Io sono il
pane di vita. Gv 6 Vs 48 Primo tema.
Titolo: Vita e pane.
Argomenti: I due pani – L’attrazione del Padre – Pane e Vita – La fatica del pane – Scoprire
l’importanza della conoscenza di Dio – Cercare Dio è già vivere – La morte e la
vita spirituale – La vita è comunione – Passaggio dalla morte alla vita – Alimentare la vita – La fame e il pane – Il pane è personale - L’Eucaristia – Desiderio e pani – L’assimilazione nel
silenzio – La volubilità umana.
16/ Novembre /1980
Dobbiamo cercare di capire quale sia il significato di questa sua affermazione
per la nostra vita personale, spirituale, perché soprattutto Gesù abbia voluto
identificarsi con il concetto spirituale di “pane”.
Chiediamoci perché c’è il pane, che significato ha il pane.
E soprattutto perché Gesù, abbia voluto identificarsi con il pane.
Quest’affermazione, l’abbiamo soprattutto trovata nel versetto 35.
Poi in questo sesto capitolo, abbiamo spesso accenni al pane.
Ma nel versetto 35, in modo particolare, Gesù aveva detto: “Io sono il pane
di vita, chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete”.
E adesso ripete: “Io sono il pane di vita”.
Ogni ripetizione, ha un suo significato, ha un suo valore.
E se Gesù qui riconferma: “Io sono il pane di vita”, dopo avere fatto tutto
questo lungo discorso ci deve essere una ragione.
Nella prima affermazione Lui aveva rapportato il pane alla fame.
Adesso qui il pane è rapportato al versetto che avevamo visto domenica
scorsa: “Chi crede in Me ha la vita eterna”.
Gesù quindi rapporta il concetto di pane con la vita eterna.
Tutto questo capitolo sesto è improntato sul concetto di pane e fame.
Siamo partiti dalla moltiplicazione dei pani, poi c’è stata la ricerca di
Gesù e il rimprovero di Gesù, circa l’intenzione per cui lo cercavano:
purificazione d’intenzione: “Voi mi cercate per il pane che passa, non
affaticatevi per il pane che passa ma affaticatevi per avere il pene che non
passa”.
Quindi abbiamo visto che Gesù manifesta l’esistenza di due pani nella vita
dell’uomo.
Un pane che passa ed un pane che non passa.
Il pane che passa ha un valore inferiore, è significato per preparare gli
animi alla ricerca, alla preoccupazione, alla fatica d’individuare e di avere
il pane che non passa.
Questo è il termine che Gesù offre all’attenzione di ognuno di noi.
Qui ci si apre all’interrogazione del perché debba essere faticosa
l’individuazione del vero pane.
E perché sia anche faticoso, mangiare questo pane.
“Mangerai il tuo pane con il sudore della tua fronte” fu detto nel paradiso
terrestre, quel pane che qui Gesù precisa è il pane della vita eterna.
Proprio il pane della vita eterna è oggetto di sudore, di fatica, di
preoccupazione da parte dell’uomo.
Poi in seguito Gesù precisa che è Lui che dona questo pane.
E poi dopo avere affermato:”Nessuno può venire a Me se non è attratto dal
Padre”, giunge a queste ultime affermazioni: “Chi crede in me ha la vita
eterna”.
Quell’”avere”, vuol dire avere la possibilità della vita eterna.
Cioè avere la possibilità di conoscere Dio, perché la vita eterna è
conoscere Dio.
Quel “credere” è un impegnarsi.
Soltanto impegnandosi con Cristo, l’uomo ha la possibilità di giungere alla
vita eterna, quindi di conoscere Dio, come vero Dio.
Quest’affermazione: “Io sono il pane della vita”, conferma quanto Gesù
disse nel versetto precedente: “Chi crede in me, ha la possibilità della vita
eterna”.
Poiché il pane è una possibilità di vita.
Non è che il pane dia la vita, poiché per mangiare il pane bisogna essere
vivi.
Per questo Gesù dice: “Nessuno può venire a Me (Pane di Vita), se non è
attratto dal Padre”.
Per mangiare bisogna essere in vita.
Un essere morto non può mangiare.
Per mangiare si presuppone già la vita.
Quindi l’andare a Cristo, presuppone l’attrazione del Padre.
Vivo è colui che è attratto dal Padre.
Vivo è colui che (per grazia di Dio) ha scoperto l’importanza di conoscere
Dio.
Quindi l’importanza di cercarlo e l’importanza di trovarlo.
Quando uno ha scoperto l’importanza di conoscere Dio, è entrato nella vita.
E quando si è entrati nella vita, si ha la possibilità di scoprire il vero
pane e di mangiare di esso.
Senza pane, anche l’essere vivo deperisce e muore.
Quindi il pane è la condizione per mantenerci nella vera vita.
Cioè di mantenerci sul cammino della conoscenza di Dio come vero Dio.
Ma il pane, non basta guardarlo, il pane bisogna mangiarlo.
Per cui abbiamo la fatica del trovare il pane e la fatica del mangiarlo.
Nella nostra vita abbiamo diversi tipi di pane.
