HOME


Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me.  Gv 6 Vs 57 Primo tema.


Titolo:  Dimorare nel Padre.


Argomenti: Il Figlio è tale in quanto discende, viene dal Padre – Differenza tra il Figlio e le creature – Ognuno vive per ciò che lo fa essere – Passare dal mangiare la sua Carne al dimorare nel Padre – Mangiare la carne e mangiare l”Io” di Cristo – Il compimento del Figlio -


 

12/ Aprile /1981


Con questo versetto, siamo sulla vetta del discorso che Gesù aveva iniziato con la moltiplicazione dei pani.

E la vetta è in questa proposta: “Chi mangia Me”.

Siamo passati da un pane materiale a un Pane spirituale.

Dal Pane spirituale siamo passati alla Parola, al credere a Colui che viene dal Cielo, al mangiare la sua Carne, al bere il suo Sangue.

E  tutto questo si sintetizza in: “Chi mangia Me”.

Cristo ci propone il suo Io che deve essere da noi assimilato, capito, conosciuto.

E questo lo mette come condizione di vita.

Ci fa capire che tutto fu un preambolo per condurci a questo punto, a questo impegno a conoscere e a capire Lui.

Questo che ci fa fare qui però è un passaggio difficile, perché?

Quest’affermazione è basata su un paragone, un rapporto di ugualianza, un “come così” che apparentemente non è chiaro.

“Come il Padre, il vivente ha mandato Me e Io vivo per il Padre, così anche chi mangia Me vivrà per Me”.

I secondi termini evidentemente sono chiari perché son uguali, ma sono i primi termini che non sono uguali.

Questo rapporto di eguaglianza è apparentemente confuso.

“Come il Padre, il vivente ha mandato me”, non è uguale a “Chi mangia Me”.

Lui dice che vive per il Padre, perché il Padre lo ha mandato e invece noi viviamo per Lui, in quanto mangiamo Lui.

Farebbe pensare che essere mandati da-, corrisponda a mangiare Lui.

Bisogna approfondire questo rappporto di ugualianza.

E dopo averci dato il concetto di “dimora” nel versetto precedente, adesso passa al concetto di “vivere per-“, quasi ci fa pensare che ci sia un rapporto tra il “dimorare” e il “vivere per-“ e cioè che si arriva a dimorare, solo nella misura in cui si vive per-.

Lui vive per il Padre in quanto è mandato dal Padre e qui si rivela la caratteristica del Figlio.

Il Figlio è figlio in quanto discende da-, in quanto viene da-.

È la caratteristica che lo distingue dalla creatura.

Noi viviamo per assimilazione, per nutrizione, in quanto assimiliamo ciò che ci viene dato, mentre il Figlio discende da-, e discendendo da-, vive per-.

Noi invece viviamo per-, nella misura in cui assimiliamo ciò che ci viene dato.

Il Figlio di Dio è generato dal Padre, noi invece abbiamo l’esistenza e abbiamo la vita da ciò che è dato a noi.

Per cui noi abbiamo bisogno di assimilare, di mangiare.

Noi viviamo in quanto mangiamo.

Il Figlio non vive in quanto mangia, ma vive in quanto è voluto dal Padre.

La creatura ha questo impegno ad assimilare che può anche venire meno e se viene meno, viene meno in lei il vivere per-.

Allora abbiamo Dio che dà alla creatura dei dati, e questi dati si sintetizzano nel Figlio di Dio, nel Verbo che parla e che parlando offre, propone alla creatura un certo alimento.

Se la creatura assimila questo alimento, la creatura vive, e vive per-.

Ci fa capire che noi finiamo di vivere per ciò che ci fa essere, ma noi siamo fatti da ciò che assimiliamo, il Figlio di Dio invece è fatto essere dal Padre.

La ragione di fondo però è uguale: ognuno vive per ciò che lo fa essere.

A differenza del Figlio noi possiamo essere in difetto di assimilazione e allora siamo anche in difetto nel vivere per il Padre.

E quanto più c’è questo difetto nel vivere per-, c’è difetto nella dimora.

La dimora è condizionata dal vivere per-.

Nella misura in cui viviamo per-, dimoriamo in-.

E allora in quest’affermazione, abbiamo il passaggio essenziale dalla dimora al vivere per-.

Nel versetto precedente Gesù ci aveva indicato la condizione per dimorare in Lui (mangiare e bere la carne e il sangue), qui ci apre al grande avvenimento del dimorare nel Padre.

