Allora i
Giudei si misero a discutere tra di loro: «Come può costui darci la sua carne
da mangiare?». Gv 6 Vs 52 Primo tema.
Titolo: I come che ci rendono muti e i come che ci fanno
concepire.
Argomenti: La consapevolezza è solo in rapporto con la Verità –La incostanza – La carne e lo spirito
di Cristo – Conoscenze sensibili o spirituali
– Guardare dall’eterno – La concessione di Cristo – Il come della Vergine
e di Zaccaria – La parola di Dio non capita
ci divide – La nevrosi del non capire
– L’azione dell’uomo sulla creazione/carne di Cristo – Classificare Cristo secondo l’io – Scrivere sulla Parola
– L’ascolto e il desiderio di capire – Le risposte umane – Desiderate la sapienza
di Dio -
28/ Dicembre /1980
Eligio: Quando avviene nella creatura questo
processo di manipolazione del Cristo? Ne è cosciente, di questa manipolazione
che effettua sul Corpo del Cristo?
Luigi: No, non
è cosciente. Infatti vediamo che i farisei, i Giudei, hanno mandato a morte
Gesù senza essere consapevoli di ciò che facevano: ritenevano addirittura di
rendere Gloria a Dio, di compiere un’opera di giustizia.
Ecco, la consapevolezza, la percezione delle
nostre azioni, noi l’abbiamo soltanto nel rapporto diretto con la Verità: in
questo “a tu per tu” col Signore.
Quando siamo distratti/dispersi, ci troviamo
nell’ubriacatura del mondo.
Qui allora non possiamo assolutamente
renderci conto di ciò che facciamo/diciamo/pensiamo.
Dico: hanno mandato a morte Cristo senza
rendersi conto di ciò che facevano, senza rendersi conto che uccidevano la loro
Vita.
Lo dice Pietro dopo la Pentecoste: è la
Sapienza, a parlare. Loro invece non si rendevano conto.
Ecco: gli uomini rifiutano la Vita, uccidono
la loro Vita, senza saperlo.
C’è niente da fare, la consapevolezza è
soltanto in Dio.
Più si è vicini al Signore e più, per
partecipazione a Dio, si ha consapevolezza.
E questo è logico: la vita è in Dio, la vita
è Dio; Dio è l'Essere Assoluto, il vivente, Colui che è.
E dunque, noi viviamo nella misura in cui
partecipiamo a Colui che è.
Evidentemente, allontanandoci da Dio ci
allontaniamo dalla Vita: esperimentiamo infatti una diminuzione di vita. Però
non siamo mica coscienti del motivo per cui sentiamo questa “morte” che ci
invade…la diagnosi la può fare solo chi è in Dio.
In altre parole, chi vede la vite può capire:
“il tralcio sta seccando perché è stato staccato dalla vite”.
Ma colui che subisce la privazione, poiché la
subisce proprio per essersi allontanato dalla vite/vita, non può capire, non
può essere consapevole: la consapevolezza è solo in Dio, e dunque essa è in noi
solo nella misura in cui partecipiamo a/di Dio.
Nino: È il
“perdona loro perché non sanno quello che fanno”.
Luigi: Si capisce.
Eligio: In ogni caso una colpevolezza c’è.
Luigi: Sì, ma consiste nel non aver messo Dio al
Suo posto. Come dire: la colpa sta nell’ubriacarsi di vino. Quello che poi
faccio da ubriaco è nel campo dell’inconsapevolezza.
Allora diciamo: la consapevolezza dell’uomo è
possibile soltanto nel momento del rapporto diretto/personale col Signore;
quando l’uomo si trova faccia a faccia con Dio, senza alcuna altra distrazione.
Ora, questa consapevolezza a un certo punto
arriva: ma a cose fatte.
Cristo è il centro dell’universo: presto o
tardi la creatura viene dunque condotta alla Sua Presenza.
Giunta davanti a Lui, la creatura scopre
allora il suo delitto, ma non è che con questa scoperta lei possa restare…lei
ormai il delitto l’ha fatto, ed è proprio il peso di questo ad impedirle di
rimanere.
Sì, perché per sostare si richiede
l’adesione.
Dico: arriva il momento in cui la Verità si
impone, e fa prendere consapevolezza.
Questa consapevolezza attualmente ci è
impedita dalla presenza delle creature, perché in noi sono opposte a Dio: in
questo modo ci impediscono di giungere alla Verità.
Facciamo dei piccoli tratti, ma poi ci
distraiamo.
Ora, se teniamo presente che Dio è Spirito, è
Pensiero, capiamo perfettamente che, se siamo distratti nel pensiero, siamo
impediti ad attingere al pensiero.
Noi finiamo con l’ascoltare sempre “piccole
parole”, piccoli brani, piccole frasi…ma non giungiamo mai al Pensiero.
In altre parole: restiamo sempre alla stessa
distanza.
Ci giriamo di qui, di là…ma non cogliamo mai
il pensiero di Dio, non tocchiamo mai nulla di Dio.
È una conseguenza della
distrazione: siamo sempre portati via…non abbiamo la pazienza di restare
nell’ascolto fino al momento in cui Dio ci rivelerebbe il Suo Pensiero; o
meglio: fino al momento in cui Cristo, ci rivela il Suo Pensiero.
Circa poi la manifestazione di noi stessi
sulla Carne di Cristo…anzitutto, abbiamo Gesù stesso che dice: “faranno di Me
tutto quello che vorranno”.
Il Verbo di Dio, incarnandosi, si sottomette
alla creatura fino al punto da farsi fare da essa tutto ciò che lei vuole.
Infatti noi classifichiamo il Cristo secondo
le nostre categorie: un condottiero, un rivoluzionario, uno psicopatico…Dio
lascia fare.
Ecco, la creatura scrive “sé stessa” sulla Carne
di Cristo; perché nel Cristo la Persona è Divina, mentre la Carne è umana.
Come Persona,
Cristo è “Dio che parla”.
Come Carne,
Cristo è Uomo.
E ciò che noi “constatiamo” è la carne:
perché noi non possiamo percepire lo Spirito.
Per percepire il Suo Spirito dovremmo
conoscerLo, cioè essere col Padre, e vederLo dal Padre.
Dunque ciò che noi vediamo/constatiamo è la
Sua Carne.
Noi tutti, d’altronde, ci vediamo tramite la
carne; ecco, la carne è il mezzo attraverso cui le nostre persone si rendono
presenti l’una all’altra.
E questo avviene in quanto noi non siamo
capaci a vedere le persone (noi stessi) in Dio.
C’è però un fatto: questi corpi sono con noi
per poco tempo; ecco allora che se non impariamo a conoscere Dio, e le persone
in Dio, arriverà il momento in cui non potremo più esprimere nulla.
In altre parole: saremo impotenti, ridotti
all’impotenza.
Dico: attualmente noi ci rendiamo presenti
attraverso i corpi, ma questo è un “prestito”, è una “biro” a disposizione per
scrivere un pensiero.
Ma la biro si esaurisce…il nostro corpo si
esaurisce; prima che ciò avvenga dobbiamo imparare a dialogare tramite Dio,
solo Dio.
Attualmente il nostro parlare è generalmente
riferito ai corpi; anche la conoscenza dell’universo: è tutta riferita ai
sensi.
Diciamo: anche tutti i mezzi di osservazione,
i mezzi scientifici, sono sempre rapportati ad un nostro senso. E così tutto il
nostro parlare, è sempre relativo ai nostri sensi: distanze, vista, caldo e
freddo…”questo qui brucia, questo qui è buono”.
Ma il nostro corpo se ne va, e dunque se ne
vanno i nostri sensi; si tratta allora di imparare a riferire le cose non più
ad essi ma a Dio.
In sostanza dobbiamo imparare a superare i
nostri sensi.
Dobbiamo affrettarci a superare le nostre
conoscenze relative.
E per far questo c’è un solo modo: mettere
Dio al centro dei nostri pensieri.
Mettendo Dio al Suo posto, ecco che noi non
ci fermiamo più ai nostri sentimenti, alle nostre impressioni, alle nostre
conoscenze precedenti, ma andiamo oltre: cioè cerchiamo presso di Lui.
In altre parole, cerchiamo in Dio la
significazione: “qual è il Tuo Pensiero, Signore? Cosa mi vuoi dire di Te?”.
Si tratta cioè di imparare a “parlare” le
cose in Dio.
Si tratta di parlare tutto secondo Dio, dal
Suo punto di vista: quello della Verità, che è poi quello dell’eternità: con
Dio entriamo infatti nell’Eternità.
Fintanto che parliamo secondo i nostri sensi
siamo soggetti al tempo; poiché il nostro corpo passa, se ci limitiamo a
parlare delle percezioni dei sensi, inevitabilmente entriamo nel tempo, siamo
soggetti al tempo, immersi in esso.
Ma quando raccogliamo le cose in Dio, quando
pensiamo a Dio, lì siamo nell’Eternità.
Dicevano i Padri: “sub specie aeternitade”.
È proprio questo vedere tutto
dal punto di vista di Dio.
Solo così vediamo bene.
In caso diverso, anche nei riguardi della
Carne di Cristo, sbagliamo. È
logico, perché anch’essa è relativa ai nostri sensi.
Come dico, poiché noi siamo chiusi nel
pensiero dell’io e non possiamo dunque vedere la Persona Divina, è necessario
che Dio, con il quale appunto abbiamo perso il contatto, scenda in questo
nostro mondo chiuso.
Bisogna cioè che si faccia carne.
Però, ecco: deve farsi “carne”…senza essere
carne!
Allora, abbiamo il Verbo di Dio che assume una
carne e dice: “questo è Mio; questo è il Mio Corpo, questa è la Mia Carne”.
In questo modo Egli prende contatto con noi:
la carne, abbiamo detto, è il mezzo attraverso cui un essere si rende
sensibilmente presente ad un altro.
Attraverso la carne noi rendiamo anche
presente il pensiero.
Nella Carne di Cristo abbiamo allora il Verbo
di Dio che prende un corpo e si rende così presente a noi/tra noi.
Ma in Lui abita però la Persona Divina, il
Figlio Eterno da sempre generato dal Padre.
Non c’è “l’uomo”: la Persona è Una Sola…non
abbiamo “persona umana” e “persona divina”.
C’è la natura umana, sì, ma la Persona è una
sola: Dio.
E infatti il parlare del Cristo è unico.
Il corpo può essere come quello di tanti
altri, ma il Suo parlare no: è inconfondibile.
Nel corpo no, non c’è questa unicità, e
infatti Gesù Risorto assume sembianze diverse.
Ma la persona è unica.
Dico, questa Sua Carne è una concessione a
noi da parte di Dio.
Ora, cosa vuol dire “concedersi”?
Teniamo presente che abbiamo il concetto di
“carne” e quello di “mia carne”; e abbiamo il concetto di “dare la carne”,
“carne che si dà”: cioè, che si concede.
Allora: prima di tutto abbiamo la carne,
questo mezzo dato alla persona per rendersi manifesta.
Ma qui specifica: “Mia Carne”; è la
caratteristica, l’unicità: “Mia”, non di un altro.
“Mia”, cioè è della Persona divina.
