Non già che
qualcuno abbia veduto il Padre, eccetto Colui che è da Dio . Questi solo ha
veduto il Padre. Gv 6 Vs 46 Primo tema.
Titolo: Differenza tra l’ascolto e la visione. I
Argomenti: Parola e ascolto –
Entrare nel silenzio di Dio – La vera preghiera – L’importanza di conoscere Dio
– La Luce che splende nelle tenebre – La Parola è tendere a-, la visione è
discendere da- Luce è vita – La Vita vera è conoscere Dio – Identificazione di
Cristo – Fare la volontà di Dio -
2/ Novembre/1980
Richiamiamoci a
quello che è stato l’argomento di domenica scorsa, tratto dal versetto
precedente, in cui Gesù dice che secondo quello che affermani i profeti:
“Saranno tutti ammaestrati da Dio e chiunque ha ascoltato il Padre e ricevuto
il suo insegnamento viene a Me”.
Adesso dice:
“Non già che qualcuno abbia veduto il Padre, eccetto Colui che è da Dio .
Questi solo ha veduto il Padre”.
La volta scorsa
abbiamo visto come tutti in effetti sono ammaestrati da Dio.
Perché Dio
ammaestra tutti, Dio è Padre di tutti, Dio è il Creatore di tutte le cose, Dio
parla in tutti e quindi ammaestra tutti.
Il fatto però
che Dio ammaestri tutti, non significa che tutti siano ammaestrati da Dio.
Anzi, la
maggior parte degli uomini è ammaestrata dagli uomini, dal mondo, non è
ammaestrata da Dio.
Però, Dio
ammaestra tutti.
Cioè, Dio parla
a tutti.
Anche se non
tutti ascoltano Dio, poiché ascoltano altri.
Ed è per questo
che, dopo avere detto che Dio ammaestra tutti, dice:”Chiunque ha ascoltato il
Padre”.
Allora c’è
differenza fra la parola che arriva al nostro orecchio e l’ascolto.
E poi dice:
“Chi ha ascoltato il Padre e ricevuto il suo insegnamento” e abbiamo visto che
non basta ascoltare la Parola di Dio e non ricevere l’insegnamento del Padre.
Cioè noi
possiamo ascoltare la Parola di Dio ed intenderla secondo le nostre intenzioni
e non arrivare invece ad intendere l’intenzione di Dio, la volontà di Dio,
l’insegnamento che Dio vuole darci attraverso il suo ammaestramento.
Abbiamo visto
che c’è la prima fase del Dio che parla a tutti, questo però non è sufficente
perché tutti ascoltino.
Abbiamo la fase
dell’ascolto e abbiamo la fase del ricevimento dell’insegnamento di Dio.
Soprattutto abbiamo
notato che questa fase dell’insegnamento di Dio, richiede il silenzio, la vera
preghiera di cui Gesù dice: “Quando vuoi pregare entra nel silenzio della tua
stanza, chiudi l’uscio e lì in quel silenzio, rivolgiti al Padre, il Quale è
presente e ascolta la tua preghiera”.
Per ricevere
l’insegnamento di Dio, è necessario questo ritirarsi nel silenzio, nell’ascolto
di Dio solo.
“Silenzio”,
cioè avendo fatto fuori ogni altro pensiero del mondo, ogni altro pensiero di
noi stessi, del nostro io.
Per cui non
basta rientrare in noi stessi o conoscere noi stessi come molte volte si
afferma.
Bisogna entrare
nel silenzio di Dio, non nel silenzio nostro, del nostro mondo interiore ma,
nel silenzio di Dio.
Perché lì è la
vera preghiera e lì si riceve il vero insegnamento.
Quindi la
Parola che arriva al nostro orecchio, richiede da parte nostra una certa
accoglienza.
Non accogliere
in quanto abbiamo altri impegni, in quanto abbiamo altri doveri, in quanto
abbiamo altri lavori, altri interessi.
Allora la
Parola di Dio arriva, perché Dio ammaestra tutti, la Parola di Dio arriva,
annuncia ma non è ascoltata da noi.
Perché sia
ascoltata da noi si richiede una certa apertura, un certo interesse.
Ascoltare la
Parola non è sufficiente, perché la Parola ascoltata può essere fraintesa.
Si richiede da
noi il raccoglimento nel silenzio, quel silenzio in cui sostanzialmente, noi
confrontiamo la Parola di Dio che è arrivata a noi, che è stata ascoltata, con
Il Verbo di Dio interiore che portiamo in noi.
Soltanto da
questo confronto con il Verbo interiore, che portiamo in noi, noi riceviamo
l’insegnamento di Dio, l’ammaestramento di Dio, secondo l’intenzione di Dio.
Perché il più
delle volte, rivestiamo le Parole di Dio delle nostre intenzioni.
E quindi non
possiamo intendere l’ammaestramento di Dio.
A conclusione
di queste tappe, abbiamo visto che Gesù dice: “Viene a Me”.
La conclusione
di questo ascolto e di questo insegnamento del Padre, sta nel fatto che noi
abbiamo la capacità di scoprire il Cristo.
E scoprire il
Cristo vuole dire che abbiamo la capacità d’individuare chi Egli è,
l’importanza che Egli ha per la nostra vita e di capire l’anima delle sue
Parole e del suo insegnamento.
Per cui la
conclusione dell’ammaestramento del Padre, dell’ammaestramento di Dio, è quella
di formare in noi la consapevolezza dell’importanza che per noi ha il conoscere
Dio.
L’importanza
che ha per la nostra mente, per la nostra vita, l’importanza che ha per
cambiare noi stessi.
Perché non
basta ascoltare la Parola di Dio, non basta ricevere l’insegnamento del Padre,
per cambiare la nostra mente, il nostro cuore, la nostra vita.
