Affinché
tutti onorino il Figlio come onorano il Padre. E chi non onora il Figlio,
neppure onora il Padre che l’ha mandato
Gv 5 Vs 23 Primo tema.
Titolo: Onorare il
Padre e il Figlio.
Argomenti: Il Dono del Padre
lo possiamo trovare solo nel Figlio. I giudei: credere di credere. Fede astratta e
vita pratica.Glorifica il Padre: recupera le dispersioni degli uomini. La giustizia
secondo il Padre. Il prima di tutto. Onorare il Padre e non il Figlio. L’animo giudeo:
credere in Dio e nella legge. La creazione e la legge sono fatte per
l’uomo che è per Dio. L’illusione della legge. La parola che mi
fa pensare Dio è la parola del Figlio. Il principio di luce in noi è il Pensiero di Dio; il
principio di confusione è il pensiero dell’io. Siamo giudicati dalla proposta che riceviamo.Onorare vuol dire occuparsi. Bruciati da ciò che tocchiamo. Suicidio di massa in Guyana. Se io penso Dio sono con il Figlio di Dio. L’attrazione a Dio o al mondo. Tutto è rivelazione. L’inutilità
di silenzio trappa e deserto.
3/Dicembre/1978
Pensieri tratti dalla conversazione:
Eligio: “Il Padre mostrerà cose maggiori, onde ne siate meravigliati”.
Mi domando: come il Giudei possono avere meraviglia se non credono? La
meraviglia è un’emozione tipica di chi è attento a una cosa e ne riceve motivo
di maggior interesse e valutazione.
Nino: Ma Gesù parla e opera per salvare tutti.
Luigi: Si, è giusto, il discorso di Gesù è sempre fatto per
salvare, quindi mai per punire. Abbiamo visto la volta scorsa che il Padre non
giudica, ma ha lasciato ogni giudizio al Figlio; però abbiamo anche visto che
il giudizio ne viene di conseguenza, in quanto il Figlio parlando a noi, ci
propone la vera vita, la comunione con il Padre, ci porta alla conoscenza del
Padre; quindi da parte del Figlio c’è sempre una proposta positiva.
Evidentemente però una proposta non accettata, si riflette in noi in giudizio, in
quanto abbiamo scartato la salvezza. Ma questo non è voluto da Dio; questo è
ripiegamento da quell’offerta declinando la quale, io subisco i danni di quello
che perdo. Quindi il Verbo di Dio parla tra noi sempre per salvare, per cui
dobbiamo dire che è tutto misericordia. Dio è tutto misericordia, Dio è tutto
amore. Dio non parla mai per giudicare, ma propone sempre la sua misericordia,
il suo amore, la sua conoscenza. Noi ci troviamo con un Dio che è immenso
amore, immensamente misericordioso. Allora queste parole che Gesù rivolge ai
Giudei vanno intese così. Noi diciamo ai Giudei, ma teniamo presente che le
parole del Vangelo devono sempre essere interpretate personalmente (= filo
diretto), per ognuno di noi. Noi possiamo non essere in comunione con Lui, noi
possiamo essere separati da Lui, Lui però non è mai separato da noi. Cosa vuol
dire non essere separato da noi? Che Lui parla sempre personalmente con ognuno
di noi. La categoria “giudeo”, è un particolare stato d’animo in cui noi
veniamo a trovarci quando contestiamo Lui, che Lui sia Figlio di Dio. Però Lui
parla ancora a noi “giudei”, proponendoci sempre la vita eterna; proponendoci
sempre quella “meraviglia” che vedremo se non saremo più “giudei”. Infatti
avevamo detto che è un’apparente contraddizione il fatto che il Padre manifesti
al Figlio come maggiori affinché i giudei ne siano meravigliati, affinché gli
uomini ne siano meravigliati. È una contraddizione, perché si meraviglia colui
al quale sono fatte vedere le cose maggiori, non si meraviglia un’altra
persona. Eppure come sai, le cose maggiori sono promesse al Figlio e gli uomini
se ne meravigliano? Questa è parola per i giudei, per ognuno di noi quando
dubitiamo, oppure quando crediamo di credere al Padre e rifiutiamo il Figlio. E
qui cadiamo nell’argomento di oggi: “Affinché tutti onorino il Figlio come
onorano il Padre. Chi non onora il Figlio neppure onora il Padre che lo ha
mandato”. Perché noi possiamo ritenere di credere in Dio, di onorare il Padre e
intanto uccidere il Figlio. “Molti riterranno di rendere gloria a Dio, mandando
a morte il Figlio”, dice Gesù. Qui Lui mette in evidenza: “Si, voi dite di
credere in Dio, di onorare il Padre, ma intanto non ascoltate me che rendo
gloria al Padre” e come mai succede questo? Quindi vuol dire: “Voi nemmeno
avete onore per il Padre, nemmeno avete fede nel Padre, perché chi crede nel
Padre, necessariamente ascolta Colui che parla del Padre”. Come negli incontri
del sabato sul Vangelo di Giovanni al capitolo 8, abbiamo trovato Gesù che
dimostra ai giudei che ritengono di essere figli di Dio, figli di Abramo, che
invece hanno per padre il demonio, così qui Gesù dimostra loro che non hanno
per padre Dio, mentre essi ritengono di avere per padre Dio. Può succedere
nell’animo umano che l’uomo ritenga di credere in Dio, di essere figlio di Dio,
di avere Dio per padre e invece avere per padre il demonio. Allora qui abbiamo
l’opera del Figlio che scende in mezzo a noi per ricuperare la vera fede nel
Padre, per richiamarci all’autenticità. Ecco, Lui è venuto a testimoniare la
conoscenza del Padre, la vita secondo il Padre a delle persone “giudee”, cioè a
delle persone che si vantano di credere in Dio e poi vivono in modo ben
diverso, cioè sono figli del demonio. Lui viene a parlare a persone che forse
in buona fede, ritengono di essere figli di Dio e invece sono figli del
demonio. Cristo viene a ricuperarle. E come le recupera? Le recupera non
giudicandole, non dicendo loro: “Siete figli del demonio!”, ma portandoli, se
accettano il suo discorso, a quelle promesse che si troveranno nel Padre.
Eligio:: Ma come posso essere meravigliato dalle cose maggiori
se non credo e non accetto quelle minori? (Il giudeo non le accetta, non crede
alla testimonianza del Cristo).
Luigi: Le cose maggiori sono date solo nel Figlio e solo al
Figlio. Lui dice che: “Il Padre mostrerà al Figlio le cose maggiori affinché
voi ne restiate meravigliati”: lo dice affinché noi facciamo attenzione,
onoriamo il Figlio, perché soltanto onorando il Figlio, cioè soltanto facendo
attenzione al Figlio (onorare vuol dire fare attenzione, dedicarsi, impegnarsi
con), soltanto ricevendo il Figlio, noi arriveremo a quella meraviglia dei doni
maggiori. I doni maggiori sono dati solo al Figlio, non dati agli uomini, e
dicendo: “Solo al Figlio”, vuol dire che per noi sono nel Figlio. Abbiamo visto
che dire: “I doni maggiori sono dati al Figlio”, è come dire: “I doni maggiori
sono posti nel Figlio”. Ora perché viene detta a noi questa parola? Affinché
noi sappiamo che se vogliamo arrivare ai doni maggiori dobbiamo credere al
Figlio, dobbiamo cercare nel Figlio: nel Figlio troveremo i doni maggiori. Non
dobbiamo illuderci di trovarli altrove. I doni maggiori sono dati al Figlio.
Ora in quanto è detto che sono nel Figlio è come se ci fosse detto: “Vuoi
arrivare ai doni maggiori? Credi al Figlio, cercali nel Figlio, perché soltanto
nel Figlio li puoi trovare”. I doni maggiori sono la conoscenza del Padre, il
di Sé del Padre. Ora il dono del Padre lo possiamo trovare soltanto nel Figlio.
Tu ritieni di credere al Padre? Sei attratto dal Padre? Beh, sappi allora, che
se sei attratto dal Padre, soltanto attraverso il Figlio giungerai a conoscere
il Padre. Non illuderti di potervi giungere diversamente. Il Verbo di Dio viene
a parlare a noi che abbiamo dei doni minori: i doni minori sono questa
possibilità di aprirci, di credere, possibilità di essere fedeli in questo poco
di cui possiamo disporre. Tu dici di credere in Dio, ma nella tua vita pratica
quali scelte fai? Che cosa metti prima di tutto nella tua giornata? A che cosa
ti dedichi? Il Figlio di Dio viene e dice: “Tu giudeo (e giudeo è colui che
crede in Dio, che ha con sé la fede di Mosè e al centro di Mosè c’è Dio), crede
veramente in Dio?
Eligio:: Ma credono veramente?
Luigi: Adesso credere veramente è un’altra cosa, perché noi
possiamo anche credere di credere. L’animo umano può arrivare a questa
situazione: può credere di credere e poi vivere in modo del tutto diverso.
Abbiamo una scissione: l’animo umano si scinde tra la sfera della fede (che
diventa una fede astratta) e la vita pratica. Solo che poi la vita pratica
prevale, domina e a un certo momento porta via la fede che diventa una fede
senza sostanza, cioè una fede senza amore, senza passione. Il Figlio di Dio
viene a ricuperarci in questa scissione dicendoci: “Se vuoi dannarti, dannati,
però sappi che, e non essere un illuso, fintanto che tu dici di credere, ma
tieni soltanto questa fede astratta, non entri nella vita; non illuderti di
entrare nella vita soltanto perché dici: “Io credo in Dio, io sono figlio del
Padre”. Lui viene per recuperare tutto di noi: ecco il Verbo di Dio! Perché il
Verbo di Dio, il Figlio, è Colui che rende onore al Padre, è Colui che è tutto
Pensiero del Padre, è Colui che glorifica in tutto il Padre. Ma glorificando
tutto, il Padre cosa fa? Viene a recuperare tutte le dispersioni dal Padre;
viene a recuperarlo al Padre, soprattutto gli uomini. Quando avrà recuperato
tutto al Padre, anche Lui, dice San Paolo, si sottometterò al Padre, perché ci
offrirà al Padre. Lui viene per recuperare e come recupera? Ecco, manifestando
la giustizia, questa giustizia secondo il Padre, per cui se tu credi nel Padre,
sappi che secondo il Padre si vive in questo modo e si ascolta in questo modo.
Ecco, ti mette questo prima di tutto, ti raccoglie dicendo: le cose maggiori,
cioè la conoscenza del Padre nel quale voi credete, si trova soltanto nel
Figlio, perché il Padre la dà solo al Figlio, non la dà a tutti. Nessuno si
illuda di poter arrivare al Padre se non per mezzo del Figlio. Perché se no si
forma in noi quel “deismo” per cui noi crediamo un Dio che non è operante in
mezzo a noi, un Dio lontano. Il Figlio di Dio viene a recuperare tutto di me: i
miei pensieri, i miei affetti, le mie scelte, il mio modo di vivere, perché in
ogni nostra azione, in ogni nostro pensiero, noi riveliamo sempre, noi
testimoniamo sempre una fede, un amore, un valore; noi dobbiamo testimoniare il
Pensiero di Dio. Quindi non avere Dio come un Essere lontano, astratto, che ci
giudicherà poi (abbiamo visto che il giudizio è ogni giorno), perché il Figlio
è qui che ti parla; il Padre dà a noi l’essere, quindi dà a noi la possibilità
di comunione, ma non ci dà la comunione. Chi ci dà la comunione, la vera vita,
è il Figlio, perché è il Figlio che rivela il Padre. Vedo che i doni maggiori
sono soltanto nel Figlio? Non sono dati a tutti. E cosa vuol dire che “sono
dati al Figlio”? Sono dati soltanto al Figlio, affinché tutti quelli che
vogliono arrivare ai doni maggiori li cerchino nel Figlio, perché si trovano
solo nel Figlio.
Eligio:: Ma come posso se sono nella categoria del giudeo,
riconoscere in Cristo il Figlio di Dio e se non posso, come posso riconoscere
in Lui le cose maggiori di cui Lui è portatore?
Luigi: No, le cose maggiori sono una meta, sono un fine: Lui
viene a parlare non in quanto devo riconoscere in Lui il Figlio di Dio. Mi
chiede soltanto di riconoscere che le sue parole, gli argomenti che Lui mi
presenta, sono secondo Dio, quel Dio nel quale io credo; Lui mi chiede questo.
Forse bisogna precisare bene che cosa si intende per giudeo. L’animo giudeo è
l’animo che ritiene di essere giusto, che ritiene di avere la fede, di avere
Dio come Padre; lo ritiene, però vive in modo diverso; per cui ad esempio, di
fronte all’opera di Dio dice: “Quest’uomo non è giusto perché opera di sabato”.
Quindi il giudeo è l’uomo che crede in Dio e crede nella legge; per cui chi
obbedisce alla legge, alla regola, è un uomo a posto, è salvato.
Eligio:: Ma a Gesù non solo dicono che non è giusto, ma che ha
un demonio.
Luigi: Si, questo verrà di seguito, quando Lui cercherà di
dimostrare loro che hanno per padre il demonio; il loro io offeso si riflette e
dice: “No, sei tu che sei indemoniato”, perché il nostro io offeso, ripaga
l’altro con la stessa moneta. Ecco, vedi che qui abbiamo l’io che prevale; non
abbiamo la creatura che ascolta. La creatura che crede in Dio, è sempre una
creatura in posizione di ascolto. E può darsi che in buona fede, vedendo quel
paralitico guarito da Gesù che porta il suo letto, gli dica: “Non ti è lecito
portare il tuo letto di sabato”. E Gesù scende a ragionare e come ragiona?
Ragiona dicendo: “Il Padre mio opera, e quindi anche io opero”. Vedi che scende
a ragionare nei loro argomenti, per cui fa loro capire che il sabato è ancora
azione di Dio, perché Dio viene per salvare anche di sabato, perché Dio ha
fatto il sabato per la salvezza dell’uomo, non per rendere schiavo l’uomo di
una regola. Quindi vedi che tende a rivelare loro l’anima della legge, della
regola, ma la regola è fatta per l’uomo. Ma se noi diciamo che l’uomo è fatto
per la regola, è come se dicessimo che l’uomo è fatto per il mondo. No, l’uomo
non è fatto per il mondo; così pure la società, le istituzioni, le strutture
sono fatte per l’uomo, ma l’uomo non è fatto per le istituzioni. Allora se
l’uomo non è fatto per la regola, non è fatto per le istituzioni, non è fatto
per il mondo, non è fatto per le strutture, l’uomo non deve vivere per il
mondo, le istituzioni, ecc.. Quindi se io vivo per il mondo sbaglio, perché non
capisco l’anima delle cose. Se io vivo per una regola sbaglio; se io vivo per
un’istituzione sbaglio la mia vita, perché l’istituzione è per l’uomo. Allora
l’istituzione è per l’uomo, la regola è per l’uomo, il mondo è per l’uomo, il
sabato è per l’uomo, le strutture sono per l’uomo; e l’uomo per che cosa è?
L’uomo è per prendere contatto con Dio; l’uomo è per entrare in relazione con
Dio. Quindi abbiamo questo processo ascensionale, questa piramide sul cui
vertice abbiamo l’uomo, il quale è fatto per occuparsi di Dio. Allora il mondo
per che cosa serve? Serve per risvegliare nell’animo dell’uomo la ricerca di
Dio. Le istituzioni, il sabato, la legge, sono per aprire l’uomo alla ricerca
di Dio. L’uomo invece nel pensiero di sé, tende a fossilizzarsi in tutto quello
che ha. Quindi ho il mondo (che si concretizza poi in una casa), ho una
famiglia, ho delle relazioni, ho degli amici, ho delle conoscenze e allora io
vivo per la casa, vivo per la famiglia, vivo per il mondo? È sbagliato. Questo
mondo che ognuno di noi ha attorno, Dio l’ha posto personalmente per ognuno di
noi, per risvegliare personalmente in noi la ricerca di Dio. Tutte le creature
che ci mette attorno, ce le mette affinché noi acceleriamo la ricerca di Dio.
Se noi anziché aprirci alla ricerca di Dio, ci ripieghiamo su questo, ci stacchiamo
dal senso delle cose e frustriamo tutta la funzione delle opere di Dio. A
questo punto si inserisce il Figlio di Dio che viene tra noi e dice: “Tu che
dici di credere in Dio, vedi per che cosa vivi? Vivi per i mezzi che devono
portarti a Dio”. Allora Lui viene a recuperarci lì. Il discorso che Lui fa sul
sabato, lo fa proprio per dirci questo, per rivelarci qual è l’anima del
sabato. “No, guardate che il sabato è stato fatto per voi, affinché voi vi
apriate ad ascoltare il Figlio di Dio, la Parola di Dio”, e proseguendo in
questo discorso che Lui arriva a queste cose, dicendo che: “I doni maggiori ai
quali voi siete stati destinati, si trovano nel Figlio di Dio, per cui se voi
non ascoltate Colui che il Padre manda, vuol dire che dentro di voi avete
rifiutato anche il Padre. Non illudetevi di essere figli del Padre, se voi non
ascoltate Colui che il Padre manda, vuol dire che dentro di voi avete rifiutato
anche il Padre. Non illudetevi di essere figli del Padre, se voi non ascoltate
Colui che il Padre manda, perché chi ama il Padre e crede nel Padre aderisce al
Figlio. Allora noi possiamo illuderci per un certo tempo di essere giusti, di
essere onesti, seguendo la legge; ma se in noi c’è quest’apertura a Dio, c’è
quest’attenzione a Dio, quando uno qualunque (non diciamo il Figlio di Dio),
uno qualunque viene a noi e dice: “Guarda che la legge ti è stata data affinché
tu ti applichi a cercare il Signore”, risponde: “Ah, io non ci avevo ancora
pensato, credevo che la legge servisse soltanto per regolare la mia vita,
programmarla in atti morali, ecc.”. Il Figlio di Dio è Colui che in tutto mi
raccoglie dalle mie dispersioni, nel pensiero della vita vera secondo Dio, mi
recupera ai valori supremi. Allora se in noi c'è questo atto di fede veramente
sincero, onesto, in Dio, questa giustizia di animo, noi diciamo: “Ah, è vero
questo, hai ragione”. Come lo dissero gli apostoli di Gesù. I discepoli di Gesù
che cos'erano? Erano giudei.
Eligio:: Ma qui però sono certi giudei.
Luigi: Appunto, vedi allora che non dobbiamo fare la categoria
generale, “giudeo”, perché anche i discepoli di Gesù erano giudei. Giudeo è
colui che ha dentro di sé il Pensiero di Dio, quindi ha la possibilità di
aderire al Figlio di Dio; senza conoscerlo, sia ben chiaro, perché lo conoscerà
quando arriverà al Padre. Lo conoscerà a Pentecoste, però ha la possibilità,
perché ho detto che la fede in Dio risveglia in noi l’interesse per Dio, e
risvegliando in noi l’interesse per Dio quando viene uno che ci richiama o ci
parla delle cose di Dio, dice: “Mi sta parlando di quello che mi interessa” e
mi apro. Se invece mi ritengo giudeo e dico di credere in Dio, ma poi vivo nel
pensiero del mio io, allora qui c'è un errore, perché strumentalizzo. Allora
adopero la legge per giudicare gli altri; adopero la legge come norma morale,
per fare un tribunale nel mondo.
Eligio:: Ma come posso meravigliarmi, stupirmi cioè la bellezza
di Dio, se sono chiuso nel mio io?
Luigi: Non arrivo alla meraviglia. Però le meraviglie Lui me le
annuncia.
Nino: Noi ci stupiamo di loro, però anche noi siamo giudei,
tutte le volte che rifiutiamo.
Luigi: Comunque anche se noi rifiutiamo o ci troviamo
nell’impossibilità, il Figlio di Dio ci annuncia quei doni che noi perdiamo per
non credere in Lui. Per cui diremo: “Me ne aveva parlato; io non ci sono
arrivato, però la promessa mi era stata fatta”. Se ho rifiutato non potrò mai
dire: “Dio non mi ha fatto la promessa, Dio non mi ha chiamato”. E come ti ha
chiamato? Come ci chiama il Signore? Il Signore ci chiama promettendoci doni maggiori,
ma come promessa, come offerta e ci dice: “Tu ai doni maggiori arriverai se …”,
però Lui che li promette e promettendo ci chiama.
Eligio:: Ma come giudeo, chiuso nel mio io, non capisco nemmeno
la proposta.
