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Gesù, sapendo che stavano per venire a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sulla montagna, tutto solo. Gv 6 Vs 15 Primo tema.


Titolo: Scappare dalle intenzioni diverse dal Padre.


Argomenti: Gesù è re della verità, non dei bisogni materiali  degli uomini(4) Interpretare personalmente il vangelo(5) Dio parla personalmente(6) Le parabole quotidiane(9) Fraintendere o intendere le parabole(11) Vedere il Verbo negli avvenimenti(13) Gesù non ha visto nei 5000 l’intenzione del Padre(15) Quando non vediamo l’intenzione del Padre dobbiamo ritirarci soli(15) La luce di Dio convince(17) Le tentazioni(19) L’intenzione di Dio non coincide mai con la nostra(22) La Vita viene a noi dal riportare a Dio(23) Cristo motivo di morte o salvezza(25) La fede(26) Il silenzio(27) Il Natale(29) La droga del lavoro(30) Il tempo dell’attesa(32) Il coraggio di perdere la propria vita(33) L’incapacità a restare fermi(34) Accantonare i nostri problemi per dedicarsi al problema di Dio(37) La solitudine nel non toccare nulla di Dio(41) Dio vuole farsi esperimentare(42) La parola di Dio illumina la parola di Dio(50) Pensieri di fine anno(57) Dimenticare noi stessi per far essere l’altro(1.00) Lontano da Dio, Dio ci ingolfa nei problemi(1.07) L’anima dei comandamenti(1.08) Capire l’essenziale(1.12) Amore e presenza(1.14) Restare delle parole di Cristo(1.15) L’essere deriva dal conoscere(1.16) La paura della morte(1.18)


 

31/Dicembre/1979





Gesù, sapendo che stavano per venire a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sulla montagna, tutto solo. Gv 6 Vs 15 Secondo tema.


Titolo: La Preghiera.


Argomenti: Fame e sazietà. La possibilità di tradire. Amare è scegliere. Dio diventa tutto nella misura in cui ho speso tutto per Lui. Fuggire quando non si vede l’intenzione di Dio. La preghiera vocale. Pregare è ascoltare. Il silenzio dentro di noi. La fonte del rumore. Il parlare. Pregare sempre. Restare nella Parola. Lavoro e preghiera. Il Padre nostro. Schiavi delle parole che diciamo . Il tempo sprecato.

 


 

1/Gennaio/1980


Pensieri tratti dalla conversazione condotta da Luigi Bracco:

Eligio: Il concetto di sazietà è un fermarsi ma nello spirito fermarsi è un regredire...

Luigi: Fintanto che ci sono dei frammenti è segno che il lavoro è incompiuto; però la sazietà è sempre relativa alla fame. Quando c’è poca fame la sazietà arriva presto. Noi possiamo non sentire la fame, possiamo sentire una fame relativa e possiamo avere la fame di Dio. Dio opera per condurci nella fame infinita che ci rende partecipi della vita eterna. È la fame infinita che ci rende partecipi; perché quello che rende capaci di assimilare il cibo è la fame. Dio opera nella nostra vita per formare la fame. La fame evidentemente adeguata al suo cibo; il cibo che Lui vuole donarci, il cibo che è la conoscenza della sua Verità, è Lui stesso. Lui è un essere infinito, che diventa per noi vita infinita, e questo presuppone una fame infinita, cioè presuppone che in noi si formi una fame adeguata all’infinito divino che Egli è come pane. Infatti nella parabola del convito Lui stesso è il convito; e questo formare i servi ad invitare è formare la fame (Mt 22,1-10). Quindi, Dio nella nostra vita sta operando su di noi per formare in noi la necessità, la convinzione del bisogno che abbiamo di Dio; forma in noi la fame, e la fame è bisogno. Ecco, Dio opera per convincerci di questo. Noi abbiamo la possibilità di avere tante fami, e Lui opera poco per volta per formare di tutte queste fami un’unica fame; se noi lo lasciamo fare Lui forma questo. Nello spazio di qualche decina di anni Lui ci ha formato questa fame; siamo delle creature in formazione; dobbiamo lasciarci formare. Però il più delle volte invece noi soffochiamo questa fame, in quanto la disperdiamo alla ricerca di atri beni; cioè proiettiamo la fame che Dio forma in noi verso le creature, verso il denaro, verso la carriera, verso le sicurezze del mondo, e naturalmente questo indebolisce l’opera di Dio in noi, indebolisce la formazione della vera fame. E ad un certo momento non siamo più capaci di assimilare il cibo di Dio, anzi ci diventa estraneo, astratto, difficile, “non abbiamo tempo”, ma il fatto di trovare il cibo di Dio difficile, duro, “questo parlare è duro” (Gv 6,60), difficile, astratto, il fatto di non aver tempo è significativo, è mancanza d’amore. Ora, la mancanza d’amore non è dovuto al fatto che Dio non ci abbia creati per l’amore, ma la mancanza d’amore è dovuta dal fatto che noi ci siamo dispersi in tanti amori. I tanti amori hanno in noi annullato, distrutto il vero amore. Però questa possibilità di avere molti amori è ancora la possibilità di guadagnare il vero amore, perché noi abbiamo la possibilità di guadagnare il vero amore nella misura in cui noi abbiamo la possibilità di tradire l’amore. Il giorno in cui noi non potremo più tradire l’amore non avremo più la possibilità di aumentare l’amore. Ma fintanto che abbiamo la possibilità di essere infedeli, di tradire l’amore, di avere altre fami, abbiamo la possibilità di accrescere, perché abbiamo la possibilità di spendere, di sacrificare, di testimoniare quello che sciupiamo, quello che sprechiamo, quello che diamo via, quello cui rinunciamo per questo amore. E allora lì si rivela…; praticamente Dio dà a noi la possibilità di tradirlo tanto per dare a noi la possibilità di accrescere tanto il suo amore. Direi: Dio dà a noi, potenzialmente, la possibilità di accrescere questo amore all’infinito; lo mette nelle nostre mani. Lui lo forma, poi lo mette nelle nostre mani; perché nella misura in cui uno ha la possibilità di spendere, di sacrificare per un amore, cresce in questo amore; crescere in questo amore vuol poi dire crescere nella possibilità di conoscere; crescendo la fame si ha la possibilità di conoscere. Allora, succede questo: quando il nostro amore è debole si sazia con facilità, non ha bisogno di tanto; magari basta che ci fermiamo una volta alla settimana, cinque minuti a pregare il Signore, e siamo più che soddisfatti, a posto, al punto da dire: “cosa vuole di più il Signore?”. Arriva un certo momento in cui ci accorgiamo che il nostro amore ha bisogno di un tempo pieno. Ecco, l’amore quando cresce tende ad una presenza sempre più continua, ad una permanenza ad un restare sempre con-.

Amare vuol dire: desiderare di restare con-; ecco, si inizia vedendosi una volta all’anno, poi una volta ogni sei mesi, poi una volta ogni mese, poi una volta ogni settimana, poi tutti i giorni, e ad un certo momento sempre. Ecco, è amore che cresce, ma è anche amore che si può perdere, perché abbiamo occasione di tradire. Quindi in quanto abbiamo occasione di crescere l’amore, abbiamo occasione di perdere l’amore, perché abbiamo la possibilità di tradire l’amore. Il giorno in cui non avremo più la possibilità di tradire non avremo più la possibilità di aumentare nell’amore. E allora saremo stabilizzati in una certa capacità di conoscenza, non potremo più aumentare. Quindi, fintanto che noi siamo qui, che abbiamo possibilità di tradire l’amore, siamo in una situazione di grazia, perché abbiamo la possibilità di crescere molto in questo amore; e come dico, fino ad avere una fame infinita.

Nino: La conoscenza è direttamente proporzionale all’amore.

Luigi: Sì, l’amore inteso come lasciare per-; perché l’amore è scelta, e abbiamo anche detto che la vita è scelta; e la vita è amore sostanzialmente. Scegliere vuol sempre dire lasciare. Non si può parlare di una scelta quando non si lascia. Quando uno non ha più niente da lasciare, non ha più niente da scegliere; cioè, è obbligato a quella scelta. Ma quando uno è obbligato a quella scelta, è bloccato, non cresce più. Ecco, fintanto che noi abbiamo la possibilità di lasciare, abbiamo la possibilità di scegliere, quindi di accrescere una vita, di crescere nell’amore. Noi non ci rendiamo conto che l’essenza della vita è la scelta. Vivere è scegliere, ma il scegliere è sempre un lasciare. Noi il più delle volte scegliamo senza lasciare; diciamo: “io ha scelto, però non voglio lasciare”, sostanzialmente non scegliamo. Noi crediamo di scegliere, nominalmente, però non lasciamo; ma non lasciando non scegliamo. E quindi, il fatto di non scegliere praticamente è un rinunciare a vivere; è una cosa di cui noi non ci rendiamo abbastanza conto.

Luisa: Allora vivere è libertà.

Luigi: È espressione di libertà. Noi viviamo nella misura in cui scegliamo, ma scegliamo nella misura in cui lasciamo. E Dio ci dà tutto un capitale da lasciare, da spendere. Molte volte faccio l’esempio di gente che entra in negozio, che vuole magari comperare, ma non vuole spendere; e allora o ruba o non può prendere niente. E noi, generalmente, nella nostra vita vogliamo comperare ma non spendere. Invece riusciamo veramente a comperare nella misura in cui spendiamo il capitale che Dio ha messo nelle nostre mani. Il capitale che Dio ha messo nelle nostre mani è la possibilità di amare tante cose, di rivolgersi a tante altre cose anziché a Dio. Inizialmente Dio per noi è un pensiero, è un punto; il regno di Dio è piccolissimo seminato in noi come un seme, ed è uno dei più piccoli semi (Mt 13,32). Nella misura in cui spendiamo per fare attenzione a questo seme, questo cresce si sviluppa e ad un certo momento diventa pianta maestose, diventa tutto.

Ma Dio diventa per noi tutto nella misura in cui noi abbiamo speso tutto.

Se spendiamo poco, Dio diventa poco per noi; se spendiamo niente, Dio diventa niente per noi, e tutto il resto diventa tutto; e a quel punto noi viviamo per il denaro, per la carriera, per le creature, per il mondo, per la politica, per la società, per le notizie, ecc. Noi viviamo per tutte queste cose, e Dio per noi diventa niente; magari diventa un qualche cosa che si aggiunge, una recitazione. Dio diventa tutto nella misura in cui noi spendiamo tutto quello che noi abbiamo per Lui; ed è lì che entriamo nella preghiera.

La preghiera è l’argomento che avete sollecitato ieri sera: “Gesù, accortosi che stavano per farlo re, si ritrasse tutto solo sul monte” (Gv 6,14). Ecco, dobbiamo chiederci quale lezione Dio abbia voluto dare a noi con questo ritirarsi e non accettare di essere fatto re da costoro che volevano farlo re; Lui che effettivamente era re, cioè è Re. In altri luoghi Lui accetta di essere fatto re, proclama di essere Re. Qui invece abbiamo visto che non ha accettato perché non ha voluto riconoscere il motivo per cui lo volevano re. Loro lo volevano re perché aveva moltiplicato i pani; Lui lì non ha visto l’intenzione del Padre; e non vedendo l’intenzione del Padre è scappato; perché “il Figlio non può fare niente se non lo vede fare dal Padre” (Gv 5,19). Ecco, ieri sera ci siamo chiesti: quale lezione ci ha voluto significare?

In sostanza è questa la lezione che Dio ci vuol dare: là dove non vediamo in quegli argomenti, in quei problemi, l’intenzione del Padre, l’intenzione di Dio, dobbiamo scappare, altrimenti quelli ci incatenano come salami. Ecco, Gesù è liberatore, viene a noi per liberarci, e quindi dà a noi lezioni di liberazione; Lui si è liberato, si è sottratto dall’essere fatto re, perché se avesse accettato di essere fatto re, l’avrebbero legato come un salame, invece Lui è scappato sul monte; così facendo Egli insegna a noi il come ci si deve comportare in simili situazioni. Cina giustamente ci ricorda che molte volte il Vangelo ci  presenta un Gesù che sale sul monte, da solo, a pregare.

Il secondo aspetto della lezione che da il Signore in questo episodio è la preghiera; questo salire al monte dice tanto, in quanto il monte è simbolo di preghiera. Il monte è simbolo di allontanamento, di distacco. Lui si separa da-, sale da solo; perché, Egli dice: “quando vuoi pregare non metterti in gruppo entra nel silenzio della tua stanza, chiudi l’uscio – ecco la montagna – e lì rivolgiti al Padre che è presente nel segreto e ti ascolta”  (Mt 6,5-6). Perché la vera preghiera è costituita dalla presenza del Padre (se non si è alla presenza di Dio non si può pregare). Abbiamo detto che la vera preghiera è l’ascolto. La condizione per poter ascoltare è che ci sia qualcuno presente, che parli a noi. E il secondo aspetto della preghiera, è che ci sia il silenzio; e il silenzio è distacco, è salire al monte. Si sale al monte per fare silenzio. Infatti coloro che vanno in montagna lo sanno questo, soprattutto quando si va da soli: si lascia tutto il rumore (la valle è il simbolo del rumore) per salire in un luogo di silenzio, dove si può raccogliere. Ora, è terribilmente difficile questo silenzio per noi, perché Dio parla, Dio è presente, ed è presente nonostante noi, ovunque noi siamo Lui è presente, ma siamo noi gli assenti. Noi siamo gli assenti perché non siamo capaci a far silenzio. E non siamo a far silenzio perché non siamo capaci a rompere come Gesù qui ha rotto. Il silenzio è sempre una rottura. Bisogna imparare a dire molti “no”, per arrivare a dire il vero si. Il vero “si”, si dice in questo silenzio, in questa adesione, in questa attenzione a Dio. Ma per poter arrivare a dire questo “si”, bisogna imparare a dire molti “no”. È un problema di scelta. Bisogna saper abbandonare tante cose per entrare nel luogo della preghiera; bisogna avere questo coraggio di lasciare; soprattutto di non lasciarci esaltare da coloro che vogliono farci re. Infatti quante creature vogliono farci centro della loro vita; ecco, il Signore, qui ci insegna: quando non vedi l’intenzione del Padre, quando non vedi la volontà di Dio, scappa, fuggi, e fuggi nella preghiera, nel raccoglimento. C’è bisogno di raccogliere quando non vedi l’intenzione di Dio.

Eligio: In che rapporto sta la preghiera vera, dell’ascolto, e la preghiera fatta, per esempio dai monaci, o la preghiera recitata?

