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Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo resusciterò nell'ultimo giorno.Gv 6 Vs 54 Primo tema.


Titolo: La vita eterna


Argomenti: Conoscenza e comunione – Resurrezione e morte – Avere la vita eterna e essere nella vita eterna – Capire l’incarnazione e la sua crocifissione – Figli dell’opera nostra – La morte a noi stessi – L’ultimo giorno -


 

18/ Gennaio /1981


Qui mette in rapporto il mangiare la sua carne e bere il suo sangue, dobbiamo cercare di approfondire, di capire, quale sia questo rapporto tra il mangiare la sua carne e bere il suo sangue e la vita eterna.

Prima Lui aveva detto: “Se non mangerete la mia carne e non berrete il mio sangue, non avrete la vita in voi”.

Qui precisa che mangiare la sua carne e bere il suo sangue è la condizione, non soltanto per avere la vita ma per avere la vita eterna in noi.

Stasera dobbiamo cercare di approfondire soprattutto questo rapporto qui.

Perché evidentemente qui Gesù ci indica la condizione per avere la vita eterna.

Fermiamoci su questo concetto di vita eterna.

La vita, l’abbiamo già visto parecchie volte è comunione con-.

Se noi siamo in comunione con cose che passano, anche la nostra vita è soggetta al passare, al mutamento delle cose che passano.

Se noi siamo in comunione con cose che non passano, la nostra vita passa dal relativo all’assoluto e non muta più perché è in comunione con cose che non mutano, che non passano.

La vita è comunione e la vita eterna è comunione con cose che non passano.

Le cose che non passano sono le cose eterne, sono le cose di Dio.

Dio è l’immutabile diceva Sant’Agostino.

La caratteristica dell’essere assoluto è questa immutabilità.

La Verità non muta.

Quindi è importante per noi trovare ciò che non muta, in mezzo a tutte le cose che non mutano.

Noi siamo immersi in un mondo che muta, eppure in questo mondo che muta, ci viene annunciata l’esistenza di un mondo che non muta, che non vediamo con i nostri occhi, che non tocchiamo con le nostre mani, che non esperimentiamo con i nostri sensi.

Eppure ci viene annunciato.

Ci deve essere una via di collegamento, altrimenti non avvertiremmo neppure questo annuncio.

Quindi immersi in un mondo di cose che passano, siamo ammoniti ad occuparci delle cose che non passano, se non altro per le morti che accompagnano la nostra vita.

Immersi in un mondo che passa, noi dobbiamo occuparci delle cose che non passano.

Qui sta tutta la nostra difficoltà di vita, d’impegno.

La vita eterna è comunione con ciò che non passa.

Però come noi possiamo realizzare questa comunione con le cose che non passano?

Noi abbiamo anche un altra parola di Gesù, in cui ci viene rivelato che la vita eterna, sta nel conoscere Dio come vero Dio.

La comunione con le cose che non passano, si realizza, si attualizza in noi attraverso la conoscenza di Dio.

È la conoscenza che ci introduce nella comunione.

Per questo a tutti è detto: “Cerca prima di tutto il regno di Dio”.

Per giustizia, cerca prima di tutto di conoscere Dio.

Ama il Signore Dio tuo, con tutta la tua mente, con tutte le tue forze, con tutto il tuo cuore.

E amare vuole sempre dire cercare di conoscere.

Dalla conoscenza abbiamo la possibilità della comunione.

Quando noi conosciamo poco, possiamo restare poco in comunione.

Quando non conosciamo, non possiamo restare in comunione.

Possiamo ricordare certe cose ma per breve tempo, sostanzialmente non restiamo in comunione.

La condizione per potere essere in comunione, quindi per potere essere in vita, è conoscere, è la conoscenza.

Conoscendo Dio, noi abbiamo la possibilità della comunione con Dio.

E la comunione con Dio è vita eterna.

Qui però Gesù aggiunge un altra cosa: “E io lo resusciterò l’ultimo giorno”.

Il concetto di resurrezione, evidentemente è rapportato al concetto di morire.

Non risorge se non ciò che muore.

Nella vita eterna non c’è morte e quindi non c’è risurrezione.

Se qui Gesù dice: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna” e però aggiunge: “E Io lo resusciterò nell’ultimo giorno”, evidentemente questo “avere la vita eterna”, non è “essere nella vita eterna”.

Altrimenti non ci sarebbe più il concetto di resurrezione.