Quello che
cambia la nostra vita, non è la Parola udita.
Quello che
cambia la nostra vita è la Luce.
È la Luce che
trasforma.
Fintanto che
noi non arriviamo alla visione, alla conoscenza di Dio, noi facciamo soltanto
del rumore, anche se ascoltiamo la Parola di Dio, ma non possiamo cambiare.
Cioè, noi siamo
delle creature del tutto instabili.
Siamo in
continuo mutamento.
Dio solo è
l’essere stabile, l’essere immutabile.
Fintanto che
noi non troviamo Dio, noi siamo soggetti alla passione delle creature, siamo
passione di quello che vediamo e di quello che tocchiamo.
E proprio
questa passione per le creature che ci rende mutevoli, ci impedisce di raggiungere
la stabilità ma ci fa anche capire l’importanza che ha per noi il conoscere
Dio.
Perché soltanto
la Conoscenza, soltanto la Luce, trasforma veramente noi stessi.
La funzione
della Parola di Dio (capita nello Spirito di Dio) è quella di formare in noi la
consapevolezza dell’importanza che ha Dio per noi.
Ed è proprio
questa consapevolezza che ci fa sentire il bisogno del Cristo.
La
consapevolezza dell’importanza di vedere Uno di cui abbiamo bisogno.
Dio parlando
forma in noi il bisogno.
Cristo il
Figlio di Dio venendo è Colui che soddisfa il bisogno di Dio che il Padre ha
formato in coloro che hanno ascoltato la Parola del Padre.
Qui capiamo
perché Gesù dice: “Io sono venuto a portare a compimento l’opera che il Padre
ha iniziato”.
Il Padre comincia
l’opera, il Figlio è Colui che subentra in quest’opera e la porta a compimento.
Cioè porta a
compimento la Parola pronunciata dal Padre.
Il Padre
parlando, ammaestrando la creatura, forma nella creature il bisogno
dell’Assoluto, il bisogno di conoscerlo.
Il Figlio di
Dio è Colui che viene a noi per rispondere a questo bisogno e quindi viene a
noi, per portare a compimento l’opera che il Padre ha iniziato.
Ed è a questo
punto che Gesù dice: “Non già che qualcuno abbia veduto il Padre,
eccetto Colui che è da Dio . Questi solo ha veduto il Padre”.
Qui ci conduce a osservare e approfondire, la differenza, il rapporto che passa tra l’ascolto e la visione.
Una cosa è
ascoltare, altra cosa è vedere.
Noi possiamo
quindi affermare e riconoscere che tutti hanno la possibilità di ascoltare il
Padre, perché il Padre ammaestra tutti.
Quindi parla a
tutti.
“Dio vuole che
tutti si salvino e giungano a conoscere la sua Verità”.
Dio fa giungere
a tutti l’annuncio della sua Verità, è questa è la Luce che splende nelle tenebre.
La Luce che
splende nelle tenebre è la Parola del Padre che arriva a tutti.
E la Parola del
Padre che si annuncia a tutti, cosa annuncia?
Annuncia la sua
esistenza.
Annuncia la sua
Verità.
Annuncia il suo
Valore.
Annuncia
l’importanza che Egli è per noi.
Questa è la
Parola del Padre che, in tutte le sue opere, in tutta la creazione, in tutto
l’universo parla all’uomo.
Ed è questa la
Luce che splende nelle tenebre.
Ma c’è
differenza tra l’ascoltare il Padre e il vedere il Padre e la differenza ci è
affermata qui.
Noi potremmo
intendere secondo i nostri schemi “naturali” che quando si ascolta si vede.
Generalmente a
scuola, chi è ammaestrato vede il maestro.
Nella vita
naturale, noi generalmente siamo ammaestrati da quello che vediamo, nella vita dello
spirito non è così.
Nella vita
dello spirito, noi ascoltiamo ma non vediamo.
E qui Gesù
afferma che nessuno vede Dio, vede il Padre eccetto Colui che è da Dio: il
Figlio di Dio.
“Chiunque ha
ascoltato il Padre viene a Me”.
Chi ascolta il
Padre, sente il bisogno di vedere il Padre ma la visione del Padre scende
dall’alto, scende da Dio.
La visione è
data al Figlio di Dio.
Possiamo capire
la grande differenza che passa tra l’ascolto della Parola che arriva a noi e la
visione di Dio.
La Parola che
arriva a noi, se ascoltata e capita (insegnamento del Padre), ci mette in
movimento verso-.
La Parola è un
moto verso un qualcosa, è un tendere a-.
La visione
della Luce è invece un discendere da-.
Siccome noi
siamo quelli che riceviamo, siamo coloro che ascoltano, nella misura in cui
ascoltiamo la Parola di Dio, questa ci mette in movimento verso la Luce.
Ma noi non
attingiamo la Luce, se non discendendo da Dio.
La Luce
discende dall’alto.
La Parola mette
in movimento dal basso.
La Parola
arriva al basso, ovunque e provoca un movimento ascensionale, un bisogno, un
tendere verso.
La Luce inizia
a splendere in noi, soltanto dal giorno in cui incontriamo Dio. conosciamo Dio
e incominciamo a vedere le cose da Dio.
La Luce è un
vedere da-.
Soltanto la
Luce ha il potere di trasformare noi, di cambiare noi.
Soltanto la
Luce comunica la vita.
La vita è nella
Luce.
“In principio
la vita degli uomini era la Luce”.
Era non in
quanto non lo sia più, perché la Verità è eterna.
Quello che era
è quello che è, soltanto che noi l’abbiamo trascurata.