Prima di tutto abbiamo il pane che passa.
Poi abbiamo il pane del dovere, il pane della morale, il pane del lavoro,
il pane dell’intelligenza, il pane della scienza ed abbiamo il pane della vita
eterna.
Questo pane di vita eterna che solo il Figlio di Dio dà all’uomo e che
s’identifica con l’io stesso del Cristo.
Però la condizione per potere individuare, scoprire questo pane e mangiarlo
è di essere in vita, scoprirne cioè l’importanza, il bisogno di conoscere Dio
come vero Dio.
Però non basta trovarlo, il pane bisogna mangiarlo, cioè assimilarlo.
E quindi abbiamo un altra fatica.
Abbiamo la fatica della individuazione del pane e abbiamo la fatica
dell’assimilazione del pane.
Io sono il
pane di vita. Gv 6 Vs
48 Secondo tema.
Titolo: Vita e Pane.
II
Argomenti: Le passioni e il silenzio
– Orizzontale e verticale – Dio nel bambino – Il Cristo in Adamo – Cristo é nel
fratello che soffre – Il mistero della croce – Dio prende su di Sé le nostre
colpe – Divisione e unità – Rinnegare se stessi – Il deserto di San Paolo – I primi cristiani - La legge non
ci può darci la vita – Il principio unificante – Somatizzazione – Mussolini e
Napoleone – Hitler e Khomeini.
18/ Novembre /1980
I vostri
padri nel deserto mangiarono la manna, e morirono. Gv 6 Vs 49 Primo tema.
Titolo: Significato della
manna.
Argomenti: Contrapposizione
manna/Pane – Contrapposizione legge/Cristo – La terra promessa – La vita e il pane
– I 40 anni nel deserto – Dal segno all’Io di Cristo – Assimilare e essere
assimilati -
23/ Novembre /1980
Le parole di Dio sono parole per ogni uomo.
I fatti che sono avvenuti, non sono fatti ed avvenimenti di un popolo, ma
sono manifestazioni di Dio per ogni uomo.
E ogni uomo, deve cercare di accogliere in sé, la rivelazione della lezione
di Dio.
Gesù prima aveva affermato: “Io sono il pane della vita”.
Adesso dice: “I vostro padri nel deserto mangiarono la manna e morirono”.
Evidentemente contrappone questa “manna” mangiata dai padri, con il pane di
vita che Egli aveva affermato di essere.
Questo è da mettersi in relazione con quanto prima avevano affermato i
giudei: “I nostri padri nel deserto hanno mangiato la manna, ma Tu quale segno
ci dai?”.
Noi abbiamo visto in un altro luogo che i farisei dicono a quel cieco
guarito da Gesù: “Noi siamo discepoli di Mosè, a Mosè sappiamo che Dio ha
parlato, Costui non sappiamo chi sia”.
Loro proclamandosi discepoli di Mosè, mandato da Dio, rivelavano una
certa sicurezza in questa loro
tradizione, che era quindi per loro, anche un motivo di salvezza e che li
giustificava dal non accogliere questo Uomo nuovo che stava parlando loro: Gesù
di Nazaret.
Era un motivo per rifiutarlo.
Adesso qui Gesù riprende questo loro argomento.
Qui Gesù oppone a questa manna,
mangiata dai padri, in nome della quale, i giudei si rifiutavano di accogliere
il Suo messaggio, il Pane della Vita.
Questa opposizione la vediamo subito: “I vostri padri mangiarono la manna”.
Questo “vostri” denota la separazione di Gesù dai giudei.
Lui non dice: “I nostri padri”.
Gesù è ebreo.
Gesù nasce in Israele, tanto più che Lui stesso si dichiara figlio
dell’uomo, appartenente alla tribù di Davide.
Come mai allora questa opposizione manna-pane.
Soprattutto se teniamo presente che la manna era mandata da Dio.
Data da Mosè e mandata da Dio e segno soprattutto della validità della
legge.
Con la manna, con un miracolo, mantenendo in vita il suo popolo, Dio volle
sottoscrivere quanto aveva dato a Mosè, per tutto il popolo, cioè la legge.
E quindi la contrapposizione anche qui è tra la legge, la regola, i
comandamenti e il Cristo.
È possibile che nasca questa contraddizione tra ciò che Dio ha dato e ciò
che Dio dà?
Come può avvenire questo?
E poi Gesù afferma che i loro padri mangiarono la manna e morirono, mentre
aveva detto prima che Lui è il pane di vita eterna.
Quindi questo “morire” dei padri è contrapposto alla vita eterna che Gesù
offre.
Ovviamente tutti gli uomini muoiono e anche quelli che mangiarono la manna
morirono e anche quelli che seguono Gesù muoiono fisicamente.
Evidentemente qui questo “morire” è riferito alla vera vita, eterna.
Cioè “i vostri padri mangiarono la manna e non trovarono la vita eterna,
non entrarono nella vita eterna”.
Questo “morire” vuol dire che non trovarono la vera vita.
E come non trovarono la vera vita?
Non entrarono nella terra promessa.