Allora dobbiamo ancora approfondire questo “avere la vita eterna”.

Perché se noi, avendo la vita eterna, poi siamo risorti da Gesù nell’ultimo giorno, ci conferma che noi non siamo in questa vita eterna.

Pur avendo la vita eterna, se mangiamo la sua carne e beviamo il suo sangue.

Noi, se mangiamo la sua carne e beviamo il suo sangue, non è che non possiamo più morire, noi possiamo non morire.

Noi possiamo non morire ma non è che non possiamo più morire.

Se non mangiamo la sua carne e non beviamo il suo sangue, necessariamente moriamo, l’ha detto prima Gesù.

A questo punto dobbiamo dire che se non mangiamo la sua carne e non beviamo il suo sangue, noi necessariamente moriamo.

Se mangiamo la sua carne e beviamo il suo sangue, non necessariamente non possiamo più morire.

Con questo, noi possiamo non morire.

Poiché questo avere la vita eterna è soggetto alla resurrezione (“Io lo resusciterò”), questo mangiare la sua carne e bere il suo sangue, cioè questo avere la vita eterna in noi, vuol dire avere la possibilità della vita eterna.

Mentre invece se non mangiamo la sua carne e non beviamo il suo sangue non abbiamo questa possibilità.

Cioè abbiamo la possibilità di conoscere Dio come vero Dio.

E questo ci viene confermato da altre frasi di Gesù come: “Nessuno può venire al Padre se non per mezzo di Me”.

Cioè nessuno può conoscere Dio se non per mezzo del Verbo di Dio, per mezzo del Cristo, Verbo incarnato.

Adesso dobbiamo ritornare su questo “mangiare la sua carne e bere il suo sangue” che abbiamo già visto le volte scorse.

Abbiamo detto che stasera, dobbiamo meditare su questo rapporto che passa tra mangiare la sua carne e bere il suo sangue e la vita eterna che è possibilità di vita eterna, cioè possibilità di conoscere Dio come vero Dio, possibilità quindi di non morire.

Questo lo fa dipendere dal mangiare la sua carne e bere il suo sangue.

Mangiare la sua carne vuole dire capire l’incarnazione del Verbo di Dio, la carne del Verbo di Dio.

Perché la persona divina è sempre una sola, qui la persona divina s’appropria, s’afferma.

Mangiare la sua carne, vuol dire capire l’incarnazione del Verbo di Dio.

Bere il suo sangue vuol dire scoprire la responsabilità personale che noi abbiamo del suo sangue sparso.

Gesù fa dipendere l’avere la vita eterna, l’avere cioè la possibilità di conoscere Dio come vero Dio, da questo nostro capire l’incarnazione sua e da questo assumerci o scoprire meglio, la responsabilità nostra personale del suo sangue sparso.

Capire la sua incarnazione e scoprire la responsabilità che abbiamo nel suo sangue sparso, vuol dire riferire a noi personalmente tutto quello che Cristo ha fatto, tutto quello che Cristo ha detto, tutto quello che Cristo ha patito.

Perché è necessario questo riferimento personale?

Perché soltanto attraverso questo riferimento personale, noi diventiamo figli suoi.

Noi scopriamo la nostra partecipazione personale nella sua morte, cioè noi scopriamo quanto Egli si sia fatto figlio nostro, opera nostra.

E siccome diventiamo figli delle nostre opere, noi diventiamo figli suoi.

È qui il punto di collegamento che ci conduce a questo versetto.

Noi mangiando la sua carne e bevendo il suo sangue, abbiamo la vita eterna, perché?

Perché abbiamo in noi il suo io, la sua persona.

Attraverso questo, Lui ha ristabilito una comunione, cioè ci ha riportati nella vita.

Quello che abbiamo visto domenica scorsa, questa alleanza fatta nel suo sangue.

La comunione con Dio è vita, quindi ci ha riportati nella vita.

Cioè ci ha riportati in comunione con il suo io.

Ecco per cui adesso dice: “Io lo resusciterò nell’ultimo giorno.

È il suo Io, in quanto è unito a noi.

Ritornando al concetto di carne, come segno sensibile in cui un io si manifesta, noi mangiamo la sua carne, quando moriamo al nostro io, per riconoscere l’Io del Verbo di Dio in quella carne.

In caso diverso, se noi non moriamo al nostro io, quello che noi mangiamo, non è la sua carne, è la nostra carne.

O meglio noi facciamo nostra carne la sua carne.