Noi abbiamo
cominciato a cercare la nostra vita non più nella Luce ma in altro: in ciò che
non è Luce.
E di qui tutte
le nostre delusioni, tutti i nostri inganni, tutti i nostri fallimenti.
Cerchiamo la
vita ma la nostra vita conclude in un fallimento, anziché trovare la vita, noi
troviamo la morte, il vuoto il nulla.
Abbiamo
sbagliato e sbagliamo il luogo in cui cercare la vita.
La vita è
annunciata e anche il luogo della vita ci è annunciato.
Il luogo della vita
è la Luce ma la Luce viene dall’alto, quindi portati in alto.
Portati presso
Dio, soltanto trovando Dio, tu troverai la Luce che dà vita e che dà Vita
eterna.
Infatti la Vita
eterna, vera, non intesa come vita dopo morte, è quella che si trova nella conoscenza
di Dio.
La Vita eterna
è conoscere Dio.
E qui noi
troviamo una vita che non è più soggetta a delusione.
Non è più
soggetta a cambiamenti, perché la Verità di Dio non muta.
Fintanto invece
che noi cerchiamo la nostra vita in altro, la nostra vita è soggetta a
delusioni, a fallimenti, ad inganni a morte.
Ora qui Gesù ci
precisa che solo il Figlio, Colui che viene da Dio, ha la visione di Dio,
quella visione, quella Luce di cui noi abbiamo bisogno.
Quindi soltanto
camminando dietro Dio e camminando nella fede, la fede ci fa individuare il
Pane che risponde al nostro bisogno.
Camminando
nella fede, perché noi non abbiamo visto il Figlio di Dio, noi il Figlio di Dio
non lo vediamo, perché solo il Padre conosce il Figlio.
Lo conosceremo
anche noi se, per opera del Figlio, arriveremo al Padre.
Quel giorno,
noi conosceremo il Figlio di Dio.
Attualmente no.
Attualmente noi
abbiamo la capacità di riconoscere il Figlio di Dio, come il Pane che risponde
alla nostra fame, se in noi c’è questa fame.
Come Colui che
risponde al bisogno, formato in noi dalla Parola del Padre.
Quindi è la
fame che ci fa riconoscere il Pane.
Noi
identifichiamo il Cristo, come Colui che reca il dono di cui abbiamo bisogno.
Io ho bisogno
di conoscere Dio, se trovo qualcuno che arriva a me parlandomi di Dio, è
proprio questo mio bisogno che me lo fa individuare e ritenere prezioso.
Seguendo Lui,
Lui che ha la visione di Dio, condurrà me a vedere la visione di Dio.
E sarà proprio
in quel giorno, nella visione di Dio, che io scoprirà chi è stato il mio
Maestro, la mia Guida, il mio Pastore, Colui che mi ha portato al compimento
del mio desiderio.
Non già che
qualcuno abbia veduto il Padre, eccetto Colui che è da Dio .
Questi solo ha veduto il Padre. Gv 6 Vs
46 Secondo tema.
Titolo: Differenza tra l’ascolto e la visione. II
Argomenti: Il silenzio di Dio e
dei segni – L’universo è preghiera – L’ascolto del Padre – L’importanza di Dio
– La contemplazione – La paura del silenzio – Vedere per parti – Stabilità e
instabilità – La fine dei segni – La sostanza dei segni – La visione di Dio –
La libertà di Dio – L’incontro con Cristo -
4/ Novembre/1980
In verità, in
verità vi dico: chi crede in Me ha la vita eterna. Gv 6 Vs 47 Primo tema.
Titolo: Credere è capire.
Argomenti: “Avere la vita
eterna” – La promessa di Dio e l’impegno dell’uomo – Restare nelle Parole di
Gesù – Il modo di essere è una funzione del fine – L’abito della fede – La
morale religiosa – Il fine di conoscere Dio – Ascolto e visione – Il tempo di
Dio – Rispettare l’iniziativa di Dio -
9/ Novembre/1980
Teniamo conto
del contesto da cui è sgorgata quest’affermazione.
Precedentemente
abbiamo visto Gesù affermare: “Non mormorate tra voi, perché nessuno può venire
a Me, se il Padre che mi ha mandato non lo attrae”.
E poi ha
affermato: “Saranno tutti ammaestrati da Dio e chiunque ha ascoltato il Padre e
ricevuto il suo insegnamento viene a Me”.
All’ultimo ha
ancora precisato che nessuno ha mai veduto il Padre, eccetto Colui che è da
Dio.
Dobbiamo tenere
presente tutto questo se vogliamo approfondire e capire che cosa Lui voglia
significare per la nostra vita personale con questa sua affermazione: “Chi
crede in Me, ha la vita eterna”.
Siccome la vita
eterna è conoscere Dio come vero Dio, quindi è vedere il Padre, apparentemente
l’affermazione: “Chi crede in Me, ha la vita eterna”, potrebbe tradursi in:
“Chi crede in Me, vede il Padre”.
Ma c’è la
precisazione precedente in cui Gesù dice: “Nessuno ha mai veduto il Padre,
eccetto Colui che è da Dio”,
Cèà una
differenza tra il “credere” e “Colui che è da Dio”.
Perché Colui
che è da Dio è una persona ed è uno solo, “Chi crede in Me”, è un offerta che
Gesù fa a tutte le creature, a tutti gli uomini.
Allora questo
“Chi crede in Me, ha la visione del Padre”, va meditata, va precisata, va
rettificata oltre l’apparenza superficiale.
Perché Gesù
dicendo questo, si presenta come Colui che è da Dio.
Poiché vita
eterna è vedere il Padre, è conoscere Dio, dicendo:”Chi crede in Me ha la vita
eterna”, non afferma che Colui che crede vede il Padre, ma afferma Lui, essere
Colui che è da Dio e che vede il Padre.