Luigi: È introduzione; anche la nostra preghiera vocale è introduzione. Noi il più delle volte riteniamo di aver pregato dopo aver detto un Rosario, o abbiamo detto qualche preghiera; no! ti sei preparato a pregare. Cioè, con la preghiera vocale noi prepariamo la nostra anima, cioè sgombriamo la nostra anima da tante altre cose per raccogliere il Pensiero di Dio; ci ammoniamo a vicenda. Anche qui, conversando, ci ammoniamo a vicenda per prepararci a pregare; ma poi la preghiera va fatta nel silenzio della nostra camera, perché è un fatto personale. Ad esempio: se dopo queste conversazioni, noi non raccogliamo nel segreto della nostra stanza ciò che abbiamo udito alla Presenza di Dio, questo se ne va, è seme sparso sulla strada, “gli uccelli del cielo lo portano via”, bisogna che quello che sentiamo conversando, poi dopo, nel segreto, a tu per tu con Dio, personalmente si rivela l’amore. L’amore è sempre un fatto personale; non si ama in gruppo, si ama personalmente, e si concepisce personalmente. Quello che mangia non può servire all’altro; ecco, ci sono delle funzioni che sono essenzialmente personali, e sono segni; soprattutto si concepisce personalmente. Questo per dire che si entra nella vita vera con Dio, sempre a tu per tu, personalmente; tutto ci aiuta perché tutto è opera di Dio per farci entrare nel tempio, ma nel tempio si entra uno per volta.

Allora, quando noi preghiamo a parole, ammoniamo la nostra anima a raccogliersi nel pensiero di Dio; Gesù dice: “quando pregate dite: Padre nostro…”, ma questo non smentisce il “quando vuoi pregare entra nel silenzio della tua stanza, chiudi l’uscio e lì rivolgiti al Padre”. Quindi, quando diciamo “Padre nostro”, noi ammoniamo la nostra anima, soprattutto la nostra mente, a raccoglierci alla presenza del Padre. Ma quando l’abbiamo ammonita, non dobbiamo dire: “adesso ho pregato”; no! Adesso ti sei preparato a pregare, non hai ancora ascoltato. Ecco, quando ti sei preparato a pregare ascolta. Se io vado a trovare una persona e suono il campanello e poi scappo, non è che io incontri quella persona o ascolto quella persona; certo, sono arrivato a suonare il campanello, mi sono preparato a incontrare quella persona. Noi facciamo sempre così: suoniamo il campanello e poi scappiamo e poi diciamo: “sono andato da quella persona”; no! Abbiamo suonato il campanello di quella persona, poi siamo subito scappati, non ci siamo fermati con quella persona. Dovevi fermarti ad ascoltare quella persona.

Ora, quando noi preghiamo a parole ci prepariamo a pregare, non abbiamo ancora pregato.

Pregare è ascoltare, quindi è silenzio di tutto quello che è nostro, di tutto di noi. Quindi è silenzio non soltanto ambiente di silenzio, fuori, attorno a noi, ma il silenzio dentro di noi. Perché il più pericoloso è il rumore dentro di noi; il più difficile è il silenzio dentro di noi; perché anche quando noi andassimo in un deserto, porteremmo ancora dentro di noi tutto il mondo nostro che fa rumore, che urla. Ecco, lì è molto importante cogliere la fonte del rumore interiore che ci impedisce di pregare, cioè che ci impedisce quel silenzio che ascolta Dio.

E qual è questa fonte del rumore. La fonte del rumore non viene dall’esterno. La fonte del rumore è il pensiero di noi stessi; sono le parole che noi diciamo quando non vediamo l’intenzione del Padre. Tutte le volte che noi parliamo senza vedere l’intenzione del Padre, senza quindi ubbidire al Padre, parliamo senza ascoltare il Padre, noi siamo una sorgente di rumore, ma di rumore dannoso.

I medici lo sanno che il rumore è veleno; quindi è dannoso per noi, conduce alla morte; ed è il rumore del nostro io, delle parole dette dal nostro io quando non è in ascolto della volontà di Dio, del Pensiero di Dio. Deve essere Dio che parla.

Nino: Dio ci chiede di superare il pensiero di noi stessi.

Luigi: E cercando Dio conosciamo noi stessi; più conosciamo Lui più capiamo anche tutti i nostri problemi. 

Nino: È Lui che ci rende capaci; però è altrettanto utile capire se sei con Lui, come il capire se non sei con Lui; se sei solo con te stesso.

Luigi: L’uomo non muore, l’uomo si uccide. L’uomo è creato per la vita.

Silvia: Comè possibile fare silenzio dentro di noi?

Luigi: Prima di tutto ho detto che la fonte del rumore interiore è il pensiero del nostro io. Il pensiero del nostro io ci gioca molto; dobbiamo quindi imparare a non parlare tutte le volte che sentiamo voglia di parlare. Ecco perché dicevo che arriva un momento in cui qualcuno ci dice anche: “adesso non parlare più”. Noi siamo molto portati a parlare per sentimento, per reazione, per stimolo. Invece bisogna imparare ad amare molto il silenzio e soprattutto a non parlare tutte le volte che hai voglia di parlare. Bisogna imparare a mettere degli intervalli: sospendi un momento, aspetta un momento; cioè dobbiamo controllare un po’ noi stessi, perché il nostro parlare deve procedere da Dio. Cioè, dobbiamo chiederci prima di parlare: il tuo pensiero è mosso da Dio?

Hai presente Dio nella tua mente? Se la risposta è sì, allora parla, e quella parola lì non fa rumore. Ecco, quando la nostra parola procede dalla presenza del Pensiero di Dio in noi, quello non fa rumore in noi e non ci incatena, ci lascia liberi.

Silvia: Qualcuno diceva che ad ogni respiro pensava Dio...

Luigi: Dio ci chiama ad una preghiera continua: “Bisogna pregare sempre” (Lc 18,1), perché è necessario raccogliere tutto alla presenza di Dio. Dio è con noi sempre; Dio non è con noi ad intervalli, siamo noi che siamo incapaci a restare con Lui. E direi che tutta la fatica che facciamo fare a Dio è proprio questa pazienza per cercare di educarci a restare con Lui come Lui resta con noi. Lui è con noi, nonostante noi; noi siamo chiamati a restare con Lui come Lui è con noi, ad amarLo come Lui ci ama, a conoscerLo come Lui ci conosce. Ecco, entreremo nella vita soltanto in questa misura; altrimenti c’è sempre questo dislivello che lascia in noi un senso di tristezza, perché Lui ci ama, Lui è presente e noi non amiamo, noi siamo assenti. Quindi sapendo che la fonte del rumore è il pensiero di noi stessi bisogna abituarci a far tacere il pensiero del nostro io, e tutte le volte che il nostro io tende a partire, a parlare, bisogna soffocarlo, superarlo; perché ? Perché è Dio che deve parlare, non sono io. Bisogna imparare a lasciarci guidare in tutto dallo Spirito di Dio. “I figli di Dio si riconoscono in questo – dice S. Paolo - in tutto si lasciano guidare dallo Spirito” (Rm 8,14). Si riconoscono, quindi si distinguono: i figli di Dio si lasciano guidare dallo Spirito; noi da che cosa ci lasciamo guidare?

Gesù precisa: “Il figlio non può fare niente se non lo vede fare dal Padre”; qui, in costoro che lo volevano fare re, non ha visto l’intenzione del Padre, ma ha visto un'altra intenzione. Egli ha visto in costoro il bisogno di mangiare soddisfatto; quindi se eleggevano Lui come re è perché aveva soddisfatto la loro fame: “è stato buono, facciamolo nostro re”; qui domina il sentimento, qui non c’è l’intenzione del Padre. E allora Lui non accetta questo, quindi non lasciarti muovere là dove non vedi l’intenzione del Padre. È un lavoro lunghissimo, magari chiede tutta una vita; non importa! Il cammino però è questo. Non importa arrivare alla meta, l’importante è vedere la strada; poi magari fai un passo piccolo piccolo su una strada lunga magari cinquanta chilometri, bene, hai fatto un passo positivo; basta questo. L’importante che tu veda qual è la strada vera, dove Dio ti chiama.

Luisa: Alcune volte viene la voglia di dire: è troppo difficile, non ce la faccio.

Luigi: …e allora si tentano altre strade. E quando hai tentato altre strade cosa si risolve?

Luisa: La vecchiaia mi porta a vedere sempre di più l’importanza del tempo che abbiamo a disposizione, per usarlo nel modo giusto.

Luigi: Non dica la vecchiaia, dica Dio. Infatti solo ieri sera abbiamo detto che il tempo è il Regno di Dio che viene. Soltanto che siccome questo non è assimilato da noi, lo vediamo come tempo che passa; ma in realtà è eternità non assimilata. Quello che noi chiamiamo tempo è eternità che scende, che entra dentro di noi; naturalmente più entra e più ci fa percepire l’essenziale.

Comunque sia, sei convinta che la preghiera vocale è soltanto una introduzione a pregare, ma non è ancora pregare?

Luisa: Per tanti anni io ho conosciuto solo quella preghiera.

Luigi: Non disprezziamo la preghiera vocale, come non va disprezzato il suonare il campanello per chiamare una persona. La preghiera vocale è preparazione; però teniamo bene le cose a posto: è preparazione.

Luisa: Ho l’impressione che per noi abbia più importanza la preparazione che la preghiera stessa. Comunque se il Signore ha accettato la monetina della vedova…

Luigi: Guarda che era tutto quello che aveva; non disprezziamo quelle due monetine perché era tutta la sua vita, “era tutto quello che aveva” (Lc 21,3).

Luisa: Tante sono le persone, soprattutto anziane, che ritengono preghiera la sola preghiera vocale.

Luigi: Dio conduce; molte volte le anime non se ne rendono conto, ma io ho trovato tra montanari, della gente molto saggia, molto sapiente, molto illuminata, e magari analfabeta; perché Dio non ha bisogno né di libri, né di cultura per istruire le anime. Dio parla personalmente. L’importante che in noi si formi il silenzio, l’ascolto: bisogna che si formi questo superamento di noi stessi.

Luisa: Però determinate persone dicono sempre le parole delle preghiera vocali.

Luigi: Bisogna vedere, mentre dicono quelle parole, dov’è il loro pensiero, dov’è la loro anima. Come dico, dicendo quelle parole ammoniamo la nostra anima a fare attenzione a Dio, a raccoglierci in Dio. Io ho detto: stiamo attenti, non accontentiamoci di dire parole, perché fintanto che diciamo delle parole siamo noi che parliamo, mentre l’essenza della preghiera è Lui che parla. L’essenza della preghiera è Lui che parla, quindi è silenzio nostro di tutto di noi.

Silvia: Quando gli apostoli chiesero a Gesù: “Insegnaci a pregare” (Lc 11,1)…

Luigi: Lui ha insegnato a pregare.

Silvia: Certo che il “Padre nostro” senza dare pensiero alle parole non ha senso; bisogna arrivare a meditare.

Luigi: Ecco, hai detto: “meditare”, poco per volta arriviamo al silenzio; più che recitare è importante il meditare. Abbiamo un passaggio di pensiero, di raccoglimento; si richiede il raccoglimento, e il raccoglimento in Dio per ascoltare, perché il silenzio con Dio è dato dalla sua Presenza. Direi: la totalità in noi della sua presenza forma l’ambiente di silenzio; più noi siamo attenti ad uno solo e più si fa silenzio. Il rumore è dato da tante presenze. Il nostro io è un principio di distrazione. Quindi è in continua instabilità, in continua volubilità, è volubile, e quindi è incapace ad ascoltare uno solo. Ora, il vero silenzio è dato dalla presenza di uno solo, dalla nostra attenzione verso uno solo. Dio si riversa in noi nella misura in cui c’è questa totalità di intenzione, altrimenti si riversa per poco, per quel poco di attenzione che noi gli diamo.

Pinuccia B.: Però facciamo un esempio: penso a mia mamma che mi dice: “io per concentrarmi a Messa devo ripetere le parole del Sacerdote, se no la mente se ne va”.

Luigi: Vedi la terribile difficoltà che abbiamo noi a restare attenti.

Pinuccia B.: Ma le lo vede come un aiuto per pensare alle cose di Dio; quindi direi che è un introduzione, che è un aiuto. E se uno pensa Dio è già ascolto, anche se si ripetono le parole che ci aiutano a pensare.

Luigi: Con le parole noi ci prepariamo a questo ascolto.

Pinuccia B.: Dio benedice questo sforzo di concentrazione.

Luigi: Certamente, lo benedice in quanto mi concentra l’attenzione su di Lui; ma quando la mia attenzione è concentrata su di Lui, poi Lui ha qualche cosa da dire che chiede a me il silenzio.

Pinuccia B.: È la parola che sostiene l’attenzione.

Luigi: Infatti Gesù dice: “Quando pregate dite così: Padre nostro che sei nei cieli…”; e dice questo perché sa a chi parla; sa che parla a delle creature che non sono capaci a fare attenzione; per cui ci suggerisce: “debbo fare attenzione a-, debbo fare attenzione a-”, però quando io dico: “debbo fare attenzione a-”, non è che io abbia già fatto attenzione. Mi ammonisco a fare attenzione; è logico che dicendo “devi fare attenzione” quando vado a vanvera è utile per richiamarmi, ma quando veramente faccio attenzione non mi dico più “debbo fare attenzione”, la faccio e basta, non me ne accorgo nemmeno più. Anzi, si dice che colui che veramente prega non si rende nemmeno conto di pregare; quando veramente si è in ascolto si è tutti assorbiti dall’Altro, ed è lì che avviene la comunicazione.

Silvia: Nella messa a volte mi fisso su determinate parole e poi sono assente agli altri...

Luigi: Gli altri non interessano, bisogna vedere dove rivolgi il tuo pensiero, perché la messa ha la funzione di collegarci con Dio; la messa si conclude con la comunione: cos’è la comunione? La comunione è proprio questa presenza di Dio che si afferma in noi.

Silvia: L’altro giorno ero concentrata su delle parole e non mi sono accorta che gli altri stavano scambiandosi il segno di pace durante la messa....cos’è disattenzione?

Luigi: Tu non ti preoccupare; se tu hai fatto attenzione a una Parola di Dio, perché la parola di Dio è veicolo per portarci: perché nessuno può arrivare alla Presenza di Dio se non attraverso la parola di Dio. È Dio che parlando noi ci conduce alla sua Presenza. Purtroppo noi siamo incapaci di restare nelle parole. Ma quando Dio fa sentire a noi una parola e in questa parola noi possiamo restare. Restare vuol dire non essere paralizzati, camminare verso la presenza di Dio. La parola è un segno del pensiero. Se ascoltando una parola e attraverso questa parola arrivi al pensiero della persona che ha parlato, io ho utilizzato nel modo migliore possibile questa parola. Il problema non sta nel sentire tante parole, ma il problema sta nell’arrivare al pensiero. Ora, il Pensiero di Dio è suo Figlio, il Verbo, e la sua Presenza in noi. Dio è con te: Natale, la presentazione. Ora, Lui parla per condurti alla sua Presenza; questo è lo scopo. E poi, quando ci ha fatto scoprire la sua presenza, Lui opera per insegnare a noi a restare in questa presenza.

Cina: Mi sembra tanto vero quello che dici, però è anche così difficile, ho bisogno di dire il rosario, perché mi pacifichi un momento, che mi prepari alla preghiera.

