padre. Ecco l’opera di raccoglimento. “Chi con me raccoglie riceve mercede di vita eterna”. La vita sta nell’uno, nel raccogliere in questa “unità”.

Franco: Solo raccogliendo con Lui si forma ordine nella nostra mente.

Luigi: Ecco, con Lui, riportati al Principio, si forma ordine nella nostra mente. La prima grande salvezza non è la guarigione fisica ma è formare ordine nella mente. Cristo forma ordine nei nostri pensieri e formando ordine nei nostri pensieri, in quanto li riporta al Principio, all’unica cosa necessaria, ci riporta nella vita. Lui è venuto a darci la vita.

Silvana: In genere si intende che Gesù è venuto a darci la vita come sacrificio fisico: “è morto per noi”.

Luigi: Gesù dice: “Capisci quello che ti ho fatto?”, perché la sua morte in croce è un segno! Ma è un segno tutto da capire. La vita Lui ce la riporta in quanto ci riporta al Principio, cioè mette ordine nella nostra mente: è l’essenza del lavoro che Cristo fa con noi. Ci dà la possibilità di pensare, di ritornare a pensare. Ci libera dalla paralisi!

Silvana: Ce le siamo create noi queste paralisi, trascurando il Principio.

Luigi: Si, riferendo i nostri pensieri alle cause seconde: “Questo dipende dalla natura”, “Quello dipende dal caso”. Noi creiamo il grande disordine perché relativizziamo tutto alle cause seconde e viviamo di cause seconde. Cristo ci riporta alla Causa Prima, quindi ci fa fare un salto mortale, che è una resurrezione: ci fa saltare le cause seconde. In tutto Lui ci dice: “E’ Dio che ha fatto questo!”, “E’ Dio che ha fatto quello!”, “E’ Dio!”, “E’ Dio!”, “E’ Dio!”. La nostra salvezza sta nel riportare tutto alla Causa prima, saltando le cause seconde. La nostra salvezza sta in questo superamento: "non fermarti alle cause secondo ma in tutte le cose vedi Dio che sta parlando con te, che sta parlando di Sé a te".

Silvana: “Fate diritte le strade di Dio!”, dice Giovanni il Battista.

Luigi: Che significa riportare tutto direttamente a Dio, unicamente a Dio, perché Dio è presente in tutte le cose. Dio parla attraverso gli animali, gli avvenimenti, gli uomini, attraverso tutto. Quindi non fermatevi agli uomini, non fermatevi alle cause seconde. La salvezza sta nel collegare tutto col Principio. Ed è Cristo che riporta al Principio, perché è Lui che parla a noi il Principio. Quindi in quanto Cristo riporta al Principio i nostri pensieri impazziti, disordinati, confusi, che non sanno più per che cosa vivere e non sanno più pensare (cioè creare ordine), ci salva. Cristo riportando tutto all’unico Principio, quindi saltando tutte le cause seconde per farci vedere le cose dal punto di vista del Padre, ci cura, ci guarisce, ci fa risorgere.

 

 

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Mercoledì 24 febbraio 2016

(Tratto dalla cassetta 139 del  06.03.1985)

2° settimana di Quaresima

 

 

Ecco, noi saliamo a Gerusalemme

(Mt 20,17-28)

 

In quel tempo, mentre saliva a Gerusalemme, Gesù prese in disparte i dodici discepoli e lungo il cammino disse loro: «Ecco, noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell’uomo sarà consegnato ai capi dei sacerdoti e agli scribi; lo condanneranno a morte e lo consegneranno ai pagani perché venga deriso e flagellato e crocifisso, e il terzo giorno risorgerà».
Allora gli si avvicinò la madre dei figli di Zebedèo con i suoi figli e si prostrò per chiedergli qualcosa. Egli le disse: «Che cosa vuoi?». Gli rispose: «Di’ che questi miei due figli siedano uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nel tuo regno». Rispose Gesù: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io sto per bere?». Gli dicono: «Lo possiamo». Ed egli disse loro: «Il mio calice, lo berrete; però sedere alla mia destra e alla mia sinistra non sta a me concederlo: è per coloro per i quali il Padre mio lo ha preparato».
Gli altri dieci, avendo sentito, si sdegnarono con i due fratelli. Ma Gesù li chiamò a sé e disse: «Voi sapete che i governanti delle nazioni dòminano su di esse e i capi le opprimono. Tra voi non sarà così; ma chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore e chi vuole essere il primo tra voi, sarà vostro schiavo. Come il Figlio dell’uomo, che non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».



Cina: Gesù sta salendo verso Gerusalemme.

Luigi: Tutti noi stiamo salendo, nella nostra vita, stiamo camminando verso la città Dio. Verso Gerusalemme che è la città di Dio, noi stiamo andando verso la città di Dio.

Delfina: Gesù chiede se possiamo bere il calice, cosa significa?

Luigi: Gesù ci invita a capire la sua morte in croce. Infatti nel Getzemani, quando si rivolge al Signore chiede: “Passi da me questo calice”, la prova amara che il Padre gli sta presentando. Gliela sta presentando perché è necessario. È necessario, perché non si entra nel regno di Dio senza la morte a noi stessi. Ora, quello che Cristo ha fatto, l’ha fatto per ognuno di noi, perché capiamo che è necessario imparare a morire a noi stessi, altrimenti non si entra, non possiamo iniziare la vita dello spirito. È lezione per ognuno di noi. I discepoli Giacomo e Giovanni dicono: “Si, siamo disposti a bere questo calice”, infatti anche loro passeranno attraverso la morte al loro io. Infatti Gesù li conferma. Però: “Anche se voi berrete il mio calice, con questo non è detto che voi siederete uno alla mia destra e uno alla mia sinistra”. Il problema grosso è questo: mentre Gesù sta parlando della sua passione e morte, loro stanno pensando a se stessi, ad avere un posto di privilegio, ad essere in prima fila. Evidentemente c’è una sfasatura. Lui sta parlando della sua morte e loro stanno pensando al loro posto. Per cui Gesù dice: “No, si entra nel regno di Dio non in quanto uno cerca il suo posto, ma in quanto uno accoglie tutto dalle mani del Padre”: tutto è disposto da Dio. L’importante è che noi impariamo a fare quello che piace al Signore e non quello che piace a noi. Fintanto che cerchiamo quello che piace a noi, non entriamo nello spirito. Nel pensiero del nostro io non possiamo conoscere Dio.

Grazia: Quindi rispondendo: “Lo possiamo”, rivelano una cosa grandissima.

Luigi: Non so se loro avessero questa coscienza. Quello che importa è la parola di Gesù. Gesù approva, riconosce: “Si, quello lo farete”. “Ma se anche lo berrete, con questo non è che voi siederete uno alla destra e uno alla mia sinistra”. Fa capire che se uno beve il calice, cioè se uno muore a se stesso, non pensa più al posto. Perché fintanto che pensa al posto, pensa a se stesso.

Sandra: Dobbiamo far morire in noi questi scribi, questi farisei che mandano a morte il Cristo.

Luigi: Certo, perché salire a Gerusalemme, entrare nella città di Dio (noi stessi siamo città di Dio), vuol dire che Dio sta entrando nella nostra vita, sta entrando in noi. Però, man mano che entra in noi suscita queste reazioni. Per cui noi tendiamo a difendere le nostre situazioni, le nostre intenzioni, il nostro io: cioè stiamo mandando a morte il Cristo.

Maria: Anche nel rapporto con Dio c’è sempre il rischio di cercare noi stessi.

Luigi: Certo, è il pensiero del nostro io che tarda a morire.

Franca: Gesù fa una domanda di sfida: “Potete bere il calice?”, ti aspetti che i discepoli dicano: “No, non possiamo!”. Invece rispondono di si; e Gesù li conferma.

Luigi: Prima dice loro: “Voi non sapete quello che chiedete”, perché chiedendo di sedere uno alla destra e uno alla sinistra, chiedono il posto riservato ai due ladroni, chiedono di essere crocifissi uno alla sua destra e uno alla sua sinistra. Anche noi tante volte chiediamo a Dio qualche cosa senza renderci conto di quello che chiediamo. Allora Gesù chiede loro: “Siete disposti a bere il calice?”. E loro rispondono: “Si lo possiamo”. Gesù, che vede le cose proiettate nel futuro dice: “Verrà il giorno in cui anche voi sarete crocifissi, anche voi sarete mandati a morte. Però anche se berrete questo calice, non è detto che voi possiate sedere alla mia destra e alla mia sinistra, perché quello è disposto dal Padre”. È disposto dal Padre secondo il disegno di salvezza.

Silvana: Il disegno di salvezza contempla la morte al pensiero del nostro io?

Luigi: Appunto, siccome contempla la morte al nostro io, tutto si accetta secondo la volontà di Dio. Per cui se il Padre vuole che io sieda alla destra, siedo alla sua destra; se Dio vuole che uno sia lontanissimo, stia lontanissimo. L’importante è poter realizzare in noi quello che vuole Dio: potersi vedere “fatti”, voluti da Dio. Si appartiene al regno di Dio in quanto si è voluti da Dio; perché altrimenti c’è sempre la nostra volontà. La nostra volontà non ci fa entrare nello Spirito. Per conoscere Dio bisogna vedersi “fatti” da Dio, in tutto. Fintanto che io mi vedo fatto da altro, non posso entrare nel regno di Dio.

“Sono disposto a stare nell’inferno pur di fare la tua volontà, Signore”.

 

 

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                Mercoledì 2 marzo 2016

            (Tratto dalla cassetta 141 del 13.3.1985)

 

 

Io sono venuto a portare a compimento

(Mt 5,17-19 )

            

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto.
Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli».

 

Cina: “Finché non siano passati il cielo e la terra non passerà neppure un iota o un segno senza che tutto sia compiuto”, il Signore opera tutto nella nostra vita per portarci all’incontro con Lui.

Luigi: Il Signore opera tutto per portare a compimento. Tutte le cose sono ordinate verso un fine, una meta, verso un compimento. Quindi tu non disprezzare niente e nessuno perché tutto è sentiero che va verso un fine, va verso un compimento. Cristo è venuto per portare a compimento. “Portare a compimento”, vuol dire che è venuto a portare lo spirito delle cose; è venuto a portarci all’essenziale delle cose: il compimento sta nel giungere all’essenziale. Ora, siccome tutte le cose ci sono date, sono fatte per condurci a conoscere Dio, il compimento sta nel conoscere Dio; e qui abbiamo la vita eterna. Cristo che è venuto a portare a compimento la Legge e i Profeti, è venuto a portarci alla vita eterna. Cristo è venuto per portarci a conoscere Dio.

Delfina: “Chiunque insegnerà agli uomini a fare altrettanto sarà considerato minimo nel regno dei cieli…”. Cosa significa?

Luigi: Tutto quello che sarà giunto a compimento nel nostro rapporto con Dio, nel regno di Dio riceverà la conferma; invece quello che non sarà portato a compimento, noi lo vedremo ugualmente fatto da Dio, però ci sarà una frattura; in quanto il segno è arrivato, però non è stato raccolto. Noi non saremo giudicati dalla verità, ma dalle parole che sono arrivate a noi e che abbiamo trascurato. In noi ci sarà il pensiero della segnalazione avuta, e il Signore ci dirà: “Lì stava la segnalazione, perché non l’hai ricevuta?”. Noi saremo giudicati dalla segnalazione ricevuta. Ogni parola che arriva a noi ci porta una segnalazione.

Franca: La Legge e i Profeti si sintetizzano nel cercare Dio.

Luigi: Cioè, le parole dei Profeti, della Legge parlano di Gesù, ci convogliano a Gesù, vertono verso Gesù. Quindi Lui non è venuto ad abolire, ma è venuto a confermare. Infatti Gesù dice: “Scrutate le scritture, parlano di me”. Se “parlano di me”, mi segnalano Lui. Quindi se io osservo le scritture, l’Antico Testamento, necessariamente arrivo a Gesù; come il giovane ricco che chiede a Gesù: “Cosa devo fare per avere la vita eterna?”. Avendo osservato la legge, i comandamenti, è giunto al Cristo. Giungendo al Cristo cosa gli chiede? “Cosa devo fare per avere la vita eterna?” Stava cercando la vita eterna. Lui si è accorto che osservando la Legge e i Profeti non era giunto alla vita eterna, però era giunto ad interrogare Gesù. Questo ci fa capire qual è la meta alla quale conducono la Legge e i Profeti: Gesù. Non solo ci conducono a Gesù, ma ci conducono ad interrogarlo: “Cosa devo fare per conoscere Dio?”. Formano in noi un desiderio specifico. Quindi tutta la Legge e i Profeti sono stati creati per formare in noi questo desiderio specifico in modo da dire: “Ah finalmente ho trovato uno che risponde a questo mio bisogno”. La Legge e i Profeti hanno lo scopo di formare in noi la sete e la fame di Dio. Fintanto che non si è formata in noi questa attrazione per Dio, anche se incontriamo Cristo, lo incontriamo in un modo sbagliato; crediamo di seguire il Cristo, ma lo seguiamo in un modo sbagliato. Allora il cammino diventa recitazione, diventa dovere.

Sandra: A questa fame, a questa sete di Dio, si arriva solo mediante il Cristo?

Luigi: No, Dio fa tutta la creazione, fa tutte le cose, per formare in noi la fame di Lui. Tutti i segni, tutte le vicende della vita, tutte le lezioni della vita sono per formare in noi il bisogno di Dio.

Sandra: Però si arriva a Dio solo tramite il Cristo.

Luigi: Certo, ma una cosa è dire: “arrivo a Dio” e un’altra è: “Ho fame, ho sete di Dio”. Io ho fame ma non ho il pane. Posso trovare il pane senza avere fame: ed è una grande disgrazia. Posso essere ricco, avere tanto pane a disposizione ma non avere fame; non so come utilizzare questa ricchezza, allora spreco tutto. Noi possiamo avere del pane e non avere fame. Possiamo avere la fame e non avere il pane. Il problema è avere fame e trovare il pane. Dio forma in noi, attraverso tutta la sua creazione, l’Antico Testamento, le lezioni della vita, le vicende, tutte le creature che incontriamo, forma in noi la fame. Ad un certo momento, fosse anche in agonia, noi abbiamo fame di Dio. Ma non è detto che noi abbiamo il pane. Perché non è la nostra fame che crea il pane. Il pane è opera di Dio. Se Dio non discende incontro alla mia fame, io muoio di fame. Il pane è Cristo che risponde a questa fame. Ma Cristo dice che se uno non è attratto da Dio, non ha questa fame di Dio, non può seguirlo. Alcuni, dopo aver incontrato il Cristo hanno detto: “Abbiamo trovato Colui di cui hanno parlato Mosè e i profeti” ed erano gli apostoli. Altri hanno incontrato Cristo e non lo hanno riconosciuto e lo hanno messo in croce dicendo: “E’ un bestemmiatore!”. Come mai?

Pinuccia: Ma se è così difficile cogliere queste parole, questi segni, chi si salva?

Luigi: Ad un certo momento anche gli apostoli hanno chiesto a Gesù: “E chi si salva?”, il Signore ha risposto: “Sforzatevi voi di entrare”. Il cammino è personale: “Sforzati tu di impegnarti a capire le mie parole”, nessuno può farlo per te!

 

 

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Venerdì 16 gennaio 2015

 (tratto dalla cassetta del 24.1.1993)

 

 

Figlio ti sono rimessi i peccati

 (Mc 2,1-12)

 

Gesù entrò di nuovo a Cafàrnao, dopo alcuni giorni. Si seppe che era in casa e si radunarono tante persone che non vi era più posto neanche davanti alla porta; ed egli annunciava loro la Parola.
Si recarono da lui portando un paralitico, sorretto da quattro persone. Non potendo però portarglielo innanzi, a causa della folla, scoperchiarono il tetto nel punto dove egli si trovava e, fatta un’apertura, calarono la barella su cui era adagiato il paralitico. Gesù, vedendo la loro fede, disse al paralitico: «Figlio, ti sono perdonati i peccati».
Erano seduti là alcuni scribi e pensavano in cuor loro: «Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può perdonare i peccati, se non Dio solo?». E subito Gesù, conoscendo nel suo spirito che così pensavano tra sé, disse loro: «Perché pensate queste cose nel vostro cuore? Che cosa è più facile: dire al paralitico “Ti sono perdonati i peccati”, oppure dire “Àlzati, prendi la tua barella e cammina”? Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere di perdonare i peccati sulla terra, dico a te – disse al paralitico –: àlzati, prendi la tua barella e va’ a casa tua».
Quello si alzò e subito prese la sua barella, sotto gli occhi di tutti se ne andò, e tutti si meravigliarono e lodavano Dio, dicendo: «Non abbiamo mai visto nulla di simile!».

Parola del Signore

 

Maria: All’origine di ogni malattia, paralisi c’è il distacco da Dio, il peccato.

Luigi: Si, perché questo è il principio che sta a fondamento di ogni uomo: “In principio era il Verbo”, il Verbo è il Tu di Dio. Questo costituisce l’essere, la persona di ogni uomo. Togliamo il Tu di Dio e l’uomo si annulla, sprofonda nel niente; però si annulla senza toccare mai il nulla: non riesce ad annullarsi, non può annullarsi, perché non può annullare l’opera di Dio. E l’uomo è un’opera di Dio, e quest’opera è fatta dalla Presenza di Dio. Per cui quando l’uomo fa esperienza di assenza si annulla, ma è un nulla che gli apre un abisso di tormento, perché non riesce ad annullarsi: “Senza di me fate niente”. L’uomo fa questa esperienza del niente, così come fa esperienza di morte, ma una morte consapevole: non è una morte che diventa un nulla, un annientamento. È un essere consapevole della propria morte ed è una morte che può diventare eterna.

Silvana: Questo paralitico rappresenta la nostra paralisi interiore, l’incapacità a pensare.

Luigi: Si, rappresenta la malattia di ogni uomo. La fonte della malattia sta nel fatto che l’uomo può separarsi dal Principio, può separarsi da questo Tu, dalla presenza di Dio che porta in sé. Questa malattia ha la radice soprattutto nei pensieri dell’uomo, nella mente dell’uomo. È nella mente che si semina la malattia che condurrà poi alla morte. Quando nella nostra mente avviene la frattura tra i nostri pensieri e Dio, lì comincia a lavorare la morte dentro di noi. Viene meno la conoscenza, perché la conoscenza sta nel fatto che uno ha presente in sé il principio di una cosa. I nostri pensieri cominciano ad impazzire perché sono separati da Dio, nel quale c’è la ragione di tutto. La malattia ha la sua fonte in un disordine nei nostri pensieri.

Franco: Gesù ci porta la vita.

Luigi: E’ lì la meraviglia! Lui ci porta la vita contrapposta alla morte che seminiamo noi. Ecco la meraviglia del Vangelo! La meraviglia di tutto il messaggio del Cristo, di tutte le parole che ha detto, sta in questo riportare, raccogliere in continuazione tutto nel Principio, nel Padre: “Una cosa sola è necessaria”. Noi ci riempiamo di problematiche, di difficoltà di vita, perché trascuriamo questa grande realtà: al centro di tutto c’è Dio e Dio è l’unico punto fisso di riferimento. Cristo ci libera, ci ricostruisce, ci cura, ci salva, ci introduce nella vita eterna, ricostruendo i nostri pensieri. Facendo così ci dà la possibilità di cominciare a pensare. L’uomo è un essere terribilmente incapace di pensare, è paralizzato nella sua mente: non è capace di passare dai segni al pensiero e non è capace di passare dal pensiero ai segni. Si trova sempre paralizzato; e l’uomo paralizzato è un uomo malato, è un uomo prossimo a morire.

Alma: “E Dio vide che era cosa buona” dice la Bibbia.

Luigi: Tutto è perfettamente ordinato da Dio, fatto molto bene: ancora oggi è fatto molto bene per la nostra salvezza, tenendo sempre presente la situazione dei nostri pensieri, perché Dio si adegua ai nostri pensieri, per cercare di salvare il salvabile che si forma dentro di noi. Il disordine mentale si forma quando cominciamo a trascurare, a non tener conto di una Realtà in cui siamo inseriti. Se uno vuole salire al primo piano e non vuol tener conto della scala, è logico che il problema si fa difficile. Ora, c’è una Realtà in cui siamo inseriti: “Dio”, e l’uomo deve tener presente questa Realtà. Tener presente la Realtà vuol dire tener presente la finalità in cui ci troviamo. Tutte le cose sono finalizzate, l’uni-verso (verso l'Uno) è finalizzato, rivolto verso un fine ben preciso. La nostra vita porta in sé un ordine ben preciso, perché noi siamo stati creati per cercare e per conoscere Dio. Ma se noi trascuriamo questo fine tutto in noi diventa difficile. È come se io volessi salire al primo piano senza usare la scala: sono io che mi rendo la vita difficile.

Bruno: “Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere di rimettere i peccati sulla terra”.

Luigi: Il Figlio di Dio va glorificato, perché fintanto che il Figlio non è glorificato, noi non possiamo ricevere lo Spirito Santo. E affinché la glorificazione del Figlio avvenga in noi è necessario che noi non insistiamo più a conoscere Cristo secondo la carne, ma lo conosciamo dal Padre, perché è il Padre che glorifica il Figlio, ed è soltanto dal Padre che il Figlio è conosciuto. Ed è soltanto conoscendo la gloria del Figlio che noi possiamo giungere a quel giorno in cui si realizza la promessa di Gesù: “Noi verremo e faremo abitazione in voi”, a quel giorno in cui il Padre e il Figlio rivelano la loro Presenza, il loro Volto.