Luigi: Quando il Figlio di Dio dice a me giudeo: “Il Padre ama
il Figlio e gli mostra tutto quello che fa e gli mostrerà cose maggiori”, mi
annuncia sempre un fatto che avviene nel Figlio, per cui mi orienta al Figlio;
e se io voglio vedere le cose che fa il Padre e arrivare alle cose maggiori, le
devo cercare nel Figlio. Lui mi fa una proposta e mi dice: “Queste cose sono
date al Figlio, non sono date agli uomini”. Ci propone, ci parla del Padre e
del Figlio. Quindi ci mette in movimento presso il Figlio, quasi a dire: “Non
credere di poter arrivare alle cose maggiori se non ti apri al Figlio. Ma chi è
il Figlio? Dobbiamo arrivare a percepire la differenza che passa tra Padre e
Figlio. Ma chi è il Padre e quand’è che io credo nel Padre? E quand’è che io
credo nel Figlio? Il Figlio è quello che viene a parlare a me del Padre nella
situazione in cui mi trovo di dispersione, di confusione di mente. Il Figlio è
quello che riconosce in tutto il Padre, lo riconosce per me che sono incapace
di riconoscerlo, che credo di credere nel Padre, credo di essere Figlio del
Padre, ma poi mi comporto in modo molto diverso, ed ecco allora che viene il
Figlio a dirmi: “No, guarda che il figlio è tutt’altro, il figlio è questo … Il
Figlio è uno che non fa niente se non lo vede fare dal Padre. Tu vedi fare
tutto dal Padre? Allora non ritenerti figlio. Ecco il figlio come fa: non
ritenerti figlio”. “Ma allora come faccio a diventare figlio?”. “Ti insegnerò
io”. Vedi, ecco, la creatura umile, in buona fede, può anche sbagliare, però
anche ritenersi figlia di Dio, può anche ritenersi giusta, ma di fronte a
questo conversare, dice: “No, io ho sbagliato, io mi credevo uno e invece non
lo sono;mi credevo giusto e invece sono ben lontano …”. Ma questa riflessione
uno la fa in quanto ascolta il parlare del Figlio. Il parlare del Figlio,
essendo Figlio di Dio, viene a rivelarmi il Padre, ma viene anche a rivelarmi
il Figlio di Dio. È la differenza che c'è tra la creatura e il Figlio, perché
il Figlio è uno che in tutto glorifica il Padre e in tutto si lascia guidare
dal Padre: è in questa totalità di pensiero del Padre che si rivela il Padre e
che si rivelano quindi i doni maggiori. È lì che noi scopriremo le meraviglie
di Dio, ma non prima, non da lontano. Lontano noi ci troveremo sempre soltanto
con il giudizio. L’inferno a un certo momento è tutto giudizio di Dio, mentre
invece il Paradiso è tutto amore. Ma forse che il Figlio di Dio giudica? No, è
proprio perché il Figlio di Dio non fa altro che farci tutte promesse, tutte
proposte. Chi mi fa un’offerta, mi dà la possibilità di accedere ad un certo
dono, di accedere ad un certo dono, di accedere ad un certo possesso; ma
proprio perché è un’offerta, io posso declinarla. Quindi la promessa avviene
proprio in quanto il Signore mi manda a parlare di quelle cose maggiori che
ancora non ho, e nello stesso tempo mi dimostra che queste cose non le ho. E
questo è il parlare del Figlio, perché il Padre mi dal possibilità di
comunione, mi dà la possibilità di esistere, quindi di intendere la parola del
Figlio, ma chi glorifica il padre, che rende presente il Padre e chi fa
conoscere il Padre è soltanto il Figlio, quindi è soltanto nel Figlio che ci
sono questi doni maggiori; ma il Figlio come ci dimostra? Il Figlio si dimostra
nel parlare di Dio che arriva a noi. Quella parola di Dio che arriva a me e mi
fa pensare Dio, qui è il Figlio che parla, il Figlio che opera. Ma in quanto mi
fa pensare Dio, mi recupera da tutti i pensieri disordinati perché, pur credendo in dio, io sono portato via. È lì che si crea la
scissione, per cui io dico: “Io credo in Dio”, ma poi vivo da ateo. Per cui a
un certo momento, ho dentro di me una scissione, una frattura fra quello che è
la mia fede e quella che è la mia vita pratica. Proprio lì mi accorgo che c'è
uno stridore che crea la tristezza e mi porta all’angoscia finale di una
situazione conflittuale. Se io dentro di me ho una fede, fede in Dio e poi le
mie opere non sono secondo tale fede, cioè non sono figlio del padre, siccome
divento figlio delle opere, queste opere in me sono in conflitto con la fede, e
quindi a un certo momento creano l’incompatibilità. Ma l’incompatibilità me la
porto dentro. Porto una contraddizione interiore. Questa contraddizione mi
porta alla morte, perché la morte è divisione. Quindi io semino la morte dentro
di me, facendo cose contrarie. Per cui ho fede in Dio e però ho opere che non
sono secondo Dio. Ecco, Dio, il Figlio (non il Padre), mi viene a recuperare.
Non il padre, perché il Padre è la meta: chi vede il Padre, non può
disgiungersi dal Padre; è in Paradiso, perché quando uno conosce la verità, non
può più lasciare la verità. noi lasciamo la verità in quanto non la conosciamo.
Infatti noi non siamo giudicati dal Padre, ma siamo giudicati dal Figlio. Ma
chi è questo Figlio che ci giudica? Il Figlio è la proposta di occuparci di Dio
che giunge a noi nella nostra dispersione. Per cui tu porti in te la morte?
Porti in te la scissione? Il Figlio viene a te in questa tua morte e ti
recupera, perché ti dice: “No, guarda, tu credi di essere figlio di Dio, ma non
lo sei; non sei giusto; per diventare giusto, devi seguire me; ed io ti
recupero perché ti faccio vedere come si vive secondo Dio, secondo il Padre; e
per vivere secondo il Padre bisogna superare questo, quello …”. E a poco per
volta, se noi lo ascoltiamo, ci porta ai doni maggiori; ma è Lui che ci porta
ai doni maggiori, non siamo noi.
Nino: Il Figlio anche è la Verità. Quando noi conosciamo la
Verità non la possiamo più lasciare. Il Figlio però non lo conosciamo anche se l’abbiamo
con noi: per questo abbiamo bisogno del Padre, di conoscere il Padre.
Luigi: Certo, il Figlio lo conosceremo soltanto dal Padre.
Eligio: E nella mia dispersione di “giudeo”, il Figlio di Dio
viene a dialogare a livello degli argomenti che io posso capire.
Nino: Pur avendo con noi la Verità (il Figlio che è Via,
Verità, Vita), noi lo abbandoniamo ancora, perché è solo il Padre che può farci
conoscere il Figlio.
Pinuccia: Riassunto dell’incontro n. 135
(iniziato domenica scorsa); l’argomento è: “Eccoti guarito”.
-
Spiegazione del “poco dopo”;
-
Possibilità che abbiamo,
una volta di essere entrati nel tempio, di essere cacciati.
-
In che cosa consiste la
guarigione vera dell’uomo;
-
In che cosa consiste la
malattia dell’uomo e da che cosa deriva;
-
Che cosa possiamo fare
nella nostra malattia;
-
Pensiero guida: “Solo
che io tocchi un lembo del suo vestito e sarò guarita”.
Gli uomini sono malati perché non toccano Dio,
perché non sono toccati da Dio. Si è toccati nel tempio, dove si opera la
guarigione, si forma la vita, perché la vita è comunione, dipendenza da Dio
(quando si dipende da molti si è malati), dal quale dipendono tutte le cose.
Essere nel tempio è essere nel seno del Padre. Lui è il Vivente e noi viviamo
per partecipazione nella misura in cui guardiamo a Lui e raccogliamo tutto in
Lui. Il non superare il nostro io è causa di malattia perché ci impedisce di
entrare nel tempio, cioè nel “tutto dipendente da Dio”. Avviene il miracolo
della guarigione quando si è toccati, cioè quando c’è un punto in comune tra
ciò che opera Dio e l’intenzione che c'è in noi (tutto è miracolo per chi è
unito a Dio: anche l’essere riuniti qui oggi, perché chi ci ha condotti qui è
il Pensiero di Dio, sia in noi sia in Dio: è il punto in comune). La paralisi è
effetto della malattia, ma la sostanza della malattia è il non toccare Dio,
cioè un distacco da Dio che è vita. Noi “naturalmente” tendiamo ad ammalarci,
perché per essere uniti a Dio ci vuole il superamento dell’io. Ci troviamo
allora paralizzati di fronte alla Parola di Dio, non possiamo camminare nello
Spirito, perché non abbiamo superato noi stessi quando potevamo superarci. Ecco
perché il primo atto di guarigione che il Signore ci reca è quello di darci la
possibilità di camminare; e per guarire basta che noi tocchiamo un lembo della
sua veste, cioè avere almeno un punto in comune con Lui. E questo punto in
comune è mettere l’interesse per Dio al primo posto. Che cosa possiamo fare per
guarire? Constatare la malattia e volere la guarigione. Ci vuole però il
Pensiero di Dio (le malattie fisiche sono opera di Dio per farci prendere
coscienza delle malattie spirituali di cui non ci accorgiamo). Per scoprire le
nostre malattie interiori bisogna misurarci con Dio e le sue esigenze, per
questo Gesù per guarire il paralitico:
-
1) gli dice: “Alzati!”;
poi
-
2) bisogna camminare
nella fede e
-
3) infine dire dei “no”
a ciò che non è Lui.
Questo ci porta nel Tempio dove si ha la vera
guarigione, perché il “tutto dipende da Dio”. La creatura non dice più: “Sono
io che vedo; sono io che amo; ecc.., fino ad arrivare a quell’unione di
pensiero, per cui il Creatore dice: “È mio” e la creatura dice: “È tuo”. Si
arriva lì quando non si sottoscrive nessun’altra dipendenza. Ogni altra
dipendenza ci fa ammalare. La vita è sottomissione ad Uno solo (riferendo tutto
a Lui), ed è in questa sottomissione che uno giunge ad essere toccato. Come
manca in noi la dimensione verticale verso l’unità di Dio, immediatamente c'è
la dispersione in orizzontale: la malattia. Guarita è l’anima che si accorge di
essere pensata da Dio; più lo pensa, più si accorge di essere pensiero suo e
questo vuol dire che non siamo più noi a pensare, ma è Dio che forma in noi suo
figlio. La presenza di Dio è medico e medicina. La guarigione sorge dal
rapportare a Dio. La preghiera stabilisce un contatto con Lui (per questo molte
volte la preghiera ottiene la guarigione).
Luigi: L’argomento di oggi è questo: “Affinché tutti onorino il
Figlio come onorano il Padre; chi non onora il Figlio, neppure onora il Padre
che lo ha mandato”. Siamo sempre in quell’argomento lì: Gesù sta dimostrando ai
giudei, che ritenevano di onorare il Padre, che se non onorano il Figlio, sono
illusi nel ritenere di onorare il Padre, perché chi onora il Padre non può fare
a meno di onorare il Figlio. Ma chi è il Figlio? Il Figlio è quella parola di
Dio che arriva a noi e che ci invita a questa apertura, a questo interesse,
quindi a questo superamento di noi stessi.
Emma: Non c'è il pericolo di confondere lo Spirito di Dio con
qualche cosa buona?
Luigi: E che cosa vuol dire confondere? Bisogna sempre tenere
presente questo: che il principio di luce in noi è il Pensiero di Dio; il
principio di confusione è il pensiero dell’io. Se noi superiamo il pensiero
dell’io, non possiamo avere il principio di confusione, perché la confusione è
il pensiero dell’io che la crea, per cui a un certo momento viene il dubbio:
“Sono io o è Dio?”. Vedi? Allora c'è il principio di confusione. Ma è l’io. Se
l’io è messo a tacere, tutto viene a noi da Dio e noi abbiamo un principio di semplicità.
Ora, nella semplicità, c'è la luce e di lì si arriva alla certezza. Quando
invece noi restiamo tra l’io e Dio, seminiamo il due e nel due abbiamo la
confusione.
Emma: Certe volte, facendo dei lavori o andando in qualche
posto, mi chiedo: “Chi è che mi ha mandata, o chi mi ha fatto fare questo?”.
Luigi: Bisogna partire da Dio.
Nino: Ma tu prima di fare quello, hai chiesto a Dio che cosa
dovevi fare?
Luigi: Ma anche se non l’hai chiesto, in quanto attualmente lo
stai facendo, quello in cui oggi, attualmente, ti trovi, è voluto da Dio. A
parte errori precedenti, quella situazione in cui ti trovi, è voluta da Dio. Se
tu accogli da Dio, incomincia da lì la semplicità. Dio ti recupera. Dio ci
recupera nei nostri errori. Poi naturalmente si arriva ad interrogare Dio,
prima ancora di fare le scelte. Ma anche se abbiamo fatto delle scelte
sbagliate, perché non ci siamo ricordati di Dio, se in quel punto noi ci
ricordiamo di Dio, Dio ci recupera e ci libera. Però bisogna sempre inserirci
in questa unione. Abbiamo visto: chi guarisce le malattie è Dio. Dio è medico
ed è medicina nello stesso tempo, per cui è logico: se io sono ammalato, è
perché mi sono dimenticato di Dio. Eppure c'è la medicina nella mia malattia e
Dio mi ricupera, purché mi rivolga al medico, a Lui. È per questo che Lui viene
nella mia malattia e mi dice: “Io sono la tua medicina e tuo medico: rivolgiti
a me ed Io ti curerò”. Però qui dice quel: “Affinché tutti onorino il Figlio
come onorano il Padre”. Dice: “Affinché”, dopo aver detto quella frase su cui
ci siamo fermati domenica scorsa: “Il Padre non giudica alcuno, ma ha rimesso
ogni giudizio al Figlio”, “Affinché tutti onorino il Figlio come onorano il
Padre”. Evidentemente quando ci dice: “Affinché” (che è un termine di arrivo),
ce lo dice perché (ed è l’errore del giudeo, come di ogni uomo) c'è questo
rischio, questo errore: di onorare il Padre e di non onorare il Figlio. E c'è
anche un altro rischio, perché evidentemente se dice: “Affinché tutti onorino
il Figlio come onorano il Padre”, questo ci fa pensare che c'è la possibilità
di onorare il Padre e non onorare il Figlio, ed è la situazione in cui si trova
il giudeo; ma c'è anche la possibilità di onorare il Figlio e non onorare il
Padre, e anche qui c'è un errore umano. Il Padre porta al Figlio (perché chi è
attratto dal Padre si apre al Figlio), però noi possiamo credere di credere,
noi possiamo illuderci. Ed ecco allora che il Figlio viene, e stabilisce
quell’uguaglianza lì, per cui chi non onora il Figlio, non onora nemmeno il
Padre. Questo per dirci: “Vedete? Voi credete di onorare il Padre e intanto non
credete a me che vi parlo del Padre, e allora voi non onorate nemmeno il
Padre”. Allora si stabilisce un’uguaglianza: “Figlio uguale al Padre”, “Chi
onora il Padre deve onorare il Figlio”, vuol dire che nell’uomo c'è questo
rischio, c'è la possibilità di onorare il Padre e di non onorare il Figlio, di
onorare il Figlio e di non onorare il Padre. Si è sul cammino vero quando si
onora il Figlio come si onora il Padre: “Quando”, “Come”. In caso diverso no.
Allora dobbiamo chiederci: “Quando in noi avvengono questi errori?”. Cioè:
“Quando noi onoriamo il Padre e non onoriamo il Figlio? Oppure: “Quando
onoriamo il Figlio e non onoriamo il Padre? Dobbiamo capire perché in un certo
momento ci troviamo in questi errori, perché noi possiamo fare della religione soltanto un’astrazione, avere una fede e
poi condurre una vita ben diversa. Possiamo invece fare della nostra vita (e
qui onoriamo il Figlio e non il Padre), cioè trasformare la nostra vita in
“devozionismo” e fermarci all’imitazione del Cristo senza interessarci del
Padre.
Nino: Allora non è né vero onorare il Padre e né vero onorare
il Figlio.
Luigi: Ma certo, è un’illusione, perché noi possiamo credere di
credere e non crediamo, cioè posso dire: “Ma io credo in Dio, noi siamo figli
del Padre”, ed ecco il Figlio che ci dimostra che noi non siamo figli del
Padre, non abbiamo Dio come Padre, ma che noi abbiamo per Padre un altro; ma
noi possiamo credere di credere, perché noi nel nostro errore possiamo
illuderci: “Signore, io ti ringrazio perché io sono un uomo giusto”. Vedi che
noi ci illudiamo di essere giusti? Il Figlio viene a dialogare nel nostro
errore. Il Padre è la meta, perché quando noi conosciamo il Padre, siamo in
Paradiso. Conoscere il Padre è conoscere la Verità e chi conosce la Verità non
si può più separare. Noi ci separiamo dalla Verità di Dio in quanto crediamo
ancora in altre verità e quindi bilanciamo le altre verità con la Verità e allora
siamo dispersi. Ma quando noi conosciamo la Verità, non possiamo più staccarci
da essa. E chi ce la fa a staccarsi dalla Verità? Quella è la Verità, quindi
non ci stacchiamo. Per cui le scelte sbagliate le facciamo a monte, molto prima
di arrivare alla conoscenza. Diciamo allora che noi non siamo giudicati da
quello che conosciamo, ma siamo giudicati dalle proposte che riceviamo. Ecco,
va precisato bene questo concetto, perché è il termine di giudizio (meditato
domenica scorsa): noi non siamo giudicati da quello che conosciamo; noi siamo
giudicati dalle proposte che riceviamo.
Emma: E che non seguiamo.
Luigi: Se non le seguiamo, restiamo giudicati; se le seguiamo
arriviamo alla conoscenza. Ma la conoscenza è la meta, è la vita eterna (la
vita eterna è conoscere Dio); prima di arrivare alla vita eterna, arriva a noi
la proposta della vita eterna. Arriva a noi la parola di Dio che ci propone:
“Cerca Dio!”, “Conosci Dio!”, “Occupati di Dio!”, “Onora Dio!”. Onorare vuol
dire: occuparsi di -. Io onoro una persona in quanto mi occupo di quella
persona. E se io dico che mi occupo di Dio, ma non mi occupo del Figlio, cioè
della Parola che arriva a me e che mi orienta a mettere prima di tutto la
ricerca di Dio, io non onoro nemmeno Dio, il Padre.
Nino: Ho tolto il mio pensiero al Padre (noi possiamo privare
Dio solo di una cosa: del nostro pensiero).
Luigi: Certo. Abbiamo tolto il nostro pensiero al Padre. E il
Figlio viene a ricuperarci in questa sottrazione, ricuperarci alla vita. Ma noi
non siamo giudicati da quello che conosciamo. Noi siamo giudicati dalle
proposte che riceviamo; per cui noi, nella nostra vita, riceviamo una proposta
che è la proposta del Figlio: “Metti prima di tutto la ricerca di Dio; cerca
prima di tutto il regno di Dio, tutto il resto ti sarà dato in sovrappiù: pensa
a Dio; una cosa sola è necessaria”. Questa è la proposta. Ora, questa proposta
arriva a noi che non conosciamo ancora. Se aspetto e dico: “Ma io sarò
giudicato quando conoscerò, perché quando conoscerò sceglierò!”, no! Sbaglio!
Perché tu devi scegliere prima di arrivare a conoscere! In quanto ti rifiuti di
occuparti di Dio, hai già rifiutato Dio nella tua anima. Ma come? Io non lo
conosco! Hai rifiutato di conoscerlo. E in quanto hai rifiutato di conoscerlo,
hai rifiutato già Lui. Infatti che non onora il Figlio, non onora il Padre.
Quindi chi non accetta di occuparsi di Dio intimamente, ha già rifiutato Dio.
Quindi non dobbiamo aspettare di conoscerlo, ma dobbiamo preoccuparci di
conoscerlo, perché la conoscenza è la meta; quando noi arriviamo a conoscere,
non possiamo più rifiutare, perché si entra nell’amore.
Pinuccia: Allora accettare il Figlio vuol dire coltivare il
Pensiero di Dio?
Luigi: Certo, perché il Figlio ci viene a proporre il Pensiero
di Dio e ce lo viene a proporre in tutte quelle incoerenze in noi ci troviamo e
che ci soffocano, perché noi crediamo in Dio, però viviamo non secondo Dio. E
siccome diventiamo figli delle nostre opere, queste opere che noi facciamo,
entrano in noi e ci pongono in conflitto con la nostra fede fino ad arrivare ad
annullare la nostra fede, per cui la nostra fede diventa astratta, lontana, non
ci interessa più, non ci attrae più. Eppure noi diciamo: “Ma io voglio
credere”, però è una fede fredda, e come mai non mi attrae più? Come mai non mi
appassiona più? Perché ti appassionano le tue opere. Noi restiamo interessati,
attratti, da quello che tocchiamo. Chi tocca resta bruciato da ciò che tocca.
Nino: Noi in quel caso ci siamo fatti una figura di Dio di
comodo, non lo cerchiamo, pensiamo che sia un Dio che non pretende poi tanto,
che la sua misericordia cancella tutto …
Luigi: L’abbiamo messo lontano come un Dio che un giorno ci
giudicherà. Certo, la sua misericordia è infinita, ma ci recupera alla vita,
perché Dio è vita, oggi, non domani.
Nino: Generalmente vi viene predicato che dobbiamo cercare di
evitare le colpe più grosse e se le si commettono, di chiedere perdono: e basta
questo!
Pinuccia: Senza dare l’idea dell’impegno vero che bisogna avere.
Luigi: La vita è impegno. La gravità sta lì: nel non cercare
Dio, nel non interessarci di Lui: la colpa sta lì. Non è tanto nel non
conoscere, perché la conoscenza è una meta, ma nel non interessarci di, nel non
occuparci, non preoccuparci di quello. Ma come non ti preoccupi di quello, quando
Dio ha seminato in te, direi, come anima della tua vita, il desiderio della
Verità? ecco, noi lo sostituiamo con altro. E siccome diventiamo figli
dell’altro, quando noi cominciamo ad occuparci di altro, quell’altro ci
appassiona e quella passione ci porta via alla passione principale che si
attenua, si attenua e a un certo momento scompare, non attrae più; siamo
dispersi da tutto il resto. È la situazione di morte, perché la morte è
dispersione. Ma come mai? Dio ha creato la vita e noi ci troviamo morti? Ecco,
noi ci troviamo morti, dispersi da tutto e quando l’anima non sente più, non è
più attratta da Dio, non ha più Dio come interesse, l’anima è morta, perché la
vita è interesse per -.
Nino: Nell’analisi dei quel suicidio di massa in Guyana, si
rilevò che all’inizio il fine era solo Dio, poi è cambiato il fine sociale e
politico e allora è degenerato di giorno in giorno, fino ad arrivare alla
violenza.
Luigi: Che lezione! Sono partiti con Dio!
Nino: Ecco la degradazione da Dio all’ideologia socio-politica
messa al posto di Dio.
Luigi: Per forza; staccandosi dal: “Cerca Dio prima di tutto”
si cade nell’idolo.
Nino: E sono stati esercitati nel suicidio di massa da
effettuarsi nel caso che la loro finalità fosse stata frustrata per dimostrare
e richiamare l’attenzione sulla loro setta …
Luigi: È fatale che arrivi lì. La stessa cosa la vediamo in
giornali cattolici che all’inizio parlavano solo di Cristo ed ora sono soltanto
tutto contestazione, politica, partito, ecc.; basta scivolare un po’ per
trovarsi tutto nell’altro campo. Si scivola a poco a poco; si incomincia a
dire: “Questo è un atto di giustizia; questo è doveroso dirlo; ecc., ecc.,” e
ci si ritrova in pochi anni tutti in un altro campo. Per questo bisogna sempre
continuamente richiamarci alla parola di Cristo, continuamente, con pazienza,
sempre riferirci a Cristo, perché Lui con le sue parole, ci recupera sempre.
