Sotto di essi
giaceva una folla enorme di ammalati, ciechi, zoppi, paralitici, in attesa del
movimento dell’acqua». Gv 5 Vs 3
Titolo: Significato
dell’intermittenza.
Argomenti: La porta
delle pecore. Piscina-purificazione. La malattia è fermarsi. Credere è
affermare lo spirito. Nel Verbo la vita è
continua, staccati da Dio è intermittente, lontani da Dio è stagnante.L’angelo.L’incapacità
di cogliere la novità. Il pensiero dell’io fa vecchie tutte le cose. Le
conseguenze del non superare l’io: tagliare il filo della vita. La vita è in
Dio.La porta è l’io di Cristo.Entrare vuol dire dipendenza.L’invasione delle
tenebre esteriori.La moltitudine di pensieri paralizzati.L’incapacità a
superarsi.L’ordine nel pensiero: un amore unico. La scala di Giacobbe.
Ezechiele e il campo di ossa.Privare della vita i doni di Dio.La motivazione ci
fa figli. Sperimentare il Regno di Dio. La fedeltà nel poco. La paura di
rischiare.Scoprire che Dio è sempre stato con noi.
Il nostro io
la tremenda possibilità di generare se stesso nel Verbo di Dio e toglie al
Verbo di Dio la vita; infatti lo uccide.
5/Febbraio/1978
Dall'esposizione
di Luigi Bracco:
”Sotto di essi…”, cioè sotto i cinque portici
della piscina.
Colleghiamo con gli
argomenti che abbiamo svolto la volta scorsa, in particolare con l’argomento di
questa piscina alle porte di Gerusalemme.
Tenendo presente che
tutti i fatti del Vangelo sono lezioni particolari per la nostra vita
spirituale, personale, dobbiamo cercare di trarre che cosa il Signore ci voglia
indicare in esse, soprattutto cogliere quale lezione di vita eterna, cioè
cogliere l’aspetto eterno degli avvenimenti, delle parole, delle cose che
passano. Ora la volta scorsa abbiamo notato che: Gerusalemme significa la Città
di Dio e quindi la nostra anima, poiché Dio abita in ognuno di noi.
Dio è Spirito e come
Spirito abita nell’interiore dell’uomo.
Quindi la Casa di
Dio, Tempio di Dio, Città di Dio è la
nostra anima.
Gesù avvicinandosi a
Gerusalemme, trova presso la porta chiamata “la
porta delle pecore”, una piscina, e attorno a questa piscina una
moltitudine di malati.
La Porta delle pecore,
abbiamo già visto, significa la porta attraverso cui le pecore entrano nella
Città di Dio. E qui è Gesù stesso che ci rivela il significato di questa porta,
perché è Lui stesso che dice: “Io sono la
porta delle pecore”.
Quindi la porta
rappresenta il Cristo, perché soltanto per mezzo di Lui entriamo nel Regno di
Dio, nella Città di Dio, e quindi possiamo conoscere Dio, il suo Regno, le sue
operazioni.
Si era notato in
particolare che accanto a questa porta delle pecore c’era una piscina. Cercando
di cogliere il significato di questa piscina (piscina, luogo in cui si fa il
bagno, luogo di purificazione), abbiamo visto che anche questo ha una lezione
per noi, poiché per entrare nella Città di Dio, bisogna essere pecore di Dio e
per essere pecore di Dio bisogna essere purificati.
Ecco quindi la funzione
di questa piscina come condizione, come premessa.
È alle porte di Gerusalemme, fuori della città, come
premessa per entrare nella Città di Dio.
Indica la necessità
della purificazione, come condizione, perché per entrare, per passare, bisogna
aver superato il pensiero di se stessi, il pensiero del proprio io.
Chi non mette il
pensiero del proprio io sotto i piedi, chi non lo supera, non può entrare.
E allora da ciò
possiamo cogliere perché Gesù incontri questa moltitudine di ammalati è tutta
l’umanità ammalata alle porte di Gerusalemme.
Tutti noi facciamo
parte di questa umanità che è alle porte della Città di Dio. Perché la Città di
Dio si annuncia a tutti e in quanto si annuncia è vicino a tutti.
Infatti prima Giovanni
Battista , poi Gesù stesso entra nella vita degli uomini affermando che il Regno
di Dio è vicino.
In quanto una cosa si
annuncia, ci è promessa, e quindi è vicina, accessibile, possibile.
Però la difficoltà sta
qui: la Città è vicina, ma per entrare bisogna superare il pensiero di se
stessi. Non superando il pensiero di se stessi cosa succede?
Qui il Signore ci
rivela la fonte di ogni nostra vera malattia, perché non superando il pensiero
di noi stessi il cammino della nostra vita resta troncato, non si va più avanti
e quando non si va più avanti nella vita si incomincia ad essere malati, perché
la malattia è una stasi sul cammino della vita, è un fermarsi. Quando uno si
ferma decade.
Tutte le opere di Dio
ci conducono, ci fanno camminare su questa strada. Tutta la nostra vita è
soggetta alla tentazione ed è Dio stesso che attraverso la tentazione ci
provoca a camminare, ad andare avanti. Ma man mano che ci provoca ci mette
anche in crisi, perché ad ogni tentazione subentra l’esigenza di superare se
stessi e affermare lo spirito.
Se noi non affermiamo
lo Spirito, decadiamo, perdiamo. Allora le cose che arrivano a noi, prove,
tentazioni, ecc., sono sollecitazioni da parte di Dio ad affermare lo Spirito,
perché soltanto affermando lo Spirito, facendo trionfare lo Spirito sopra gli
argomenti del mondo, sopra gli argomenti della nostra carne, del nostro volere
e sopra gli argomenti stessi del nostro io (che sono poi le tentazioni di
Gesù), noi entriamo nella Città di Dio, diventiamo figli dello Spirito, e
quindi incominciamo a vedere.
Infatti per arrivare a
vedere bisogna credere e credere vuol dire affermare lo Spirito (“la nostra fede vince il mondo”), far
trionfare lo Spirito sopra tutti gli altri argomenti.
L’ultima prova è quella
che ci fa affermare lo Spirito di Dio sopra il pensiero del nostro io.
È questa la porta
stretta attraverso cui si entra.
Se non affermiamo lo
Spirito, noi veniamo arrestati sulla porta della città di Dio, non entriamo, e
non entrando, incominciamo a decadere dalla vita, a diventare malati.
Ecco allora la grande
quantità di malati sotto il porticato della piscina.
Ma qui si parla di un
argomento molto interessante e significativo per la nostra vita: l’acqua di
questa piscina si agitava ad intermittenza.
A noi non interessa
tanto il fatto storico e le diverse interpretazioni (se fosse un fatto
naturale, se era un Angelo che scendeva, ecc.).