Bruno: Se la malattia è data dai nostri pensieri dispersi, Dio non poteva crearci in modo che i nostri pensieri non si disperdessero dal Principio?

Luigi: Presso Dio non si può restare senza la partecipazione personale. Presso Dio, i figli di Dio, pensano consapevolmente, parlano, agiscono consapevolmente. C’è sempre questa partecipazione personale! Non si è delle macchine, non si è delle rotelle presso Dio! Le rotelle e le macchine sono lontane da Dio. Più noi ci allontaniamo da Dio e più cadiamo nella materia, nel materialismo, nel determinismo; ma questo è effetto di lontananza da Dio. Presso Dio la grande caratteristica è la consapevolezza, è la libertà. Ora, basta accennare questo per capire che se non si può restare con Dio senza di noi, noi possiamo scollarci da Dio, e possiamo scollarci da Dio in quanto anziché avere in Dio l’Iniziatore del nostro pensare (soprattutto del nostro pensare, perché il parlare e l’agire derivano da esso), noi abbiamo la nostra iniziativa in altro. Tutto è creazione di Dio, tutto è buono, però guai se noi viviamo per altro da Dio, perché siamo stati creati per un fine ben preciso e il fine ben preciso è Dio; e Dio non si confonde con nessuna creatura. Noi possiamo confonderlo, possiamo vivere per altro e dare il nome di volontà di Dio ad altro. Volontà di Dio è che tu viva per conoscere Dio. Quindi i buoi, i campi, la moglie sono aiuto che Dio ti dà, però non vivere per essi. Accogli l’aiuto, il mezzo che Dio ti pone per cercare e per conoscere Dio, però vivi per cercare e per conoscere Dio!

Osvaldo: Comunque la lezione principale di questo brano di Vangelo qual è?

Luigi: La lezione fondamentale è questa: non ti devi rassegnare a nessun ostacolo. Qui c’è gente che ha avuto fede. Cosa significa? C’era tutta una folla che impediva di prendere contatto con Gesù, ma la fede gliela fa superare, la fede che salva, a costo di salire sul tetto. È l’esempio di Zaccheo. Non rassegnarti alle distanze. Fai l’orso a qualunque costo.

 

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 Mercoledì 9 marzo 2016 

(Tratto dalla cassetta 142 del  20.3.1985)

 

 

 

Il Figlio non fa nulla se non lo vede fare dal Padre

(Gv 5,17-30)

         

In quel tempo, Gesù disse ai Giudei: «Il Padre mio agisce anche ora e anch’io agisco». Per questo i Giudei cercavano ancor più di ucciderlo, perché non soltanto violava il sabato, ma chiamava Dio suo Padre, facendosi uguale a Dio.

Gesù riprese a parlare e disse loro: «In verità, in verità io vi dico: il Figlio da se stesso non può fare nulla, se non ciò che vede fare dal Padre; quello che egli fa, anche il Figlio lo fa allo stesso modo. Il Padre infatti ama il Figlio, gli manifesta tutto quello che fa e gli manifesterà opere ancora più grandi di queste, perché voi ne siate meravigliati.

Come il Padre risuscita i morti e dà la vita, così anche il Figlio dà la vita a chi egli vuole. Il Padre infatti non giudica nessuno, ma ha dato ogni giudizio al Figlio, perché tutti onorino il Figlio come onorano il Padre. Chi non onora il Figlio, non onora il Padre che lo ha mandato.
In verità, in verità io vi dico: chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha la vita eterna e non va incontro al giudizio, ma è passato dalla morte alla vita. In verità, in verità io vi dico: viene l’ora – ed è questa – in cui i morti udranno la voce del Figlio di Dio e quelli che l’avranno ascoltata, vivranno.

Come infatti il Padre ha la vita in se stesso, così ha concesso anche al Figlio di avere la vita in se stesso, e gli ha dato il potere di giudicare, perché è Figlio dell’uomo. Non meravigliatevi di questo: viene l’ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce e usciranno, quanti fecero il bene per una risurrezione di vita e quanti fecero il male per una risurrezione di condanna.

Da me, io non posso fare nulla. Giudico secondo quello che ascolto e il mio giudizio è giusto, perché non cerco la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato.  

 

 

Cina: Non devo mai disunirmi da Dio.

Luigi: Si, perché i nostri pensieri disuniti da Dio seccano, diventano paralizzati.

Delfina: Devo ascoltare la parola di Dio per credere alla parola di Dio.

Luigi: Devo ascoltare, credere e cercare di capire. Perché se io cerco soltanto di credere ma non mi sforzo, non mi interesso per capire la mia parola se ne va. Chi non pone mente alla parola, la perde; questa parola se ne va. Noi restiamo in quanto abbiamo interesse per capire. In quanto uno ha interesse per capire, rimane; in caso diverso non può rimanere: la parola è persa.

Franca: “E’ venuto il momento ed è questo”, quand’è questo momento?

Luigi: E’ questo il momento! Il momento in cui tu leggi questa parola. È adesso.

Rita: “Verrà l’ora”, quand’è quest’ora?

Luigi: Prima Dio parla personalmente e poi dice: “Verrà l’ora in cui tutti…”, tutti, nessuno escluso. Tutti coloro che sono nelle tombe, nessuno escluso: tutti.

Raffaella: L’essere morti nel sepolcro è una realtà cosciente da parte della creatura?

Luigi: No, noi siamo coscienti della realtà solo quando conosciamo Dio. In caso diverso siamo morti, e non sappiamo di essere morti; ci crediamo vivi ma siamo morti. Uno è morto in quanto pensa a se stesso. Il tralcio staccato dalla vite è morto, però non sa di essere morto.

Flavio: “Tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la voce”, vuol dire che prendono coscienza?

Luigi: No, non è ancora prendere coscienza. La parola si fa sentire, si annuncia. In quanto si annuncia ti propone Dio. Però, di fronte alla proposta la risposta cambia a seconda di quello che ognuno porta dentro il cuore: “quanti fecero il bene per una risurrezione di vita, quanti fecero il male per una resurrezione di morte”.

Paola: Gesù dice“Chi ascolta la mia parola ha la vita eterna”.

Luigi: Dobbiamo ascoltare la sua parola e credere nel Padre: “In Colui che mi ha mandato”.

Paolo: “Come il Padre ha la vita in se stesso così il Figlio ha la vita in se stesso”.

Luigi: Si, Il Figlio ha la vita in se stesso perché ha il Padre: il Padre è la vita. “La nostra vita è nascosta in Dio”, quindi conoscendo Dio troveremo la nostra vita.

Tiziana: Ogni cosa che ci arriva è già un seme di eternità.

Luigi: Ogni fatto che arriva a noi non è per giudicarci, ma per farci prendere coscienza della vita eterna che Dio ci offre; se però noi non crediamo, restiamo giudicati da questa parola. Per cui è importante che noi ogni giorno, in ogni cosa, cerchiamo l’aspetto eterno che ci viene annunciato; in tutto dobbiamo cercare l’eternità delle cose e lasciar perdere quello che non vale.

In ogni cosa che ti arriva c’è qualche cosa di eterno che si propone a te: sappilo vedere, sappi vedere che cosa di Dio ti annuncia di eterno, di Sé, in ogni cosa. Invece in ciò che vedi di transitorio c’è il pensiero del tuo io: lascialo perdere.

Fabrizio: Ma nei fatti di tutti i giorni?

Luigi: Nei fatti di tutti i giorni! Non c’è niente di banale! In tutte le cose è Dio che parla con noi. È Dio che parla con noi. Quindi sappi vedere quello che di eterno c’è in ogni fatto, anche in una notizia di cronaca, in una canzonetta, in una barzelletta. In ogni fatto c’è qualche cosa di eterno che arriva a te. E poi c’è qualche cosa di transitorio, del pensiero del tuo io. Se dici: “Qui ci sono gli uomini; qui è la società”, lascia perdere, perché c’è il pensiero del tuo io. Cerca invece quello che di eterno Dio ti vuole insegnare. In ogni fatto c’è il Pensiero di Dio. Nelle parabole di Dio c’è una lezione di vita eterna per ognuno di noi. Però prima di tutto bisogna credere in Dio Creatore, in Dio che opera in tutto e che è presente in tutto. E in quanto è presente in tutto ci parla di Sé.

Dobbiamo cercare di vedere quello che Dio ci dice di Sé. In caso diverso restiamo nel transitorio, perché ci limitiamo a quello che appare ai nostri occhi e non cerchiamo più Dio.

Pinuccia: Il Figlio di Dio ha la vita in Se stesso.

Luigi: Perché ha il Padre.

Pinuccia: Noi, che siamo chiamati a diventare figli di Dio adottivi, avremo la vita in noi stessi solo quando avremo sottomesso ogni pensiero al Pensiero di Dio, non prima.

Luigi: Dio è già in noi, però noi non siamo uniti a Lui “come” Lui è unito a noi. Dio è presente a noi ma noi non siamo capaci ad essere presenti a Lui “come” Lui è presente a noi.

Impegnati ad essere unito a Lui come Lui è unito a te: questo è il lavoro da fare, l’unica cosa necessaria.

 

 

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Mercoledì 21 gennaio 2015

                                                  (Tratto dalla cassetta del 20 gennaio 1993)

 

 

E stavano a vedere

(Mc 3, 1- 6)

 

In quel tempo, Gesù entrò di nuovo nella sinagoga. Vi era lì un uomo che aveva una mano paralizzata, e stavano a vedere se lo guariva in giorno di sabato, per accusarlo.
Egli disse all’uomo che aveva la mano paralizzata: «Àlzati, vieni qui in mezzo!». Poi domandò loro: «È lecito in giorno di sabato fare del bene o fare del male, salvare una vita o ucciderla?». Ma essi tacevano. E guardandoli tutt’intorno con indignazione, rattristato per la durezza dei loro cuori, disse all’uomo: «Tendi la mano!». Egli la tese e la sua mano fu guarita.
E i farisei uscirono subito con gli erodiani e tennero consiglio contro di lui per farlo morire.

Parola del Signore

 

 

Giovanna: Nel Vangelo sono riportate le parole che Gesù dice direttamente e parole riportate dall’evangelista che scrive.

Luigi: Dio ti dà la possibilità di parlare?

Giovanna: Si.

Luigi: E parlare cosa significa? Significa che Dio ti dà la possibilità di comunicare le tue fantasie, i tuoi sogni, i tuoi errori, le tue colpe, le tue esaltazioni. Tu puoi parlare, perché se non lo potessi fare, non saresti persona. Parlare vuol dire che puoi affermare, puoi dire: “Questa cosa è così!”. Puoi prendere un frammento e dire: “Questo è tutto!”. Lo puoi dire, perché se non lo potessi dire non saresti persona. La persona essenzialmente è la capacità di universalizzare. E questo ti fa correre il rischio di non capire più niente. Infatti universalizzando una parte, ad un certo punto scopri di essere nella confusione più totale. Ma è proprio questa capacità che ti dà la possibilità di arrivare a Dio; perché se tu non avessi l’io, che è la capacità di universalizzare tutto, anche l’errore, non potresti arrivare a Dio. Sul tuo io autonomo puoi costruire una logica perfetta, senza contraddizioni. Per questo solo un essere personale può conoscere Dio. Se tu non avessi l’io non potresti conoscere la Verità, e non potresti neanche riconoscere l’errore.

Giovanna: Si, ma portavo ad esempio il Vangelo.

Luigi: Nel Vangelo c’è l’evangelista che parla e c’è Dio che parla, appunto perché c’è la persona che parla. Giovanni l’evangelista quando parla della vicenda di Maria e di Marta dice: “Era malato un certo Lazzaro di Betania, il villaggio di Maria e di sua sorella Marta”, evidentemente il punto di riferimento è Maria. Luca l’evangelista scrive: “Betania, il villaggio di Marta che aveva una sorella, Maria”. Vedono lo stesso episodio da due punti di vista opposti.

Marco nel suo Vangelo dice: “Mentre egli usciva da Gerico coi suoi discepoli, di figlio di Timeo, Bartimeo, mendicante cieco, era seduto sull’orlo della strada”. Matteo invece dice: “E mentre lasciavano Gerico ecco due ciechi seduti lungo la via”. Succede, a seconda di come uno vede le cose.

Un giorno il parroco a Messa dice: “Gesù con cinquemila pani ha sfamato cinque persone” e tra i fedeli uno commenta: “Anch’io ne sarei capace”. Accortosi dell’errore, la domenica successiva dice: “Domenica scorsa mi sono sbagliato, volevo dire che con cinque pani Gesù sfamò cinquemila uomini” e lo stesso fedele commenta: “Eh già, con quello che hanno mangiato domenica scorsa!”. Questo succede perché ognuno può parlare e chi ascolta intende secondo ciò che ha dentro di sé prima di tutto, come unico punto fisso di riferimento; e giudica tutto secondo quel metro di giudizio, rapporta tutto a quello. Perché noi facciamo sempre dei rapporti. A questo punto si rivela ciò che uno mette prima di tutto.

Giovanna: Eppure erano discepoli di Gesù.

Luigi: Hai voglia! Ma tu confronta il vangelo di san Giovanni con quello di san Matteo. Vedi che differenza c’è! Eppure erano tutti e due apostoli di Gesù.

Alma: Perché Gesù lo fa mettere in mezzo?

Luigi: Gesù lo fa mettere al centro perché lo presenta come specchio per tutti. E il fatto che lo presenti come specchio per tutti è evidentissimo perché erano i loro pensieri ad essere paralizzati. Per cui quella mano inaridita, paralizzata, incapace a prendere era specchio per tutti coloro che avevano la mente paralizzata. Perché Dio attraverso l’opera esterna dell’innocente che soffre, ci fa capire, corregge ciò che è sbagliato nella mente. Dio non può parlarci direttamente di ciò che abbiamo di sbagliato nella mente, allora ci presenta lo specchio esteriore di ciò che siamo interiormente, e ci dice: “Tu sei quello!”. Infatti domanda: “E’ lecito in giorno di sabato ….?, nessuno risponde. E lui si rattrista. Questo è per farci capire come Dio opera nel nostro mondo: Dio ci presenta il nostro specchio per aiutarci a liberarci. Tutta l’opera di Dio è pedagogica. Il dramma è che dopo aver dato loro una lezione meravigliosa, i farisei complottano con gli erodiani, loro nemici, per ucciderlo. Vedi cosa salta fuori?!

Pinuccia: La mano inaridita è lo specchio della nostra malattia interiore.

Luigi: Certo, perché il nostro mondo interiore personale, dei pensieri, è affetto da malattie gravissime; che sono le malattie della nostra anima, delle quali non ce ne possiamo accorgere. Per questo Dio trova il modo di farci specchiare in queste malattie fisiche, con le quali scopriamo una certa affinità. Ecco, dobbiamo arrivare a scoprire l’affinità nello spirito con queste malattie esteriori, altrimenti non cogliamo la lezione.

Rita: “Ma essi tacevano”.

Luigi: Non si sono pronunciati per non essere bruciati.

Pinuccia: Melchisedek è un sacerdote che prefigura il Cristo.

Luigi: Mel vuol dire re e salem vuol dire Gerusalemme: re di Gerusalemme, re della nostra anima. La funzione del sacerdote è quella di riportare a Dio i doni di Dio, che ci arrivano da Dio. Consacrare vuol dire fare sacre tutte le cose. La consacrazione è fondata sulla giustizia, che significa dare ad ognuno il suo. Siccome tutto è di Dio, tutto va riportato a Dio per riceverlo nuovo da Dio. Riportandolo a Dio, Dio dice: “Questo è mio”, lo fa suo, e te lo ridà nuovo.

Bruno: Abramo offre solo un decimo.

Luigi: Dio consacra ciò che tu offri, fosse anche solo un semplice bicchiere d’acqua, affinché tu possa imparare ad offrire tutto. E’ come quel mendicante indiano che offre al re un chicco di grano. Alla sera scopre che nella sua manciata di grano c’era un granello d’oro e pensa: “Avessi offerto tutto!”. Dio accetta ciò che noi gli offriamo, ce lo spiritualizza e ce lo fa vedere dal punto di vista dello Spirito; lì noi capiamo l’importanza del Dio prima di tutto nel pensiero.

Franco: E l’offerta ultima è l’offerta del Pensiero di Dio.

Luigi: Si, perché anche il Pensiero di Dio deve essere offerto a Dio per riceverlo nuovo da Dio.

 

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                Mercoledì 16 marzo 2016 

            (Tratto dalla cassetta 488 del 23.3.1988)

 

“Se resterete nelle mie parole”

(Gv 8, 31-42 )

 

In quel tempo, Gesù disse a quei Giudei che gli avevano creduto: «Se rimanete nella mia parola, siete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi». Gli risposero: «Noi siamo discendenti di Abramo e non siamo mai stati schiavi di nessuno. Come puoi dire: “Diventerete liberi”?».
Gesù rispose loro: «In verità, in verità io vi dico: chiunque commette il peccato è schiavo del peccato. Ora, lo schiavo non resta per sempre nella casa; il figlio vi resta per sempre. Se dunque il Figlio vi farà liberi, sarete liberi davvero. So che siete discendenti di Abramo. Ma intanto cercate di uccidermi perché la mia parola non trova accoglienza in voi. Io dico quello che ho visto presso il Padre; anche voi dunque fate quello che avete ascoltato dal padre vostro».
Gli risposero: «Il padre nostro è Abramo». Disse loro Gesù: «Se foste figli di Abramo, fareste le opere di Abramo. Ora invece voi cercate di uccidere me, un uomo che vi ha detto la verità udita da Dio. Questo, Abramo non l’ha fatto. Voi fate le opere del padre vostro».
Gli risposero allora: «Noi non siamo nati da prostituzione; abbiamo un solo padre: Dio!». Disse loro Gesù: «Se Dio fosse vostro padre, mi amereste, perché da Dio sono uscito e vengo; non sono venuto da me stesso, ma lui mi ha mandato».

 

Cina: “Se resterete fedeli alla mia parola sarete veramente miei discepoli”. In che cosa consiste essere fedeli?

Luigi: In un'altra versione è scritto: “Se resterete nelle mie parole”. Essere fedeli vuol dire restare. Quand'è che tu resti in una parola? Non resti in quanto la registri, né quando la scrivi,  né quando la canti, né in quanto la reciti a memoria. Presto o tardi la perdi. Tu resti in una parola in quanto cerchi di capirla, quando ti impegni a capirla. Nelle cose in cui ti impegni a capire, tu resti. Tu resti nella parola di Dio in quanto ti impegni a capirla. “Capisci quello che Io ti ho fatto?”; “Capisci quello che Io ti dico?”. Si resta attraverso l'applicazione della mente. Gesù lo dice quando ci insegna la parabola del seminatore. Quando la commenta dice: “Il seme rappresenta la parola di Dio; quelli che hanno ascoltato la parola lungo la strada sono coloro che hanno ascoltato la parola, ma non vi pongono mente”. Quindi la parola si può ascoltare ma non porvi mente; se tu non poni mente, il diavolo te la porta via, dice Gesù; non puoi tenerla. Quelli che sono caratterizzati dal terreno buono, profondo, sono coloro che avendo ascoltato la parola di Dio vi pongono mente, e con pazienza giungono al frutto: il frutto è la conoscenza, la vita vera, la conoscenza di Dio. La vera preghiera è elevazione della mente a Dio. Dio ha dato a noi la mente, non perché noi la accantonassimo, ma perché la usassimo. Quindi il porre mente è il punto fondamentale per restare nella parola. Dio ti fa arrivare la parola indipendentemente da te, però non ti fa giungere al frutto senza di te.

Cosa vuol dire “senza di te”? Senza la tua mente, senza questa tua dedizione, senza entrare nella preghiera. “Quando vuoi pregare entra nel silenzio della tua stanza, chiudi l'uscio e lì rivolgiti al Padre il quale è presente e ti risponderà secondo la tua preghiera”, cioè ti darà la luce. Quindi ci fa capire che è attraverso la nostra mente che si decide tutto.

Quando una cosa ti sta veramente a cuore, pensi molto a quella cosa. Quando parli con una persona, cerchi sempre di arrivare al pensiero, alla mente di quella persona; ti accorgi che tutto deriva dal pensiero di quella persona. Non ti accontenti delle parole che dice. L'elemento dominante sta nel pensiero. Quindi anche nei rapporti con Dio, non dobbiamo accontentarci di quello che diciamo a parole (“Signore ti amo con tutto il cuore”) o degli atteggiamenti esteriori, ma dobbiamo applicare la mente, cioè dobbiamo cercare di capire le parole del Signore. Questa è parola di Dio.

Allora, se ritengo le sue parole molto importanti, chiedo: “Cosa mi vuol dire Dio attraverso questa parola che mi ha fatto arrivare? Che cosa mi vuole significare di Sé?”. Perché in tutte le cose Lui mi parla di Sé. Cosa mi vuol dire Dio? In questo caso resto nella parola.

“Se resterai nelle mie parole sarai vero mio discepolo allora arriverai a conoscere la Verità, la Verità ti farà libero”.