Perché noi mangiando, non facciamo altro che trasformare in qualcosa in cui noi manifestiamo, affermiamo il nostro io, cioè la facciamo nostra carne.

Sostanzialmente noi mangiamo la nostra carne.

Ma facciamo peccato perché in quella carne lì, il suo Io si è manifestato.

Quindi c’è una colpa, c’è una alterazione di Verità.

Mentre invece noi, veramente mangiamo la sua carne quando non facciamo morire Lui ma quando moriamo noi per far vivere Lui.

Possiamo allora intuire come il suo Io, venendo a noi, dia a noi la possibilità di resurrezione.

Venendo con noi, stabilendo con noi la comunione, dà a noi la possibilità di vita eterna, cioè la possibilità di conoscere Dio, dà a noi quindi la possibilità di non morire in senso eterno.

Non è che sia sicuro non morire, perché non siamo ancora in vita eterna, abbiamo soltanto la possibilità.

Quando nell’ultimo giorno, moriremo a noi stessi, Lui ci fa risorgere nella conoscenza di Dio, ci stabilisce cioè nella vita eterna.


Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno.Gv 6 Vs 54 Secondo tema.


Titolo: Il rapporto personale.


Argomenti: La comunione con Dio – Restare con Dio – Assimilare l’io di Cristo – Amore è attenzione – La capacità di conoscere il Padre – La gloria del Figlio – Il purgatorio – Pentecoste degli apostoli – Il non peccare più – La sofferenza di Cristo e delle creature -


 

21/ Gennaio /1981



Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno.Gv 6 Vs 54 Terzo tema.


Titolo: L’ultimo giorno.


Argomenti: Conoscenza del Cristo per fede – Bere il sangue di Cristo – L’incarnazione di Cristo – Segni e spirito di Dio – L”umanità” di Cristo – Il Verbo e il suo corpo – Il bisogno del Cristo – L’amore non conosce distanze – Contemporanei di Cristo – La necessità dell’incarnazione – Presenza fisica e spirituale – La nostalgia di Dio -


 

25/ Gennaio /1981


Abbiano visto che mangiare la carne del Cristo vuole dire assimilare, quindi vuole dire capire l’incarnazione del Verbo.

Perché non possiamo considerare il Cristo, senza tenere presente la sua persona, cioè il Verbo di Dio, il suo Io, che è persona divina.

È logico che questo lo capiremo solo a Pentecoste, però attualmente lo dobbiamo accogliere per fede, perché ci è annunciato, quindi è Parola di Dio.

Quindi questa è una assimilazione nella fede.

Per fede mi è annunciato e poi dopo, quanto più uno rimane ad ascoltare la parola di Dio, tanto più si convince effettivamente che quello che ci è annunciato per fede è convalidato dalle sue opere, è convalidato dalla sua sapienza, è convalidato dalle sue lezioni.

Ma siamo sempre nel campo della fede.

Gesù stesso lo dice: “In quel giorno, in cui scenderà in voi lo spirito di Verità

Conoscerete chi sono Io”.

E questo conferma quello che Gesù dice nel Vangelo di San Matteo: “Nessuno conosce il Figlio se non il Padre”.

Il che vuole dire che fintanto che noi non arriviamo al Padre, non possiamo conoscere il Figlio.

Però lo possiamo conoscere per fede.

È la fede che mi mette in collegamento e mi dà la possibilità di assimilare questa incarnazione.

A.: Nella fede non ho però la continuità.

Ed è qui che avviene la consumazione...

Luigi: Certo.

Bere il suo sangue vuol dire scoprire la responsabilità nostra, personale che abbiamo nel suo sangue versato.

A.: E per questo è necessaria la Pentecoste?

Luigi: No.

Questa è la condizione per arrivare alla Pentecoste.

Perchè attraverso il “bere il suo sangue”, scoprendo cioè la responsabilità personale che abbiamo nella sua morte, noi siamo collegati personalmente.

Ora è poi questo rapporto personale che poi a poco per volta mi conduce a Pentecoste.

Perché mi fa trovare personalmente coinvolto, impegnato nella sua morte.

Per cui, in un primo tempo noi possiamo fare della cultura attraverso il Cristo.

Quando scopriamo il rapporto che c’è tra la sua morte e la nostra vita, allora qui non facciamo più cultura.

Entriamo in un rapporto esistenziale.

Un rapporto che ci brucia.