Luigi: Appunto, hai detto: “ho bisogno di dire il rosario per prepararmi”, cioè per mettere della distanza tra quel mondo che l’ha presa e l’ascolto di Dio, e il raccoglimento in Dio. Vedi allora l’importanza della preghiera vocale stessa. Quella ci aiuta a mettere distanza; è una rottura con il mondo che è entrato dentro di noi; però non è che sia sbagliato: tutt’altro; ma non diciamo: ho pregato; piuttosto diciamo: mi sono preparato a pregare.

Cina: Nello stesso tempo se passassi il tempo, quel poco, o quello che il Signore mi mette a disposizione, se lo passassi nella preghiera recitata avrei il timore di sperperarlo.

Luigi: La preghiera vocale è soltanto una preparazione a pregare; quando si è finito di recitare le preghiere non abbiamo ancora pregato. la vera preghiera è l’ascolto, quindi il silenzio di tutto per ascoltare Dio. Quindi la preghiera vocale ci aiuta a stabilire questo silenzio. Abbiamo paragonato la preghiera vocale, al suonare il campanello quando si va a trovare una persona: nel suonare il campanello ci si prepara all’incontro; ma non si deve subito scappare appena suonato il campanello, altrimenti non incontra la persona. Quindi quando noi preghiamo vocalmente noi arriviamo alla porta a suonare il campanello, ma poi dobbiamo ancora pregare; quindi ci siamo introdotti alla preghiera.

Nino: Noi siamo chiamati all’ascolto, a vedere il pensiero di Dio.

Luigi: Anche perché è attraverso questo ascolto che Dio si comunica, quindi crea la comunione.

Nino: A seconda della nostra scesa graduale verso quel punto. Ricordo i primi che ti ascoltavo: per me il sentire le tue parole era preghiera, perché mi aiutava ad avvicinarmi a Dio.

Luigi: Certo, bisogna tenere presente che Dio opera con noi a livelli tanto diversi uno dall’altro; e sta lavorando per ricuperarci.

Silvia: Anche un certo lavorare può essere pregare?

Luigi: Dobbiamo stare molto attenti a non confondere: molte volte si dice anche: “chi lavora prega”; non dobbiamo confondere: chi lavora, lavora e non prega; certo si può pregare lavorando; però generalmente chi lavora fa i propri interessi; o meglio: il lavoro è lavoro, la preghiera è preghiera. Ora, Gesù è molto netto; e dice: “quando vuoi  pregare entra nel segreto della tua stanza e lì nel silenzio, chiuso l’uscio, fatto fuori tutto, rivolgiti al Padre tuo”; Egli ci invita ad una preghiera continua. Il che vuol dire che è possibile stare uniti a Dio ovunque uno si trovi e qualunque cosa faccia; però deve essere motivato dal Padre, motivato da Dio. Quando si è motivati da Dio, allora senz’altro quella è preghiera; ma bisogna essere motivati da Dio. Quindi non dobbiamo dire: “io faccio il mio dovere”; un momento: non basta dire: “io faccio il mio dovere, o io seguo la mia coscienza”. Dio non è il dovere, Dio non è la coscienza, Dio è qualche cosa di più.

Luisa: Per trent’anni Gesù ha anche lavorato.

Luigi: Sì, però quei trent’anni sono illuminati dalla frase che lui dice a dodici anni: “Io mi debbo trovare nelle cose che riguardano il Padre mio; e questo lo dovevate sapere” (Lc 2,49). Gesù lì ha rivelato il suo amore centrale, la sua occupazione. Il lavoro del Figlio è occuparsi del Padre, il resto è niente.

Quello che determina è l’intenzione, è il motivo, è quello che ci motiva, quello che ci fa agire. Se quello che ti fa agire è Dio, allora anche quell’azione è preghiera. Non dobbiamo mettere le nostre etichette; perché noi con molta facilità etichettiamo.

Luigi: Ho il desiderio di ascoltare Dio in queste conversazioni.

Luigi: Se ci raccogliamo qui è per guardare Dio; poi c’è questo: essendo noi raccolti su argomenti di Dio, il nostro conversare tende a portare a fare attenzione al Pensiero di Dio; quindi chi segue naturalmente deve fare attenzione al Pensiero di Dio. Conversare vuol dire volgersi verso-, tendere a-. Quindi, se la conversazione è unitaria, naturalmente uno è portato a pensare a Dio. Quindi, naturalmente è un’ascesa al monte. La conversazione è un’ascensione; è un’ascensione verso una vetta. Sulla vetta c’è il Pensiero di Dio. È il parlare di Dio che conduce. Dio parlando con noi ci conduce, se noi ci lasciamo portare. Quindi ci vuole la disponibilità, bisogna lasciare tutto il resto, ecc.; se uno invece è presente in classe, però pensa a se stesso, pensa ai suoi divertimenti, pensa alle cose sue, ecc. è una presenza fittizia, non può seguire la lezione.

Nino: Quando siamo qui è evidente che è una forma di preghiera. Noi possiamo arrivare a fare delle cose apparentemente disprezzabili e in realtà esse sono preghiera.

Eligio: D’altronde quando Gesù ha fustigato aveva presente il Padre.

Luigi: Devo precisare questo per te Nino, il trovarci qui è preghiera però dopo tu nel segreto della tua stanza a tu per tu con Dio, tu riporti nel pensiero di Dio quello che hai ascoltato; perché se tu ti accontentassi di ascoltare e poi personalmente, da solo, non lo rivedi con Dio, allora tu magari vieni per il gruppo, per amicizia, e non per amore di Dio.

Nino: Intendevo dire questo: noi siamo abituati a mettere delle etichette alle azioni.

Luigi: Si può fare un’opera buona ma con un fine cattivo, un’intenzione cattiva.

Nino: Per noi un missionario fa sempre bene, e un comunista fa sempre male; invece può benissimo accadere che il comunista è molto più vicino a Dio del missionario.

Eligio: Ho provato a mettermi in ascolto, ma naturalmente non ho sentito niente.

Luigi: Certo, non senti parole umane, perché la vera sua parola Lui la dice con la sua presenza, è un Pensiero. L’importante è sapere questo: la vera preghiera è ascolto; se uno lo sa allora dispone la sua anima e poco per volta il Signore istruisce. Noi non siamo mai soli; il Signore istruisce noi, ci aiuta. Mentre prima non sapevamo che Dio è Colui che fa tutto, credevamo che Dio fosse lontano, e che gli uomini fossero quelli che fanno tutto, che decidono, ecc., per cui la nostra vita dipende dalla politica, dalla società, dalle strutture. Poi, ad un certo momento, arriviamo a questa convinzione: è Dio presente in tutto. Ora, Dio lavora su di noi per formare delle convinzioni, perché sono le convinzioni che ci legano, che ci uniscono. Però, in un primo tempo magari ci dice: “senti, non sei capace a pregare in altro modo, allora dì vocalmente queste parole”; poi ci fa capire che la vera preghiera non è nemmeno più dire parole, ma è ascoltare Lui; perché la vera comunione, la vera comunicazione avviene attraverso questo ascolto del tutto di Lui; che poi dopo non dice più parole umane, nostre, ma parla rivelandoci la sua Presenza; la vera sua Parola è: “eccomi”; ma nemmeno dire “eccomi”, perché si presenta.

Teresa: Pero quando hanno chiesto a Cristo come pregare, Lui non ha detto di stare in ascolto, gli ha insegnato il “Padre nostro”,

Luigi: Infatti con il Padre nostro ha insegnato ad ammonirci a restare presenti al Padre. Quando abbiamo detto “Padre nostro”, abbiamo raccolto la nostra anima alla presenza del Padre. Adesso che hai raccolto la tua anima alla presenza del Padre, cioè hai fatto fare silenzio a tutti gli altri argomenti, e sei a tu per tu alla presenza del Padre, adesso fermati ad ascoltare, perché il Padre ti ama, e ha qualcosa da dirti. È il Padre che rivela il Figlio; quindi Lui ha insegnato ad entrare nell’ascolto, nel silenzio. Perché se Lui avesse detto: “fate silenzio”, loro, come noi, non avrebbero saputo come fare; ecco, ha insegnato a loro a dire delle parole che li aiutassero a entrare nel silenzio. Infatti, abbiamo detto che il vero silenzio è dato dalla presenza di-, cioè è tutta attenzione ad uno. Ora, Gesù attraverso il Padre nostro ci conduce a fare tutta attenzione al Padre; e quando alla fine della sua vita pubblica Lui dice quella preghiera sacerdotale al Padre (Gv 17,1-26), cosa fa? Affida, consegna al Padre, presenta al Padre, i suoi discepoli (e questo lo fa per i discepoli non per Lui o perché il Padre abbia bisogno che Gesù gli presenti i suoi discepoli), quindi sostanzialmente cosa fa? Dice ai suoi discepoli: “fate attenzione al Padre, perché ha qualche cosa da comunicarvi, perché lo Spirito di Verità viene da Lui”.

Nino: Pregare è anche una questione di allenamento.

Luigi: Teniamo presente che la fonte del rumore è il pensiero di noi stessi; quindi cerchiamo di superare il pensiero del nostro io; ogni ora, cerchiamo di proporci almeno, almeno cinque minuti di silenzio, di raccoglimento, sospendendo tutto; chiediamoci: “ma stamattina sono partito per che cosa? adesso a che punto mi trovo rispetto alla Vita Eterna”. Perché ogni mattina che Dio ci apre gli occhi, ci apre una giornata per farci entrare nella Vita Eterna, per farci progredire nella Vita Eterna. Ecco: “sono partito per la Vita Eterna, a che punto sono?”. Ecco, ferma un momento il tuo io; anche se ti viene spontanea la parola, la battuta, fermati un momento; magari dì un Ave Maria, una preghiera prima di parlare; ecco, cerca di stabilire questo superamento, questo controllo dell’io, in modo da tenerlo sotto. Perché noi diventiamo schiavi delle parole che diciamo; ogni parola che diciamo rintronano dentro, non se ne vanno; noi siamo una campana vuota in cui la parola detta rimbomba all’infinito dentro di noi, e ci rende schiavi.

Eligio: Nella chiesa, che è il luogo in cui vai solo a pregare, sapendo che la preghiera è essenzialmente ascolto, constato la difficoltà dell’ascolto.

Luigi: È un fatto sintomatico che noi il più delle volte, proprio quando cerchiamo di raccoglierci, scappiamo spaventati dal mondo di rumore che portiamo dentro di noi. Quante volte sento dire: “i pensieri più balordi, più cattivi, mi vengono proprio mentre mi preparo per la comunione”; ma è il Signore che ti fa toccare con mano questo; perché noi il più delle volte siamo degli incoscienti. Noi portiamo tutto un mondo dentro di noi che ci domina; noi non siamo mai padroni della nostra anima. La nostra anima è tutta in balia di avvenimenti. Noi non ci rendiamo conto; crediamo di essere liberi; ma quando ci preoccupiamo di raccogliere un poco la nostra anima, ci accorgiamo che questa è tutta in balia di altro. È lì che esperimentiamo: “Vedi, hai toccato con mano, hai cercato di ubbidire un pochino a Me, e Io ti ho fatto toccare con mano la tua situazione, la gravità in cui ti trovi, affinché tu abbia a darti da fare”, Egli dice a noi; e questa è grazia da parte di Dio, perché il più delle volte noi siamo incoscienti; portiamo addosso dei mali senza rendercene conto. E ad un certo momento, quando ci proponiamo qualche cosa secondo Dio, Dio ci fa toccare con mano, ci dice: “vedi in che stato sei”; quindi preoccupati di comperare l’oro puro, di attingere alla Sorgente.

Noi non siamo padroni delle nostre anime; Gesù stesso dice: “è con la pazienza che arriverete a possedere le vostre anime” (Lc 21,19). Noi siamo tutt’altro che padroni. Direi che la nostra anima è tutta in balia di avvenimenti, di persone, di incontri; tutto è in balia di altri, in balia dei giornali. La maggior parte della nostra giornata è determinata da notizie. Non siamo noi i padroni della nostra anima; tanto è vero che quando poi dopo cerchiamo di avere la nostra anima nelle nostre mani, per rivolgerla al Padre, siamo incapaci. E allora il Signore dice: “con la pazienza arriverai”; però Lui ce l’assicura che arriveremo, perché c’è Lui che lo fa, però dobbiamo prima prendere consapevolezza del lavoro essenziale che Dio chiede.

Eligio: Ma se Dio ci ha messo trent’anni per convincermi che lui è il Creatore di tutto; adesso, dopo altri trenta è venuto fuori il problema della conoscenza dell’intenzione di Dio…

Luigi: Non è un problema di tempo; ad un certo momento magari Dio in cinque minuti ti riempie di Luce. È Lui che fa, non siamo noi che facciamo. Non dobbiamo disperare.

Eligio: Non è disperazione, però ti accorgi che con il passare degli anni il tempo strige.

Luigi: Certo, anche quello è opera di Dio; è Lui che accelera.

Teresa: Ma se convertirsi vuol dire andare verso, non importi dove siamo, l’importante è essere ben orientati, poi quando Lui vuole prenderci ci prenda.

Eligio: Una tappa fondamentale del nostro cammino è arrivare alla conoscenza della intenzione di Dio. E sapendo dove bisogna arrivare mi trovo tanto lontano.

Luigi: Ci si può rendere conto che nella proprio giornata si spreca tanto tempo, mentre invece lì è l’essenziale. Certo, Lui ci chiama quando vuole, d’accordo, ma se stiamo sprecando ancora tanto tempo in cose vane, in cose inutili, c’è un’immaturità di fondo.

Uno può essere orientato; ma come può essere orientato; perché è il come che decide molto. Infatti, noi possiamo camminare in via Roma, ma poi possiamo fermarci ad ogni vetrina, a perdere tempo a salutare uno e l’altro e non arriviamo mai.; un altro invece non guarda né a destra né a sinistra, pensa solo ad arrivare. Quindi, in un primo tempo, quando siamo disorientati, quando non sappiamo cosa vogliamo, il Signore opera per orientarci, per farci capire quello che dobbiamo volere: “tu devi tendere là”. Quando noi siamo orientati là, allora Lui incomincia a dire: “senti, datti da fare, qui il tempo scappa, affrettati”, “affrettiamoci a conoscere il Signore” (Os 6,3) le scadenze arrivano, e non ci sono proroghe. Quindi il Signore opera in questo modo per concentrare; quindi sono tante tappe, ma sono livelli diversi. Dio parla personalmente; noi qui siamo una decina di perone, ma ognuno di noi è a un livello molto diverso dall’altro, e Dio parla… E la stessa parola la fa arrivare ad ognuno di noi con sfumature completamente diverse uno dall’altro. È logico, perché parla personalmente; è lì la bellezza: noi siamo trattati personalmente da Dio, non siamo trattati in gruppo, non siamo trattati come massa. Dio ci ignora come massa. La quantità è deficienza; noi consideriamo le cose in quantità proprio perché siamo deficienti. Dio non è deficiente, Dio è un’Intelligenza infinita. Quindi Dio ti tratta sempre personalmente; noi siamo trattati personalmente. Il grande debito è questo: Lui parla personalmente e noi non facciamo attenzione a Lui. Quindi in un primo tempo Lui parla per orientarci, in un secondo tempo Lui parla per sollecitarci. Ad un certo momento ci butta tutto addosso, per dirci: “non vedi che sono Io che parlo con te”.