Delfina: “Il figlio resta sempre nella casa del Padre mentre lo schiavo non può restare”.

Luigi: Certo, lo schiavo non può restare perché ubbidisce; prima di tutto perché non ne può fare a meno e poi perché ha un altro interesse; magari di essere pagato. Questo ci fa capire che per restare nella casa del Padre è necessario capire l'amore del Padre.

Nella parabola del figliol prodigo abbiamo un figlio che è scappato di casa ed è finito a mangiare le carrube con i porci. Il figlio maggiore è rimasto in casa; ma non solo! Infatti dice: “Io ho ubbidito sempre ai tuoi comandi, ho fatto sempre la tua volontà, sono sempre stato fedele”. Quando il figlio che era scappato ritorna, cosa succede? Che il padre lo abbraccia. Perché? Fa festa perché “era morto e adesso è risuscitato”. A questo punto le carte si svelano: il figlio maggiore non riesce più ad entrare in casa. Perché? Perché non sopporta la festa fatta per suo fratello. E dice: “Questo tuo figlio che ha speso tutto con le prostitute, adesso che è tornato, tu gli fai festa? E io, che sono sempre rimasto in casa? Non mi hai mai dato un vitello”. Il padre risponde: “Questo tuo fratello”. Quindi se tuo fratello che era morto è risorto, bisogna far festa! Ecco come uno si può illudere di essere nella casa del padre ed invece ritrovarsi lontanissimo, perché è lontano dall'amore, lontano dal cuore del padre. Allora, soltanto i figli veri restano nella casa; gli altri non possono restare. Adesso è il figlio maggiore che deve andare via, perché non può più restare nella casa del padre. Il figlio maggiore non era un figlio, era un servo che restava nella casa del padre perché gli conveniva. Ad un certo momento le parti si invertono: il figlio che se ne era andato è il vero figlio.

Franca: Inizialmente anche il figlio minore era un servo.

Luigi: Si, e questo ti fa capire come ci possiamo illudere di essere nella casa del padre;  per cui diciamo: “io sono giusto; io sono a posto; io pago le tasse; io digiuno”, e invece siamo lontanissimi, fintanto che non ci accorgiamo che per noi l'amore di Dio diventa insopportabile. Perché soltanto se tu condividi lo stesso pensiero di Dio, soltanto se provi lo stesso amore, riesci a restare. In caso diverso non puoi restare, non sopporti.

Senti dire: “Eh già, è facile così! Si è divertito tutta la vita e poi in punto di morte dice un Ave Maria e si salva!”. Se si avesse l'amore del Padre si direbbe: “Signore, come sei buono! Con un’Ave Maria salvi un'anima”. Si godrebbe di questo! Invece come mai alcuni non godono di questo?

“Guarda il Padre com'è buono!” Ha subìto quello che ha subìto e adesso che il figlio è tornato gli fa festa. Guarda come è buono! Perché invece gli operai della vigna, quelli che sono andati a lavorare alla prima ora non sopportano che il padrone della vigna, all'ultimo, a quelli che hanno lavorato solo un'ora, dia loro la stessa paga? Se loro avessero amato il padrone avrebbero detto: “Guarda come è buono! Questi hanno lavorato un'ora sola e ha dato loro la stessa nostra paga!”. Invece pensando a se stessi (ecco l'atteggiamento del servo) dicono: “Ma questi hanno lavorato solo un'ora! E noi, che abbiamo sopportato la fatica di tutto il giorno, ci paghi come gli altri?”. Ecco il pensiero dell'io, ecco la fregatura!

Pinuccia: Quindi in Dio il senso della giustizia...

Luigi: E' tutto un altro! La meraviglia è questa! Dio vuole che tutti si salvino e fa tutto per questo fine! Dov'è il senso della giustizia in Cristo che muore in croce?

 

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Venerdì 23 gennaio 2015

 (tratto dalla cassetta del 22.1.1993)

 

 

Chiamò a sé quelli che voleva

 (Mc 3,13-19)

 

In quel tempo, Gesù salì sul monte, chiamò a sé quelli che voleva ed essi andarono da lui. Ne costituì Dodici – che chiamò apostoli –, perché stessero con lui e per mandarli a predicare con il potere di scacciare i demòni.
Costituì dunque i Dodici: Simone, al quale impose il nome di Pietro, poi Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni fratello di Giacomo, ai quali diede il nome di Boanèrghes, cioè “figli del tuono”; e Andrea, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso, Giacomo, figlio di Alfeo, Taddeo, Simone il Cananeo e Giuda Iscariota, il quale poi lo tradì.

Parola del Signore

 

 

Agata: “Ne formò dodici che stessero con Lui e anche perché andassero a predicare”.

Luigi: Si, perché è stando con Lui che cresciamo: noi cresciamo ad immagine e somiglianza di ciò a cui guardiamo. Se guardiamo un animale, cresciamo ad immagine e somiglianza dell’animale; se guardiamo Dio cresciamo ad immagine e somiglianza di Dio. Tutto dipende da ciò a cui guardiamo. È questo il patto di alleanza che Dio ha stretto con noi: a seconda di ciò in cui ti specchi, tu diventi. Con ciò ci ha dato tutto nelle mani: specchiati in Dio e diventi figlio di Dio. Però corriamo un rischio: se invece di specchiarci in Dio ci specchiamo in un animale, diventiamo animali. Siamo informati da ciò a cui guardiamo.

Carla: Perché Gesù ne scelse dodici e non undici o tredici?

Luigi: Prima di tutto perché è opera di Dio. Il dodici è un numero antico: sono dodici le tribù di Israele, dodici le regioni della Palestina, dodici i figli di Giacobbe. Rappresentano le dodici categorie dell’umanità; cioè nel dodici potremmo vedere tutte le sfumature dell’umanità (carattere, temperamento): è la ricapitolazione dell’umanità intera. Scegliendone dodici Gesù ci vuol dire che ha chiamato tutta l’umanità, la totalità. Nessuno potrà mai dire: “Dio non mi ha chiamato”, no! Perché Dio ha incluso tutti. Ha incluso addirittura il temperamento, il carattere di Giuda, l’apostolo che lo tradirà. È Lui che l’ha scelto! È Lui che ha scelto il traditore! È Lui che l’ha voluto! Ora, se l’ha voluto Lui...; ecco come ad un certo momento, la colpa scompare. Dio, scegliendo i dodici, ci fa capire che ha scelto tutta la gamma possibile di virtù e di errori che l’uomo porta con sé. Nei dodici c’è la totalità e c’è ognuno di noi. E quand’anche noi fossimo tra i dodici, dobbiamo tenere presente che c’è anche un Giuda. E può darsi che quel Giuda siamo noi.

Osvaldo: Ma il fatto che ne ha scelti dodici non è una parabola?

Luigi: Certo, perché con Dio tutto è carico di significato; perché tutto reca un pensiero e un pensiero per ogni uomo. Tutto quello che Dio ha fatto, l’ha fatto per ognuno di noi personalmente. Quindi è carico di significato, è carico di vita, è carico di pensiero per ognuno di noi personalmente. Ecco perché non dobbiamo fermarci alla materialità, alla lettera, ma dobbiamo capire il significato. Se tu arrivi al significato e cerchi il Pensiero di Dio, comprendi che quel segno, quella parola è per te, che in quei dodici ci sei anche tu.

Osvaldo: Quindi se da Dio si comprende il significato, questo ti apre a comprenderne altri.

Luigi: Il significato è presso Dio quindi diventa eterno. Il significato è l’intenzione, è il pensiero di uno. Se ti arriva una lettera scritta in una lingua straniera, quand’è che arrivi a capire il significato di ciò che è scritto? Quando arrivi al pensiero di chi ti scrive. Quando cogli il pensiero dici: “Ah, voleva dirmi questo!”. A questo punto ti fermi, hai capito! Non vai a cercare un altro significato. Sei sicuro: “Voleva dirmi questo!”. E sei in pace. Quindi capire il pensiero dell’altro è pace. La pace non si ottiene dicendo: “Facciamo la pace!”. La pace non è effetto di volontà. Cerca il Pensiero di Dio e trovi la tua pace.

Bruno: Però per cercare e per trovare il Pensiero di Dio devo superare il mio io. Siccome, se ho capito bene, tutti noi nasciamo in una situazione di peccato, anche se da piccoli riceviamo il battesimo, non è che la cosa sia risolta.

Luigi: Dobbiamo distinguere bene una cosa: la nostra anima non la riceviamo dai genitori, dall’uomo; tra la nostra anima e Dio non è interposta nessuna creatura, né padre, né madre, nessuno. Questo significa che la nostra anima è in diretto rapporto con Dio, significa che la nostra anima è creata direttamente da Dio. Il corpo invece lo riceviamo, è un carico ereditario che porta con sé le tradizioni, anche gli errori, perché tutto si incarna. Il corpo è l’incarnazione di un pensiero. Se noi fossimo pura incarnazione di un pensiero, fossimo puro corpo, noi saremmo un puro distillato di eredità di tutto quelli che ci hanno preceduto; saremmo pura espressione di tutto ciò che ci ha preceduto (anche degli errori, dei tradimenti, ecc.). Infatti, man mano che tu vivi diventi responsabile del tuo corpo. Quindi, all’inizio ricevi un corpo del quale non sei responsabile, ma man mano che vivi, scrivi nel tuo corpo a seconda di ciò per cui vivi. E che tu scrivi sul tuo corpo è evidentissimo: basta che tu abbia un pensiero di generosità o di odio, che il tuo volto ne è informato. Informa un giorno, informa due, informa tre e ad un certo momento ti ritrovi marmorizzato, scolpito. Se il tuo volto è scolpito vuol dire che pensando scolpisci. Noi siamo fatti di cielo e di terra: riceviamo un terra, per cui facciamo una cosa sola con Adamo e da questa riceviamo tutto. Da padre, da madre riceviamo un corpo che è la sintesi di tutti i pensieri che ci hanno preceduto. Perché se ogni persona che è vissuta prima di me, pensando ha scritto, io ricevo un corpo che è la sintesi di tutto ciò che gli altri hanno scritto, e ne porto le conseguenze. Se non avessi un’anima, un punto in cui sono in diretto rapporto personale con Dio, nel quale non possono entrare padre, madre, avi, io sarei determinato: sarei espressione pura di tutto ciò che mi ha preceduto, di tutta una causalità precedente (perché tutti hanno scritto). Invece in noi c’è un punto verginale, che è determinato dalla nostra anima, che è il Pensiero di Dio. C’è un punto puro in Adamo e c’è un punto puro in ogni uomo che nasce in questo mondo.

Nel corso dei secoli, Dio, di questo punto verginale, ne ha fatto una persona: Maria. Tutto questo per dire che noi non siamo la pura espressione del peccato di coloro che ci hanno preceduto, siamo anche questo, ma siamo anche questo punto verginale che portiamo in noi, in cui siamo in diretto rapporto con Dio e se noi ascoltiamo Dio, possiamo superare tutto per la tangente. Non c’è carico di delinquenza che io mi possa portare addosso che mi impedisca di sfuggire per la tangente e di entrare nel puro cielo di Dio.

Invece il rapporto con Dio è personale e il rapporto personale supera tutto. Il sacramento del battesimo ha la funzione di orientamento: “Tu sei stato creato per conoscere Dio”. E’ una seminagione, è una proposta che ti invita ad un rapporto che tu intendi, in quanto porti il Pensiero di Dio in te, in quanto tu non sei un animale.

Il bambino ha bisogno di rendersi conto, ha bisogno della verità.

Anche se avessi tutto il mondo attorno a te che ti scandalizza, che ti fa deviare dal fine per il quale sei stato creato, ma hai interesse per la Verità, e dai valore, importanza alla verità, questo amore ha una potenza enorme che ti fa superare tutto.

 

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Mercoledì 23 marzo 2016 

(Tratto dalla cassetta 146 del 3.4.1985)

Settimana Santa

 

“Il mio tempo è vicino”

(Mt 26,14-25 )

 

In quel tempo, uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariòta, andò dai capi dei sacerdoti e disse: «Quanto volete darmi perché io ve lo consegni?». E quelli gli fissarono trenta monete d’argento. Da quel momento cercava l’occasione propizia per consegnare Gesù.
Il primo giorno degli Ázzimi, i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero: «Dove vuoi che prepariamo per te, perché tu possa mangiare la Pasqua?». Ed egli rispose: «Andate in città da un tale e ditegli: “Il Maestro dice: Il mio tempo è vicino; farò la Pasqua da te con i miei discepoli”». I discepoli fecero come aveva loro ordinato Gesù, e prepararono la Pasqua.
Venuta la sera, si mise a tavola con i Dodici. Mentre mangiavano, disse: «In verità io vi dico: uno di voi mi tradirà». Ed essi, profondamente rattristati, cominciarono ciascuno a domandargli: «Sono forse io, Signore?». Ed egli rispose: «Colui che ha messo con me la mano nel piatto, è quello che mi tradirà. Il Figlio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui; ma guai a quell’uomo dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito! Meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!». Giuda, il traditore, disse: «Rabbì, sono forse io?». Gli rispose: «Tu l’hai detto».                                                                                      

 Parola del Signore

 

Cina: Il Signore mi presenta la figura di Giuda affinché io non sia un Giuda.

Luigi: Certo, ci sono sempre questi trenta denari nella nostra vita, che rappresentano i compromessi che si fanno. La vita vale in quanto è netta, semplice. Ci vuole questa durezza di volto, questo orientamento fisso. Invece noi vogliamo piacere ad uno, piacere all'altro e non ci accorgiamo che sotto sotto stiamo facendo il contratto di Giuda: vendiamo il nostro Maestro, vendiamo il nostro amore principale. Lo vendiamo per qualche cosa che ci conviene.

Delfina: In ciascuno di noi c'è Giuda Iscariota.

Luigi: In ciascuno di noi c'è Dio. Giuda ci è stato presentato affinché nessuno di noi fosse un Giuda.

Flavio: E' importante essere consapevoli di aver tradito Dio.

Luigi: Si, è importante la consapevolezza del tradimento, ma la lezione che Dio ci vuol dare attraverso Giuda è quella di non disperare pur constatando il tradimento: non disperare! Se anche tu fossi nell'inferno: non disperare! Dio opera con tutti, non abbandona nessuno.

Paola: “Meglio per quell'uomo se non fosse mai nato” Gesù lo dice perché non avvenga.

Luigi: Certo, tutte le parole che il Signore ci dice, le dice per salvarci, non per punirci, non per giudicarci. Ce le dice per farci capire la gravità della cosa, affinché non avvenga in noi questa cosa. Dio parla prima proprio per evitarci l'errore. Noi corriamo il rischio di crogiolarci dicendo: “Ma tanto Dio è buono”. Queste parole Dio le dice per ognuno di noi.

Franca: Cosa rappresentano questi farisei in noi?

Luigi: Sono le cose a cui diamo autorità, diamo valore, importanza. Possono anche essere i nostri doveri che mettiamo al di sopra di Dio.

Paolo: “Da quel momento cercavano l'occasione propizia per consegnarlo”.

Luigi: Quando ci dedichiamo ad altro da Dio, cerchiamo il momento opportuno per liberarci di Lui. Dobbiamo avere presente il Cristo, le parole di Dio, le esigenze di Dio; queste ci possono turbare, ci possono creare dei conflitti, dei contrasti e allora aspettiamo il momento per farlo fuori, per giustificarci. Dobbiamo cercare una ragione per dire: “Non ci penso più!”.

Tiziana: “Il tempo è vicino” si identifica con la Pasqua del Cristo?

Luigi: Certo, Lui la Pasqua la viene a fare dentro ognuno di noi. Pasqua vuol dire passaggio. Lui ci fa fare in noi il passaggio dalle cose del mondo alle cose di Dio. Fare pasqua vuol dire passare dalle cose del mondo alle cose di Dio. Cristo viene a noi per farci fare il passaggio dalle cose del mondo, della terra, dal pensiero del nostro io alle cose di Dio.

Tiziana: Però qui dice: “Farò la pasqua da te”.

Luigi: Si, Dio manda a dire ad ogni creatura: “Io vengo a fare la pasqua con te”. Non è detto che la creatura si renda disponibile; però da parte di Dio c'è la disponibilità.

Pinuccia: Non capisco perché Pietro ha potuto far conto su Dio e Giuda no.

Luigi: Questa è la differenza che li caratterizza. Pietro si è sempre dimostrato incostante; ha fatto grandi promesse che non ha mantenuto; però il gran pregio di Pietro è questo: nonostante la sua grande volubilità, la sua incostanza, è sempre rimasto con Cristo. E questa è una grande lezione per ognuno di noi. Il tradimento di Pietro è più grave di quello di Giuda. Giuda ad un certo momento ha sentito un rimorso tale da suicidarsi; ha sentito la grande pena del male che ha fatto: ha venduto Gesù per trenta denari. Pietro ha detto addirittura: “Io non lo conosco”. Giuda non ha detto: “Io non lo conosco!”; Giuda ha fatto un contratto, ma quando ha visto che le cose si mettevano male, che addirittura avevano deciso di mandarlo a morte, si è suicidato, perché si è reso conto del male grosso che ha fatto. Pietro è arrivato addirittura a dire: “Io non lo conosco!” e questo è un tradimento maggiore. Tutto questo è lezione di Dio per ognuno di noi per dirci che “anche tu arrivi al tradimento di Pietro, per paura di una serva, quindi per paura di una creatura, per non comprometterti, sappi questo: non abbandonare mai il tuo Maestro, perché Lui ti perdona; Lui ha la possibilità di perdonarti”. Il Signore ci presenta queste due figure: uno che si è suicidato, l'altro invece che ha tradito (e ha tradito in modo più grave), ma è rimasto, ed è stato perdonato ed è giunto a Pentecoste. Ciascuno di noi passa attraverso i tradimenti, ma nonostante tutti i tradimenti non dobbiamo allontanarti mai da Lui perché se non ci allontaniamo non disperiamo, Lui ci riprenderà. Due fatti uguali con due soluzioni diverse, per farci capire dov'è la soluzione. Il problema non è né esaminare Pietro, né esaminare Giuda; il problema è capire il significato che Dio ha voluto dare ad ognuno di noi con queste due figure. Per dire: “Guarda che non devi disperare”. Ci ha presentato Pietro che non ha disperato e Giuda che si è suicidato perché ha ritenuto che il suo peccato fosse imperdonabile. Se lui fosse ritornato da Gesù, anche da Gesù morto in croce, avrebbe trovato in Lui il perdono. Due situazioni uguali ma soluzioni diverse per farci capire: “Non disperare perché Dio ti perdona”. Evidentemente al centro di Giuda c'è il pensiero del suo io, che l'ha portato alla disperazione. Se ci fosse stato il Pensiero di Dio al di sopra di tutto non avrebbe disperato. Comunque non possiamo giudicare Giuda; certamente il Signore dall'altra parte gli avrà detto: “Giuda, tutto quello che è avvenuto te l'ho fatto fare io perché era necessario che tutti i tuoi fratelli non diventassero dei Giuda”. In Dio Creatore Giuda è salvato, però noi dobbiamo restare nella scena che Dio ci presenta. Dio ci presenta la scena di Giuda e la scena di Pietro: la soluzione sta nella scena di Pietro perché abbiamo uno che è stato perdonato nonostante la gravità del suo peccato. È grave, in quanto è stato un peccato intellettuale, in quanto ha detto: “Non lo conosco!”. Se in Pietro abbiamo la soluzione, Dio ci presenta la via d'uscita dal tradimento. Gesù non poteva tradire, quindi non abbiamo la lezione del tradimento in Gesù (perché tutta l'opera che Gesù ha fatto l'ha fatta per salvarci), però ci ha presentato i tradimenti verso di Lui, perché noi tradiamo. Però in tutte le cose che Lui ci presenta, ci presenta la via d'uscita dal tunnel. Quando l'amore è tradito il tunnel si chiude perché la fiducia viene meno: in questa scena di Pietro abbiamo la via d'uscita: Cristo perdona.

 

* * *

 

Mercoledì 28 gennaio 2015

(Tratto dalla cassetta del 27 gennaio 1993)

 

 

Come potrete comprendere?

(Mc 4, 1- 20)

 

In quel tempo, Gesù cominciò di nuovo a insegnare lungo il mare. Si riunì attorno a lui una folla enorme, tanto che egli, salito su una barca, si mise a sedere stando in mare, mentre tutta la folla era a terra lungo la riva.
Insegnava loro molte cose con parabole e diceva loro nel suo insegnamento: «Ascoltate. Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; e subito germogliò perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole, fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde tra i rovi, e i rovi crebbero, la soffocarono e non diede frutto. Altre parti caddero sul terreno buono e diedero frutto: spuntarono, crebbero e resero il trenta, il sessanta, il cento per uno». E diceva: «Chi ha orecchi per ascoltare, ascolti!».