Un rapporto a tu per tu con Lui.

Ora in questo dialogo a tu per tu con Lui, che è opera mia, che è vittima mia, mi dà la possibilità di approfondire sempre più il rapporto con Dio, fino ad arrivare alla Pentecoste.

A.: Come si attualizza per ognuno di noi l’umanità di Cristo?

Noi parliamo dopo tutto di un uomo che è vissuto 2000 anni fa.

Come si concretizza nella mia vita?

Luigi: Abbiamo detto che la carne è quel mezzo sensibile, attraverso la quale, un “io” si manifesta a noi.

Si attualizza attraverso la sua esistenza storica 2000 anni fa, la sua vita, le sue opere, le sue parole, quelle che leggiamo.

Sono tutti segni sensibili perché appartengono al nostro mondo, sui quali noi possiamo soffermarci quanto vogliamo.

Un segno è sensibile per me, in quanto mi posso soffermare tutto il tempo che voglio.

Mentre invece lo spirito mi sfugge.

Non possiamo noi fermarci tanto quanto vogliamo a contemplare Dio.

Noi non siamo capaci a restare nello spirito di Dio, perché se fossimo capaci a restare, saremmo nella vita eterna.

Noi non siamo capaci a restare nello Spirito di Dio, però siamo capaci a restare magari in una pagina del Vangelo, tanto quanto vogliamo.

Capire è un altra cosa, però posso leggerla commentarla, portarla nella memoria, posso fermarmi.

Infatti il Signore dice che il regno di Dio è dato a coloro che lo vogliono.

Cioè è messo a disposizione.

Ma come è messo a disposizione?

È  messo a disposizione, attraverso la sua carne.

Ma cosa vuole dire la sua carne?

È un segno sensibile.

Segno sensibile vuol dire che è una cosa su cui mi posso fermare perché è in relazione ai miei sensi.

Cioè dipende da me.

È offerta a me.

Per cui mi posso fermare tutto il tempo che voglio, però in questo segno sensibile, parla il suo Io ed è lì la “carne”.

Per cui io ho con la sua carne un trade union, perché io con il suo io non sono capace a fermarmi, spiritualmente parlando.

Pero con la sua carne, con le sue parabole, nelle scene del Vangelo, sulla sua vita, io posso fermarmi tutto il tempo che voglio.

A.: Ma chi è lontano dal cristianesimo, come può venire a contatto di questa “umanità” del Cristo?

Il prolungamento della sua umanità pensavo fossero le persone che Dio mi mette attorno.

Luigi: Certo è questo ma non è sufficiente.

In tutte le persone e tutte le creature c’è Lui, però non sono il Cristo.

Infatti gli uomini non parlano come ha parlato Lui.

C’è un parlare diverso.

Ora, quello che caratterizza il Cristo è proprio la sua parola.

Quello che caratterizza il Cristo è la Persona.

Il corpo può essere di chiunque.

Ma la Persona del Verbo è divina e parla in modo diverso da chiunque, in un modo in cui nessuna altra persona può parlare.

Dice parole che nessuna altra persona può dire.

Nessun uomo di quelli che incontro nella mia vita, può dirmi le parole che mi dice Lui.

Per cui tutte le creature e tutte le cose sono opera sua.

Però c’è una differenza grande tra gli uomini e Lui uomo.

E la differenza sta nel modo in cui Lui parla rispetto agli altri.

Allora tutti gli uomini e tutte le cose che io incontro, mi rinviano a Lui.

Sia che mi parlino di Lui (direttamente), sia che bestemmino (indirettamente).

Perché anche bestemmiando mi rinviano ancora a Lui.

Mi dimostrano quanto l’uomo senza Dio o lontano dal Cristo, divenga banale, volgare, illogico e allora mi fanno sospirare l’incontro con Lui.

Quindi in un modo o nell’altro, in tutte le cose parla il Cristo, perché?

Perché mi richiama a Sé.

Parlare vuole dire richiamarmi alla sua presenza.

Ma quella è la sua presenza.

Non è che io impegnandomi con gli uomini m’impegno con Cristo.

Perché l’impegno che ho con gli uomini, è molto diverso dall’impegno che ho con il Cristo.

Quello che mi dà Cristo, non c’è nessun uomo che me lo possa dare.

La via che mi fa fare Cristo, non c’è nessun uomo che me la possa far fare.