In altre parole: è una Carne che è diretta
espressione del Verbo Divino; è Dio che parla con noi.
Ecco perché noi non possiamo metterci le
mani; non possiamo cioè dire: “è carne mia”.
Posiamo dirlo, certo, ma facciamo un peccato,
perché in questo modo rubiamo a Dio ciò che Egli ha fatto Suo.
Il Signore afferma la Sua proprietà: “Mia”; ma nello stesso tempo ci
annuncia che questa Sua Carne Lui “la dà”: appunto perché si tratta di una concessione
all’uomo.
Che ce La conceda significa che Lui ci
concede la possibilità di appropriarcene, anche ingiustamente; è proprio lì,
direi, il fatto che Essa si rende sensibile.
Eligio: In quale modo?
Luigi: Stai facendo la stessa domanda del versetto
di questa sera: “come Costui può darci…”.
Però notiamo una cosa; qui si dice che
“altercavano tra loro”. Prima “mormoravano”, adesso “altercano”.
In altre parole: erano in conflitto tra loro.
E questo è la significazione del conflitto
interiore che porta interiormente ogni uomo; il conflitto interiore determina
per conseguenza quello esterno.
Nella Vergine abbiamo un altro “come”: un
“come” che L’ha fatta concepire; in Zaccaria, il “come” lo ha reso muto.
Qui abbiamo un “come” che mette in conflitto tra
creature.
Ora, questa divisione tra di essi da cosa è
scaturita? È nata dal parlare del Cristo,
ne è stata la conseguenza.
Ma forse che Gesù, cioè Dio, parla per
fratturarci, per crearci divisioni e conflitti?!
Certamente no, ma quando però la Sua Parola
non è da noi compresa, ecco che diviene per noi sorgente di divisione
interiore.
Lo abbiamo visto: la Parola di Dio si offre a
noi per essere da noi capìta…o distrutta.
Cioè: se noi non La comprendiamo, La
distruggiamo: ma in questo modo siamo noi a restare distrutti.
Essa è la pietra sulla quale resta
sfracellato chi vi cade sopra.
In altre parole, Essa diventa per noi motivo
di morte/divisione; diventa motivo di conflitto: dentro di noi e fuori di noi.
La divisione interiore è morte, e quindi è
sorgente di conflitto: conflitto con tutto l’universo, con tutte le creature.
Il conflitto inizia internamente, poi si espande su tutto il mondo esterno, su
tutto e su tutti.
C’è una conflittualità che si espande
all’infinito, attorno a noi, a causa della Parola di Dio da noi non capìta.
Dobbiamo allora chiederci quale sia questa
Parola non capita, questa Parola che doveva essere compresa.
Se capiamo questo, giungiamo poi a scoprire
come questo “come” sia sbagliato.
Dunque: Gesù aveva detto: “il Pane che Io
darò è la Mia Carne per la Vita del mondo”.
E abbiamo cercato di vedere la Carne nello
Spirito di Dio. Se noi ci fermiamo ai sensi, capiamo benissimo cosa si intenda
per “carne”: la carne l’abbiamo tutti, ci vediamo reciprocamente tramite la
carne…non abbiamo alcun dubbio.
Ma questo sarebbe un fermarsi all’io, al
conosciuto dei sensi.
E Cristo non parla secondo i sensi.
Quando parla di “carne”, di “Mia Carne”, Egli
ha ben presente cosa intende: Lui parla nel Padre.
Ne consegue che il concetto di “carne” è
indissolubilmente legato a quello di Incarnazione, del Verbo di Dio che si
incarna.
Ora, tu capisci che a fondo di tutto questo
sta il concetto di: Lui Figlio di Dio.
Allora, se io non ho presente Dio, non ho
presente il Figlio di Dio che parla; e allora, per me la carne è carne:
soltanto carne.
Non è cioè più “Sua Carne”, “Carne del Figlio
di Dio”.
Non è più Carne di Dio che arriva a me, ma
diventa carne di creatura, come quella di tutte le creature.
È a questo punto che salta
fuori il: “come può Costui darci la Sua Carne da mangiare?”.
Dico: sorge questo problema perché io non
vedo la Sua Carne come significazione per me del verbo di Dio.
Non la vedo cioè come segno di Dio.
La Sua Carne è questo Segno; infatti abbiamo
detto che la Carne è il mezzo attraverso cui un pensiero (in questo caso: il
Verbo di Dio) si manifesta a noi.
E questo è
incarnarsi.
Ed è proprio questo, ciò che noi dobbiamo
comprendere.
Se capiamo la Parola (rapportandola a Dio),
Essa ci unisce a Dio, ci porta nella Vita.
Non ci porta allora alcuna divisione, e noi
non diventiamo seminatori di divisione: e quindi non discutiamo…non
“alterchiamo”!
Qui questo “altercare”, questo cercare “come
può costui darci la sua carne da mangiare”, rappresenta il passaggio dalla
ricerca contemplata della Parola di Dio all’azione.
In sostanza è il: “cosa devo fare per…? Cosa
intende costui?”.
Qui realizziamo una cosa molto importante:
quando, credendo di aver compreso la Parola di Dio, siamo spinti all’azione,
proprio questa “spinta ad agire” ci annuncia che assolutamente non abbiamo
compreso la Parola!
E già: il fare, l’agire, l’agitarsi, sono la
risposta “nevrotica” ad un problema non risolto.
Quando non capisco una cosa, mi agito;
quest’agitazione è una risposta nevrotica.
È la risposta ansiosa a
qualcosa che mi è giunto e che non sono riuscito ad “includere”, a “vedere”;
nasce allora l’azione, anche l’azione violenta: infatti la stessa violenza è
un’azione nevrotica.
È il simbolo di un difetto: non
sono giunto a capire.
Non arrivando a capire, si deve cercare di
modificare, o addirittura di distruggere.
Ma per capire bisogna essere sempre in
rapporto/dialogo con Dio: perché solo presso Dio c’è la consapevolezza.
Fuori da questo dialogo non possiamo capire.
Ma, come dico, quando non si comprende
subentra l’agitazione, e quindi il bisogno di modificare/distruggere…il bisogno
di cambiare il mondo: cioè vogliamo cambiare i segnali che ci manda il Signore.
In sostanza dobbiamo cambiare l’incarnazione
di Dio.
Vogliamo cioè fare della Carne di Dio ciò che
vogliamo noi: è la risposta umana.
È l’ora delle tenebre: la Carne
di Dio che si sottomette a noi.
Ecco quindi che Cristo muore…ma, soprattutto,
non muore di morte naturale.
E già: Lui muore per azione dell’uomo.
Dico: “azione”; non “contemplazione”.
Ed ecco così che l’uomo vede, nella Morte di
Cristo, sé stesso!
Ecco: lo fa sua carne. Quella che era la
Carne di Dio diventa, a un certo punto, carne dell’uomo…appunto perché l’uomo
vi ha scritto sopra sé stesso.
Ora, indubbiamente vi è tutto un Disegno, da
parte del Signore, nell’offrire la Sua Carne dopo averci detto: “questa è la
Mia Carne”.
Prima afferma che è Carne Sua; dopo di ciò,
La offre a me: ma, dico, avendola precedentemente “sigillata”, sigillata di Sè.
Ecco perché io compio un’ingiustizia, un
delitto, scrivendo me stesso su di Essa.
In sostanza, compio un omicidio, perché la
risposta dell’io staccato da Dio non può che essere una risposta di morte.
Mandare a morte Cristo significa
classificarlo in altro modo da ciò che Egli è, Dio. Significa dire che è un
rivoluzionario, un grande sapiente, tutto quanto, ma sostanzialmente è un
ridurlo sempre a semplice uomo.
Ecco come io lo mando a morte:
classificandolo secondo ciò che ho in testa…per cui finisce che in Lui vedo me
stesso (anziché Dio)!
Allora: quando scrivo me stesso, mi approprio
della Carne di Dio; tutta la creazione, a un certo punto, diventa “Carne di
Dio”, perché essa è tutta Parola Sua.
Ora, in quanto scriviamo noi stessi nelle
cose, in quanto manifestiamo il nostro pensiero su esse, in quanto cerchiamo di
modificarle secondo una nostra intenzionalità, sostanzialmente ce ne
appropriamo; le cose, la creazione, dovremmo invece interpretarla secondo il
Pensiero di Dio.
In questo modo facciamo Dio “nostra carne”: perché
la carne, abbiamo detto, è il mezzo attraverso cui un essere si manifesta.
Allora, tutta l’Opera di Dio è quella di
scendere a parlarci la Verità; questo Suo parlare a noi la Verità è una
Proposta: richiede a noi, dunque, un’adesione, una dedizione.
La Verità si dona a noi, e però richiede che
noi ci dedichiamo ad Essa: solo così possiamo giungere alla Sua contemplazione.
Se non aderiamo ad Essa, cioè se non
contraccambiamo il Dono, noi finiamo con il rimanere nella carne: nella
superficie, nel segno.
“Restare nel segno” vuol dire che ci
scriviamo sopra il nostro pensiero.
Non possiamo farne a meno: non avendo cercato
di capire la cosa in Dio, siamo costretti a cercare di comprenderla nel
pensiero dell’io; questa “comprensione” nel pensiero del nostro io, ovviamente,
distrugge la cosa, il segno.
Eligio: Se, per esempio io sono in situazione di
pericolo senza saperlo; tu vieni ad aiutarmi ed io rifiuto il tuo aiuto: in
questo caso, cosa scrivo sul tuo corpo?
Luigi: In un primo tempo avviene questo; Dio opera
per convincerci del rischio; se non ci lasciamo convincere Lui deve per forza
mettersi sotto i nostri piedi, e dirci: “guarda, se vuoi proseguire devi
calpestarmi, devi uccidermi”.
Non c’è (più) altro mezzo.
Cioè: “non avendo tu capito Me, Io devo allora
lasciarMi fare da te ciò che tu vuoi”.
Pinuccia: Ma bisogna che l’uomo lo voglia.
Luigi: Volendo affermare sé stesso, necessariamente
non ascolta Dio: quindi lo pesta, è inevitabile.
Luigi: La caratteristica della Parola di Dio è che
ci propone (sempre) Dio; ci fa pensare a Dio. Mentre invece le parole degli
uomini ci fanno pensare a loro stessi.
Allora: ogni creatura parla; parlando fa
pensare chi la ascolta, però dove c’è l’uomo fa pensare all’uomo: la creatura
parla allora di sé, dice “io”…e genera il pensiero di sé in chi la ascolta.
Si fa “pensare”…
Ecco perché parliamo sempre di noi: tendiamo
a generare il nostro pensiero nell’altro; tendiamo cioè a diventare il centro
del pensiero dell’altro.
In altre parole:
tendiamo a metterci
in
vetrina.
Non aderendo alla proposta di Dio, siamo
costretti a dire: “io, io, io”…la Parola di Dio, invece, parla sì a noi, ma ci
parla di Dio, ci dice che la creazione è solo segno di Dio: ci fa pensare al
Signore.
E Dio che ci fa pensare a Sé stesso ah, qui
siamo nel campo della Verità.
Noi che facciamo pensare a noi stessi, siamo
invece nel campo della menzogna: perché noi non siamo la verità!