Luisa: Avere un fine chiaro forma la nostra personalità e ci libera dalla matassa dei nostri problemi.

Luigi: Dio è il vero formatore della nostra personalità. Comunque il fatto essenziale è questo: dobbiamo andare a Lui, dobbiamo guardare a Lui, e più guardiamo a Lui, e più Lui forma noi, fino a farsi tutto Pensiero suo. Abbiamo detto molte volte che il Figlio di Dio è Pensiero del Padre, e noi siamo chiamati a diventare tutto pensiero del Padre. Cioè, Pensiero del Padre è quello che attribuisce tutto al Padre, tutto di sé al Padre; ma il Padre è Persona e il Pensiero del Padre è Persona. E Dio è il vero formatore della personalità, perché Lui è Persona. Più noi ci avviciniamo a Dio, più Lui è il formatore della nostra personalità. Ma la nostra personalità si forma nella misura in cui ci s’immerge in Dio, dire: nella misura in cui ci si dimentica, la vera gioia, la vera vita della persona è proprio quella di essere tutto pensiero dell’altro. Noi non ci rendiamo conto, ma noi quando maggiormente abbiamo gustato la vita è quando ci siamo potuti dimenticare al punto tale da immergersi tutto in un amore, immergendoci tutto in un amore abbiamo gustato l’essenza della vita.

Nino: In me c’è il Verbo di Dio, io sono chiamato solo a raccogliere in Dio quello che è già di Dio .

Luigi: Tu dici: “c’è bisogno di raccogliere”. Ecco, proprio in quanto c’è bisogno di raccogliere in Dio, questo significa che noi non siamo Dio. Tu mi dici: se io non raccolgo divido e ci dividiamo.

Loro dicono che ho il chiodo del filo d’erba, ma per convincerci che non siamo Dio basta un filo d’erba. Noi possiamo staccare una foglia, è facilissimo staccarla, però proviamo a riattaccarla…; cosa succede?

Noi non siamo Dio, e Lui ce lo chiarisce in continuazione; tutto il nostro universo è pieno di fili d’erba che dicono: “un altro ci ha fatto, non ci hai fatto tu”, e ancora: “noi non ci siamo fatti da soli”. Noi ci troviamo in un mondo in cui tutto dice a me, a lei, ad ognuno di noi: “non mi hai fatto tu”. E a sua volta, ognuno dice: “non mi sono fatto da solo”; questa è la parola di Dio scritta nel grande libro dell’Universo, che ci fa esperimentare giorno per giorno. Però siamo chiamati a formare una cosa sola con Dio. E poiché siamo chiamati a formare una cosa sola con Dio, Dio ha messo il suo spirito in te. In noi c’è lo Spirito di Dio, ma lo Spirito di Dio non si identifica con il nostro io, sia ben chiaro. Cioè, noi non possiamo confondere le persone: il Padre ed il Figlio formano una cosa sola, ma il Padre è Padre e il Figlio è Figlio, non sono una Persona sola; Padre e Figlio sono due persone che formano un Essere unico; noi siamo chiamati a formare un Essere unico con Dio; siamo chiamati a formare tutti una cosa sola, però il Padre è Padre, il Figlio naturale è Figlio naturale, noi figli adottivi. Noi non possiamo dire: “io sono Dio”, no! Perché qui arriva l’Arcangelo Michele che dice: “chi è come Dio”.

Luisa: Noi siamo con Dio ma non ci sono parole umane che possono spiegarlo.

Luigi: Tu dici: noi siamo con Dio, ma tengo a precisare una cosa: la Verità è questa: Dio è con noi: Natale; però non possiamo dire con altrettanta facilità: noi siamo con Dio. Certe volte c’è un grande abisso. Dio è con noi, questo è sicuro, ma arrivare a essere con Dio come Lui è con noi è Vita Eterna. La differenza è tutta lì.

Lui è presente in noi, ma noi pensiero a noi stessi, cioè noi non riportiamo a Dio quello che Dio dà a noi. Dio si dà a noi, noi non Lo riportiamo a Lui, è lì l’abisso. Noi possiamo andare all’inferno; Dio è nell’inferno; è ciò che costituisce il tormento, perché chi è nell’inferno non può comprendere Dio come Dio lo comprende. È lì tutta la tristezza. Dio è ovunque e costituisce il tormento, come d’altronde costituisce il Paradiso; soltanto che il Paradiso è comprensibile dall’anima; cioè in Paradiso l’anima è con Dio come Dio è con l’anima.

Ecco, Dio attualmente è con noi; non posso dire con altrettanta certezza: noi siamo con Dio.

La vera meraviglia, ed è un grande dono, un tesoro immenso, è questo: noi possiamo pensare Dio. Se noi sapessimo che tesoro immenso portiamo in noi con la possibilità di pensare Dio, noi ventiquattrore su ventiquattro, non ci sposteremmo da questo pensiero. Chi ci farebbe spostare da questo pensiero; se noi comprendessimo il tesoro immenso che Dio ha dato a noi con la possibilità di pensarLo…; ma è possibilità. Noi abbiamo la possibilità di pensare Dio, pensiamo Dio?

Ora, questo tesoro in questo campo, è la possibilità di pensare Dio. Bisogna approfondire bene che cosa vuol dire possibilità; perché Dio, senz’altro per darci questa possibilità si è dato a noi, ma noi lo possiamo mandare a morte. Dio è con noi a Natale, Dio è con noi a Pasqua, tra Natale e Pasqua passa l’uomo; perché a Natale Dio è con noi senza l’uomo. Il grande mistero del Natale sta lì. A Natale Dio è con l’uomo, e dice: “eccomi, sono io con te, senza di te” (la Vergine concepisce senza l’uomo; è tutto da approfondire.

Dunque: Dio è con noi senza di noi; sulla Croce Dio è con noi, ma lì c’è stato il nostro io in mezzo, e abbiamo visto il risultato. Poi Dio resta con noi anche morto, e ancora per salvarci. È sempre lo stesso mistero: Dio è con te. Per questo dico: non possiamo affermare con altrettanta semplicità e Verità che noi siamo con Dio. Questo è senz’altro “Dio con noi”.

Silvia: Ma già nel catechismo ci sono le preghiere vocali, non c’insegnavano il silenzio.

Luigi: Noi molte volte accusiamo la società, l’ambiente, ecc., però siccome Dio parla personalmente con ognuno di noi ha una tale potenza che indipendentemente da tutto quello che abbiamo ricevuto dall’ambiente, dalla società, riesce a convincerci; Dio riesce a illuminarci indipendentemente da quello che dicono gli uomini. Dio è molto più forte di qualunque cosa, quando arriva, arriva, stia tranquilla. In famiglie di delinquenti ad un certo momento ti fa saltare fuori un santo; questo è per dire: “Sono Io che faccio, non sono gli uomini, non è la natura, non è la società, non sono le strutture, è Dio che fa, è Dio che opera personalmente con ognuno di noi”; noi non dobbiamo avere paura di nessuno. Non c’è nessuno che possa far male; l’unico male che veramente possiamo farci, siamo noi stessi, distraendoci da Dio.

Silvia: Bisognerebbe spiegare ai bambini che la preghiera vocale è solo una introduzione al silenzio.

Luigi: La parola dell’uomo è un po’ come la luce: essa parte dalla sorgente, e poi, attraverso i diversi luoghi attraverso cui passa, raccoglie, porta tracce. Tanto è vero che esaminando lo spettro della luce, uno capisce tutto il tragitto che ha fatto la luce, quali sono i diversi minerali, e le mete attraverso cui è passata. La nostra parola, il più delle volte parte da Dio, pura, e poi passando attraverso di noi si inquina di tutta quella che è la nostra distrazione, il nostro mondo, e ad un certo momento, nella parola che diciamo c’è la Parola di Dio, ma c’è anche tanto di noi. Ecco, più noi ci raccogliamo, ci semplifichiamo  in Dio, più contempliamo Dio, e più la nostra parola diventa Luce pura. E allora ognuno di noi parlando, riflette la Parola di Dio; perché noi possiamo prendere il Vangelo e dire: adesso ti leggo la Parola di Dio; ma c’è anche tanto del mio io in mezzo. Per cui nel nostro parlare c’è Dio e c’è il nostro io; bisogna che questo io diventi un vetro talmente pulito che si veda soltanto il Padre. Gesù dice: “quando fate le vostre opere, fatele in modo tale che chi le veda, non veda voi ma veda il sole”; ecco, se abbiamo il vetro sporco, arriva il sole, ma vedo anche il vetro che è sporco. Quindi: “Che il tuo vetro sia tanto pulito in modo che quando io guardo attraverso il tuo vetro non veda il vetro, ma veda il sole”. Quindi: “Siate dei vetri talmente puliti che quando vi guardano vedano soltanto il Sole, cioè vedano che è Dio, vedano la presenza di Dio e non la creatura, perché effettivamente è Dio”. Nelle cause seconde c’è Dio che opera; quando la causa seconda è sporca, e allora vuol dire che il vetro è sporco.

Luisa: Come fare n per pregare bene?

Luigi: Prima di tutto bisogna tener presente che Dio è presente; secondo: bisogna avere tanto coraggio da dire tanti “no!”, come d’altronde lo disse Gesù a cinquemila uomini; perché tutti ci vogliono Re: “fammi un piacere, fai questo, fai quest’altro, ecc.”. Bisogna dire tanti “no!”, perché prima di tutto c’è Lui. Noi siamo creature fatte per pregare, fatte per cercare Dio, per conoscere Dio; questo è il vero dovere di creature; tu uomo sei stato creato per occuparti di Dio; cercaLo. Cercando Lui dai veramente dei doni agli uomini; ma sarà Dio che li dà, tu non preoccuparti, occuparti di Dio. Bisogna imparare a dire tanti “no”; e poi bisogna cercare soprattutto di dire tanti “no!” al nostro io, Se il nostro io vuol parlare, mettilo a tacere; se vuole agire, fallo star fermo; ecco, siccome la fonte del rumore parte dal nostro io, più noi diciamo “no!” al nostro io e più si forma in noi questo luogo di silenzio, questo tempio interiore in cui si adora Dio, in cui si ascolta Dio.

Giorgio: Stare zitti quando si è soli è difficile.

Luigi: È lì la tristezza, che noi siamo pieni di cose banali, e vorremmo far fuori e non riusciamo a liberarci.

Amalia: A casa è difficile il silenzio.

Luigi: Guarda la tristezza delle nostre casa: abbiamo la cucina, la nostra stanza da mangiare, abbiamo il salotto, abbiamo il luogo per dormire, ma non abbiamo un luogo di silenzio. Ma è l’essenziale, è la cosa da mettere prima di tutto; l’uomo è fatto di pensiero, quindi deve avere un luogo di raccoglimento. Noi abbiamo tutti i servizi, ma non abbiamo il vero servizio; quello è l’essenziale. Il lavoro essenziale è questo: ci deve essere l’angolo per il raccoglimento, l’angolo per il silenzio, l’angolo per pensare. Addirittura noi riempiamo le case di radio, di televisioni, di rumori; quasi non ce ne fossero abbastanza di quelli che ci sono fuori. Vedi come tutto è capovolto.

Luigi: Abbiamo detto che la fonte del rumore è il pensiero di noi stessi. Tutto quello che accade all’esterno è opera di Dio, che ci invita e sollecita a entrare nel silenzio a prendere contatto con Lui personalmente. Perché tutte le opere di Dio sono fatte bene; non c’è nulla dal di fuori che ci possa far male; siamo noi che ci siamo separati da soli. Se non ci si separa da Dio tutto ci raccoglie in Dio. Il pensiero che fa rumore è il pensiero di noi stessi.

Luigi: Nicola de Flue il Padre della Svizzera pregava il Signore dicendo: “togli da me quello che impedisce di guardare Te”.

Luigi: Il difficile è tornare bambini, perché noi siamo troppo adulti.




Gesù, sapendo che stavano per venire a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sulla montagna, tutto solo. Gv 6 Vs 15 Terzo tema.


Titolo: Rapporto tra la preghiera e la Messa.


Argomenti: L’offertorio, la consacrazione e la comunione. L’offertorio è portare a Dio qualche cosa di nostro. Nella Consacrazione Dio fa suo quello che noi gli abbiamo offerto. La comunione: ciò che abbiamo offerto a Dio, e che Dio ha fatto suo lo rioffe a noi perché lo assimilassimo. Pregare vuol dire preoccuparsi di vedere quello che è stato a noi annunciato.


 

6/Gennaio/1980


Esposizione di Luigi Bracco:

Nel cercare di commentare questo ritirarsi da solo di Gesù sulla montagna, abbiamo notato (nella prima parte 01.01.1980) che Lui si ritirò per far capire a noi che l’intenzione di quegli uomini non era la vera intenzione. E ci siamo anche chiesti quale sarebbe dovuta essere questa intenzione.

L’intenzione di coloro che volevano farlo re doveva essere quella di cercare presso di Lui il significato di quello che Lui aveva fatto, cioè voler vedere il Verbo di Dio in quello che era avvenuto. In tal caso Lui sarebbe stato il Maestro che faceva vedere.

Poi abbiamo anche cercato di approfondire quale lezione Lui abbia voluto darci ritirandosi sul monte. Il monte è segno di preghiera; quindi tutte le volte che noi non vediamo l’intenzione di Dio nelle cose dobbiamo raccoglierci in preghiera.

Gesù non lasciandosi fare re ci ha insegnato a verificare le nostre intenzioni; cioè: “per quale motivo tu ti rivolgi a Me? per quale motivo tu invochi me? per quale motivo tu cerchi Me? Per quale motivo tu vuoi che io sia tuo re?”. Non basta che noi ci inginocchiamo davanti al Signore, non basta che noi lo preghiamo, non basta che noi lo adoriamo; qui ci fa capire che Lui osserva le intenzioni con cui noi ci rivolgiamo a Lui. Perché anche i soldati nel pretorio di Pilato si inginocchiarono davanti Gesù, e lo proclamarono re, e lo facevano per burla. Ecco, è l’intenzione... Altre volte i discepoli, i bambini lo acclamano re, e Lui accoglie la loro richiesta, di essere loro re, lo riconosce, anzi li difende. Altre volte, come in questo caso, si sottrae; per questo non basta che noi Lo adoriamo, non basta che noi Lo preghiamo, non basta che noi ci inginocchiamo davanti a Lui. Lui ci invita ad osservare l’intenzione con cui ci rivolgiamo a Lui. E fintanto che quest’intenzione non è l’intenzione del Padre suo, Lui non si lascia trovare, non si lascia toccare da noi, non si lascia esperimentare.