Quello che interessa è
il significato.
Ogni più piccola cosa,
in quanto ci arriva è carica di significato per noi e noi dobbiamo cogliere
questo, perché è molto più importante il significato della cosa stessa, o del
fatto.
Il Signore parla a noi
in tutto e dobbiamo perciò cercare di superare l’espressione materiale della
cosa, per cogliere il significato, perché il significato è quello che veramente
vale.
Per cogliere il significato
di questa intermittenza dell’acqua mossa teniamo presente questo fatto:
-
nel Verbo di Dio la vita è continua, non intermittente.
Il Padre dice: “Io oggi
ti ho generato”.
Quest’ “oggi” è una
generazione continua: il Padre continuamente genera il Figlio.
Quell’ “oggi” è un oggi
eterno, quindi è un oggi continuato.
Se noi entreremo nella
vita eterna, ci accorgeremo che la nostra nascita in Dio non è una nascita una
volta tanto (come si nasce qui in terra: si nasce una volta sola e poi si
continua la vita), no: la nascita in Dio è una nascita continua.
L’oggi con cui Dio ci
fa figli è continuo.
Questo ci significa che
nel Verbo di Dio la vita è continua, non è intermittente.
“In Lui, nella luce, era la vita degli
uomini”.
E se ci allontaniamo dal Verbo di Dio cosa succede?
Allontanandoci dal Verbo di Dio la vita non è più
continua, non c’è più l’”oggi”.
Noi cadiamo nel tempo che passa e allora abbiamo
l’intermittenza. E più noi ci allontaniamo da Dio, e più questa intermittenza
diventa rada; ad un certo momento (ecco la tragedia che deriva dal fatto di non
superare il pensiero del nostro io), la vita diventa stagnante. L’acqua
stagnante non dà più vita. Nella nostra vita, vivendo nel pensiero del nostro
io, corriamo questo rischio: di rendere tutte le cose abitudinarie, stagnanti,
vecchie. Il nostro io rende vecchie tutte le cose. La vecchiaia è determinata
soprattutto dal pensiero del nostro io,
perché man mano che noi conosciamo una cosa, la cosa diventa per noi vecchia,
perde la novità; ad un certo momento tutto il mondo diventa vecchio, uguale,
non abbiamo più niente che ci prenda, che ci attragga.
Presso Dio tutto è attrazione, tutto è novità, poiché Dio
è novità continua e quindi sorgente di vita continua.
Lontano da Dio invece abbiamo la stasi, la
pianificazione, il tutto uguale, il numero, la quantità, non abbiamo più la
qualità.
Presso Dio tutto è differenziato, perché Dio non si
ripete mai: è novità continua ed è sorgente di vita.
Quindi: nel Verbo di Dio la vita è continua,
-
staccati da Dio la vita è
intermittente,
-
lontani da Dio, alle estreme
conseguenze, nel puro pensiero del nostro io, abbiamo la stagnazione della
vita.
Noi, nel pensiero del nostro io, tendiamo sempre a
pietrificare le cose, a sottometterci alle regole, alla norma, alla routine;
viviamo di abitudini e questo è proprio un privare la nostra vita della vita
stessa.
Amalia: Questa intermittenza significa che se noi non sappiamo riconoscere
i tempi in cui Dio ci visita perdiamo la capacità di cogliere la vita?
Luigi: Perdiamo la capacità di
cogliere la vita nella sua sorgente, andiamo verso la stagnazione della vita,
per cui ad un certo momento la nostra vita diventa addirittura insopportabile:
tutto uguale.
Qui è detto che un Angelo scendeva di tanto in tanto:
questo ci fa capire che nella nostra tristezza e miseria, provocata dal fatto
che non abbiamo superato il pensiero del nostro io, Dio ci soccorre ancora.
Ma la vita viene dall’alto, dall’Angelo. L’Angelo
significa Colui che viene dal cielo ad agitare le nostre acque: in questa acqua
intermittente abbiamo l’azione dei profeti. Cioè, Dio, pur nella nostra vita
che si allontana da Lui, sorgente di vita, scende ancora, ma scende ad
intermittenza ad annunciarci, ad invitarci, a farci arrivare qualche segno di
Sé, una sua Parola e se noi ci buttiamo …
Amalia: Io credevo che l’intermittenza si riferisse a noi, non a Dio, cioè
che Dio a noi la vita la dà in continuazione, ma noi non siamo capaci di
coglierla sempre.
Luigi: Certo, in Dio la vita è
continua e nel Verbo di Dio noi troviamo la vita continua.
Ma per essere nel Verbo di Dio noi dobbiamo superare il
pensiero di noi stessi, perché essere nel Verbo di Dio è essere nella Città di
Dio, ma nella Città di Dio si entra attraverso la “porta”.
Questa “porta” richiede da parte nostra il superamento
del nostro io. Senza questo superamento noi restiamo fuori.
Fuori: cioè lontani dal Verbo di Dio. Noi per grazia di
Dio abbiamo ancora alcuni segni (per grazia di Dio, altrimenti noi andiamo
verso la stagnazione, la privazione della vita). Dio fa giungere qualcosa di sé
attraverso i suoi profeti, i suoi Angeli, qualche parola, ma una novità sempre
più rara, perché se noi non ci buttiamo, quando questa parola ci giunge,
diventiamo sempre più incapaci di coglierla.
Delle proposte ci arrivano ancora ma noi non le cogliamo
più.
Quando si è bambini si è inondati di proposte di Dio; man
mano che la vita passa, noi vivendo per noi stessi, diventiamo sempre più
incapaci di coglierle, perché diventiamo figli delle nostre opere.
Amalia: Ma i segni di Sé Dio ce li dà in continuazione, anche quando noi
siamo in questa situazione di allontanamento. Siamo noi che non siamo più
capaci di intenderli.
Luigi: Certo, ma che cos’è che ci
rende incapaci di non più intenderli? È proprio la nostra vita staccata da Dio.
Siccome diventiamo figli delle nostre opere, tutto quello che noi facciamo non
secondo Dio, ci fa figli di ciò che facciamo. Cioè se Dio ci chiede il
superamento del nostro io, se noi non lo superiamo, restiamo figli di questa
separazione.
Ora, in questa chiusura del nostro io, anche se Dio fa
sempre nuove tutte le cose, noi rendiamo tutto vecchio, sempre più vecchio e
non c’è più niente che ci prenda: ecco la vita stagnante.
Quando ormai la vita non ci prende più, noi apparteniamo
a questa umanità ammalata che giace sotto questi cinque portici in attesa di
qualche cosa di nuovo che non viene più: non siamo più presi.
Diventiamo infatti figli di una separazione dalla vita,
figli di una non più vita.
Dio è sempre vita ma noi non la cogliamo più.