È giusto quello che tu dici: tutte le cose sono un prolungamento dell’incarnazione del Verbo, ma in quanto prolungamento, mi richiamano al Verbo e mi debbono condurre al Verbo.

Quello che mi dice il Verbo, non c’è nessun prolungamento del Verbo che me lo può dire.

Per cui tutte le creature che sono prolungamento dell’umanità, dell’incarnazione del Verbo, mi richiamano al Verbo, affinché il Verbo mi dica quello che tutte le sue altre manifestazioni non mi possono dire.

A.: Per noi è possibile fare dei confronti fra i prolungamenti del Verbo e il Verbo stesso cioè Cristo, poiché noi abbiamo a disposizione il Vangelo.

Ma chi non ha a disposizione il Vangelo?

Io capisco il confronto con il Verbo interiore, capisco l’esperienza mistica, capisco molto meno il “mangiare la carne”

Luigi: Qui ritorniamo a quell’obiezione che Pinuccia spesso ha fatto.

Il prolungamento del Cristo, forma in noi il desiderio di Cristo.

Cioè quanto più noi ci troviamo lontani dal Cristo, tanto più si forma in noi il bisogno di Lui.

Cioè si forma dell’amore.

E quando uno ha l’amore, scavalca i secoli, scavalca tutti gli ostacoli e arriva sempre là.

L’amore non conosce distanze.

Qui abbiamo in amore spirituale.

L’amore spirituale non è confinato da limiti di spazio e di tempo.

E allora avendo questo bisogno di trovare Colui di cui tutte le cose mi parlano, cerco fintanto che non lo trovo.

Non mi interessa che sia 2000 anni fa o 5 minuti fa.

Nel campo dello spirito, che Lui si sia incarnato 2000 anni fa o 5 minuti fa, non ha nessuna differenza.

Io ho bisogno soltanto di trovarmi con Uno e che mi dia la possibilità di fermarmi con Lui.

Perché di Lui io ho tanti segni, ho tutto quello che mi si dice di Lui, per cui io posso scavalcare i tempi ed essere con Lui.

Siamo contemporanei di Cristo, attraverso la sua incarnazione, cioè attraverso il segno che Lui ha lasciato nel nostro mondo.

Come facciamo noi a conoscere l’esistenza di un Abramo, di un Adamo, di un Davide?

Noi leggiamo soltanto dei segni, delle parole però vediamo quello che ha fatto Davide, vediamo quello che ha fatto Abramo eccetera.

C’è in noi questo pensiero dell’essere che riveste i segni ed assiste alla vita di quel personaggio.

In un primo tempo, noi non sappiamo niente del Cristo.

Però tutti ci parlano di Lui.

Volenti o nolenti, tutte le creature sono un prolungamento di Cristo, perché sono segni di Dio e ci fanno desiderare Dio.

Per cui noi siamo inquieti, siamo tristi e non sappiamo fare la diagnosi, è logico.

Però siamo insoddisfatti perché tutte le cose ci parlano di uno che non vediamo.

È sempre il solito fatto: arriva a  noi un certo rumore ma non vediamo la fonte di questo rumore.

Oggi come oggi, tutte le creature fanno un rumore al nostro orecchio ma noi non vediamo la fonte di questo rumore.

E allora siamo inquieti ed incerti, perché siamo immersi in suoni che non capiamo. Non sappiamo di che si tratta.

E allora andiamo alla ricerca della fonte, prima a tentoni, poi fino ad individuare la sorgente: è Lui che noi aspettavamo.

È Colui di cui hanno parlato tutte le creature e di cui ancora parlano tutte le creature.

Perché tutte le creature, essendo prolungamento del Cristo, sostanzialmente parlano a noi di Cristo.

Noi non ce ne rendiamo conto ma parlano a noi di Lui.

Fintanto che noi non cogliamo Lui, il sentire parlare di Lui, ci rende inquieti e insoddisfatti.

Perché mi parlano di uno che io non conosco.

A.: In sostanza quello che a noi preme è fare l’esperienza dell’umanità di Dio.

Luigi: Chiariamolo bene.

L’umanità del Cristo è un segno sensibile.

Questo “sensibile” vuole dire che è alla mia portata.

Dio non è alla mia portata.

Dio è trascendente.

Dio non lo vedo e non lo tocco.

Non mi posso fermare con Lui quanto voglio.

A.: Abbiamo detto che dobbiamo partire dall’Io di Cristo per potere capire la sua umanità.