Quando poi furono da soli, quelli che erano intorno a lui insieme ai Dodici lo interrogavano sulle parabole. Ed egli diceva loro: «A voi è stato dato il mistero del regno di Dio; per quelli che sono fuori invece tutto avviene in parabole, affinché guardino, sì, ma non vedano, ascoltino, sì, ma non comprendano, perché non si convertano e venga loro perdonato».
E disse loro: «Non capite questa parabola, e come potrete comprendere tutte le parabole? Il seminatore semina la Parola. Quelli lungo la strada sono coloro nei quali viene seminata la Parola, ma, quando l’ascoltano, subito viene Satana e porta via la Parola seminata in loro. Quelli seminati sul terreno sassoso sono coloro che, quando ascoltano la Parola, subito l’accolgono con gioia, ma non hanno radice in se stessi, sono incostanti e quindi, al sopraggiungere di qualche tribolazione o persecuzione a causa della Parola, subito vengono meno. Altri sono quelli seminati tra i rovi: questi sono coloro che hanno ascoltato la Parola, ma sopraggiungono le preoccupazioni del mondo e la seduzione della ricchezza e tutte le altre passioni, soffocano la Parola e questa rimane senza frutto. Altri ancora sono quelli seminati sul terreno buono: sono coloro che ascoltano la Parola, l’accolgono e portano frutto: il trenta, il sessanta, il cento per uno».

Parola del Signore

 

Carla: “A voi è stato dato il mistero del regno di Dio; per quelli che sono fuori invece tutto avviene in parabole, affinché guardino ma non vedano, ascoltino ma non comprendano perché non si convertano e venga loro perdonato”. Ma allora già a priori c’è chi è perdonato e a chi no?

Luigi: A priori, se sei fuori non puoi essere perdonato, perché viene perdonato soltanto a coloro che sono dentro. È dentro colui che ha interesse per capire; fuori è colui che non ha interesse per capire. Quindi sei fuori dal regno di Dio se non hai interesse per capire e sei dentro se hai interesse per capire: se entri, capendo, vieni perdonato perché è la Luce che ti perdona.

Giovanna: Ci sono diversi terreni. La parola di Dio arriva anche sul terreno non buono.

Luigi: La parola di Dio arriva dappertutto, non c’è luogo in cui non giunga la parola di Dio: Dio è Colui che nessuno può ignorare. Ti fa capire qual è il terreno che porta frutto. Dio non ha nessuna difficoltà ad arrivare dappertutto, e guai se non arrivasse dappertutto.

Maria: “A coloro che sono fuori tutto viene detto in parabole affinché non intendano, perché non si convertano e venga loro perdonato”. Ma allora Dio non perdona?

Luigi: Dio è impietoso, è la stessa durezza con cui le vergini sagge rispondono alle stolte quando  chiedono loro l’olio, perché le lampade si spengono. Questo avviene non perché presso Dio ci sia durezza, perché Dio è massima comprensione, però ci possiamo trovare davanti a un Dio che è tutto durezza, possiamo trovarci davanti ad un Dio che è insopportabile. Non che Dio sia insopportabile, non che Dio sia durezza eppure possiamo trovarci davanti ad un Dio che è tutto durezza, tutto incomprensione, tutto insopportabilità. “A questo prezzo, Signore, io ti saluto!”, non lo possiamo sopportare. Per sopportare bisogna essere in due, basta che uno tradisca e il rapporto diventa insopportabile. Dio ci parla del rischio che c’è nella vita dell’uomo: l’uomo può trovarsi nella situazione di insopportabilità.

“Ho tante cose da dirvi ma per ora non le potete portare”. Lo vediamo anche umanamente: non si può far mangiare uno che non ha fame, e se lo si costringe a mangiare o impazzisce o ti uccide; si crea una ribellione insopportabile. Come mai? Cerchi di fare bene cercando di sfamarlo, eppure si può creare un punto di insopportabilità, di ribellione. Noi vogliamo sempre mettere le mani nelle anime degli altri, diamo consigli, ma il più delle volte creiamo la ribellione al punto che non si vuol più sentir parlare di Dio; si crea una chiusura. Invece si aiutano le anime offrendo un’apertura, non una chiusura. Anche perché una volta che un’anima è offesa, è difficilissimo aprirla. Quando hai perso la fiducia di una persona, poi è difficilissimo che si fidi ancora di te.

Non osiamo mettere le mani nel motore di una macchina quando non la conosciamo; anche se ci sentiamo autorizzati a dispensare consigli a destra e a sinistra. Attenzione a mettere le mani in questo motore stupendo, in questo infinito, questo terreno di Dio, questa terra sacra che è la persona umana, nella quale Dio sta parlando, sta operando. Il Signore dice: “Lascia fare a me che stai guastando tutto!”. Dio parla in parabole affinché noi ci rendiamo conto che non capiamo, perché fintanto che noi viviamo nel pensiero del nostro io, ci troviamo di fronte a parole di Dio che non riusciamo a capire. E questo è per farci capire che nel pensiero del nostro io non possiamo capire. Ed è una grande grazia.

Il Signore ci dice: “Guarda che se vuoi capire qualche cosa devi superare il pensiero del tuo io altrimenti non puoi capire niente di tutto ciò che io faccio”. Dicendoci che non capiamo e che non possiamo capire, ci dimostra che siamo in una situazione di notte e quindi ci fa desiderare la luce.

Bruno: “Uscì il seminatore a seminare” è il Padre che esce a seminare. Ma da dove esce?

Luigi: Esce da Se stesso perché semina nella mia terra, nel pensiero del mio io. Il pensiero del mio io non è Lui, ma non è ignorato da Lui.

Bruno: Ma l’uscire da Se stesso non è la generazione del Figlio?

Luigi: No, la generazione del Figlio è un entrare in Se stesso, non è un uscire da Se stesso. Dio esce da Se stesso in quanto entra nel pensiero del mio io. Tutta la creazione di Dio è fatta “ab extra”, ed è l’opera che è fuori di Dio; e poi c’è l’opera “ab intra”. Dio non abita nella creazione. La creazione è fatta nel pensiero del nostro io, cioè è Dio che parla nel pensiero del nostro io. Sono segni di Dio nel pensiero del nostro io; siamo urtati, subiamo l’opera di Dio, è Dio che ci tocca, che scende al nostro livello e che ci tocca nei pensieri che abbiamo. Ci tocca in quei pensieri incompiuti, separati, imperfetti: e questa è creazione di Dio, è un uscire.

Una cosa è la creazione di Dio e un’altra è Dio che parla a questa sua creazione: Dio forma l’io e poi parla a questo io per farlo uscire. Il mio io è un uovo: ad un certo punto il pulcino deve uscire dall’uovo, deve rompere la crosta! Dio bussa a questo uovo fino a spaccarlo, in modo che il pulcino esca. Attraverso la sua creazione Dio cerca di farci uscire dal nostro io affinché alziamo gli occhi a Lui. Certo, non potremmo alzare gli occhi a Lui se Lui non fosse già dentro di noi, però Dio ci sollecita ad alzare gli occhi da ciò che vediamo e tocchiamo.

Quindi Dio esce tutti i giorni in quanto entra nel mio mondo, mi tocca nel mio mondo, mi bombarda di avvenimenti tutti da capire, che mi sorprendono, perché non sono voluti da me. Lui esce da Se stesso, entra nel mio mondo per farmi uscire dal mio mondo e per farmi entrare nel suo mondo. Per questo abbiamo il cielo e la terra, il sogno e la realtà. Però tra il cielo e la terra, tra il sogno e la realtà c’è un’interferenza, non sono corpi isolati: uno tende ad assorbire l’altro. Sono come due galassie: una cerca di inghiottire l’altra.

Bruno: “E subito germogliò perché non era terreno profondo”, ma in altre parti dice che dobbiamo rispondere subito alla parola.

Luigi: La parola di Dio deve essere accolta, custodita, meditata, con pazienza, fino ad arrivare al frutto. Il processo è lento. Noi maturiamo con molta lentezza. Incontri una parola e poi per arrivare a capirla ci vogliono degli anni. Bisogna sempre dubitare di coloro che, sentendo la parola, partono in quarta, entusiasti: quell’entusiasmo dura poco. C’è bisogno di profondità, infatti quella pianticina secca subito, perché non ha radici in se stessa. Secchi subito quando non hai radici dentro di te. Le parole che ti arrivano devono mettere radici dentro di te in modo da avere un terreno profondo che ti sostenga. Ogni pianta cresce in alto quanto cresce in basso, e deve crescere contemporaneamente perché altrimenti ad un colpo di vento la pianta cade. Siccome Dio fa le cose molto bene, ci dice che se il seme, che è la parola di Dio, entra dentro di noi, se è custodita, mette una radice ben sistemata e mette una gemma che tende alla luce. Ci vogliono tutte e due le cose: la luce e il terreno profondo. E bisogna lavorare nei due sensi, in modo da radicarsi bene e da tendere alla luce. I pini in montagna hanno radici stupende, si aggrappano alle rocce, infatti non c’è bufera che riesce a sradicarli tanto sono abbarbicati. Lezione di Dio per noi.

 

* * *

 

 

Mercoledì 30 Marzo 2016

 (Tratto dalla cassetta 148 del 10.4.1985)

 

Resta con noi

(Lc 24,13-35)

 

            

Ed ecco, in quello stesso giorno, [il primo della settimana], due [dei discepoli] erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto.
Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto». Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui.
Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?».
Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.                                               

 

Parola del Signore

 

Cina: “Noi speravamo che sarebbe stato lui a liberare il suo popolo”. C'è una tristezza in queste parole. Tu hai detto che la tristezza è come un velo che non ci fa vedere la presenza di Dio.

Luigi: Certo, C’è questa tristezza in loro perché erano delusi nelle loro speranze. “Noi speravamo! Noi abbiamo sperato che Gesù avrebbe redento il nostro popolo. E invece ormai tutto è finito!”. È stato tutto un fallimento. Tutta la loro tristezza c'è in quanto c'è stato un fraintendimento dell'opera di Dio: “Noi speravamo che...”. Erano discepoli, eppure non avevano capito l'anima e il cuore del Signore. La tristezza nasce sempre da una speranza delusa. Per cui: “Io sognavo …. ma la realtà è tutta diversa!”.

Delfina: Cosa vuol dire questo per noi personalmente?

Luigi: Ogni uomo nella sua vita fa l’esperienza dello scontro tra le promesse di Dio, il sogno della fede, e la situazione presente, e il trionfo del mondo che smentisce il Regno di Dio. Ogni uomo deve toccare con mano il fallimento delle sue speranze, dei suoi sogni, e deve ripiegarsi nella monotonia di una vita di routine, senza vita, né morte; deve fare l’esperienza della vita che passa portandosi via tutti gli ideali e del trionfo del mondo materiale.

Delfina: Ma ci può essere anche un altro tipo di tristezza?

Luigi: Si, ci può essere la tristezza di colui che non ha ancora trovato. “Non mi darò pace finché non avrò trovato il suo volto”. È logico che quando uno cerca e non trova, non è certamente nella gioia, ma è triste.

Franca: Ad esempio si è tristi quando si partecipa al dolore degli altri.

Luigi: Quando si vede il dolore degli altri da Dio, come voluto da Dio, non si è tristi. Quando si vede la volontà di Dio non c'è più tristezza. La tristezza c’è quando si cerca ma non si vede ancora, oppure quando uno ha sperato ed è stato deluso.

Sandra: Non mi sembra giusto dire che quando si ha la presenza di Dio non c'è più tristezza.

Luigi: Con Dio ci può essere la sofferenza, la tribolazione, però si è nella gioia. Se tu ami molto una creatura, per te l'importante è essere con quella creatura; puoi tribolare da matti ma l'importante è essere con lei. La tristezza ha un altro volto. La tristezza c’è in quanto è privazione di una presenza; per cui anche se a uno non manca niente, ma manca della presenza della persona amata, in verità gli manca tutto.

Paola: Se ad esempio manca il dialogo con una persona...

Luigi: Se manca il dialogo c'è l'assenza!

Paola: Però anche se capisco il perché il Signore mi fa sentire questo vuoto, questa solitudine continuo a  rimanere sola.

Luigi: No, se tu capisci il perché, vuol dire che hai la presenza di Dio. Se hai la presenza di Dio, la presenza di Dio non ti fa sperimentare l'assenza della creatura. Se tu sperimenti l'assenza della creatura vuol dire che sei più legata alla creatura che a Dio. Vuol dire che tu ami più la creatura che Dio.

Flavio: Si, perché la creatura è tangibile...

Luigi: Noi diciamo delle parole, ma non ci rendiamo conto di quello che diciamo, perché Dio è più tangibile della creatura. La creatura la vediamo con gli occhi e diciamo: “E' qui!” invece lei chissà dov’è! Se tu potessi vedere i suoi pensieri...!

Invece Dio si lascia possedere tutto perché si lascia possedere come pensiero. Quindi la presenza di Dio è molto più vera di quella delle creature; non è nemmeno paragonabile...

Pinuccia: Però questi discepoli avevano già una certa apertura verso le parole di Gesù.

Luigi: Certo, erano discepoli di Gesù. Questo “Sconosciuto” parlava a loro di quello che interessava loro. Quando poi lo Sconosciuto si è fatto conoscere, i discepoli stessi dicono: “Ma eravamo scemi lungo la strada? Non avevamo più il cuore che funzionava? Lui stava spezzano il pane, le Scritture, e noi non lo abbiamo riconosciuto? Eravamo scemi da non capire che era Lui che stava parlando con noi?”. Lo riconoscono, ma solo “dopo”. Noi ci accorgiamo delle cose sempre dopo.

Pinuccia: Questo vale anche per noi.

Luigi: Certo, anche noi al termine della vita, quando vedremo com'è la realtà diremo: “Ma sono stato scemo tutta la vita? Tutti i giorni Dio ha parlato con me ed io non ho mai visto niente. Ma sono stato scemo tutta la vita?”. Allora: “Davanti a Lui piangeranno tutte le genti”.

Pinuccia: “E cominciando da Mosè e attraverso tutti i profeti, interpretava loro tutto quello che Lo riguardava nelle Scritture”. E questo cosa vuol dire personalmente per noi?

Luigi: Che siamo tutti su questa strada di Emmaus in cui il pensiero del nostro io rende ciechi, impedisce ai nostri occhi di vedere. La strada di Emmaus è segno di tutta la nostra vita nel mondo, nella quale Cristo cammina con noi e conversa con noi: ci spiega i suoi argomenti e il senso delle cose, degli avvenimenti, ma noi non Lo riconosciamo, perché il nostro cuore è altrove. Poi giunti ad Emmaus, il villaggio dove i due discepoli erano diretti, Gesù fa per proseguire. Ma essi gli dissero: “Resta con noi perché si fa sera; il giorno ormai declina”. Ed Egli entrò per fermarsi con loro. Quando si misero a tavola, Egli prese il pane, rese grazie, lo spezzò, lo diede loro. Era Lui. Era il loro Maestro e Signore. Era risorto da morte: era vivo. Allora i loro occhi si aprirono illuminati come da un lampo. Ma Lui era già scomparso. “Lo avevano riconosciuto allo spezzar del pane”. Cristo in verità è Colui che spezza a noi il pane della Verità.

Rosanna: Quei due discepoli sono subito ritornati a Gerusalemme a raccontare agli apostoli ciò che era loro accaduto...

Luigi: E mentre ancora stavano parlando, Gesù stesso si presentò in mezzo a tutti loro e disse: “La pace sia con voi: Sono io, non temete!”.

 

 

Venerdì 30 gennaio 2015

 (tratto dalla cassetta del 29.1.1993)

 

 

 

Come un uomo getta il seme

 (Mc 9, 26-34)

 

In quel tempo, Gesù diceva [alla folla]: «Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa. Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga; e quando il frutto è maturo, subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura».
Diceva: «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? È come un granello di senape che, quando viene seminato sul terreno, è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno; ma, quando viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra».
Con molte parabole dello stesso genere annunciava loro la Parola, come potevano intendere. Senza parabole non parlava loro ma, in privato, ai suoi discepoli spiegava ogni cosa.

Parola del Signore

 

Maria: Il seme è la parola di Dio.

Luigi: Si, però questo seme Dio ce lo mette nelle mani e dice: “Seminalo nella tua terra”, nella tua mente. Noi possiamo non seminarlo. Se lo seminiamo, sia che dormiamo, sia che vegliamo, il seme cresce. Se non semiamo la parola di Dio nella nostra terra, cresce ciò che abbiamo seminato. La nostra terra è fatta così: fa germogliare, fa crescere, porta a maturazione ciò che noi seminiamo. Ad esempio, se semino nella mia terra l’interesse per un cane, la mia terra mi produce un cane: mi troverò a tu per tu con un cane. Per questo noi dobbiamo seminare, cioè mettere prima di tutto, la parola di Dio nella nostra mente. Dio ci fa arrivare la sua parola e noi la dobbiamo mettere prima di tutto, come nostro fine, dobbiamo vivere essa. Se tu la metti come fine, la parola di Dio cresce, si sviluppa, perché tutto l’universo coopera a portare il frutto. Dio le cose le ha fatte molto bene. Tutta la terra è fatta così: porta a compimento ciò che tu semini. Tant’è verso che Gesù dice: “Voi siete la luce del mondo, voi siete il sale della terra”. Se questo sale si guasta, tutta la terra si guasta. Noi stiamo assistendo a questo guasto, perché abbiamo seminato altro. Perché la nostra terra è fatta così! Ad un certo momento ti fa trovare di fronte a ciò che tu hai seminato. La terra non è altro che lo sviluppo logico del pensiero che noi mettiamo prima di tutto. Ad un certo momento dobbiamo constatare: “Ma come mai mi trovo davanti questa situazione?”. "Ma sei tu che l’hai seminata! L’hai seminata cinquant’anni fa e adesso te la trovi di fronte!".

Marisa: “Come egli stesso non lo sa”.

Luigi: Cioè, non sa come la terra produca, non sa come avviene. Però sa che ha seminato perché il seme è stato affidato a lui. Tu puoi seminare, non seminare o seminare altro.

Marisa: "Seminalo nel tuo cuore".

Luigi: Non "nel tuo cuore", ma "nella tua mente", perché se tu lo semini nella tua mente, la tua mente trasforma tutto: cuore, sentimenti, tutto. Se lo semini nel tuo cuore, stai fresca! Vai a cercare i funghi con il cuore e poi vedi dove vai a finire!

Agata: La terra è anche l’interesse.

Luigi: Si, ma è quello che porti nel pensiero che determina il tuo interesse. E’ come una lampada che deve essere messa in alto, al di sopra di tutto.

Ora, cosa vuol dire mettere sul monte, adorare? Vuol dire farlo diventare il tuo punto fisso di riferimento nel tuo pensiero. Devi guardare a-. E come guardi? Non con gli occhi, ma col pensiero. In cima al tuo monte metti Dio, riferisci tutto al Principio, allora Dio trasforma tutto; perché tutto ciò che ti arriva, i fatti, i sentimenti li riferisci sempre a Lui, li ritraduci in funzione del fine. Altrimenti tutto diventa dominante in te.

Franco: “Come egli stesso non lo sa”. Siccome nel campo dello Spirito non c’è l’automatismo, è necessario sapere come si fa la volontà di Dio in cielo per poi farla in terra.

Luigi: Nel campo dello Spirito l’anima di tutto è il pensiero. Ed è il Pensiero di Dio che devi porre al di sopra di tutto, per giustizia, che devi seminare in te: è il fine che devi seminare in te. Seminato in te, non sei più solo! Tutta l’opera di Dio comincia una rivoluzione enorme. Guarda una donna incinta: come l’ovulo viene fecondato inizia tutta una rivoluzione nel suo  corpo. Per tre mesi ci sono le nausee e tutto il corpo si prepara per formare il bambino. La gravidanza non si svolge solo nell’utero, ma tutto il corpo partecipa. È tutto l’universo che partecipa! Noi non ci rendiamo conto, ma come seminiamo in noi un pensiero, le stelle lontanissime, tutto l’universo, c’è tutta una rivoluzione perché tutto coopera per portare a maturazione quello che tu hai seminato in te. Tu non sai come, ma tutte le stelle partecipano, tutto l’universo infinito partecipa, tutto si mette in cammino perché tu hai seminato un pensiero. Noi non ci rendiamo conto dell’importanza del pensiero. Tutto l’universo veglia in attesa che noi seminiamo un pensiero. Ma appena seminiamo un pensiero, tutto l’universo comincia a lavorare intorno a questo pensiero per portarlo a maturazione.

Un giorno scopriremo questo: non siamo soli, ma tutto l’universo infinito coopera. È tutta l’opera di Dio che è in funzione del pensiero che noi seminiamo. A questo punto capisci che se semini un pensiero sbagliato, tutto l’universo coopera per farti maturare un pensiero sbagliato, per farti toccare con mano l’errore che hai fatto, per cui ad un certo momento ti trovi davanti ad un disastro.

Mussolini all’inizio diceva: “La mia volontà non conosce ostacoli” ma concluse tristemente: “Ad un certo punto la storia ti prende alla gola e ti costringe a fare ciò che tu non vorresti”. È la testimonianza che tutto l’universo coopera per rendere gloria a Dio, per farci capire che abbiamo preso una cantonata.

Ecco l’errore seminato: "La mia volontà non conosce ostacoli" e alla fine si trova con le spalle al muro. Ma cosa è successo? Non è la politica, la guerra, ma è tutto l’universo che ha lavorato attorno ad un pensiero di un uomo per fargli toccare con mano l’errore che ha fatto e dargli la possibilità della salvezza. Per questo dovremmo essere attentissimi ai pensieri, perché i nostri pensieri muovono addirittura le stelle, tutto l’universo si muove ad un pensiero che tu porti dentro di te.