Dio mi parla in continuazione, anche se mi fa sempre
vedere lo stesso filo d’erba, lo stesso tramonto, Dio in ogni filo d’erba, in
ogni tramonto ha sempre qualcosa di nuovo da comunicarmi, ma l’esigenza, la
condizione perché io possa cogliere questa novità è che io dimentichi me
stesso.
Se non dimentico me stesso dico: “Questo l’ho visto ieri, questo l’ho udito l’atro giorno e non mi
attrae più”, (ad esempio un libro letto non mi attrae più).
Noi abbiamo questa tremenda possibilità: nel pensiero del
nostro io rendiamo vecchie tutte le cose: “Questo
l’ho visto, quello pure, quell’altro anche, ecc.”, pianifichiamo tutto,
rendiamo tutto uguale.
Nel pensiero del nostro io diventiamo grossolani e
superficiali, perché non ci applichiamo più, mentre ogni cosa anche se ripetuta
mille volte, vista nel Pensiero di Dio, ci apre un abisso infinito di luce in
cui ci invita a sprofondarci. È un impegno continuo, perché Dio ci invita
continuamente a fare questo superamento. Per cui dice: “Tu finora hai conosciuto questo, Io te lo ripeto per invitarti ad
andare oltre”. Ma se non ho presente il pensiero di Dio, non vado più e
dico: “Questo ormai l’ho visto, ormai
l’ho letto, questo l’ho capito non ne ho più bisogno”. E proprio facendo
questo io mi privo della vita. Ad un certo momento dico: “Di Dio ne ho sentito parlare tanto, basta, non mi attrae più”. E
allora andiamo in cerca di novità, di altro, e andando a cercare altro in modo
sempre più superficiale, esauriamo tutto. Quando si è bambini tutto è nuovo,
tutto ci attrae: però tutta questa novità ci convoglia verso questa porta: la
porta della Città di Dio. È lì che inizia la nostra crisi ed è lì che noi
decadiamo e rendiamo tutto cenere. Il fuoco brucia e all’ultimo della nostra
vita resta solo più la cenere. Questo è il risultato del non aver superato il
pensiero del nostro io.
Eligio: L’intermittenza del muoversi dell’acqua mi sembra che andrebbe
messa in relazione alla malattia di chi sta alle soglie della piscina; per cui
questa manifestazioni del Signore sono in relazione alla gravità della
malattia: più siamo ammalati per il nostro orgoglio ed egoismo, più questi
periodi di comparsa del Signore diventano lunghi.
Luigi: Certo. I punti estremi sono questi:
-
nel Verbo di Dio abbiamo la vita in continuazione;
-
nel punto estremo abbiamo l’acqua stagnante.
Noi
possiamo essere in questo tratto, in questo possibile decadere. È misericordia
di Dio quella di agitare la nostra acqua, altrimenti no precipitiamo nell’acqua
stagnante.
È
opera di Dio il fatto di mandarci ancora il suo Angelo a sorprenderci con
qualche invito, con qualche richiesta, con qualche novità, on qualche
argomento.
Eligio: L’agitazione dell’acqua sarebbe allora la sollecitazione da parte
di Dio?
Luigi: Sì, da parte di Dio che scende dall’alto. Cioè è un annuncio, un
richiamo un messaggio, un invito per scuoterci. In seguito c’è l’incontro col
Cristo, ecco Cristo viene e allora non c’è più bisogno del movimento
dell’acqua. Questo ci fa capire che è Lui stesso l’acqua in movimento.
Il paralitico dice: “… non ho nessuno che
mi butti…”, ma come Lui viene gli dice: “Alzati
e cammina”. Ormai il movimento dell’acqua è venuto con l’incontro del
Cristo. Cristo è Colui che viene sotto i nostri portici, nelle nostre malattie:
incontrare Lui è incontrare l’acqua in movimento, il torrente, la
sorgente. Non c’è più bisogno di qualcuno che mi butti nell’acqua, perché è
Lui la vita. Ma questo lo vedremo ancora. Per ora approfondiamo il concetto di malattia
che deriva dal fatto di non passare attraverso la porta, di non entrare nella
Città di Dio. Noi siamo in una vita che è un cammino, non possiamo
arrestarci, Dio stesso sollecita continuamente a camminare. Sollecitandoci a
camminare ci fa giungere a questa porta. È la tentazione di Adamo e di Eva: man
mano che crescevano in colloquio con Dio fino a che arrivarono a questa
richiesta. Dio ci fa proposte in continuazione, ed ogni proposta ci mette in
condizione di superarci: è un invito a superarci. Noi possiamo superarci in
tante cose, ma quando arriva la richiesta del superamento del proprio io che è
la condizione per entrare per la porta delle pecore (“Le mie pecore ascoltano la voce del Padre mio” dice il Signore,
cioè hanno questa apertura verso il Padre, invece chi non ascolta il Padre
diventa pecora del mondo), se non ci superiamo è il filo della nostra vita che
viene tagliato e allora comincia il male, la malattia. La malattia è
disunione da Dio. L’unione con Dio non deriva dalla nostra volontà: “Ecco faccio un atto di volontà e mi unisco
a Dio”; no, l’unione con Dio è una strada che congiunge il mio deserto, la
mia lontananza fino alla Città di Dio. Possiamo restare su questo cammino
soltanto se camminiamo; ma camminando arriviamo alla porta della Città di Dio. Qui
troviamo la condizione per entrare. Sulla porta c’è scritto: “Si entra soltanto a questa condizione”.
Perché nel Regno di Dio il primo è Dio, la Luce è una sola e chi regna in tutto
è Dio; quindi non può più esserci il nostro io al centro: se vuoi entrare la
condizione è questa. Il cammino della vita passa attraverso questa porta, per
cui se noi non superiamo noi stessi, tagliamo la vita a noi stessi. Tagliando
la vita ci priviamo della possibilità di accogliere la novità e precipitiamo
nella stasi, nell’abitudine, nella regola, cioè ci priviamo proprio della fonte
della vita. E allora incomincia per noi l’acqua a stagnare in cui di quando in
quando qualcosa ancora si muove: è opera della misericordia di Dio.
Naturalmente più il nostro io si gonfia e più la nostra vita precipita in
questa non vita.
Pinuccia: L’acqua rappresenta la vita?