Dio non lo conosciamo ma dobbiamo partire da Dio per capire l’umanità di Cristo.

Luigi: Sempre.

Se noi rifiutiamo Dio, noi facciamo un atto superbo.

Perché Dio non lo conosciamo, però Dio si annuncia: è Colui che parla in tutto.

Abbiamo Dio che parla in tutto e abbiamo Cristo che è la Parola di Dio incarnata.

Anche qui dobbiamo intendere bene, abbiamo Dio che parla in tutto ma è trascendente.

Abbiamo la Parola di Dio che è incarnata quindi si è resa sensibile e io l’ho sotto gli occhi.

La posso avere nel mio mondo.

La trovo nel mio mondo.

E poi ho il prolungamento della Parola di Dio incarnata.

Dio è il Principio di tutto.

Dio è il Creatore.

È vero che io posso rifiutarmi di aderire a Lui.

Faccio un atto superbo, perché non lo conosco, però Lui si annuncia.

E in quanto s’annuncia, anche se io non lo conosco, io debbo crederlo.

Come si annucia?

Si annuncia perché io non mi sono fatto da solo, gli uomini non si sono fatti da sé, tutte le cose create non si sono fatte da sé.

Dio in tutte le cose ci dice: “Sono Io, tu non mi conosci ma sono Io che opero in tutto e che faccio tutto”.

Io debbo aderire, per arrivare poi dopo a capire questo.

Questo è il primo problema che si forma in noi.

C’è uno che crea, quindi c’è uno che parla con me, che opera in tutto e che io non conosco.

Quindi aderendo a Dio ho prima di tutto fame di Dio, che è già fame di vita eterna.

È fame di conoscere il Creatore.

La prima lezione che Dio dà di Sé, è con la creazione.

La creazione è la prima bibbia, è la prima grande rivelazione.

Rivelazione di che cosa?

Rivelazione di Dio.

Perché Dio in tutto ciò che fa non fa altro che parlare di Sé, non può mica parlare d’altro.

Lui solo è Colui che è, quindi in tutto ciò che fa non significa altro da Sé, significa Se stesso.

E se significa Se stesso mi parla di Sé.

Però tra Dio e il mio io c’è un abisso.

Un abisso nel senso che Lui è trascendente, quindi io non lo posso vedere e non lo potrò mai vedere nel pensiero del mio io, perché non dipendendo da me, non lo posso vedere.

Io posso vedere soltanto le cose che dipendono da me.

Che sono in relazione a me, cioè che confermano il mio io.

Ma quello che trascende me non lo posso vedere.

Però Lui vede me e parla a me.

E io non lo vedo.

E cosa succede?

Succede che Lui parlando a me. Si fa sentire da me, quindi io lo sento ma non lo vedo.

E allora si forma il primo bisogno, il bisogno di capire, il bisogno d’intendere, il bisogno di conoscere.

In questo bisogno di conoscere Lui, si forma in noi, il bisogno dell’incarnazione.

La cosa diventa lunga....

Perché il bisogno dell’incarnazione diventa una conseguenza del peccato che è entrato dentro di me, per cui io ho limitato la mia attenzione soltanto alle presenze fisiche: non posso annullare Dio però io resto con le presenze fisiche.

Allora in mezzo a tutte queste presenze fisiche, per essere salvato devo incontrare il Verbo di Dio, la Parola di Dio come presenza fisica.

Perché devo incontrarlo?

Perché soltanto con una presenza fisica, io ho la possibilità di fermarmi quel tanto necessario, per potere essere recuperato.

Essendo disperso dalla presenze fisiche, io posso essere recuperato soltanto da una presenza fisica.

Una presenza fisica con la quale posso restare quel tempo che mi è necessario per essere recuperato da tutta la mia dispersione.

Nel mondo fisico noi siamo dispersi.

Siamo dispersi dalle creature.

La dispersione nelle creature, rende a noi impossibile il capire quindi rende a noi impossibile la salvezza e la vita eterna.

Perché la salvezza sta nell’arrivare a conoscere la Verità.

Ma la Verità è in profondità, non è in superficie.

Si annuncia anche in superficie ma la Verità è in profondità.

E la profondità richiede da parte nostra tanta dedizione.

Ma se noi non siamo capaci a pensare, ma se noi siamo continuamente distratti, non arriveremo mai a questa profondità.

Non attingeremo mai alla Verità.

Non attingeremo mai a Dio.