Noi “naturalmente” scivoliamo.
Nino: E poi come può una setta religiosa aggrapparsi a Dio se
ricorre alla protezione della Russia che è un paese ateo e ha raccolto dei
miliardi per trasferirsi là?
Luigi: Anche questo rende testimonianza: quando si fa conto su
tanti soldi, non c’è lo Spirito; anzi, chi ha lo Spirito, quello che ha lo dà
via, per essere più libero. Quindi ci sono tanti segni che testimoniano che non
c’era autenticità di spirito, che non c’era il Pensiero di Dio. Questo non per
giudicare loro; sono lezione che Dio ci dà per avvertirci. Il Signore lo fa per
avvertirci: “Guarda quale rischio corri, se tu ti apri a qualcosa fuori di me”.
Noi ci stupiamo di questo suicidio di massa, ma la nostra società è tutta un
suicidio di massa. Basta guardare a tutto il tempo che noi perdiamo dietro ai
problemi sociali, politici, a tutte le questioni degli uomini: e questo non è
suicidarsi?
Nino: E tutti i rimedi che si tirano fuori sono pezze da
rattoppo che fanno uscire altri buchi …
Luigi: Per forza, non se ne può fare a meno. Come ci si separa
da Dio, non si può fare a meno di precipitare nel caos.
Nino: Stiamo andando una volta di più verso la confusione.
Luigi: È questo suicidio di massa. Noi adesso ci stupiamo di
quel suicidio perché è così massiccio; ma distribuito nel tempo è un fatto
continuo. Di cosa ci nutriamo? Di che cosa ci abbeveriamo ogni giorno? Se noi
non possiamo dire onestamente: “Io mi nutro e mi abbevero alla Parola di Dio e
cerco Dio prima di tutto”, corro verso il suicidio, non posso farne a meno. Se
non ci convinciamo che dobbiamo mettere il Pensiero di Dio prima di tutto, non
c'è nessuna possibilità di rimedio alla morte che seminiamo in noi.
Pinuccia: Possiamo avere la certezza di onorare il Figlio?
Luigi: Il Figlio è Lui che viene a parlare a noi nel nostro
errore. L’iniziativa è del Figlio.
Pinuccia: Ma come facciamo ad avere la certezza di avere
incontrato il Cristo?
Luigi: In quanto Lui mi parla dell’essenziale, mi parla di Dio,
mi richiama dalla mia dispersione al “tutto di Dio”. Se mi interessa questo,
posso avere la certezza di aver incontrato il Cristo; se mi apro a questo
interesse, perché questo interesse non sono io, è Lui che me lo dà. Se io
aderisco sono con il Figlio di Dio. È il Figlio di Dio che mi pensare Dio: se
io penso Dio sono con il Figlio di Dio. Se io posso pensare Dio per cinque
minuti, vuol dire che io sono con il Figlio di Dio per quei cinque minuti,
perché il Figlio di Dio è tutto Pensiero di Dio. Noi possiamo solo essere per
un piccolo tratto, perché noi “abbiamo”, non “siamo” il Figlio di Dio; se lo
fossimo, saremmo tutto Pensiero di Dio. Noi abbiamo il Pensiero di Dio, quindi
abbiamo un piccolo tratto (cinque minuti, cinque secondi con Dio e poi dopo
siamo tutt’altro); però il Figlio di Dio, essendo con noi, parla e ci sollecita
a mantenere il Pensiero di Dio in noi costantemente, per cui tutte le volte che
noi scivoliamo, Lui ci richiama e noi avvertiamo che ci mettiamo il nostro io,
che ci lasciamo portare via dalle creature, ecc.. È l’opera del Figlio di Dio
che mi dice: “Guarda che tu credi di essere figlio di Dio, ma in questo momento
ti stai occupando di ben altro, stai mettendo prima di tutto tutt’altro”,
perché Lui tende a farci diventare tutto pensiero di Dio come è Lui: questo
vuol dire onorare il Figlio. Onorare il Figlio vuol dire adeguarsi al Figlio. E
il Figlio chi è? Il Figlio è tutto Pensiero del Padre. E questo tutto Pensiero
del Padre non se ne sta isolato: si incarna, cioè viene tra noi che non siamo
tutto Pensiero del Padre, per farci diventare tutto pensiero del Padre, cioè
per farci figli adottivi di Dio; il Figlio è tutto pensiero del Padre. Quindi
Lui viene, e come si presenta qui a noi? Si presenta parlando. Siccome noi non
siamo, la sua Parola diventa in noi proposta dell’essenziale, cioè proposta del
tutto pensiero del Padre.
Pinuccia: E questa parola
non è solo quella scritta, ma ogni avvenimento che giunge a noi, vero?
Luigi: In ogni richiamo a mettere Dio prima di tutto, al centro
della nostra vita, lì abbiamo il Figlio di Dio, perché solo il Figlio di Dio
parla così; è il richiamo a mettere Dio prima di tutto.
Nino: Dovremmo essere tutto il giorno con il vangelo in mano …
Luigi: In mano serve poco: bisogna averlo dentro.
Nino: Bisogna cioè andare a rileggere sempre anche gli altri
passi del Vangelo, oltre a questo che stiamo meditando, per non dimenticarli, e
riscoprire nelle parole di Gesù le convinzioni acquisite.
Luigi: È con la pazienza. Noi dovremmo avere quella pazienza di
richiamarci sempre alla Parola di Dio, perché noi naturalmente scivoliamo. Dio
è trascendente noi, è superiore a noi, quindi non è naturale a noi, per cui
richiede sempre da noi questo superamento. Ieri sera parlavamo che in termini
di gioco, non è un gioco equo quello con Dio, perché con Dio la vita và scelta,
perché è amore; la morte invece la troviamo anche se non la scegliamo. Cioè, in
quanto non ci preoccupiamo di scegliere, di amare (amare vuol dire scegliere),
noi precipitiamo nella morte, anche se non la vogliamo. Noi diciamo: “Io non
voglio la morte, voglio la vita”, d’accordo, ma se non scegli, automaticamente
abbracci la morte. Per cui la morte entra in noi anche se non la scegliamo. La
vita non entra in noi se non la scegliamo. È lì il fatto. Per cui dobbiamo
sempre preporcelo. E allora ecco la Parola di Dio. Noi la Parola di Dio
dobbiamo continuamente proporcela; ecco, mantenerci sempre in questo costante
riferimento. Dirci: “Adesso mi trovo qui, ma la Parola di Dio …”. E se la
perdiamo di vista dirci: “Adesso ho perso di vista la Parola di Dio, quindi non
mi devo avventurare altrimenti mi avvio su una strada che non conosco, in un
paese ignoto”. E allora no: “Io ho bisogno di camminare nella luce”. “Chi viene
dietro di me cammina nella luce”, dice il Signore. Quindi non avventurarti
nelle tenebre, perché nelle tenebre è fatale che tu cada. Quindi come ti
accorgi che non hai più presente la Parola di Dio, fermati, non andare avanti,
non andare oltre, ma cerca di recuperare la Parola di Dio, perché ogni passo
che fai è un passo verso la morte.
Pinuccia: Ma forse più che recuperare la Parola di Dio, dobbiamo
recuperare il Pensiero di Dio, no?
Luigi: Il Pensiero di Dio è il Padre e noi non lo recuperiamo
se non attraverso il Figlio. Noi nella nostra dispersione, abbiamo bisogno
della Parola.
Pinuccia: Ma il Figlio è il Pensiero del Padre.
Luigi: Certo, ma noi non recuperiamo il Pensiero di Dio se il
Figlio non parla. È il Figlio che ci recupera nel Padre. È il Figlio che parla.
Per questo dico che chi non onora il Figlio non si illuda di onorare il Padre.
Il Padre è la meta e il Figlio è quello che scende nella nostra dispersione,
per recuperare la nostra morte; e come la recupera? Parlando! È lì la Parola
del Figlio, perché la Parola è il segno del Figlio nel nostro mondo disperso.
Nel nostro mondo disperso il Pensiero di Dio, il Figlio, deve incarnarsi,
altrimenti non prende contatto con noi. E cosa vuol dire incarnarsi? Vuol dire
che assume le nostre parole e le fa sue e quindi le parole che Lui dice nel
nostro mondo, sono parabole, cioè sono segni per noi; noi abbiamo bisogno di
questi segni, perché questi diventano il ponte tra la nostra dispersione e il
Pensiero di Dio. Se noi rifiutiamo queste parole attraverso cui Lui ci
recupera, implicitamente disonoriamo il Padre. Siccome noi abbiamo la
possibilità (ed è logicamente un errore), di ritenere di onorare il Padre e di
non onorare il Figlio, come abbiamo la possibilità di onorare il Figlio e di
non onorare il Padre, Cristo dice che il Figlio va onorato come (“come”) si
onora il Padre.
Pinuccia: Perché pensavo: devo avvicinarmi alla Parola di Dio con
il Pensiero di Dio.
Luigi: Non devi dire: “Devo avvicinarmi”, perché è la Parola di
Dio che si avvicina a te, perché il Figlio di Dio si incarna e arriva a noi.
Pinuccia: Ma quando apro il Vangelo (ed è Dio che me lo fa
aprire), se io non ho il Pensiero di Dio, non posso penetrare le parole.
Luigi: Devi essere attratta dal Padre, cioè devi avere il
Pensiero di Dio. Se non sei attratta dal Padre, non serve leggere il Vangelo.
“Nessuno può venire a me se non è attratto dal Padre”. Ci deve essere l’interesse
per il Padre altrimenti non possiamo ricevere il messaggio della parola.
Pinuccia: Quindi è la Parola che mi recupera al Pensiero di Dio,
ma io devo avvicinarmi alla Parola già con il Pensiero di Dio.
Luigi: Certo, seno, non puoi avvicinarti alla Parola: la Parola
è un segno. Però noi possiamo aver il Pensiero di Dio, cioè ritenere di onorare
il Padre, ma se non onoriamo il Figlio, noi rimaniamo dispersi. Noi possiamo
credere di credere in Dio, ma poi il nostro vivere pratico è tutto uno
scegliere cose, argomenti su argomenti non secondo Dio, e questo ci porta alla
morte dentro, ci porta alla conflittualità. “Chi mi ricupererà da questo corpo
di morte?”. La Parola di Dio, se però ho interesse per Dio, è logico,
altrimenti non penso nemmeno di uscire dalla mia morte. Io ricorrerò alle
medicine, agli psichiatri o psicologi, ecc., ricorrerò ai fantasmi del mondo,
ma non ricorrerò a Dio. Soltanto se ho interesse per Dio, ricorro a Dio.
Pinuccia: E questo interesse per Dio basta desiderare di averlo
per già averlo?
Luigi: Se tu desideri è perché ce l’hai, altrimenti non
desidereresti. Il Pensiero di Dio è dato a tutti: Dio è in tutti noi.
L’interesse per Dio l’abbiamo tutti; soltanto che questo interesse si può
attenuare e si attenua man mano che noi risvegliamo altri interessi, perché
tutto quello che tocchiamo suscita in noi un interesse: tocco questo, guardo
questo, comincio già ad interessarmi di questo, e questo nuovo interesse, già
mi indebolisce il primo. E allora se nella mia giornata semino tante cose, tocco
tante cose, queste tante cose seminano tanti interessi; i tanti interessi a un
certo momento mi attenuano, mi uccidono l’interesse per Dio; per cui quando
sento parlare di Dio, per me diventa un Essere astratto, lontano, lontanissimo,
in cieli lontanissimi, che non fa presa con i nostri problemi del giorno.
Continuamente si sentono questi ragionamenti: “M noi siamo qui nel mondo, siamo
figli di questo mondo”, per cui Dio non fa presa. Come mai questo? Eppure sono
tutte creature di Dio. Come succede questo? Abbiamo toccato tante cose del
mondo e da tutto quello che tocchiamo, restiamo bruciati: noi introduciamo
degli interessi. Quello che fa male, dice San Giovanni della Croce, quello che
indebolisce l’anima, non sono le cose esterne, ma sono gli interessi per le
cose esterne, sono gli amori, i tanti amori che seminiamo in noi. Sono questi
che feriscono la nostra anima, cioè feriscono l’interesse per Dio, perché la
nostra anima è interesse per Dio, è desiderio di Dio. E allora questo desiderio
di Dio resta ferito, malato, indebolito e a un certo momento muore e noi
restiamo soltanto morte: in quanto non sentiamo più attrazione per Dio, non
abbiamo più interesse per Dio, la nostra anima è morta. Il Figlio di Dio viene
a recuperarci in questa situazione: primo per risvegliare interesse per Dio e
poi, ma sempre con la sua Parola, per raccoglierci in Dio. Se Lui non parlasse
non basterebbe in noi il Pensiero di Dio per salvarci; il Pensiero di Dio ce
l’abbiamo anche quando non siamo attratti da Dio, perché noi possiamo sempre
pensare a Dio, in quanto il Pensiero di Dio è anche nella nostra morte; anche
nell’Inferno c'è il Pensiero di Dio. Il Pensiero di Dio c'è sempre, perché è
Lui che ci dà l’esistenza; però non è sufficiente. In noi l’attrazione per Dio
viene bilanciata dalle attrazioni per le cose. Siccome siamo fatti per
diventare figli di Dio, noi siamo fatti per diventare tutto Pensiero di Dio,
cioè tutta attrazione per Dio; ma ne deriva che possiamo diventare tutta
attrazione per quello cui guardiamo. Perché se noi siamo destinati a diventare
tutto sguardo del Padre, è logico che, se guardiamo altro, noi diventiamo figli
di altro, proprio per questo destino al quale Dio ci chiama. Ora cosa vuol
dire: abbiamo un destino? Ma se tu hai un destino, vuol dire che la tua natura
è sigillata, marcata da questo destino. Allora stai bene attento, perché se tu
sei destinato a questo, cioè a diventare tutto sguardo del Padre, qualunque
cosa tu guardi, ti fa figlio, proprio per questa vocazione che porti dentro di
te, nella tua carne. Per cui, qualunque cosa noi guardiamo, già per il semplice
fatto che noi la guardiamo, se non la guardiamo da Dio, quindi se non la
vediamo come segno di Dio, quella ci fa figlia sua, e noi restiamo legati, e
quell’attrazione, quella dipendenza che creiamo con la cosa guardata, livella
l’attrazione del Padre. Man mano che si creano altre filiazioni, altre
dipendenze, queste attenuano e indeboliscono la vera dipendenza da Dio e a un
certo momento arrivano ad annullare la vera dipendenza; ecco perché non
sentiamo più l’attrazione per Dio. Però, non sentire l’attrazione, non è
assenza di attrazione. Infatti la posizione di equilibrio vuol dire: “Presenza
di due attrazioni”. Perché l’attrazione di Dio non si può annullare, ma è in
una situazione di equilibrio in quanto ci sono altre attrazioni che pesando,
arrivano ad equilibrare quell’attrazione là. E allora noi restiamo morti,
perché non sentiamo più l’attrazione per Dio. Ora Gesù dice: “Chi non onora il
Figlio crede di onorare il Padre, ma non lo onora”. Se noi non onoriamo, non
rispettiamo, non teniamo conto (onorare vuol dire “tenere conto”) della Parola
di Dio che arriva a noi e che ci parla di Dio, del Padre, noi non abbiamo
nemmeno fede in Dio, non crediamo in Dio, quindi non abbiamo onore verso Dio.
Questo è un discorso che Lui sta facendo ai giudei, i quali sono coloro che
ritengono di onorare Dio, perché il giudeo è colui che ritiene di credere, che
si ritiene giusto. Invece al popolo non giudeo, cioè al popolo ateo, è un altro
il discorso da fare; ma al popolo giudeo, cioè al popolo giudeo, cioè al popolo
che ritiene di credere, Gesù fa questo discorso: “Se voi credete, lo dovete
constatare dalle mie parole, perché Io venendo a voi e parlandovi di Dio, non
trovo in voi adesione, questo è segno che non credete in Dio, la vostra fede è
solo nominale, non è sostanza”.
Pinuccia: È che per il giudeo è una novità l’esistenza del Figlio:
è una rivelazione che Cristo stesso fa, perché da soli non avrebbero potuto
immaginare che esistesse il Figlio.
Luigi: Tutto è rivelazione. Più noi ascoltiamo Dio, più i
misteri di Dio ci vengono rivelati da Dio; ma ci vengono rivelati (sono le cose
maggiori) nella misura in cui ci fermiamo ad ascoltare.
Quindi in un primo tempo Dio viene a noi interessandoci a
Sé: “Cerca prima di tutto Dio” e se noi ci fermiamo ad ascoltare, a poco per
volta ci svela le sue cose. Qui quando parla del Figlio di Dio, parla della
Parola di Dio: “La Parola di Dio che arriva a voi, questa parola che vi
richiama dalla vostra dispersione, dalla vostra confusione, per cui voi
scambiate la vita con la legge, con il rispetto del sabato, essa viene per
dimostrarvi che la vita non sta nel servire il sabato, perché il sabato è stato
fatto per la vita dell’uomo.
Ma allora vita dell’uomo in che cosa consiste? Se non
consiste nel rispettare il sabato? Io prima la mia vita la facevo consistere
nel camminare su una certa strada piuttosto di un’altra, poi a un certo momento
arriva il Figlio di Dio che mi dice: “No, guarda che la vita non sta nel camminare
su una strada piuttosto che un’altra, perché le strade sono state fatte per la
tua vita”.
Allora se le strade sono state fatte per la mia vita, in
che cosa consiste la mia vita? La mia vita non sta nel curare le strade, nel
far belle le strade del mondo, nel farle in un modo piuttosto che in un altro.
Ma allora la mia vita in che cosa consiste? Ecco,
ascoltando il Figlio di Dio comprendiamo che Egli arrivando a me mi dice:
“Guarda che la tua vita non consiste in quello che tu ritieni, in quella tua regola,
in quel tuo “devozionismo”, in quel tuo comportarti moralmente in un certo
modo; la vita non sta lì, la vita è oltre. Quello è stato fatto per la tua
vita, ma tu non devi vivere per quello. Il mondo, le istituzioni, tutto quanto,
sono stati fatti per la tua vita, ma non devi vivere per quello. Ecco, il
Figlio di Dio comincia a dirmi questo. Se ascolto, comincio ad interrogare:
“Ma allora che cos’è vivere? Per che cosa devo vivere? In
che cosa consiste la mia vita?”. E Lui va oltre e comincia a parlarmi della
ricerca di Dio.
“Ma se devo cercare Dio prima di tutto, cosa devo fare?”.
E allora se lo interrogo ancora, Lui va oltre e a un certo momento mi porta
proprio a questi discorsi: “Padre”, “Figlio”, mi inserisce nella vita intima di
Dio e mi libera da tutto, cioè mi porta alla vita eterna.
Però ogni passo che Lui fa con noi, attende (perché ogni
suo passo è una proposta) una risposta, un atto di adesione. Se l’atto di
adesione viene, allora Lui prosegue e ci fa ulteriori proposte, fino ai doni
maggiori, fino alla conoscenza del Padre.
Quindi Lui viene tra noi parlandoci in parabole e le
parabole sono linguaggio nostro. Ecco perché dico che sono parole, sono
linguaggio nostro (parla del seminatore, parla dei pesci, parla di pace, ecc.):
sono i doni minori.
Man mano che noi aderiamo, Lui ci fa salire, fino ad
arrivare al tutto pensiero del Padre, a quella totalità, in cui: “Non vi sono
più parabole, ma vi presento il Padre” e ci dà la possibilità di inserirci e di
diventare figli: in quanto ci dà la possibilità di vedere il Padre, siccome noi
diventiamo sguardo di ciò a cui guardiamo, ci dà la possibilità di diventare
figli del Padre. Diventiamo figli di ciò cui guardiamo: se Cristo ci dà la
possibilità di diventare tutto sguardo del Padre, siamo ormai pronti per
diventare figli del Padre.
Cina: È una grande piaga la divisione tra la fede e la vita
pratica.
Luigi: È una ferita che portiamo con noi, una lacerazione. Ed è
il Figlio di Dio che viene proprio per recuperarci a poco a poco da questa
lacerazione, per curare le nostre ferite (ed è la medicina); siamo noi che ci
feriamo con le nostre stesse mani. Pensa che ogni cosa che noi facciamo non
secondo la Parola di Dio, non secondo lo Spirito di Dio, ci porta via, ci
ferisce. Il Signore ci può sempre curare, ma ci cura nella misura in cui non ci
fermiamo con Lui, ad ascoltare la sua Parola. Ecco perché dobbiamo essere molto
attenti in tutte le cose, ad avere sempre presente il riferimento con una sua
Parola, con una sua lezione, con un suo insegnamento, con qualcosa di suo.
Allora noi tocchiamo e toccando qualcosa di suo, questo ci guarisce; dobbiamo
aver paura invece quando ci avventuriamo in una regione in cui non vediamo più
Lui, non tocchiamo più qualcosa di Lui, in cui non c'è più la sua Parola: “Ma qui
non trovo più la sua Parola”, scappa! Chi ti fa stare lì? Perché devi
avventurarti in una regione in cui non vedi più Lui? Ecco, l’importante è avere
sempre questa pazienza. “È con la pazienza che giungerete a possedere le vostre
anime”. Ma ci vuole questa pazienza. Quando uno è tanto malato, ci vuole tanta
pazienza: è con la pazienza che si guarisce.
Rina: Il desiderio in noi è vivo, però umanamente sembra
impossibile; o ci chiudiamo in una trappa o altrimenti dobbiamo rassegnarci.
Luigi: Non è un problema di ambiente; è un problema di pazienza
con la parola del Signore. Bisogna avere questa pazienza. Adesso tu dici: “Noi
sentiamo vivo questo desiderio”, ma lo dici in quanto abbiamo già sostato tanto
con questi argomenti e naturalmente più uno sosta, più il desiderio si forma.
Perché se uno riuscisse a convincerci che sono storie o sciocchezze o utopie,
allora li scarterebbe; ma se non dà questo giudizio dentro di sé, entrano; li
ascolteremo un’ora sola alla settimana, ma quelli entrano, ed entrando formano
in noi intanto un sogno, un desiderio, che poi lungo la settimana si attenua,
però resta.