Luigi: Sì, sono le lezioni della vita. Dio continuamente ci dà lezioni di
vita, però nel pensiero dell’io tutte queste lezioni che da parte di Dio sono
di vita, vengono private della novità, dell’attrazione. Il nostro io ha questo
potere tremendo: di rendere vecchie, di appiattire tute le cose. Più noi
viviamo nel pensiero del nostro io più rendiamo vecchie tutte le cose . Ma
renderle vecchie vuol dire privarci dell’attrazione. E se noi ci priviamo
dell’attrazione, noi moriamo, più niente ci attrae: ecco il senso della
vecchiaia, tutto è inutile perché tutto è vecchio. Cosa è successo da farci
trovare tutto vecchio, quando siamo in un campo di novità continua? Lo Spirito
di Dio è Spirito di novità, è Spirito Creatore: vuol dire che c’è disunione
tra la nostra anima e lo Spirito di Dio. La vita eterna è novità continua:
Dio è il Creatore. Non è stato il Creatore. La creazione di Dio è novità
continua. Dio parla ed essendo un essere infinitamente superiore a noi è fonte
di novità e quindi fonte di vita per ognuno di noi. La condizione è quella di
essere aperti a Dio, di ricevere da Dio, perché la novità è in Dio, la vita è
in Dio non in noi, la vita non si trasferisce automaticamente in noi, la
vita è sempre in Dio. Dio parlando a noi invita noi a trasferirci. Non è la
vita che si trasferisce in noi. Dio parlando, ci invita a trasferire noi in
Lui, nel suo Verbo dove c’è la Vita. “In Lui era la Vita”, cioè “è”
la Vita, perché in Dio tutto è eterno, quindi in Lui è la Vita. San Paolo
grida: “La nostra vita è nascosta in Dio”.
La vita è sempre in Dio. Dio parlando invita noi a entrare nella vita. Ecco
perché l’ingresso nella Città di Dio è significato da una porta. Non è chiusa,
ma è una porta, e questa porta è un io: “Io
sono la porta”. Bisogna passare attraverso un altro io, l’Io del Cristo,
non attraverso il nostro io. Per cui Egli dice: “Chi vuol venire dietro di me, rinneghi se stesso, superi se stesso, si
apra”, ecco il processo dell’amore. Dio è Carità, Amore. Amore vuol dire
pensare all’Altro e quindi richiede il superamento. Entrare vuol dire far
dipendere da. Entrare nella Casa di Dio è far dipendere tutto di noi da
Dio. La Casa di Dio è il luogo in cui tutto dipende da Dio. Soltanto facendo
dipendere da Dio noi entriamo. Il concetto spirituale di entrare è un concetto
di dipendenza. Entriamo nella misura in cui facciamo dipendere da. Ma ad un
certo momento quello che deve dipendere da, è soprattutto il nostro io, è
lì il difficile per noi. Noi dobbiamo far dipendere tante cose, sì, ed è il
Signore che ce lo chiede: “Fa dipendere
questo e quest’altro”, ma ad un certo momento i dice: “Fa dipendere anche il pensiero di te stesso da me: metti prima Me, poi
il pensiero del tuo io”; ecco, questa è la condizione per entrare. Se noi
non riconosciamo questa dipendenza (che è un processo di giustizia “Dà a Dio quello che è di Dio”), ci
mettiamo fuori. Siamo noi che ci mettiamo fuori, nelle tenebre esterne. E allora
lì abbiamo solo più tutto l’esterno, non più l’interno. Se noi entriamo,
l’interno congloba anche tutto l’esterno. Se non entriamo tutto l’esterno
invade anche tutto il nostro interno e noi non siamo più padroni della nostra
anima, più di niente: anche il nostro intimo, la nostra anima è invasa dalle
tenebre esteriori, cioè restiamo dominati dagli avvenimenti esterni. Gli
avvenimenti esterni non sono in mano nostra, per cui noi subiamo la schiavitù
di quello che accade: ecco noi sentiamo le catene, le nevrosi, l’angoscia, la
tristezza; siamo esseri proiettati nelle tenebre esteriori.
Pinuccia: Lettura dei riassunti.
Continuazione del riassunto dell’incontro
4/XII sul tema della fede: “Avendo sentito dire, andò”.
La fede è il primato dell’invisibile sul
visibile. La fede è desiderio di vedere la gloria di Dio. Siamo arrivati a
vedere la gloria di Dio quando vediamo tutto in Lui. bisogna cogliere l’eterno
nelle cose che passano e questo è possibile solo nel pensiero di Dio. Nel
pensiero dell’io ad esempio il tempo, lo si vede come il passare delle cose;
nel pensiero di Dio lo si vede come Dio che viene. Se Dio viene è necessario
preparare questo incontro conoscendolo prima che venga. La fede è permanenza in
ciò che si è udito. La Parola di Dio arriva a tutti, ma non tutti vi
permangono. La permanenza è effetto di tanto raccoglimento. Più uno raccoglie
seguendo la parola e più ha la possibilità di stare raccolto, fino ad arrivare
ad essere tutto attenzione, tutto sguardo a, tutto pensiero di Dio. L’eternità è
essere tutto pensiero di Dio, vivere in questo pensiero. Siamo creati per
essere tutto luce e lo diventiamo nella misura in cui permaniamo. Richiede un
continuo superamento dell’io per guardare in alto, per cercare la luce in Dio.
La notte è opera di Dio per dire a noi che non abbiamo messo prima di tutto
Lui: è lo specchio della nostra anima che cammina nelle tenebre. Fermarci sulla
parola di Dio, interessarci è già un donarci ed è questo che Dio chiede alla
creatura. Bisogna imparare poi a parlare, ad agire secondo il nostro pensare.
Da qui la felicità. L’infelicità invece nasce dal fatto che so pensa in un modo
e si agisce in un altro. Questo crea la notte, perché? Perché ciò che è partito
da noi non secondo lo Spirito, cioè non
è secondo la nostra anima: la nostra anima desidera una cosa e noi ne facciamo
un’altra: ecco l’infelicità.
Invece bisogna fare quello che desidera la
nostra anima, senza preoccuparci di niente e allora la pace, la luce, la
felicità si formano in noi, perché si unifica il pensare, il parlare e l’agire.
Più ci fermiamo con la Parola di Dio e più essa ci raccoglie. Bisogna farne
tesoro e stare sempre in ascolto, anche quando parliamo. La vera preghiera è invocare per imparare a conoscere la sua
Volontà, cioè è ascoltare per imparare da Lui ciò che dobbiamo pensare,
parlare, agire, in modo che sia lo Spirito che ci fa pensare, parlare e agire,
e allora abbiamo il “figlio”. L’unico dono che possiamo fare a Dio è mantenerci
in questo ascolto. Un bicchiere d’acqua dato per amore di Dio, una parola detta
per amore di Dio, per il pensiero di Dio, già ci unisce a Dio, aumenta
l’attrazione. Ciò che ci unisce è il motivo per cui facciamo: fosse anche una
sciocchezza fatta in buona fede. È Dio che ci ispira tutto: “Fa questo per me”.