Teniamo presente che queste sono lezioni personali di Dio per noi, circa il
nostro rapportto personale con Dio, dobbiamo cioè scoprire che cosa Dio vuole
significare per la nostra vita, per evitare a noi di cadere in quelle colpe
degli ebrei (segno) che gli impedirono di entrare nella vita vera.
Non poterono entrare nella terra promessa, per cui furono costretti a
vagare per 40 anni nel deserto fino all’estinzione di quella loro generazione.
Teniamo presente quello che abbiamo detto domenica scorsa e cioè che il
pane, è per sostenere l’uomo sul cammino verso il fine.
Ma se, giunto il momento in cui l’uomo deve approdare al fine (terra
promessa), l’uomo non s’impegna ad entrare in questo fine, tutto il pane che ha
mangiato è inutile.
Perché il pane è in funzione della vita.
Non si vive mica per il pane.
La manna fu data da Dio al suo popolo nel deserto, per sostenerlo nel
cammino, in modo che potesse giungere alla terra promessa.
Ma quando questo popolo giunse ai confini della terra promessa ebbe paura.
Non s’impegnò ad entrare.
Perché di fronte a certi ostacoli, certe difficoltà, ebbero paura.
Cioè non fecero trionfare la fede.
Da questo incomincia a scaturire una lezione.
Perché tutto il cammino è in funzione di un fine ben preciso.
C’è la vita e c’è il pane.
Il pane non va confuso con la vita.
Ed è un errore molto comune che facciamo.
Per cui a un certo momento si vive per mangiare.
No.
Il cibo è dato per la vita, tant’è vero che può mangiare soltanto chi è
vivo.
E abbiamo visto che essere vivi, vuol dire essere orientati al fine, vuol
dire tendere a una meta.
Si tende ad una meta e ci si alimenta per potere avere forze sufficienti
per potere raggioungere quel fine.
Quindi il pane è l’alimento per sostenerci in vita, per sostenerci sul
cammino.
Però la vita è il fine.
Evidentemente se giunti al fine, non si entra nel fine, è fallito tutto.
Quindi è fallito il pane ed è fallita la vita.
Loro giunsero sui confini della terra promessa, poi mandarono degli
esploratori che riferirono di avere visto gente forte e robusta, con cui
sarebbero dovuti entrare in lotta.
Quando ci fu il momento dell’impegno qui vennero meno.
In conseguenza di questo dovettero tornare indietro e furono costretti a
vagare 40 anni nel deserto, in modo che tutta la generazione si estinguesse.
Questo è segno per noi.
Se noi non utilizziamo il pane per entrare nella vita, la strada diventa
talmente lunga che diventa motivo di morte.
Cioè noi consumiamo tutta la nostra vita sulla strada.
A.: Ma per arrivare a quella soglia della
terra promessa c’era già stato molto impegno.
Luigi: Sì, però quendo si arriva si quella soglia ci vuole un impegno extra
per entrare.
Un impegno per entrare nella vita eterna.
Perché quello che bisogna avere molto presente davanti a noi è il fine.
Ed è il fine che dà la vita.
Perché noi possiamo avere il fine e non avere il pane per sostenerci.
Possiamo avere il pane per sostenerci e non avere il fine.
Bisogna avere il fine ed avere il pane.
Ma il pane è una conseguenza del fine.
Non possiamo capovolgere le situazioni, non è che mangiando tutti i giorni
tu arrivi al fine.
No, tu mangi tutti i giorni e non arrivi al fine.
B.: Per pane non si intende solo il pane
materiale no?
Luigi: La manna non è un pane materiale.
Nella manna abbiamo rappresentata soprattutto la legge.
E qui abbiamo i giudei che dicono che in nome della legge loro sono
discepoli di Mosè: “A Mosè siamo sicuri che Dio ha parlato, Costui non sappiamo
chi sia”.
Quindi loro si trovano di fronte ad un ignoto: “Non sappiamo chi sia”.
Avevano ragione.
Il Cristo quando si presenta mica porta il certificato di essere Figlio di
Dio.
Ha soltanto la sua Parola.
“Nessun segno verrà dato a questa generazione all’infuori del segno di
Giona”.
E quale è questo segno di Giona?
Il segno di Giona è la parola, la predicazione, ciò che Egli dice.
Però queste parole hanno un sigillo.
Ed è il sigillo della Verità.
E come mai gli uomini non videro questo sigillo?
In nome della legge data da Dio, furono impediti a vedere questo sigillo.
Come mai questo?
Evidentemente questo se avvenne nel popolo di Dio, è lezione per ognuno di
noi.
C.: Quarant’anni è un castigo, un
purgatorio terribile.
Luigi: Non solo ma furono costretti a vagare per 40 anni, proprio per
morire nel deserto.
Cioè se noi non ci impegnamo a vivere secondo la fede, noi siamo costretti
a vagare in un deserto, fino alla nostra morte.
Cioè è una perdita di vita progressiva, fino all’estinzione.
Perché oramai la vita è finita.
Perché nel momento in cui dovevamo entrare non siamo entrati.
C.: Quindi non basta nemmeno l’atto
iniziale di fede.