Se ci mettiamo al centro, compiamo cioè
un’ingiustizia.
Dio invece, facendo pensare a Sé stesso, fa
la giustizia.
E in questo modo ci porta nella pace, nella
Libertà.
Allora: la Parola di Dio che si incarna, ci
propone Dio. Noi siamo costretti a dare
una risposta; se rispondiamo “sì” aderiamo, ci impegniamo per giungere alla
comprensione della Parola.
E quando la Parola è capita, determina
l’unione.
Direi: ci unisce in modo indissolubile;
quando c’è il Dono di Dio e il dono (risposta) nostro, si stabilisce un legame.
indissolubile.
Il legame è “solubile” fintanto che c’è
soltanto una componente, il Dono/Proposta di Dio.
Eligio: Cosa intendi per “capìta”?
Luigi: Vista in Dio; giustificata in Dio, nello
Spirito di Dio.
Qui parla di “carne”; abbiamo detto che si
tratta di una parola difficile, perché con estrema facilità noi tendiamo ad
interpretarla secondo i nostri schemi sentimentali, credendo di comprenderla.
Crediamo di capirla secondo ciò che appare ai
nostri sensi: ma questo non è il linguaggio di Dio.
Quando Dio dice “Mia Carne” lo intende
secondo il Suo Spirito. E infatti alla conclusione troviamo Dio che dice:
“la
carne serve a niente, è lo Spirito a dare la Vita”.
Ecco, lo Spirito vivifica anche la parola
“carne”, “Mia Carne”.
Se quindi noi ci vediamo la carne secondo i
nostri sensi, la vediamo come realtà anziché ciò che essa è: segno.
E allora, nasciamo dalla carne .
E ciò che nasce dalla carne è carne: quindi
non appartiene allo Spirito.
Bisogna invece nascere dallo Spirito.
Perché nella Carne di Cristo parla lo
Spirito: io sono dunque tenuto a passare allo Spirito, devo cioè intenderla
come la intende Lui.
Devo cercare di vederla nel Suo Spirito, non
nel mio!
Se tendo a vederla secondo il mio pensiero
allora comincio a chiedere, a chiedermi: “ma cosa intende?”.
No, devo cercare di vederla secondo lo
Spirito di Dio, di Colui che è.
Ecco: “cos’è la Carne secondo Colui che è?”.
Abbiamo detto, anche solo come ipotesi, che
la carne secondo Dio è la significazione del Suo Pensiero; significazione di Sé
a livello nostro.
È una manifestazione sensibile:
“sensibile”, quindi “già offerta”, appunto perché al nostro livello.
Ma noi dobbiamo passare al significato nello
Spirito; in questo modo la Carne, la Sua Carne, determina un’unione di noi con
Lui.
Il fatto è che di fronte alla Sua Proposta
necessariamente dobbiamo dare una risposta; allora, se non rispondiamo secondo
il Suo Spirito, succede che inevitabilmente dobbiamo esprimere su di Essa il
nostro pensiero.
E quindi, ecco, non possiamo fare a meno di
fraintenderla.
Eligio: Anche la Madonna non capiva tante cose…
Luigi: Giusto; ma sai, anche noi, di fronte a
questa parola “Carne”, “Mia Carne”, mica abbiamo capito sùbito, no?…
Ecco, si è richiesto l’ascolto, il custodire.
La Sua Parola è sempre una proposta, per cui
noi potevamo anche non tenerne conto.
Ora, ricevendola e custodendola, invece, - cioè desiderando arrivare allo Spirito
di Essa -, il Signore piano piano conduce l’anima alla comprensione.
Perché quando lo Spirito di Dio vuole
manifestare la Sua Luce, l’anima comprende cosa intendesse: ma bisogna tendere
a quello, desiderarlo.
La Luce viene da Dio, quando e come vuole il
Signore, perché si tratta di doni liberi...però a noi si richiede il desiderare
quella luce lì.
Ora, il desiderare e quindi il custodire la
Sua Parola, già ci fanno appartenere a Dio.
Perché custodendo il Suo parlare, noi non
affermiamo il nostro io.
“Custodire” è desiderare di vedere…ora, è un
desiderio che può prolungarsi per degli anni, ma comunque questo già ci fa
appartenere a Dio, già cioè ci mantiene uniti a Lui.
Si capisce: desiderando vedere secondo Dio,
non affermo il mio io.
Ecco, la risposta sta lì: “Signore, è Parola
Tua, per cui io desidero vederla secondo il Tuo Pensiero”.
È il “come” della Madonna.
Quando invece classifichiamola Sua Parola
secondo schemi umani, vi scriviamo sopra il nostro pensiero.
Quando sentiamo parole di qualcuno, quando ne
vediamo i gesti, e li interpretiamo secondo un nostro schema, poi arriviamo a:
“toh, avevo capito male”.
E già, gli avevamo attribuito un nostro
pensiero.
Ecco: ci è giunto un segno, ma non ci siamo
preoccupati di capire il Pensiero di Colui che ce lo mandava.
Ecco, non tenendo conto di Dio, interpretiamo
i segni secondo quello che portiamo in testa: il delinquente vede allora tutti
delinquenti, e così via.
Appunto perché, senza Dio, non facciamo altro
che riflettere quello che portiamo dentro.
Ma in questo modo, dico, non facciamo altro
che scrivere noi stessi sulle Parole di Dio.
E facciamo l’errore, perché Dio ci parla per
portaci alla conoscenza del Suo Pensiero.
È il problema di questo “come”:
loro si fermano alla carne secondo il loro schema, per cui non hanno dubbi: “la
Mia Carne”, loro la intendevano come la Sua Presenza fisica.
Ne consegue, logicamente, il problema: “ma come può costui darci da
mangiare la sua carne?!”.
E già, perché loro pensavano ad un rapporto
tra la carne e sé stessi.
In altre parole, pensavano ad un’azione, a un
qualcosa da fare: “ e che? Dobbiamo forse diventare cannibali?”.
Ecco, quando non si cerca il significato
spirituale, si deve passare all’azione, pensare all’azione.
Come dico, quando la Parola non è compresa, o
perlomeno quando non si cerca/tende a capirla, si sprofonda nell’azione: la
risposta nevrotica.
Si cade nel tentativo di modificare la Parola
di Dio; vale a dire, si cerca di rivestirla del proprio pensiero.
È questo “scrivere noi stessi”
sulla Parola di Dio.
Luigi: Il “come” della Vergine è quello di chi
accoglie la Parola di Dio e ne cerca il significato nello Spirito di Dio. La
Sua Parola deve da noi essere ascoltata con reverenza, con umiltà: è Dio che
parla con me.
È una Parola da
custodire/meditare, aspettando che il Signore ce la illumini: perché il capire
è Opera di Dio, Dono Suo.
Ora, questo “custodire”, questo aspettare,
vuol poi dire portare in noi il desiderio di capire.
Ecco, non si accettano altre soluzioni.
Infatti Maria dice: “non conosco uomo”.
Lei non accetta risposte di uomo sul problema
che le ha posto l’Angelo: Lei vuole soltanto la risposta di Dio.
Così dobbiamo essere noi.
A noi deve interessare la Verità, non cosa
abbiano detto il tale e il tal altro…se no facciamo cultura, e la cultura serve
a niente.
A noi deve interessare solo la Verità: è il
come della Vergine.
Ed è il “come” che ci fa concepire.
L’importante è questo “custodire” la
Parola…non custodirla come memoria, ma come “finalizzazione a”.
Perché noi custodiamo veramente solo ciò che
ci appassiona; lo custodiamo perché desideriamo giungere da qualche parte, a
qualche conclusione.
Questo è amore di verità.
L’amore alla Verità ti fa custodire anche ciò
che non capisci: perché desideri arrivare a capire.
Ci vuole questa passione per la Verità…tante
volte anche tu (Eligio) dici che mentre sei in auto pensi una qualche parola
del Vangelo che non capisci: ci pensi, cioè la custodisci desiderando di
capirla.
Aspetti da Dio, ma desideri vederla nella
Luce di Dio.
Tante volte portiamo un desiderio di luce su
una certa Parola di Cristo e poi, improvvisamente, magari di notte, la Luce
arriva.
Ecco, Dio ti illumina quando vuole, anche di
notte…però si richiede che la creatura quella Luce la desideri.
Ecco, si custodisce col desiderio, e il
desiderio è la Sapienza di Dio.
La quale è Amore per Dio…è il desiderio di
vedere tutto secondo il Signore, è il: “non conosco uomo”.
Luigi: Se noi cerchiamo il Pensiero di Dio nelle
Sue Parole, a un certo momento l’argomento del conflitto sparisce; sparisce
l’altercare, la discussione… la frattura.
È logico: perché in Dio ogni
cosa è illuminata, ogni segno è visto nella sua ragione; viene contemplata, e
la contemplazione diviene vita, diviene Gioia.
Quando trovi la luce su una Parola di Dio, è
talmente una gioia che resti invogliato a restare.
Non ti interessa mica più correre qui e là.
Quanto più si trova Dio, tanto meno si corre
per il mondo.
Non è che
loro intendessero proprio che Lui li invitava a diventare cannibali; il popolo
Ebraico si formava sulla Bibbia, dove molte volte si parla di mangiare in senso
figurato: “mangiare il libro”, ad es.
Ma il fatto è che per loro ciò che risultava
proprio intraducibile era il termine “carne”; non riuscivano a farlo entrare in
questo “mangiare il pane”.
Pinuccia: Finché era “mangiare il pane”, lo potevano
assimilare in: “mangiare la Sua Dottrina”, assimilarla, capirla.
Luigi: E già; invece, il termine “carne”…Lui dice
“Mia Carne” in quanto è Verbo di Dio.
È questo ciò che assolutamente
non potevano accettare.
Quando Gesù dice: “Mia Carne” parla (come
sempre) come Verbo di Dio; parla dunque di Carne del Figlio di Dio.
Allora, cosa significa mangiare la Carne del
Figlio di Dio?
È questo il linguaggio che per
loro è inaccessibile; come conseguenza, dovevano cadere nel: “ma cosa vuol dire
costui?”.
Non capivano che Lui stava affermando la
necessità, per noi, di mangiare la Sua Incarnazione, l’Incarnazione del Verbo
di Dio.
Ora, “mangiare la Sua Incarnazione” vuol poi
dire morire a noi stessi per imparare a vivere con Lui/per Lui.
Il corpo di Cristo risorto corrisponde a: noi
morti a noi stessi.
“Morti a noi stessi”, ecco che il nostro
stesso corpo non è più “nostro”, ma di Dio.
Cioè, diventa “del Figlio di Dio che vive in
noi”.
A questo punto si tratta di un corpo
spiritualizzato; infatti assume diversi aspetti, diversi volti. Non è più il
Corpo di Cristo precedente.
E tra i due “tipi” di corpo, c’è la Morte, il
passaggio della Morte di Cristo: Morte Sua per la morte nostra.
Diciamo: nell’Eucarestìa Cristo viene a
morire in noi affinchè noi moriamo a noi stessi; solo morendo a noi stessi noi
cominciamo a vivere per Dio, e quindi solo lì cominciamo veramente a Vivere.