Non c’è un’azione virtuosa di per sé: è il motivo che conta. Dobbiamo imparare
a lasciarci guidare da Lui, a lasciarci ispirare da Lui. un semplice pensiero
noi non l’avremmo se Dio non ce lo mandasse, ma ad esso, come si affaccia,
segue immediatamente la tentazione dell’io che ci può motivare a fare o a non
fare quell’azione. Bisogna imparare a stare nell’unica Causa di tutto e non far
subentrare a questa Causa un’altra causa, ad esempio rifiutandoci di occuparci
di qualcosa per il timore del giudizio degli altri.
Cina: Mi vedo in quella moltitudine lì ferma e inferma …..
Luigi: Quella moltitudine rappresenta tutti i nostri pensieri che
sono fermi, paralizzati, alla porta della Città di Dio, perché non riescono ad
entrare nella luce. Dio parla personalmente ad ognuno di noi e quindi la
moltitudine è tutta la nostra vita che è malata, paralizzata. Tutti i malati
che incontra Gesù sono segno delle malattie che noi portiamo nella nostra
anima, soprattutto la paralisi, perché la paralisi rappresenta l’anima che non
è più capace di camminare verso Dio. Non avendo camminato (camminare vuol dire
superarci) si diventa incapaci di camminare: si diventa incapaci di superarci.
Lì sono i pensieri che arrivano in noi e se arrivano, abbiamo visto, è Dio che
ce li semina; però non crescono, cadono sulla nostra terra, ma subito vengono
portati via; pensieri che non si sviluppano in luce, perché per svilupparsi in
luce dovrebbero trovare un terreno profondo, un terreno disponibile che con la
pazienza, meditando, custodisce. Ma per meditare bisogna avere in noi un ordine
nella nostra anima, un ordine nei nostri pensieri, è il terreno profondo. Una
delle cose più difficili per noi che viviamo una vita motivata soltanto da
fatti esterni, da sentimenti, da reazioni, ecc. Non siamo capaci di pensare.
Ora se la nostra vita viene dal pensare, soprattutto dal pensare rettamente è
qui che noi dobbiamo preoccuparci di fare questa giustizia essenziale.
Fare questa giustizia essenziale vuol dire mettere prima
di tutto nella nostra mente, nel nostro pensiero quello che va messo prima di
tutto: mettere Dio al centro e poi far dipendere ogni cose da Lui (ecco
l’ordine); per cui il Signore è il Dio dell’ordine. Pensare vuol dire avere
stabilito questo ordine dentro di noi e collegare ogni cosa con Dio perché
soltanto collegando le cose i pensieri si illuminano e allora diventiamo
capaci di camminare. Il Signore ha fatto vedere a qualcuno (la scala di
Giacobbe) il Suo Regno come una scala lungo la quale gli angeli discendono e
salgono. A Natanaele promette: “Vedrete i
cieli aperti e gli angeli di Dio salire e scendere sul Figlio dell’uomo”.
Tutto viene a noi da Dio; difficile è per noi riportare tutto a Dio. Ora se
teniamo presente che la vita non sta in quello che viene a noi, ma sta in
quello che noi riportiamo a Dio, non riportando a Dio ci priviamo della vita.
Ma la vita è luce e noi ci priviamo della luce. È la notte. Ecco che i nostri
pensieri vengono paralizzati. Nella notte tutto diventa statico, tutto diventa
paralizzato; non si può camminare nella notte e se si cammina si cade. Per
camminare bisogna avere la luce. “Lampada
per i miei passi è la tua Parola, o Signore”. Ora questa luce che ci fa
camminare è proprio data in noi da questo ordine interiore, e l’ordine
interiore ha come anima il Primo, il Principio e il Fine. Principio e fine è
Dio. Allora se dentro di noi stabiliamo quest’ordine, ci accorgiamo che a poco
per volta i nostri pensieri camminano, la nostra vita acquista vitalità,
acquista capacità di reggersi in piedi e di camminare. È la predicazione che lo
Spirito di Dio invita a fare al profeta Ezechiele di fronte al campo di ossa
sterminato: “Parla, predica la Parola!”
e predicando la Parola di Dio ecco che le ossa poco per volta si riuniscono,
vengono ricoperte dai nervi, dai muscoli, ecc. ed ecco un esercito
meraviglioso: è l’ordine, forza dell’uomo. Quindi da pensieri che sono
dispersi, paralizzati, che non possono riunirsi, se la Parola di Dio viene
predicata, si ristabilisce l’ordine: è l’ordine stabilito dal Cristo. Noi
vediamo il grande ordine che stabilisce il Cristo venendo tra noi: quella
passione per l’unica cosa necessaria; te la mette sempre lì davanti. L’ordine
si stabilisce quando uno ha una meta ben chiara al di sopra di tutto, un
amore unico; è la purezza di cuore, è la semplicità (“Beati i puri di cuore: questi vedranno”), è la nettezza, questo
aver una sola cosa davanti; è questo che stabilisce l’ordine. Quando uno
invece ha diverse cose, allora c’è il disordine. Il disordine è molteplicità:
una molteplicità non coordinata in un unico fine, in un unico pensiero. E
allora c’è questa moltitudine di malati che rappresenta la moltitudine di
pensieri sparsi, seminati in noi senza frutto, resi inutili; perché? Perché il
seme che è stato seminato non è morto a se stesso: “Se il seme caduto in terra non muore a se stesso non porta frutto”:
non trova il terreno, il nostro io morto a se stesso. E quindi marcisce e noi
diventiamo un campo di ossa sterminate. Sono tutte opere di Dio; erano tutti
pensieri che dovevano essere una strada per portarci nella luce, nel Regno di
Dio, ma per noi sono diventate ossa sparse, diffuse, disseminate, non più
strada. Ecco la molteplicità, l’umanità malata che si riassume dentro di
noi, questa paralisi.
Cina: Però c’è un pensiero
incoraggiante (perché se penso quello, mi vedo proprio morta): “Dio parlando ci
invita a trasferirci in Lui”.
Luigi: Tutto ciò che Dio fa è un
invito a camminare: “tutto per te”. È nel pensiero del nostro io che noi
rendiamo sterile tutto. Ciò che noi rendiamo sterile tutto. Ciò che noi rendiamo
sterile è tutto dono di Dio: priviamo della vita i doni di Dio. I doni di Dio
vengono a noi per darci la vita, per farci camminare; ma nel pensiero del
nostro io soffochiamo tutti gli inviti, tutti i doni di Dio. Non è che Dio ci
dia dei doni sterili, morti, non efficaci, no; da parte di Dio tutto è carico
di vita. Già nel racconto della Creazione è detto che tutto ciò che il Signore
aveva creato era pieno di vita e dava vita ad Adamo. Adamo riceveva vita da
tutte le cose: e se noi siamo con Dio tutto ci dà vita, non c’è nulla di
male. Non c’è nulla che faccia male per chi è con Dio. Il male non viene
dall’esterno, il male parte dal di dentro (e questo di dentro è formato
dall’io). Per chi è con Dio, tutto, anche le disgrazie, anche il dolore, anche
la morte, anche quello che nel mondo attorno a noi sembra rovinoso è tutto dono
di Dio, è tutto lezione di Dio, è tutta grazia, è tutta vita. È tutto vita
perché Dio è vita, ed essendo vita,
dissemina, carica di vita tutte le sue opere. Ogni parola sua è piena di
vita per noi. Ma se noi invece di vedere la sua parola vediamo la parola
nostra nella parola di Dio, ecco, questa non ha più vita per noi, perché noi la
vediamo come espressione del nostro io. Il nostro io ha questa tremenda
possibilità di generare se stesso nel Verbo di Dio e toglie al Verbo di Dio la
vita; infatti lo uccide.