Perché dicendo “Chi mangia Me, vivrà anch’egli per me, come Io vivo per il Padre”, ci propone questo “Me”, questo “Io”, ma Lui chi?

Chi è questo “Io” che Lui propone a noi per essere assimilato e capito?

Questo “Io”, è il “mandato” dal Padre.

E se noi assimiliamo Colui che è mandato dal Padre, noi viviamo per il Padre, come Lui vive per il Padre.

C’è questo processo del “come/così”.

Per cui abbiamo il passaggio da quella che è l’assimilazione, il mangiare, a quello che è il generare da-, dipendere da-, derivare da-.

Per questo qui siamo sulla Vetta.

Qui ci apre la porta alla dimora nel Padre, come il Figlio dimora nel Padre.

“Chi mangia Me, vivrà per Me, come Io vivo per il Padre”.

Il centro sta in quel “Me”.

In quel “Me” che qui ci rivela essere Colui che il Padre manda, cioè Colui che discende, viene dal Padre.

Allora se noi capiamo Colui che viene a noi dal Padre, cioè se viviamo per quello che vive Lui, passiamo dal mangiare la sua carne al dimorare nel Padre.

 

Quando Lui dice: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue” è il segno che viene annunciato, qui invece abbiamo l’”Io” che gli viene dato dal Padre, per cui ci invita praticamente a capire la generazione dell”Io”dal Padre.

Come a un certo momento siamo invitati a scoprire che cosa è il Pensiero di Dio in noi.

Qui ci sollecita a questo, per questo siamo alla conclusione del discorso, si è partiti dal Pane, per arrivare alla generazione DAL Padre.

Il suo “Io”, non assimila , non mangia il Padre, perché è generato dal Padre, viene dal Padre, è mandato dal Padre, vive nel seno del Padre, vive per il Padre.

 

L’identificazione con il Figlio avverrà a Pentecoste, qui ti fa scoprire la dimora del Padre di Lui, perché Lui ti propone di conoscere il suo “Io”, un “Io” che nasce dal Padre.

Quando ti dice che Lui è mandato dal Padre, evidentemente la conoscenza di Lui, io posso averla solo vedendolo nascere dal Padre.

Io la conoscenza di Lui l’ho, in quanto lo scopro nella sua Causa.

Ma fintanto che io non scopro quell’Effetto nella sua Causa, non lo conosco.

Allora Lui proponendomi il suo Io come nato dal Padre, derivato dal Padre, mi propone il Padre e dimorare nel Padre.

Mi fa fare il passaggio dal dimorare in Lui al dimorare nel Padre.

 

Quando abbiamo il nostro principio e fine nello stesso Essere allora dimoriamo in Dio.

Fintanto che assimiliamo la Carne del Cristo dimoriamo in Cristo e Cristo dimora in noi, però Lui adesso ci propone il suo “Io” che non è più carne e sangue ma che è il generato dal Padre.

 

Quando noi pensiamo al rapporto del Figlio col Padre, non siamo noi che pensiamo, è il Figlio in noi che ci fa pensare questo, quindi è Lui che pensa in noi.

Il pensare Dio, noi non lo possiamo fare senza il Pensiero di Dio.

Fintanto che c’è ascensione a Dio, indubbiamente ascendiamo perché Lui ci attrae però c’è anche il nostro sforzo, ma nel discendere da Dio abbiamo la deduzione che è tutta opera sua, non è più opera nostra.

Tu non puoi dedurre niente dalla Causa, se non per opera della Causa.

 

La proposta di vivere per Dio avvine già con la creazione, è una proposta lontanissima per metterci in movimento verso il Fine, ma una cosa è camminare verso il Fine, altra cosa è realizzare il Fine.

Tutto l’universo e le creature dell’antico testamento, sintetizzate da Giovanni Battista ci convogliano alla la giustizia verso Dio che vuole dire vivere per Dio.

Però questa proposta non è portata da noi a compimento, non si realizza.

Non basta che noi ci sentiamo dire: “Ama il Signore Dio tuo con tutto te stesso”, perché quello si possa portare a compimento in noi, da noi e non basta neppure il messaggio del Battista.

Noi lo riconosciamo giusto, lo riconosciamo valido ma ci sentiamo impotenti, distratti ed è proprio da questa difficoltà che sorge in noi l’importanza dell’incontro con Cristo.

Perché Cristo porta a compimento tutto quello che è annunciato nell’antico testamento.

E porta a compimento anche il messaggio del Giovanni Battista.