Se invece non moriamo a noi stessi, ci
limitiamo ad annunciare la Sua Morte, e quindi facciamo un’ingiustizia perché
facciamo “nostra” quella che è la Sua Carne.
Luigi: Se non capiamo la Morte del Cristo, non
possiamo comprendere il Cristo: il Mistero del Cristo sta in questa
“consumazione”, è questo Cristo che muore per opera nostra. Il Mistero di
Cristo si illumina sul Calvario; infatti lì Lui dice: “tutto è compiuto”.
Luigi: Per loro, come per ognuno di noi, ci sono
certe conoscenze “definite”; come dico, la carne, per noi, è una conoscenza
definita: sappiamo di cosa si tratta, secondo i nostri sensi.
Allora non sentiamo più il bisogno di
conoscere/capire; in questo caso nasce soltanto più il problema del “modo di
essere”, il “cosa devo fare?”.
E già, perché riteniamo la conoscenza già
esaurita: “adesso questo l’ho capito”, e quindi: stop, chiuso! Per me allora
c’è solo più il problema dell’azione, il mettere in azione quanto ritengo di
aver capito.
Ecco, se sorge questa problematica (“che
fare?”), è perché in me la conoscenza non è giunta al suo compimento, per cui salta
fuori la necessità di un’azione supplementare nostra.
Luigi: Gesù invita la Samaritana a non fermarsi al
problema “acqua”, cioè a un problema materiale, non di conoscenza.
Lei sapeva perfettamente cosa fosse l’acqua,
per lei il problema era dove attingerla, come attingerla: era cioè un problema
di azione.
Gesù le sposta il problema su un altro piano:
“tu credi di sapere cosa è l’acqua, e invece non lo sai…se tu sapessi che sono
Io, se tu conoscessi il Dono di Dio”.
È lo stesso qui: “se voi
sapeste chi sono Io non vi fermereste alla carne, ma cerchereste quale carne Io
ho da darvi”.
“Quale carne, quale acqua”.
Ecco, la risposta che provoca il Signore nella creatura è sempre un’interrogazione: ma
richiede sempre la Presenza di Dio.
Il Signore provoca ad una dedizione, ad
un’apertura verso di Lui. Parlandoci il Signore suscita in noi una fame di
conoscerLo.
Lui non provoca mai un modo di essere.
È logico: nel “modo di essere”
mica modifichiamo noi stessi: perché non cerchiamo di conoscere, ma solo
cerchiamo di applicare quanto crediamo di aver capito, e quindi cerchiamo di
modificare l’esterno.
Luigi: La vera interrogazione da parte della
creatura è proprio questo bisogno, questo bisogno di Dio. Ora, una creatura che
sia condannata dagli uomini, se viene portata davanti a Dio le si apre una
speranza: l’unica speranza.
Il bisogno di Dio: questa è la Vera
Interrogazione. E quando mi trovo davanti al Cristo che mi dice: “la Mia Carne
la do per la vita del mondo”, ecco che lì, se penso Dio, sono tutto bisogno di
Lui: “Signore, cosa vuoi dirmi?”.
Se invece penso a me stesso credo di capire
perfettamente cosa voglia dire “carne”: e allora non nasce il bisogno.
Tutt’al più mi resta il modo di essere, il
mio modo di essere; infatti vediamo che qui loro stanno pensando ad un “come”.
Il “come” è un loro modo di essere verso
questa “carne” proposta di Gesù.
Ecco: loro pensano a sé stessi, non cercano
mica di capire lo spirito che si trova in questa Parola.
Loro si chiudono nel pensiero di: “Ma cosa
pretende da noi parlando in questi termini?”.
Loro credono di sapere cosa sia la carne…la
Samaritana crede di sapere cosa sia l’acqua; è proprio questo (pseudo)sapere
ciò che impedisce loro di capire.
Da cosa nasce questo fraintendimento? È che in entrambi i casi (in tutti i casi) ci sono i
paralleli: abbiamo due acque, due pani…ma l’uno sempre più profondo dell’altro.
Qui abbiamo due carni.
Direi che il discorso dell’acqua e del pane
ci possono servire da introduzione a comprendere il discorso della “carne”.
Perché non vengono fuori le “due carni”;
hanno bisogno di tanti precedenti.
Ora, la Samaritana sapeva bene cosa fosse
l’acqua; quando Gesù le parla di un’altra Acqua lei insiste con l’acqua di
prima: “dammi la tua acqua, affinchè io non abbia più da venire qui ad
attingerla”.
Ecco, abbiamo piani diversi: Cristo ragiona
su un termine, lei con un altro.
Ora, questo ci ha abituati al fatto che lo
Spirito di Dio usa parole nostre: è il ponte tra i due mondi; ci vuole cioè un
termine comune che sia però ambiguo: che abbia, cioè, significati diversi.
Lo Spirito di Dio usa dunque lo stesso
termine che uso io: ma lo usa, ovviamente, in un altro senso rispetto al mio.
Però, se resto in ascolto, Lui mi porta sul
piano dell'Infinito.
Lui usa le parole del mio mondo per condurmi
al Suo, Mondo; usa le mie parole ma con/nel Suo Spirito Infinito.
Scende nel mio finito, mi aggancia, mi porta
al Suo infinito.
Ecco, se Lui non avesse in precedenza usato i
termini “acqua”, “pane”, noi forse adesso qui non capiremmo.
Con quell’esperienza precedente comprendiamo
che il Cristo adopera termini comuni a noi per portarci su termini che non
conosciamo.
Il termine è comune, ma è anche ambiguo:
perché Lui lo usa secondo una Sua intenzione, mentre per noi si tratta di
un’altra intenzione; e fa questo proprio per liberarci dalla nostra intenzione
e portarci nella Sua.
In altre parole, Lui parla nell’intenzione in
cui per noi le cose sono “reali”, reali “in sé”; pane e acqua, per noi, sono
realtà, cose reali. E ci parla di queste
cose per noi “reali” per dirci che esse…non lo sono!
Infatti ci annuncia che esse sono soltanto
dei segni, segni di un’Altra Cosa (veramente) Reale.
E ci dice: “è di questa che vi dovete
interessare”.
Quando Gesù le parla della Sua Acqua, la
Samaritana tende ancora a scivolare nel suo concetto di “acqua”. E allora tende
a scivolare nell’azione “così che non debba più venire qui”): ecco, l’io,
l’azione dell’io.
Ed è la medesima risposta che danno questi
giudei.
Quando non si ha presente Dio succede questo:
si pensa al proprio comportamento verso la cosa.
E già: quando io “so”, quando io “conosco”,
il problema per me risulta essere soltanto quello di: “come agisco, adesso?”.
Invece la questione è: “no, tu non conosci
assolutamente”: è la povertà.
Ecco: la vera preghiera, la vera adesione al
Signore, è sempre un superamento di ciò che per noi costituisce la realtà; ed
è, quindi, vera interrogazione: “Signore, cosa vuoi comunicarmi di Te?”.
È questo il “fare” che ci
chiede il Signore: il proseguire nel cammino della Conoscenza: fino alla
contemplazione, fino alla vita eterna.
Luigi: Per la Presenza di Dio in noi, noi tendiamo
all’unità, all’unificazione.
Però, dobbiamo tendere ad unificare tutto in
Dio: in questo modo compiamo l’azione di contemplazione (la vera azione); in
caso diverso siamo costretti ad assimilare nell’unità del nostro io.
Quando non cerchiamo Dio, quando non partiamo
da Dio, ecco che scadiamo nell’agire, abbiamo detto.
E tutto questo agire, essendo noi dominati
dalla passione di unità, non è nient’altro che un tentativo di assimilare nel
pensiero dell’io.
Il mangiare è un’azione; attraverso il
mangiare noi non facciamo altro che assimilare l’esterno, il mondo esterno, nel
nostro io.
Tutto il nostro parlare, il nostro agire nel
mondo sono questo tentativo di assimilare nel pensiero dell’io. Noi lo
chiamiamo “affermare il nostro io”, ed è sostanzialmente questo cercare di far
entrare tutto nel nostro io.
Essendo fatti per Dio, siamo fatti per
l’unità: Dio è unità.
Quindi, o assimiliamo tutto in Dio o tutto nell’io:
non c’è scampo!
Ma solo in Dio, ovviamente, attuiamo la vera
assimilazione: cioè la consumazione di tutto di noi in Dio, nella Sua Unità,
fino cioè a divenire (per Opera Sua) pensiero di Dio.
Se invece assimiliamo nel nostro io, poiché
Nel nostro io non possiamo conoscere, non
giungiamo alla Contemplazione; è l’azione dell’io, che non può dunque non
essere distruttiva.
Il nostro io non è verità, dunque se è il
centro di assimilazione non fa altro che distruggere.
Dio è Verità: assimilando in Lui compiamo la
vera azione, l’azione della Vergine, l’azione di conoscenza delle cose in Dio.
Bisogna capire bene questo: noi siamo fatti
per l’unità (Gv 17,23).
Essere fatti per l’unità significa che siamo
fatti per un unico pensiero, il Pensiero di Dio.
Luigi: La Carne di Dio assimilata, ci fa scoprire
il corpo del nostro peccato; perché Essa ci viene donata proprio in conseguenza
del nostro peccato.
In altre parole, ci viene data in conseguenza
all’aver messo al centro il pensiero del nostro io.
Ecco allora che la Sua assimilazione ci rende
possibile il morire a noi stessi. In caso contrario non possiamo farlo: cioè,
non possiamo neanche scoprire la gravità/enormità del nostro peccato.
In sostanza assimilare la carne del Cristo, è
capire il perché della sua incarnazione.
Luigi: La nostra difficoltà a mettere Dio al centro
è data dal fatto che per noi Dio non è “reale” come lo è la creazione: tutto lì.
È il pensiero dell’io, a
confonderci così; perché oggettivamente è infinitamente più reale Dio che la
Sua creazione.
Le cose dello Spirito sono ben più reali
della carne!
Nel pensiero dell’io a noi la carne crea un
grande trauma, una grande impressione, mentre lo Spirito no; e un giorno
scopriremo che lo Spirito è sempre stato molto più reale della carne, perché la
carne è solo un segno, di questo Spirito.
Ecco: se sei convinto che la cosa avviene
spiritualmente quello risulta molto più “reale”, e quindi più traumatizzante di
quanto proveresti constatando fisicamente l’avvenimento.
Luigi: Anche questo loro altercare è un aiuto per
noi, per dirci: “vedi? Non essendosi preoccupati di capire loro entrano in
conflitto”.
Certo, di per sé non potevano capire, ma
avevano il dovere di rivolgersi a Lui per chiederGli spiegazioni.
Vediamo che ai discepoli che Gli domandano spiegazioni
circa le Sue parabole, non rifiuta certo le spiegazioni, gli approfondimenti.
Ecco, il chiedere il significato del Suo
parlare trova corrispondenza; non si trova rispondenza quando invece l’uomo fa
il superbo e dice: “ho capito”.
Quando l’uomo crede di aver capito, nasce il
conflitto.
Quando l’uomo afferma: “io ti conosco, so chi
sei”, inevitabilmente finisce col dire: “tu sei un demonio”: finito, chiuso.
Non entri nel Regno di Dio.
Bisogna essere ciechi.