Amalia: Questo superamento del nostro io è anch’esso un dono di Dio, vero?
Non siamo noi che lo facciamo.
Luigi: Sì, è un dono di Dio.
Amalia:
Concretamente sta nell’attenzione a Dio, nell’ascolto, nel raccoglimento, no?
Luigi: Sì, sta nel non lasciarci mai motivare dal nostro io, perché Dio
deve diventare motivo di vita. L’attenzione a Dio semina in noi una
motivazione. Per cui se noi in qualcosa siamo motivati dal pensiero del nostro
io, la nostra attenzione è afferrata da questo motivo. Noi possiamo seminare,
generare il nostro io: diventiamo figli del nostro io e questo ci porta molto
lontano. È la motivazione che ci fa figli. “I
figli di Dio nascono da Dio”.
Nascere
vuol dire “essere motivato da”. Quindi quando noi diamo semplicemente un
bicchiere d’acqua motivati da Dio, questo già i fa entrare, ci fa attrarre da
Dio: siamo attratti da, e la vita diventa più facile. L’attenzione allo Spirito
è già più efficace per un semplice bicchiere d’acqua. Se invece facciamo
qualcosa motivati dall’io, questo già ci rende meno attraente Dio, ci mette in
un altro campo e tutte le altre cose, non più Dio, ci attraggono, pesano di più
su di noi.
S. Agostino dice: “Il
mio peso è il mio amore”. Ecco come noi determiniamo gli amori: a seconda
di quello che ci motiva dentro. Superare il nostro io vuol dire appunto
lasciarci motivare da Dio, nel pensare, nel parlare, nell’agire. Più noi ci
lasciamo motivare da Dio più camminiamo: si forma l’ordine in noi, perché Dio è
il Creatore dell’ordine. È per grazia di Dio che noi superiamo noi stessi, è
vero. Superiamo noi stessi in quanto ci manteniamo nell’ascolto: Dio parla per
farci superare. Per questo ci sono le tentazioni: per farci superare il
problema del mangiare, del vestire, della figura, della gloria; è un cammino
crescente, fino ad arrivare al superamento stesso dell’io. Dio ci conduce a
capire che l’anima di tutto è lì: “Metti
al centro dei tuoi pensieri il mio pensiero, perché sono Io il Creatore, sono
Io il Signore. Uno solo è il Signore. Uno solo è il Signore Dio tuo: non avrai
altro Dio, cioè non avrai altro motivo di vita”. E allora la vita diventa
semplice, ordinata. E allora si forma la luce: la luce è una conseguenza dell’ordine:
si forma la luce in noi. La vita è una conseguenza della luce.
Damilano: Bisogna allora far molta attenzione per non far l’errore di
lasciarci motivare dall’io prima di agire, parlare, muoversi, cioè far sempre
riferimento alle parole di Gesù.
Luigi: Queste ci liberano.
Damilano: Ma è
molto difficile.
Luigi: La nostra vita è piena di atti riflessi, di atti abitudinari o del
“così fan tutti”, ma questo non è
vita.
Damilano: Allora quando ci viene un pensiero bisogna immediatamente
chiederci se è nostro o se è di Dio?
Luigi: È sempre di Dio, tutto ci
viene sempre da Dio: soltanto bisogna riportarlo, ricollegarlo a Dio. Nelle
cose che arrivano a noi c’è sempre la mano di Dio. Noi apparteniamo al Regno di
Dio. Quindi tutto quello che arriva a noi è opera di Dio. Ma non basta che
arrivi a noi: la vita non sta lì. La vita sta nel riportare a Dio. Riportando a
Dio, le cose che arrivano a noi si illuminano; allora capiamo se il pensiero va
seguito o scartato. Dio diventa la nostra Guida, il nostro Maestro.
Ad esempio, ieri sera si meditava che i fratelli di Gesù
lo sollecitano ad andare alla festa. Gesù dice: “No, io non vado a questa festa, a questa vostra festa”. E non và.
Ora se i fratelli lo sollecitano, è attraverso il Padre, attraverso Dio che
avviene la sollecitazione, ma è tentazione: portandola a Dio, la cosa si
illumina e allora: “No, non posso
approvare la vostra festa”. Egli dice: “No!”,
è motivato dal Padre. Noi se non riferiamo al Padre ci comportiamo per altri
motivi: “Forse faccio piacere, non è una
cosa cattiva, ecc.”. Allora seminiamo altri motivi e ci stacchiamo da Dio.
Quando Maria e Giuseppe lo cercano, arriva loro il rimprovero: “Ma perché mi cercavate? Non sapevate che io
mi debbo occupare delle cose del Padre mio?”, è la risposta di Gesù. In
caso diverso avrebbero prevalso altri motivi: l’autorità, padre, madre, ecc..
“No,
ricevi questo da Dio, riportalo a Dio, vedilo in Dio.”
Ecco questa nettezza: dobbiamo occuparci delle cose del
Padre! Così la vita resta libera da
tutto.
Di fronte alla tentazione: “Se sei figlio di Dio dì a questa pietra che diventi un pane”.