E allora il
termine che dobbiamo precisare è questo: “Ha la vita eterna”, questo “avere la
vita eterna”.
Con
quest’affermazione Gesù dichiara che è Lui che è da Dio, che è Lui che ha
veduto il Padre e chi crede in Lui “ha” con sè uno che ha veduto il Padre.
Cioè quel “ha”,
vuol dire “essere con”.
“Essere con”
Uno che ha veduto il Padre.
Quindi: “Chi
crede in Me, è con Uno che ha veduto il Padre”.
Nell’affermare
questo, Gesù offre a noi una possibilità.
Quindi non è che
noi siamo nella vita eterna credendo in Lui o che già noi, credendo in Lui,
conosciamo il Padre.
Ma
dichiarandoci che Lui è Colui che è da Dio e che quindi vede il Padre, dice a
noi: “Chi è con Me, è con Uno che ha veduto il Padre”.
Afferma questo,
per dichiarare a noi che siamo con Lui, abbiamo la possibilità di arrivare a
vedere il Padre, cioè noi abbiamo la possibilità di arrivare ad essere da Dio e
quindi a vedere il Padre.
Ora, in quanto
dice: “Ha la possibilità”, è un offerta, è una proposta che Gesù fa a noi di
vita eterna, cioè di conoscenza di Dio come vero Dio.
Ma
evidentemente ogni proposta è costituita di due elementi, di due fattori: c’è
una promessa (quello che ci è proposto), ma c’è anche un impegno richiesto a
noi.
Infatti Gesù
dirà in seguito: “Sarete veri miei discepoli (credere in Lui), se resterete
nelle mie Parole”.
Ecco l’impegno:
“Restare nelle sua Parole”.
Quindi il
credere è un aprire a Lui ma è anche un permanere con Lui.
“Sarete veri
miei discepoli, se resterete nelle mie Parole e se resterete nelle mie Parole,
conoscerete la Verità”.
Conoscere la
Verità è vita eterna.
“Conoscerete la
Verità e la Verità vi farà liberi”.
Quindi abbiamo
una promessa “Conoscerete la Verità”, e questa promessa coincide con questa
dichiarazione: “Chi crede in Me, ha la vita eterna”.
Però la
promessa è sempre condizionata dall’impegno dell’uomo, questo “restare nelle
sue Parole”.
Ecco l’impegno
sta lì.
E restare come?
Restare fino a
quando?
Noi possiamo
restare per un tratto di strada con qualcuno.
Noi di fronte a
uno che bussa alla nostra porta, possiamo rifiutarci di aprire, noi possiamo
aprire e fermarci un tratto e poi liquidarlo e noi possiamo permanere senza
nessun termine.
Gesù ci dice di
restare nelle sue Parole, fino a quando? Fino a quando conoscerete la Verità.
Quindi questo
“credere in Lui” è un camminare con Lui, è un permanere con Lui, è un restare
con Lui, fino a quando Lui ci avrà condotti a vedere la Verità.
Ad essere cioè
da Dio, tutto da Dio, in modo da potere vedere il Padre.
Qui dobbiamo
precisare un fatto che ritengo abbastanza importante.
Generalmente
quando noi parliamo di impegno con Cristo, lo intendiamo come un “come”: “Come
fare?”, “Che cosa fare?”.
Anche quel
giovane che interroga Gesù circa la vita eterna: “Che cosa debbo fare per
ottenere la vita eterna?”.
Noi poniamo
l’impegno con Dio sempre in termini di “fare” o di “come” o di comportamento.
Il problema
della vita eterna, non è che cosa fare, non è un “come fare?”, non è un
comportarci in un modo invece che nell’altro.
Il problema
della vita eterna, cioè della conoscenza di Dio, il problema del credere in
Cristo, non è un problema di modo di essere, non è quindi un problema di
“come”, è essenzialmente questo problema: “Per che cosa vivere?”.
Il problema
della vita eterna non è un cercare come vivere ma è un cercare per cosa vivere.
Perché noi
nella nostra vita, viviamo sempre per qualcosa.
E vivendo per
qualcosa, andiamo alla ricerca, se crediamo al messaggio del Cristo, andiamo alla
ricerca di cosa dobbiamo fare, di come ci dobbiamo comportare per potere
raggiungere la vita eterna.
E non ci
accorgiamo del principio di confusione che introduciamo in noi.
Perché il modo
di essere nostro è sempre dipendente (è una funzione) da ciò per cui noi
viviamo, da quello che noi cerchiamo.
E quello che
noi cerchiamo, ciò per cui noi viviamo che determina la nostra vita e il nostro
“come”.
Per questo dico
che introduciamo un principio di confusione in noi.
Perché noi
andando alla ricerca di qualcosa di diverso da Dio e poi cercando “come”
dobbiamo fare per avere la vita eterna, noi cerchiamo di metterci un vestito
diverso da quel vestito che ci dà a noi, ciò per cui viviamo diverso da Dio.
E allora
pasticciamo e ci carichiamo di recitazione.
E non siamo mai
autentici, e non possiamo essere autentici.
Qui abbiamo un
principio di confusione della morale.
La vera morale
viene a noi da ciò per cui viviamo.
Quindi il
problema del conoscere Dio, non è che cosa debbo fare, come devo vivere ma a
cosa devo rivolgere la mia vita? Di cosa mi devo occupare?
Cioè è uno
spostamento di fine.
E noi nella
nostra vita abbiamo sempre dei fini, non fosse altro che il fine pratico del
mangiare e del vestire.
Noi abbiamo
sempre dei fini che ci determinano.