Il cieco che invoca la Luce…ecco la vera preghiera:
“cosa vuoi che ti faccia?”;
“Signore, che io veda”.
Allora diciamo: parlandoci, il Signore ci
acceca.
Guarda la Samaritana: il dialogo di Gesù con
lei è un processo di accecamento.
Parte da un bicchiere di acqua, di quell’acqua
che lei conosce bene, e poi va a finire su una ben altra Acqua, di cui lei non
sa nulla.
Guarda il pane: prima moltiplica i pani, poi
li acceca: “non questo pane, ma un Altro”.
E restano ciechi.
Adesso è la stessa cosa con la carne.
Ora, evidentemente il Signore non si diverte
ad accecarci; come ogni Sua Opera, anche l’accecamento avviene in una finalità
d’amore: Lui acceca per portarci nella Preghiera, per aprirci all’invocazione.
Vuole portarci tutti ad invocare: “Signore,
che io veda”.
Questa invocazione è la condizione per
poter ricevere da Lui la Sua luce.
La Luce viene “da Lui”: non viene certamente
dalla nostra intelligenza o dal nostro agire.
Ecco: Lui ci acceca per convertirci, per
convertirci alla Vera Preghiera.
La vera interrogazione è quella della
prostituta che chiede, del pubblicano consapevole della sua povertà; è quella,
in altre parole, della creatura che attende tutto da Lui: e la creatura che
attende, interroga.
Dico: la vera interrogazione è quella del
cieco di Gerico: lui sente questo rumore, e interroga: “cos’è?”; “è Gesù di
Nazareth che passa”.
Ecco, la nostra di vita è tutta questo rumore
di cose che passano, e l’uomo cieco chiede: “cos’è?”; perché sa di non vedere e
non capire.
La risposta è questa: “sta passando Gesù di
Nazareth”.
E già: in tutto questo rumore: nascite morti,
vicende di ogni giorno di cui capiamo nulla…è Gesù che passa, è il Figlio di
Dio che sta passando nella nostra vita.
E la risposta della creatura dovrebbe essere
sempre (soltanto) questa: “Signore, pietà di me!”.
Invece, di solito, noi non giungiamo nemmeno
alla prima interrogazione; cioè, noi sappiamo che tutte le cose nascono e
muoiono, ma le commentiamo così: “eh, è la vita, è la realtà”.
È la nostra sciocca risposta al
passaggio del Verbo di Dio.
Dico, di solito manco facciamo la prima
interrogazione, perché crediamo di vedere.
In altre parole: diamo per scontato tutto
quanto.
E lì che non ci comportiamo come il cieco di
Gerico, perché “sappiamo”.
La meraviglia del cieco di Gerico sta proprio
in questo suo interrogare circa il senso del passare di tutte le cose.
Appena gli riferiscono che si tratta di Gesù,
ecco che lui invoca Gesù; vale a dire, non gli interessano più le creature.
Ecco, abbiamo un segno privilegiato: in tutte
le cose c’è Gesù.
E poiché c’è Gesù, io non cerco più le cose,
non mi rivolgo più alla creazione: mi interessa solo più Lui.
Perché solo Lui mi può salvare!
“Gesù, abbi pietà di me”: ecco
l’interrogazione!
E questa interrogazione viene ascoltata.
Nota che questa sua interrogazione viene
“discussa” da tutti gli altri: infatti vogliono farlo tacere. Ci fa cioè capire
che avviene una rottura col mondo.
Quando la creatura invoca Gesù, si determina
una rottura con tutto il mondo…anche con i discepoli: anche loro vogliono farlo
tacere.
Ma Gesù “ode la parola del cieco”; e già: “il
Padre ti vede nel segreto, ti conosce”.
Ci conosce e ci risponde: “cosa vuoi?”.
“Che io veda”: è la grande interrogazione
della creatura.
Luigi: Oggettivamente noi siamo sempre in situazione
di risposta, di risposta a Dio; il problema però è esserlo anche
soggettivamente: solo così restiamo nello Spirito.
Allora, se il Signore ti manda qualcuno che
ha fame, tu devi mantenerti in situazione di risposta: rispondi a Dio.
E se siamo attenti ci accorgiamo che, durante
il giorno, Dio ci restituisce il tempo del silenzio, ci manda quelle anime che
ci aiutano (aiutandole…); quindi vedi (a Nino): il problema non è mica tanto
quello di aiutare i vecchi.
Il problema vero è: cerca prima di tutto il
Regno di Dio.
Allora i
Giudei si misero a discutere tra di loro: «Come può costui
darci la sua carne da mangiare?». Gv 6 Vs 52 Secondo tema.
Titolo: La carne.
Argomenti: La Parola non capita
provoca l’azione – La samaritana – L’interrogazione – Il termine comune
di comunicazione – Segno e realtà – Azione e contemplazione – Assimilare in Dio o nell’io
– Conoscere o cambiare - Cambiare il mondo esterno
non l’interno – Lo spirito è più reale della carne – La Parola che
acceca – Il cieco di Gerico -
29/ Dicembre /1980
Allora i
Giudei si misero a discutere tra di loro: «Come può costui
darci la sua carne da mangiare?».Gv 6 Vs 52 Terzo tema.
Titolo: La mia carne offerta per la vita.
Argomenti: Armonia e disarmonia
di pensieri – La discordia – Eucarestia: annunciare la morte di Cristo – L’intenzione di
uccidere Dio – Esprimere il pensiero – Il perdono – Sant’Attanasio – Il Padre nostro – Il posto di blocco
dell’io – Esteriorizzare la morte che porto in me – La concessione del
creatore – La croce sintetizza la creazione -
31/ Dicembre /1980
Luigi: Quando abbiamo presente un certo pensiero, e
subito dopo un altro che lo contraddice, noi siamo senza pace.
È logico: essendo abitati da
Dio, siamo fatti per l’unità, e dunque non sopportiamo le contraddizioni.
Ma se siamo nel pensiero dell’io, inevitabilmente
ci troviamo in mezzo ad esse: le portiamo dentro di noi, e me veniamo dunque
schiacciati; i pensieri contradditori ci dominano, senza che noi possiamo
scacciarli.
La soluzione sta nel tenere presente la
Verità: solo così abbiamo la possibilità di armonizzare ogni cosa.
È logico: perché ogni cosa ha
la sua giustificazione nella Verità.
In caso contrario, i pensieri continuano ad
esserci: ma conflittuali, uno in conflitto con l’altro.
Ed è qui che noi subiamo lo strazio.
Luigi: Quando il pensiero del nostro io si è
affermato restiamo impediti di conoscere Dio: pur non potendoLo scacciare, è
logico…il nostro io mica può allontanare Dio! Però può venirsi a trovare
nell’impossibilità di comprenderLo, di conoscerLo.
E allora abbiamo la conflittualità.
Conflittualità che, ovviamente, si estende su
ogni pensiero, su ogni cosa. Ecco allora che tutto diviene per noi motivo di
inquietudine, di dubbio, di incertezza.
È il contrario di ciò che si
verifica per l’anima che è con Dio: lì si sperimenta la pace, l’armonia…tutto
diviene motivo di testimonianza, di luce: è un luogo di pace.
Si capisce: il riposare è una conseguenza
dell’armonia, dell’aver unificato in Dio.
Pinuccia: Come si può definire la comunione?
Luigi: La Comunione non è altro che la comunicazione
a noi di ciò che è stato consacrato.
Pinuccia: Ma che Dio ha fatto Suo.
Luigi: Certo.
Pinuccia: Quindi è Lui, la Sua Presenza….io credevo
che la consacrazione mi portasse al Dono della Sua Presenza.
Luigi: Ma certo; la Consacrazione è Lui che dice: “questo
è Mio”.
Ma è logico che non ci sarebbe la morte se
Lui non avesse detto: “questo è Mio”. C’è morte proprio perché a un certo
momento Dio ha detto: ”questo è Mio”.
Se il Verbo di Dio non si fosse incarnato,
cioè se non avesse detto: “questo è Mio”….
Se non si fosse incarnato, ovviamente non ci
sarebbe stata la Morte del Cristo…ora, “Incarnato” vuol dire che a un certo
momento Lui si è presentato con un corpo e ha detto: “questo è Mio”.
Il corpo, la carne, è il mezzo attraverso cui
un essere si rende manifesto.
In Cristo, dunque, abbiamo il Verbo di Dio
che si rende manifesto tramite un corpo. Ha cioè detto: “questo è Mio”.
E noi non lo possiamo contraddire…non
possiamo dire: “non è vero, è sbagliato”.
Ora, proprio dicendo “questo è Mio”, Dio si
offre/lo offre alla morte.
Cioè: Dio si incarna e si sottomette
all’uomo; vuol dire che dopo aver detto: “questo è Mio” dà all’uomo la
possibilità di dire: “questo è mio”.
Ecco lì.
Per questo dico che non può esserci la Morte
del Cristo se non su ciò che Cristo ha consacrato.
Vale a dire: se non su ciò che Cristo ha
fatto Suo.
Pinuccia: Nell’ipotesi che la creatura riconosca la
Presenza di Dio e non se ne appropri…
Luigi: La creatura può arrivare a riconoscere la Verità
di Dio soltanto dopo aver ucciso ciò che Dio ha consacrato; se no non può,
assolutamente.
Soltanto dopo aver consumato il delitto, dopo
aver annunciato la Sua Morte, ha la possibilità di risorgere.
Prima non può, perché non ha la possibilità
di superare il pensiero del proprio io.
Deve prima uccidere Cristo.
Pinuccia: Ma non capisco che venga a morire proprio
quando faccio la comunione!
Nino: Perché è proprio li’ che lei ne prende più
coscienza.
Pinuccia: Lo capisco nella Messa, ma proprio nella Comunione…
Luigi: Ma non è che ci sia “la Messa” e “la
Comunione”, come cose separate.
La comunione è la messa: sono la stessa cosa.
Ciò che è stato consacrato le viene dato.
San Paolo dice: “il Signore Gesù, nella notte in cui veniva
tradito, prese del pane e dopo aver reso grazie lo spezzò e disse: “questo è il
Mio Corpo per voi; fate questo in memoria di Me”. Allo stesso modo, dopo aver
cenato, prese il calice dicendo:” questo è il calice della nuova alleanza nel Mio Sangue; ogni volta che lo
bevete, fatelo in memoria di Me”:
Poi Paolo prosegue: “ogni volta infatti che
mangiate di questo Pane e bevete di questo Sangue (di questo Calice) voi
annunciate la Morte del Signore finché Egli venga”; “ogni volta”, eh!
Quindi, fintanto che Lui non viene io
continuo ad annunciare (o meglio: Lui continua ad annunciare) la Sua Morte.
Nino: “Finché Egli venga”: è la presa di coscienza
della Dimora del Padre e del Figlio in noi.
Luigi: Certo: è cioè la seconda venuta, la
Pentecoste.
E in noi Cristo continua a venire a morire
perché noi non facciamo altro che scrivere il pensiero del nostro io, di noi
stessi.
La Passione di Cristo continuerà fintanto che
ci sarà del “mondo” in una creatura.
Gesù stesso rivela che è sufficiente non
tener conto di Lui, delle Sue Parole, che già noi lo uccidiamo.