Questo vuol dire che non poteva essere portato a compimento dalla legge e dai profeti, perché mancava la Persona.

Ora in quanto manca questa presenza personale, noi la giustizia la riconosciamo valida, riconosciamo quello che dovrebbe essere, però ci troviamo nell’impotenza di poterlo realizzare.

Manca a noi quel complemento di anima che è dato dalla presenza personale del Figlio di Dio.

Il Verbo di Dio giunge a noi, proprio per portare a compimento tutto il messaggio della creazione,della legge, dei profeti e del Battista.

Porta a compimento il vivere per Dio ma lo porta a compimento in quanto proprio ci porta nella dimora.

Quello che a noi impedisce questa realizzazione e l’assenza dell’essere personale.

Dal momento che in noi è venuto meno il contatto, la conoscenza di Dio e quindi la creazione ha acquistato peso su di noi, noi ci siamo trovati nell’impotenza di potere collegare il Principio con il Fine.

Ma il Fine lo abbiamo presente ed è questo che crea l’infelicità umana.

 

Ognuno di noi dimora in ciò per cui vive.

Dobbiamo renderci conto che noi sostanzialmente dimoriamo là, dove viviamo. In quelle cose per cui viviamo.

Quindi stai attento che se tu vuoi vivere per Dio devi dimorare in Dio.

La vera dimora è interiore, spirituale e ognuno di moi ha delle dimore, queste dimore si formano proprio là, dove sono i nostri pensieri e i nostri pensieri edificano.

Per cui ognuno di noi dimora in quelle cose per cui vive.

Vivere per-, ti porta a dimorare in.

Spiritualmente dimoriamo, là dove viviamo per-.

Sarà momentaneamente ma oggi, a seconda drgli interessi che ho avuto ho avuto certe dimore, sono stato in tante abitazioni quanto sono stati i miei pensieri, ma noi siamo chianmati a vivere in una abitazione sola, in un pensiero unico, in un interesse unico.

Il Figlio dimora nel Padre, in quanto vive tutto per il Padre, noi abbiamo invece tante dimore, tante dimore che ci rendono inquieti.

Siamo chiamati a questa grande unificazione, siamo chiamati a dimorare in un luogo unico che è poi il Padre.

Siamo chiamati a vivere unicamente per questo.

Ogni casa divisa (diverse dimore) è destinata a crollare.

La nostra sofferenza, la nostra tristezza sta lì, noi ci accorgiamo che non riusciamo a stare su.

Le nostre case sono divise e allora creano in noi questo disagio e allo stesso tempo denunciano a noi qual è il nostro destino.

Il nostro destino è in un unica casa, in una unica dimora.

Tutto l’antico testamento ci convoglia a questo “vivere per-“, però non si realizza se non attraverso il Figlio, cioè la presenza personale.

È la Persona del Figlio che dimorando nel Padre, conduce noi a dimorare là dove Egli dimora.

Questa Persona è il centro massimo di unità e ci raccoglie con una pazienza infinita da tutte le nostre dispersioni e ci unifica nella presenza del Padre.

Ci porta cioè a essere tutto Pensiero del Padre.

Mentre invece noi siamo pensiero di tante cose molteplici.

 

Il vivere per Dio fa parte delle proposte da parte di Dio, mentre il dimorare in Dio è grazia di Dio.

Il dimorare in Dio è già conseguenza della deduzione da Dio, quindi è già figliolanza di Dio.

È già un appartenenza.

Soltanto i figli dimorano nella casa del Padre e i figli sono coloro che hanno conosciuto il Padre.

Noi però di fronte alle proposte e alle parole del Signore possiamo illuderci di essere già figli e di dimorare nella casa del Padre, seguendo certi comportamenti o attuando certe virtù, il Signore ci precisa quali sono le vere condizioni per poter dimorare nel Padre.



Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me.  Gv 6 Vs 57 Secondo tema.


Titolo: “Capite quello che vi ho detto” I.


Argomenti: Capire di non capire – Tommaso – L’interrogativo nel compimento – Pasqua è passaggio all’invisibile – Dal segno all’intelligenza del segno -  Vedere come il Padre manda Cristo – Capacità di assimilazione – Il futuro di Cristo – Il Principio d’intelligenza e la materia – Il silenzio dell’universo – Il parlare del Figlio e del Padre – La memoria e l’intelligenza – Il compimento dell’opera di Dio – Memoria e desiderio -


 

19/ Aprile /1981




Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me.  Gv 6 Vs 57 Terzo tema.