Luigi: L’atto di fede è necessario ma non è sufficiente.
Perché questo atto di fede ci deve portare a una conclusione.
La fede non sta nel dire: “Io credo”, la fede è camminare verso.
Ma se io cammino verso-, e poi quando arrivo non entro, perché incontro una
certa difficoltà, tutta la mia fede è fallita.
Perché l’elemento determinante è l’ultimo.
Loro sono partiti con gli esploratori ma non c’è sta l’impegno all’ultimo
per superare quella difficoltà che gli si presentava.
È lezione per noi: state attenti che voi potete partire, potete lasciare il
vostro Egitto, potete abbracciare i comandamenti di Dio e superare tutte le
difficoltà del deserto, potete nutrirvi della manna e non entrare nella terra
promessa.
Teniamo presente che questa manna, adesso è interpretata come segno
dell’Eucarestia.
Potete nutrirvi di questa manna tutti i giorni e poi non entrare nella vita
eterna.
È lezione di Dio per ognuno di noi.
Questo rischio qui è per ogni uomo.
Mangiarono la manna per dono di Dio e morirono.
E contrappone la manna con “Io sono il pane della vita”.
Il pane, la manna, la creazione, sono tutte cose buone ma sono mezzi.
Noi corriamo il rischio di trasformarli in tradizione, in abitudine, in
realtà.
E non mi accorgo che questa realtà, è un mezzo per entrare.
Non bisogna vivere per la manna o per i comandamenti che ci ha dato Dio.
La realtà che è avvenuta, è un mezzo che deve sospingermi ad impegnarmi.
Loro non hanno capito il significato di quella manna che gli è stata data.
Ecco per cui non entrarono.
Non hanno capito che il significato era per farli entrare.
Allora se la manna gli era stata data per farli entrare, come giunsero
all’entrata a qualunque costo sarebbero dovuti entrare.
Naturalmente facendo conto su Dio perché si entra facendo conto su Dio.
Ora, il fare conto su Dio richiede il superamenmto di ogni altro mezzo.
Il superamento di tutto.
Perché questa è la condizione per entrare.
Questa è lezione personale per ognuno di noi.
Perché tutto ad un certo momento, per noi può diventare manna.
Ma una manna che ti fa morire.
Perché la manna è il cibo per sostenerci in vita, è mezzo per vivere, ma
non è fine.
Cioè presuppone che ci sia la vita.
La vita è camminare verso la vita eterna.
Cioè si entra nella vita eterna, nella misura in cui ci si impegna nella
vita eterna.
Si entra nella conoscenza di Dio, nella misura in cui ci si impegna a
conoscere Dio.
Tutto il resto è alimento ma la preoccupazione deve essere questa.
A un certo momento la manna lascia il posto a “Io sono il pane”.
Prima avevamo un segno, la legge, la manna, i comandamenti, i sacramenti,
sono tutti mezzi per sostenerci in vista dell’incontro con questo “Io” che è
l’impegno finale per la nostra vita.
E che a un certo momento assorbe tutti i mezzi.
Perché è il fine per cui ci erano stati dati tutti gli altri mezzi.
Ora, se noi arrivati a questo “Io” non facciamo il passaggio, tutto è
fallito.
Dicendo: “Io sono il pane di vita”, impegna me a conoscere Lui.
A conoscere, ad assimilare quell’Io.
Quindi prima mi era facile assimilare un pezzo di pane, una regola o un
sacramento, adesso qui mi trovo in difficoltà.
Perché prima assimilavo in me, adesso si tratta di assimilare me in Lui.
È lì tutta la difficoltà.
Si tratta di entrare in Lui, di capire Lui.
Si tratta di dedicarmi a Lui.
E questo “Io” qui, non si confonde più con nessun altro mezzo.
Perché gli altri mezzi si assimilavano in me, adesso tutto di me deve
essere assimilato in Lui.
Ecco per cui bisogna passare al significato del tutto.
Tutte le cose sono dei segni di Lui, che ci sostengono lungo la strada,
data la nostra incapacità a restare con Lui e ci sostengono fintanto che non
arriviamo a Lui.
Ma siccome tutte le cose convergono a Lui, a un certo momento ci troviamo
con Lui.
Con il suo Pensiero.
Ed è lì che noi dobbiamo impegnarci.
Perché tutti gli altri segni, in quanto sono assimilati da noi, possono
essere da noi strumentalizzati in funzione del pensiero del nostro io.
E quindi non ci liberano dal pensiero di noi stessi.
Perché soltanto un altro “io”, un altra persona, dà a noi la possibilità di
liberarci dal pensiero del nostro io e di entrare nella vita.
Ma fintanto che siamo nel pensiero del nostro io, noi non possiamo entrare
nella vita eterna, noi non possiamo conoscere Dio.
Però, anche se siamo nel pensiero dell’io, noi siamo sulla strada e lungo
la strada, se non ci venisse spezzato un certo pane, noi correremmo il rischio
di morire.
Però non è detto che noi non moriamo se ci nutriamo di questo pane.
Non basta nutrirsi di questo pane.