Nino: Ormai siamo convinti tutti che: “Tu solo hai parole di
vita eterna”, per cui anche se ci sono in noi quei momenti di attenuazione, sappiamo
però che troviamo la Verità lì e non in altro.
Eligio: Si, ma la sofferenza è proprio quella di non poter
restare alla sua Presenza e alla sua scuola.
Nino: C'è da ringraziare Dio che ci dà questa sofferenza, se
non ci fermeremo perché: “Intanto sto bene”.
Luigi: Stasera l’argomento era: “Chi non onora il Figlio non
onora il Padre”, perché: “Il Padre ha dato al Figlio il potere di giudicare (ed
è il Figlio che giudica, il Padre non giudica) affinché tutti onorino il Figlio
come onorano il Padre”; il nostro proposito era arrivare qui: il Figlio è la
Parola di Dio che arriva a noi; quindi onorare vuol dire tenere conto. Noi
dobbiamo tener conto della Parola di Dio, come crediamo di tener conto di Dio.
Allora io giudeo credo in Dio? Tengo conto di Dio? Se tu tieni conto di Dio,
sappi che devi tenere altrettanto conto della Parola di Dio che arriva a te,
perché è questa che ti libererà. Ma se tu non tiene conto della Parola, non
credere di onorare Dio: tu non onori Dio, perché se tu onorassi Dio, faresti
molta attenzione, faresti molto conto della Parola di Dio che arriva a te.
Eligio: È molto importante questo che tu dici: “Questa ti
recupera”; questa, cioè nella condizione in cui tu sei.
Luigi: Certo, perché la Parola di Dio è quella che scende.
Eligio: Quindi non c'è bisogno di andare in una trappa: è in
questa condizione che mi recupera la parola e magari in una trappa no.
Luigi: Se non mi lascio recuperare dalla Parola di Dio qui,
nella situazione in cui mi trovo, andassi anche nel deserto più lontano dal
mondo, non mi recupererebbe perché la Parola di Dio è proprio quella che scende
nella situazione in cui mi trovo. La Parola di Dio è questa! Se io mi lascio
recuperare da questa parola qui, è un beato sogno! Perché io scappo da un mondo
per immergermi in un altro: sarà il mondo della trappa, ma è un altro mondo che
mi porta via lo stesso a Dio; sarà il mondo del deserto che mi porta via lo
stesso a Dio.
Nino: Il silenzio che noi dobbiamo fare è solo quello del
nostro io e quello delle creature.
Luigi: Certo, perché molte volta noi ci proponiamo il silenzio.
Ma stai attento, perché il silenzio non è per fare silenzio. Il silenzio è
ascoltare Dio. Ma se io dico: “Io ho fatto un’ora di silenzio, due ore di
silenzio”, tu hai trasformato il silenzio in una regola e diventa un vanto! Il
silenzio non è per il silenzio! Il problema è né nel deserto, né nel non
deserto; il problema è quello di aprirci a Dio, per cui, ecco allora: se tu per
ascoltare Dio, puoi far tacere altri rumori, allora si; ma il silenzio è per
ascoltare, non è per far silenzio. Invece noi tendiamo sempre a trasformare
tutto in regola: ecco, ho fatto un’ora di silenzio, sono andato nel deserto,
ecc.. No!
Eligio: È molto bello questo. È questo che ci recupera, non lo
sforzo di pensare Dio e di riferire a Dio in astratto; invece è questa la
parola che mi dice.
Luigi: Si, ma ci vuole il Pensiero di Dio, perché è logico: tu
tieni presente la Parola di Dio in quanto hai il Pensiero di Dio. Qui parla ai
giudei, a gente che crede in Dio. Il Figlio di Dio viene, perché è Lui che
opera il recupero e cosa vuol dire recuperare? Recuperare vuol dire scendere là
dove l’altro sta affogando, perché altrimenti io non recupero mica uno che stia
affogando, se non scendo là. Qui ho una creatura che sta affogando, la recupero
in quanto mi butto nel mare dove sta affogando e parlo lì e la recupero lì. Il
Figlio di Dio compie quest’opera. Il Padre è la meta, è la vetta. “Io credo nel
Padre”: “Se tu credi nel Padre, allora devi onorare il Figlio che scende e devi
aggrapparti al Figlio che scende là dove tu stai affogando. Scende a parlarti,
aggrappati alle sue parole!”. Per questo è molto importante riferire sempre,
aver sempre presente una sua Parola, vedere sempre qualcosa di suo perché è
attraverso questo riferimento che siamo recuperati. Onorare vuol dire avere
presente, tener presente la sua Parola: il Figlio è questo. Se io ho interesse
per Dio, onoro la Parola di Dio, e allora sto attento a non allontanarsi da
quella altrimenti la disonoro. Se io disonoro la Parola di Dio, vuol dire che
disonoro anche Dio, vuol dire che a me non interessa Dio.
Eligio: La lacerazione sta proprio in questo: che noi
teorizziamo su Dio e la pratica la risolviamo sul piano dei sentimenti, o
reazioni emotive, cioè sul piano dell’io.
Luigi: Per cui,
quanto Gesù dice qui: “Affinché tutti onorino il Figlio come onorano il Padre”,
è perché mette in evidenza il rischio che noi possiamo correre, di credere di
onorare il Padre e di non onorare il Figlio. E allora ci dice: “No, la vita sta
nell’onorare il Figlio, come tu onori il Padre, nel credere nel Figlio come tu
credi nel Padre. Bisogna avere attenzione al Figlio come tu hai attenzione al
Padre”. Molte volte noi riteniamo di credere nel Padre, di onorare il Padre, e
poi non facciamo attenzione alla Parola di Dio. Per questo Lui dice questo.
Come possiamo anche invece onorare il Figlio e disinteressarci del Padre e
allora cadiamo nel pietismo, nel devozionismo, nella moralità, nella regola per
cui: “Io sto bene col Figlio, ma non mi interesso del Padre”. E allora qui noi
onoriamo il Figlio ma non onoriamo il Padre. Invece la vera religione è onorare il Figlio come si onora il
Padre. Ecco, ci deve essere quest’uguaglianza.
Affinché
tutti onorino il Figlio come onorano il Padre. E chi
non ancora il Figlio, neppure onora il Padre che l’ha mandato Gv 5 Vs 23 Secondo tema.
Titolo: Possibilità
e impossibilità.
Argomenti: La morte è una
liberazone. La possibilità di comunione. Chi conosce la
verità non può non amarla. La scoperta della presenza spirituale del
Figlio. La guarigione del fisico e dello spirito. In balia delle
tenebre esteriori. La compassione di Dio verso le creature.I sentimenti. Giudicati dal
Figlio e non dal Padre. Giudicati dalla proposta e non dalla conoscenza. Credere di credere.
Rifiutare la Parola è rifiutare Dio.
8/Dicembre/1978
Pensieri tratti dalla conversazione:
Nino: “Gli mostrerà cose maggiori”: si riferisce ai figli
adottivi, vero?
Luigi: Si, perché non c’è il futuro nell’eternità. Quello che
dice lo dice per noi, affinché noi sappiamo che in Lui, nel Figlio, troveremo
le cose maggiori, perché il Padre mostra le cose al Figlio. Questo lo dice
affinché noi sappiamo dove dobbiamo cercare le cose maggiori, perché le cose
maggiori sono date solo al Figlio. Non solamente il futuro non può riferirsi al
Figlio, ma anche le cose maggiori, perché cose maggiori rispetto alla creatura,
a noi: noi andiamo da cosa minori a cose maggiori. “Nessun occhio umano mai
vide, orecchio mai udì, quello che Dio ha riservato per coloro che lo amano”.
Quindi ci sono promesse di cose maggiori. Stiamo andando verso cose maggiori di
cui non ci rendiamo conto. Per questo dico che la creatura, morendo va verso un
“più”, non verso un “meno”. Noi invece generalmente ritenendo che la realtà sia
questa nostra vita, pensiamo che quando una persona muore, abbia perso qualche
cosa. Invece la persona morendo, ha guadagnato qualche cosa. Si va verso un più
non verso un meno. Non è una privazione il morire, è una liberazione. Noi
giudicando dal nostro punto di vista, non vedendo più la persona, diciamo: “Ha
perso, non c'è più”. È un errore. La creatura che muore non è che non ci sia
più; c'è più di noi; siamo noi che siamo meno.
Nino: Però non tutti si salvano.
Luigi: Noi dobbiamo guardare la morte in modo positivo, nel
disegno positivo di Dio. Secondo questo disegno di Dio, Dio fa morire noi a
questa terra per portarci verso doni maggiori, cioè verso la liberazione.
Eligio:: L’ultima proposta è la morte.
Luigi: Si, è l’ultima proposta. È un po’ come morire al
pensiero di noi stessi. Di fronte a questa proposta noi possiamo dire: “Ma se
non penso io a me stesso chi ci pensa?”. No, guarda che tu non pensando a te,
entri in una vita migliore di quella che finora hai gustato; tu non hai idea di
quello che si gusta dimenticando se stessi. Invece a noi sembra che morire a noi
stessi sia una privazione, un perdere qualche cosa; no, è un guadagnare.
Aderire alla Parola di Dio è sempre un guadagnare, anche se l’adesione richiede
un certo lasciare altre cose, perché si tratta di comperare e quando uno
compra, paga sempre qualche cosa per avere altro.
Cina: Ma i doni maggiori non sono solo per allora, ma già
adesso?
Luigi: Si, ce li promette già adesso, affinché li abbiamo a
desiderare, perché Dio parla, e parla per farci desiderare le cose. I talenti
Dio ce li dà per suscitare in noi interesse per Lui, desiderio di, allora tutta
la nostra vita qui in terra è un talento che noi abbiamo. Il tempo, la
possibilità di amare, tutte le cose, anche le lezioni di ogni giorno, sono
talenti che Dio ci dà non perché li abbiamo a custodire, ma perché attraverso
ad essi capiamo l’esistenza dei doni maggiori e abbiamo a desiderarli. Quindi,
tutto ciò che Dio adesso ci dà, ce lo dà affinché noi abbiamo a desiderare le
cose maggiori: “Cerca prima di tutto il regno di Dio”: ecco, Dio ci dà il pane,
ci dà il vestito, ci dà la casa, ci dà la famiglia, ci dà tante cose, però non
vuole che noi viviamo per quelle, nemmeno per custodirle. Ecco, non
preoccuparti di queste cose: Dio ce le dà, però non vuole che ne facciamo
motivo di vita, no, ma per cercare prima di tutto Lui. Dio ci dà quindi tutte
queste cose affinché noi capiamo che Lui esiste e ci occupiamo di Lui,
cerchiamo Lui. Allora noi abbiamo due fattori che costituiscono la nostra vita
qui in terra: i talenti, cioè tutto quello che abbiamo da vivere e poi la
proposta di doni maggiori. La proposta di cose maggiori è il Verbo che ce la
fa. La nostra vita qui in terra non è ancora vera vita ma è possibilità di vera
vita. Però Dio dà a noi oggi questa nostra vita in terra, questa possibilità di
vita, perché noi abbiamo a desiderare la vera vita. La vita è comunione; la
nostra vita qui in terra è possibilità di comunione, non è ancora comunione.
Nino: Ma è possibile già arrivare alla comunione qui in questa
terra?
Luigi: Certo, è appunto quanto stavo rispondendo a Cina. Noi
qui in terra ci troviamo attualmente con la possibilità di comunione con Dio;
ma avere la possibilità di comunione con Dio non è essere in comunione con Dio.
In questa possibilità di comunione il Figlio di Dio, che è poi la Parola di Dio
che giunge fino a noi, ci sollecita, ci fa delle proposte (è per questo che noi
non siamo giudicati dal Padre: chi ci giudica è il Figlio). Il Figlio viene, ci
fa delle proposte affinché noi cerchiamo, alziamo gli occhi, e cerchiamo la
comunione con Dio. Quindi avendo la possibilità della comunione con Dio, il
Figlio di Dio ci sollecita ad entrare in comunione con Dio. Però, quando uno ci
fa una proposta, ci mette anche in una situazione di rischio, perché di fronte
ad una proposta, noi possiamo rifiutare: possiamo aderire o possiamo rifiutare.
Lì si consuma il dramma della nostra vita, perché noi tutti i giorni siamo
sollecitati dal Figlio di Dio, dalla Parola di Dio, ad occuparci di Dio prima
di tutto. E siccome quando siamo richiesti di qualche cosa non possiamo fare a
meno di rispondere, succede che noi tutti i giorni o aumentiamo la nostra
possibilità di comunione o la perdiamo. La possibilità di comunione non permane
in noi, ma oscilla verso la comunione o verso l’impossibilità di comunione,
perché noi diventiamo figli delle nostre opere. Se noi di fronte alla proposta
del Figlio di Dio rispondiamo di “no” (e in un modo o nell’altro noi
rispondiamo sempre), perdiamo la possibilità di comunione con Dio. E come
rispondiamo di “no”? Non è che noi apertamente diciamo:”No, io non voglio
interessarmi di Dio”. No, soltanto che noi preferiamo occuparci di altre cose.
Noi diciamo di “no” in quanto tra la proposta di Dio (“Cerca prima di tutto il
regno di Dio”), noi preferiamo praticamente nella nostra giornata, di occuparci
del mangiare, del vestire, della figura, del benessere, ecc. Noi preferiamo
altro, ed è così che diciamo di “no”. Preferendo altro cosa succede? Che
perdiamo sempre più la possibilità di comunione e andiamo verso l’impossibilità
di comunione e arriviamo al punto drammatico della impossibilità di comunione;
punto in cui Dio non ci attrae più, perché noi diventiamo figli delle nostre
opere per cui siamo solo più attratti dalle nostre opere. Cioè, se ad esempio
io scelgo il vestito, il mangiare, il benessere, resto solo attratto dal
vestire, dal mangiare, dal benessere e non posso più aprirmi a Dio perché
divento figlio di queste preoccupazioni. E allora la Parola, la proposta di
Dio, diventa sempre più lontana, non la sento più, non mi prende più; per cui
mentre all’inizio la Parola di Dio mi poteva prendere perché ero “vergine”
rispetto ad ogni altra cosa, perché non avevo ancora parlato (perché man mano
che io parlo mi lego, e noi parliamo sempre in quanto rispondiamo a Dio: le
nostre parole sono sempre una risposta ad una proposta. Noi da soli non
parliamo ma parliamo in quanto Dio ci sollecita a parlare e le scelte nostre
sono sempre una conseguenza delle parole di Dio), dopo man mano che noi
viviamo, perdiamo questa possibilità. Se invece noi aderiamo alla proposta di
Dio, aumentiamo questa possibilità fino a diventare tutto desiderio di Dio.
Diciamo: tutti i talenti che noi avevamo, sono diventati tutto desiderio, tutto
ascolto di Dio. A questo punto noi abbiamo l’Immacolata Concezione: abbiamo la
creatura come la vuole Dio. Ecco, quindi Dio dà a noi tante cose, tanti talenti
di cui possiamo disporre; parla a noi in questi talenti per risvegliare
interesse per Lui. Se questo interesse si sveglia in noi che cosa succede? Che
ogni talento in noi diventa desiderio di Dio. Quando tutti i talenti che
abbiamo si sono trasformati tutti in fuoco, tutti in ascolto, in desiderio di
Dio, noi abbiamo la creatura pura, immacolata; l’anima è secondo Dio. Cioè a
questo punto la creatura diventa capace di certezza, nella certezza di Dio. Per
cui la possibilità che noi abbiamo di comunione con Dio, oscilla tra il termine
ultimo: certezza di Dio, certezza della Verità (“Conoscerete la Verità”: ecco
la concezione: “Concepirai un figlio che chiamerai Gesù”: ognuno di noi, la
nostra anima è chiamata a concepire la Verità di Dio, a diventare figlia di
Dio) e il termine opposto: l’impossibilità di comunione con Dio. Allora qui,
nell’impossibilità di comunione con Dio, siamo chiusi nelle risposte negative
che abbiamo dato alle proposte di Dio. Dio ci ha continuamente proposto di
entrare in comunione con Lui. Noi continuamente abbiamo rifiutato: ecco allora
il giudizio. Da che cosa siamo giudicati? Non dalla Verità, perché chi conosce
la Verità non può fare a meno di amarla; chi conosce Dio non può fare a meno di
amarlo; chi conosce il Padre non può fare a meno di amarlo. Noi siamo giudicati
dalla proposta della conoscenza di Dio. Quindi noi non siamo giudicati da
quello che conosciamo, ma dalla proposta di conoscere quello che ci viene
offerto, dalla chiamata a conoscere; quindi siamo giudicati dal Figlio. Il
Figlio è quello che viene a farci questa proposta. Siccome il Figlio è tutto
glorificazione del Padre, è tutto conoscenza del Padre, viene a noi dicendoci:
“Conosci il Padre”. Quindi ci invita a raccoglierci nel Padre: questa è l’opera
del Figlio tra noi. Conoscere il Padre è salvezza, è vita eterna; conoscere il
Padre è amarlo, non si può fare a meno di amarlo, perché chi poco ama poco
conosce; chi non ama è perché non conosce. Nella situazione di non conoscenza,
ci viene proposta la conoscenza. Noi siamo messi in crisi dalla Parola di Dio,
dalla Parola che arriva a noi nel nostro mondo. Noi siamo messi in crisi lì,
non siamo messi in crisi dalla conoscenza di Dio. Chi arriva alla conoscenza è
salvo: è vita eterna! “La vita eterna è conoscere Te come vero Dio”. Quindi la
vita eterna è comunione. Chi entra nella comunione con Dio (e la comunione è
data dalla conoscenza), trova la vita eterna. Qui non abbiamo più il giudizio. Qui
c’è il passaggio dalla morte alla vita: “Chi conosce il Figlio passa dalla
morte alla vita”, cioè entra nella comunione. Invece il giudizio si ha prima,
quando riceviamo la proposta di interessarci di Dio. Nella proposta di
interessarci di Dio, noi possiamo non interessarci. Se non ci interessiamo,
restiamo giudicati da questa proposta; quindi non dalla conoscenza, ma dalla
proposta. Non siamo giudicati dal Padre ma dal Figlio. Allora cosa succede? Che
se noi accettiamo la proposta già in questa vita, man mano che rispondiamo alla
proposta, noi entriamo nella luce, nella conoscenza. È una conoscenza che si
allarga sempre più fino a diventare certezza.
Eligio:: Le cose maggiori vanno riferite al piano dell’essere
non dell’avere, quando già si è raggiunta la certezza, vero?
Luigi: Si, nella certezza, perché le cose maggiori sono una
meta. Cioè le cose maggiori sono il Padre, la conoscenza del Padre. Infatti le
cose maggiori sono date solo al Figlio.
Eligio:: Nella possibilità in cui ci troviamo abbiamo una
conoscenza crescente di cognizioni maggiori nei confronti di Dio, ma non sono
ancora le cose maggiori di cui parla Gesù.
Luigi: Si, le cose maggiori sono il Padre. Quindi man mano che
uno si avvicina al Padre, va da cose minori in cose maggiori: è una liberazione
crescente, però non sono ancora le cose maggiori. Le vere cose maggiori sono la
conoscenza del Padre: è la vita eterna, la certezza. Tra lo zero e l’uno, noi
possiamo crescere fino a raggiungere le cose maggiori che sono nell’uno, la
certezza, la conoscenza del Padre. Però tra chi dice: “Io solo per il mangiare”
e colui che invece cerca il Signore, si occupa di Dio, pur non avendolo ancora
trovato, abbiamo già delle cose maggiori, abbiamo un passaggio, che è sempre
più liberazione, che non sono però ancora “le cose maggiori”, perché quelle
sono date al Figlio. Ora il Figlio di Dio è con noi e l’abbiamo. Questo “essere
con” è “avere”, perché se il Padre non desse a noi il Figlio, noi non
avvertiremmo la proposta delle cose di Dio. Il Figlio tra noi, il Cristo in
noi, è Colui che parla a noi le cose maggiori; parlandole ce le propone. Quando
una persona parla a me di qualche cosa, mi sollecita ad interessarmi di quella
cosa; però io sollecitato ad interessarmi di quella cosa, non è che la
possegga; chi la possiede è colui che me ne parla; io avverto, capisco ma non
la possiedo. Ad esempio se uno mi parla dell’America, capisco che c'è
l’America, perché l’altro ci è andato e me ne parla, però io non sono andato;
la differenza sta lì. Allora il Figlio con noi, parla a noi di queste cose
maggiori, e in quanto ce ne parla, ce le propone e noi possiamo rifiutarle e
dire: “Sono tutte storie”; oppure possiamo aderire e cominciare ad
interessarcene. Più ce ne interessiamo e più aumenta in noi la possibilità di arrivare
alla certezza. Quindi è una conoscenza progressiva che si forma in noi. Però
non è mai l’essere. L’essere arriva quando c'è un salto di qualità nell’uno. E
il salto di qualità sta in questo: che il Figlio, parlando a noi, se trova in
noi corrispondenza, a poco per volta, trasforma in noi tutto, trasforma il
nostro pensiero in tutto Pensiero del Padre. Direi che il Figlio parlando a noi
ci trasforma in “vergini”, in Immacolata Concezione, ci trasforma in creatura
tutta pura, tutta aperta all’ascolto del Padre, tutta aperta cioè tutta dedita.
Quando abbiamo la totalità di attenzione, noi, sempre nel campo dell’avere,
siamo quasi come il Figlio, perché siamo tutto pensiero rivolto al Padre, però
non siamo ancora generati dal Padre. Ecco, è il salto di qualità. Ma questo è
opera di Dio, opera del Padre, perché è il Padre che genera il Figlio. Il
Figlio ci porta fino alla Sorgente (la Sorgente è il Padre) e poi ci dice:
“Adesso bevi”.
Eligio:: A questo punto noi non dobbiamo più avere niente,
neanche Lui, perché ci dice: “È necessario che Io me ne vada” per essere
generati dal Padre come figli, vero?
Luigi: Lui dice questo: “È necessario che Io me ne vada”,
fisicamente.