Titolo: “Capite quello che vi ho detto” II.

 


Argomenti: Il silenzio del sabato – La memoria di ciò che Dio ha fatto e il desiderio di capire – Fare Pasqua è capire – Il settimo sigillo – La creatura nuova – La sapienza – Capire il “mandato dal Padre” – L’intelligenza del Padre -


 

20/ Aprile /1981 Vigna


Cristo con queste parole ci ha condotti sulla vetta del suo discorso.

Ci propone di assimilare il mandato dal Padre.

“Come il Padre ha mandato Me”, è una proposta che Lui ci fa e quindi è un invito a capire Lui come “mandato dal Padre”.

L’argomento su cui dobbiamo soffermarci oggi è questo invito a capire.

Abbiamo visto che quando si giunge sulla vetta tutto finisce, ci si trova soltanto a tu per tu con il cielo, Gesù stesso muore sulla croce dicendo tutto è compiuto, quindi abbiamo il compimento e abbiamo la vetta.

Poi abbiamo nel sabato santo il silenzio di tutto, il silenzio della liturgia, il silenzio delle campane, il silenzio di ogni segno, tutto è passato.

E cosa rimane?

Rimane in noi la memoria di ciò che Dio ha fatto e rimane in noi il desiderio di capire quello che Dio ha fatto.

Cioè Dio opera in due tempi .

In un primo tempo fa, parla con noi, in un secondo tempo dice a noi: “Capisci quello che Io ti ho fatto”.

Sulla vetta noi ci troviamo con il ricordo di quello che Lui ci ha detto/fatto e un interrogazione: “Capisci quello che io ti ho detto/fatto?”.

Dovremmo associare questo argomento con la Pasqua, per arrivare a questa conclusione: si fa veramente Pasqua soltanto in quanto e per quanto si capisce quello che Dio ha detto/fatto a noi.

Si fa pasqua nella misura in cui si capisce.

Altrimenti non si fa Pasqua.

Per questo c’è il sabato santo, questo giorno di silenzio che corrisponde alla mezz’ora di silenzio dell’apertura del settimo sigillo nell’Apocalisse.

Con la rottura del settimo sigillo nell’Apocalisse per mezz’ora si forma un silenzio in tutto l’universo, prima che il cielo si apra.

È necessario questo silenzio perché soltanto in questo silenzio c’è il superamento di tutto, affinché la nostra anima si apra ad accogliere ciò che viene dal Padre.

Qui abbiamo la creatura nuova che nasce da Dio.

Abbiamo l’intelligenza, abbiamo la sapienza: “Senza la sapienza da Te mandata nulla vale”.

E teniamo presente che Gesù dice: “Il Padre ha mandato Me”, soltanto cogliendo la sapienza mandata dal Padre in noi si forma l’intelligenza, il capire.

Per questo è necessario questo tempo di silenzio.

Perché è necessario questo trapasso: dal pensiero dei segni al Padre, da cui discende la sapienza, l’intelligenza, il capire.

E soltanto giungendo a capire si forma la creatura nuova quindi abbiamo la resurrezione, la Pasqua.


 Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me.  Gv 6 Vs 57 Quarto tema.


Titolo: “Capite quello che vi ho detto” III.


Argomenti: Il materiale di sacrificio e il Padre – L’opera di raccolta – Offrire al Padre il Figlio – Il vero sacerdote – Portare l’opera del Figlio – Il Verbo diventa materia – Pensare Dio con il Pensiero di Dio – L’autonomia del peccato – La memoria di quello che Dio ha fatto per noi – L’ostia – Il silenzio del sabato, la memoria del venerdì, il bisogno di capire e la luce del Padre – La sintesi della croce – La consapevolezza viene solo da Dio – Lo Spirito santo illumina ciò che portiamo in noi di Cristo -


 

21/ Aprile /1981




Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me.  Gv 6 Vs 57 Quinto tema.


Titolo: “Capite quello che vi ho detto” IV.


Argomenti: Il mandato dal Padre – Fare Pasqua è capire – Invito e illuminazione – Il silenzio del sabato santo – I tempi pasquali – Giorno e notte dell’opera di Dio – Unificare la creazione in Dio o nell’io – Passione per Dio o passione per la creazione – La perdita di valore del mondo esterno – Frattura Vecchio/giovane – La passione inutile – Capire come il Padre manda il Figlio – Ostia da offrire alla consacrazione -


 

26/ Aprile /1981


Con queste parole Gesù ci ha portato sulla vetta del suo discorso.