Ora però, non è sufficiente che noi abbiamo
l’intenzione di ucciderLo perché lo possiamo fare.
Oltre il resto Lui deve anche farci capire
che quando lo uccidiamo questo avviene per dono Suo.
Dico: Lui opera in tutto per farci capire che
è tutto un Suo Dono d’amore; opera per convincerci di questo.
Allora, se noi possiamo fare qualcosa questo
è per Opera/Dono Suo.
Allora, prima Dio ci fa passare attraverso
tentativi “non riusciti” per farci esperimentare/capire che la cosa non dipende
da noi.
Però intanto Lui ci dice: “in voi c’è
l’intenzione di uccidermi” (Gv VIII,37); “anche se non ne siete coscienti”.
Ci fa capire che quando non siamo aperti ad
accogliere è perché in noi prevale il nostro io, il nostro mondo; c’è quindi il
rifiuto di Dio, e quindi in noi è già “maturo” il delitto.
È già maturo il deicidio.
Non basta però questo perché la cosa avvenga:
la Sua Ora è Lui che la determina.
Eligio: Finché io non sono cosciente di ucciderLo,
posso anche essere convinto di fare una buona azione.
Luigi: Ma perché maturi questa presa di coscienza è
necessario che Lui si conceda e si lasci uccidere.
Eligio: Stento a capire come si prolunghi la Carne
del Cristo, l’offerta della Sua Umanità in mezzo a noi, a me personalmente. Lo capisco
sul piano spirituale, meno su quella materiale/operativo.
Luigi: La consapevolezza non la puoi prendere
attraverso le creature pur essendo esse “corpo e sangue” del Cristo.
Ma la Rivelazione ce l’hai in Cristo, proprio
in quanto ti metti a contatto con la sintesi in Lui/Verbo…ho detto che nel fine
abbiamo la Luce che illumina e fa capire quello che avviene in ogni altra
azione.
In tutto è sempre Lui, ma la rivelazione
l’abbiamo solo nel Cristo, vale a dire nella Sua Carne.
Soltanto conoscendo questo poi, per
estensione, lo Spirito mi conduce a capire che ovunque è Sua Carne: che ovunque
è Lui che parla con me, Lui che si offre a me.
È sempre Lui che si offre a me,
perché se no io non potrei minimamente esprimere un mio pensiero: di egoismo,
di orgoglio, di ambizione, perché sarei ridotto all’impotenza, se Lui non si
concedesse.
In altre parole, se non ho della carta su cui
scrivere, posso pure essere pieno di idee, di pensieri, ma non ho la
possibilità di esprimerli: non ne ho il mezzo.
Ora, la “carta” è in mano Sua, quindi se Lui
non me la offre, a me è assolutamente impossibile scrivere.
Eligio: Mi è difficile vedere questo nel male che
ricevo da una creatura.
Luigi: Si tratta di morire al nostro io: più lo
facciamo, e più naturalmente vediamo solo più l’Opera di Dio, il “tutto Opera
di Dio”.
E quando vediamo questo, lì nessuno può più
farci del male…nel senso che vediamo che tutto è bene…quindi constatiamo che il
male non esiste.
Luigi: La Luce la abbiamo solo se rapportiamo la
cosa alle Parole di Gesù; Cristo è sintesi: in quanto tale, è Luce.
In quanto è Luce, Egli rivela.
Ogni cosa la dobbiamo dunque confrontare col
Cristo.
Ecco, fintanto che non abbiamo compreso il
Cristo, e per capirlo lo dobbiamo conoscere nella Sua Morte in Croce, siamo
impossibilitati a capire alcunché.
Eligio: Come fare per acquisire la consapevolezza
della presenza dell’umanità di Cristo in tutte le creature.
Luigi: Attraverso il Cristo stesso.
Solo capendo il Cristo che viene a morire in
noi/tra noi, ed il “come” Egli viene a morire tra noi (in cosa consista questo
Suo venire a morire tra noi), solo così noi siamo condotti poi dopo a percepire
che Lui viene a morire in ogni cosa, in ogni avvenimento.
Cioè, ci porta a constatare che in tutto è
Lui che opera per concessioni.
Allora, si tratta di approfondire in cosa
consista questo Suo operare per concessioni.
Eh, Dio che si concede…è un concedersi alla
nostra imperfezione, è logico; è un concedersi al nostro nulla.
Cioè, Lui lascia che noi scriviamo i nostri
rudimenti –diciamo così- di conoscenza che abbiamo di Lui in tutte le Sue
Opere.
E questo è necessario per farci maturare alla
consapevolezza della necessità del superamento del nostro io.
È logico: quello è il posto di
blocco!
Siamo tutti fermi lì: il nostro io.
Fino a quando non matura quella
consapevolezza dell’urgenza (e della giustizia) di superare questo posto di
blocco…perché noi possiamo anche capire (sempre riflettendo col Pensiero di
Dio, logicamente) che tante cose le dobbiamo superare: da bambini giochiamo a
birille, poi arriviamo a capire che dobbiamo occuparci di cose più importanti,
e così via; ma arrivare a superare il nostro io…lì, è il tremendo posto di
blocco; arriviamo magari a 90 anni, e siamo ancora fermi lì!
Questo succede in quanto non siamo convinti;
e non lo siamo perché ci risulta tremendamente difficile capire che il nostro
io è deicida, uccisore e suicida.
Luigi: È
necessario che noi affermiamo quello che siamo, cioè la morte che portiamo in
noi con il nostro io autonomo al centro; è necessario che lo affermiamo attorno
a noi: solo così lo capiamo/constatiamo.
Noi costatiamo le cose.
Per riflesso.
Ma come dico, per poterlo esprimere “fuori”
bisogna che Dio mi conceda di farlo; cioè si richiede che il Creatore si sottometta
a me: in caso contrario io non manifesto/esprimo un bel niente!
Eligio: Come si sottomette a me il Creatore?
Luigi: Attraverso la Sua creazione. Tramite essa
Egli mi dà la possibilità di esteriorizzare ciò che porto dentro di me.
Se Lui non mi dà questa possibilità io non
esteriorizzo assolutamente niente.
Non esteriorizzando non posso prendere
consapevolezza. Ci sono due modi di prendere consapevolezza, per noi: o la
contemplazione in Dio (ma per far questo devo aver messo Dio al di sopra di tutto),
o l’esteriorizzazione, il manifestare la nostra intenzione su qualcosa al di
fuori di noi, in modo che si rifletta su di noi: e in questo modo noi lo
constatiamo.
Si capisce, questa è una constatazione
“difettosa”, perché io vedo solo per effetto esterno; non si tratta dunque
della consapevolezza di Dio: infatti la creatura lì non possiede la ragione di
quello che avviene.
Non ho la ragione…però constato.
E già: davanti a me ho una creatura che
parla, che è viva, e se io a un certo punto la uccido, me la trovo morta, che
non parla più: allora subisco, riporto su di me…e quindi prendo consapevolezza.
Ho la consapevolezza di ciò che era prima e
di ciò che è adesso: e in mezzo ci sono io.
Ecco allora il: “ma cosa ho fatto?!”.
Vedi che qui nasce la consapevolezza?
Ora però, se quella creatura non mi fosse
stata concessa, certamente io non avrei potuto ucciderla; e allora non avrei
potuto prendere coscienza del
mio delitto, quel delitto che
già portavo in me.
Lo portavo in me ma non ne ero consapevole;
per esserne cosciente avrei dovuto contemplarlo in Dio.
Poiché non sono unito a Dio, l’unica via è
poter “realizzare” quello che porto interiormente nel mio mondo reale.
Il mio mondo “reale” non è Dio, m la
creazione di Dio: quello che vedo e tocco, quello che è in relazione a me.
È lì che io posso “spaccare”
qualcosa.
Luigi:Non si tratta tanto di “sforzarci” di vedere
attorno a noi…si tratta di approfondire il Mistero del Cristo; tanto più in noi
si forma la profondità/verticalità, tanto più questa mi illumina l'avvenimento.
L’impegno è sempre lì, nel vertice, nel tempo
che è compiuto in Cristo.
Bisogna capire bene quello che è avvenuto lì.
Perché lì abbiamo proprio il Verbo di Dio che
ha unito a Sé…abbiamo visto: ha unito in un modo tale che noi non possiamo più
disunire, non possiamo assolutamente più disgiungere.
Gli avvenimenti noi li possiamo disgiungere,
cioè possiamo dire: “qui c’è l’uomo”, “lì c’è il caso”, “là c’è la natura”…ma
in Cristo abbiamo il Verbo di Dio che ha unito a Sé una Carne in modo che
nessuno può disgiungerla da Dio.
In Cristo, Dio ha realizzato questo blocco,
quest’unione.
È un’unione che mi dà
l’intelligenza: se però mi fermo molto a meditare, a cercare di approfondire.
Devo cercare di capire perché Dio abbia preso
una carne, e l’abbia presentata a noi, e perché a un certo momento, dopo aver
parlato, La abbia offerta alla violenza dell’uomo, al sopruso dell’uomo.
Si tratta di comprendere tutto questo.
Bisogna cercare “presso Dio” la ragione di
questo.
Se lo approfondiamo, più lo approfondiamo,
più questo diventa Luce, per noi/in noi; diventando Luce questo fatto
“esemplare”, ecco che, per estensione, illumina tutti gli avvenimenti, ogni
cosa.
In quel fatto, nella Morte di Cristo in
Croce, c’è il Verbo di Dio; allora se lì è avvenuto questo, significa che si
tratta di ciò che avviene in tutto.
È logico: perché il Verbo di
Dio parla in tutto.
Ora, come dico, il problema è però che il
parlare in tutto del Verbo di Dio non è illuminante come lo è in Lui fatto
Carne.
Devo allora cercare di approfondire il fatto
esemplare, Lui fatto Carne che muore per opera mia: ciò che si illumina lì, si
estende poi su tutte le Opere di Dio.
Tutto quello che è avvenuto in Cristo è Opera
di Dio, Volontà di Dio; ora, siccome la Volontà di Dio è universale, la Luce
sul Cristo mi illumina anche tutta la Volontà di Dio; ha, cioè, un’estensione
universale per ogni tempo ed ogni luogo.
Ecco allora: la parabola che mi dice Gesù, è
una parabola che mi dice tutti i giorni, in ogni tempo e in ogni fatto…perché,
appunto, si tratta di Parola di Dio, ed ovviamente Dio non cambia certo la Sua
Volontà a seconda dei tempi, o dei luoghi!
Il problema è il nostro io…ciò che
c’impedisce di comprendere è il nostro io; perché ciò che ci fa capire è la
Presenza di un altro Io: un Io che abbia la Luce, logico.
Ora, questo Altro Io, l’Io di Dio, ci
“incatena, ci rende attento.
La persona, tra noi, è il massimo centro di
attrazione; e Cristo tra noi, come Persona, è proprio il massimo centro
d’attrazione.
Ecco quindi che se io sono attento a Lui,
sono da Lui condotto a vedere, sono portato a capire le Sue Parole
Cristo fa questo proprio perché è persona: in quanto “Persona”, Egli
concentra su di Sé tutta la mia attenzione: e così mi illumina.