Oppure: “Buttati,
perché intanto gli angeli ti sosterranno”, il figlio di Dio non può
agire soltanto perché motivato, sollecitato da altri: se il Padre non parla, il
Figlio non si muove, a costo di morire di fame. Lui sa che può cambiare, a
costo di morire di fame. Lui sa che può cambiare una pietra in pane, ma se il
Padre non lo dice, Lui non lo fa, a costo di morire di fame, perché la sua
vita è il Padre, non il pane. È proprio questa nettezza, questo far conto
su Dio che lo mantiene unito al Padre. Certo, per far conto su Dio bisogna
credere in Dio, perché se uno non crede in Dio dice: “Qui io muoio di fame”. “Va, tuo figlio vive”, quell’altro credette
ma per credere ha rischiato. Se non avesse avuto fede in Dio, rischiava,
allontanandosi dal medico, di trovarsi il figlio morto. C’è sempre questo
rischio; per questo nel pensiero dell’io non possiamo credere, abbandonarci. Se
invece faccio conto su Dio, credo in Dio, nel pensiero di Dio (quindi supero il
pensiero dell’io), supero questo momento critico. Per cui dobbiamo anche
superare la nostra esperienza, quello che già conosciamo, quello di cui ci
fidiamo. Ma una volta che uno ha obbedito alla parola di Dio e l’ha tradotta in
vita, incomincia a sperimentare il miracolo: tocca con mano che Dio è veramente
Colui che opera in tutto! Io credevo che senza questo non si potesse e invece
ho sperimentato….. ecco la grande liberazione! Ad esempio quel missionario in
Africa che scopre la liberazione e si stupisce come qui ci si debba tanto
affaticare, lottare per guadagnare, per arricchire e intanto si muore, si perde
la sorgente della vita. Ma là ha sperimentato il miracolo, e quando uno ha
sperimentato canta giulivo ovunque sia, perché ormai sa che tutto è nelle mani
di Dio.
Eligio: Mi pare
che in questo andare delle anime malate alla piscina ci siano alcuni passaggi
in cui l’iniziativa nostra ha una parte, naturalmente sempre attratta dalla
grazia di Dio; per esempio bisogna riconoscerci ammalati e poi partire,
staccarci dalle nostre abitudini mentali rivolte alla consuetudine, per
rivolgerle a Dio, alla sua volontà. Quindi possiamo fare qualcosa. Però
l’ultima parte della guarigione che consiste nell’immersione nella piscina, avviene
senza possibilità di iniziativa nostra: infatti è l’angelo che agita l’acqua e
poi bisogna che ci sia qualcuno che ci immerga. E allora qual è l’atteggiamento
che l’anima, scoprendosi malata, deve tenere per avere questa guarigione? Cioè
c’è un momento in cui l’iniziativa nostra non serve più; l’anima dovrebbe porsi
in attenzione all’operazione di Dio (intervento dell’angelo o di altre creature
che immergono nell’acqua che guarisce). Quale atteggiamento l’anima dovrebbe
assumere?
Luigi: Nella paralisi c’è niente
da fare, bisogna solo aspettare.
Eligio: Ma non
credo che sia un atto automatico, indipendente dalla volontà dell’uomo.
Luigi: Ma nemmeno è dipendente dalla volontà dell’uomo; nell’episodio del
paralitico che viene calato dall’alto, abbiamo un segno evidente di chi non si
può muovere.
Eligio: Ma avrà
ben desiderato che qualcuno lo portasse davanti a Gesù!
Luigi: Certo, chi è malato desidera la guarigione. Gesù viene per chi è
malato, non per chi è sano. È Gesù che offre la grazia, quindi bisogna che
l’anima sia aperta a Gesù che viene. Ma se Gesù non viene noi restiamo
paralizzati. L’uomo ammalato non può assolutamente fare niente, deve soltanto
aspettare. È segno della situazione umana. Prima che Gesù venga, abbiamo
bisogno dell’angelo che scenda ad agitare le acque ed abbiamo bisogno di uno
che ci butti, che ci sospinga. Ma con la venuta di Cristo, non c’è più bisogno
dell’uomo, perché il Cristo supplisce tutto: supplisce il movimento dell’acqua.
Eligio: Ma allora
il risultato sarebbe uguale, sia incontrando Gesù che non incontrandolo.
Luigi: Il risultato sì, perché
l’acqua agitata già significa il Cristo. Qui poi dice: “Di qualunque male, il
primo che si buttava era guarito….”. Quel buttarsi per primo è ricco di
significato: quel mettere prima di tutto, per cui di fronte al Profeta che
viene ad agitare le acque, a mettere in crisi, se uno si butta, cioè segue la
Parola di Dio, può giungere al Cristo, quindi alla guarigione.
Eligio: Il
paralitico è guarito da Gesù; a questo punto qual è la funzione dell’acqua che
dovrebbe guarire? Perché gli altri sono stati miracolati che sono guariti
nell’acqua non hanno incontrato Gesù? O per lo meno ci viene presentato il loro
incontro con Lui?
Luigi: Questo ci fa capire che
l’acqua è già segno di Gesù.
Eligio: Sì, però
non è ancora la realtà e allora perché già guarisce se è Gesù che guarisce?
Luigi: Sì, ma tutti i segni,
proprio perché tali, significano quello che avverrà con Gesù. Tutto ci anticipa
Lui, sola realtà. Però l’acqua non sostituisce Gesù, ma è solo segno di Lui.
infatti non tutta l’acqua guarisce, ma solo quella che è agitata dall’alto. Qui
sta il segno. L’acqua di per sé non guarisce, perché l’acqua è stagnante.
Quando l’acqua è agitata dall’angelo che discende dall’alto, (ciò che discende
dall’alto è parola di Dio, quindi Verbo di Dio), allora guarisce. La vita viene
dall’alto. Abbiamo tanti segni ma i segni condotti nel fine rappresentano Uno
solo, diventano Persona. Per cui ad un certo momento diremo: “Ah, eri tu!”. Come mai? “Sì, perché erano segni tuoi!”. Per cui
adesso noi vediamo tante creature, ma ad un certo momento, quando si aprirà
il velo, vedremo che nel volto di queste creature era Lui che parlava!
Era uno solo! Quindi abbiamo i segni. Ma come colleghiamo noi i segni con
il significato? Ad un certo momento il velo si apre, si squarcia e ci rivela il
panorama: in tutti i segni c’era già qualcosa di Dio, c’era già il Verbo di Dio
che parlava. Per cui Lui mi dirà: “Io
parlavo con te e tu non sapevi?”. Ad un certo momento tutto, la porta, la
piscina …. diventa…. Il Cristo che sana. In tutto c’è il Cristo che sana. Ma il
nostro io può mandare a morte il Cristo.
Rina: Io volevo fare la
stessa domanda che ha già fatto Amalia sul superamento dell’io.
Luigi: È grazia di Dio, ma
richiede anche l’attenzione da parte nostra.
Rina: Avviene attraverso
questo processo di dipendenza da Dio? Solo così entriamo nel Tempio, no?