Dio vuole che tutti si salvino e giungano a conoscere la Verità ma ci vuole da parte nostra tanta dedizione.

Ma se noi non siamo capaci a pensare, se noi siamo continuamente distratti, non arriveremo mai a questa profondità.

Non attingeremo mai alla Verità.

Non giungeremo mai a Dio.

Dio vuole che tutti si salvino e giungano a vedere la Verità

Dio vuole, quindi fa tutto per questo ma se noi non siamo capaci a sostare quel tanto necessario per arrivare a questa profondità, è logico che noi non attingeremo mai a questa Verità qui.

Non basta quindi la volontà di Dio.

Abbiamo visto la volta scorsa che due sono le vie per salvarci.

O quella della nostra sottomissione totale a Dio e quindi questa profondità, questa dedizione.

Sottomissione vuole dire dedizione.

Fino a quelle condizioni che sono necessarie per potere attingere a Dio.

Oppure l’altra via, quella in cui Dio si sottomette a me.

Dal momento che noi non ci sottomettiamo a Dio, una sola è la via attraverso cui Dio ci può salvare, ci può cioè riunire a Sé, ed è quella di sottomettere Se stesso a noi.

E qui abbiamo l’incarnazione.

Sottomettere Se stesso a noi.

Perché dal momento che noi siamo superficiali, soltanto se Dio si rende superficiale ci può fermare.

Questa sottomissione di Lui a noi, è dare la possibilità a noi d’esperimentare la sua presenza fisica.

A.: Tu prima hai parlato di personaggi come Abramo, Davide, Adamo, ma di questi noi non abbiamo bisogno di esperimentare le loro presenze fisiche.

Mentre col Cristo la cosa è molto diversa.

La sperimentazione fisica dell’incontro col Cristo deve essere molto più profonda...

Luigi: Sì ma quale è la diversità tra il fisico e lo spirito?

Il fisico è in relazione a me e io mi posso fermare con questo tutto il tempo che voglio.

Questo con qualsiasi corpo fisico.

Lo Spirito parla a me e quando parla a me si fa pensare ma io non posso restare con Lui quanto voglio.

Perché mi sfugge.

Già Dio dice a Mosé: “Io sono Colui che è”.

In quanto lo spirito parla a me, in quanto parla mi dice questo ma appena cessa di parlare io scappo, non so restare sul monte.

Cioè noi possiamo restare con lo Spirito, soltanto quando lo Spirito parla e si annuncia ma come cessa di parlare, noi non possiamo più restare.

Noi non siamo capaci di restare, perché ci trascende.

Noi siamo capaci di restare con quello che dipende da noi, che è in relazione a noi, quindi che è materiale.

Quindi abbiamo lo spirito ed il segno dello spirito.

Con lo Spirito noi non siamo capaci a restare, però dobbiamo imparare a restare.

Perché quello diventa vita eterna.

E abbiamo i segni dello Spirito.

I segni dello Spirito, proprio perché sono segni, sono in relazione al nostro io, parlano a me e in quanto parlano a me sono in grado di restare.

Ma restare per cercare di arrivare a capire.

A.: Per segni intendi le parole?

Luigi: Presenze fisiche.

A.: Hai detto “quando lo Spirito cessa di parlare”...ma lo Spirito non cessa di parlare.

Dio parla in continuazione...

Luigi: Lo so.

Ma noi abbiamo una parola di Dio che può essere presenza fisica, che può essere parola scritta e poi c’è invece la Parola che quando m’arriva m’illumina la mente e io partecipo per quello che m’illumina.

Ma come cessa l’illuminazione non posso restare.

A.: Cioè cessa la mia possibilità di restare in questa luce.

Ma non cessa l’illuminazione.

Luigi: Ma il fatto che cessi per me la possibilità di restare, cessa per me l’illuminazione.

Cioè mi resta il ricordo.

Resta il ricordo ma io non sono capace a restare.

Cioè non sono capace a vivere in questa illuminazione.

Il non restare è un difetto della creatura.

Perché la creatura non è capace a nascere da Dio.

Dio si annuncia ma noi non siamo capaci a nascere da Dio.

Nella trasfigurazione, abbiamo un raggio di luce eterna che arriva alle creature, ma le creature non possono restare.

Non sanno restare.

Perché per restare, bisogna pensare come Dio.

Bisogna pensare con lo spirito di Dio.

Bisogna parlare come Dio.

Fintanto che noi non siamo capaci a pensare come Dio, a operare come Dio, a creare come Dio, noi non possiamo restare con Dio.