Nino: Lui è già interiore a noi prima e rimane interiore a
noi. Noi però lo dobbiamo scoprire interiore a noi. Se ne va come corpo, ma
rimane come Dio in noi, perché sarebbe un abbandono per cui noi cadremmo.
Luigi: Ma la scoperta della sua presenza spirituale in noi,
quella che non ci abbandona mai, è una conseguenza della conoscenza del Padre.
Viene dopo, per cui abbiamo il momento in Lui ci affida tutto al Padre. Ed è in
questo a tu per tu con il Padre che noi scopriremo Lui alla destra del Padre:
lo ritroviamo lì. Infatti Lui dice: “Si, ci rivedremo”, “Ancora un poco e non
mi vedrete più, un altro poco e mi rivedrete”. Ora, qual è questo “poco”
necessario per rivederlo? È quel momento di solitudine, di a tu per tu della
nostra anima con il Padre (il filo diretto). Non lo rivedremo più fisicamente,
perché fisicamente è un segno, ma scopriremo la sua presenza spirituale in noi
(= mi rivedrete). La scoperta di questa presenza sua non è una conseguenza
della conoscenza del Padre. Noi non possiamo arrivare a scoprire la presenza
spirituale del Figlio, cioè conoscere il Figlio in noi, se non attraverso il
Padre, come ogni altra conoscenza non la possiamo conoscere se non attraverso
Dio. Per cui c'è il momento in cui Lui, rispetto a noi, ci lascia, come Lui
parla a noi di cose maggiori, però le cose maggiori sono per noi, non sono per
Lui. Quindi interiormente Lui non ci abbandona mai, perché se Dio ci
abbandonasse, noi cadremo nel nulla; se ne va solo fisicamente.
Nino: Dopo che il Verbo incarnato ci ha agganciati con la sua
umanità e portati dove Lui voleva, la sua funzione, come uomo, finisce. Ma la
sua funzione divina non cessa.
Luigi: Perché Lui è eterno e poi se ci abbandonasse cadremmo
nel nulla. Tutte le parole del Signore sono per portarci a prendere coscienza,
per renderci consapevoli della sua verità; quindi è tutto un processo di
conoscenza, perché la vita eterna è conoscenza. Tutte le parole che il Cristo
dice le dice proprio per portarci lì. Quindi c'è un momento in cui è necessario
che Lui se ne vada perché il Padre della Luce si riveli a noi. Il principio
della conoscenza in noi non è il Figlio: è il Padre. Allora il Figlio
portandoci al Padre, ci dice: “Attingi, attingendo lì mi ritroverai”, ecco come
conseguenza.
Nino: Tutto questo lo vediamo negli apostoli: a Pentecoste non
hanno più dubbi.
Luigi: Perché l’hanno trovato.
Nino: Lo vediamo così chiaro in San Paolo che in prigione
benedice Dio, perché ormai sperimenta la comunione con Dio.
Luigi: Quindi vedi che la comunione con Dio (che è vera vita) è
già possibile qui. Noi passiamo dalla possibilità di comunione alla comunione.
Attualmente noi siamo in una possibilità di comunione che però giorno per
giorno possiamo perdere, perché giorno per giorno noi facciamo delle scelte,
non possiamo farne a meno.
Nino: Succede che pur avendo delle convinzioni noi cadiamo
facilmente.
Rina: Siamo fragili.
Luigi: Non possiamo giustificarci. Se io sono veramente
convinto della mia fragilità, della mia povertà, mi aggrappo molto a Colui che
mi dà sicurezza, che mi dà forza. Ma noi possiamo anche giustificarci in questo
senso: io sono fragile e sono contento della mia fragilità. No, perché la
nostra fragilità, la nostra povertà, come la nostra cecità, la nostra paralisi,
la nostra morte, non deve essere rassegnazione, ma deve essere sollecitazione a
cercare chi mi può guarire.
Cina: Allora si può guarire.
Luigi: Tutto è possibile in Lui. Anzi tu pensa solo che la
nostra povertà, la nostra fragilità, la nostra miseria è opera di Dio per
sollecitarci: è una proposta! La nostra fragilità è una proposta che Dio ci fa
per sollecitarci ad agganciarci a Lui che è sicurezza, che è forza. Lui è il
forte. Allora Lui che è il forte, fa toccare con mano a noi la debolezza,
affinché ci uniamo a Colui che è forte, non affinché noi ci scusiamo e ci
giustifichiamo: “Ma intanto sono debole” e ci scoraggiamo. No!
Nino: L’affidarci a Lui è talmente far conto su di Lui da non
preoccuparci non solo del mangiare, ma nemmeno di quello che si ha da dire.
Luigi: Certo. Ma l’importante è sempre passare al significato
delle cose: qual è il significato della fragilità? Qual è il significato della
debolezza? Qual è il significato della paralisi? E non dire mai: “Io sono …”.
No! Ma qual è il significato? Perché sono così? C'è un significato.
Indubbiamente, questo è il dialogo con Dio. E allora il significato della
nostra povertà, della nostra fragilità, della nostra debolezza è sollecitazione
di Dio a cercare il Medico, a cercare la forza, a cercare Lui. Lo diciamo nei
salmi: “Signore, tu sei la mia forza; Tu sei il mio baluardo”. Quante volte lo
diciamo! Ma non dobbiamo dirlo solo a parole, appunto perché se io sono debole,
mi devo trincerare con Colui che è forte.
Nino: Gesù guarisce se siamo uniti a Lui, ma nel miracolo dei
pani (dal vangelo secondo Matteo), Gesù guarisce tutti: forse perché li ha
giudicati interessati a Dio, avendolo seguito per tre giorni, per cui li poteva
guarire anche nel corpo? (perché la malattia è un segno).
Luigi: Tutto nel Vangelo è scena, simbolo; quindi noi non
possiamo giudicare circa gli animi e l’autenticità degli animo. Dio non ci
presenta le scene perché noi abbiamo a giudicare quelli. Ma noi dobbiamo stare
alla scena. La scena è di creature che vanno dietro a Gesù, lo ascoltano e lo
seguono per tre giorni. Lui ci vuol far capire che andando dietro a Lui, Lui ci
guarisce. La lezione però avviene nel campo materiale. Quello che avviene nel
mondo della materia è scena per la nostra vita spirituale e vale come esempio.
Nino: Allora perché non guarisce anche tutti noi quando
dimostriamo interesse per Lui?
Luigi: Guarda che se tu dimostri interesse per Lui è perché ha
capito la scena. La funzione della scena non perché tu abbia ad essere guarito
dalla tua paralisi fisica o dalla tua malattia fisica; no, perché la malattia
fisica è per risvegliarti a Dio.
Nino: Ma quando la malattia fisica ha compiuto la sua
funzione, non serve più, dovrebbe sparire.
Luigi: Certo, ma non siamo noi che possiamo giudicare se la mia
malattia fisica serve ancora o non serve più: quello è il Signore che lo sa.
Nino: Mi risulta difficile però che tutta una folla di uomini
sia riuscita a conoscere così a fondo Dio da poter essere guarita.
Luigi: Non è quello il problema. Il problema è la scena. La
scena è per coloro, come noi oggi, che assistiamo a quel fatto lì. Quel fatto è
una parabola. Dio cosa mi racconta in questa parabola? Mi fa vedere una massa
di gente malata più o meno che segue Gesù e che per seguire Gesù ha lasciato
tutte le cose sue, gli affari, il loro mondo, ecc., fino al deserto (deserto
che è simbolo di distacco da tutto). Ora Gesù li ha guariti. Ma li ha guariti sempre
come parabola. Si riferisce sempre e soltanto allo spirito. Quindi quella
guarigione fisica che è avvenuta, è avvenuta per tutti noi spettatori per dire:
guarda che se tu vai dietro a Gesù, Gesù ti guarisce, perché tutte le malattie,
anche le nostre malattie fisiche, sono per muoverci verso Dio (come dicevamo
prima: nostra fragilità è una malattia fisica, la nostra debolezza, la nostra
povertà, la nostra cecità, sono malattie fisiche, ma sono tutte proposte che
Dio ci fa, affinché noi abbiamo a cercare Lui, in Lui la forza).
Nino: E il pane è il di più che Lui ci dà.
Luigi: Certo.
Nino: Qui però sembra che Gesù si sia abbandonato al
sentimento: “Ha avuto compassione della folla”.
Luigi: Dio è tutto misericordia: com – passione. Gesù ha
pianto!
Nino: L’importante è che predomini la ragione, poi il
sentimento è buono.
Luigi: Succede questo: che nel campo delle nostre possibilità
di comunione, quanto più noi rifiutiamo le proposte di Dio e viviamo per altro,
siccome diventiamo figli delle nostre opere, diventiamo sempre più incapaci di
regolarci secondo l’intelligenza, secondo la ragione, secondo la verità e
diventiamo sempre più mossi soltanto da istinti, da sentimenti, da stimoli. C'è
un progresso di degradazione, di decadenza del nostro vivere. Più noi aderiamo
a Dio e più il movente in noi diventa intellettuale, diventa spirituale,
diventa luce e noi siamo mossi dalla Verità di Dio, dalla Presenza di Dio, in
tutto. Il sentimento l’ha creato il Signore. Le cose belle sono sentimento. Un
fiore che cos’è? Sentimento. L’universo che si muove, ecc., è sentimento,
perché sono impressioni che riceviamo. Non sappiamo che cosa siano; noi le
percepiamo per sentimento. È opera di Dio e in quanto è opera di Dio è buona,
ma non dobbiamo lasciarci muovere da quella.
Nino: L’importante è avere la ragione affermata.
Luigi: Ma anche lì: la ragione non esiste di per sé; la ragione
deve essere unita a Dio, perché la vera ragione è Dio. Il punto fisso è Dio. Se
noi veniamo meno a quel punto fisso che è Dio, che è conoscenza di Verità, se
noi ci sganciamo da questo, non è che noi ci sganciamo da un movente, noi
eleggiamo altri moventi: ma gli altri moventi sono degradanti fino alla
creatura che è tutta in balia di cose esterne: le tenebre esteriori. Ora cosa
sono queste tenebre esteriori? Quando noi siamo mossi nella nostra giornata,
nelle nostre scelte da moventi esterni a noi, non più in noi, noi siamo in
balia di tutto, siamo foglie in balia dei venti, per cui: “Questa cosa non la
faccio perché poi il tale chissà cosa dice”, “Questa cosa non la posso fare o
la devo fare altrimenti la gente chissà cosa dice!”. Vedi che noi abbiamo i
moventi proiettati nel mondo esterno? Il mondo esterno non è verità, non è
principio di luce. E come mai noi siamo gettati in queste tenebre esteriori?
Siamo gettati in queste tenebre esteriori perché noi abbiamo abbandonato la
ricerca di Dio. Quando invece noi abbiamo presente Dio, cioè siamo afferrati a
Dio, abbiamo questa sicurezza in noi, in questo punto fisso di riferimento.
Nino: Allora accettiamo i sentimenti che non sono in
contrasto.
Luigi: No, non solo, non basta che non siano in contrasto. Noi
adoperiamo tutto: sentimenti, natura, tutto ciò che ci sta attorno, per
significare la Verità di Dio. Ecco che allora i sentimenti sono motivo di significazione
dell’opera di Dio. Questa compassione di Gesù verso la folla che era come
pecore senza pastore, è significazione dell’opera di Dio verso le creature. Dio
corre dietro le sue creature per raccoglierle, perché queste sue creature
continuamente si disperdono e questa è compassione: “Della misericordia di Dio
è piena la terra”. Cosa vuol dire profondamente questa affermazione? Vuol dire
che Dio adopera tutta la terra, tutte le cose, per raccoglierci dalle nostre
dispersioni. Noi ci disperdiamo e Dio continuamente cerca di raccoglierci fino
all’impossibile, per portarci nell’ovile, per portarci cioè nella conoscenza di
Sé. Ecco, quest’opera, questa incarnazione continua del Verbo che scende,
perché noi a un certo momento le cose di Dio non siamo capaci a capirle, perché
continuamente ci muoviamo, continuamente ci disperdiamo, siamo incostanti in
tutto. Allora Dio, siccome siamo capaci a stare attenti soltanto ad un piccolo
fiore, sotto un certo aspetto Dio si fa “fiore”. Dio parla a noi di Sé attraverso
il fiore, perché io sono solo capace di guardare il fiore, non sono capace di
guardare Lui, guardo soltanto il fiore; guardo il filo d’erba, guardo
l’avvenimento e allora Dio mi dà la lezione attraverso questo. Ma cos’è questo?
Questa è una funzione transitoria di Dio, è compassione, perché lo fa per
risvegliare in noi interesse per Lui, per raccoglierci, per aprirci alla sua
Verità. Quindi in Gesù il sentimento è significazione dell’opera di Dio.
Nino: Ma se la nostra ragione è unita a Dio e ci affidiamo a
Lui i sentimenti non debbono essere esclusi.
Luigi: No, non devono essere esclusi. Il sentimento è natura,
quindi è opera di Dio, è Dio che te lo manda. Però tutto dipende da quello che
noi abbiamo dentro. I sentimenti variano a seconda della profondità che abbiamo
dentro di noi. Una persona che ha molta profondità, ha molta sensibilità, ma
non si lascia ad esempio guidare dalla sensibilità; percepisce che ha
tutt’altri sentimenti. Il sentimento va sempre posto sotto lo spirito, sotto la
fede, cioè dobbiamo restare sempre uniti a Dio. Quello che ti guida è il
Pensiero di Dio. Se tu hai presente il Pensiero di Dio e vedi una creatura che
sbaglia o che si vanta di una povera vita, senti compassione; quella
compassione è Dio che te la fa sentire. Questa è una conseguenza del Pensiero
di Dio, perché è il Pensiero di Dio che ti fa vedere così. Se tu avessi un
altro pensiero, vedendo una persona ad esempio che si vanta di quello che ha
mangiato oggi, tu non avresti compassione, ma tutt’altri sentimenti, forse un’ammirazione.
Cos’è invece che ti crea quella compassione? È il Pensiero di Dio, quindi
quello viene dal Pensiero di Dio. Però c'è questo fatto da tener presente:
quello che ci salva è l’unione con Dio, perché Dio tutto opera per portarci in
questa unione che è data dalla conoscenza: più noi conosciamo Dio e più
restiamo in unione, in comunione con Dio. Però per arrivare alla conoscenza di
Dio bisogna impegnarci con Dio e con tanto tempo impegno. Ora per questo
impegno il Figlio di Dio continuamente ci sollecita a mettere prima di tutto
quello che va messo prima di tutto. E qui è necessario superare tutti i
sentimenti, anche il Padre e anche la madre, anche i proprio figli, anche la
casa, anche tutto. A questo punto bisogna superare tutto perché: “Chi mette suo
padre, sua madre, sua sposa, i propri figli prima di me, non degno di me”.
Quindi c'è un processo di superamento; quando il Figlio di Dio parla a noi, e
parla tutti i giorni, parla per portarci a quell’essenzialità in cui noi
troviamo la conoscenza di Dio che è la condizione per l’unione, per imparare a
vivere in unione con Dio, che è poi la vera vita, la comunione. Ora qui si
tratta di mettere prima di tutto qualche cosa. Per poter mettere questo prima
di tutto, bisogna avere il coraggio di lasciare tante altre cose. Ecco la crisi
nostra è qui, non è quando siamo uniti a Dio, quando siamo guidati dallo
Spirito di Dio. La crisi è quando noi siamo in un mondo che ci attrae, ci
disperde, ecc., in questo mondo in cui noi abbiamo ancora la possibilità di comunione
con Dio e siamo sollecitati dal Figlio di Dio ad interessarci di Dio, del
Padre. È lì che avviene il punto critico perché dobbiamo lasciare tante cose.
Ora naturalmente le cose che dobbiamo lasciare sono cose che ci stanno a cuore,
altrimenti non ci sarebbe il problema di lasciare, sono cose alle quali noi ci
siamo legati e in quanto ci siamo legati, suscitano in noi sentimento: qui non
deve prevalere il sentimento. Se prevale, noi praticamente rifiutiamo la
proposta del Figlio. È qui che non dobbiamo lasciarci guidare dal sentimento.
Cina: È difficile è vivere questo.
Luigi: Dobbiamo sapere che ci troviamo in questa posizione
labile di possibilità in cui siamo continuamente sollecitati dal Figlio, dalla
Parola di Dio; è il messaggio di Dio che arriva a noi, che viene nel nostro
luogo, nella nostra casa, nella situazione in cui ci troviamo di dispersione,
per chiamarci, per dirci: “Vieni!”. È la sapienza del Padre che manda le
ancelle (il Figlio) su tutte le strade per chiamarci al suo convito. Ma noi non
dobbiamo dire: “Io ho i buoi, ho la casa”; questo è sentimento. Non dobbiamo
farlo prevalere e dire: “Non posso”. No, perché in questo caso qui noi
rifiutiamo la sollecitazione del Figlio, è siamo giudicati dal Figlio, cioè da
questa Parola, da questo messaggero che è venuto a noi per chiamarci. La
Madonna, l’Immacolata è tutta ascolto di Dio, tutta: “Si faccia di me secondo
la tua Parola”, ecco, secondo la Parola di Dio che viene a noi e che richiede a
noi questa disponibilità totale. Se lei avesse detto: “Ma io ho Giuseppe, come
faccio a giustificare?”. No, ma disse: “Si faccia di me secondo la tua Parola”.
Qui abbiamo la creatura tutta disponibile. Anche questa è scena per noi e
rappresenta come deve essere la nostra anima per arrivare a concepire Dio. È il
nostro destino.
Cina: Sembra una situazione impossibile.
Luigi: Ma cosa dice l’Angelo? “Niente è impossibile a Dio”. Se
invece noi diciamo: “È impossibile!”, è finito! No, niente è impossibile: “Si faccia
di me secondo la tua parola”. Tu mi chiami a questo? Tu mi proponi questo? Io
accolgo quello che tu mi dici. Quindi è la Parola che giunge a noi che ci mette
in movimento per; noi dobbiamo essere disponibili per questa Parola. Se noi
fossimo tanto semplici come la Vergine, di fronte alla Parola di Dio che arriva
a noi, non avremo nessuna obiezione di nessun genere e immediatamente noi
correremmo verso la libertà. Tornando all’argomento: è chiaro, perché non è il
Padre che giudica ma è il Figlio? Chi conosce il Padre è nella vita, non è
giudicato. Conoscere il Padre è amare, è vita eterna. Noi siamo giudicati dalla
Parola che arriva a noi, non da quello che conosciamo. Noi non siamo giudicati
da quello che conosciamo, ma per quello che ci viene proposto di conoscere. Se
ti dico: “Cerca prima di tutto il regno di Dio” è perché non conosce Dio. Ora,
tu puoi metterti a cercare Dio, quindi incarni la Parola che ti ho detto,
oppure puoi non occuparti di Dio. Se non ti occupi di Dio, resti giudicata da
questa proposta che avevi ricevuto: “Mi era stato proposto di occuparmi di Dio,
ma non me ne sono occupata!”. Però non è che tu abbia conosciuto Dio; hai
ricevuto solo la proposta di occuparti di Dio, ma non l’hai conosciuto. Se
invece tu aderisci a questa proposta e giungi a conoscere Dio, non vieni
giudicata da Dio, ma vieni abbracciata da Dio, perché conoscendo Dio entri
nella vita e quindi non subisci nessun giudizio. Allora il giudizio avviene
soltanto a livello della proposta. Gli invitati al convito non vengono
giudicati nel convito, ma vengono giudicati dai servi che arrivano a fare loro
la proposta di andare al convito. È la parola che arriva a loro che li mette in
crisi, in quanto di fronte a questa parola devono scegliere tra i buoi e il
convito. Vedi che devono scegliere? Necessariamente scelgono, non possono
restare indifferenti; prima erano e potevano essere indifferenti, adesso non
più. Di fronte a colui che mi dice: “Vieni, sei invitato là!”, in un modo o
nell’altro do una risposta: “No, io preferisco i buoi”, oppure: “Vado”. Ma la
risposta bisogna darla: qui arriva il giudizio.
Teresa: Dal momento che si capisce che la vera vita è conoscere
Dio, attraverso la sua Parola, non c'è altra cosa da fare che rimanere
aggrappati alla sua Parola.
Luigi: Certo, ma se noi seguiamo la sua Parola, non siamo più
giudicati. Lo dirà Gesù dopo, nel versetto successivo: “Chi ascolta la mia
Parola e crede in Colui che mi ha mandato, non è giudicato, ma passa dalla
morte alla vita”. Bisogna seguire la Parola, aderire alla Parola e allora si
passa dalla morte alla vita. Se invece noi non aderiamo, non crediamo alla
Parola che arriva a noi, precipitiamo nella morte, ma questa nostra morte è
giudicata da quella proposta; non è che Dio mi abbia voluto morto, perché Lui
mi ha fatto arrivare la proposta. La proposta è Cristo, perché il Figlio è lui
che glorifica il Padre, che è tutto pensiero del Padre, che attribuisce tutto
al Padre. Egli viene tra noi, che attribuiamo le altre cose ad altri, per
sollecitarci a riferire tutto al Padre, a ricevere tutto dal Padre, a riportare
tutto al Padre, a conoscere il Padre. È il Figlio che compie quest’opera tra
noi, non il Padre. È il Figlio che la compie; Egli opera per farci diventare
figli. Però la sua proposta può non
essere accettata da noi. Il fatto di non essere accettata, diventa per noi
motivo di crisi, motivo di giudizio, perché noi perdiamo la vita. Noi non
esperimentiamo più la vita ma cominciamo ad esperimentare la morte. La morte
che cominciamo ad esperimentare è sotto questo giudizio: “Dio mi aveva mandato
una Parola, mi aveva fatto una proposta ed io l’ho rifiutata: per questo io
subisco adesso tutta questa morte, per questo io subisco tutta questa
confusione, questo caos, per questo io sono messo nelle tenebre, perché avevo
ricevuto la proposta per la luce e la vita, ma non l’ho voluta accettare”.