Luigi: Noi entriamo nel
Tempio nella misura in cui rendiamo le cose dipendenti da, soprattutto il
nostro io. Dio (e quindi il superamento del nostro io) è il massimo degli
impegni: Dio per aiutarci ad arrivare a questo massimo impegno, ci invita prima
di tutto con delle cose semplici (ecco i segni): “Offri a Me questo, fa
dipendere questo da Me”. Piccole cose: la fedeltà nel poco. Ci invita cioè ad
essere fedeli nel poco. Se noi cominciamo ad essere fedeli nel poco, magari in
un pensiero, una parola: puoi dire una parola, puoi non dirla, ecco, falla
dipendere da Me. Invece se guardo a me penso: “Se dico quella parola magari
faccio bella figura, mi metto in vetrina”. “No”, ci dice Dio “Falla dipendere
da Me, taci, fai silenzio”. Ecco la dipendenza da Dio. Puoi pensare a questo o
puoi pensare a quell’altro: ecco, pensa a quello che ti suggerisco Io, a una
parola mia: ecco la dipendenza da Dio. Dio ci prova attraverso queste piccole
fedeltà. Quanto più siamo fedeli nel poco, tanto più Dio ci fa avanzare sul suo
cammino. Certe volte il Signore ci dà la possibilità di un minuto di fedeltà in
ventiquattr’ore; ma se noi siamo fedeli in questo poco (ad esempio posso aprire
una rivista sciocca, di mondo o posso aprire il Vangelo, guardare qualcosa di
eterno, di essenziale), allora Dio mi offre più ampi spazi di fedeltà. Questo è
dipendere da Dio, anche se mi costa, perché naturalmente per le aderenze
precedenti, mi attrae di più la rivista di moda, la rivista del mondo. Bisogna
cercare qualcosa di eterno e superare le cose transitorie: ecco la fedeltà nel
poco. Man mano allora che questa fedeltà nel poco viene da noi testimoniata,
Dio ci allarga le sue richieste e quindi la possibilità, fino a quella che è la
grande prova del supermento dell’io: far dipendere anche il nostro io da Dio.
Perché noi diventiamo veramente liberi soltanto il giorno in cui riusciamo,
come dice Papa Giovanni, a mettere il nostro io sotto le nostre scarpe,
altrimenti non siamo liberi, perché nel pensiero dell’io ci carichiamo di
catene. Allora entriamo nella libertà del Regno di Dio. E quando uno entra nel
Regno di Dio canta perché è figlio di Dio. Che cosa ancora gli fa paura? Ecco
la bellezza: si è liberi! Ovunque uno sia c’è Dio, Dio che pensa, Dio che provvede.
Uno potrebbe dire: “È un’utopia!”, ma all’atto pratico si constata la vita e la
libertà perché Dio effettivamente vive e opera in tutto. Quanto più invece uno
pensa a se stesso, tanto più si accorge che si priva di vita. Nel mondo ci si
carica di tante cose attorno ma non di vita. Sarebbe come mettere tanto letame
attorno a un albero morto. Cosa serve tanto letame se ormai l’albero è morto?
Ora noi ci preoccupiamo tanto di avere (letame), ritenendo che la vita venga
dall’avere. No, bisogna preoccuparsi di vivere. Preoccupati di avere la vita
dentro, non di avere attorno. Ma per avere la vita dentro, bisogna mettere
prima di tutto Dio, perché la vita è Dio. La tragedia nostra è questa: che noi
passiamo tutta la vita a metterci attorno del letame o fertilizzanti e dentro
moriamo e non ci curiamo della vita.
Rina: Succede questo perché
non siamo abbastanza convinti.
Luigi: Non siamo abbastanza
convinti della Verità di Dio, non ci fidiamo, abbiamo timore di rischiare,
abbiamo il terrore e diciamo: se qui non
facciamo i furbi, ci manca la terra ……. E questo vuol dire che noi praticamente
dipendiamo dal nostro io, non dipendiamo da Dio; non siamo molto sicuri che Lui
pensi a noi. Sì, sì parlando di Dio diciamo che è bello, magari preghiamo, ma
la preghiera è una distensione di animo. Il far conto su Dio vuol dire ben
altro: vuol dire rischiare la propria vita. La vera, grande liberazione è
scoprire questa Realtà del Dio che è operante tra noi. D’altronde, mi sembra
una cosa abbastanza logica, perché non siamo noi i creatori. Quindi se un altro
è il Creatore, un altro è certamente Colui che opera in tutto…Se è Creatore
opera certamente in tutto. Quindi è un’illogicità, in fondo è una
contraddizione nostra; noi siamo degli illogici. Perché credere in Dio e non
credere che Dio sia Colui che opera in tutto, è un’illogicità. Dio essendo il
Creatore, è un Creatore sempre; quindi è Uno che opera in tutto, è presente in
tutto: proprio in ciò che dice Gesù: “Anche i capelli del vostro capo sono
contati, perché temete? Uomini di poca fede? Ero sempre qui con voi”. Entrando
nel suo Regno, faremo per prima cosa proprio questa scoperta: Lui era sempre
con noi! E noi? È lì la pena, la tristezza, perché Lui è sempre stato con me ed
io sono stato con altri, ho sempre fatto conto su altro!
APPENDICE:
L’agitazione dell’acqua è segno
di vita, la cui pienezza è nel Verbo. Abbiamo due estremi:
-
il Verbo in cui c’è continuità di vita: e allora nella misura
in cui noi siamo uniti al Verbo viviamo,
-
e l’io: nel pensiero dell’io c’è l’acqua stagnante, per cui
più stiamo nel pensiero dell’io, più decadiamo verso la non vita.
L’acqua stagnante è segno di
assenza di vita, di morte. Tra i due poli, c’è tutta l’opera di
Incarnazione di Dio, di rivelazione da parte di Dio, che è continua, verso di
noi, ma che è colta da noi soltanto ad intermittenza, perché noi siamo nel
pensiero dell’io: sono i punti di interferenza tra l’ombra e la luce.
L’interferenza è data dal
passaggio del Signore che viene e va: se ne va, perché appartiene all’altro
mondo, per cui se noi non gli andiamo dietro, se non ci buttiamo subito,
rimaniamo nella nostra paralisi. Tutto il Vangelo è nuovo, tutto ciò che accade è
novità, anche se si ripete sempre, ma noi nel pensiero del nostro io facciamo
vecchio tutto. Ogni tanto ci colpisce una parola: ecco l’intermittenza
(ed è misericordia sua): se ci buttiamo subito, cioè se ci impegniamo dietro
quella parola che ci è apparsa nuova, siamo guariti. È l’azione di
tutti i Profeti, di tutte le creature.Cristo però si differenzia da tutti i
profeti, dagli angeli, dalle creature, ecc. perché ha la vita in Sé: l’incontro
con Lui guarisce.
A causa della nostra
instabilità, il suo Eterno (la sua stabilità), tocca il tempo in un punto (come
la retta tangente ad un cerchio lo tocca in un punto): se noi non lo seguiamo
in quel punto in cui Lui viene a contatto con noi, noi rimaniamo nel nostro
mondo, perché Lui se ne va nel suo mondo, non può restare nel nostro mondo. C’è
questa intermittenza nella creatura, finché essa non è stabile nel Verbo. E
allora ecco che Dio si allontana (cfr. il re che si allontana per ricevere
l’investitura dai suoi sudditi) e poi ritorna………..