E questi sono
quelli che ci fanno essere, che determinano il nostro modo di essere.
Evidentemente
se uno vuole andare a Torino e poi chiede: “Che cosa devo fare per andare a
Genova?”, la prima cosa da dirli è di non andare a Torino.
Noi invece
abbiamo dei fini diversi da Dio e poi chiediamo come fare per arrivare a Dio.
Per questo noi
creiamo un principio di confusione in noi.
Invece la vita
eterna, in quest’affermazione di Gesù è una proposta.
In quanto è una
proposta è un vivere per-, vivere per Dio.
Gesù ci
presenta la conoscenza di Dio, come uno scopo di vita e allora dice: “Chi è con
Me, ha la possibilità di arrivare a questo fine, ma senza di Me, nessuno può
venire al Padre”.
Ecco per
cui:”Dove Io sono, voi non potete venire”.
Quindi senza di
Lui, noi non abbiamo la possibilità, con Lui abbiamo la possibilità, ma va ben
intesa questa possibilità.
Questa
possibilità non è un come, non è un certo comportamento, questa possibilità ci
viene in quanto è un fine.
È quel fine che
Lui ci propone, in quanto ha detto che Lui è Colui che è da Dio, in quanto è da
Dio vede il Padre, vedendo il Padre dà, a tutti coloro che credono in Lui la
possibilità di conoscere Dio.
E essere con
Lui vuol dire permanere e permanere vuol dire avere la stessa meta di Cristo,
perché se noi non abbiamo la stessa meta, non possiamo “essere con”, quindi
sostanzialmente non possiamo credere.
La condizione
quindi per credere è quella di avere lo stesso fine di Cristo.
Allora la
proposta di Cristo è condizionante l’autenticità della nostra fede.
In caso diverso
noi recitiamo un essere con Lui ma sostanzialmente non siamo con Lui.
E allora
esperimentiamo tutta la difficoltà dell’essere con Lui.
Ma se ci
accorgiamo di essere in questa difficoltà, non dobbiamo cambiare i nostri modi di
essere ma dobbiamo rivedere i nostri fini o il nostro fine.
E fintanto che
il nostro fine non è il fine che Cristo ci offre, ci propone, noi non possiamo
essere autenticamente con Lui.
Ecco quindi
quello che già San Paolo diceva a Timoteo: “Sforzati di entrare nella vita
eterna”.
La vita eterna
è un fine, uno scopo che ci viene proposto e ognuno di noi si deve sforzare di
entrare in quella vita eterna alla quale siamo stati chiamati.
Ecco, ognuno di
noi con Cristo è chiamato alla vita eterna, ad entrare nel riposo di Dio, ad
entrare nel suo giorno, il giorno del Padre.
“Sforzatevi di
entrare per la porta stretta” e sforzarsi, fino al punto da raggiungere quella
meta.
***
Noi ci troviamo
già in un ambiente pasticciato.
Quando noi ci
poniamo il problema del “come” è perché sempre ci è sfuggito il problema del
per che cosa vivere.
Introducendo il
“come”, noi introduciamo un principio di confusione morale.
Quindi di
relativismo.
In noi sorge il
“come” quando noi abbiamo già perso il “per che cosa vivere”.
Come
nell’amore, quando io sento il dovere, vuol dire che ho già perso l’amore.
L’amore quando
c’è fa superare tutto.
Ma l’amore è
finalità, è vivere per-.
L’amore non è
un modo di essere.
Nell’amore, uno
è tutto teso a-.
Allora quello
mi fa essere e il comportamento è una conseguenza dell’essere.
Il
comportamento è una conseguenza quasi automatica di questa tendenza verso
l’essere amato.
***
Gesù dice che
la porta è stretta, perché è stretta?
Appunto perché
ci sono tutte queste difficoltà, noi siamo molto immersi nel comportamento.
E siamo poco
immersi nel fine di Dio, cioè abbiamo tanti fini.
Abbiamo una
molteplicità di fini che ci dominano.
Fini pratici
che impegnano la nostra vita...e allora fai un offerta, vai a messa alla
domenica, comportati in un certo modo e poi...
Ma noi stiamo
pasticciando in morale.
La morale è la
strada che segue il fine.
***
L’anima deve
cercare di purificarsi nel fine.
Ed è tutta una
tribolazione, perché fintanto che non arriva ad avere ben chiaro il fine davanti
a sé, quello che deve volere, necessariamente l’anima resta confusa, poiché ha
introdotto in se stessa un principio di confusione.
Il principio di
chiarezza ci è dato dal fine.
Ora la vita
eterna ci è proposta come fine ma non come fine che scatterà al termine della
nostra vita con una ricompensa se mi sono comportato bene, ma come fine che io
devo vivere oggi.
Sforzati oggi,
perché se tu non ti sforzi oggi di entrare nella vita eterna, domani non potrai
mica entrare.
Perché quello
che tu oggi hai fatto di diverso da Dio, t’impedirà domani di aprire la porta.
Perché sono le
nostre azioni, fatte in un fine diverso da Dio che chiudono a noi la porta
della vita eterna e c’impediscono di passare.
Noi siamo
impediti ad entrare non dalle opere di Dio o da quello che Dio è, ma siamo
impediti da quello che noi abbiamo fatto.
Dai fini
diversi, sono questi che c’impediscono di entrare.
Noi
esperimentiamo proprio la difficoltà ad entrare.
Cioè la
difficoltà che è data dalla complicazione della nostra vita.
Per essere
discepoli di Cristo si richiede il restare nelle sue Parole, quindi non
dovremmo mai scostarci di lì.
Quindi quando
sono nell’incertezza non devo muovermi, come non si muove il Figlio di Dio: “Il
Figlio non fa niente, se non lo vede fare dal Padre”.