E su questa vetta ci invita al passaggio da ciò che Egli è con noi a ciò che Egli è nel Padre.

Dopo averci parlato della necessità di mangiare il pane di vita eterna, di mangiare la sua carne, adesso ci invita a mangiare Lui.

Mangiare Lui come il “mandato dal Padre”.

“Come il Padre, il Vivente ha mandato Me”, ci invita a penetrare, a capire questo “come il Padre ha mandato Lui”, per poter assimilare Lui, per potere conoscere Lui.

Lui è il “mandato dal Padre” e c’invita a conoscere come il Padre lo manda.

Abbiamo visto come la Pasqua si faccia veramente capendo.

Quella Pasqua che siamo tutti invitati a fare, nel passaggio dalle cose visibili alle cose invisibili, dalle cose che passano alle cose eterne.

E non si fa Pasqua se non si arriva a capire, per lo meno se non ci si preoccupa di capire le cose in Dio e da Dio.

Proprio attraverso questo capire, la nostra vita viene mutata, si passa da morte a vita, siamo trasformati, siamo spiritualizzati.

Però questo capire le cose del cielo di Dio, non si forma in noi senza di noi.

E allora abbiamo  due elementi caratteristici dell’opera di Dio nella nostra vita, tenendo presente che il capire le cose in Dio non avviene senza di noi, abbiamo la prima opera di Dio che invita noi a questo passaggio e abbiamo la seconda opera di Dio che invece ci illumina se noi ci impegnamo in questo passaggio.

Generalmente noi siamo sempre fermi alla prima opera, quest’opera che noi chiamiamo rapporto con il mondo esterno.

In questa opera nel mondo esterno, Dio ci dà lezioni per convincerci dell’importanza del capire, cioè dell’importanza dell’impegnarci nel conoscere il significato delle cose in Dio.

Significato che non entra nella nostra anima senza di noi.

Tutta l’opera di Dio, tendente a convincere noi circa questo passaggio, questa Pasqua, come arriva a noi, s’interiorizza, diventa memoria.

Il sabato santo è questo momento particolare in cui tutto tace attorno a noi per farci capire quello che Dio ha fatto/detto per noi.

Arriva un momento della nostra vita in cui tutto attorno a noi tace, perché più niente del mondo esterno c’interessa e allora che cosa portiamo in noi in quel giorno?

Nel sabato santo noi ci troviamo con due elementi: la memoria di tutto quello che è avvenuto nella nostra vita, la memoria di tutto quello che Dio ha fatto per noi, di tutte le cose ascoltate, la memoria di tutto quello che Dio ha detto per noi e poi portiamo in noi l’interrogazione di Dio che viene a noi dal Pensiero stesso di Dio: “Capisci quello che Io ti ho fatto? Capisci quello che Io ti ho detto?”.

Nel sabato santo, nel deserto, nel silenzio, nell’avvicinarsi alla morte e nella notte.

Abbiamo questi tempi, i tempi pasquali in cui siamo sollecitati dal silenzio di tutte le cose a cercare di capire in Dio, quello che Dio ha fatto per noi.

E dobbiamo renderci ben conto di questo.

Tutte le cose, dall’inizio della creazione, sono stati fatti a periodi di giorno e di notte, di mattino e di sera, il che vuole dire che questa Pasqua è da inserire nella creazione, già fin dalla prima opera di Dio.

Era scritto questo passaggio per noi.

Dio opera in un primo tempo parlando a noi e in un secondo tempo tace, affinché noi possiamo capire quello che Lui ha detto.

Quando Lui parla noi ci troviamo con questo mondo esterno, con cose che arrivano a noi senza di noi e in quanto arrivano senza di noi, sono cose esterne a noi, ma come le cose esterne giungono a contatto con il nostro io, s’interiorizzano e qui assumono due aspetti: se trovano in noi la fede in Dio, cioè se in noi c’è il Pensiero di Dio prima di tutto, allora le cose che arrivano a noi sono sposate a Dio.

Se invece il Pensiero di Dio non è prima di tutto in noi, le cose che arrivano a noi, sono sposate al nostro io.

E allora nella nostra memoria, noi portiamo questi due elementi.

Se le cose sono sposate a Dio, in noi diventano desiderio, bisogno di capire quello che Dio ci ha fatto arrivare in Dio e da Dio, perché le cose in noi si sono unite a Dio.

Ma se non si sono unite a Dio e si sono unite al nostro io, le cose incominciano a farci voltare indietro, ci appassioniamo per cercare di averle sempre con noi.