Franco: Seminando, noi non sappiamo come, ma attraverso tutto l’universo, Dio crea Maria, questa capacità di concepire Dio.

Luigi: Si.

 

* * *

 

 

Mercoledì 4 febbraio 2015

(Tratto dalla cassetta del 3 febbraio 1993)

 

Venne nella sua patria

(Mc 6, 1- 6)

 

 

Cina: Quando un profeta è disprezzato nella sua patria?

Luigi: Sempre.

Cina: E perché?

Luigi: Prima di tutto perché l’ha detto Gesù. In secondo perché i parenti, gli amici, i conoscenti vantano dei diritti su di te e vantando dei diritti non accettano che tu sia diverso da come loro vogliono. È una sottile forma di pretesa. La famiglia vanta delle pretese. Un profeta, se è vero profeta, non può essere come la sua famiglia, i parenti, gli amici, l’istituzione vorrebbe che fosse. Per questo il profeta viene rifiutato; come Cristo che è stato rifiutato dal suo popolo. Il suo popolo pretendeva che Gesù fosse come Lui non avrebbe mai potuto essere.

Delfina: Per questo non poté operare alcun prodigio.

Luigi: La tua patria ti condiziona, pretende che tu sia conforme alla sua aspettativa. In questa situazione non si possono operare delle meraviglie, non si possono fare i miracoli perché così facendo si confermerebbe la pretesa. Dio non conferma coloro che sbagliano.

Delfina: Eppure costoro avvertono la sapienza che emana in Cristo.

Luigi: Non parliamo in termini di sapienza perché l’uomo non è intelligente: l’uomo è determinato dal sentimento. Quindi i familiari, i conoscenti, i parenti, la patria, le istituzioni, non si possono considerare sul piano dell’intelligenza. Infatti tutto è considerato sul piano dell’ubbidienza, della sottomissione: tu sei una cellula del gruppo, devi essere conforme a ciò che si aspetta da te l’autorità. Non prevale il piano dell’intelligenza perché se fosse prevalso il piano dell’intelligenza Cristo non sarebbe stato mandato a morte.

Delfina: Però hanno riconosciuto la sua sapienza.

Luigi: Ma non importa! Non è quello l’elemento determinante! Infatti arrivano addirittura a giudicare Gesù: “Quello è un demonio! È un pazzo!”. Tutto questo perché? Perché non è conforme alla legge: non segue la regola. Per cui l’uomo tende a conformare l’altro a sé. Vuole che l’altro sia secondo ciò che ha deciso lui. Infatti una delle virtù principali è l’ubbidienza. Invece Dio non ha posto l’ubbidienza come la virtù principale. Se c’è una che ha agito di testa sua è la Madonna. Infatti quando ha ricevuto l’annuncio non è andata a chiedere l’approvazione all’autorità, se poteva ascoltare l’Angelo o non lo doveva ascoltare. Addirittura non ha chiesto nemmeno a Giuseppe, ma si è assunta personalmente la responsabilità di ciò che l’Angelo le ha annunciato. Così ognuno di noi deve prendersi la responsabilità di ciò che crede, di ciò che ama, di ciò per cui vive e l’uomo vale in quanto comincia a pensare con la propria testa. Dio ama coloro che pensano con la propria testa; preferisce che prenda delle cantonate piuttosto che sia tutto sottomesso, tutto obbediente. Perché quello ti frega!

Delfina: Non è che Gesù non faccia i miracoli ma è che loro non li vedono.

Luigi: La sua patria pretende da lui una cosa: che sia conforme alla Legge; siccome Lui apparentemente fa tutto il contrario (guarisce i malati in giorno di sabato, ecc.), loro non sono disponibili alla novità.

Maria: Non credevano che Gesù fosse un profeta perché credevano di sapere chi fosse: il figlio del falegname.

Luigi: Ecco la pretesa! Lui è il figlio del falegname! Lo conosciamo! Conosciamo il padre, la madre, gli avi. Lui deve essere quello! Chi pretende di essere! Non si accetta la novità, non si può accettare la novità: lui è così e deve essere così! Il mondo vive in quanto ti applica un’etichetta e quando te l’ha applicata, guai se sei diverso dall’etichetta! Se sei diverso il mondo ti deve condannare, ma in realtà condanna l’etichetta che ti ha posto.

Giovanna: Gesù venne nella sua patria, ma la patria di Gesù è il cielo.

Luigi: Già, ma in quanto si incarna deve avere per forza un buco, deve prendere possesso di un posto sulla nostra terra, deve occupare una pagina della nostra storia, deve occupare un punto di noi per fare parte di noi, per stabilire un contatto con noi, cioè deve entrare nel nostro giardino altrimenti non puoi accorgerti che c’è Dio. Ad un certo momento, sul terreno del tuo giardino, c’è un angolino in cui ti accorgi che c’è scritto: “Questo punto non è più tuo”. È quel punto che stabilisce un contatto con te. L’incarnazione del Figlio di Dio significa che Lui occupa un punto, sarà anche un solo punto della nostra terra, e su quel punto della nostra terra Lui dice: “Questo è mio!”. Mentre noi tendiamo a mettere il cartello: “Questo è mio!” su tutto, Dio ad un certo momento, sarà un punto solo, ma su quel punto dice: “Questo è mio!” e lo dice in un modo tale che noi non possiamo controbattere. E attraverso quel punto solo, Lui ti ricostruisce. Te lo dice in modo tale che tu non lo puoi cancellare. Prova a dire che il punto sul quale Dio ha detto: “Questo è mio!” non sia di Dio ma sia tuo. Ti accorgi che hai distrutto tutto l’universo ma non hai potuto distruggere quel punto sul quale Dio ha detto: “Questo è mio!”.

Giovanna: Eppure qualcuno l’ha guarito.

Luigi: Dove c’è la pretesa non si può fare il prodigio perché confermerebbe l’errore. Invece il malato è uno che prega, che piange, che invoca: lì si può fare qualche cosa.

Bruno: Quand’è che noi ci troviamo in questa situazione?

Luigi: La situazione ideale è quella di non costruire su noi stessi. Noi corriamo il rischio di trasferirci da Dio al nostro io invece dobbiamo partire dalla consapevolezza del nostro niente e dal tutto di Dio, da Dio come Principio, da Dio Creatore. E per quante grazie Dio ti doni, dì sempre: “Dio è tutto, io sono niente”, mantieni questo rapporto. Per poco che ti vanti di ciò che Dio ti ha dato, o ti ha fatto conoscere, anche in termini di sapienza, tu precipiti in quello schema che ti irrigidisce e ti chiude in una conchiglia e ti impedisce di vivere. Le cose vanno eternamente riportate a Dio come Principio per riceverle nuove da Dio. Il fine non è costruire una creatura che può dire: “Io conosco Dio”, perché la conoscenza di Dio va dedotta da Dio, Dio è eternamente il tuo Principio, Dio è sempre Colui che parla con te e parlando ti fa essere.

Bruno: Quindi la conoscenza di Dio è la conoscenza del Principio.

Luigi: E’ poter riconoscere eternamente che tutto ti viene da Dio e che tutto ti aspetti da Dio. Per cui quando dici: “Dio è il mio Principio”, corri il rischio di credere che: “Dio è stato il mio Principio”. Invece devi poter riconoscere eternamente che Dio è il tuo Principio attuale. Quindi quand’anche fossi figlio di Dio, ascolterai eternamente il Padre che dice: “Io oggi ti genero!”. È un oggi eterno che Dio ti fa constatare: è la Realtà. Ma è proprio questa constatazione che ti fa riferire tutto a Dio per riceverlo  da Dio come Principio. L’importante è non cercare di costruire una creatura che conosce Dio perché come dici: “Io questo lo so, lo conosco”, precipiti nella non conoscenza.

 

 

 

 

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Mercoledì 6 aprile 2016

 (Tratto dalla cassetta 149 del 17.4.1985)

 

 

La luce è venuta nel mondo

(Gv 3,16-21)

            

In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio.
E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».

 

Cina: “Il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo”, mi fa capire che il giudizio non avviene alla fine del mondo ma tutti i giorni.

Luigi: Certo, ogni giorno c'è una proposta di luce e questa proposta di luce se non è riconosciuta, se non è accolta da Dio, determina un giudizio. Per cui noi ogni giorno o ci apriamo alla vita eterna, edifichiamo la vita eterna in noi, o ci scaviamo una tomba per una morte eterna.

Delfina: Il giudizio sta nella scelta che facciamo.

Luigi: Il giudizio sta nel fatto che la luce è venuta nel mondo e noi abbiamo preferito altro. La luce è venuta, per cui non possiamo smentire che sia venuta; la proposta l'abbiamo udita, ma abbiamo preferito altro. Perché abbiamo preferito altro? Il giudizio ce lo diamo noi, non possiamo non darcelo. Il giudizio è il motivo per cui abbiamo preferito altro alla luce.

Delfina: Anche se di questo motivo non ne siamo coscienti?

Luigi: Anche se non ne siamo coscienti; perché essendo persone abbiamo sempre dentro di noi una motivazione.

Delfina: Ma noi la motivazione la conosciamo.

Luigi: Certo.

Delfina: Allora ne siamo coscienti.

Luigi: Si, ma noi il più delle volte andiamo avanti per abitudine; siamo talmente abituati a pensare a noi stessi che ad un certo punto ci sembra normale pensare a noi stessi.

Franca: In fondo la motivazione è sempre la stessa.

Luigi: Si, la motivazione o è Dio o è il nostro io. Solo che Dio non può essere in noi senza una percezione cosciente, cioè se non lo mettiamo di proposito. Invece il nostro io può essere al centro anche se non lo mettiamo di proposito. Il nostro io può essere al centro per abitudine, Dio non può essere al centro per abitudine.

Franca: Nel nostro io c'è confusione, quindi possiamo anche non individuare che sia il nostro io.

Luigi: Certamente, infatti noi diciamo: “Faccio questa cosa per far piacere al tale; per fare del bene al prossimo; altrimenti chissà la gente cosa dice” ma sotto sotto c'è il nostro io. Noi non arriviamo a percepire il principio del nostro pensare, del nostro agire; per cui il più delle volte agiamo per abitudine, senza rendercene conto. Invece con Dio non agiamo mai senza rendercene conto: con Dio ci vuole la percezione cosciente. Perché Dio non è in noi per abitudine.

Fabrizio: Tante volte nelle motivazioni del mondo ci si sente giustificati; da cosa viene questa giustificazione?

Luigi: Ci si sente giustificati quando per noi il mondo è la realtà: “La realtà del mondo mi giustifica: io sono a posto. Sono approvato dagli altri”. Infatti il più delle volte quando abbiamo un problema, andiamo a confidarlo a uno e all'altro affinché gli altri ci approvino: “Se gli altri mi approvano io sono a posto”. Ma questo vuol dire che abbiamo scambiato l'altro per Dio, per un idolo, che l’abbiamo eletto come realtà. Invece la nostra giustificazione dobbiamo trovarla in Dio. Se Dio non ci approva, avessimo anche tutto il mondo che ci dice: “Bravo!”, nella nostra coscienza, il tarlo non c'è nessuno che ce lo tolga. Perché Dio abita dentro di noi e se Dio non approva, noi non stiamo in pace. Anche nel caso in cui tutti ci dicessero: “Bravo!”.

Pinuccia: “Chi opera la verità viene alla luce” in che senso?

Luigi: Nel senso che chi opera la verità viene a conoscere; operare la verità vuol dire obbedire all'annuncio, obbedire alla parola di Dio. La parola di Dio mi propone una meta, mi propone la conoscenza di Dio prima di tutto. Ora, la verità che arriva a noi, la luce che arriva a noi, non è ancora la verità, è proposta di verità. Se noi aderiamo alla proposta, cominciamo a “fare” la verità, cioè cominciamo a camminare verso la meta. “Fare la parola di Dio” non vuol dire darsi da fare, fare apostolato, fare volontariato; non è questo il “fare la parola di Dio”. Fare la parola di Dio vuol dire realizzare quella meta che la parola di Dio mi propone. Perché la parola di Dio arriva come proposta di un cammino, proposta di una meta da raggiungere. Infatti la parola fondamentale è questa: “Non preoccuparti del mangiare e del vestire: cerca prima di tutto Dio. Cosa vuol dire “fare questa parola”?

Vuol dire mettersi a cercare il regno di Dio senza preoccuparci di altro. In tal caso “facciamo” le opere che ci conducono alla luce.

Ma cosa vuol dire cercare il regno di Dio? Innanzitutto vuol dire approfondire per rendersi conto di quello che la parola di Dio dice. La parola di Dio parla del regno di Dio, parla di Dio. In quanto parla di Dio non è smentibile da noi. Per cui se Dio esiste è giusto che la vita sia vissuta per Dio. Se questo è giusto, ci diamo da fare per coordinare tutta la nostra vita, per programmare tutta la nostra vita per questo fine. L'intelligenza dell'uomo si rivela proprio in questo: in quanto riesce a programmare tutto in un fine. Quindi il fine ci viene proposto gratuitamente, giunge a noi senza di noi; questo fine proposto adesso richiede a noi la collaborazione, l'intelligenza. L'opera intelligente sta nel programmare tutta la vita in questo fine, nel non vivere da scemi!

 

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 Mercoledì 13 aprile 2016

 

(tratto dalla cassetta 31 del 21.4.1993)

 

 Io sono il pane della vita

(Gv  6,35-40)

 

 

In quel tempo, disse Gesù alla folla:
«Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai! Vi ho detto però che voi mi avete visto, eppure non credete.
Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me: colui che viene a me, io non lo caccerò fuori, perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato.
E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno. Questa infatti è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno».

Parola del Signore

 

 

Cina: In ogni parola di Dio c'è una parte di Dio e una parte di me: come faccio a capire qual è il pane della vita?

Luigi: Solo se tu ti dimentichi di te stessa vedi il pane della vita, cioè la parola che riguarda Dio; da quello che riguarda Dio tu scoprirai anche quello che Dio insegna a te per correggerti la rotta. Però il problema principale è dimenticare te stessa, perché altrimenti non ricevi. Se tu non dimentichi te stessa, non ricevi assolutamente niente da Dio: non puoi ricevere! E se pensi di ricevere qualcosa da Dio sei un'illusa, in realtà non ricevi. Perché nel pensiero del tuo io, tu proietti la tua intenzione su tutte le cose che accadono, in tal modo non ricevi la comunicazione, c'è incomunicabilità. C'è un abisso tra il pensiero del tuo io e il Pensiero di Dio.

Delfina: Ricevo qualcosa da Dio quando capisco qualcosa di Lui, vedo qualcosa di Lui.

Luigi: Già in quanto tu sei convinta che in tutte le cose, anche in quelle che non capisci, c'è la mano di Dio, c'è la sua opera, c'è la sua creazione, già questo è un ricevere da Dio. Perché tu non potresti essere convinta che nelle cose Dio è il protagonista, che c'è Dio che opera in tutte le cose, se non avessi ricevuto questa grazia di Dio.

Delfina: Però per ricevere questa grazia devo fare il superamento del mio io.

Luigi: Se non superi il pensiero del tuo io, non ricevi niente, assolutamente! Anche se tu fossi da mattina a sera sul Vangelo, rivestiresti tutte le parole di una tua intenzione. Nel pensiero dell'io non puoi ricevere comunicazione. Se tu vai a scuola e pensi a te stesso, ai tuoi problemi, alle tue questioni, non impari niente; e quando esci da scuola è come se tu non avessi ricevuto assolutamente niente.

Nel pensiero del nostro io c'è una chiusura; cioè non si può passare dal finito del pensiero del nostro io all'infinito del Pensiero di Dio. Bisogna dimenticare noi stessi e avere solo presente il Pensiero di Dio. Il Pensiero di Dio è infinito; allora il finito riceve l’Infinito; in caso diverso no. Superare il nostro io è la condizione essenziale.

Prova a parlare ad una persona che è tutta presa dal pensiero del suo io; ad ogni cosa che tu dici, lei ti risponderà: “Ma io, ma io, ma io...”: in sostanza ti accorgi che non riesci a comunicarle niente, perché non può ricevere niente. Perché ognuno di noi intende le cose a seconda di quello che è il suo pensiero principale.

Delfina: Siamo a scuola e noi siamo tutti allievi.

Luigi: Guarda che aula magnifica ha fatto Dio per te. “Il vostro parlare sia: sì, sì, no, no” dice Gesù, perché il vero parlare è quello di Dio. E il parlare di Dio è sempre una proposta; in quanto ti fa una proposta, la tua risposta è  “sì” o “no”. Tu puoi trovare tante scusanti, ma chi ti ha fatto la proposta capisce solo una cosa: o il tuo “sì” o il tuo “no”.

Pinuccia: Gesù dice: “In realtà noi parliamo e testimoniamo quello che sappiamo; perché voi non accettate la nostra testimonianza?”.

Luigi: Gesù si riferisce a un proverbio che citavano spesso i farisei. Comunque la cosa importante è l'opposizione tra “noi” e “voi”; “voi allievi” e “noi maestri”. Il fariseo si vantava di essere il maestro; i farisei si vantavano di insegnare al popolo, che erano tutti degli allievi. Ad un certo momento Gesù fa capire che Dio solo è il Maestro e che tutti noi siamo allievi. Gesù sta parlando con una certa classe sociale e adopera un argomento “proverbio” che era il cavallo di battaglia dei farisei. Nel campo dello spirito è Dio che parla e parla di ciò che sa, perché ha in Sé la ragione di Sé.

Non accettare la parola di Dio, ti mette in una posizione di colpa. Tu non puoi non accettare perché: “non capisco”, oppure perché: “per me le cose sono diverse”. Tu devi accettare anche le cose che non capisci, in attesa di capire. Se tu oggi non accetti le cose che non capisci, non arriverai a capirle domani, perché le escludi. Invece se tu le accetti con il desiderio di arrivare a capirle, cioè ti impegni, tu arriverai a capire. Perché le parole che arrivano a te, portano in sé una promessa. Perché se Dio ti fa arrivare una sua parola, di una sua realtà che tu non vedi e non tocchi, è perché ti fa la promessa che vuole comunicarti questa realtà. Però è necessario che tu accolga questo annuncio, che ti impegni in questo annuncio, perché la realtà non può arrivare a te se non ti impegni, perché “viene dato a chi domanda, viene aperto a chi bussa”. Allora, c'è tutta un'opera di Dio che viene a te senza di te per far sorgere in te il desiderio di capire. Se tu desideri capire e ti impegni, c'è tutto un mondo (ed è il mondo trascendente, il mondo delle cose eterne), che si può comunicare a te per quello che tu lo cerchi, per quello che tu lo pensi. Perché Dio si rivela soltanto al suo Pensiero. Se in te non si è formato il Pensiero di Dio, tu non puoi ricevere niente di Dio. Perché Dio comunica tutto al suo Pensiero. Senza che si sia formato in te il Pensiero di Dio tu ricevi i segni di Dio, ma non puoi ricevere Dio.

Siccome Dio si comunica solo al suo Pensiero che è infinito (infinito e infinito si comunica, c'è comunione), non può comunicarsi al tuo pensiero che è finito. Tu non puoi passare dal tuo finito all'Infinito. L'unico ponte per arrivare all'infinito è quello del Pensiero di Dio in te. Questo Pensiero di Dio, Dio l'ha posto in te; poi parla a te di cose che ancora non vedi, nei tuoi pensieri, affinché tu abbia ad avere il Pensiero di Dio, quindi a desiderare quella cosa che ti viene da Dio, per poter realizzarla, cioè per trovarla come Realtà oggettiva.

 

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Venerdì 6 febbraio 2015

 (tratto dalla cassetta del 5.2.1993)

 

 

“Erode sentì parlare di Gesù”

 (Mc 6,14-29)

 

 

Bruno: In questo brano di vangelo il Signore mi fa notare tutti i vari aspetti dell’essere umano.

Luigi: Si, infatti non per niente Erode deriva da eros. Dice che Erode ascoltava volentieri Giovanni il Battista. Ma il fatto è che non basta ascoltare volentieri parlare di Dio, può anche far piacere, ma non basta essere soddisfatti di questo. Bisogna arrivare a capire, comprendendo entri in quello che è il rapporto eterno, mentre i sentimenti passano.

Bruno: Erodiade incarna il desiderio di possesso.

Luigi: Si, infatti viene tagliata la testa al Battista perché la testa dà sempre fastidio. Rappresenta la donna che non accetta la verità, è la donna che pensa a se stessa: è Eva che tenta Adamo: “Il serpente mi ha detto che saremo come detto che saremo come dèi”.

Bruno: Erode era disposto a dividere con Salomè la metà del suo regno.

Luigi: Qui si vede un riferimento a Satana che tentando Gesù, aveva promesso il suo regno. Sotto sotto c’è il desiderio di possesso che è conseguenza dell’io autonomo.

Bruno: Il fatto che Salomè danzando seduce Erode cosa significa?

Luigi: Osserva ciò di cui vivono gli uomini giorno per giorno: vivono di questa danza del mondo. Aprono i giornali per vedere come ha danzato un uomo piuttosto che un altro. E poi quando si incontrano tra di loro dicono: “Hai visto come ha danzato quell’uomo?”, “Hai visto come ha danzato l’altro?”. Il loro è tutto un parlare dei danzatori del mondo e delle loro danze. E il problema di Dio dov’è? Si corre il rischio di andare dietro a ciò che fa uno, a ciò che fa l’altro, a ciò che ha detto uno e al ciò che ha detto l’altro, e l’anima viene meno. Viene tagliata la testa, cioè si perde il pensiero, si perde il contatto col principio.