Perché sa che
se facesse qualcosa, quel qualcosa, immediatamente lo farebbe precipitare nella
lontananza dal Padre.
La nostra
difficoltà nasce da tutto ciò cui noi ci siamo fatti dipendenti, non vivendo
secondo Dio.
Portiamo con
noi tutta una infinità di aderenze, create da quel tempo in cui noi siamo
vissuti senza cercare Dio prima di tutto, senza avere Dio come fine.
“Ma quello l’ho
fatto ieri”, tutto quello che noi facciamo, noi non lo perdiamo mica, quello
che tu hai fatto ieri, ti sta precedendo oggi.
Ti condiziona
oggi, non te lo porti mica solo dietro, ti prepara la strada oggi.
Per cui tu oggi
non puoi fare quello che vuoi.
Noi non siamo
mica liberi.
Anzi, più noi
operiamo e più noi ci chiudiamo in un carcere di cui siamo sempre più schiavi.
Perché oggi
siamo determinati da quello che abbiamo fatto ieri.
Quello che
abbiamo fatto ci predetermina, ci condiziona oggi e ci condiziona domani sempre
di più.
Noi dovremmo
essere capaci a fermarci.
“Fermatevi e
riconoscete chi è Dio”.
Perché tutto
quello che noi facciamo già ci devia.
Non è tu fai
una cosa e poi non ci pensi più, stai fresco!
Tu non ci pensi
più ma quello pensa a te.
E se io non lo
vado a cercare, quello viene a cercarmi.
Resti legato
alle tue opere, non puoi liberarti e liberartene.
È lì la fatica,
la tribolazione, l’agonia.
***
Il problema non
è di moralità.
Noi lo facciamo
di moralità, cioè che cosa devo fare per ottenere la vita eterna.
Non si tratta
di comportamenti, poiché Gesù ti dice di andare dietro di Lui.
Quindi non è
che cosa io debbo fare.
Il problema
della vita eterna è per che cosa tu devi vivere.
La vita eterna
è conoscere Dio come vero Dio.
“Chi crede in
Me, ha la possibilità di conoscere Dio”, perché noi possiamo non avere questa
possibilità.
Chi mi dà
questa possibilità, è Colui che vede il Padre.
Ma se io sono
con chi non vede il Padre, io non ho questa possibilità.
Se io sono con
il mio io o con altri che non vedono il Padre, io non ho questa possibilità: “Perché
dove Io sono, voi non potete venire”.
Tra il finito e
l’infinito c’è un salto.
Tra il parziale
ed il tutto c’è un salto.
Noi siamo
finiti, Dio è l’infinito, quindi c’è un salto.
“Nessuno può
salire in alto se non Colui che discende dall’alto”, ma io debbo credere in
Colui che discende dall’alto.
Ora, Colui che
discende dall’alto, bussa alla porta di casa mia.
Ora, quando uno
bussa, io posso non aprire, se apro credo.
Però in quanto
bussa, già mi rende responsabile.
L’annuncio
arriva a tutti, ecco che il Padre ammaestra tutti.
Dio parla a
tutti.
Parlando si
annuncia, non tutti credono, non tutti sono ammaestrati.
Credere vuole
dire aprire l’uscio.
Aprire e
lasciare entrare, ma tu lasci entrare in casa l’infinito.
Non tutti
credono.
Non tutti sono
ammaestrati.
Ora tu uomo,
creatura finita lasci entrare in te l’infinito, ti rendi conto di cosa vuole
dire???
Cioè è uno che
ti occupa tutto ma sovrabbonda ancora, perché è infinito.
E solo Lui dà a
noi la possibilità della Pasqua, cioè del passaggio dal nostro finito al suo
infinito.
E come ce lo
dà?
Ce lo dà
parlandoci dell’infinito.
Non basta però
che la Parola arrivi a me.
La Parola è
messaggio, è annuncio e per giungere alla visione c’è un salto.
Io devo restare
con Colui che parla con me, fino ad arrivare alla visione.
Non basta che
io lo ascolti soltanto per un certo tratto di strada, perché altrimenti resto
nella Parola e la Parola non mi cambia.
La Parola mi
mette in movimento, sì, però se io interrompo l’audizione ritorno nel mio mondo
di prima e forse peggio di prima, perché ho perso la speranza.
Prima di
incontrarlo posso avere la speranza di incontrarlo, ma se l’ho incontrato e l’ho
perduto, ho perso la speranza.
Quindi l’ascolto,
da solo non mi dà la vita eterna.
Mi annuncia la
vita eterna, mi parla della vita eterna, ma io debbo restare nell’ascolto del
Figlio di Dio, fino a quel punto in cui il Figlio di Dio mi porta a vedere il
Padre.
È la visione
quella che mi trasformerà in creatura nuova.
È la visione
che trasforma, non è l’audizione.
L’audizione mi
propone.
Ma la Parola
che arriva a me, proprio in quanto mi propone, richiede impegno e impegno
costante fino ad arrivare alla visione.
Qui sono un
essere che nasce dall’infinito, dal tutto e quindi ho la possibilità di vedere
il parziale, ho la possibilità di vedere il frammento, ho la possibilità di
vedere il finito.
Allora divento
figlio di Dio.
***
Noi non
vogliamo mica rifiutare Dio, però facciamo delle scelte che rifiutano Dio e poi
andiamo a cercare come comportarci per giungere alla vita eterna, siamo in
quest’ambiguità qui.
Manca la
convinzione che il problema essenziale della nostra vita è Dio.
Fintanto che
non prendo consapevolezza di quello che Dio mi propone, io non m’impegno in
quello che Dio mi propone.