Ecco, allora quella parola diventa per me motivo di giudizio: è la pietra che
ho scartato e avendola scartata adesso non posso più costruire nessuna casa. Io
provo a costruirne però vanno tutte giù: già, ho scartato quella pietra ed era
la pietra fondamentale. Molte volte si sente dire: “Noi siamo giustificati
perché ancora non conosciamo”. No, quello che ti scusa non è quello che non
conosci, quello che ti scusa o quello che ti condanna è la proposta a conoscere
quello che ancora non conosci. Se tu ti disinteressi di conoscere, di occuparti
di quello che ancora non conosci, ecco, tu rifiuti la proposta e non sai quello
che rifiuti. Ecco: “Mi hanno odiato senza conoscermi”, lì sta la colpa. “Chi
non onora il Figlio non onora il Padre” dice Gesù, il che vuol dire: “Chi
rifiuta la parola che gli propone Dio, che gli manda Dio, rifiuta Dio senza
conoscerlo; è lì il tragico. Noi non sappiamo quello che rifiutiamo, perché se
lo sapessimo, non potremmo rifiutarlo, non potremmo far ma meno di amarla. Chi
è cosciente non può non amare. Ecco perché dice: “Il Padre non giudica”, perché
il Padre abbraccia, il Padre dà vita, il Padre crea comunione. Il giudizio è
prima, è quando ci viene proposto di conoscere il Padre. Se mi viene proposto:
“Occupati di Dio”, ed io dico: “Ho ben altro da fare”, io rifiuto di
interessarmi di Dio, rifiuto quindi Dio; cioè chi rifiuta il messaggero,
rifiuta il mandante, rifiuta il re che manda il messaggero. È lì il problema.
Rifiutando la Parola che ci propone di occuparci di Dio, rifiutiamo Dio. Noi
implicitamente diciamo: “A me la Verità non interessa; a me interessa
guadagnare soldi, a me interessa la figura, il mondo”; allora lì siamo
giudicati da questo. Il giudizio lo facciamo noi. Ecco perché può essere una
cosa molto triste, perché ad ognuno sarà dato ciò che avrà voluto avere e può
essere una cosa molto triste, perché noi a un certo momento avremo un pugno di
mosche nelle nostre mani. Constateremo quello che è. Allora diventa una cosa
molto triste.
Nino: In pratica siamo noi stessi che ci giudichiamo.
Luigi: Siamo noi stessi, certamente. Non potremmo dire: “Dio mi
ha condannato”. No, Dio mi ha proposto, perché da parte di Dio c'è stata la
proposta; ecco la compassione, la misericordia. Dio ci farà vedere e toccare
con mano che cos’era quello che noi abbiamo preferito a Lui. Quindi siamo
giudicati non dal Padre ma dal Figlio, dal Figlio in quanto la Parola di Dio,
in quanto ambasciatore, in quanto “servo” che viene a chiamarci. Ora noi il
convito non l’abbiamo gustato, quindi non sappiamo che cosa sia, però lo
rifiutiamo quando siamo invitati; allora noi siamo giudicati da questo invito,
da questi servi che vengono a noi, da questa parola. Ma noi non possiamo dire:
“Io la parola non l’avevo udita”. Una che arriva a noi non può essere smentita
da noi, perché quello che arriva a noi, è più forte di noi. Noi non potremo
dire che il giorno dell’Immacolata alla sera non ci siamo trovati qui, è più
forte di noi, perché la Verità si impone. Una cosa che abbiamo sperimentato,
non può essere smentita. Così la Parola di Dio che arriva a noi.
Cina: La Bibbia dice anche che: “Tutti saremo ammaestrati da
Dio”.
Luigi: Certo, siamo tutti ammaestrati da Dio. “Non date a
nessuno il nome di maestro, perché uno solo è il vostro Maestro”. Noi siamo
tutti ammaestrati da Dio, però non lo sappiamo. Noi crediamo che siano le
creature che parlano a noi, che siano gli avvenimenti, i fatti, invece tutto è
Parola di Dio che ci propone Se stesso, perché in tutte le cose Dio ci parla
quello che vale di più. Ad esempio, tutti i giorni qualcuno muore: perché
muore? È Dio che ci propone Se stesso. Vedi? Non vivere per le cose che
passano, perché si muore; a cosa vale tutta la tua vita spesa solo per
accumulare, per avere, ecc.? Vedi che si muore? È Parola di Dio! E cosa vuol
dirci Dio attraverso questa parola? Ci propone Se stesso: “Occupati di Me,
perché Io non muoio”. Ecco, siamo ammaestrati da Dio. Noi non potremmo dire di
fronte a Dio: “Signore, tu non mi hai ammaestrato”, perché Dio ci farà vedere,
e noi vedremo che in tutte le cose c’era Lui che ci ammaestrava, affinché ci
liberassimo da tutte le cose e ci rendessimo disponibili, perché Lui è un
Infinito e richiede un’attenzione infinita, una dedizione infinita, una
disponibilità infinita. “Io ho tante cose da dirvi” dice Gesù, “ma per ora non
le potete portare; crescete e ve le dirò”. Ora, Dio è un Infinito che vuole
riversarsi in noi, perché ha tante cosa da dirci; ma fermati un momento! “Se non
ti fermi come faccio a dirtele? Sei sempre di corsa!”. Ecco, il Signore ci
chiede questo! Ma noi diciamo: “Come faccio a fermarmi? Ho questo da fare,
quell’altro da fare, quell’altro da fare!”. E un giorno il Signore ci farà
capire: “Vedi, tutte quelle che ti impedivano di fermarti ad ascoltare che
cos’erano? Niente! E tu le hai preferite anche se valevano niente!”. Sarà
troppo tardi! È prima che siamo giudicati, non quando vedremo. È qui che
dobbiamo scoprirlo.
Maria: Ma noi potremo dirgli: “Ma io non sapevo che eri
Tu che mi parlavi!”.
Luigi: No, perché noi dobbiamo saperlo!
Nino: Tu lo sai già adesso che Dio ti dirà: “Ero Io!”.
Eligio:: Se l’ignoranza è colpevole, come mai Gesù sulla croce invoca
dal Padre il perdono: “Perché non sanno quello che fanno?”, quasi che questa
ignoranza sia parzialmente giustificante e non colpevole fino al punto della
condanna irrevocabile?
Luigi: Questo per dirci che Lui muore ancora per salvarci;
perché Lui dice: “Chi avrà bestemmiato contro il Figlio sarà ancora perdonato,
ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo non sarà perdonato né di qui né
di là”. Per dirci che Lui muore ancora per salvare tutti quelli che Lo
uccidono. Lui muore ancora per salvare noi, per cui, ecco la compassione di
Dio, opera in tutti i nostri rifiuti, fino alle estreme conseguenze, fino ad
accettare la morte per salvarci; e si lascia uccidere, si lascia mettere in
croce per salvare noi. Lui morto, è ancora motivo di salvezza, non di condanna.
Motivo di condanna è quando, al punto estremo, noi trasferiamo il nostro io a
Dio. Ecco, qui abbiamo il peccato contro lo Spirito, per cui dico: “Io sono
Dio”: questo non può essere perdonato. Ogni nostro peccato è un uccidere il
Figlio di Dio, la Parola di Dio, e tu capisci che quando io scopro di aver
mandato a morte il Figlio di Dio in me, questo è per me un giudizio parziale,
ma è un giudizio. Che dopo Lui mi salvi ancora attraverso questo mio delitto e
muoia per farmi toccare con mano: “Vedi, che trascurando Me, mi mandi a
morte?”, questo è tutto misericordia di Dio. Ecco, se io rinsavisco e prendo
coscienza che il vivere per le cose del mondo è uccidere in me il Figlio di
Dio, ecco, mi apro alla salvezza; se io prendo coscienza che vivere per il
pensiero del mio io è mandare a morte il Figlio di Dio, questo prendere
coscienza mi fa rinsavire e allora sto bene attento: fino a ieri mi sono
lasciato guidare dal pensiero del mio io o dai sentimenti verso il mondo, dalle
mie impressioni, dalla mia figura, ma adesso sto bene attento perché ho capito
che questo manda a morte in me il Figlio di Dio. Allora il Figlio di Dio che
esperimentare la sua morte, lo fa per darmi la possibilità di rinsavire, per
darmi la possibilità di risuscitare. Fintanto che consapevolmente non
preferiamo il nostro io a Dio, Dio opera attorno a noi in tutto, per cercare di
salvarci; cioè Lui morto è ancora motivo di salvezza.
Eligio:: Gesù dice: “Padre, non imputare loro questo peccato” e
questo fa presupporre che il giudizio compete al Padre. Qui invece dice che il
giudizio è lasciato al Figlio. Come conciliare le due cose?
Luigi: Il Cristo che muore in croce è effetto del nostro
peccato, è effetto di una colpa. Qual è la funzione? È Lui che rappresenta nel
mondo l’opera di Dio per salvare noi. Noi lo uccidiamo tutte le volte che non
teniamo conto di Dio. La morte sul Calvario è per farci prendere coscienza di
questo. E questo farci prendere coscienza è per salvarci. Allora Lui muore
quasi a dire a noi: “Io questo lo faccio per salvarti”. Quindi chiedo al Padre
di non imputare questo, cioè di perdonarci. Il Figlio intercede per noi e in
quanto intercede per noi, diventa per noi motivo di salvezza; ma se diventa per
noi motivo di salvezza, la sua morte non è per condannarci, ma per salvarci.
Nino: Ma se è il Figlio che ci giudica e il Figlio è il
Pensiero del Padre, in definitiva c'è sempre il Padre dietro.
Luigi: Si, però c'è questo: “Ha rimesso ogni giudizio al
Figlio”, non lo dice in quanto il Figlio venga qui e ci dica: “Io ti giudico”,
no. Il Figlio viene sempre per salvarci. L’opera del Figlio è per salvarci.
Tutta la sua opera è per salvare noi, non è per giudicarci. Lui parla il nostro
linguaggio. Il Figlio, Cristo, che cos’è? Il Figlio dell’uomo. Che cosa vuol
dire? Che si fa opera nostra. Ma perché si fa opera nostra? Perché si mette
nelle nostre mani. Si mette nelle nostre mani per salvarci, non per giudicarci.
Lui non si mette nelle nostre mani come una bomba atomica che può scoppiare e
distruggerci, no. Lo scopo dell’opera del Figlio è quella di portarci alla
vita, non è per condannarci. Il giudizio è la parte negativa.
Nino: è chiaro che è la proposta che ci giudica, però non
riesco poi a disgiungere bene il Figlio dal Padre, perché il Figlio è Pensiero
del Padre.
Luigi: Però c'è questo fatto …
Rina: È lo stesso come quell’altra espressione: “Affinché
tutti onorino il Padre come il Figlio”: è la stessa cosa, perché se si onora
l’uno si onora anche l’altro, per lo stesso principio.
Luigi: Qui Gesù sta parlando ai farisei che ritenevano di
onorare il Padre perché dicevano: “Noi non siamo figli di prostituta! Noi
abbiamo per padre Dio!”. Ritenevano di onorare Dio, di avere per padre Dio,
intanto però rifiutavano il Figlio. Allora succede questo nella nostra vita:
che noi riteniamo di credere in Dio, di avere Dio come Padre e intanto non ce
ne accorgiamo e rifiutiamo il Figlio e allora il Figlio ci dice: “Se tu ami il
Padre, devi amare la Parola del Padre, devi amare chi viene a te”, perché noi
possiamo disgiungere, possiamo creare della frattura in noi tra quello che è la
fede ideale e la nostra vita pratica. Il Figlio è Colui che viene nella nostra
vita pratica perché ci dice: “Guarda che è nella tua vita pratica che decidi la tua vita”. Non è il Padre che
viene. Io dico: “Io credo in Dio”, ma il Figlio mi dice: “Se credi in Dio,
liberati da questo, non fare quell’altro, raccogliti, metti prima di tutto
questo!”: ecco il Figlio che parla!
Rina: Ma noi non facciamo questa distinzione, perché Dio è Uno
solo.
Luigi: Le persone sono due e proprio perché sono due facciamo
questa distinzione e succede questo: noi possiamo ritenere (ed è un errore
nostro), di onorare il Padre e non onorare il Figlio. Come ad esempio io posso
ritenere di amare Dio e non amo il prossimo. Succede che il prossimo diventa il
banco di prova se io effettivamente amo Dio, perché se tu ami Dio devi amare il
fratello. Perché devo amare il fratello? Il fratello è il banco di prova se tu
effettivamente hai amore per Dio. Tu onori il Padre? Se tu veramente onori il
Padre, devi onorare anche il Figlio che parla a te, la Parola di Dio che arriva
a te. Ma se tu non onori (e onorare vuol dire rendersi disponibile per, far
conto di), se tu non tieni conto della Parola di Dio che arriva a te, questa
parola è il banco di prova che tu onori il Padre. Gesù stesso dice: “Molti
crederanno di rendere gloria a Dio e intanto vi manderanno a morte”. Hanno
mandato a morte il Figlio credendo di onorare Dio (perché: “Tu ti fai
bestemmiatore”). Vedi che si può onorare (credere di onorare) il Padre e
mandare a morte il Figlio? Allora bisogna chiarire bene: cos’è il Figlio? Il
Figlio è la Parola di Dio che arriva a noi e ci richiama al Padre, ci richiama
a Dio, cioè ci richiama ad occuparci di Dio. Noi possiamo credere di avere la fede,
di essere religiosi, di essere buoni, di essere giusti e intanto perderci
perché viviamo dietro le cose del mondo. Ad esempio abbiamo fatto della legge
il nostro idolo e crediamo di essere giusti e intanto però vivendo solo per la
legge succede che noi corriamo dritti all’Inferno, perché viviamo per una
regola non viviamo per conoscere Dio, non viviamo per l’amicizia, non viviamo
per l’amore, non ci occupiamo di Dio. Allora il Figlio di Dio viene in questo
nostro errore, viene in questa nostra dispersione per raccoglierci e ci dice:
“Se tu effettivamente ami Dio, devi amare chi ti parla di Dio, chi ti invita ad
occuparti di Dio; ma se tu non ti interessi di chi ti parla di Dio, vuol dire
che non hai amore per Dio”. E Gesù dice: “Io ho capito che voi non avete amore
per Dio”: perché se voi amaste Dio, amereste me che vi parlo di Dio”. Ecco qui
abbiamo la scissione, per cui possiamo credere di onorare il Padre e non
onorare il Figlio. Possiamo anche ritenere di onorare il Figlio e non onorare
il Padre. Bisogna imparare a onorare il Figlio come si onora il Padre. C'è quel
“come” che unisce. Noi possiamo diventare tutto sentimento: “Gesù, Gesù” e
intanto non ci occupiamo di Dio, di cercare Dio. Cioè noi crediamo di onorare
il Figlio e non onoriamo il Padre. Chi effettivamente ha interesse per Dio, ha
interesse per tutto ciò che gli parla di Dio. Ecco, allora si rende disponibile
come la Madonna che si rende disponibile alla Parola di Dio le giunge. Poteva
dire: “No, a me interessa Dio, non interessa l’Angelo” e invece no. Dio scende
nella vita pratica per dirle: “Io ti annuncio questo, ti invito a questo”,
ecco, se uno è disponibile per Dio: “Signore, eccomi!”. Cioè è la vita pratica:
è il Verbo, la Parola di Dio che arriva nella nostra vita pratica affinché noi
mettiamo prima di tutto Dio, in tutto: qui abbiamo il Figlio che parla. E noi
dobbiamo onorare il Figlio come si onora il Padre. Se invece noi non ne teniamo
conto, non lo onoriamo, perché onorare vuol dire tenere conto. Allora se noi
non teniamo conto della Parola di Dio, come teniamo conto di Dio, noi
rifiutiamo Dio; non rifiutiamo solo la Parola, ma rifiutiamo Dio. Se io non
tengo conto di chi mi sollecita a cercare prima di tutto il Regno di Dio,
rifiuto Dio.
Cina: Questo non ce l’ho chiaro di continuo.
Luigi: Questo è Dio che glielo fa sentire perché è il Figlio di
Dio che viene fino a lei; di tanto in tanto l’avverte: “Non perdere tempo qui,
ecc.”. La continuità è vita eterna. “Ho tante cose da dirvi, ma per ora non
siete capaci di portarle”. La continuità è opera dello Spirito Santo.
Cina: È che mi interrogo sulla vita pratica e allora ..
Luigi: Lei non
si interroghi sulla vita pratica, si lasci interrogare. Dio la interroga Lui,
non si preoccupi. Si preoccupi soltanto di rispondere alle sue interrogazioni.
È Lui che interroga. Noi dobbiamo vivere nel pensato di Dio: è Dio che parla a
noi! Noi dobbiamo soltanto preoccuparci di rispondere a quello che Lui dice:
non dobbiamo noi interrogarci.
Affinché
tutti onorino il Figlio come onorano il Padre. E chi non
ancora il Figlio, neppure onora il Padre che l’ha mandato Gv 5 Vs 23 Terzo tema
Titolo:La Proposta è
il Giudizio.
Argomenti: Le cose maggiori. Il Padre è principio
della vita che è comunione. La comunione col Padre l’ha solo il Figlio, noi abbiamo
la possibilità. I farisei onoravano il Padre e non il Figlio. Il Figlio banco di
prova dell’amore per il Padre.Chi rifiuta il Figlio rifiuta il Padre.Il Figlio è
rivelatore dell’amore. La morte del Figlio in noi è ancora proposta.Il peccato crea
impossibilità di comunione. La verità che parla a noi porta il sigillo
della Verità. La colpa di ignorare Dio. La libertà
dell’ignoranza.
10/Dicembre/1978
Pensieri tratti dalla conversazione:
Luigi: Gesù in queste ultime settimane sta parlando dei
rapporti tra Padre e Figlio e questi rapporti non è che Lui ce li insegni così tanto
per dirci ciò che avviene tra Padre e Figlio, ma è per educare noi alla vita
di figli in rapporto al Padre.
Abbiamo visto che Gesù introduce questo discorso dei
rapporti tra il Padre e il Figlio cominciando a parlarci:
-
delle cose maggiori, della promessa di cose
maggiori che il Padre fa a noi nel Figlio.
-
E poi da queste cose maggiori, siamo arrivati,
meditando, a renderci conto che le cose maggiori sono la conoscenza stessa del
Padre, che è riservata al Figlio come luogo di una promessa per noi, affinché
sappiamo dove possiamo trovare la conoscenza del Padre.
-
Di lì poi siamo arrivati a
riflettere che il Padre è il Principio della vita e
-
che la vita è comunione e
-
che però la comunione con il Padre
ce l’ha soltanto il Figlio, mentre a noi è data la possibilità di questa
comunione;
-
possibilità che possiamo realizzare
in una certezza di comunione, come possiamo anche perderla in una
impossibilità di comunione. E questo ce lo giochiamo giorno per giorno, ora
per ora; minuto per minuto, in quanto continuamente noi facciamo delle scelte e
le scelte le facciamo in quanto siamo interrogati da parte di Dio, abbiamo
delle proposte da parte di Dio.
-
Rispondendo a queste proposte,
facciamo delle scelte; se queste scelte sono espressione della nostra adesione
a Dio, aumentiamo la nostra possibilità di comunione, fino ad arrivare alla
comunione, che è vera vita.
-
Se queste invece non sono secondo
la Parola di Dio, noi perdiamo man mano questa possibilità e questa diventa a
noi sempre più difficile, il che vuol dire che l’argomento di Dio, diventa per
noi sempre più astratto, sempre più lontano dalla nostra vita reale, pratica,
fino a diventare impossibile;
-
qui scopriamo allora che la
proposta, cioè la Parola di Dio, diventa per noi giudizio e capiamo quello che
Gesù dice: “Che non è il Padre che giudica, ma ogni giudizio lo ha riservato al
Figlio”. Quando di parla del Figlio, dobbiamo sempre tener presente che il
Figlio è il Verbo, cioè la Parola del Padre. Il Padre non giudica perché
conoscere il Padre è già vita, è già comunione con il Padre. Quando si parla di
conoscere il Padre si intende “conoscenza di Dio”, come Colui che è Principio
del nostro vivere. Allora conoscere Dio è avere la comunione con Dio e quindi è
avere la vita eterna, poiché conoscere Dio è amare e non si può non amare la
Verità quando la si conosce. Quindi il Padre non giudica. Il giudizio è invece
nella Parola, nel Verbo che arriva a noi, il quale arrivando a noi, siccome noi
ci troviamo in una possibilità di comunione, ci pone di fronte ad una scelta.
Nella scelta scatta il giudizio, perché se noi aderiamo alla Parola di Dio,
passiamo dalla morte alla vita e non subiamo alcun giudizio, ma entriamo nella
vita, cioè nella comunione con il Padre. Se invece non aderiamo alla Parola di
Dio, restiamo giudicati da essa. La Parola di Dio è sempre una proposta di
essenzialità, di mettere prima di tutto Dio, di una dedizione a, di una
apertura a, fino alla proposta di diventare noi come la Vergine Maria, come
l’Immacolata Concezione, come questa sua tutta dedizione: “Si faccia di me
secondo la tua Parola”. Ecco, abbiamo la Parola che si presenta a noi, si offre
(= una proposta) e la creatura, l’anima che è tutta apertura dice: “Si faccia
di me secondo la tua Parola”. Qui la creatura passa alla comunione con Dio e
qui concepisce: è la creatura che concepisce il Verbo.