Poi sempre su questo versetto abbiamo osservato la lezione che Lui ci dà ritirandosi da solo sul monte; in questo gesto Gesù sottolinea l’importanza del raccoglimento nella preghiera come momento essenziale della nostra vita. (E quando abbiamo parlato della preghiera abbiamo osservato martedì scorso che...) L’essenza della preghiera non sta nel parlare noi, ma nel far silenzio noi per imparare ad ascoltare Dio. Quello che noi riteniamo generalmente sia pregare, cioè parlare noi, dire parole di preghiera, è soltanto una introduzione alla preghiera; quindi non è ancora preghiera. Invece noi il più delle volte quando “preghiamo” parlando riteniamo di pregare, e terminato riteniamo di aver pregato. Noi dovremo sempre semplicemente e onestamente dire: “mi sono preparato a pregare, ma non ho ancora pregato”; e se detta la preghiera non ci mettiamo in silenzio, in ascolto, noi non preghiamo, non entriamo nella preghiera.

Questa sera ci soffermiamo sul rapporto che passa tra la preghiera e la Messa.

La vera preghiera passa attraverso tre fasi, come sono tre le fasi della Messa; la Messa è strutturata su tre punti essenziali: l’offertorio, la consacrazione e la comunione. Quindi così anche la preghiera, quando è vera preghiera, passa attraverso tre fasi: offertorio, consacrazione e comunione.

Il Signore dice: “non crediate voi di ottenere qualche cosa moltiplicando le vostre preghiere”; quindi c’è anche una preghiera che non è preghiera, perché Gesù stesso lo rimprovera. Pregare non sta nel dire tante parole.

Però quando preghiamo, e non quando recitiamo, generalmente ci fermiamo all’offertorio e usciamo dalla nostra Messa, dalla vera preghiera; in questo modo non arriviamo mai alla consacrazione, e tanto meno alla comunione.

La nostra preghiera vocale fa parte dell’offertorio, perché l’offertorio è raccoglimento, è offerta, è presentazione a Dio. Quindi noi attraverso la preghiera vocale, o anche in silenzio, raccogliamo la nostra anima, la nostra mente, le nostre facoltà,  alla presenza di Dio, cioè le offriamo a Dio.

L’offertorio è portare a Dio qualche cosa di nostro; evidentemente nulla è di nostro, ma è quel qualche cosa che Dio ha messo nelle nostre mani. Dio ha messo nelle nostre mani il nostro pensiero. Quindi la prima tappa dell’essenza della preghiera è quella di portare a Dio il nostro pensiero: Offertorio.

Se noi facciamo attenzione, quando ci raccogliamo nella preghiera sostanzialmente ammoniamo la nostra anima, la nostra mente, il nostro cuore, ad essere attenti a Dio. Ammoniamo, cioè offriamo a Dio, presentiamo a Dio la nostra mente.

A questo punto, dopo l’offertorio inizia il grande silenzio; quel grande silenzio in cui Dio incomincia a parlare. Quindi fino all’offertorio arriviamo “con la nostra opera” (sia ben chiaro: sempre mossa da Dio, perché se Dio non è presente noi non ci sogniamo nemmeno di pregare).

Con l’Offertorio inizia il grande silenzio di tutto di noi, perché abbiamo presentato il nostro pensiero a Dio per ascoltare da Dio la sua Parola; quella sua Parola che culmina nella Consacrazione.

Nella Consacrazione succede che Dio fa suo quello che noi gli abbiamo offerto; ecco, abbiamo una trasformazione sostanziale; cioè: noi gli abbiamo offerto qualcosa di nostro, Dio fa suo quello che noi gli abbiamo offerto e dice: “questo è mio” (Mt 26,26). E dopo averlo fatto suo lo offre a noi, perché noi lo assimiliamo; ed la fase della Comunione.

Ecco, la vera preghiera è tale quando in noi si conclude con la comunione, con questa assimilazione di quello che noi abbiamo offerto a Dio, che Dio ha fatto suo e che la riofferto a noi perché lo assimilassimo. E soltanto assimilandolo che quello che Dio ha dato a noi diventa per noi comunione di vita; diventa unione tra Lui e noi, tra noi e Lui.

Ma evidentemente non si può arrivare a questa unione se non si è passati attraverso la consacrazione, se non si è assimilato quello che Dio ha consacrato, che ha fatto suo. E non si arriva alla consacrazione se noi non offriamo a Dio quello che è nostro, cioè soprattutto il nostro pensiero.

Pensieri tratti dalla conversazione:

Pinuccia B.: Hai detto che ciò che va offerto è soprattutto il nostro pensiero; quand’è che Lui dice sul nostro pensiero “questo è mio”?

Luigi: Non dipende da noi, noi dobbiamo offrirlo; offrirlo vuol dire presentarLo a Lui, raccoglierlo in Lui, portarlo alla sua Presenza.

Pinuccia B.: Il mio pensiero sarebbe la mia capacità di pensare?

Luigi: Certo, però questa capacità di pensare noi la possiamo rivolgere a tante cose. Con la preghiera noi la rivolgiamo a Dio; cioè pensiamo a Lui. L’essenza della preghiera è elevazione della mente a Dio; noi elevando a Dio il nostro pensiero sostanzialmente cerchiamo Lui, ci interessiamo di Lui. Dio dice: “tu non mi cercheresti se non mi avessi già trovato”, cioè fa capire a noi, ma questo è un rapporto intimo, personale e non è più dall’esterno, non è più un altro che me lo dice, ma è illuminazione, perché Dio “facendo suo” fa capire (noi diciamo parole, “fa suo”, ma quel fare suo è illuminazione, un far capire). Per cui la preghiera è desiderio di capire la Presenza di Dio.

Pinuccia B.: Il pensiero che metto a disposizione di Dio, nel momento della consacrazione, io capisco che è suo?

Luigi: Certo.

Pinuccia B.: E cos’è che devo assimilare?

Luigi: Devi assimilare quello che Dio ha fatto suo.

Pinuccia B.: Devo assimilare il mio pensiero fatto suo?

Luigi: No, non è più tuo, perché è Pensiero di Dio, è una novità. Cioè il fatto che Dio dica: “questo è mio” .  Nella Messa prendiamo un pezzo di pane, e il Signore dice: “questo è il mio corpo”,  è una novità, ma è una novità che per noi, nella nostra vita è una cosa misteriosa che Lui offre a noi per essere assimilata da noi.

Pinuccia B.: Ma nella Messa come rito non è ancora illuminazione?!

Luigi: Certo, però tutto quello che avviene nella Messa, che è ancora segno di questa Realtà misteriosa, è per portarci ad una Realtà più profonda, intima, di vita tra la nostra anima e Dio. Cioè la Messa “esterna” è per portarci a vivere una nostra Messa, che è vera vita con Dio. E questa vera vita passa attraverso queste fasi che è essenza di preghiera.

Ines: Ma questo assimilare quello che Dio ha fatto suo, la comunione, richiede il “fare”  nostro perché noi lo trasformiamo in vita?

Luigi: Sì, ma non il fare esterno. Cioè Lui fa suo quello che noi gli abbiamo offerto, lo rioffre a noi perché è proprio attraverso la comunione che noi scopriamo la sua Presenza in noi.

Pinuccia B.: Ma questo non avviene nella consacrazione?

Luigi: Nella Consacrazione Lui illumina, fa suo,.

Pinuccia B.: Come annuncia?

Luigi: Lo annuncia, ma non sono parole, perché non sentiamo le parole; quindi è già illuminazione, ma tra questa illuminazione e quello che è di noi, c’è ancora una differenza. Va assimilato, cioè è Dio che lo offre a noi perché lo assimiliamo.

Pinuccia B.: E li si scopre la presenza, la comunione?

Luigi: Sì, per cui si scopre di fare una cosa sola con Lui. Siccome la preghiera è ricerca di presenza di Dio, bisogna cercare di capire la Verità di Dio.

Per quale motivo tu pensi Dio? per quale motivo ti elevi a Dio? per quale motivo lo preghi?

Noi Lo possiamo pregare perché ci faccia una grazia, lo possiamo pregare perché risolva un nostro problema, però noi partiamo male. Se noi però offriamo a Dio un nostro problema, ci accorgiamo che Lui ci cambia le carte, facendoci capire che è il suo problema che ci deve interessare, lo fa suo; quindi ci dice: “Si, tu sei partito col tuo problema, io ti offro il mio problema, e adesso tu preoccupati di assimilare il mio problema” , e proprio assimilando il suo problema il nostro problema si scioglie, sparisce, è capovolto. Per esempio se sei tanto preoccupata del mangiare e del vestire, e ti rivolgi a dire perché ti risolva il tuo problema, Lui ti presenta un altro problema dicendoti: “ma Io non ti ho creata per questo; osserva gli uccelli dell’aria: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai....(Mt 6,26)”, quindi ti dice di preoccuparti di capire il problema che ti pone. E se tu ti preoccupi di questo vedi che l’altro si risolve come un sovrappiù.

Pinuccia B.: Il suo problema che Lui pone a ogni uomo è conoscere Lui prima di tutto.

Luigi: Sì, il problema della sua Verità, il problema della sua Presenza, il problema di Lui che parla con noi, il problema di Lui che opera tutto; perché la preghiera è un apertura ad una vita infinita di rapporti con Dio, quindi di conoscenza crescente. E naturalmente quanto più questa conoscenza cresce, tanto più cresce, se è assimilata, l’unione, la vita intima con Dio, il colloquio con Dio. E quanto più cresce questo colloquio, e tanto più diventa rapida la possibilità di illuminazione, fino ad arrivare a vivere alla Presenza del Dio che parla con noi, avendo la capacità di capire quello che Lui intende. Infatti abbiamo detto che il problema è quello di intendere l’intenzione di Dio in ciò che Egli fa, perché noi siamo stati creati per arrivare a convivere con Dio. Convivere con Dio vuol dire intendere la sua intenzione in tutto ciò che Egli fa. Noi siamo chiamati a questo, perché soltanto in quanto noi abbiamo la possibilità di intendere l’intenzione di Dio, noi possiamo restare con Dio. Noi non possiamo restare con uno di cui non sappiamo, non capiamo l’intenzione in quello che Lui opera. La possibilità di restare con- è una conseguenza dell’intelligenza di. Noi non possiamo restare con una persona che non conosciamo, non possiamo permanere.

Ora, il grande problema della vita, è imparare a permanere con Dio, perché Dio indubbiamente si incontra con noi, Dio si annuncia a noi, ma la grande difficoltà da parte nostra è quella di restare con Lui. Noi non siamo capaci di restare con Lui. Noi non siamo capaci di restare con Lui, e perché non restiamo?

Noi non restiamo perché non Lo capiamo. Allora, tutte le sue opere creano delle distanze; infatti Lui opera e noi siamo lì, disorientati, e non sappiamo. Quando invece capiamo (e di questo se ne accorge chiunque si osservi) proviamo gioia, perché la vera gioia viene quando noi arriviamo a capire qualche cosa, soprattutto quando capiamo qualche cosa di Dio, qualche cosa di eterno, di Verità eterna. Questa è una gioia che permane, sono doni eterni. Allora la Sorgente della gioia, viene a noi dal capire le cose di Dio. Dio parla non perché noi non capiamo, ma Dio parla perché noi capiamo, quindi per renderci partecipi della gioia. Però l’illuminazione non dipende da noi, ma dipende da Lui. Allora, tutte le sue opere, noi le dobbiamo sempre riportare a Lui per vederle in Lui, ecco la vera preghiera.

La vera preghiera è sempre il raccogliere da Dio offrire a Dio quello che lui ci mette nelle mani, quello che Lui ci presenta, perché Lui dica su quello che ha fatto la sua Parola illuminatrice, cioè lo “faccia suo”: perché le cose Lui fa a noi entrano nel nostro mondo, noi le possiamo vedere come se fossero nostre. Quindi non fermarti al tuo io, non fermarti a te stessa, ma tutte le cose che arrivano a te riportale a Dio; ed è quello che noi trascuriamo sempre di fare. Superare il nostro io non vuol dire fare dei salti mortali, ma vuol semplicemente dire non  fermarci alle impressioni che noi riceviamo nel pensiero del nostro io. Per cui se tu ricevi qualche cosa, non fermarti all’impressione che quel qualche cosa reca in te, buona o cattiva, o simpatica o antipatica, ecc., ma dì: “in questa cosa qui c’è una parola di Dio che io non vedo, c’è una lezione di Dio che io non intendo. Signore, che cosa mi vuoi dire attraverso questo avvenimento, questa lezione, questo dono, questo fatto che mi fai capitare nella giornata?”. Ecco, porta a Dio, cerca di vedere presso Dio, e non fermarti all’impressione buona o cattiva che ricevi nel pensiero di te stessa, cerca di capire presso Dio quello che Lui ti ha fatto, perché tutto quello che ti accade è tutta opera sua; anche se parte da te è ancora opera di Dio, tutto. Quindi: “Signore, che cosa mi hai voluto dire?”, cioè dopo averlo offerto a Dio devi entrare in silenzio, perché adesso è Dio che ti deve illuminare. Tu non parlare più, ormai hai fatto il tuo dono, e resta in silenzio fintanto che il Signore te lo illumini. E il Signore te lo illumina.

Pinuccia B.: In quel silenzio devo pensare al Signore!?

Luigi: Certo, se pensi ad altro non fai più silenzio.

Pinuccia B.: Intendevo dire che non devo più pensare a quello che è successo, o al fatto che ho presentato.

Luigi: No, quel fatto permane nella nostra anima alla presenza di Dio, e quando il Signore vorrà lo illuminerà; quindi va presentato a Dio, portato a Dio, affinché Dio lo faccia suo, perché effettivamente la cosa è sua. Quindi la cosa è già sua però Lui la deve fare suo in noi; cioè Lo fa suo in quanto noi non lo percepiamo come suo. Infatti noi possiamo dire per fede: “questo è avvenuto per opera di Dio”, ma non lo vediamo illuminato nel significato, nella volontà di Dio.

Pregare sostanzialmente vuol dire cercare la volontà di Dio, cercare di vedere e di capire la volontà di Dio in quello che fa. E all’ultimo quello che fa è il suo Pensiero; e il giorno in cui noi raccogliamo il pensiero del nostro io, cioè offriamo a Dio il pensiero stesso del nostro io. Dio lavora in noi in modo progressivo, e in un primo tempo magari moltiplicherà il pane e dirà: “adesso offri a me quello che ti ho fatto”, ma poco per volta Lui arriva a dire: “adesso offri a me il pensiero di te stesso”, e proprio offrendo a Dio il pensiero del nostro io, il giorno in cui illumina il pensiero del nostro io, che ci fa capire la trasfigurazione di noi stessi, c’è questa assunzione di noi a figli adottivi suoi.

Pinuccia B.: E sparisce il nostro pensiero.