Gabri: Chi è responsabile di questo omicidio? La madre o la figlia? Perché Erode era rammaricato.

Luigi: Non basta essere rammaricato! Come ci si stacca da Dio, c’è questo peccato che opera, che lavora in tutto e in tutti: opera in Erode, opera in Pilato. Fintanto che tu non ti assumi personalmente la responsabilità di ciò che è vero, di ciò che vale più di tutto, di ciò che va messo prima di tutto, fintanto che non ti prendi la responsabilità di pagare di persona per ciò che Dio ti fa capire che è vero, ti esponi a tutti i delitti, a tutti i tradimenti a tutte le colpe. Basta solo che Dio ti mette nell’occasione, tu sei aperta al delitto perché hai già commesso il delitto interiormente. Questo accade se non ti assumi personalmente la responsabilità di ciò che Dio ti ha fatto capire che è vero. Puoi essere una santa, puoi essere un’ottima persona, magari tutti ti lodano per la tua bontà, ma tu, implicitamente, hai già commesso tutte le colpe possibili. È soltanto questione di occasione. Erode è in questa situazione perché si dilettava, faceva salotto a sentire parlare Giovanni il Battista: questo non basta. Bisogna assumersi la responsabilità di ciò che l’altro ti presenta come vero. Altrimenti, davanti all’occasione, tu tradisci: è più forte di te. Tradisce Erode, tradisce Erodiade, tradisce Salomè, tradiscono tutti.

Alma: La tentazione è una prova che mette in crisi l’amore.

Luigi: Ma Gesù l’ha fatto per noi perché noi ci troviamo in questa situazione. Per noi c’è la tentazione ma per Dio no! Gesù incarna questa situazione per farci vedere come se ne esce. Se ne esce mettendo Dio prima di tutto. Infatti Gesù ne esce dicendo: “Adorerai il Signore tuo Dio e adorerai Lui solo!”. Il Figlio di Dio si caratterizza in questa totale sottomissione al Padre. La tentazione ti viene presentata perché ciò che tu scrivi, ciò che tu fai, ti viene ripresentato. Ciò che ti viene ripresentato è tentazione cioè tentativo all’azione. Ma questo deve essere subordinato all’intelletto, allo spirito. Se non riferiamo le cose a Dio, corriamo il rischio di lasciarci dominare da quel tentativo all’azione che mi viene dalle cose o dal mio corpo. Nella prova sei sollecitato ad essere fedele. Chi è sposato è sollecitato a tradire, è tentato all’azione da ogni uomo o donna che incontra. Di per sé la prova è positiva perché tende a rafforzarti nell’amore, a restare fedele, quindi a farti crescere la capacità di amare: però ti fa anche correre il rischio.

Giovanna: In tutta questa negatività..

Luigi: Devi cercare di vedere l’aspetto positivo. Devi prenderti personalmente la responsabilità di ciò che riconosci vero. Pilato non si è assunto la responsabilità dell’innocenza di Gesù, anche se aveva riconosciuto la verità: “Non trovo in lui nessuna colpa”. E perché poi non si è assunto la responsabilità? Aveva l’autorità per farlo. Perché è subentrato il problema della carriera, del pensiero di sé. Quindi, come in Pilato è entrato in gioco il pensiero di sé, la paura di perdere la poltrona, così anche Erode, per la parola data ai commensali, per paura di fare una brutta figura, non si è assunto la responsabilità della verità al di sopra della brutta figura. Tutto ciò è incarnazione, è lezione di Dio per ognuno di noi per farci capire: “Stai attento, perché se tu non muori a te stesso, quindi anche alla carriera, alla figura, a ciò che dicono gli altri, tu non puoi assumerti la responsabilità della verità, tu devi vendere la verità!”. Ci sono sempre quei trenta denari che entrano in gioco.

Silvana: Morto Giovanni Battista, si presenta Cristo.

Luigi: Si, però vedi che ormai Erode è succube del suo delitto perché in Gesù viene riflesso il suo delitto: “E’ Giovanni Battista risorto”. Ciò significa che noi diventiamo succubi dei nostri rifiuti. Possiamo venire salvati solo da colui che abbiamo ucciso, dal nostro delitto. Erode può essere salvato solo da Giovanni Battista che ha ucciso, è legato a lui. Ecco perché Cristo si lascia uccidere perché così facendo, ci lega a Sé.

Pinuccia: Ognuno di noi è salvato dalla sua vittima. Ora, nella storia personale di ognuno di noi, non c’è per tutti, esternamente una vittima.

Luigi: C’è sempre una vittima.

Pinuccia: La vittima è il Cristo.

Luigi: Si.

Pinuccia: Ma necessariamente Cristo si manifesta in una vittima esteriore? Alla nostra portata, nella nostra vita personale?

Luigi: La vittima è Lui stesso.

Pinuccia: Quindi uno può condurre una vita pacifica con tutti, apparentemente nessuna vittima, neanche vittima morale….

Luigi: Arriva un momento in cui tu scopri che hai ucciso il Cristo

 

 

 

 

 

 

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Mercoledì 11 febbraio 2015

(Tratto dalla cassetta del 10 febbraio 1993)

 

 

 

Così neanche voi siete in grado di comprendere?

(Mc 7,14-23)

 

In quel tempo, Gesù, chiamata di nuovo la folla, diceva loro: «Ascoltatemi tutti e comprendete bene! Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro».
Quando entrò in una casa, lontano dalla folla, i suoi discepoli lo interrogavano sulla parabola. E disse loro: «Così neanche voi siete capaci di comprendere? Non capite che tutto ciò che entra nell’uomo dal di fuori non può renderlo impuro, perché non gli entra nel cuore ma nel ventre e va nella fogna?». Così rendeva puri tutti gli alimenti.
E diceva: «Ciò che esce dall’uomo è quello che rende impuro l’uomo. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo».

Parola del Signore

 

Cina: Non è quello che arriva a me che mi fa male ma è quello che parte da me.

Luigi: Si, tutto ciò che parte dal pensiero del nostro io ci intossica.

Delfina: Quello che fa male all’uomo è ciò che ha interiorizzato: è questo che lo contamina.

Luigi: E’ l’intenzione che contamina. Invece se l’uomo interiorizza la Parola di Dio, è l’intenzione di Dio che parla, e questa purifica tutto.

Sandra: L’uomo è in formazione, per cui ogni cosa che gli arriva è diversa da quella precedente.

Luigi: Certo, infatti non ti puoi bagnare due volte nella stessa acqua come non puoi incontrare due volte lo stesso avvenimento. Più ti volgi indietro per cercare di rivivere lo stesso avvenimento, più sperimenti il fallimento. Vai avanti! Perché c’è uno sviluppo che si deve compiere. Se vai avanti, trovi una vita sempre più piena, sempre nuova.

Franco: Il significato ci viene dall’interno, perché Dio è dentro di noi.

Luigi: Il significato viene dal pensiero e il pensiero è proprio della persona. La banalità è cosa comune a tutti, mentre il pensiero è singolarità ed è proprio della persona.

Osvaldo: “Siete anche voi privi di intelletto?”.

Luigi: E’ un’espressione di delusione. Gesù sta dicendo che fintanto che la cosa arriva a te, non ti fa male. Se tu dici: “io scappo da quella cosa perché mi fa male”, quindi se senti il bisogno di scappare, si denota che c’è un disordine interiore perché tutto è opera di Dio. Dio stesso creando, e la creazione continua, dice: “Tutto è fatto molto bene”. Ma è fatto molto bene relativamente al destino dell’uomo. Per cui se io oggi cammino su una strada perversa che non mi conduce al mio destino, Dio mi lancia una pietra e mi dice: “Tutto è fatto molto bene. Quella pietra mi schiaccia, però: “Tutto è fatto molto bene”; per il mio destino è fatto molto bene perché sto deviando.

Pinuccia: Pensavo alla difficoltà che ha l’uomo a penetrare nelle cose di Dio.

Luigi: Si, la difficoltà è un dono meraviglioso, perché più la cosa è difficile e più ti prende, più ti libera da tante cose. Invece la cosa facile, la disprezzi, la butti nel cestino. La vita con Dio diventa un’avventura stupenda proprio perché  è difficile.

Bruno: Ma non capisco nella Genesi, quando Dio crea l’uomo, maschio e femmina.

Luigi: Dio non creò l’uomo maschio e femmina, altrimenti l’avrebbe creato ermafrodita; Dio creando Adamo, “Li creò maschio e femmina”. Dicendo maschio e femmina, non dice uomo e donna. La donna viene dopo, per farci capire che la donna non è l’animale, non è la femmina, non è il sentimento. Nella donna c’entra anche l’uomo, perché Dio la fa sognare all’uomo, lo fa partecipare.

Bruno: Il serpente è creato dal Signore ed è la più astuta di tutte le sue creature.

Luigi: Perché noi giustifichiamo tutto con il sentimento. La donna, essendo nata da un sentimento, dal desiderio dell’uomo, è colei che realizza il suo sogno. Infatti Adamo dice: “Ecco l’osso delle mie ossa, carne della mia carne”. L’uomo è un sognatore, nell’uomo prevale il sogno però per lui è molto difficile la realizzazione del sogno, ha bisogno di un’integrazione di anima per poter realizzare ciò che per lui rimarrebbe solo un ideale. Con molta facilità l’uomo resta a metà strada mentre la donna è colei che porta a compimento. La donna ricevendo il seme, fa vedere all’uomo come maturare il seme, come si porta a compimento, come si dà alla luce. Proprio perché la donna è costituita dal desiderio dell’uomo, (perché altrimenti l’uomo non l’avrebbe come compagna), la donna è portata, avendo una psiche diversa dall’uomo e non solo una diversa natura, ragiona in modo molto diverso dall’uomo. Ora, se la donna non mette Dio prima di tutto e non supera il suo io, resta in balia del sentimento perché per lei il sentimento è la realtà (mentre per l’uomo la ragione è la realtà, è dominato dalla logica), la donna tende a strumentalizzare, a sottomettere l’uomo al suo sentimento, al suo cuore, perché per lei quella è la realtà. Ecco perché si crea il conflitto tra l’uomo e la donna. La soluzione si ha solo se tutti e due mettono Dio prima di tutto e accettano di superare il pensiero del proprio io.

Pinuccia: Non capisco perché Dio prima ha presentato ad Adamo tutte le creature e poi ha creato Eva.

Luigi: Perché Dio vuole che Adamo sia consapevole di come deve essere la donna, gli ha presentato tutte le creature, cioè tutte le femmine. Adamo non ha trovato un aiuto simile a sé. Perché? Perché lui aveva bisogno dell’assoluto e la femmina non ha bisogno dell’assoluto, ma ha bisogno di accoppiarsi. Invece la donna incarna lo stesso bisogno di Adamo, il bisogno dell’assoluto, ha lo stesso fine dell’uomo: conoscere Dio.

Domenico: Allora che differenza c’è tra l’uomo e la donna? Adamo non poteva dialogare con un altro uomo?

Luigi: Tu concepisci una cosa soltanto quando capisci che differenza c’è tra quella cosa e tutto il resto. Prima sei grossolano, non concepisci. Concepisci la stella alpina quando puoi distinguerla da tutti gli altri fiori. Concepisci la donna solo quando capisci che differenza c’è tra la donna e l’uomo. Prima no! Prima non capisci né cos’è l’uomo, né cos’è la donna. Può darsi che uno abbia vissuto con una donna per tanti anni, oppure che abbia avuto tante donne ma non aver ancora concepito la donna. E non è una questione di sesso.

Domenico: Ma nel cammino verso la formazione del pensiero puro che può concepire il Padre che valore ha sapere la differenza tra l’uomo e la donna?

Luigi: La donna è l’aiuto grandissimo di cui si ha bisogno affinché l’uomo possa portare a compimento quello che ha concepito. Quando inizi un cammino con una compagna è perché hai bisogno di un’integrazione nel cammino verso la conoscenza di Dio. La donna ti insegna come si fa a portare alla luce quello che hai concepito. Guarda un po’ cosa ti insegna!

Domenico: Ma questo è Cristo che me lo insegna.

Luigi: La donna insegna a te, uomo in cammino (perché evidentemente hai bisogno di saperlo), come si fa a portare alla luce quello che si ha concepito. Dopo l’incontro col Cristo tutte le creature sono superflue come presenze fisiche, bisogna però capirne il significato presso Dio.

 

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Mercoledì 20 aprile 2016

 

(tratto dalla cassetta 33 del 5.5.1993)

 

 Chiunque crede in me non rimane nelle tenebre

(Gv 12,44-50)

 

In quel tempo, Gesù esclamò:
«Chi crede in me, non crede in me ma in colui che mi ha mandato; chi vede me, vede colui che mi ha mandato. Io sono venuto nel mondo come luce, perché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre.
Se qualcuno ascolta le mie parole e non le osserva, io non lo condanno; perché non sono venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo.
Chi mi rifiuta e non accoglie le mie parole, ha chi lo condanna: la parola che ho detto lo condannerà nell’ultimo giorno. Perché io non ho parlato da me stesso, ma il Padre, che mi ha mandato, mi ha ordinato lui di che cosa parlare e che cosa devo dire. E io so che il suo comandamento è vita eterna. Le cose dunque che io dico, le dico così come il Padre le ha dette a me».

 

Cina: “Le cose che io vi dico le dico come il Padre le ha dette a me”.

Luigi: Il Padre non dice delle parole, è il pensiero che ci fa agire: a seconda del pensiero che tu porti dentro, agisci. Gesù ce lo dice perché ci insegna il “come”. Lui ci dice le cose affinché anche noi sappiamo “come” dobbiamo arrivare. Dobbiamo arrivare a questo livello: “Il figlio non fa niente se non lo vede fare dal Padre”. Lo dice per noi, per insegnare a noi come si comportano i figli di Dio, come si diventa figli di Dio. Quindi, fintanto che io agisco di mia iniziativa, evidentemente non sono figlio di Dio. Ma soltanto quando comincerò a capire che non posso pensare, parlare, né agire se non vedo come Dio opera, se non vedo l'intenzione di Dio, incomincerà il problema. Perché finché io agisco di testa mia, di mia iniziativa, o sotto l'iniziativa degli altri, non sono figlio di Dio. Io sono figlio di Dio in quanto Dio è il mio movente, in quanto Dio è “mio Padre”.

Dio, “Mio padre”, cosa vuol dire? Che è Lui che mi motiva ad agire in un determinato modo. Se alla domanda “perché mi dici questo?”, io rispondo “perché Dio è così!”, ho Dio come Padre, sono mosso da Dio. Altrimenti sono mosso da altro. Gesù parlando a noi, insegna a noi, ci dà la possibilità di diventare figli di Dio, in quanto ci fa capire come si vive da figli di Dio.

Delfina: “…la parola che ho annunziato lo condannerà nell'ultimo giorno”.

Luigi: La parola di Dio è una proposta. In quanto è una proposta posso accoglierla o rifiutarla; se la rifiuto mi giudica; se l'accolgo mi salva. Se uno mi propone un luogo, devo andare dove mi viene proposto. Se ci vado, arriverò in quel posto; se invece rifiuto, non arriverò mai. Dunque è la parola che avevo ascoltato che mi giudica.

Delfina: Si, ma Dio opera convincendo...

Luigi: Si, opera convincendo, ma propone. Lui mi propone una cosa e se io ascolto, se tengo presente Dio, dico: “E' giusto!”, accolgo la proposta. Se invece tengo presente altro da Dio, non aderisco alla proposta perché ho paura di perdere; non arriverò a vedere ciò che mi era stato proposto.

Franca: “Il Figlio non fa niente se non lo vede fare dal Padre”.

Luigi: Se il Figlio non lo vede fare dal Padre, il Figlio non lo fa. Perché il Figlio è figlio in tutto, il Figlio è il Pensiero del Padre. Gesù queste parole le dice per noi, perché noi facciamo tutto senza vedere che è Dio che fa. Perché noi facciamo le cose? Ad esempio: mangiamo perché abbiamo fame, non perché lo vediamo fare dal Padre. Facciamo tutto perché ci piace, non perché lo vediamo fare dal Padre. Invece il Figlio non fa niente se non lo vede fare dal Padre e insegna a noi, perché anche noi dobbiamo imparare a vivere nel Pensiero di Dio. Per cui, non muoverti se non vedi il Pensiero di Dio. Là dove non vedi l'intenzione di Dio, non fare, non muoverti. Fintanto che sei nella luce, fintanto che vedi l'intenzione di Dio, puoi camminare. Dove non vedi l'intenzione di Dio, non camminare perché ad ogni passo sbaglieresti; l'errore poi ricade su di te, ti condiziona. Allora Dio ci insegna, perché siamo noi che possiamo non vedere il Padre che fa; siamo noi che possiamo non vedere! Noi possiamo trovarci in situazioni in cui non vediamo Dio, non vediamo quello che vuole Dio, non conosciamo l'intenzione di Dio. Allora Dio ci dice: “Quando non vedi l'intenzione di Dio sei nella notte! Nella notte non camminare perché cadi, inciampi!”. La notte non è per Dio, la notte è per noi. Quindi è per noi che dice: “Guarda che il Figlio non fa niente se non lo vede fare dal Padre”. Allora anche noi dobbiamo imparare.

Pinuccia: “Il Padre opera sempre”.

Luigi: Se tu pensi che il Padre è il Creatore di tutto, che è il Signore di tutto, capisci che il Padre opera sempre! Ma la Bibbia dice che “Il Signore di sabato si riposa”, ed è un segno da capire, è per noi! Il Padre opera anche nel sabato, infatti Gesù dice che il Padre opera anche di sabato. Quando Gesù guariva un malato di sabato gli dicevano: “Tu non puoi guarire un malato di sabato perché di sabato non si può lavorare” e Gesù rispondeva loro: “Mio Padre lavora anche di sabato e quindi anche io opero”. Questo è logico, perché Dio è il Creatore di tutto, Lui è il principio di tutto quindi è Lui che opera in tutto: opera nel filo d'erba, opera nelle stagioni, opera nel tempo che passa, nel sole, nella luna e opera in ognuno di noi. È sempre Dio che opera in tutto. Siamo noi che dobbiamo imparare a non muoverci quando non vediamo Dio che opera. Non è che quando non vedo Dio che opera, Dio stia fermo; sono io che non lo vedo!

Pinuccia: Non agire di nostra iniziativa vuol dire non reagire all'emozione?

Luigi: Vuol dire non lasciarti muovere dal pensiero del tuo io. Se alla domanda: “perché fai questo?”, rispondi: “perché poi chissà quell'altro cosa dice!”,  è perché sei motivata dal pensiero del tuo io. “Perché fai questo?”, “Perché mi piace!”, sei mossa dal pensiero del tuo io. “Perché vai a ballare? Sei forse mossa dal Pensiero di Dio?”, “No, perché mi piace”, sei mossa dal sentimento, vai per provare sensazioni di piacere. “Perché giri per il mondo?”, “Perché mi piace girare il mondo, vedere cose nuove”, anche qui sei mossa da altro da Dio, non dall'intenzione di Dio; e l'iniziativa diventa tua. Quando tu ti giustifichi in qualche cosa di diverso da Dio, l'iniziativa è tua; quando invece ti giustifichi in Dio, dicendo: “Faccio questo perché per me Dio è il problema principale!”, allora sei mosso da Dio.

 

* * *

Mercoledì 27 aprile 2016

 (cassetta del 4.5.1988)

 

 

Io sono la vite e voi i tralci

(Gv 15,1-8)

 

Cina: “Senza di me non potete fare niente”...

Luigi: Bisognerebbe leggere con una piccola modifica: “Senza di me fate niente” anziché dire: “Senza di me non potete fare niente”. Perché senza di Lui, noi facciamo niente, cioè perdiamo tutto: facciamo veramente niente e noi stessi siamo ridotti a niente, senza di Lui. Infatti Gesù dice: “Vi sarà tolto anche tutto quello che credete di avere”; “tolto” quindi “lo perdete”, quindi: “Fate niente”. Il nostro io ha questa terribile possibilità: può fare niente, quindi può perdere tutto. Con Dio si raccoglie tutto, senza Dio si perde tutto: anche quello che crediamo di avere. Anche la fede si perde, anche l'intelligenza, anche la volontà, anche la vita: si perde tutto, si riduce tutto a niente. E si resta soltanto con la coscienza di essere rimasti con niente. “Ho passato tutta la vita e non mi è rimasto niente: ecco il niente che ho fatto”. Uno resta di fronte a questo niente; ci è imposto! Quindi: fatto niente. Perché? Perché non hai tenuto conto di Dio. Con Dio si fa tutto, senza Dio si fa niente e si constata che si è fatto niente.

Delfina: “Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi chiedete quel che volete e vi sarò dato”, se siamo uniti a Dio le volontà si uniscono perché non possiamo chiedere cose diverse dalla sua volontà.