-
Poi siamo giunti a questo passo
che dovrebbe essere l’oggetto della meditazione di oggi, anche se l’abbiamo già
considerato: “Affinché tutti onorino il Figlio come onorano il Padre”. Qui Gesù
ci pone di fronte a questo argomento, affinché tutti onorino il Figlio come
onorano il Padre. Teniamo presente che Gesù qui sta parlando ai farisei, i
quali onoravano il Padre, ma non onoravano il Figlio. Il Figlio era la Parola
di Dio che parlava loro. Essi disprezzavano questa Parola, anzi, addirittura
dicevano che era un pazzo, un indemoniato; però si vantavano di avere come
Padre Dio, di essere figli di Dio. Qui Gesù dicendoci questa affermazione, ci
fa capire (ecco la funzione che è valida per ognuno di noi) che noi possiamo
ritenere di onorare il Padre e di non onorare il Figlio. Possiamo ritenere di
onorare il Figlio (ed è la maggior parte della nostra religiosità devozionale)
e non onoriamo il Padre perché non ci interessiamo del Padre. Ci vuole quel
“come”. (Onorare vuol dire tener conto di, interessarci di). Ora come noi
riteniamo che Dio sia nostro Padre, così noi dobbiamo tener conto molto della
Parola, cioè di ciò che viene a noi parlandoci di Dio, proponendoci Dio. Ma se
noi diciamo di credere in Dio, di essere popolo di Dio e poi non teniamo conto
di ciò che ci impegna ad occuparci di Dio, perché abbiamo i buoi, i campi, la
famiglia, la casa, tanti doveri, ecco, noi entriamo in quella categoria di
persone, come i farisei, che dicono di onorare il Padre e poi dopo rifiutiamo
il Figlio. Ma qui Gesù ci fa capire che chi rifiuta il Figlio rifiuta anche il
Padre. Allora il Figlio arriva a noi come giudizio. Ecco, perché noi possiamo
credere (ed è lì l’errore) di onorare il Padre e non tener conto del Figlio. Il
Figlio invece viene proprio come banco di prova dell’onore che noi diciamo di
avere per il Padre. Viene ad evidenziare il nostro amore per Dio, è il banco di
prova. “Tu dici di amare Dio? Ebbene, Io ti propongo l’oggetto di questo amore.
Se tu effettivamente hai amore per Dio, accetti la mia proposta. Ma se tu non
accetti la mia proposta, riveli che non hai amore per Dio”. Ecco, il Figlio
diventa rivelatore dell’amore (per questo è giudice), perché noi possiamo
illuderci di amare. Dio viene a recuperare questo amore: se effettivamente ami
il Padre, ami anche il Figlio. Per questo è necessario onorare il Figlio come
si onora il Padre.
Proporrei questo come oggetto di meditazione:
1)
Quand’è che noi onoriamo il Padre
e non onoriamo il Figlio?
2)
Quand’è che onoriamo il Figlio e
non onoriamo il Padre?
3)
Quand’è invece che onoriamo il
Figlio come onoriamo il Padre?
Questo ci aiuterà molto ad andare avanti negli argomenti
successivi, per cui dovrà apparirci abbastanza chiaro il versetto successivo
che dice: “Chi ascolta la mia Parola e crede in Colui che mi ha mandato ha la
vita eterna e non è sottoposto a giudizio, ma passa da morte a vita”. Cioè
dovrebbe esserci chiaro questo passaggio da morte a vita: non c'è giudizio.
Un’altra cosa da tener presente è che noi non siamo giudicati dalla conoscenza,
ma dalla proposta della conoscenza. Noi non siamo giudicati da ciò che
conosciamo, ma da ciò che ci viene proposto di conoscere. Allora il Verbo di
Dio non viene a noi per giudicarci, ma viene a noi per proporci una conoscenza,
la conoscenza del Padre. Se rifiutiamo questa proposta, restiamo giudicati, ma
il Verbo di Dio non viene a noi per giudicare! Infatti sarebbe in
contraddizione con quanto Gesù aveva detto precedentemente: “Il Padre non ha
mandato il Figlio per giudicare il mondo, ma per salvarlo”. E il Figlio muore
sulla croce dicendo: “Io muoio per salvare”, per questo dice: “Padre perdona
loro perché non sanno quello che fanno”. Cioè tutta l’opera del Figlio è per
salvare, non è per giudicare. Eppure la sua opera diventa un giudizio, se noi
non aderiamo alla sua proposta. Se invece noi aderiamo alla sua proposta
(proposta di conoscere quello che Lui ci propone di conoscere) passiamo dalla
morte alla vita, perché entriamo nella comunione (la vita è comunione). Noi
attualmente ci troviamo in una possibilità di comunione: in questa possibilità
noi possiamo sederci, restare tranquilli, non sfruttare questa possibilità. Il
Figlio viene a sollecitarci e dirci: “Guarda che il tempo passa, deciditi,
sfrutta questa possibilità, entra, perché la vita è comunione, non è
possibilità di comunione. La possibilità di comunione passa molto in fretta,
non rimane; quindi affrettati a cercare di conoscere tuo Padre, entra nella
comunione”. Però noi di fronte a questa proposta, possiamo disinteressarci:
allora comincia il giudizio. Ma il Verbo di Dio non ha parlato a noi per
giudicarci. Il Verbo di Dio ha parlato per farci entrare nella comunione. Quindi
l’intenzione divina è per salvarci, non è per giudicarci. Il giudizio ricade su
di noi in quanto non accettiamo la sua proposta. Il passaggio successivo lo
chiarisce: Gesù dice che chi ascolta Colui che il Padre ha mandato, passa da
morte a vita, quindi non è giudicato. Se noi accettiamo il Verbo di Dio, non
siamo giudicati; se rifiutiamo il Verbo di Dio, siamo giudicati dal Verbo
stesso di Dio, cioè da quella parola che è giunta fino a noi come offerta di
Dio. La parola arriva a noi come proposta di vita: è logico che, non accettando
la vita, restiamo nella morte e allora quell’offerta diventa per noi motivo,
principio di giudizio.
Eligio:: Chi ha messo in croce Gesù (e siamo noi), ha inteso questa
sua proposta e dovrebbe essere giudicato da questa proposta rifiutata; invece
Gesù dice al Padre non imputare questo.
Luigi: La morte del Figlio di Dio in noi è ancora una proposta:
cioè il silenzio di Dio è ancora una proposta per salvarci; muore per salvarci:
è l’ultima proposta! Dio ci fa sperimentare la sua assenza come proposta; cioè
ci fa sperimentare la nostra solitudine senza Dio (è l’abbandono del Padre:
“Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”). Ma questa esperienza del
silenzio di Dio nella nostra vita, di Dio che non partecipa più nella nostra
vita, è ancora una sua Parola per salvarci. Per cui il Cristo muore sulla croce
come proposta, non come giudizio. Se noi accettiamo questa proposta, abbiamo
ancora un’apertura alla salvezza. Infatti il Cristo morto è ancora motivo di
salvezza per suoi crocifissori.
Eligio:: Mi ha sempre lasciato perplesso il beneficio
dell’ignoranza invocato da Gesù per ottenere il perdono dei suoi crocifissori.
Luigi: Si, perché è ancora motivo di salvezza.
Eligio:: Non si può uccidere Dio che per ignoranza.
Luigi: Vedere la Verità vuol dire essere in Paradiso, non si
può non amare. In sostanza noi non possiamo uccidere Dio in Sé: lo uccidiamo in
noi. Ma cosa vuol dire questo lasciarsi uccidere? Vuol dire che Dio in noi
diventa morto. E cosa vuol dire morto? Quand’è che una creatura è morta? Una
creatura è morta quando non comunica più con noi: noi la interroghiamo e lei
non risponde più. Dio arriva a questo punto: noi non avvertiamo più la presenza
di Dio. C'è una distanza tra noi e Dio, tale per cui non avvertiamo più i suoi
interventi, il suo parlare, il suo agire, la sua Provvidenza. Ecco, ci sentiamo
soli, abbandonati da Dio.
Eligio:: Pensi che noi ci rendiamo conto di questo?
Luigi: Dio opera affinché noi ci rendiamo conto.
Eligio:: Ma impressiona l’invocazione del beneficio d’ignoranza
per ottenere il perdono di chi operava questo delitto.
Luigi: Ammetti una cosa: che Gesù morendo abbia detto: “Padre,
fulminali, maledicili, perché hanno ucciso tuo Figlio”. In quale situazione ci
saremmo venuti a trovare? Invece Lui dice: “Padre, perdona, perché non sanno
quello che fanno”. Cosa vuol dire questo? Vuol dire che la sua intenzione,
morendo, è per salvarci. Il Verbo, cioè tutta l’opera del Verbo, è Volontà del
Padre. E qual è questa volontà del Padre? È che tutti si salvino: Lui muore
perché tutti si salvino. Quindi muore con questa volontà, esprimendo questa
volontà: è morto per me, per salvarmi. Ma se Lui è morto per me, in me c'è una
speranza. Lui non è morto maledicendomi, perché l’ho ucciso. Lui è morto
chiedendo perdono per me, perché non sapevo quello che facevo. Quindi la sua
morte è ancora per salvare me. Per questo dice così. Queste parole sono di
grande conforto, di grande aiuto, perché noi non ci rendiamo conto che tutte le
volte che preferiamo i nostri buoi, la nostra campagna, la nostra famiglia, i
nostri sentimenti, ecc., noi uccidiamo in noi il Verbo di Dio. Non ce ne
rendiamo conto. E se il Verbo di Dio ci dice: “Tu non sapevi”, “Signore, io ti
ringrazio che mi dai questo beneficio”. Però quel “Non sapevi”, non è per dire
che noi siamo giudicati dalla conoscenza, perché la conoscenza della Verità è
amore della Verità. Abbiamo il Cristo che muore per questo e sentendo questa
parola di Dio, in me resta una speranza: se il Figlio di Dio è morto per me e
ha chiesto perdono per me, in me rimane un aiuto, una speranza. E di lì
comincia in me a maturare: “Che cosa è che l’ha ucciso? Che cosa c'è di me l’ha
ucciso?”. Ecco, comincio a prendere coscienza. E se attraverso questa
riflessione, di fronte a Lui morto, io prendo coscienza che è il pensiero del
mio io, che la vita vissuta per me stesso uccide il Figlio di Dio, ho la
possibilità di rinsavire proprio per ciò che Lui fa detto, facendo conto sulla
sua parola, perché se Lui avesse detto: “Maledetto tu che mi uccidi”, io mi
sentirei sotto la maledizione. È vero, io l’ho fatto inconsciamente, non
sapevo, però ormai sono maledetto. No, Lui vuole salvarmi da questo, perché il
peccato, cioè il preferire la creatura al Creatore, mi crea un’impossibilità di
comunione, di comunicazione con il Creatore: resto fratturato. Quando io pecco
contro una creatura, mi sento diviso dalla creatura stessa. C'è
un’intercapedine che mi impedisce la comunicazione con quella creatura, perché
ho di fronte a me il mio peccato: “Il mio peccato l’ho sempre dinanzi a me,
perché proprio davanti a Te ho peccato”. E che cosa vuol dire: “Davanti a Te ho
peccato”? Il peccato si mette tra me e il Creatore, tra me e Dio, in quanto io
ho preferito altro. In un amore, quando io amo una persona e poi ne preferisco
un’altra a quella, ecco, metto un peccato tra me questo amore. E questa
interferenza mi impedisce la comunicazione. È un blocco dentro. Noi il peccato
l’abbiamo fatto proprio davanti a Dio. Se Dio mi dice: “No, guarda che …”; mi
dice quasi: “Io chiedo perdono per te, perché tu non sapevi quello che facevi”.
Se Dio stesso mi dice: “Tu non sapevi”, mi apre una possibilità, mi mantiene
una speranza. È logico che se io rifiuto questo, resto giudicato dall’ultima
sua Parola. È l’ultima, ma la parola di Dio è sempre una parola di speranza.
Dio non arriva a me maledicendomi; Dio arriva a me aiutandomi a sperare, ad
aprirmi. Se io rifiuto, tutto quello che rifiuto mi mette sotto il giudizio, ma
il giudizio sono io steso che me lo faccio con il rifiuto.
Nino: Ma il nostro non è un vero non sapere, perché noi siamo
stati avvertiti da Dio sulle conseguenze del nostro rifiuto. Non sappiamo solo
perché non gli abbiamo creduto.
Luigi: Cioè la proposta del Verbo di Dio reca già in sé un
principio di verità, cioè la parola di Dio ha se stessa il sigillo della
Verità; non è conoscenza del Padre (perché quando dico conoscenza è conoscenza
del Padre che è amore: non possiamo non amare conoscendo la Verità). Però la
Verità che parla a noi porta già in sé il criterio della Verità. Quando il
Verbo di Dio arriva a noi e dice: “Non preoccuparti del mangiare, del vestire,
cerca prima di tutto Dio”, arriva a noi con un’affermazione, con un invito che
ha un criterio di verità. Infatti noi non lo possiamo smentire; non possiamo
dire: “No, questo è falso”. Ecco, noi non possiamo capire l’ampiezza di questa
proposta, la capiremo dopo. Per esempio, tanta liberazione di vita, come si
parlava ieri sera, soprattutto quando si va verso la maturità, verso la
vecchiaia, tanta liberazione di vita seguendo Dio, noi non la possiamo
conoscere fintanto che non la sperimentiamo. Però ci viene proposta già da
giovani: “Non mettere il denaro prima di tutto, non mettere le creature prima
di tutto, occupati prima di Dio”. Noi sperimentiamo altro, però la Parola
arriva con un criterio di Verità. Non possiamo smentirla, non possiamo dire: “È
sbagliato”. Noi possiamo trascurarla: non ci convinceva. Però se noi a poco per
volta vivendo, sperimentando, comincio ad ascoltarla, diciamo: “Aveva ragione:
guarda che liberazione!”. Vallo dire ad un altro però: l’altro non ti crede!
Eppure non può smentire che quello che tu dici è vero, perché la Parola di Dio
porta in sé il sigillo della Verità. Non può dimostrarti che la tua parola è
sbagliata; può non crederti, ma non può dire: “È sbagliato”.
Nino: E invece io posso dimostrargli che quanto dice è
sbagliato.
Luigi: Se ti sta a sentire.
Eligio:: La nostra vita si svolge tra due poli: l’ignoranza e la
conoscenza. Sul piano dell’ignoranza Gesù domanda perdono per noi per questa
ignoranza; sul piano della conoscenza non possiamo che aderire.
Luigi: Non possiamo non aderire quando arriviamo. Ma per
arrivare lì dobbiamo aderire al Figlio. Quando arrivi a conoscere non è
difficile aderirvi, ma è per arrivare a conoscere che è difficile!
Eligio:: E allora si è condannati all’ignoranza?
Luigi: Si è condannati all’ignoranza. A un certo momento
ignorare Dio diventa colpa. Teniamo sempre presente che Gesù non viene a noi
per condannarci. Gesù però dice: “Gerusalemme, Gerusalemme, quante volte ho
cercato di raccogliere i tuoi figli e tu non hai voluto, non hai conosciuto
l’ora in cui sei stata visitata, adesso non hai più tempo” e lo dice per ognuno
di noi, perché Gerusalemme è ognuno di noi, è la nostra anima. Dice: “Non hai
conosciuto”. Quindi vuol dire che la proposta di Dio arriva a noi. Se noi non
riconosciamo (“Non hai riconosciuto l’ora in cui sei stata visitata”: è il
Figlio di Dio che bussa alla porta della nostra vita), se noi non apriamo non
riconosciamo, ecco cadiamo sotto quello: “I nemici ti circonderanno, ecc.). Noi
siamo condannati da una situazione di ignoranza, non da una situazione di
conoscenza. Il fatto di ignorare Dio, diventa motivo di colpa. Il Figlio di Dio
però chiede perdono per questa colpa, chiede che non sia imputata se noi ci
apriamo. Ma bisogna che noi comprendiamo. Anche la maledizione che Lui dà su
Gerusalemme dicendo: “Adesso non hai più tempo”, lo dice ancora per salvarla.
Se il Signore di dice che non ho più tempo, è sempre la volontà di Dio che
parla e se mi dice: “Tu sei maledetto”, lo dice ancora per salvarmi, mi apre ad
una speranza. È il padre che bastona per correggere suo figlio. Qui è lo
stesso, perché mi dice: “Guarda che ormai tutto è finito, non è più possibile”,
ma se me lo dice vuol dire che c'è ancora una possibilità. È la scossa che Lui
dà per potermi salvare. Certamente la conoscenza è il fine, la meta, è la vita
eterna. Se noi arriviamo a conoscere Dio come nostro Padre (e per conoscere Dio
come nostro Padre dobbiamo diventare tutto Pensiero di Dio, dobbiamo diventare
figlio di Dio), noi non possiamo non amarlo, quindi siamo in vita eterna non
possiamo più peccare, non possiamo preferire altro. Quando io ho capito bene
che la cosa giusta è questa, non posso più volere altro, perché la cosa vera,
buona, utile, per me è quella. Chi mi fa preferire altro? Ma più nulla al
mondo. È soltanto la situazione di ignoranza che mi fa preferire altro. La
nostra attuale libertà di peccare, di preferire la creatura al Creatore, è
soltanto un difetto di conoscenza, è una situazione di ignoranza. Noi siamo
liberi perché siamo ignoranti. Se noi conoscessimo veramente non saremmo
liberi, non vorremmo essere liberi di quella libertà che crediamo adesso di
avere. La nostra libertà è soltanto libertà di sbagliare, perché io ritengo che
preferire la creatura a Dio per me sia un bene, e questo è un errore. Ora in
questo mio errore, il Figlio di Dio viene e dice: “No, guarda che tu devi
mettere Dio prima di tutto”. Ora in quanto mi dice: “Guarda che devi mettere
Dio prima di tutto”, me lo dice con una parola che non sposso smentire. Non
posso dire: “Hai torto”. Io posso trascurarla, ma non posso dire: “È
sbagliato”. Lui dice: “Chi rende testimonianza di me è il Padre”, il quale
Padre anche se non lo conosciamo, parla dentro di noi e quando attorno a noi la
proposta viene (ed è il Verbo stesso di Dio che parla dentro di noi) e mi dice:
“No, guarda che tu devi mettere prima di tutto Dio” questo è in sintonia con la
voce del Padre che portiamo dentro di noi. E la voce del Padre dice: “È giusto,
e quello che tu fai è sbagliato”. Io lo
so che è sbagliato preferire le creature, però mi conviene; altrimenti devo
umiliare il mio io e questo non lo voglio; cioè ho altri motivi per rifiutare,
ma non è che io mi possa convincere che quella parola è sbagliata. Allora resto
giudicato da quella parola che io ho rifiutato. Quindi c'è un criterio di
conoscenza: la conoscenza è: “Questo è giusto”. Io rifiuto quello che è giusto,
ma non è la vera conoscenza alla quale si arriva attraverso un passaggio
irreversibile (uno entra in quella che è la vita da cui non può più uscire,
perché si è convinto di questo).
Nino: C'è un parallelismo tra la morte di Dio in me che è
ancora per salvarci e la freddezza e l’aridità in cui a volte veniamo a
trovarci, perché questa ha la funzione di sollecitarci a ritornare in sintonia,
facendoci rimpiangere il tempo dell’unione con Dio. Quindi nemmeno l’aridità è
inutile.
Luigi: Niente è inutile. Ora bisogna tenere presente che la
freddezza è determinata da due fattori:
-
Il primo: può darsi che sia io che
ho trascurato Dio, qualche cosa, oppure ho parlato scioccamente;
-
Oppure può darsi che invece sia Dio
che si allontana da noi per impegnarci di più. Quindi possiamo essere noi che
ci stacchiamo da Lui e può essere Lui che si distacca da noi in quanto va più
avanti, perché vuole impegnarci di più. Noi invece riteniamo d’impegnarci
soltanto come ci siamo impegnati fino a ieri, e allora troviamo la zona di
freddezza. La zona di freddezza è data da questo: perché Lui è uno che cammina,
e in quanto cammina, vuole portarci nella pienezza della vita. È quanto si
dice: “Se diamo questo a Dio, poi chiede quello, poi quello, ecc.”. E come lo
chiede? Appunto andando avanti, perché è Uno che cammina. Soltanto che andando
Egli avanti, a un certo momento perdiamo il contatto. Noi possiamo perderlo per
colpa nostra e possiamo perderlo perché Lui va più avanti e chiede a noi un
maggior impegno. Se noi non rispondiamo con quell’intensità che Lui chiede, noi
cominciamo ad avvertire la freddezza, una maggior lontananza. Lui è Uno che
esige molto. Lèon Bloy è arrivato a dire che l’amore di Dio è senza
misericordia, perché pretende … D’altronde è logico: vuole portarci al suo
infinito e vuole portarci abbastanza in fretta, perché la vita passa molto in
fretta.
Cina: Fa parte della vita questa aridità.
Luigi: Fa parte della vita: ci sono momenti di gioia e momenti
di freddezza; è un alternarsi, perché Dio ci sollecita: “Impegnati di più!
Raccogliti di più! Lascia! Lascia! Perché c'è tanto da camminare! Ho tante cose
da dirti!”. Il Signore dice: “Ho tante cose da dirti!” e dice: “Apri il tuo
cuore, apri la tua anima, perché io possa riversare tutto quello che ho da
dirti!”, perché più Lui dice e più questa conoscenza del Padre si forma in noi,
ma è necessario che la nostra anima si apra all’ascolto. Quindi si parte da una
lontananza immensa. Noi siamo delle creature terribilmente instabili, non siamo
capaci a fermarci cinque secondi: eppure in questi cinque secondi forse Dio ci
può sorprendere e incomincia già a seminare qualcosa. Per renderci in dieci
secondi di fedeltà, fino a renderci capaci di quella immutabilità di cui Lui è
immutabile, cioè di quella fedeltà infinita in cui Lui è sempre presente:
“Affinché dove sono Io siate anche voi”, affinché siamo sempre una cosa sola.
C'è una vetta infinita, di stabilità infinita con Dio; ma questa meta è offerta
ad una creatura che è talmente instabile, da non essere capace di stare ferma
un momento. Se tu vai a parlare ad una persona e questa persona è in continua
agitazione e movimento e parla in continuazione, tu le dici: “Fermati un
momento! Ho da dirti una cosa importante!”. Lei però ti risponde: “Ho da fare
questo! Ho da fare quell’altro!”. Ecco, noi siamo così. Dio è tutta stabilità;
Dio è immutabile. Noi siamo in continua agitazione. Fisicamente le particelle
atomiche sono in continua mutazione, in continuo movimento, in continua agitazione:
questo è segno di quello che siamo noi, come anima; e siamo chiamati a
diventare cielo di Dio: quell’empireo stabile che è tutta contemplazione di
Dio. Pensa che lavoro di pazienza il Verbo di Dio fa per portare questo punto
che muta continuamente, cambia continuamente, che non è capace di star fermo un
istante, per portarlo a stare fermo eternamente nel Volto di Dio, nella
contemplazione del Padre. Eppure nello spazio di cinquanta, sessant’anni si
decide tutto questo. È logico quindi che il Signore prema su questo amore per
portarci. Noi non ci rendiamo conto. Dio ci chiede una maggior partecipazione.