Luigi: Sì, il pensiero che noi abbiamo in noi, non è più nostro ma è Pensiero di Dio.

Pinuccia B.: È irrevocabile?

Luigi: Sì, i doni di Dio sono irrevocabili, perché la luce di Dio essendo luce non si spegne più. Infatti noi stessi quando vediamo una cosa, l’abbiamo vista, e non possiamo più dire: “non lo vista”, in senso eterno. Prima di vederla noi possiamo dire: “non l’ho vista”, ma come abbiamo veduto non possiamo più dirlo; come noi non potremo dire eternamente che il 6 di gennaio del 1980 ci siamo trovati in casa diocesana. Tutte le cose che avvengono arrivano in noi in senso unico, non sono più smentibili, sono più forti di noi perché arrivano da Dio. Il nostro vivere praticamente è Regno di Dio che entra in noi, ed entra a senso unico, in quanto non ci da più la possibilità di tornare indietro. E costituisce lì la responsabilità. Tutto quello che arriva a noi, arriva a senso unico; noi non possiamo più ritornare indietro e dire che è come prima. Noi a parole possiamo dire che non è vero, ma la nostra coscienza urla. Ecco l’annuncio: “vi annuncio che è nato a Betlemme il Salvatore” (Lc 2,11); l’annuncio è arrivato, e noi non possiamo dire non lo sentito. Dio si annuncia a tutti, “tu sapevi che Io ci sono”; e questo non vuol dire conoscerLo. L’annuncio non è ancora conoscenza, l’annuncio non è vedere, l’annuncio è invito, è proposta; “tu sapevi che Dio c’è, perché non ti sei interessato?”, il problema è tutto lì: “perché non sei andato? Perché non ti sei preoccupato di vederLo? Perché non hai pregato!”.

Ecco, pregare vuol dire preoccuparsi di vedere quello che è stato a noi annunciato.

Ines: Allora la Comunione è vedere la Presenza?

Luigi: Ma questo arrivare a vedere la Presenza passa attraverso queste fasi; ci deve essere l’applicazione da parte nostra, che in termini estremi è questa dedizione del nostro pensiero a Dio. E questo non basta, perché si deve ancora passare attraverso la fase della consacrazione e la fase della comunione.

Ines: A noi spetta l’offertorio, la consacrazione spetta a Dio, e poi c’è a terza fase....

Luigi: Sì, però generalmente noi usciamo dalla Chiesa all’offertorio, cioè usciamo dalla preghiera all’offertorio; cioè noi riteniamo di aver pregato dopo aver detto parole...

Ines: Invece noi dobbiamo fare silenzio.

Luigi: Certo, perché con le nostre parole la preghiera è appena iniziata, e non è conclusa. La Messa non è conclusa all’offertorio, ma è appena iniziata; quindi adesso bisogna fare silenzio, perché Dio parla in questo silenzio, Dio è presente, è Dio che ti deve fare suo quello tu hai messo a disposizione. Ma questo mettere a disposizione vuol dire permanere in questo silenzio fintanto che il Signore non Consacra.

Ines: Dobbiamo essere passivi.

Luigi: Questa passività è attenzione, sguardo a Dio. Perché noi possiamo metterci in silenzio ma col pensiero correre dietro a tante altre cose. E allora in questa cosa noi prima lo offriamo a Dio ma poi ce la riprendiamo, perché non rimaniamo. Il nostro pensiero deve rimanere alla presenza di Dio fino alla consacrazione e alla comunione. E una volta giunti alla comunione non è che dopo possa scappare, anzi inizia la fase passiva, perché lì ormai una volta che uno ha visto qualche cosa di Dio non scappa più. È’ come una persona che si sente amata, lo subisce questo amore, anche se ad un certo momento lo volesse cacciare non riesce perché lo porta su di sé, ormai l’ha ricevuto.

La vera fase attiva è quella che passa attraverso l’offertorio, consacrazione e comunione. Quello che uno ha assimilato si trasforma come oggetto del nostro amore che vive in noi “non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me” (Gal 2,20); quindi è fase attiva in questo senso: con l’offertorio noi eleviamo, portiamo a Dio qualche cosa, ma poi dobbiamo permanere in questa Presenza, in questo offertorio, in questo silenzio fintanto che non vediamo trasformato da Dio quello che abbiamo offerto.

Perché ce la Messa tra noi? Questa Messa deve avere un significato; ecco, il significato di tutte le cose è sempre in rapporto a questo rapporto personale tra la nostra anima e Dio, perché Dio sta operando in tutto, anche nella Messa per portarci ad un rapporto personale con se stesso, intimo, tra noi e Lui, perché la vita vera, l’illuminazione è sempre personale, è un rapporto d’amore, quindi è sempre un rapporto intimo. Tutto avviene per portarci lì, “Ti condurrò nel deserto e lì parlerò al tuo cuore” (Os 2,16).

Ines: C’è proprio il rischio di fermarsi solo alla prima parte...

Luigi: Certo, ed è quello che noi facciamo sempre; se noi a Messa uscissimo all’offertorio sarebbe uno scandalo, però non ci rendiamo conto che sostanzialmente noi usciamo sempre all’offertorio.

Pinuccia B.: Questa è tutta l’opera del raccogliere.

Luigi: Certo, però approfondendo noi ci accorgiamo che ci sono fasi diverse nello stesso raccogliere.

Pinuccia B.: Si può dire che abbiamo raccolto una cosa solo se abbiamo celebrato la Messa su quella cosa.

Luigi: Certo, dobbiamo celebrare questa Messa perché Dio ci ha fatti veri Sacerdoti; S. Agostino dice che il vero altare su cui si elevano i veri sacrifici a Dio è la nostra mente; questo è il vero altare, il vero tempio dentro di noi. Noi siamo i veri Sacerdoti, ma la vera Messa si celebra se si arriva alla conclusione, alla comunione.

La Messa è una lezione per pregare; tutto l’universo si conclude in una Messa, quindi abbiamo l’universo, poi la Messa, poi la preghiera, vita intima, rapporto a tu per tu con Dio.

Ines: Hai detto che la nostra preghiera è come la Messa.

Luigi: Sì, se è vera preghiera deve essere come la Messa; o perlomeno nella Messa sono significate le fasi essenziali della nostra preghiera.

Ines: Mi sembrano due cose diverse

Luigi: La preghiera e la Messa non sono due cose diverse, d’altronde in tutta l’opera di Dio non ci sono due cose diverse; tutto il Regno di Dio, tutta la creazione, tutto l’universo non comprende cose diverse, ma comprende una cosa sola, e noi dobbiamo vedere questa cosa sola in tutto. La vita stessa del Cristo, la nostra vita, il pregare, la Messa, tutto quanto non fa altro che esprimere una stessa cosa. È tutta educazione, è Dio che educa, insegna a noi; perché noi siamo bambini che non sappiamo cosa fare, e Dio in tutte le cose ci insegna e ci dice: “guarda, adesso metti il piedino lì, poi dai la manina là, poi guarda questa cosa qui...”, e intanto cresciamo; quindi se noi stiamo attenti, Lui ci insegna. Ma sostanzialmente che cosa ci insegna? Ci insegna a vivere con Lui. Cristo, perché venuto?

È venuto ad insegnarci a vivere col Padre.

Ines: E la Messa della chiesa....

Luigi: ...è per insegnarci a vivere con Dio, per insegnarci a pregare. Se noi andiamo a Messa, ma non impariamo a pregare, la nostra messa serve a niente. La Messa serve per insegnarci a pregare, per insegnarci a dialogare con Dio; la Messa ci mette in rapporto con Dio. A che cosa serve la comunione? La comunione serve per metterci in rapporto con Dio. Se invece noi facciamo la comunione come atto sacramentale, come azione, abbiamo fatto niente, anzi abbiamo introdotto in noi un motivo che può essere di rovina, perché non hai capito il senso per cui Dio li ha istituiti. I Sacramenti sono dei mezzi, i mezzi si usano sempre in quanto uno ha un fine ben chiaro davanti a sé, ha uno scopo. Infatti noi non saliamo su un tram soltanto per salire sul tram; si sale sul tram per andare in un  certo luogo, ma quel luogo dobbiamo averlo ben chiaro. Invece il più delle volte riteniamo che la vita stia in questo: “salgo una volta al giorno sul tram e sono a posto; salgo sul tram, faccio un tratto poi scendo, il più presto possibile perché ho altro da fare. L’importante comunque è che io salga sul tram”. Ma NO! Il tram è un mezzo a disposizione per arrivare in un certo luogo. Ecco l’errore che noi facciamo.

Quindi dobbiamo formare in noi quello a cui dobbiamo tendere; e anche questo lo dobbiamo cercare presso Dio, anche questo deve essere oggetto di preghiera. Signore, che cosa debbo volere? Presenta questo problema a Dio, e Dio ti presenterà il suo problema, lo farà suo, ti farà capire qual è la sua Volontà. E quella sua Volontà ti illuminerà e ti farà capire che Dio ti ha dato la vita per cercare Lui, per occuparti di Lui “ah, ho capito adesso, io debbo arrivare là; però, Signore, quali mezzi, come fare per arrivare là?”; adesso hai un altro problema, perché sai dove devi arrivare, ma non sai ancora come fare. Se offro a Dio, cioè mi rivolgo a Dio, Lui mi insegna quali mezzi devo utilizzare per camminare verso quella meta.

La Messa, la preghiera, i rapporti con Dio sono tutti collegati uno con l’altro, e uno mi aiuta ad arrivare all’altro. Tutto quello che avviene nel mondo esterno, avviene come significazione di fatti che devono avvenire nel nostro mondo interno.

(?): Se io non vado a Messa e faccio la preghiera come hai appena spiegato è la stessa cosa?

Luigi: Certo!

(?): Ma allora perché c’è la Messa?

Luigi: Perché noi non facciamo la preghiera. Noi non siamo capaci a pregare, come non siamo capaci a vivere. Prova a chiederti: perché c’è Cristo? Cosa serve Cristo?

Se io sono unito al Padre e vivo col Padre, a che cosa mi serve Cristo? Però, io sono unito al Padre? Io vivo con il Padre? Io sono il figlio del Padre?

Ecco che allora ho bisogno di Cristo. Certo, se non sono attratto dal Padre non mi interessa il Cristo, o se mi interessa mi interessa malamente, perché mi interesso del Cristo in quanto la società mi chiede questo, l’ambiente in cui sono nato lo esige, quindi lo faccio come recitazione, ma lo vedo male, cammino male. Se invece sono attratto dal Padre, cioè se il mio fine è Dio, desidero conoscere Dio, sono attratto da Dio, ho capito l’importanza di Dio, il valore che Dio ha per la mia vita, desidero questo, ma non so come fare; appena trovo uno che mi parla di come fare per arrivare a conoscere Dio, dico: “questo lo tengo prezioso, di questo ne ho bisogno”. Ecco il Cristo. Cristo mi insegna la vita col Padre, mi insegna a vivere come Figlio, perché noi non siamo capaci a vivere come figli. E questo è il problema del Cristo.

E così è il problema della Messa; mi insegna a fare quello che io non sono capace a fare, cioè mi aiuta, mi fa riflettere.

Pinuccia B.: Anche la Messa è un opera del Cristo; è Cristo che ha istituito la prima Messa nel cenacolo, ma per insegnarci questo...

Luigi: Certo; ad un certo momento Lui dice: “questo è il mio corpo”,   anche questo io lo debbo raccogliere presso Dio. Quindi vivendo con Cristo Lui mi trasfigura il mio cibo naturale in suo cibo, “che cosa mi hai voluto significare, che cosa mi hai voluto dire?”.

(?): Cosa sono l’offertorio, la consacrazione e la comunione?

Luigi: Sono questi momenti di preghiera, di meditazione, di approfondimento. Ed è per il quello che le riflessioni sui Vangeli domenicali le chiamiamo “Meditazioni Domenicali”. Sono passaggi per la nostra Messa. La nostra vita sostanzialmente deve essere una Messa, deve essere un dialogo con Dio, deve essere un cammino verso la conoscenza di Dio, deve essere preghiera, “è necessario pregare sempre” (Lc 18,1). Pregare vuol proprio dire fare sempre questo lavoro: raccogliere tutto da Dio, portarlo a Dio, perché Dio ce lo illumini e ce lo trasfiguri, e ce lo trasformi in vita eterna, perché la comunione con quello che lui ha illuminato diventa in noi vita eterna, e ci fa entrare nella vita eterna.

(?): Ininterrottamente?

Luigi: Sì, perché Dio ininterrottamente parla con noi; quando una persona parla sempre con me, cosa mi chiede? Che io in continuazione stia attento al suo pensiero. Dio personalmente sta parlando con noi ogni giorno; quando una persona parla, che cosa chiede all’altro, di essere capita in quello che vuol dire. Dio vuole essere capito in quello che Lui dice a noi. Arrivare a capire, è entrare nella vita eterna: “sforzatevi di entrare...” (Lc 13,24).

“Beati gli occhi che vedono quello che voi vedete, beati le orecchie che ascoltano quello che voi udite...”, perché beati? Perché è Vita Eterna; cioè questi entrano nella Vite Eterna. Cioè capire, vedere quello che Dio dice a noi ogni giorno è partecipare alla vita eterna, entrare nella vita eterna, perché Dio parlando a noi ci fa conoscere cosa eterne di Sé., del suo Regno, di come Lui regna con noi.

Amalia: Sono convinta, ma devo approfondire... 

Luigi: Certo, d’altronde è Dio il Maestro; quindi più noi ci raccogliamo in Dio e più Dio ci convince. È Dio Colui che convince, e la convinzione è sempre un rapporto personale; attraverso le parole che si sentono noi siamo sollecitati a guardare, ad essere attenti a certi argomenti, a certi fatti, a certi problemi, però queste cose noi le dobbiamo sempre guardare sempre con Dio, nell’intimità, ragionare con Dio, ed è Lui che ce le illumina, è Lui che convince, perché il Maestro è uno solo. E ci rende partecipi della vita.

Pinuccia B.: Il vero lavoro essenziale è raccogliere ogni cosa, quindi celebrare su ogni cosa una Messa.

Luigi: Che è poi Vera vita. E allora possiamo capire la vera funzione della Messa, perché la messa è pedagogia a questo lavoro personale nostro con Dio. Altrimenti il Signore ci dirà: “Io tutti i giorni ti presentavo quello che dovevi fare nel tuo intimo, e tu non l’hai fatto mai, non hai capito mai”. Questo è il sacrificio del Cristo: il Verbo di Dio che scende tra noi, si fa figlio nostro, per insegnare a noi il lavoro che dobbiamo fare. Noi possiamo dire. “Signore io ti ho sempre ringraziato che sei morto per me”, Lui ci dirà: “Hai capito niente! Io sono morto per te per insegnarti a fare quello che non hai mai fatto”.

Pinuccia B.: Questo lavoro richiede una morte a noi stessi.