Questo pane è un mezzo per sostenerci.
Fino ad arrivare a quell’orizzonte estremo a cui ci troviamo a tu per tu con
l’Io di Dio, con il quale dobbiamo impegnarci personalmente.
Per cui questo “Io” qui diventa il pane.
Quel pane che era significato prima in tanti altri pani che erano
assimilabili nella nostra esistenza, nella nostra vita.
Però tutto questo cammino è in vista di questo fine: a tu per Tu con
Cristo.
Cristo che poi dopo ci porta al Padre.
Ma c’è questo passaggio obbligato nella vita di ogni uomo che è
rappresentato dal passaggio alla terra promessa.
Per cui abbiamo l’Egitto, la traversata del Mar Rosso, abbiamo il deserto,
i comandamenti, la manna e l’arrivo nella terra promessa, dove però può
succedere il fallimento di tutto.
Per questo dice: “ I vostri padri fallirono, perché non entrarono nella
vita”.
Ha detto i vostri padri, non ha detto i nostri padri.
Cioè quelli di cui voi vi ritenete discepoli.
Allora: “State attenti che voi vi ritenete discepoli di quelli che non
trovarono la vita”.
Ora, “Se i vostri padri ai quali credete non trovarono la vita e voi vi
ritenete loro discepoli, anche voi certamente non troverete la vita su quella
via lì”.
I vostri
padri nel deserto mangiarono la manna, e morirono. Gv 6 Vs 49 Secondo tema.
Titolo: Il
confine della Terra Promessa.
Argomenti: L’essere e i modi di
essere – La vera paternità – La mia vita determina il mio il cibo – Vita e
interrogazione – Pane e persona – La vita è attrazione per il Padre –
L’importanza di conoscere Dio – La morte spirituale – Gli idoli – Concreatori –
Pane spezzato -
25/ Novembre /1980
E’ qui il
pane disceso dal cielo, affinché colui che ne mangia, non
muoia.Gv 6 Vs 50 Primo tema.
Titolo: La manna e
il Verbo incarnato.
Argomenti: La routine – Vivere
è tendere a un fine – La manna e il pane – L’Io di Cristo – Il parlare del
cielo del Verbo di Dio sulla terra – La transitorietà di Cristo – L’impegno con
la Parola – Il Fine offertoci dal Verbo – La morte inizia quando si perde il
Fine – La paura d’impegnarci a pensare – La gara del mondo – Sulla soglia della
terra promessa – La necessità di pensare – Vagare nel deserto – La presenza
personale del pane disceso dal cielo – Restare con la persona – Persona e
regola -
30/ Novembre /1980
Qui abbiamo evidentemente una
contrapposizione alla manna che i “vostri padri mangiarono nel deserto”.
Quella manna, non fu sufficiente per loro a
preservarli dalla morte.
Ed abbiamo visto domenica scorsa, quale fu
questo tipo di morte e da che cosa fu determinata.
Non è che la manna abbia provocato la
morte, la manna era il cibo e come ogni cibo, era per sostenere le creature
sulla strada, in modo che esse potessero giungere al fine.
E loro giunsero sulla soglia della terra
promessa ma fu proprio qui che tutto è fallito perché ebbero paura.
Ecco, l’elemento che determinò tutto nella
loro vita fu questo.
Quando fu il momento in cui fu richiesto il
passaggio estremo a quello che era il compimento, a quello che era il fine, per
cui tutto gli era stato dato, ebbero paura e tornarono indietro.
In conseguenza di questo, il deserto
incominciò ad assorbire la vita.
E tutti morirono.
Tutta quella generazione morì.
In contrapposizione a questa manna, Gesù
qui presenta un pane, come la manna disceso dal cielo ma che Egli afferma che
colui che ne mangia non muore.
Dobbiamo precisare in cosa consiste
quest’affermazione di Gesù: “non muore colui che mangia di questo pane”.
Abbiamo visto che la morte fu inaugurata da
una rottura con il fine.
L’uomo vive in quanto tende ad un fine.
Il fine è impegnativo, richiede dedizione e
a un certo momento, questa dedizione può venire meno.
Quando il fine viene meno e viene meno
proprio per paura, subentra la curvatura, subentra la routine, la tradizione,
l’abitudine.
La creatura incomincia a fare le cose non
più per un fine ma perché le ha sempre fatte, perché tutti fanno così.
Non c’è più il camminare verso una meta, si
gira attorno.
Questo girare attorno senza avere più una
meta, svuota sempre di più l’anima, fino alla morte nel deserto.
È un non senso della nostra vita che entra
nella nostra vita e la svuota e la conduce alla morte.
Conduce alla morte, poiché la morte non è
annullamento ma dispersione, è svuotamento di significato.
Quando uno vive senza più un significato,
senza più una meta davanti a sé, ha inaugurato la stagione della morte nella
sua vita, è questione di tempo ma oramai la morte ha seminato le uova nel suo
cuore, nella sua mente, nella sua anima e il suo destino è segnato: dovrà
costatare la morte.