E una volta che io ho ricevuto
l’illuminazione, ho la capacità di estenderla su tutto.
Ad esempio: se ho capito la legge della
gravità, il perché la mela sia caduta, posso estenderla su tutto; posso cioè
verificare in senso universale.
Incontrerò delle contraddizioni, va bene, ma
qui invece è Dio.
E se Dio mi illumina su qualcosa, mi dà la
possibilità di leggere tutto il Suo parlare/il
Suo parlare in tutto…magari anche solo riguardo a quel qualchecosa.
Luigi: Se Cristo fosse soltanto “uomo”, non
servirebbe assolutamente a niente: appunto perché sarebbe localizzato.
Ora, quando una persona è localizzata io non
la posso certamente estendere…cioè: non la posso estrapolare.
E allora succede che incontro le
contraddizioni. Molte volte noi facciamo delle universalizzazioni: scopriamo un
fatto, una certa legge, però a lungo andare non abbiamo la possibilità di
sostenerla. In matematica questo si chiama “estrapolare”.
Gesù invece, essendo Dio, mi dà la
possibilità di leggere la Sua Volontà in tutto.
Perché Lui mi dice: “la Mia Volontà è
questa”.
Lui, in Cristo, mi dice: “vedi? In questo
punto la Mia Volontà è questa”.
Ma la Sua Volontà, ovviamente, è assoluta,
cioè fuori dal tempo e dallo spazio…ecco quindi che quando mi ha fatto capire
la Sua Volontà, io posseggo tutto l’universo!
Perché, come dico, la Sua Volontà è sempre
quella, in tutto; Dio non è Uno che cambia!
Dio non è Uno che dica una volta “sì” e una
volta “no”…Lui dice soltanto “sì”.
In altre parole, il Suo parlare è fedele.
Luigi: Dobbiamo sempre tenere presente che è l’Io
Divino, a parlare. Se non teniamo presente questo, ecco che cadiamo nel
problema di questi Giudei; loro dicono: “ma come può costui darci la sua carne
da mangiare?” appunto perché non vedevano la Persona divina.
E Lui proponeva proprio la Persona Divina;
perché, quando dice: “la Mia Carne”…tu capisci, una creatura che dicesse “la
mia carne”, non avrebbe alcun senso!
Perché, che uno di noi dia la sua carne, a
cosa serve?! A niente.
Ma Lui, dicendo: “la Mia Carne”, afferma: “la
Carne della Mia Persona”.
In sostanza, ci propone l’assimilazione della
Carne della Sua Persona, cioè la Sua stessa Persona Divina.
È logico: ciò che ci porta
nella Vita è il Suo Io, il Suo Io che è Sorgente di Novità continua.
Non fosse altro che la Sua morte…essa è una
novità, per me.
La Sua concessione, per me è una novità: e
allora m’impegna, mi costringe a cercarne il senso: e quindi m’impegna in una
novità.
Noi, nel pensiero dell’io, tendiamo sempre a
trasformare la Sua Novità nella nostra vecchiaia; tendiamo ad “assorbirla” nel
nostro mondo vecchio.
È qui che salta fuori questa
obiezione: “come può costui darci la sua carne da mangiare?”.
In sostanza, tendo a far entrare le Sue
Parole nel mio io vecchio, nella mia conoscenza, nella mia visione.
E invece no, io sono impegnato a
trascendermi, a superare tutto me stesso: per capire il Suo IO, il Suo IO che
si incarna.
Luigi: Dicendo: “il Mio Pane è la Mia Carne” ci
invita in pratica a scoprire la Sua Divinità.
Eligio: È
difficile non cadere nel materialismo, come fanno qui i Giudei.
Luigi: Noi non dobbiamo mai separare nulla da Dio:
dunque anche Cristo.
Bisogna sempre partire da Dio: Dio, io, e
l’avvenimento.
Qui l’avvenimento è Cristo, per cui: Dio,
Cristo, e il mio io.
Per cui, Dio che mi dice: “la Mia Carne per
la vita del mondo”, ecc.: io sono tenuto a partire da Dio: “è Dio che mi
presenta questo”.
È così che entro in colloquio,
in dialogo: “cos’è questa Carne che viene data per la vita del mondo?”.
È che invece di solito noi facciamo
l’errore di vedere la cosa in senso orizzontale.
Luigi: Ci troviamo con l’Opera di Dio che ha fatto
Suo qualcosa: ha fatto Suo un corpo, che è stato messo a disposizione dalla
Vergine; ma Lui può far Suo qualunque cosa.
Dopo aver detto: “questo è Mio”, me lo offre.
Prima se ne appropria: siccome c’è il mio io
che si sta appropriando di tutto, Lui prende una parte e la fa Sua: “questo lo
riservo per Me”.
Detto questo, me lo offre; a questo punto,
finché io non muoio a me stesso, non faccio altro che annunciare la Sua Morte.
Dopo aver fatto Sua la cosa, il Signore ce la
offre all’assimilazione.
Ma se noi non moriamo al nostro io, ecco che
non facciamo altro che annunciare la Sua Morte.
Cioè: si tratta di essere noi assimilati a
quello che Lui ha fatto Suo; assimilati al Suo Io.
Ma perché questo accada noi dobbiamo sparire:
morire a noi stessi, appunto.
E fino a che questo non avviene, ripeto, non
facciamo altro che annunciare la Sua Morte, perché allora Lo assorbiamo in noi.
Cioè: dopo aver fatto la Comunione, chi è che
vive? Se sono ancora io, cioè se continuo a parlare di me, delle cose in
relazione a me, ma allora chi è che è venuto a morire lì? Lui o io?
Dico: se dopo aver fatto la Comunione lei
litiga con qualcuno, guarda male questo e quest’altro, se vede la natura, la
creazione non come segno, ma reale “in sé”, dico, chi è che è morto lì?!
Evidentemente non siamo morti a noi stessi,
perché ciò significa vedere tutto secondo l’occhio di Dio; e allora facciamo la
comunione e annunciamo la Sua Morte.
Pinuccia: E quando uno è morto a sé stesso?
Luigi: Vede Dio in tutto.
Pinuccia: Ma una persona che sia arrivata a
Pentecoste, facendo la comunione continua ad annunciare la Sua Morte?
Luigi: No, continuerà a ricordargli quello che è avvenuto
allora, quello che Lui ha fatto.
Si capisce che anche nella Vita Eterna
riconosceremo che Cristo è Colui che è Morto per noi: non dimenticheremo mica
niente!
Vedremo sempre, in Cristo, Colui che è venuto
a morire per condurci nella Vita.
Ecco, è il: “fate questo in memoria di Me”.
Il problema è quando non moriamo a noi
stessi: lì non facciamo altro che far morire Lui. Per cui, nella Comunione, Lui
viene a morire in noi.
Lei si fermi su quella Parola di San Paolo,
che è parola rivelata.
Allora i Giudei
si misero a discutere tra di loro: «Come può costui darci la
sua carne da mangiare?».Gv 6 Vs 52 Quarto tema.
Titolo: La carne di Cristo.
Argomenti: La necessità della
morte di Cristo – Il parlare incomprensibile di Cristo – Attraverso lo
Spirito si arriva alla carne – Non tener conto di una persona – La nostra
responsabilità della morte fisica di Cristo – La carne dell’uomo
– Capire con lo Spirito di Dio – Non capire la Parola è rivelazione di
morte -
1/ Gennaio /1981
Luigi: La Carne di Cristo –questo segno esteriore-
è segno rivelatore di ciò che avviene nei nostri rapporti con Dio, tra la
nostra anima e Dio.
È rivelazione.
Ora, tu dici: “è facile capire
spiritualmente”; ma quello che m’impegna spiritualmente è proprio quello che
avviene nella Carne.
Perché nella Carne, in realtà, Cristo è
Morto.
Eligio: Tutti i personaggi del Vangelo, con le loro
scelte, sono specchio di quello che faccio io nella mia anima, e che dunque
producono su Cristo gli stessi effetti di quella scena storica.
Luigi: Ecco, questo è già una conseguenza.
Perché, siamo sempre lì: noi dobbiamo sempre
riportare tutto a Dio; non possiamo dunque disgiungere Cristo, la Sua Vita, da
Dio.
Ora, in questo Corpo in questa Carne di
Cristo, parla Dio, e parla in modo assolutamente caratteristico; talmente
caratteristico che solo in Dio/da Dio lo possiamo intendere.
Lo vedi qui, con questi Giudei che litigano
tra loro perché trovano il Suo parlare incomprensibile.
A un certo punto se ne andranno tutti.
Ma perché la Parola di Gesù risulta loro
incomprensibile?
Perché non cercano di intenderla nello
Spirito di Dio.
La Parola di Dio che parla in Cristo è
talmente caratteristica/unica/singolare che risulta assolutamente
incomprensibile se non La si guarda da Dio.
Proprio perché non la capiamo dovrebbe
metterci in movimento a guardarla da Dio; di per sé ci mette in crisi.
Ho detto: noi possiamo essere fuori o essere
dentro, al parlare di Dio.
Se siamo fuori, siamo impediti a comprendere
i Misteri del Regno di Dio, l’anima del Suo parlare, del Suo operare.
Ma proprio in quanto non capiamo, siamo turbati;
cioè, siamo sollecitati a prendere coscienza che siamo, appunto, “fuori”.
Solo a coloro che sono “dentro”, dice il
Signore, “è dato capire i Misteri”.
Ecco, la Parola di Dio che arriva a noi ha
sempre due aspetti: fuori e dentro.
Fintanto che noi non riusciamo ad entrare
nello Spirito di Dio e quindi a capire il linguaggio di Cristo, siamo
inesorabilmente fuori.
E però, comprendiamo di essere fuori.
Luigi: Perché qualcuno possa comunicarmi qualcosa
si richiede che scenda al mio livello; ma proprio in questo modo si espone al
rischio che io scriva “me stesso” sulla sua comunicazione.
Così opera Dio con noi.
Tra noi e Dio c’è un punto in comune; essendo
in comune, Dio può scriverci sopra, ma altrettanto possiamo farlo noi.
Allora, Dio vi scrive la vita, cioè Lui stesso: Dio è la Vita,
dunque scrive Sé stesso, dunque parla Parole Sue, non parole nostre.
Ecco: nella Sua Carne Dio parla Parole di
Dio.
Per cui in questa Carne abbiamo la Persona
Divina che parla a noi; questa Persona Divina è un IO. Quindi per noi è vita in
quanto è novità.
Se noi LO ascoltiamo superiamo il pensiero
del nostro io per iniziare a vivere nell’Amore Suo/dell’Amore Suo.
Cioè iniziamo a vivere di Lui e per Lui.
Ma se invece non ascoltiamo, non intendiamo le Cose Sue, le Cose dello
Spirito: e allora su quella Carne
scriviamo il pensiero del nostro io.
Ma il pensiero del nostro io non è certo la
Vita, e allora non facciamo altro che annunciare la Sua Morte.
Sotto un certo aspetto, Lui ci dà un cibo da
assimilare; se lo assimiliamo restiamo uniti a Lui; se no affermiamo noi stessi
su questo cibo.