Luigi: Chi è con Dio sa che tutto viene da Dio e che tutto deve venire da Dio, per cui chiede una cosa sola: di capire, di conoscere il suo pensiero, la sua volontà. “Signore, che io conosca il tuo volto, che io conosca Te, tutto mi basta!”. Perché tutto è già dono di Dio, opera di Dio e Dio sa meglio di noi ciò di cui abbiamo bisogno: non c'è nemmeno bisogno di chiederglielo. Non c'è nemmeno bisogno di chiederglielo perché Lui lo sa prima di noi. Noi non eravamo un tempo, eppure ci ha dato tutto, dandoci la vita ci ha dato tutto. Non glielo abbiamo chiesto, non sapevamo neanche come chiederglielo; un bambino non sa mica cosa chiedere. Ha il papà e la mamma che provvedono perché loro sanno ciò di cui il bambino ha bisogno. Tutto è segno. Nei riguardi del Signore noi siamo come dei bambini: è Dio che provvede, Lui sa ciò di cui abbiamo bisogno. Anche quando ci manda dei dolori o non ci dà certe cose, c'è un significato profondo! Allora più che chiedere, o dire al Signore: “Signore toglimi questo o dammi quello”, dobbiamo cercare di capire il perché, il significato di quello che Dio ci dà o che non ci dà. È più importante il significato, dell'avere una cosa o di non averla. Cioè il Pensiero di Dio è molto più importante di tutto il resto.

Giovanna: “Ogni tralcio che porta frutto lo pota” in che cosa consiste la potatura?

Luigi: Consiste nel distacco. Potare vuol dire togliere. È Dio che quando vede che cominciamo a cercarlo, incomincia a togliere tutto quello che ci impedisce di conoscere Lui, per cui ci libera da tante cose in modo che possiamo dedicarci più intensamente a ciò per cui siamo stati creati. Perché noi partiamo, abbiamo interesse per Dio, ma abbiamo anche tante altre cose. Queste altre cose invece di aiutarci ci disturbano, ci impediscono di produrre dei frutti; allora Dio pota. Noi magari diciamo di aver ricevuto una disgrazia, invece è Dio che a poco per volta, ci toglie tutto quello che ci impedisce di occuparci di Lui, tutto ciò che ci toglie la disponibilità interiore, che ci toglie il tempo, che ci impedisce di intensificare la nostra dedizione a Dio. Perché a Dio si arriva con una dedizione totale, con un pensiero puro, la Vergine. Pensiero puro vuol dire Pensiero Unico. Dio ci toglie tutte le altre cose perché possiamo portare più frutto.

Giovanna: “Voi siete già mondi per la parola che vi ho annunziato”, i discepoli sono già mondi cioè non sono più da potare...

Luigi: Mondo vuol dire purificato. Perché la parola di Dio lava, purifica; sei “mondo” in quanto sei orientato, perché quello che ci sporca sono gli orientamenti diversi, amori diversi, interessi diversi, tutto questo sporca. Invece la parola di Dio, siccome è una proposta a mettere prima di tutto l'essenziale, ci orienta e intanto ci lava, ci purifica. Quanto più camminiamo, tanto più siamo lavati, purificati fino alla purificazione del Pensiero unico. L'opera principale della parola di Dio è farci fare il bagno, lavarci, orientarci. Senza la parola di Dio noi siamo disorientati, perché crediamo che la vita valga per mangiare, per vestirci, per far carriera, per una posizione, una famiglia. La parola di Dio viene nella nostra vita e ci orienta: “Cerca Dio prima di tutto, non preoccuparti di niente, ci penso a tutto io”. Se crediamo siamo orientati.

Certo, quando uno si orienta verso un fine, il carico di tutti gli impegni che si è assunto durante tutta la vita, le abitudini, le tradizioni, gli pesano! Però quell'orientamento ha lavato, poi man mano che cammina avverrà il lavoro di purificazione.

Domenico: “Chi rimane in me ed io in lui porta molto frutto”; aveva già detto: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me ed io in lui”..

Luigi: Lui precisa: non basta che noi rimaniamo in Lui, bisogna che Lui rimanga in noi. Dobbiamo percepire questo, perché noi il più delle volte pensiamo che sia un atto di volontà. Invece Lui precisa dicendo: non basta che tu pensi me bisogna che ci sia io in te; è quell'io, quella presenza che mi fa rimanere in Lui. Mangiare la sua carne e bere il sangue cosa vuol dire? Vuol dire assimilare la parola dell'incarnazione: è Dio che si manifesta a noi. Quindi assimilare vuol dire prendersi la responsabilità di quello che il Cristo subisce, di quello che Lui porta, della sua morte. E' il cercare di capire che ci porta a questa presenza.

Teresa: “Voi siete già mondi per la parola che vi ho annunciato!”; sarebbe più facile capire se avesse detto: "Voi siete mondi per la parola che avete accolto", perché nell'annuncio non c'è ancora l'adesione da parte dell'uomo...

Luigi: La parola che ci viene annunciata ci offre la possibilità, ma va creduta, va ascoltata, va custodita, va meditata

Teresa: Qui sembra che lo dia per scontato..

Luigi: Chi opera è la parola, ma la parola non opera mai automaticamente. Tutte le alleanze che Dio fa con l'uomo (e la parola è un'alleanza), non le fa meccanicamente, in modo magico, ma le fa sempre con partecipazione della creatura. Quindi la parola di Dio che arriva a noi è un segno. Questo segno ci propone qualche cosa: “Vieni a pranzo, vieni alle nozze”; la parola di Dio in quanto arriva a noi è sempre una proposta.

È la parola di un Essere infinito che parla con me, parlando con me mi propone. Ma quando mi ha fatto la proposta, non è che sia finito tutto! Mi ha fatto una proposta. Adesso sono io che devo rispondere: posso andare o posso non andare. L'invito diventa efficace se io accolgo, se parto. Se parto devo dire che l'opera è stata tutta della parola, la grazia è tutta della parola; quindi è la sua parola che mi lava, purifica, che mi fa partire, che mi fa partecipare alle nozze: è la sua parola! Non dirò mai: è la mia!

Se invece non vado, mi assumo la responsabilità del rifiuto, perché la parola mi è arrivata ma io l'ho rifiutata;  in tal caso la colpa è mia.

 

* * *

 

 

Venerdì 13 febbraio 2015

 (tratto dalla cassetta del 12.2.1993)

 

Effatà

 (Mc 7, 31- 37)

 

In quel tempo, Gesù, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidòne, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli.
Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè: «Apriti!». E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente.
E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!».

Parola del Signore

 

Agata: Nella Genesi si dice che si aprirono gli occhi di tutti e due; perché? E poi nel Vangelo Gesù apre gli orecchi a un sordo.

Luigi: Dio apre gli occhi ad Adamo ed Eva perché prima vedevano solo il bene, in quanto ricevevano tutto da Dio. Per chi cerca Dio prima di tutto non esiste il male; perché ricevendo tutto da Dio, anche ciò che per noi è amorale, dialogandolo con Dio, cercando il significato presso Dio viene liberato. È quando restiamo a metà strada, quando siamo autonomi da Dio, che tutto ci fa male.

Franco: Perché si nascondono dopo il peccato?

Luigi: Significa che stanno sperimentando l’assenza di Dio.

Franco: Allora è Dio che si nasconde.

Luigi: No, sei tu che ti nascondi. Dio è sempre presente! Tu non puoi intellettualmente (non con il cuore, non sentimentalmente), dimostrare che Dio sia assente. L’esperienza dell’assenza, del niente, è relativa. Quando si parla di relatività si presuppone che ci sia un dato personale relativo a te. La realtà in sé, la verità, esiste indipendentemente da te, è trascendente te, non è condizionata da te. Non puoi annullare Dio, non puoi rendere assente Dio. Invece puoi fare l’esperienza sentimentale dell’assenza di Dio: puoi non sentirlo, non ascoltarlo, puoi fare esperienza della sua morte; ma intellettualmente non puoi dimostrare che Dio sia morto, che sia assente, che non parli, perché la verità trascende.

Franco: Allora mi nascondo quando non faccio emergere questo dato intellettuale.

Luigi: Ti nascondi quando lasci dominare dentro di te il cuore, il sentimento, quando l’intelletto passa in secondo piano. E resti succube di ciò che hai messo prima di tutto: il cuore; e diventa dominante, per cui non senti più Dio. Dio appartiene al campo dello spirito: “Dio è spirito e verità e vuole adoratori in spirito e verità”.

Franco: Quindi l’assenza di Dio, se emerge il dato intellettuale, è dimostrazione che Dio è presente.

Luigi: Si, ma la dimostrazione ce l’hai soltanto intellettualmente, altrimenti sperimenti solo l’assenza, non puoi fare diversamente. Ad un malato immaginario, è inutile che tu gli dica che la sua malattia è un’immaginazione; lui muore per quella sua immaginazione. L’umanità muore di paura: la paura è fatta di niente, intanto si muore e si muore di paura. Il niente ti può uccidere.

Maria: Perché Gesù ha portato il sordomuto in disparte, lontano dalla folla e altre volte no?

Luigi: Perché Dio ci cura personalmente; Dio non vuole che gli altri siano spettatori dei nostri mali, Dio ci cura in segreto. Qui notiamo la delicatezza di Dio nei nostri riguardi.

Agata: “Ha fatto bene ogni cosa, fa udire i sordi e fa parlare i muti”.

Luigi: Profondamente dicono una cosa molto vera, perché effettivamente è soltanto Dio che apre i nostri orecchi all’ascolto e che apre le nostre labbra a parlare. Se Dio non apre i nostri orecchi, noi ascoltiamo soltanto delle sciocchezze e se Dio non apre le nostre labbra, parliamo il “politichese”, non diciamo assolutamente niente, parole che sono soltanto rumore, suono, ma non comunicano niente, non hanno anima. È Dio che mi deve aprire all’ascolto ed è Dio che mi deve far parlare, non un altro motivo, non un’altra intenzione. Per cui se sto prestando l’orecchio a un motivo diverso da Dio, è segno che è il mio io che mi apre l’orecchio a far attenzione a delle banalità. Infatti quando uno si accorge che qualcuno sta parlando di lui, e sta molto attento alle parole che si dicono, è perché il suo io è molto interessato. Invece se avessimo tanto interesse per Dio, saremmo molto attenti quando si parla di Dio e lasceremmo scivolare tutto il resto. Quindi deve essere Dio che apre i nostri orecchi ad ascoltare ed è Dio che deve aprire la nostra bocca a parlare o a non parlare.

Franco: Però è strano che anche se Gesù dice di non parlare, parla lo stesso.

Luigi: La natura dominante è la natura femminile, sia nell’uomo che nella donna. Perché l’uomo è fatto maschio e femmina e qui è la componente femminile che domina. E’ molto difficile tacere, custodire, portare a compimento nel silenzio.

Dafne: Ma perché Dio vuole nascondere il miracolo.

Luigi: Perché quello che Dio ti dona, ed è sempre un miracolo quello che Dio ti dona di luce, deve mettere in te radici profonde, altrimenti tutti te lo portano via. Se il dono che ricevi da Dio resta in superficie, ti può entusiasmare un giorno o due, ma poi lo perdi. Bisogna che il dono metta delle radici profonde, tanto profonde come i larici in montagna, che si abbarbicano alla roccia, che sono lunghe addirittura dei chilometri. Per cui anche nella tempesta, nell’uragano, non vengono abbattuti. Se vuoi acquistare forza, quando Dio ti manda un raggio di luce, stai attenta, perché quello si deve radicare molto in te, devi meditarlo molto, personalmente con Dio, in modo che metta delle radici profonde affinché rimanga saldo nella tempesta, e che tu non sia portata via.

Pinuccia: Il Signore mi ha fatto arrivare questa frase bomba: cercando la motivazione del perché metto Dio prima di tutto, lì concepisco Dio, Dio forma Se stesso in me.

Luigi: Appunto, tienilo per te.

 

 

* * *

Mercoledì 4 maggio 2016

 (cassetta del 11.5.1988)

 

Lo Spirito di verità vi guiderà

alla verità tutta intera

(Gv 16,12-15)

 

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli:
«Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso.
Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future.
Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà».

Parola del Signore

Cina: Non siamo capaci di portare il peso della verità...

Luigi: E' Dio che forma in noi la capacità, non siamo noi che siamo capaci. Più ascolto Dio e più Lui forma in me la capacità di portare la sua verità. Ma dipende da quanto mi fermo con Lui; è la tanta amicizia con Dio che mi rende capace di portare la sua verità. È Lui che mi rende capace, non sono io; per cui, più mi fermo con Lui, più ascolto Lui, e più si forma in me quella capacità fino a quel livello di infinito che è necessario per portare Colui che è infinito. Soltanto chi è infinito allo stesso livello di infinito che è Dio, può portare la verità di Dio. Altrimenti sono in difetto: il finito non può portare l'infinito, non posso passare dal finito all'infinito.

Delfina: “Lo Spirito di verità che vi annuncerà le cose future”, cosa sono le cose future?

Luigi: Noi stiamo andando verso questo futuro: Dio presente in tutto e in tutti. Dio sarà tutto in noi e tutto intorno a noi. Attualmente noi diciamo: “Dio è in cielo, ma qui in terra ci sono tante parole di uomini...”, ad un certo punto tutto diventa opera di Dio. A quel punto è la verità che diventa bella; ma quando la verità diventa bella ci chiude fuori, non la sopportiamo più; perché quando la verità diventa bella (cioè informa tutto, perché la verità diventa ciò che è, presente in tutti e in tutti) se non siamo preparati non possiamo sopportarla, perché per poterla sopportare dobbiamo averla in noi come desiderio, come sogno. Se non l'abbiamo sognata, non la sopportiamo. Una persona che incontro e che non ho sognato, non la sopporto, perché mi disturba.

Delfina: Allora, più non siamo preparati e più lo Spirito...

Luigi: Stiamo andando verso Dio tutto in tutti. Tutto è opera di Dio, tutto non fa altro che glorificare Dio. E se io cerco di glorificare me stesso, trovando tutte le creature che glorificano un Altro, mi sento cacciato fuori, mi sento isolato, non posso far parte, resto rigettato dal regno di Dio; sono un corpo estraneo, perché tutte le creature glorificano Dio. Perché se penso a me cerco coloro che mi dicono: “Sei bravo, sei bello, sei in gamba”; allora io sto con le creature in quanto vedo me stesso glorificato. Ma man mano che vivo, vedo che le creature non glorificano me, glorificano Dio. E se io non sono con Dio mi sento cacciato fuori. Il futuro è questo: tutte le creature glorificheranno Dio,  non noi! E se non facciamo parte di questo coro, ci sentiamo messi fuori. Perché Dio è la verità ed è questa che va glorificata; noi non siamo la verità.

Delfina: Aumentando la conoscenza noi vediamo le cose sempre più nella verità...

Luigi: Si. Ad un certo momento la verità si impone. In un primo tempo si propone, fintanto che abbiamo la possibilità di tradire. Ad un certo momento si impone, perché la verità è quella che è. Non siamo noi che facciamo la verità. E quando la verità si manifesta per quella che è, se non l'abbiamo messa al centro, se abbiamo pensato a noi stessi, a glorificare noi stessi, ci troviamo sempre più scacciati dalle creature, perché le creature non ci conoscono più. Noi ci conosceremo per quello che porteremo in noi di Dio; per quello che avremo glorificato di Dio. Nella vita vera, ognuno di noi conoscerà l'altro per quello che l'altro porta di Dio. Ma se uno non porta niente di Dio, resta escluso: non è più conosciuto neanche dalle formiche.

Franco: “Tutto quello che il Padre possiede è mio”, significa che Dio si rivela in tutta la sua pienezza in ogni sua parola.

Luigi: In un primo tempo noi stiamo su in quanto abbiamo delle creature intorno che ci sostengono. Ma arriva un momento in cui tutte le creature non ci sostengono più: per questo dobbiamo affrettarci a camminare. È come dire: in un primo tempo, quando hai fame prendi un pezzo di pane e la tua fame è soddisfatta, ma arriva un momento in cui il pane non ti soddisfa più. Allora bisogna affrettarsi, perché questo è soltanto un cibo che passa. Se Dio ti concede (perché è una concessione) che le creature attualmente ti diano vita, ti soddisfino, devi affrettarti a capire la loro funzione. Se invece incominci a vivere soltanto per le creature, perché nelle creature trovi vita, arriva un momento in cui resti tradito dalle creature stesse. Devi affrettarti a capire il significato delle cose: tutto è un segno per imparare a trovare la tua vita in Dio, e solo in Dio; perché ad un certo momento la tua vita sarà solo in Dio.

Teresa: Quando la verità diventa bella.

Luigi: La bellezza è l'unità nella molteplicità. Attualmente noi siamo dominati dalla bellezza che vediamo. Una cosa è bella in quanto ci dà una carica di vita. La bellezza non è la verità: siamo noi che confondiamo la bellezza con la verità. La cosa bella ci carica; come è bello essere con una persona bella! È bella in quanto mi soddisfa: questo è effetto di ignoranza. Poi man mano che la conosco vedo che non è più bella. Dico che è bella in quanto è lontana, ma quando è vicina non è più bella, perché non risponde più al mio desiderio, non risponde più al mio interesse. Ogni creatura ha i suoi amori, ha i suoi fini, appartiene ad un Altro. È bella in quanto spero che appartenga a me; man mano che la conosco scopro che certamente non appartiene a me, perché appartiene a Dio. Ad un certo momento questa appartenenza a Dio si rivela. Quando mi accorgo che la creatura bella non appartiene più a me la porta della bellezza si chiude.

Teresa: Però la Verità maiuscola è bella...

Luigi: No, no la Verità maiuscola non è bella! È bello ciò che tu vedi; la bellezza è quella che tu vedi. La verità di per sé, Dio, non lo vedi come bello! Lo vedi bello se ti dà la caramella, lo vedi buono perché ti soddisfa. Nel pensiero del nostro io, noi diciamo bello e buono ciò che ci soddisfa. Eva non è stata tradita dalla verità, è stata tradita dalla bellezza e dalla bontà. Ha visto che “il frutto dell'albero  proibito era bello ed era buono”. Nella nostra vita noi ci lasciamo guidare dal bello e dal buono. No! lasciamoci guidare dalla verità.

La verità non la vedi come bella; dopo, quando sarà lei che informa di sé le cose, la vedrai come bella, poiché riconosci che tutto porta in sé il sigillo della verità, che tutto ti parla di Dio. E' bello ciò in cui tu vedi un'unità, un pensiero che informa le cose. Quando la verità di Dio informerà tutte le creature, allora tu vedrai bella la verità; ma se non sarai passata con Dio, non potrai più sopportarla.

Attualmente noi sopportiamo le cose perché per noi sono belle, ci piacciono, non perché piacciono a Dio. È lì l'errore! Siccome arriva un momento in cui tutte le cose, anche quelle che ci piacevano, piaceranno solo a Dio e non a noi, ci sentiremo traditi. E questo è fatale, non c'è niente da fare. Anche se la creatura ti dice: “Sono tutta tua, sono tutta per te” sarai ingannato, non può essere in modo diverso. Perché la creatura, volente o nolente ti rivela che non appartiene a te, appartiene ad un Altro. O superi il pensiero del tuo io oppure non puoi più essere attratto da quella creatura. Infatti, in termini estremi, morendo ti tradisce.

                  

 

 

 

Mercoledì 11 maggio 2016

(tratto dagli incontri del sabato sul Vangelo di S. Giovanni)

                                                          

Affinchè siano una sola cosa come noi

(Gv 17, 11-19)

 

Nino: Siamo chiamati all’unità, nella comunione col Padre, col Figlio e con lo Spirito Santo.

Luigi: Evidentemente questa unità viene dal Padre; per questo Gesù li affida al Padre.

Franco: Dal Padre si conosce quel “come” sono una cosa sola; e quello ci dà la possibilità di fare una cosa sola.

Luigi: Certo, perché mentre tutta la creazione si consuma (il sole stesso si spegne regalandoci tonnellate e tonnellate di energia che si esaurisce), in Dio, nell’Unità invece si vive. In Dio non ci esauriamo, anzi nell’Unità c’è un potenziamento. Ecco, nel campo dei segni tutta la creazione si consuma, ma nel campo di Dio, tutta la creazione si perfeziona in un'unità.

Noi siamo vivificati dallo Spirito; per cui siamo stati creati per diventare tutto Spirito.

Domenico: Quale giovamento ne abbiamo, da questo richiamo costante del “come il Padre e il Figlio sono uno”?

Luigi: Il Padre è la Sorgente della Luce; dicendoti “come” ti invita a capire dal Padre, come sono le cose. Se ci annuncia il “come sia fatta la tua volontà come in Cielo così in terra”, siamo invitati a capire come si fa la volontà di Dio in Cielo. Ce lo annuncia. Il “come” non lo capisci, però in quanto ce lo annuncia ci dà la possibilità di pensarlo.

Domenico: Però, bisogna pensare il Padre come Principio, perché è solo pensandoLo come Principio, si arriva alla consapevolezza…

Luigi: Ogni Luce viene dal Padre, come qui sulla terra ogni energia viene dal sole. Ecco, nel Cielo ogni luce viene dal Padre; non dal Figlio, ma dal Padre. Ed è dal Padre che c’è questa consumazione nell’unità. L’Uno è infinito.

Domenico: Quindi, queste cose Lui le dice solo per farci alzare gli occhi.