Se la morte è questa caduta nella routine,
nell’abitudine, nella non più linearità verso una meta ma nel cerchio, quest’affermazione di Gesù,
evidentemente ci presenta la liberazione da ogni routine, da ogni abitudine.
Quasi a dire “qui vi è un pane che
v’impedisce di entrare nella routine”.
Questo pane disceso dal cielo è facile
intuire che è Lui stesso.
Ma perché questo suo “Io”, a diversità
della manna, dà a noi la possibilità di non cadere nell’abitudine, nella
routine, nella tradizione o nella schiavitù della legge?
È un Io, è una presenza personale discesa
dal cielo e cosa vuole dire discendere dal cielo?
Vuole dire che viene a noi a parlarci del
cielo.
Quindi abbiamo una Parola che è Persona che
è presente a noi quindi accessibile e che ci parla del cielo.
Quindi è presenza personale ma è parola che
parla a noi di Dio.
In quanto parla a noi di Dio, non parla a
noi circa un modo di fare, un modo di comportamento o una morale, ma parla a
noi di Dio.
Dio sta parlando ad ognuno di noi e se dice
“È qui”, vuol dire che è vicino ad ognuno di noi.
È vicino, là dove noi siamo con tutte le
nostre paure e le nostre dispersioni addosso, con la nostra incapacità di
pensare, di impegnarci, di vivere.
Ovunque noi ci troviamo, il Verbo di Dio è
pane che discende dal cielo ed è qui per ognuno di noi.
Proprio perché è qui, ed è qui discieso dal
cielo, è per parlare a noi di cose del cielo, non è qui per parlare a noi di
noi o delle cose del nostro mondo.
Ognuno parla del luogo da cui viene e Lui
viene a noi per annunciarci le cose del cielo.
Ma proprio perché annuncia a noi cose del
cielo, impegna noi a pensare alle cose del cielo che ancora non vediamo.
Noi siamo sulla terra, ma su questa terra,
il Verbo di Dio viene a parlarci di un luogo, nel quale noi non siamo ancora.
In quanto parla annuncia, quindi ci propone
quelle cose che superano la nostra terra e in quanto ce le propone, c’impegna a
pensare ad esse.
Perché solo con il pensiero, noi possiamo
trasferirci in quel mondo diverso da quello in cui noi adesso ci troviamo.
Ma proprio perché parla a noi di cose del
cielo, Cristo ha un altra caratteristica: la transitorietà.
Cioè il Verbo, il pane che discende dal
cielo non rimane e non può rimanere.
È
transitorio, perché parlando a noi di cose dello Spirito, richiede a noi
impegno e pensiero.
Ma se noi non ci impegniamo, il “qui” se ne
va.
Infatti Gesù sovente afferma: “Fintanto che
sono nel mondo sono Luce per il mondo” e abbiamo visto che la Luce è Vita ma
proprio perché dice “fintanto” fa pensare al “non sempre”.
Il “qui” del Verbo non è da intendersi come
“sempre”, questo “qui” è transitorio.
Abbiamo quindi la caratteristica della
provvisorietà.
È un occasione che il Verbo di Dio
incarnandosi e presentandosi a noi, ci offre per il passaggio in quelle cose di
cui Egli ci parla.
“Ancora per poco Io sono con voi, camminate
fintanto che la Luce è con voi, affinché le tenebre non vi sorprendano”.
Questo “camminate” è l’impegno richiestoci.
Il Verbo di Dio venendo tra noi, parla a
noi di cose del cielo, cioè di cose di Dio ma le sue parole sono per noi qui
semi devono essere per noi impegno ad uno sviluppo fino ad entrare nel cielo di
Dio, nella terra promessa.
“Affinché colui che ne mangia non muoia”,
cioè non cada nell’abitudine, nella legge, nella regola, nella routine cioè
nella morte.
Si cade nella routine, in quanto viene meno
il fine.
Il Verbo viene a noi e venendo a noi si
caratterizza in questo: parla a noi il fine, Lui si caratterizza in questa
essenzialità: parla a noi del Fine, del Padre e non parla di nient’altro.
Lui è tra noi in quanto ci propone il Fine
e proponendoci il Fine ci mantiene in vita, perché la vita è tendere ad un
fine.
La morte, il ripiegamento nella routine,
nella morale, nella tradizione, nella legge o nella regola inizia nel momento
in cui noi cessiamo di guardare il Fine, magari perché l’abbiamo visto troppo
lontano o difficile e ci siamo lasciati sorprendere dalla paura.
Però abbiamo visto che il Fine, in quanto
viene presentato a noi, impegna noi a pensare e la paura che impedisce a noi di
entrare nella terra promessa è la paura d’impegnarci a pensare, poiché nelle
cose del cielo si entra soltanto pensando.
Dio è Spirito e vuole adoratori in Spirito
e verità.
Cioè non si entra nel Regno di Dio, non si
entra nel cielo di Dio, non si porta a maturazione il seme seminato dal Verbo
di Dio con il sentimento, con l’abitudine, con la regola, la legge o la
tradizione, si entra raccogliendo la Parola che parla a noi di Dio
custodendola, meditandola, pensandola.