Nel silenzio
prendo consapevolezza dell’importanza che ha per me conoscere Dio.
La
consapevolezza nasce da questo rapporto intimo e personale tra la mia anima e
Dio.
Il criterio d’importanza
è relativo a quelli che sono i nostri pensieri attuali e se i nostri pensieri
si rivolgono a presenze relative, diamo importanza alle cose relative e
passeggere e non all’assoluto.
***
La
consapevolezza del Fine è quella che mi dà la possibilità d’impegniarmi nella
ricerca di Dio, ma ho bisogno di incontrare Cristo per realizzarla.
In verità, in
verità vi dico: chi crede in Me ha la vita eterna. Gv 6 Vs 47 Secondo tema.
Titolo: Camminare nelle Parole.
Argomenti: La
proposta di vita eterna – La falsa morale – La fede in Cristo – L’amore per i
fratelli – La morale è relativa al fine – L’anima della legge di Dio – Gli apostoli
– La persona – La proposta di Dio e la scelta dell’uomo.
11/ Novembre/1980
Quel “Avere
la vita eterna” è la promessa, è “avere” la possibilità di conoscere Dio.
Perché “credere
in Me”, vuol dire “essere con Lui“, chi è con Lui non è che abbia la conoscenza
del Padre ma ha la possibilità, perché è con Uno che ha la visione del Padre.
Se vede il
Padre solo Colui che è dal Padre, chi è con Colui che vede il Padre, non ha la
visione del Padre, ma ha la possibilità, se permane di vedere il Padre.
Quando si è
con Uno, si ha la possibilità di passare al pensiero di quell’Uno, però bisogna
permanere quel tanto necessario per giungere alla conoscenza del Padre.
Per cui c’è
una promessa di vita eterna ma c’è anche un impegno.
E abbiamo
visto che tra la proposta e l’impegno c’è la valutazione che richiede silenzio
e raccoglimento per scoprire l’importanza che ha per noi, la promessa di
Cristo.
Le promesse
che arrivano a noi, sono da noi valutate e a seconda della valutazione, c’impegniamo o meno in
esse.
Allora se c’impegnamo
con Lui, Cristo ci conduce dove ci promette, cioè a vedere il Padre.
***
Il “Come”, la
morale è una conseguenza del vivere per-.
Noi viviamo
per altro da Dio e poi cerchiamo il “come” giungere a Dio.
Allora
alteriamo e creiamo false morali.
La nostra
vita all’atto pratico è vivere per tanti scopi diversi da Dio e poi andiamo a
cercare come fare per avere la vita eterna.
E allora noi
creiamo una morale recitata.
Complichiamo
il nostro problema e confondiamo le nostre idee.
La nostra
vera morale è relativa al fine diverso da Dio per cui viviamo, la morale di Dio
è una morale che aggiungiamo e che ci confonde.
Per cui
abbiamo una morale relativa.
Noi chiediamo
come dobbiamo fare per arrivare alla vita eterna.
Noi non
dovremmo preoccuparci del come, noi dovremmo preoccuparci: “Per che cosa devo
vivere?”.
Cristo viene
a presentarmi una cosa per cui debbo vivere, che debbo cercare, di cui mi devo
occupare.
Invece noi
vivendo per altro da Dio, andiamo a cercare cosa fare per Dio.
Ci vestiamo
di un abito non fatto su nostra misura, perché l’abito fatto a nostra misura è
determinato dal nostro fine.
Quindi tutta
la morale che noi ci sobbarchiamo per essere religiosi ci sta male addosso,
perché entra in conflitto con nostro il fine diverso da Dio.
La nostra
vera morale è determinata da ciò per cui noi viviamo.
***
Il Credere
non è determinato dal Cristo ma dall’ascolto del Padre.
L’ascolto del
Padre crea in me attrazione.
Quest’attrazione
del Padre mi porta a credere in Cristo.
È l’affinità
di interesse che mi porta a credere in colui che mi parla di quell’interesse.
Il Padre
ammaestra tutti, non ricevono questo ammaestramento.
Chi lo riceve
si ferma in ascolto del Padre.
Per essere
ammaestrati bisogna fermarsi in silenzio con il Padre.
Nel silenzio
l’anima è convinta dell’importanza che per lui ha il conoscere Dio.
Allora qui
entra nell’attrazione del Padre.
Quest’attrazione
lo conduce a credere a Cristo.
Perché Cristo
è quello che risponde al suo interesse.
La fede in
Cristo mi rende attento a ciò di cui Egli mi parla e mi fa restare fino alla
meta che è la conoscenza di Dio.
Ma quella
meta era già stata seminata dal Padre in me quando l’avevo ascoltato.
Cristo
conduce al Padre le pecore disperse di Dio, che appartengono a Dio, se
appartengono vuole dire che sono attratte.
Desiderano,
però si sentono disperse.
Il Cristo ha
il compito di prendere la dispersione di queste anime e portarle in quell’ovile
al quale esse appartengono.
***
La morale è l’insieme
di tutte quelle tappe, di quel cammino che mi conduce alla meta.
La morale è
determinata dalla meta.
Se io ho come
meta farmi tanti soldi, la mia morale è quella che mi determina le scelte per
farmi tanti soldi.
La moralità è
determinata dalla meta.
La morale
altro non è che adeguazione alla meta.
Tutto quel
coordinamento di norme per arrivare alla meta.
La morale
religiosa è quel coordinamento di tutti quei mezzi che mi conducono alla meta.
Ma io devo
avere presente la meta.
Utilizzare
dei mezzi senza avere la meta è solo recitazione.
Mi accorgo
che c’è la frattura, per cui uno non è soddisfatto.