Luigi: La vera morte sta lì, perché uno supera se stesso. Infatti noi siamo portati a fermarci al nostro io, ad agire secondo il pensiero della figura, ecc. No, bisogna cercare presso Dio, e cercare il significato delle cose presso Dio è iniziare a celebrare la nostra Messa.

Pinuccia B.: E la Messa è una sintesi di tutto quello che stiamo apprendendo.

Luigi: È sintesi di un lavoro che dobbiamo fare, cioè è pedagogia, è introduzione anche questa al vero lavoro. Però noi possiamo anche ridurla ad atto.

La maggior parte delle persone assiste alla Messa e poi dice: “io ho pregato”; “Signore io ti ringrazio perché non sono come gli altri” (cf Lc 18,11) dicendo questo si è convinti di aver pregato; in realtà non abbiamo fatto niente, anzi abbiamo lodato noi stessi.

Pinuccia B.: Quindi pregare e celebrare la Messa è...

Luigi: ...cercare l’intenzione di Dio. Certo, abbiamo parlato dell’intenzione perché qui Gesù si sottrae ad essere eletto re quando Lui viene per essere eletto re. Come mai questo fatto strano? Lui viene per essere re, lo vogliono come loro re, e Lui scappa, perché questo? C’è un intenzione; dobbiamo guardare il motivo. Qual era il motivo?

Gesù osserva i motivi con i quali noi ci avviciniamo a Lui.

Pinuccia B.: Dobbiamo cercare l’intenzione di Dio in ogni cosa e allora scopriamo la sua Presenza, se no Lui scappa.

Luigi: Cioè non è che Lui scappi, perché Lui rimane; non si lascia toccare, per cui non ci convinciamo, non possiamo convincerci, perché il convincerci è il toccare con mano. E Lui non si lascia toccare con mano; e diventa per noi non più pensabile. E in questa situazione noi pensiamo alle cose, ma Dio diventa lontano, diventa una cosa astratta, non è più esperimentabile da noi.

Luigi: La Messa è pedagogia a questo lavoro principale, per cui non basta assistere. Infatti se io assisto ad una lezione che Dio mi fa per insegnarmi un qualcosa e poi non faccio attenzione non serve a nulla. E come imparare a memoria una cosa senza capirla

Luigi: Assistere ad una Messa è assistere ad una lezione pedagogica di Dio per la nostra vita personale. Bisogna capire.

Quando non abbiamo il motivo dell’applicazione personale c’è sempre un motivo fasullo, cioè io vado per la figura, io vado per la recitazione, vado per sentirmi a posto, vado per una regola di vita...; ma ad un certo momento la regola può diventare una dannazione, può diventare il Sabato.

Cina: Quando vado a Messa penso: “Gesù muore e risorge per me”, quindi vado ad attingere questo.

Luigi: A Messa devi andare ad attingere quello che devi fare, e come lo devi fare.

Pinuccia B.: È un proporci questo lavoro da continuare tutto il giorno.

Luigi: Alla Messa vado ad assistere quello che devo fare personalmente nel giorno che Dio mi dà; allora nella Messa imparo che debbo offrire a Dio, debbo ricevere da Dio l’illuminazione e debbo assimilare quello che Lui mi ha detto, quello che discende da Lui. Non dobbiamo andare lì e dire: “Cristo muore e risorge; ti ringrazio, Signore, che sei morto e risorto per me”.

Cosa vuol dire questo Cristo è morto e risorto per te?

Dobbiamo arrivare a dire: “Cristo è morto e risorto perché  io impari a morire a me stesso e a risorgere a Dio”. Questo morire a noi stessi è il passare attraverso l’offertorio e portare a Dio quello che Dio ci presenta in attesa che Dio mi dica su questo la sua Parola. Perché fintanto che non vediamo la Parola di Dio noi non dovremo muoverci, perché il Signore dice che il Figlio non può fare niente se non lo vede fatto dal Padre, cioè se non vede l’iniziativa del Padre, la Parola del Padre. E perché dice questo a noi? Dice questo a noi per insegnare a noi come si vive da Figli di Dio. Tutte le parole che Dio dice, le dice per insegnare a noi; Lui sta parlando a noi per insegnarci a vivere da figli di Dio. Quindi tutto, tutte le opere di Dio sono lezioni di Dio personali; anche la Messa, anche la vita del Cristo, sono tutte lezioni di Dio personali per noi; per quale scopo? Per insegnare a noi a vivere da figli di Dio. È qui che allora noi dobbiamo tendere; dobbiamo capire questa lezione, quello che Dio fa giungere a noi, per insegnare a noi a vivere da Figlio di Dio.

“Gesù sei morto, perché sei morto?”, per insegnare a me a vivere da Figlio di Dio; ma questo cosa vuol dire? Io devo morire a me stesso per imparare a vivere di te da te, secondo te. I figli di Dio si riconoscono in questo, che in tutto si lasciano guidare dallo spirito di Dio.

(?): Se uno guarda l’umanità attuale vien da pensare che il sacrificio di Cristo non sia servito. 

Luigi: Dio ci osserva personalmente; è lì che si osserva la validità o la non validità del sacrificio del Cristo. Bisogna osservare le persone singole, e non solo in un certo tratto di strada, ma in tutto l’arco della loro vita. Man mano che arrivano alla morte, ci accorgiamo se Cristo è servito a qualche cosa o se non è servito a niente. Quanti hanno imparato da Cristo a morire a se stessi? Noi stessi che siamo in cammino ci accorgiamo dell’importanza della morte del Cristo.

Cristo muore per insegnare a noi a morire a noi stessi; altrimenti, se non moriamo a noi stessi, Cristo per noi è morto invano, cioè la Messa è trascorsa invano, non abbiamo imparato la lezione della Messa, non abbiamo imparato la lezione della morte del Cristo. Abbiamo assistito, l’annuncio c’è stato, per cui sapevamo che Cristo  morto per noi; ma noi abbiamo cercato di capire?

Ecco, se non ci preoccupiamo di andare a vedere quello che ci è annunciato siamo in colpa.

Quando i pastori hanno saputo che era nato il Messia, potevano dire: “lo sappiamo, ma adesso restiamo qui a dormire”, e non l’avrebbero visto; invece hanno detto “andiamo a vedere il Verbo che ci è stato annunciato”.

Quindi l’annuncio che Cristo è morto in Croce è la stessa cosa dell’annuncio del Messia che è nato a Betlemme; e anche noi abbiamo il nostro gregge, però  preoccupiamoci  di ciò che ci è stato annunciato, lasciamo il gregge e andiamo a vedere il Verbo che ti ci è stato annunciato del Cristo morto in Croce. E fintanto che non c’è questa nostra applicazione personale, cioè fintanto che non ci raccogliamo in Dio non vediamo il Verbo che ci è stato annunciato.

Quindi in tutte le cose il Verbo si annuncia, ma in quanto si annuncia ci invita ad andarlo a vedere per quello che ci è stato annunciato. E noi lo possiamo vedere solo presso il Padre, perché il Figlio si conosce solo nel Padre. In caso diverso non lo vediamo. E allora tutto quello che è annunciato, e che non ci ha mossi a vederlo diventa per noi motivo di rovina, è un frammento non raccolto.

Pinuccia B.: Raccogliere i frammenti è celebrare la Messa.

Luigi: Logico.

Cina: La Messa, di per sé, è proprio ciò che è avvenuto nell’ultima cena, e che si ripete in ogni Messa; se l’attingo serve per la mia salvezza.

Luigi: Ma cosa vuol dire attingere?

Cina: Farla mio; cioè fare in modo che questo avvenga nella mia vita.

Luigi: Appunto, quindi quello che è avvenuto nel cenacolo, come in tutta la vita del Cristo è tutta lezione, educazione per insegnarci a vivere con il Padre. Ma quando Lui ci ha insegnato a vivere, non è ancora detto che noi viviamo. Quindi anche la Messa, sotto un certo aspetto ci insegna a vivere essenzialmente con Dio. Questo ci viene detto, ma non è detto che noi lo traduciamo in vita.

Pinuccia B.: Ma la Messa ha valore di per sé?

Luigi: Di per sé la Messa mi può condannare; l’opera del Cristo ha valore di per sé, ma è proprio il di per sé che mi condanna.

Pinuccia B.: Questo è un rinnovo di quello che è avvenuto una volta sola, ma si rende presente a me nella Messa.

Luigi: Mi viene ripresentato, perché tutto quello che dà valore è sempre la parola del Cristo, perché senza la parola del Cristo non ci sarebbe né sacramenti, né Messa, ecc: è la Parola; quindi è la Parola che noi dobbiamo capire non la funzione. Se dici: “Io ho partecipato ad una bella funzione, o come è bello”, non hai capito niente. È la Parola che dà valore alla funzione, ma questa parola io la debbo capire, questa Parola Dio la dice per te affinché tu la capisca. Come d’altronde tutta la sua vita è Parola che Lui dice a me affinché io la capisca. Ora, capire vuol dire imparare a vivere con il Padre, a vivere con Dio.

Cina: La Messa è come un Battesimo; il Sacramento incide sulla persona.

Luigi: Incide come incide un’informazione; incide su di te un’informazione o no?

Cina: Sì, ma penso che la Messa sia di più, perché è un sacramento come il battesimo, come la confessione, come l’estrema unzione, mettiamoli tutti, perché nella messa ci sono tutti; perciò la parola ce l’ho sempre sotto mano, e la devo tenere in conto, ma la Messa mi sembra che sia un qualcosa di più, perché avviene questa morte e risurrezione che Gesù ha detto nell’ultima cena. La Messa ripete quell’ultima cena.

(?): La Messa è la sintesi della vita del Cristo.

Pinuccia B.: Forse il problema di Cina è questo: che differenza c’è se io, colta la lezione della Messa, magari la medito in casa, magari me la ripresento, colgo la lezione e mi propongo di vivere durante il giorno la mia Messa, e che differenza c’è tra l’andare invece alla messa sacramentale. C’è differenza tra una e l’altra? E se non c’è un di più tanto vale andare alla Messa, ma basta stare in casa a meditare sulla Messa per poi viverla durante il giorno.

Luigi: La Messa in sé  è informazione di quello che dobbiamo fare.

Pinuccia B.: Quindi non c’è differenza di per sé tra il meditarla in casa e l’andare alla Messa.

Luigi: La differenza è questa: meditandola sono io che penso, invece alla Messa c’è una realtà che s’impone su di Me. Quindi durante la celebrazione della Messa abbiamo una realtà che s’impone e che mi invita; per cui noi siamo responsabili perché il Signore dirà: “Io ti avevo presentato”, quindi lì non eravamo noi che pensavamo.

Comunque anche se non andiamo alla Messa Dio arriva a noi per altre vie; infatti possiamo anche essere dei pagani, ma Dio opera tutti per salvarci. Quindi Lui ha infinite vie per arrivare; e sicuramente non bisogna dire: “quel tale non va a messa, quindi certamente non si salva...”, NO! Dio opera per salvare tutti, e quindi ha infinite vie per arrivare e far arrivare i suoi annunci. Man mano che noi raccogliamo i suoi annunci Lui ci fa progredire e ci porta nell’anima del mistero; cioè insegna noi a vivere sempre più intimamente con il Padre. Allora, abbiamo una realtà che non dipende da noi ed in cui Dio opera, Dio scrive; prendiamo come esempio la vita di Cristo: è una realtà, non sono io che lo pensata, non sono io che adesso mi metto a pensare, è una realtà che è avvenuta. Ora, questa realtà che non dipende da noi ci rende responsabili della risposta che diamo. Ora, l’importanza dei Sacramenti, della Messa, della vita del Cristo, della Creazione di tutta l’opera di Dio sta in questo: “è una realtà che s’impone su di noi”; in quanto è realtà, sollecita da noi una certa risposta, cioè il capire che cosa Dio ci ha voluto insegnare attraverso questa realtà, cosa che noi possiamo non fare. Se noi non lo facciamo noi frustriamo la Realtà.

Tu puoi andare a Messa tutte le mattine, ma se tu non ti preoccupi di capire perché Dio ti presenta questa realtà, la sua Messa, tu in fondo, nelle tue hai qualche cosa di diverso dalla conoscenza di Dio che non coincide con la volontà di Dio. Cioè tu puoi andare a Messa, ma se non cerchi il perché Dio ti presenta questo, e non cerchi di capire la lezione di Dio in quello che ti presenta, tu sei motivata o dalla tua figura, da una regola di vita, da un abitudine.

Pinuccia B.: Ma la Messa vale di per sé...  

Luigi: Non diciamo che la Messa vale di per sé; quel “di per sé”  è perché è realtà che s’impone. Tutta la realtà che s’impone va sempre vista in Dio. Se io non la vedo in Dio, in me ho un motivo sbagliato, e questo motivo sbagliato mi fa frustrare tutto. È il motivo dentro di me che conta; infatti questa gente ha lasciato il loro paese, è andata dietro Gesù, e Gesù ha moltiplicato per loro il pane, e poi ad un certo momento ha un motivo sbagliato, e Gesù scappa. Ecco, ci siamo chiesti: quale motivo avrebbero dovuto avere? Avrebbero dovuto interrogare Gesù sul significato di quello che Lui ha fatto; quindi è il significato. Cosa vuol dire significato?

La volontà di Dio in quello che è avvenuto; avrebbero dovuto dire: “noi vogliamo capire la volontà di Dio in quello che tu ci hai fatto; perché ci hai fatto questo? quale lezione hai voluto darci moltiplicandoci il pane? qual è la volontà del Padre tuo in questo?” ; e Lui sarebbe rimasto. Perché tutto è parabola, e di fronte ad una parabola bisogna chiedere: “spiegaci la parabola” e Lui rimane, non scappa, ed è li il Re, Lui è il Re della Verità, ma il Re della Verità per chi? Per chi vuole capire la volontà del Padre in quello che Lui ha detto e in quello che Lui ha fatto. Se noi invece non abbiamo questo desiderio, non siamo attratti dal Padre, in noi c’è una motivazione sbagliata, anche se facessimo penitenze a non finire, anche se stessimo tutta una vita seduti o appisolati su una colonna, e digiunassimo da mattina a sera. Abbiamo una motivazione sbagliata perché non siamo attratti dal Padre; ma allora da che possiamo essere attratti? Probabilmente siamo attratti dal fatto che tutti ci dicono che siamo dei santi, o forse siamo attratti perché apparteniamo ad una famiglia che ha questa regola di vita, oppure per evitare brutte figure “se non faccio questo chissà gli altri cosa dicono”, ed è il pensiero dell’io, quindi non moriamo a noi stessi.

(?): Non basta essere attratti da Gesù?

Luigi: “Nessuno può venire a Me se non è attratto dal Padre” (Gv 14,6). Se noi riteniamo di essere attratti da Gesù, ma non siamo attratti dal Padre, la nostra attrazione verso Gesù è motivata in modo sbagliato, e Gesù non si fa trovare, cioè abbiamo altri motivi. Gesù è chiaro: “Nessuno può venire a Me se non è attratto dal Padre”.

(?): Ma siccome sono tre persone in una...