Pensandola fino a quel punto in cui si
trasforma in luce in noi.
Quella paura che impedì al popolo ebreo di
entrare nella terra promessa, diventa per noi paura di pensare di fronte a
questo pane disceso dal cielo.
E se noi non c’impegnamo a pensare, noi
cadiamo in quello che dice San Paolo: “Sforzatevi di entrare nella sua pace,
affinché non avvenga a voi quello che è accaduto al popolo ebreo che giunto
sulla soglia della terra promessa ebbe paura e quindi cominciò a vagare nel
deserto fino all’estinzione di quella generazione”.
Il pensare richiede dedizione ma
soprattutto richiede il superamento di tutto di noi stessi e quindi pensando a
Dio, io debbo perdere la gara con il mondo.
Noi tutti sappiamo che le gare si vincono
in quanto si pensa.
Quindi se siamo in gara con il mondo,
soltanto pensando alle cose del mondo, noi possiamo vincere i nostri
concorrenti.
Se qualcuno chiede a noi il pensiero,
chiede a noi la rinuncia a tutta la nostra figura nel mondo.
È lì che sorge la paura, perché se io penso
a ciò di cui mi parla l’Altro, io incomincio a perdere la mia gara con le cose
del mondo.
Ma proprio il pensare, è la condizione per
entrare nella terra promessa.
Allora questo “qui” del pane disceso dal
cielo, è la soglia della terra promessa.
Fintanto che Cristo parla a noi, noi siamo
condotti da Lui sulla soglia di questa terra promessa.
Perché siamo impegnati a pensare alle cose
di cui Lui ci parla.
Lui pane del cielo, è parola di Dio che
parla a noi di Dio, ma in quanto parla presenta a noi il fine e il fine è Dio.
Però aggiunge: “Affinché, colui che ne
mangia”, non basta quindi che ci sia il pane disceso dal cielo.
Bisogna che questo pane sia mangiato, il
che vuole dire che ci può essere qualcuno che non ne mangia.
Mangiare è assimilare e assimilare è
capire.
La parola di Dio (pane disceso dal cielo)
va capita e la parola che non è capita è perduta ma in quanto è perduta
costringe noi a vagare nel deserto fino all’estimzione di tutte le nostre
facoltà, poiché il deserto annulla tutto.
Per cui si vaga, in attesa che tutte le
nostre capacità si estinguano, diventiamo creature che non hanno più speranza
di vita.
Questo in conseguenza del fatto che è
venuto a meno in noi il fine.
Cristo parla a noi del fine e se noi non
capiamo Lui se ne va, nel senso che noi non cogliendo il suo pensiero, non
abbiamo più presente la sua persona.
Questa presenza del pane disceso dal cielo,
è una presenza personale, è la presenza della persona, dell’altro che dà a noi
la possibilità di entrare nella terra promessa.
Ma la condizione per potere restare con un
altro, in senso personale, è che uno s’impegni a mangiare il pane che l’altro
dà, cioè la condizione è che noi c’impegniamo a seguirlo nel suo pensiero.
Se noi non capiamo il pensiero della
persona che è con noi, che parla a noi o che noi diciamo di amare, a noi sfugge
la presenza personale, resterà ancora una presenza fisica, una scorza ma oramai
l’anima se ne è andata.
Il difetto è in noi, non nella presenza
dell’altro, perché l’altro è presente a noi ma noi non possiamo più cogliere la
presenza della sua persona, sfugge a noi il pensiero.
Ora, la persona è essenzialmente pensiero.
E se noi vivendo con questa persona, non
arriviamo al pensiero di essa, noi non possiamo restare, ecco perché il “qui” è
transitorio.
Ed ecco perché Gesù dice: “Per poco la Luce
è con voi, non sempre avrete Me”, eppure Lui è venuto per formare con noi una
cosa sola.
Lui è venuto per essere sempre con noi,
affinché: “Dove sono Io, siate anche voi”.
Eppure Lui dice: “Non sempre avrete Me” e
dice: “Ancora per poco la luce è con voi, camminate”.
Per potere restare con una persona devo
camminare e camminare nelle sue parole e non fermarmi, fintanto che non arrivo
al suo pensiero, alla sua anima.
Mangiare coincide con questo “camminare”.
Chi cammina con Lui non muore, infatti in
un altro luogo Gesù dice: “Chi viene dietro di Me, non proverà la morte”.
Questo “mangiare” di cui parla qui,
coincide con “chi viene dietro di Me”.
Quindi “mangiare”, vuole dire andare dietro
di Lui.
Andare dietro di Lui, vuole dire camminare.
Camminare vuole dire tendere ad arrivare a
vedere ciò di cui Egli parla, cioè tendere al suo Pensiero.
Noi non possiamo restare con un essere che
è persona, se non arriviamo al suo pensiero.
Perché tutto il resto è soltanto
esteriorità, recitazione, figura, regola di vita.
Concludendo, questo “pane disceso dal
cielo” è una presenza personale tra noi che parla a noi di Dio ma che parlando
a noi di Dio, richiede, invita, propone a noi di arrivare a capire, a conoscere
ciò di cui Egli ci parla.