***
Noi possiamo
arrivare a Dio solo attraverso la Parola di Dio, non è sufficiente il nostro
impegno.
Per cui è
necessaria l’adesione alla Parola, poiché la Parola di Dio è una Parola
infinita.
Noi siamo in
un mondo finito, non possiamo fare il passaggio dal finito all’infinito, se non
attraverso questo infinito che arriva fino a noi, però è una parola superiore a
noi.
Tant’è vero
che la Parola di Cristo c’impegna, appunto perché ci offre un infinito che ci
costringe a rivedere, a trascendere tutte le nostre conoscenze finite.
***
Cristo
venendo tra noi ci conduce a capire per che cosa dobbiamo vivere.
Cristo
venendo tra noi, scalpella tutto l’edificio della morale, della legge che è
stato costruito malamente sopra la legge e il profetismo, ritenendo che fossero
un “come”.
Perché loro
avevano dimenticato il comandamento principale che dice che l’anima di tutto è “Ama
il Signore con tutto te stesso”.
Amare vuole
dire cercare.
Cristo stesso
è il compimento della legge, prima di tutto perché toglie tutte le scorie e poi
perché rivela l’anima della legge.
Il compimento
della legge è proprio rivelare l’anima della legge.
Noi generalmente
osservando una norma, vediamo solo il modo di essere.
Lo spirito
era già nella legge, Cristo è venuto a metterlo in evidenza.
Lui essendo
Figlio di Dio, sapeva esattamente cosa c’era nella legge.
Infatti Lui
dice che anima della legge è: “Ama il Signore Dio tuo con tutto te stesso”.
“Ama” quindi
cerca, perché chi ama cerca di conoscere l’essere amato.
E chi dice di
amare ma non cerca di conoscere non ama.
L’amore è desiderio
di conoscenza.
Invece l’anima
della legge è stata trascurata, perché noi abbiamo altri amori e allora abbiamo
messo in evidenza il comportamento, il non rubare e non uccidere.
Lì abbiamo costruito
un edificio di legalità e moralità che ci sta male.
Gesù si
accanisce con queste norme morali come il sabato e scandalizza e viene mandato
a morte proprio per questo.
Se gli apostoli
hanno seguito il Cristo, l’hanno seguito perché hanno visto in Lui Colui di cui
hanno parlato Mosé e i profeti.
Se l’hanno
visto, vuol dire che portavano già in sé l’anima di quella legge.
Mentre invece
i farisei non avevano l’anima della legge e non lo hanno riconosciuto.
Se i
discepoli hanno ascoltato il Cristo, lo hanno ascoltato perché erano attratti
dal Padre.
Avevano cioè
la finalità giusta, quando Gesù gli chiede se vogliono andarsene rispondono che
Lui solo ha parole di vita eterna.
Vuol dire che
a loro stava a cuore la vita eterna.
“Tu solo
parli di ciò che ci sta veramente a cuore”.
Poi ci sono
le oscillazioni tipiche di ogni creatura in cammino, però l’orientamento al
fine c’era.
Abbiamo detto
spesso che le grandi distinzioni vanno fatte fra anima che sa quello che vuole
e anima che non sa quello che vuole.
L’anima che
vuole conoscere Dio magari è debole su quella strada: venialità e poi abbiamo l’anima
che vuole ben altra meta e allora abbiamo il peccato mortale, perché non
cammina verso la vita.
Evidentemente
se gli apostoli hanno individuato Colui che rispondeva al bisogno della loro
anima, evidentemente questo bisogno della loro anima c’era.
Pietro s’esalta,
pasticcia, tradisce, ritorna, però non scappa.
Se non scappa
da Gesù è perché Lui sa che vuole quello.
Quindi c’è
una vocazione fondamentale in costoro, che non c’era invece nei farisei.
L’anima degli
apostoli non era più la legge ma l’amore per Cristo.
Loro
addirittura trascurano le norme della legge e sono rimproverati dagli altri,
però Gesù li difende.
Per gli
apostoli il Maestro era Tutto.
C’era l’amore,
per loro contava quello, perché: “Tu solo hai parole di vita eterna”.
L’animo umano
si rivela nel momento in cui fa le scelte.
Attraverso la
vita Dio ci conduce sempre a fare delle scelte.
L’iniziativa
è sempre di Dio.
Noi diamo
sempre solo delle risposte, ma proprio nelle risposte noi incominciamo a
formarci come persona.
La persona si
forma in quanto risponde.
Ma noi non
potremmo rispondere se non fossimo interrogati.
Dio è Colui
che c’interroga, ci fa delle proposte, di fronte a queste proposte, noi ci
qualifichiamo e diventiamo persone, però l’anima di questa persona ce la dà
Lui, perché è Lui che ci fa la proposta.
Se Lui non c’interrogasse,
noi resteremmo materia grezza.
Siccome Dio è
Colui che ci fa delle proposte, Lui ci qualifica in base alle nostre risposte.
E la nostra
anima si rivela nel rispondere, non nell’ascoltare la proposta.
Di fronte
alla proposta: “Volete andarvene anche voi?”, c’è una scelta da fare e nella
scelta l’anima si qualifica, quindi prende consapevolezza di quello che dice.
E quando
Pietro risponde:”Tu solo hai parole di vita eterna”, praticamente dice: “A noi
sta a cuore la vita eterna, quindi se anche Tu parli difficile e tutti scappano,
noi non molliamo”.
Qui gli
apostoli hanno rivelato una passione per-.
Quando un
anima mi dice che è disposta a perdere tutto ma non quello, mi rivela la sua
finalità.
Mi rivela
quello che ha messo al di sopra di tutto.
L’anima degli
apostoli è questa, proprio quella che si rivela in quel momento lì.