In noi si possono formare due passioni: o la passione per Dio o la passione possessiva verso le cose che sono entrate in noi ma che abbiamo perso esteriormente.

Comunque sia succede che questo problema che si forma in noi personalmente, finisce con l’annullare tutti i nostri problemi esterni, per cui il mondo esterno diventa sempre più insignificante, non ci tocca più.

Non è detto che finisca materialmente, è sufficiente che scompaia per noi come problema.

E mano a mano che le cose entrano in noi, formano questo problema personale per ognuno di noi.

Per cui ognuno di noi resta toccato da un suo problema.

È questo che si attua sulla vetta, sulla sintesi dell’opera di Dio.

In noi si formano questi problemi interni che annullano tutti gli altri problemi esterni.

Mano a mano che l’uomo avanza negli anni, si crea una frattura tra lui e i tempi nuovi, tra lui e i giovani.

C’è sempre la frattura tra l’uomo anziano e il giovane, sempre.

Perché l’uomo anziano porta con sé la memoria di tutto quello che è avvenuto nella sua vita, una memoria che forma in lui un problema e questo problema gli annulla tutti i problemi del mondo attuale.

Problemi che invece interessano i giovani, perché per il giovane è parola di Dio che arriva a lui, invece per l’uomo anziano non è più parola di Dio.

Abbiamo l’uomo che è tutto ripiegato su se stesso impegnato a recuperare il mondo che è passato e naturalmente più cerca di recuperarlo e più lo perde.

Direi che è una passione inutile per una cosa che non è più recuperabile.

Oppure abbiamo l’uomo che tende a recuperare tutto in Dio, abbiamo l’uomo che tende a capire come il Padre manda il Figlio.

Tutto quello che arriva a noi è il Figlio che arriva a noi, perché tutto è parola di Dio.

Quindi tutti gli avvenimenti che arrivano a noi, che entrano a contatto con il nostro io, che entrano nella nostra anima e che diventano poi memoria, è opera del Padre che manda a noi suo Figlio, attraverso tutte queste cose.

Però il momento delicato è il momento in cui le cose entrano in noi e sono unite a Dio o all’io.

Se io noi abbiamo Dio come primogenito, come scopo di vita, allora le opere di Dio e il Figlio stesso che arriva a noi, suscitano in noi il desiderio di capire come il Padre manda il Figlio a noi, come le cose vengono a noi dal Padre.

In caso diverso diventano per noi motivo di rovina, perché diventano per noi motivo di ripiegamento su noi stessi e quindi di isolamento sempre più grande.

Si scava addirittura un abisso che a un certo punto diventa invalicabile, tra le opere che Dio ha fatto e noi stessi.



Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me.  Gv 6 Vs 57 Sesto tema.


Titolo: Necessità della costanza per capire.


Argomenti: Il desiderio polarizzato sul Padre – Materia di sacrificio e Luce – L’incostanza – La fedeltà nell’attesa – La volontà di Dio in cielo – La semplicità di pensiero lo fortifica  – Le cose della terra e le cose del cielo – Le contraddizioni – La veglia infinita – L’attenzione continua -


 

28/ Aprile /1981




Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me.  Gv 6 Vs 57 Settimo tema.


Titolo: Riassunto.


Argomenti: Assimilare il “mandato dal Padre” – Dall’uomo vecchio al nuovo – Immergersi nel cielo di Dio – Le opere e la Luce – La costanza – Passione per il creatore o per le creature – Il silenzio del sabato -


 

1/ Maggio /1981 Vigna




Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me.  Gv 6 Vs 57 Ottavo tema.


Titolo: Il principio dell’assimilazione.


Argomenti: Il futuro della parola di Cristo – La vita naturare e la vita spirituale – La vita spirituale richiede la nostra partecipazione – Il Figlio ha il potere di dare la vita – Vita e assimilazione – La vita in noi – La resurrezione – La consapevolezza – L’unificazione nel Padre -


 

3/ Maggio /1981




Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me.  Gv 6 Vs 57 Nono tema.


Titolo: Condizioni per assimilare il Pane.


Argomenti: La vita dello Spirito è sintesi del Dono di e della creatura – Giustizia e amore – La proposta di Dio – L’attrazione di Dio e l’attrazione della creazione – La negatività dell’io – L’esaltazione dell’uomo – Il metro di Dio e dell’uomo – La capacità di portare i doni di Dio – Lo spreco di pensiero -


 

4/ Maggio /1981