Luigi: Cristo parla in questi termini per farci pensare “come” avvengono le cose in Cielo. Lui ci dice “come”; il che vuol dire che se non capisci come avvengono le cose in Cielo non puoi fare la sua volontà qui in terra. “Sia fatta la tua volontà come in Cielo così in terra”, il che vuol dire che bisogna arrivare al Cielo per capire come si vive in Cielo.

Osvaldo: Arrivare a capire come avvengono le cose in Cielo sembra impossibile.

Luigi: Dio non ci prende in giro; in quanto ti è annunciato vuol dire che te lo rende possibile. Tu ti devi impegnare, perché Lui te l’ha detto; non devi far conto su di te, ma fai conto su Lui. Se Lui ti dice: “arriverai sulla cima del Monte Bianco”, non dire: “non è possibile perché non so come fare”; tu incomincia a partire e poi ti accorgi che arrivi. E' Lui che fa le cose, è Lui che le dice, ed è Lui che le porta a compimento; ma solo se credi. Quindi non devi dire “impossibile”, perché diresti che Dio è menzognero.

Osvaldo: Ma Dio non ha bisogno di noi.

Luigi: No! Siamo noi che abbiamo bisogno di Lui. Tutto è per noi.

Osvaldo: Noi dobbiamo arrivare nel Cielo ad essere uniti come il Figlio è unito al Padre?!

Luigi: Certo, ed è tutta opera sua. Se tu credi alle sue parole, ti impegni a capirle, e capendo tu arrivi; se invece tu non credi, non segui le parole, non t’impegni, non capirai mai.

Osvaldo: Ma per credere non basta dire “io credo”.

Luigi: Certamente, credere vuol dire impegnarsi a capire, sforzarsi di entrare.

Osvaldo: La fede è una cosa razionale.

Luigi: Certo, non c’è niente di più razionale che la fede. Quindi, tu credi perché ti è annunciata una cosa, e in quanto ti è annunciata ti impegni; e allora ti accorgi che incominci a capire qualche cosa.

Giovanna: “…custodiscili”, prima è il Figlio che ci richiama, che convoglia; invece si è custoditi dal Padre quando sì è tutto pensiero del Figlio?

Luigi: Si è custoditi dal Padre quando si è tutto pensiero del Padre.

Giovanna: Perché allora dice “custodiscili”?

Luigi: Affinché noi sappiamo da chi siamo custoditi, e quindi per darci la possibilità di guardare a Lui; perché altrimenti iniziamo a dire: “domani io non ho più da mangiare; dopodomani io sono sfrattato; devo morire…; ecc.”. Se invece fai conto su-, la cosa è diversa. Quindi, se Lui te lo dice è perché tu abbia a far conto su-.

Giovanna: Ma a quel punto, quando mi consegna al Padre…

Luigi: Cristo li consegna proprio dicendo loro queste cose. Cristo ti consegna al Padre dicendoti queste parole.

Pinuccia: Ci dice queste parole affinché facciamo una cosa sola con Dio?

Luigi: No, dobbiamo capire  come Padre e Figlio sono una cosa sola. Il giorno in cui capisci come Padre e Figlio sono una cosa sola, tu fai una cosa sola con Dio.

Pinuccia: Quel “affinché” rivela una dipendenza dalle parole che ha detto prima?

Luigi: Si, “custodiscili affinché”; è Dio che ti fa uno con Sé, non sei tu che puoi farti uno con Lui.

Pinuccia: Il fare “uno” tra di noi sarà una conseguenza?

Luigi: Certo, Dio fa abitare tutti sotto la stessa tenda.

 

 

 

 

Venerdì 20 febbraio 2015

 (tratto dalla cassetta del 19.2.1993)

 

 

Perché digiunare?

 (Mt 9,14-15)

 

In quel tempo, si avvicinarono a Gesù i discepoli di Giovanni e gli dissero: «Perché noi e i farisei digiuniamo molte volte, mentre i tuoi discepoli non digiunano?».
E Gesù disse loro: «Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto finché lo sposo è con loro? Ma verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto, e allora digiuneranno».

Parola del Signore

 

Maria: La Madonna nei messaggi ci invita a fare digiuno. Ma qual è il significato vero del digiuno?

Luigi: Il digiuno è uno strumento, un mezzo per avere disponibilità per occuparci di Dio. Se voglio occuparmi di tante cose, mi accorgo di non aver più tempo per Dio. Solo in questo modo ha senso fare digiuno. La proposta è quella di fermarsi e accorgersi che la propria giornata è piena di cose inutili, delle quali puoi benissimo fare senza. Per cui è meglio che tu abbia una casa piena di polvere, disordinata, ma che tu abbia tempo per pensare Dio invece che avere una casa tutta ordinata e pulita, e alla sera accorgerti che il tempo è passato e tu che non hai avuto neanche cinque minuti di tempo per conoscere Dio. Allora: Metti Dio al di sopra di tutto, al di sopra di ogni cosa”, questo è il digiuno! Cioè sgombra la tua giornata da tutte quelle cose che ti portano via a Dio e metti quelle cose che ti aiutano a raccoglierti in Dio, perché la vita vera, la vita eterna comincia quando ti decidi a mettere del tempo per Dio, per conoscere Dio. Prima no! Si fanno tante parole, ma in sostanza non si ha mai tempo per Dio. "C’è un tempo per ogni cosa sotto il cielo", dice il Qoélet, ...ma non c’è mai il tempo per conoscere Dio.

Bruno: Un bambino che muore appena nato, come fa ad arrivare a conoscere Dio?

Luigi: Chi ragiona così è materialista. È un problema di conoscenza non di tempo: tu non maturi in conoscenza in quanto vivi tanto su questa terra. E' un problema di purezza di pensiero. Il bambino è molto più aperto alla conoscenza di un uomo adulto. Un bambino in poco tempo incamera un patrimonio enorme di conoscenze mentre un adulto ha grande difficoltà ad accettare una minima novità. Più l’adulto è acculturato e più fa fatica a capire. Tutto è opera di Dio, quindi anche quel bimbo nato morto è per noi, è opera angelica, è un angelo che va dritto in paradiso. Angelo vuol dire: parola di Dio per te. Gli angeli hanno questa funzione: vengono a te e ti riportano a Dio. Il bambino è caratterizzato dalla purezza d’animo.

Bruno: Pensavo al buon ladrone.

Luigi: Si, infatti non è un problema di tempo, di maturità fisica, ma è un problema di intensità di dedizione, di purezza di dedizione. “Beati i puri di cuore perché vedranno Dio”; pensiero puro, perché è il pensiero unico che è trasparente. Se mi carico di tanti pensieri, di tanti amori, di tanti interessi, non aumento in me la capacità di conoscenza. Chi ha amato tante donne o tanti uomini, non ha aumentato la capacità di amare ma l’ha persa. Nel moltiplicare gli interessi, gli amori, con l’illusione di aumentare il nostro essere, subiamo una diminuzione di essere. Se tu imparassi a memoria tutta un’enciclopedia, resteresti fregato, con l’illusione di aver accumulato tanta conoscenza. Il problema è tutto su un altro piano!

Abbiamo bisogno di semplificare molto la nostra vita, perché siamo troppo carichi. Abbiamo bisogno di far fuori, far fuori, far fuori, per acquisire semplicità di pensiero, di anima, perché è il pensiero unico, semplice, che penetra, che diventa trasparente e vede l’Infinito. Perché nell’unità c’è l’Infinito mentre nella molteplicità c’è il finito, e nel finito non si capisce niente. Il problema essenziale è ridurre tutto all’unità: “Una cosa sola è necessaria”. Ora, il bambino è molto più vicino all’unità che l’uomo adulto, il quale ha dentro di sé una molteplicità di dati, un carico che gli impedisce di conoscere Dio.

Giovanna: Come si fa a godere della presenza del Cristo se poi ci verrà tolto?

Luigi: “Fintanto che avete la luce camminate per non essere sorpresi dalle tenebre”. Se vuoi approfittare della presenza del Cristo devi camminare. Tu stai con una persona non in quanto l’abbracci, ma in quanto cerchi di capire il suo pensiero.

Giovanna: Si, devo cercare di capire quando Lui mi dà la possibilità di pensarlo.

Luigi: La possibilità ti è data dalla sua presenza. Quando Lui è presente ti dà la possibilità di pensarlo. Perché il dono più grande che tu possa ricevere è la presenza dell’altro. Perché la presenza dell’altro incentra (ecco l’importanza del pensiero unico, della semplicità del pensiero) su di sé la tua attenzione. Uno che parla con te concentra tutti i tuoi pensieri molteplici, dispersi, in un pensiero unico, in ciò che Lui ti sta comunicando. Quindi la presenza è il massimo centro di attrazione; di attrazione quindi di semplificazione. Mentre tu da sola non potrai mai ad arrivare a quel grado di semplicità. E' l’altro che parlando con te ti semplifica, se lo ascolti.

Pinuccia: Il problema è che si possono anche vivere dei momenti di intensità ma poi si ricade.

Luigi: Anche questo è un pensiero materialista. Approfitta di quello che Dio ti fa arrivare perché tutto è lezione di Dio per noi: il buon ladrone, la Maddalena, il bambino. Ti presenta il bambino e poi ti dice: “Se non diventerete come bambini non entrerete nel regno di Dio” è una lezione da capire. Dio ci sta prendendo dal livello di dispersione nel quale ci siamo venuti a trovare perché vuole salvarci. Dio, attraverso le sue lezioni, se noi poniamo mente per cercare di capire, forma in noi la consapevolezza di imparare a vivere con Lui. La nostra vita è vita vera nella misura in cui abbiamo un rapporto intimo, personale con Dio, altrimenti si riduce ad una recitazione.

 

 

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Mercoledì 18 maggio 2016

(Tratto dalla cassetta 38 del  28.5.1993)

 

Chi non è contro di noi è per noi

(Mc 9,38-40)

            

In quel tempo, Giovanni disse a Gesù: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva».
Ma Gesù disse: «Non glielo impedite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi».

 

 

Cina: Cosa significa questa frase di Gesù?

Luigi: Ci fa capire che i discepoli erano in errore: l’essere nati in un posto, il trovarsi in un luogo anziché un altro, tutto questo non è criterio di appartenenza. Statisticamente, sensibilmente, noi possiamo dire: “Io appartengo a una certa famiglia, al tale popolo, alla tale istituzione”, ma spiritualmente, sostanzialmente parlando, non è così.

Cina: Allora qual è il vero criterio di appartenenza?

Luigi: Se le condizioni esterne non sono determinanti, evidentemente il criterio di appartenenza non  lo possiamo trovare fuori di noi; allora si tratta di entrare dentro di noi. “Dentro di noi”, attenzione, non in quel mondo che entra dentro di noi attraverso i sensi, sarebbe sempre “mondo esterno”. Il criterio di appartenenza si trova nel pensiero. E' nel pensiero che noi determiniamo ciò cui vogliamo appartenere. Nel pensiero le cose si semplificano molto; nel pensiero infatti, ci sono soltanto due termini: Dio e il nostro io. Ora, il nostro pensiero si caratterizza in quanto si dedica a qualcosa.

Delfina: Siamo con Gesù se ci dedichiamo alle parole di Gesù.

Luigi: Ecco, nella dedizione del nostro pensiero si rivela ciò cui apparteniamo. L'appartenenza deriva da ciò cui dedichiamo il nostro pensiero. E il nostro pensiero, sostanzialmente, lo si dedica o a Dio o al proprio io. Ora, dedicando il pensiero, la vita, ad un certo fine, noi determiniamo il criterio di appartenenza. Noi finiamo con l’appartenere a ciò per cui viviamo, a ciò cui dedichiamo cioè il nostro pensiero.

Paola: Quando Gesù dice: “Io sono di lassù e voi siete di quaggiù” cosa intende?

Luigi: Questo “quaggiù” e questo “lassù” di cui parla il Signore, noi non dobbiamo cercarli nelle condizioni esterne, e non dobbiamo quindi identificare il “quaggiù” con l’essere qui in terra ed il “lassù” con l’essere cielo, dopo la morte fisica. “Quaggiù” e “lassù” sono dunque dentro di noi, nel nostro pensiero.

Paola: Quand’è dunque che, dentro di noi, noi siamo “quaggiù” oppure “lassù”?

Luigi: Gesù dice: “Io sono di lassù”; vuol dire che interiormente, nel suo pensiero, Lui è di lassù; e dicendocelo, ci apre la possibilità di esserlo anche noi. Ora, il “lassù”, il cielo, è tutto ciò che ci trascende, tutto ciò che sta al di sopra di noi. Proprio perché è al di sopra di noi, non è da noi sperimentabile, appunto perché ci trascende. “Lassù” è il regno della Verità, la quale non è in relazione a noi, non dipende da noi. Noi la possiamo trascurare, dimenticare, offendere, ma certamente essa è sempre dentro di noi; ed è solo aderendo ad essa che noi entriamo nella Realtà. Al centro del “lassù” c’è Dio; “lassù”, quindi, è tutto ciò che è secondo Dio, secondo la sua Verità. Il “quaggiù” è invece ciò che è in relazione al nostro io, ciò che il nostro io può sperimentare; al centro del “quaggiù”, quindi, c’è il pensiero del nostro io.

Flavio: E allora, noi apparteniamo al “quaggiù”...

Luigi: … non in quanto siamo qui sulla terra, ma in quanto dedichiamo il pensiero a noi stessi, in quanto viviamo pensando a noi. E’ il pensiero del nostro io a determinare il “quaggiù”, ed è il Pensiero di Dio a determinare il “lassù”. Se dedichiamo il nostro pensiero a Dio il nostro criterio di appartenenza è Dio, e allora siamo di “lassù”, anche se siamo sensibilmente qui, in terra. Ma se pensiamo a noi stessi, fossimo anche nell’ambiente più religioso possibile, nelle migliori condizioni di spiritualità, siamo inesorabilmente “quaggiù.

Franca: Ecco, qui si fa chiaro quel “Se siete risorti con Cristo …”.

Luigi: Si chiarisce il senso di questa resurrezione, cioè: “Se siete morti a voi stessi, se non pensate più a voi, cercate le cose di lassù, cercate le cose secondo Dio”. Anche la nostra terra è “secondo Dio”, ma attualmente noi la vediamo autonoma da Lui, non vediamo il rapporto tra essa e il Creatore.

Pinuccia: Nel Padre nostro, infatti, diciamo: “Sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra”.

Luigi: Dunque noi siamo chiamati a vedere tutte le cose in Dio, secondo Dio. Dobbiamo contemplare tutto in Dio, tutto quello che attualmente non vediamo secondo Lui; cioè, la nostra terra. Solo così, pur essendo su questa terra, apparteniamo a Dio, solo così siamo nel mondo, ma non siamo del mondo.

 

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Mercoledì 25 febbraio 2015

(Tratto dalla cassetta del 3 marzo 1993)

 

 

Come Giona fu un segno...

(Lc 11, 29-32)

 

In quel tempo, mentre le folle si accalcavano, Gesù cominciò a dire:
«Questa generazione è una generazione malvagia; essa cerca un segno, ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona. Poiché, come Giona fu un segno per quelli di Nìnive, così anche il Figlio dell’uomo lo sarà per questa generazione.
Nel giorno del giudizio, la regina del Sud si alzerà contro gli uomini di questa generazione e li condannerà, perché ella venne dagli estremi confini della terra per ascoltare la sapienza di Salomone. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Salomone.
Nel giorno del giudizio, gli abitanti di Nìnive si alzeranno contro questa generazione e la condanneranno, perché essi alla predicazione di Giona si convertirono. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Giona».

Parola del Signore

 

Osvaldo: Mi sono sempre chiesto: i profeti dell’Antico Testamento parlavano in nome di Dio ma sapevano quel che dicevano?

Luigi: No, perché non era ancora arrivato lo Spirito Santo: ubbidivano alla voce che Dio faceva loro arrivare. Lo vediamo nella prima lettura di oggi. I profeti sono uomini di fede ma che sono in cammino, non sono ancora arrivati alla meta.

Giovanna: Non capisco perché Gesù dice che la regina di Saba ci giudicherà perché venne da lontano.

Luigi: La regina di Saba andò a trovare Salomone perché attratta dalla sua sapienza, dalla sua grandezza, non era attratta da Dio. Comunque il Signore porta ad esempio la regina per rimproverarci e ci dice: “Guarda quanti sacrifici hai fatto per la tua carriera, per avere dei soldi, per la tua famiglia e io non sono più importate di tutte queste cose? E perché con me lesini, misuri quel poco che fai per me e invece sei sempre disponibile per gli affari del mondo?”. Dici: “Devo andare al lavoro!”, e per il lavoro quanti sacrifici! E quando ti do del tempo per occuparti di me invece dici: Ah, adesso mi devo riposare perché sono stanco!”. Tutto questo Dio ce lo metterà in conto nel giorno del giudizio! Per cui tutto questo mondo che vive, che si sacrifica dietro a cose che valgono poco, si ergerà in giudizio contro di noi, ci rimprovererà perché nei riguardi di Dio ci siamo risparmiati; invece negli interessi del mondo non abbiamo badato a sacrifici: quella è la condanna!

Sandra: In che senso Gesù ci dice di chiedere, qual è il vero chiedere?

Luigi: Gesù ci invita a chiedere di capire ciò che Lui ci dice. Dio ti dice quello che devi desiderare, ciò per cui devi vivere e poi, vivendo per quel fine, ti traccia il cammino, lo proporziona, lo dosa secondo le tue possibilità, in modo che tu possa arrivare alla meta. Se tu hai interesse per apprendere la matematica, il maestro ti comunica le basi fondamentali, si accerta che tu le abbia interiorizzate, e a poco per volta costruisce la materia e ti porta ad una maturazione tale da poter apprendere gli infinitesimali. E' il maestro che ti porta, ma alla base di tutto c’è l’interesse. Là dove manca l’interesse non si può ricevere niente.

Silvana: Se c’è interesse per Dio si vede tutto come segno di Dio.

Luigi: Tutto diventa significativo in quanto hai presente il fine.

Pinuccia: Quindi l’unico segno che ci viene dato qual è?

Luigi: L’unico segno che ti viene dato è la parola di Dio che arriva a te: il segno arriva a te indipendentemente da te. La parola di Dio, Dio la fa arrivare a te indipendente da te. Tu non la devi pretendere. È come se io di fronte ad un insegnante pretendessi di cambiare la lezione che mi espone, secondo i miei desideri. Noi con Dio facciamo così!

Non pretendere di sottomettere la lezione ai tuoi desideri, ma aderisci alla lezione che ti viene data. Dio ci sta dando delle lezioni, tu non chiedere un segno, cioè non chiedere una lezione diversa da quella che Dio ti sta dando, ma cerca di capire quella che ti viene data.

Pinuccia: Quindi il Figlio si fa oggetto del mio pensiero indipendentemente da me.

Luigi: Si, come segno. Infatti non lo puoi ignorare ma non lo conosci. Perché non lo puoi ignorare? Perché arriva a te indipendentemente da te. Se ti dedichi al segno che Dio ti dà indipendentemente da te, quello che ti fa maturare, ti fa avanzare verso un livello superiore; per cui maturi per ricevere delle comunicazioni sempre più profonde da parte di Dio.

Osvaldo: Noi dobbiamo chiedere doni spirituali non dobbiamo chiedere cose materiali.

Luigi: Tu hai il dovere di chiedere ma non di pretendere. “Cercate prima di tutto il regno di Dio”, prima ti dice cosa devi cercare e poi ti dice: “Cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto”. E poi ti promette che te lo darà. Noi siccome siamo nel pensiero del nostro io, corriamo il rischio di fraintendere e di chiedere cose materiali, poi siccome Dio non ce le concede, non crediamo più in Dio. Ma Dio prima di tutto ti ha detto ciò che devi cercare: è luce polarizzata su un fine ben preciso. Se tu cerchi altro, Dio non ti risponde. Il più delle volte noi cerchiamo ciò che piace a noi, oppure chiediamo la guarigione fisica, siamo fissati su un nostro desiderio, su un nostro interesse e ci rivolgiamo a Dio affinché ce lo realizzi. Il problema non sta lì! In tal modo dimostriamo di non aver capito ciò che Lui ci dice di cercare, di trovare. Lui ci impegna nel fine invece noi, pensando a noi stessi, chiediamo cose improprie, restiamo delusi e non crediamo più in Dio.

Domenico: “E tutto ciò che domanderete nel mio nome io ve la darò”.

Luigi: Sono parole da mangiare.

Domenico: Sono parole sulle quali è garantita una risposta.

Luigi: ...se le capisci. Ma se le capisci sono già realizzate. Con Dio è questa la meraviglia: quando capisci le sue parole hai già trovato la risposta, la parola è già realizzata.

Bruno: La parola di Dio realizza una realtà interiore.

Luigi: Capire è guarire, è realizzare. Se tu capisci una parola di Dio e poi dici: “Adesso la devo realizzare”, vuol dire che non l’hai capita, perché la parola di Dio ti annuncia una cosa che è già fatta, che è già realizzata, è già tutto; sei tu che sei in difetto.

Bruno: L’errore che fa l’uomo è quello di dire: “io penso quindi sono”.

Luigi: Quello è un errore fondamentale. Invece la realtà è che il pensiero deriva dall’Essere: infatti il Figlio contemplando il Padre, l’Essere, conosce Se stesso come generato dal Padre.

 

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