Luigi: NO! Sono tre Persone che formano un Essere unico.

(?): Quindi se uno è attratto da Gesù è anche attratto dal Padre e dallo Spirito Santo.

Luigi: È vero o non è vero che Gesù ha detto: “Nessuno può venire a Me se non è attratto dal Padre” ?

(?): Sì.

Luigi: Quindi c’è una precedenza. Gesù dice ancora: “Io non scaccio nessuno di quelli che il Padre mi manda”, ma deve essere il Padre che manda; ma cosa vuol dire “Padre”? Desiderio di conoscere Dio. Hai interesse per conoscere Dio? Se tu vai a Cristo col desiderio di conoscere Dio vuol dire che sei attratto dal Padre, e allora hai in te la fame che ti da la possibilità di mangiare il suo pane, se non sei attratto dal Padre, dal desiderio di conoscere Dio, non hai la fame per assimilare il suo pane. Allora, questo discorso è troppo difficile. Quindi noi accettiamo da Lui quando dice: “Beati i poveri, beati voi che soffrite...” (Mt 5,3 ss); ma quando ci fa un discorso un po’ più duro, allora noi iniziamo a dire: “queste qui sono cose astratte”, qui vuol dire che non sei attratto dal Padre. In questo caso ci accorgiamo che Lui ci lascia a metà  strada. Quindi se non possiamo seguirLo in tutto, Lui ci lascia a metà strada, magari Lo seguiamo fino alla moltiplicazione dei pani, e quando li moltiplica, allora diciamo: “è proprio quello che mi interessava, voglio che sia mio Re”, e cantiamo Lui dalla mattina a sera: “Signore come sei buono”, e Lui se ne scappa; e noi crediamo che Lui è con noi, ma poi ci accorgiamo che con noi c’è soltanto una carovana, ma Lui non c’è (Lc 2,44). Ma perché questo? Eppure prima c’era?

Non eravamo attratti dal Padre.

Pinuccia B.: Quindi per chi è attratto dal Padre, tanto fa l’andare alla Messa (rito) che il raccogliere la Messa (rito) nel segreto della sua stanza, cercando di ricavare tutto l’insegnamento che Gesù le dice? Cioè se sono attratta dal Padre sono libera di andare o di non andare?

Luigi: Mettiamo le cose a posto! La vita nel Cristo, e nella vita del Cristo è compresa la Messa; perché Cristo è nato tra noi, perché Cristo è vissuto e perché Cristo è morto?

Pinuccia B.: Per agganciarci.

Luigi: Che cosa vuol dire agganciarci.

Pinuccia B.: Per distrarci da altre presenze e farci camminare con Lui.

Luigi: Per portarci dove?

Pinuccia B.: Al Padre.

Luigi: E nel Padre sostanzialmente cosa si fa?

Si entra in questo rapporto di pensiero che dicevo prima; quella è la Realtà che è avvenuta nella vita del Cristo. La vita del Cristo è avvenuta per portarci ad una vita intima con il Padre, ad un rapporto personale con il Padre. Cioè sostanzialmente, dopo aver incontrato il Cristo, noi cosa facciamo? Dentro di noi, cosa è successo?

È successo che prima il nostro pensiero colloquiava con tutti, si lasciava portare via da tutti gli argomenti del mondo, mentre adesso tutte le cose le dialoga col Padre, vive con Dio.

Il Cristo è quella Realtà che mi ha insegnato a vivere alla Presenza di Dio, a vivere con Dio come Lui vive, come figlio di Dio. Quello che faccio dopo con il pensiero presuppone tutta quella Realtà, perché senza quella Realtà io non sarei arrivato; “la Legge  - dice S. Paolo -  è stata il nostro pedagogo al Cristo” (Gal 3,24), e il Cristo, approfondiamo, è il nostro Pedagogo al Padre, tanto è vero che ad un certo momento Lui dice: “è necessario che Io me ne vada, altrimenti non può venire in voi lo Spirito di Verità (lo Spirito che è il rapporto personale d’amore tra il Padre e voi)(Gv 16,7). E poi si ritira affinché noi personalmente entriamo a contatto col Padre, infatti Lui nell’ultima preghiera ci affida al Padre. Ma cosa vuol dire che ci affida al Padre?

Non che il Padre ha bisogno che il Figlio ci affidi, o che il Figlio ha bisogno di affidarci al Padre, ma lo fa per noi. Se per esempio io domattina parto per l’Africa, e se ho una persona che dipende da me, l’affido ad un altro, e quella persona affidata, adesso che sono partito per l’Africa a chi si rivolgerà? Si rivolgerà a quel tale al quale io l’ho affidata. Ora, così fa Gesù; dopo averci preparato, dopo aver fatto tutto con noi, da renderci capaci (perché noi prima eravamo incapaci, altrimenti non ci sarebbe stato bisogno del Cristo) ci affida al Padre. Quindi non dobbiamo dire: “adesso io sono capace a vivere con Dio, e faccio a meno del Cristo”, ma dobbiamo dire: “Signore, io ti ringrazio infinitamente, perché solo per mezzo tuo sono diventato capace di vivere col Padre”. Quindi, quando Ci accorgiamo che la vita in noi viene meno, ricorriamo sempre al Cristo, perché quella è la Realtà, e non è il nostro Pensiero che opera. Noi siamo orientati dalla Realtà, e la Realtà è questa: non siamo noi che l’abbiamo fatta la vita del Cristo, come non siamo noi che abbiamo fatto il filo d’erba; è una realtà. Allora, quando ti accorgi che non riesci più a stare in Cielo, aggrappati al filo d’erba, e il filo d’erba ti conferma che Dio c’è. Quando, pensando Dio inizi ad avere il dubbio e non riesci più a vedere, scendi presto in terra, afferrati a ciò che Dio ti presenta, perché quella è la Realtà che Dio ti fa, per testimoniarti che è Lui che opera, non sei tu.

Però noi corriamo il rischio di immergerci soltanto nella realtà, e per realtà intendo anche la natura, come la vita del Cristo, come la Messa, e di trascurare l’essenziale, il Padre.

Il filo d’erba non è sbagliato, il filo d’erba, sotto un certo aspetto, è anche un sacramento, perché è un mezzo attraverso cui Dio si comunica, attraverso cui Dio mi dice: “Io ci sono”; ci basta un moscerino, perché tutta la creazione di Dio è tutta Parola di Dio, e tutto avviene attraverso la Parola di Dio. Ma cosa può succedere? Può succedere che noi ci abbarbichiamo al filo d’erba e non pensiamo più a Dio, viviamo per il filo d’erba, e incominciamo a sfruttare il nostro mondo, a vivere con le creature, quindi immergendo tutta la vita soltanto più nelle cose create, e trascuriamo Dio. Ora, perché avviene questo errore? Perché non preghiamo, perché non colleghiamo più le cose a Dio, ma le fermiamo al nostro io: “ho mangiato un frutto, come buono, adesso vivo per fare un magazzino di questi frutti”. Ecco allora la necessità della venuta del Cristo e della sua morte; viene per dirci: “guarda che tu, costruendoti un magazzino di mele, stai correndo verso la tua morte; cioè tu vivendo per il mondo, costruendoti il magazzino di mele, uccidi il tuo Signore, uccidi Dio nella tua vita”. Ecco, Cristo viene a morire per farci toccare con mano che c’è un qualche cosa di sbagliato dentro di noi.

All’inizio, per Adamo,  non c’era bisogno che Cristo morisse, perché tutta la natura,  per Adamo, era sacramento, cioè era mezzo attraverso il quale Adamo colloquiava con Dio. Colloquiare vuol dire essere in intimità; quindi Adamo era in unione, e se era in unione, tutto ciò che Dio gli presentava era sacramento. Quindi per Adamo, tutta la creazione di Dio era sacramento che lo portava in unione con Dio, lo aiutava a comunicare con Dio. Ma dopo, in conseguenza del peccato, fu necessaria la morte del Cristo, perché è entrato in lui, qualche cosa di sbagliato, per cui non collegava più con Dio; cioè ha separato. E come si può separare da Dio la creazione, possiamo ancora separare da Dio la morte del Cristo, possiamo separare da Dio la Messa, e ridurre tutto a funzione, a regola, ad abitudine, a figura, e allora questa realtà diventa per noi motivo di doppia dannazione.

Anche per il popolo d’Israele il problema del sabato era tutto regola; infatti vediamo quanto Cristo abbia dovuto lottare proprio sul problema del Sabato, per fare capire la vera funzione del Sabato. Ecco, noi possiamo ridurre la nostra religiosità ad un Sabato “Io ho santificato la festa, sono a posto; io pago le imposte, sono a posto; io non bestemmio, sono a posto” NO! La vita non è quello; noi possiamo trasformare tutto in regola, tutto in recitazione di preghiere credendo essere a posto. NO! non è quello. La vita con Dio si chiama vita essenziale.

(?): Ma perché si rinnova?

Luigi: Perché siamo tanto stupidi. Perché tu devi dire tante volte una stessa cosa ad una persona? Perché quella persona è stupida, infatti se quella persona capisce subito, non la dici tante volte. Quand’è che c’è bisogno di ripetere tante volte, quando l’altro non capisce. Allora si può perdere anche la pazienza; ma fortunatamente il Signore non perde la pazienza, ma ripete infinite volte la stessa lezione sotto forme diverse; però il Pensiero è unico. Lui deve ripetere tante volte la stessa cosa, perché noi tardiamo a capire.

Amalia: Può essere importante partecipare alla Messa tante volte, in quanto se siamo mossi dalla motivazione giusta...

Luigi: È importante in quanto è un’ammonizione continua alla Realtà, per essere sempre più informati.

Amalia: È un aiuto perché ci riporta sempre...

Luigi: ...insistentemente alla Realtà, infatti dice: “fate questo in memoria di Me” (Lc 22,19), per ricordarci di quello che dobbiamo fare essenzialmente nei riguardi di Dio; perché noi in continuazione ci dimentichiamo. Andiamo a Messa, e magari cinque minuti dopo siamo lì che litighiamo col vicino, o brontoliamo, ecc.; questo è segno che non abbiamo capito niente; perché siamo stolti, non siamo intelligenti. Fossimo intelligenti, anche se abbiamo peccato, basta una Messa unica, basta un Sacramento unico, basta un incontro con la morte del Cristo una volta sola. Ed è il pensiero del nostro io il principio di stoltezza, principio di non intelligenza. Non siamo intelligenti, perché l’intelligenza è sempre questo guardare la Causa di tutto. La Causa è Dio, tu sai che esiste Dio, guarda sempre Dio, guarda sempre la Causa, perché intelligere vuol dire intendere nella causa, e non vuol dire fermarsi agli effetti. Infatti se non riportiamo alla Causa diventiamo stolti.

Una lezione stupenda è quella delle vergini stolte: avevano la fede, avevano la lampada accesa, erano vergini, andavano incontro allo sposo, si sono addormentate tutte, con quelle sagge, e poi vengono cacciate via, perché non sono state intelligenti. Il problema è tutto lì.

(?): Il valore di una Messa che posso celebrare io se ho gli occhi a Dio, ha tanto valore quanto la Messa che celebra il prete.

Luigi: No, un momento, io dico che vale di più quella che celebra lei personalmente. Perché se la Messa che viene celebrata dal Sacerdote, tu non la celebri interiormente, non serve, anzi diventa per te un motivo di condanna. Quindi quello che vale veramente è quello che tu fai “dentro” con Dio, perché se tu non fai niente “dentro” con Dio, quella Messa celebrata in Chiesa diventa per te motivo di condanna, perché il Signore ti dirà: “Io mi sono presentato, sono morto per te, e tu non hai fatto...”.

Pinuccia B.: Diventa motivo di condanna anche se io non sono andata a Messa. Il problema non è andare o non andare, perché uno potrebbe anche dire: “non vado così non diventa motivo di condanna”; invece il fatto stesso che ci sia un sacerdote che celebra una Messa, anche se non vado diventa motivo di condanna se io non celebro la Messa interiore.

Luigi: Certo, perché tutto è in funzione di questo rapporto personale, sia ben chiaro, perché Dio fa tutte le cose per far compiere a noi qualche cosa. Se questo qualche cosa non avviene tutto quello che Dio fa diventa per noi motivo di rovina, motivo di condanna, perché “Io per te ho creato l’universo; per te ho fatto soffrire tanti; per te Io sono vento a morire, e tu non ti sei svegliato a fare quello che dovevi fare, non ti sei impegnato a guardare il tuo Signore?”. Di fronte al Signore noi ci troveremo questo: “Io ti ho fatto questo, questo, questo e quest’altro, è vero o non è vero?”, non potremo che rispondere; “sì Signore, è vero perché la notizia l’ho ricevuta, lo so”, allora il Signore ci chiederà: “e tu?” ; e lì saremo confusi. Quindi quello che importa agli occhi di Dio è che noi capiamo quello che Lui ci fa, e incominciamo a farlo noi, perché Lui tutte le cose le ha subordinate a questa Messa interiore. È logico che se noi non lo facciamo, quello diventa per noi motivo di condanna. Cioè, se noi ci limitiamo a fare una regola di tutte le cose, quella regola diventa per noi motivo di condanna.

(?): Quindi tutti coloro che sono figli di Dio possono celebrare la Messa?

Luigi: Sì, però i figli di Dio per celebrala hanno bisogno del Figlio di Dio. Anche noi siamo chiamati a diventare figli di Dio, però per diventare figli di Dio abbiamo bisogno del Cristo. Cristo ha una funzione importantissima, perché se non ci fosse Cristo noi non potremmo diventare figlio di Dio. Quindi abbiamo bisogno del Cristo per diventare figli di Dio. Però se noi diciamo: “Signore, io ti ringrazio perché sei morto per me; adesso io mi diverto, mi dedico al mondo, intanto io sono salvato perché tu sei morto per me”, allora quella morte diventa per te motivo di rovina, diventa una condanna.

Pinuccia B.: Quindi abbiamo bisogno del sacerdote che ci ripresenti questo.

Luigi: Certo.

Pinuccia B.: E non possiamo essere indifferenti a ciò che ci è presentato.

Luigi: No, perché è realtà, e in quanto è realtà è proposta.

Pinuccia B.: E l’andare o non andare è una conseguenza, perché è Dio stesso che ci  guida; quindi non è più regola, e anche se uno andasse tutti i giorni non è più regola se si è motivati da Dio.

Luigi: Partecipare della morte del Cristo vuol dire superare noi stessi.

La conversione è continua, come la vita è continua, come l’amore è continuo. Non basta che tu dica una volta: “io amo il tale”; tutti i giorni tu devi amare il tale, cioè lo devi mettere al di sopra di tutto, altrimenti l’amore se ne va. E così è la conversione, e così è la vita con Dio; cioè Dio va messo al centro, ma va messo in continuazione. E non basta dire: “io ho messo Dio al centro perché mi sono consacrato, e ho fatto voto, e adesso posso...”; No! Quella è soltanto una regola; bisogna metterLo al centro in continuazione.