Cioè di arrivare a capire, a conoscere Dio.
Questa è la terra promessa e questa è la
vita vera.
Vita in cui non si muore più.
Perché chi conosce Dio conosce la Verità e
la Verità non viene meno mai.
Noi moriamo proprio perché viviamo per cose
che vengono meno.
Se noi troviamo la Verità di Dio, scopriamo
la Presenza di Dio, troviamo la vera Vita.
Questo pane disceso dal cielo è soltanto
l’occasione per permetterci di arrivare alla Vita.
Non dobbiamo mai trasformare il pane in una
abitudine o in una regola, perché allora noi perdiamo la persona.
La persona non può mai essere ridotta a
regola, dovere o routine.
Là dove subentra la regola e la routine,
non c’è più la presenza personale, non c’è più il rapporto personale.
Il rapporto personale è un rapporto
d’amore.
Perché ci sia il rapporto personale si richiede
sempre una dedizione d’intelligenza.
La persona è una sorgente di novità.
Dio essendo persona è una sorgente di
unificazione e quindi di novità all’infinito e richiede da noi questa
dedizione.
Solo a questa condizione si mangia veramente
il pane disceso dal cielo.
E se si mangia questo pane disceso dal
cielo, allora non si muore.
Allora il “qui”, diventa vita eterna,
diventa permanenza non sulla nostra terra, diventa permanenza nel cielo, perché
Lui parlando, se arriviamo a capire le sue parole, Lui trasforma la nostra
terra in cielo, perché la trasforma tutta in presenza di Dio, del Padre, Padre
che opera e che parla in tutto.
E’ qui il
pane disceso dal cielo, affinché colui che ne mangia,
non muoia. Gv 6 Vs 50 Secondo tema.
Titolo: La
vita non è ripetizione, ma novità.
Argomenti: La routine è morte –
I muri della vita – La capacità di sintesi – Individuare le persone divine –
Rifiutare Dio in nome di Dio -
L’affidamento al Padre – La Paura che ferma il cammino – La paura di pensare
Dio – La Verità è in profondità – Gli argomenti difficili -
3/ Dicembre /1980
Io sono il
pane vivente disceso dal cielo. Gv 6 Vs 51 Primo tema.
Titolo: Morte e vita
della ripetizione.
Argomenti: Le ripetizioni – La
fatica di pensare la parola di Dio – Approfondire la Parola – L’esodo dalla
superficialità alla profondità – Il corpo e la persona – Ricevere lo Spirito di
Verità – La discesa verso la morte – Le soglie della terra promessa – Pane vivo
e vivente -
7/ Dicembre /1980
È la terza volta
in questo discorso che Gesù afferma: “Io sono il pane della vita”, con qualche
variante.
Cerchiamo di
cogliere quale sia la novità che Gesù ci annuncia in quest’affermazione che
ripete per tre volte.
Qual è la
novità in questa terza volta.
Se Gesù ripete,
anche le ripetizioni hanno un loro significato, però la ripetizione ci fa
cadere con facilità nella morte, se noi non l’approfondiamo, perché la cosa
ripetuta ci stanca, ci annoia e quindi ci allontana da sé.
Un fattore
che troviamo nella ripetizione è un fattore di morte, però Gesù non parla per
farci morire ma per farci vivere.
Dobbiamo
cogliere nella ripetizione l’elemento di novità, nella ripetizione troviamo un
fattore di morte e un fattore di vita ma il fattore di vita lo troviamo solo
approfondendo.
Abbiamo visto
la volta scorsa che noi entriamo nel ciclo di morte, proprio in quanto noi
incominciamo a fare le cose per abitudine, per dovere, per routine, mentre
invece la vita è tendere ad un fine, rappresentato dalla terra promessa, senza
temere di affrontare la fatica che richiede il pensare a ciò che la parola di
Dio ci propone.
Abbiamo visto
che è per la paura del pensare che rinunciamo, come per paura gli ebrei
rinunciarono ad entrare nella terra promessa, quindi la paura è questo elemento
determinante.
Ma sapendo
che questo è l’elemento determinante noi dobbiamo impegnarci a superare proprio
ciò che a noi fa paura e che tende a farci fuggire dall’impegno di pensare Dio.
Possiamo
quindi cogliere in questa ripetitività dell’affermazione di Gesù, un elemento
essenziale: l’invito ad approfondire.
La
ripetitività, è una lezione di Dio che c’invita ad un esodo dalla
superficialità alla profondità.
Per cui nella
superficialità, noi troveremo soltanto ripetizione e stanchezza, noia e morte.
Io sono il
pane vivente disceso dal cielo. Gv 6 Vs 51 Secondo tema.
Titolo: Routine e
novità.
Argomenti: Approfondire la
Parola – Sentire, ascoltare e capire – Segno e significato –La ripetizione del
vecchio – La terra promessa – Il rapporto personale con Cristo – Restare alla
presenza del Verbo – Il fine e il mezzo – I sacramenti e le creatura – Il peso
della realtà – L’astrazione del pensiero -
9/ Dicembre /1980