E se affermiamo noi stessi, lì noi non
cambiamo mica; solo se assimiliamo il cibo noi cambiamo, siamo cioè liberati
dalla nostra morte.
In caso contrario assimiliamo il cibo “a
noi”; così “noi restiamo noi”, e il cibo di Dio muore.
No, non è che
noi arriviamo allo Spirito “attraverso la carne”: direi che è il contrario.
Cioè: senza lo Spirito di Dio noi non
possiamo intendere la carne; tant’è vero che qui altercano perché non
capiscono; e abbiamo visto che senza lo Spirito l’uomo tende a materializzare.
E materializzando certamente l’uomo non
capisce nulla!
È sempre indispensabile lo
Spirito.
Le Parole del Cristo, in modo particolare,
necessitano dello Spirito per essere intese.
Il fatto di non capirle è un test: ci
denuncia che non siamo con lo Spirito: le Parole di Dio possono infatti essere
comprese solo con lo Spirito.
Per “parole di Dio” si intende anche la
carne: anch’essa è infatti una Parola Divina; tutto quanto è Parola di Dio.
Ma ci vuole lo Spirito di Dio: è l’interno,
ciò che illumina.
È cioè lo Spirito, che illumina
il segno: non viceversa.
C’è però questo: la Parola di Dio ci giunge
anche se noi siamo senza lo Spirito.
Succede, in questo caso, che Essa ci fa
capire di non capire…ci fa capire di essere fuori, lontani, appunto, dallo
Spirito di Dio.
Allora ci impegna a riprendere contatto con
lo Spirito; finché non capisco le Parole di Dio è segno che sono scollegato.
E se sono scollegato, lo devo uccidere.
Luigi: San Paolo ci rivela proprio questo: che per
appartenere veramente a Cristo bisogna morire a sé stessi; se no, non facciamo
altro che annunciare la Sua Morte.
Perché, c’è niente da fare: o moriamo noi o
muore Lui.
Eh, in quanto Lui ci dà la Sua Carne, ci pone
in un dilemma terribile! Un dilemma da cui non possiamo uscire…siccome la carne
ci è data, o io muoio a me stesso, e faccio vivere Lui, oppure “vivo” io, e a
morire è il Cristo.
Amalia: Questo fino a Pentecoste.
Luigi: Certo: “finché Egli venga”…fino a lì noi non
facciamo altro che annunciare che Lui “è morto per me”, non faccio altro che
annunciare che io sono la causa della Sua Morte: sempre quello!
E Lui me lo fa ripetere in tutte le cose: “tu
sei la causa della Mia Morte…fintanto che Egli venga”.
E fa questo per salvarmi, per farmi prendere
coscienza che io porto in me un germe di morte.
Senza il Suo intervento io camminerei con la
morte addosso senza rendermene conto: credendomi vivo!
Fintanto che non capisco la Sua morte
personalmente in questo rapporto diretto “Tu/io” (non cioè “storicamente”), la
Sua Morte causata dal mio io (non da Pilato, dai Giuda, dai farisei), continuo
solo ad annunciare la Sua Morte.
Si tratta di capire in questo rapporto
diretto: “La Tua Morte ed il mio io”.
Dio con la Sua Morte, ed io davanti a Lui;
ecco: “avresti dovuto essere Tu vivo e io morto davanti a Te!”.
Ecco, fino a che non ho capito questo
Rapporto diretto, finché non l’ho compreso in questi termini, non ho capito il
Cristo.
Non L’ho conosciuto; e se credo di
conoscerlo, è un’illusione.
Il corpo del Cristo lo conosco soltanto in
questo rapporto personale a tu per Tu.
Luigi:L’importante è toccare con mano che la nostra
vita è Lui. È per portarci a questa
coscienza che il Signore ci dà la Sua Carne, appunto per rivelarci che la
nostra vita è Lui.
La Sua carne è la nostra vita …la Carne in
cui Lui parla, in cui parla il Suo Io: perché la nostra vita è il Suo Io, sta
nel Suo Io.
Ma per stabilizzarci nel Suo Io, ovviamente,
noi dobbiamo superare il nostro.
È logico: nel nostro io noi
siamo nella morte.
Però questo linguaggio qui: “Mia Carne”, è un
linguaggio essenziale (peculiare) del Verbo di Dio; ecco allora che finché noi
non lo intendiamo nel Suo Spirito, non possiamo assolutamente intenderlo.
Ci fa capire che già il fatto di non capire
le Sue Parole è segno che ci troviamo in una situazione di morte, rispetto a
Dio.
Luigi: Nessuna creatura mi può illuminare: solo il
Cristo può farlo, ma mi devo fermare a meditare sulle Sue Parole.
Da lì, poi, arrivo a capire che anche in ogni
creatura parla Dio.
Ma ci vuole prima la meditazione su Cristo,
perché il fratello è sempre “difettoso”, rispetto al Cristo…cioè, nel fratello
io riesco sempre a vedere dei difetti (che poi sono i miei), allora finisco col
giustificare le cose in questi termini: “Eh, il tale mi ha fatto perdere la
pazienza, perché è un delinquente”.
Ora, solo se io ho conosciuto il Cristo, se
L’ho capito, posso da Lui essere condotto a vedere la Sua Presenza anche nel
fratello; in caso diverso non posso, assolutamente: non posso proprio passare
dal fratello al Cristo.
E già: devo prima conoscere il “più”; solo
così riesco a vedere il “meno”; senza il Cristo non posso trovare il mio
difetto nel fratello: vedo solo il “suo” difetto, ma non vedo certo la mia
colpa.
Tant’è vero che tutto il parlare naturale
degli uomini tende sempre a giustificare le loro sofferenze attribuendo la
colpa ad “altri”; è sempre un esteriorizzare sugli altri, è un bisogno di trovare sempre la colpa in qualcun altro.
È un tendere a trovare sempre
qualche capro espiatorio.
Ecco perché la cosa veramente importante è
fermarsi col Cristo, cercare di conoscerlo.
Non serve a niente conoscere il mondo, i
fratelli, ecc.
È nel Cristo, la grande
rivelazione, ntro di tutto.
Ecco perché è essenziale comprendere il
perché della morte di questa carne Cristo.
Fintanto che noi non conosciamo questo
Mistero, cosa si racchiuda in questo Mistero, in questo Cristo che muore, non
abbiamo la possibilità di estenderlo…magari ci proviamo, ma pasticciamo, perché
è solo un sentito dire, e allora non è trasformante, non è Vita
Luigi: Dio, è l’Essere cosciente, noi siamo coscienti
soltanto per partecipazione; cioè, più siamo vicini a Lui, più prendiamo
coscienza: coscienza di ciò che Egli di ciò che noi siamo, ed anche coscienza
delle cose attorno a noi, delle Sue Opere, dei Suoi segni.
Al contrario, più ci troviamo distanti, più
siamo nell’incoscienza; essendo incoscienti, scambiamo una cosa per l’altra.
Questo succede perché, come dico, la nostra
coscienza è Dio.
Ecco quindi che per essere consapevoli di
cosa sia il giusto, il buono, ecc., dobbiamo metterci in rapporto diretto con
Lui.
E questa è la vera preghiera.
Soltanto in questa vera preghiera noi
prendiamo coscienza di ciò che (veramente) siamo; in caso diverso cadiamo nelle
illusioni.
Non si scappa: la nostra coscienza è Dio, la
nostra vita è Dio.
Solo partecipando di Dio, dunque, siamo vivi
e coscienti.
Nella lontananza, invece, perdiamo vita: ma
il problema è che non ne siamo minimamente coscienti.
Cioè: noi perdiamo vita inconsciamente.
“Inconsciamente” significa che la nostra
perdita di vita noi la attribuiamo a tante cause: la società, la gente, il
caso, gli avvenimenti, meno che alla Causa giusta (vera): la nostra lontananza
da Dio.
Eh, più si è lontani da Dio e più si naviga
nelle tenebre.
Noi magari ne facciamo una questione di
“intelligenza/non intelligenza”...no, guarda che la cosa è molto semplice:
La tua intelligenza è Dio stesso.
Avvicinati a Dio e vedrai che Lui ti inonderà
di Luce.
La noia, la tristezza, sono già tutte forme
di privazione di vita; così anche la routine...solo che noi, come dico, non ce
ne rendiamo mica conto, perché non possiamo farne la diagnosi; e già, perché
per fare la diagnosi bisognerebbe essere
nella Luce.
Come dico, non sappiamo diagnosticare, però
ne subiamo le conseguenze.
Luigi: Se noi sapessimo il Tesoro di vita, di
ricchezza che portiamo in noi…se sapessimo cioè aule Grazia/Dono/meraviglia sia
il poter pensare Dio, noi resteremmo sempre in questo Pensiero.
Non ci allontaneremmo mai da lì: appunto
perché si tratta di un Tesoro di Vita.
E pensa che Lui viene a morire in noi per
darci la possibilità di accettare questo Suo Dono stupendo! Hai capito a che
punto, eh!
E già: siccome noi non lo scopriamo, per
darci la possibilità di scoprirlo Lui viene a morire in noi, per opera nostra.
Luigi: In Dio possiamo vedere tre tappe nei Suoi
rapporti con l’uomo:
L’Antico
Testamento, che ha lo scopo di condurci a questa giustizia essenziale: “metti
Dio prima di tutto”; se si fa questo, si scopre l’importanza di conoscere Dio,
e si giunge così alla seconda tappa:
Il Cristo,
l’incontro col Cristo. Incontrato il Cristo, lì si è maturi per la terza tappa:
Ricevere lo
Spirito Santo.
Direi: sono la fase del Padre, del Figlio e
dello Spirito Santo.
Attraverso queste tappe veniamo inseriti
nella Vita Trinitaria.
Luigi: Dio si sottomette alla mia morte per
rivelarmi che la mia vita è Lui. Ma queste sono parole; hanno bisogno di essere
comprese, capite personalmente.
Ora, capirle “personalmente” vuol dire
capirle con lo Spirito di Dio.
Si capisce: è solo con lo Spirito di Dio che
noi possiamo veramente prendere consapevolezza.
Senza lo Spirito di Dio rimaniamo nel sentito
dire, il che serve a niente.
Cioè: il “sentito dire” ci ammonisce, e ci
dice: “guarda che devi scavare qui, il Tesoro è qui”.
Ma logicamente solo personalmente ci si può
mettere a scavare: nessuno può farlo al posto mio.
Luigi: Dio è Amore, e noi siamo fatti per conoscere
Dio: se arriviamo a conoscerlo scopriamo questo Suo Amore; scoprendolo, ci
vediamo amati, e come conseguenza diventiamo capaci di amare.
Ma se non conosciamo Dio non scopriamo
l’amore; non scoprendolo non ci vediamo amati; non vedendoci amati, non siamo
capaci di amare.
Non essendo capaci di amare, nasce in noi
l’amore possessivo.
E già: perché quando uno non è capace di
amare, scade nella pretesa: pretende di sottomettere tutto a sé; non può fare
in modo diverso, perché si trova in situazione di bisogno.
Si trova nella impossibilità di donare, per
cui tende sempre ad “assorbire”: ecco come, inevitabilmente, diviene amore
possessivo.
Ecco come nasce l’egoismo…nasce così: per
difetto di conoscenza.