Dio si annuncia ma noi subito scappiamo.

Non possiamo restare, però a noi resta il ricordo del suo annuncio, però questo non si traduce in vita.

Non si traduce in una permanenza con Lui.

Per cui dico che Lui è venuto ma è subito scappato.

E io lo cerco perché si è annunciato, non posso dire che non ci sia, ma io non so dove trovarlo.

Allora lì abbiamo la creatura che piange, che invoca, che non vuole essere consolata da altri, perché è un altro che lei ama, è un altro che l’ha ferita, è un altro che si è rivelato, che si è annunciato....per un attimo io l’ho colto e adesso lo cerco da tutte le parti ma non lo trovo più.

E perché non lo trovo?

C’è questa incapacità nostra, perché noi non siamo capaci a restare.

Per restare con uno, dobbiamo essere capaci di fare tutto secondo quell’uno.

È soltanto la tanta conoscenza che mi dà la capacità di pensare come pensa Lui, di operare come opera Lui, di volere come vuole Lui.

Ma come io minimamente penso in modo diverso da come pensa Dio, questo immediatamente mi porta via da Dio.

Io sono portato via dalle opere diverse da Dio.

E basta un pensiero diverso da Dio che io sono già in un altro paese.

E non lo vedo più.

Però mi resta la nostalgia di Lui, perché Lui mi ha parlato.

Il suo parlare in continuazione, chiede a me un permanere con Lui.

Cioè un assimilare quello che Lui mi dice.

Il demonio si caratterizza per non essere stato capace di restare con la Verità.

B.: Il ricordo non può darci vita.

Pero quello che si è visto forma una convinzione per cui non puoi più vivere come prima. Cioè non ti dà vita il ricordo però...

Luigi: Ti dà nostalgia, tristezza, ti dà disperazione, perché può anche portarci alla disperazione, però ti mette in movimento.

Non puoi più restare come prima, al punto che non puoi più godere delle creature come prima.

Prima per te magari le creature erano tutto, dopo non puoi più godere delle creature come prima.

Perché porti un sogno, una nostalgia dentro di te.

È proprio questo movimento qui che ti deve poi portare al Cristo.

Incontrando il Cristo, io mi devo fermare con uno con cui mi possa fermare tutto il tempo che voglio.

Altrimenti non posso restare come voglio con il Padre.

Però ho bisogno di trovare uno che non mi parli di sciocchezze, ho bisogno di trovare uno che mi parli del Padre, che mi parli cioè di Colui che mi ha attratto.

Il Cristo si caratterizza per essere nel seno del Padre.

Colui che resta nel Padre, può parlare a me del Padre.

Ma me ne deve parlare in termini tali per cui io posso restare.

Mi parla dei campi, della strada, dell’acqua, della vigna e Lui mi recupera attraverso questo.

Adesso qui dipende solo più da me.

Con Lui io posso restare tutto il tempo che voglio.

Mi posso fermare col Cristo, tutto il tempo che voglio perché Lui è lì a mia disposizione.


Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno.Gv 6 Vs 54 Quarto tema.


Titolo: L’Io e la resurrezione.


Argomenti: La verginità di Maria – Le colpe non commesse – La funzione della Vergine – I privilegi – La funzione sociale dei doni di Dio – Testimoniare Dio – Recitare o vivere – Vedere in tutto la volontà di Dio – L’illusione di essere con Dio -


 

28/ Gennaio /1981



Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno.Gv 6 Vs 54 Quinto tema.


Titolo: Dall’impossibile al possibile.


Argomenti: Avere ed essere nella vita eterna – Il potere della morte – Assimilare l’incarnazione del Verbo – Raccogliere nel Padre – La necessità della morte di Cristo – L’ultimo giorno – La sottomissione a Dio – Vivere è capire – L’evidenziazione della morte interiore – La morte è incompitezza -


 

1/ Febbraio /1981



Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno.Gv 6 Vs 54 Sesto tema.


Titolo: Funzione dell’incarnazione.


Argomenti: Sottomissione e conoscenza – È il Figlio che sottomette al Padre – Il bisogno d’incontrare Cristo – L’impotenza a vivere secondo lo Spirito – La morte di Cristo e dell’universo – Fede e conoscenza – La condizione per mangiare – Carne: mezzo con cui un io si può manifestare – La presenza fisica di Cristo -


 

4/ Febbraio /1981