E c'è sempre questo lavoro di superamento continuo di noi stessi, di riportare
sempre tutto a Dio, di riferire tutto a Dio, di non fermarci mai in qualcosa di
nostro, perché magari abbiamo sperimentato quel momento di gioia. Ho
sperimentato quel momento di bellezza trovandomi in quel tal punto, adesso
voglio andare di nuovo un quel tal punto per sperimentare di nuovo: stai
fresco, non sperimenterai più, perché Dio ti chiede di andare più avanti.
Quindi non tornare indietro in quel tal luogo e in quel tale argomento per
riprovare quello che hai provato prima: quello è stato una tappa, un gradino,
attraverso il quale il Signore adesso ti sollecita ad andare oltre; quindi
guarda sempre avanti, non voltarti indietro per recuperare quello che non gusti
più. È come una bella gita fatta, di cui portiamo ancora le fotografie: anche
se la potessimo riprovare, non gusteremmo mai più quell’istante. Quell’istante era
per farti maturare in un amore, ma questo amore deve essere sempre crescente,
magari crescerà in un altro luogo, in altre parti; ecco, sono gradini.
Allora è chiaro l’argomento su cui dobbiamo fermarci?
Dobbiamo meditare, approfondire e cercare di convincerci di questo:
-
della necessità di onorare il Padre,
-
ma anche della necessità di onorare il Figlio,
perché se noi non onoriamo (onorare vuol dire tenere conto, essere molto
attenti), se noi non siamo attenti alla Parola di Dio come a Dio, vuol dire che
non abbiamo amore per Dio.
-
Quindi teniamo presente che quando
si parla del Padre si parla della conoscenza;
-
quando si parla del Figlio si
parla della proposta (conoscere), della Parola di Dio che arriva a noi per
sollecitarci a mettere in evidenza l’essenzialità. È chiaro?
Dobbiamo cercare di convincerci.
Nino: A me non è chiaro come si possa onorare il Figlio senza
onorare il Padre.
Luigi: Quanto nostro cristianesimo si ferma al Cristo e non si
interessa del Padre! Allora certo, sostanzialmente, non si onora nemmeno il
Figlio. Ma quanto nostro cristianesimo non avverte nemmeno lo scopo della
missione del Cristo è quella di portarci al Padre. Molte volte parlando del
Vangelo, del Padre, che la missione del Cristo è il Padre, certe persone
rispondono: “Che c’entra il Padre? Per me basta che io segua Gesù!”. Ma Gesù ha
come scopo essenziale quello di portarci al Padre, di portarci a conoscere il
Padre. Se tu non ti interessi del Padre, fallisci il suo scopo, la sua
missione.
Nino: Mi sembra una posizione assurda, perché allora non si
onora il Figlio; e così pure è assurdo pretendere di andare al Padre senza il
Figlio.
Luigi: In verità non si può onorare il Padre senza onorare il
Figlio, non si può onorare il Figlio senza onorare il Padre. In verità è così.
Però c'è l’errore e l’errore è questo: noi ci illudiamo. Avviene perché siamo
degli illusi. Il nostro peccato è un’illusione. Entrambe le posizioni sono
assurde.
II parte
Luigi: è questo un argomento difficile, ma ne parla Gesù e in
quanto ne parla è una proposta che ci fa.
Cina: Onoro il Padre quando sono dipendente da Lui e onoro il
Figlio quando accetto e seguo la sua Parola.
Luigi: Sei convinta che conoscere il Padre è vita eterna? E che
quella è la meta che ci viene proposta? Che la vita è comunione? Allora
conoscere il Padre è comunione con il Padre, e questa è vita. Attualmente
invece noi non siamo in questa vita. Attualmente noi abbiamo soltanto la
possibilità di pensare il Padre. Pensando al Padre possiamo essere attratti dal
Padre, ma è un avere (abbiamo la possibilità). Questa possibilità ci è data
dalla presenza in noi del Figlio, del Verbo di Dio. La nostra esistenza terrena
è una compagnia con il Figlio di Dio. Il Figlio di Dio è con noi e parla
continuamente a noi; è il Verbo che parla a noi. Però in quanto è con noi, (noi
non siamo figli di Dio) Lui tende a portare noi al livello al quale Lui si
trova. E qual è il livello del Figlio? Il livello del Figlio è quello di essere
tutto Pensiero del Padre. Noi attualmente abbiamo soltanto la possibilità di
pensare il Padre, ma non siamo pensiero del Padre. Il Figlio invece è Pensiero
del Padre. Lui parlando a noi, ci sollecita, ci dà la possibilità di diventare
tutto pensiero del Padre e quindi di nascere dal Padre come Lui nasce, di
diventare quindi figli di Dio. Ma in quanto ci dà la possibilità, non è che ci
faccia essere: ci dà la possibilità. È sempre una possibilità che noi abbiamo;
quando uno ha una possibilità, può sfruttarla e può anche rinunciare ad essa.
Esaù aveva la possibilità della primogenitura, ma a un certo momento ha
preferito il piatto di lenticchie, perché ha detto: “Se io non mangio, muoio:
cosa me ne importa della primogenitura se io muoio di fame?”. Credeva di essere
furbo ed è stato stolto.
Cina: Pensava al subito.
Luigi: Ecco, pensava al subito, e noi pensiamo sempre al subito
e non ci accorgiamo che pensando al subito, perdiamo il “dopo”. Esaù
sollecitato dalla minestra di lenticchie, dal mangiare (ecco il subito) perché
aveva fame, ha disprezzato (ecco quel disprezzo che è il contrapposto
dell’onore) la primogenitura. E quando è stato il momento di avere la
primogenitura, questa gli è stata portata via, ma con offesa, malamente:
l’hanno offeso! Sembrerebbe un furto e noi diciamo: “La colpa è di chi ha
commesso quel furto, quell’offesa!”, ma bisogna risalire al momento in cui lui
ha fatto la scelta e ha stimato i beni. Quando è stato il momento della scelta
lui ha disprezzato la primogenitura, e nel momento in cui avrebbe dovuto
averla, questa gli è stata tolta. È un po’ quello che avviene nella vita di
ognuno di noi, perché tutte le lezioni della Bibbia sono lezioni di vita,
personalmente per ognuno di noi. Noi dobbiamo stare molto attenti quando
disprezziamo, quando abbiamo la possibilità di onorare o di disprezzare, perché
è lì che ci giochiamo il nostro destino. Dopo, a seconda di quello che abbiamo
stimato, avremo o perderemo, ma perderemo malamente, cioè perderemo con offesa,
ci sentiremo offesi da quello che non ci sarà dato; ma non ci ricorderemo che
quella cosa non ci è data perché nel momento in cui avremmo dovuto valutarla
molto, non ne abbiamo tenuto conto. Allora è lì, dice Gesù, che bisogna onorare
il Figlio. Il Figlio in Esaù è arrivato quando gli è stata proposta la
minestra, per cui tra la minestra e la primogenitura (ecco la proposta del
Figlio), lui ha preferito la minestra. Aveva la possibilità di stimare molto la
primogenitura e quindi dire: “No, io piuttosto rinuncio al piatto di minestra,
muoio di fame, ma non perdo la primogenitura”. Aveva quella possibilità: l’ha
lasciata perdere. Lasciandola perdere l’ha veramente perduta. Questa
possibilità che abbiamo e che è data a noi dalla presenza con noi del Verbo di
Dio che parla a noi del Padre, noi la possiamo perdere. Parlando a noi, il
Verbo di Dio, dà a noi la possibilità di stimare quello che Lui ci propone e
quindi di occuparci molto di quello, ma è una possibilità che in quanto ci
viene proposta, noi possiamo in un modo o nell’altro valutarla o non tenerne
conto. Non tenendone conto, la disprezziamo e in quanto la disprezziamo, già la
perdiamo e la perderemo certamente il giorno in cui noi tenteremo o crederemo
di avere il diritto ad averla. Comunque importante è il fatto che attualmente
noi ci troviamo in questa possibilità di conoscere il Padre e il Verbo ci
sollecita continuamente ad occuparci di questo, ad avere il coraggio di perdere
ogni altra cosa, pur di non trascurare questo interesse per il Padre. Non
contano i talenti o le possibilità che abbiamo. Il centro di tutti questi
talenti è quell’unico talento che Dio dà a tutti, cioè la possibilità di
pensare il Padre, che è data dall’avere con noi il Figlio di Dio. Quello che
conta è l’interesse per Dio che noi traiamo dai talenti, cioè quello che conta
è l’occupazione, la dedizione a ciò di cui il Figlio di Dio ci parla.
Pinuccia: Onorare vuol dire mettere in alto e rapportare tutto lì,
in modo che ciò che si mette in alto diventi principio e fine di ogni cosa per
noi. Chi onora il Padre non può non onorare anche il Figlio perché il Figlio è
la manifestazione del Padre, la Parola del Padre. Si onora il Padre e non si
onora il Figlio quando pur credendo in Dio, non si crede che è Dio che opera
tutto, che è Dio che parla in tutto, che in ogni cosa c'è la sua mano, per cui
non si collega ogni cosa, ogni creatura, ogni avvenimento con Dio; allora non
si accettano da Dio e non si riferiscono tutte le cose a Dio. Si crede cioè che
Dio sia lontano da noi e che dopo averci creato ci lasci soli; non si crede in
un Dio che voglia dialogare con l’uomo, cioè non si crede nel Figlio del Padre.
Per cui non credendo a quanto il Padre ci fa giungere di Sé, si finisce per non
onorare più il Padre; non tenendo conto della Parola del Padre, non teniamo
conto nemmeno del Padre. Si tratta cioè del cosiddetto cristianesimo disincarnato
(nelle nubi). Può succedere invece chi si onori il Figlio senza onorare il
Padre (e questo è il cristianesimo disinnestato dal fine e che si proietta
unicamente nella dimensione orizzontale) e succede che credendo di onorare il
Figlio si finisce con lo strumentalizzare il Figlio stesso, la Parola di Dio
che giunge a noi, perché viene a mancare il fine.
Luigi: Esempio: tutto il cristianesimo di oggi, tutto
proiettato sulla sociologia, sulla politica, sull’orizzontalismo, sull’azione,
è tutto un credere di onorare il Figlio, mentre non si onora il Padre: è tutto
disinnestato dal fine. Quindi è possibilissimo questo errore, anche se assurdo;
è un errore, perché il peccato è sempre un errore; quindi ad esempio, il
dividere il Padre dal Figlio e quindi onorare il Padre e non tener conto della
Parola di Dio, è un errore, ma noi nel pensiero del nostro io, lo facciamo in
continuazione. Oppure facciamo consistere la nostra religione
soltanto nella devozione: “Ho detto tanti rosari, ho partecipato a tante funzioni,
oppure ho fatto tante ore di silenzio”; e questo è onorare il Figlio e non
onorare il Padre.
Rina: Nel silenzio c'è già il bisogno di ascoltare, quindi …
Luigi: Ma noi possiamo trasformare anche il silenzio in regola;
per cui vado nel deserto, faccio un giorno, due, tre giorni di silenzio e sono
soddisfatto. Guarda che il silenzio ti è dato per ascoltare e se tu nel
deserto, nel silenzio non ti preoccupi di ascoltare e quindi di intendere
quello che il Figlio ti vuol dire, il tuo deserto, il tuo silenzio ti diventa
soltanto una regola per dire: “Io sono a posto perché ho fatto tante ore di
silenzio, tante ore di deserto”. Noi possiamo trasformare tutto in regola. No,
guarda che il silenzio è perché tu ti apra a Dio, è per far tacere ogni altro
rumore, ogni altro interesse, ogni altra voce, per poter ascoltare la voce di
Dio. Ma se invece faccio tante ore di silenzio per poter dire: “Beh, ho fatto
tante ore di silenzio” (e lo posso dire semplicemente anche solo a me stesso,
per soddisfare la mia coscienza) è finita: ho trasformato il silenzio in
regola; diventa un idolo quello.
Emma: Non si tratta di tranquillizzare la coscienza, si tratta
di un’esigenza.
Luigi: Ma deve essere un’esigenza per ascoltare Dio, non noi stessi
che facciamo silenzio. Cioè una persona sta parlando con me allora io dico agli
altri: “Per favore fate un po’ di silenzio perché voglio ascoltare quello che
mi sta dicendo”. Ecco, allora si fa silenzio per poter ascoltare quello che
l’altro mi sta dicendo. Quindi non è il silenzio per il silenzio o il deserto
per il deserto. Ma noi possiamo trasformarlo in questo; impegnarci ad esempio,
a fare ogni tanto quelle ore di silenzio. E a un certo momento io dico: “Ho
fatto quelle ore, ho fatto quello che mi ero proposto”. Eh no! Perché allora
noi rispondiamo soltanto ad un programma che ci siamo fatti. Mi propongo di
fermarmi un’ora in chiesa? Ecco, mi sono fermato un’ora in chiesa, ma in
quest’ora che cosa ho fatto? Qui è onorare il Figlio e non onorare il Padre.
Indubbiamente, profondamente non onora né il Figlio e né il Padre, è logico,
perché tutti i nostri errori sono sempre errori nei riguardi di Dio, della
Volontà di Dio, però noi possiamo farli.
Pinuccia: Disinnestandoci dal fine, si finisce così di
strumentalizza il messo stesso (la Parola), di frustrarlo nella sua funzione
(che è la funzione di strada). Noi onoriamo il Padre e onoriamo il Figlio,
quando crediamo che il Padre è veramente l’Operatore di tutto, il Padre, il
Principio di ogni cosa: e allora si tiene conto di ogni Parola che giunge a
noi; perché è manifestazione del Padre ed è strada che ci porta al Padre.
Luigi: Ecco, allora lì noi cerchiamo sempre il significato
della parola. Anche nel Vangelo, nelle parole che il Figlio dice a noi, noi
dobbiamo cercare sempre il significato, quello che il Padre vuole dirci
attraverso quelle parole. Quindi si onora il Figlio cercando il significato
delle sue parole e delle sue opere, e il significato è sempre presso il Padre.
Se il Figlio dice: “Va, vendi quello che hai” e io esteriormente vado, vendo
quello che ho e credo di essere a posto, non lo sono, perché non ho capito il
significato di quelle parole, perché quel: “Va, vendi quello che hai” è per
poter essere più disponibili per ascoltare Lui, quindi non è soltanto per dire:
“Ho fatto un gesto di povertà, mi sono liberato da quello”. No! Tu ti liberi
per qualcosa. Quindi la vera vita non sta nella povertà o in certi sacrifici o
in certe rinunce. La vera vita è sempre quell’apertura positiva verso il Padre
alla quale ci convoglia il Figlio. Ma soltanto se abbiamo l’interesse per il
Padre, noi in tutte le parole del Figlio, cerchiamo il significato, quello che
Lui ci significa per la nostra vita nei riguardi del Padre.
Pinuccia: Quindi onorando il Padre non si può fare a meno di
onorare il Figlio e viceversa.
Nino: Se onoriamo il Padre e non il Figlio siamo farisei,
perché ci fermiamo alla legge, senza arrivare a coglierne lo spirito, perché
questo lo si coglie soltanto approfondendo le parole del Cristo, valorizzando
la possibilità di comunione che ci è data col Cristo il quale ci porta a quella
soglia in cui Lui ci affida al Padre.
Luigi: Affinché in noi avvenga la rinascita, cioè nasciamo come
figli.
Nino: Cioè passiamo dall’avere ad essere figli del Padre.
Luigi: Quindi l’avere con noi il Figlio di Dio, la Parola di
Dio. è possibilità di vita. Però è un avere che noi possiamo perdere giorno per
giorno, perché non tenendo conto, noi stiamo scendendo verso l’impossibilità,
verso la situazione zero.
Nino: Il Figlio ci parla nella comunione con il Padre ma non
ce la dà.
Luigi: È ancora una possibilità. Anche quando noi diciamo che
con Lui noi diventiamo tutto pensiero del Padre, è ancora una possibilità. La
vera comunione ce la dà il Padre con la rinascita e allora abbiamo la
conoscenza del Padre, perché per conoscere il Padre bisogna essere figlio: solo
il Figlio conosce il Padre.
Nino: La conoscenza del Figlio ci viene solo dal Padre. Quindi
bisogna conoscere il Padre per poter conoscere il Figlio.
Luigi: Certo, ma è il Figlio che ci pone lì. C'è un fatto
significativo nella matematica, in quella parte che tratta la teoria, appunto
della probabilità. La probabilità è data da un rapporto tra tutti i casi
possibili e tutti i casi favorevoli. Ora questa probabilità è data in termini
di frazione: al numeratore mettiamo i casi favorevoli e al denominatore
mettiamo i casi favorevoli e al denominatore i casi possibili. Quando al
numeratore i casi favorevoli diventano uguali ai casi possibili, abbiamo uguale
a uno = la certezza. Allora il Verbo di Dio parlando a noi tende a trasformare
tutti i casi possibili che sono al denominatore, a farli passare tutti al
numeratore, cioè a farli diventare tutti favorevoli. Quando abbiamo la
totalità, cioè il passaggio, il che vuol dire che tutti i talenti che noi
abbiamo, tutte le possibilità, sono diventate tutte interesse per il Padre.
Diventando tutto interesse per il Padre, abbiamo trasferito tutto al
numeratore, ai casi favorevoli e allora abbiamo la certezza. Se invece noi perdiamo
tutti i casi favorevoli, a un certo momento al numeratore noi abbiamo più
nessun caso favorevole, cioè zero: zero diviso anche una possibilità infinita
diventa zero, diventa impossibilità. Rende molto bene il concetto, anche se in
termini matematici, cioè rende molto bene quello che è l’oscillazione della
nostra possibilità: noi la perdiamo in continuazione, perché la possibilità di
passare dai casi possibili ai casi favorevoli avviene tutti i giorni, in quanto
siamo sollecitati dalle proposte del Verbo di Dio che parla con noi (Lui parla
con noi tutti i giorni): Lui ci sollecita in continuazione a mettere prima di
tutto quello che va messo prima di tutto, a passare all’essenziale, quindi a
trasformare tutte le nostre possibilità in una scelta di cose principali, per
cui: “Questo lo lascio, perché …” e sei passato nei casi favorevoli;
quest’altro lo lascio per occuparmi di Dio, e passi ai casi favorevoli. Più
passiamo e più aumentiamo la sfera della probabilità per entrare nella vita;
più rinunciamo e più noi scendiamo verso lo zero, perché perdiamo delle
possibilità e arriviamo all’impossibilità, per cui a un certo momento Dio non
ci attrae più. Tutto d’altronde è scena.
Eligio:: Credevo perdessimo gli aspetti favorevoli e invece
perdiamo anche le possibilità.
Luigi: Si, perdiamo anche le possibilità. Non ci attrae più. È
tremendo! Noi vediamo che c'è una frattura tra il parlare di Dio e quello che
interessa noi, la nostra vita e questo lo sperimentiamo gravemente su di noi.
Nino: Quella similitudine è molto chiara e chiarificante,
perché quando arrivi a non avere più casi favorevoli, sei a zero.
Luigi: Si, è interessante questa parte della matematica che
tratta della probabilità, perché arrivi proprio a vedere i rapporti con lo
spirito. Infatti più si va avanti nella matematica e più devi ragionare con
l’infinito, i rapporti con l’infinito. Il Signore si significa in tutto, anche
per esempio nella medicina.
Emma: Se incarniamo e approfondiamo la Parola che giunge a
noi, noi onoriamo il Padre.
Luigi: Più l’approfondiamo, più vuol dire che noi abbiamo
interesse e risvegliamo in noi questo interesse. Naturalmente questo interesse
è dono del Verbo di Dio, non è merito nostro. Dio dà a noi dei talenti, delle
possibilità di occuparci di Lui e poi ci sollecita con il suo Figlio. Ecco il
Figlio che viene a noi e chiederci: “Ma di questi talenti che ti ho dato, che
cosa ne fai?”, “Hai capito che Dio esiste dall’universo che ti ho dato?”
(l’universo è un talento). “Da tutti gli avvenimenti della tua vita hai capito
che Dio esiste? E tu, di fronte a questo pensiero: Dio esiste; che risposta
dai? Ti interessi di Lui oppure …!”. Ecco, ti interessi di Lui: ecco
l’interesse dei talenti. Quello che conta è questo: che si svegli in noi questo
interesse. Ma l’interesse per Dio si sveglia e si può svegliare soltanto nella
misura in cui il Figlio di Dio ci sollecita a questo; non siamo noi che ci
svegliamo, che capiamo. No, è il Figlio di Dio che ti sta interrogando e
interrogandoti ti sveglia a questo interesse. Questa è una proposta del Figlio
di Dio, non è detto che naturalmente, meccanicamente, si formi in noi questo
interesse, no, ma affinché si formi in noi questo interesse, bisogna che ci sia
l’adesione a quello che il Figlio di Dio ci propone. Ma se noi diciamo: “A me basta
credere in Dio, sapere che Egli esiste e che mi ama, e non mi interessa
conoscere tanto il Vangelo, conoscere le sue parole”, vuol dire che noi non
crediamo in Dio, non onoriamo il Padre, perché chi effettivamente onora il
Padre ha tanto interesse per le cose di Dio, e quindi ha molto a cuore le
parole del Figlio, perché il Figlio ci parla del Padre. Non c'è nessun altro
che mi parli come parla il Figlio, e allora mi sta molto a cuore questo. Invece
chi dice: “A me basta credere e non ho bisogno di altro”, non crede.
Nino: Credere così non costa niente.
Luigi: È lì il fatto, non costa niente dire: “Credo”, invece
con Dio costa tanto. Non sono le parole che contano, ma i fatti; all’atto
pratico dico: “A me non interessa, a me interessa il piatto di lenticchie”.
Emma: È già una grazia che Dio ci faccia cadere tutti questi
beni, questi idoli.
Luigi: Si, perché tutti i beni di questo mondo e anche tutti i
fatti sono talenti che Dio ci dà per suscitare in noi un certo interesse, ma
bisogna che si svegli in noi questo interesse. Non accontentarci di accogliere
una notizia, ma cercare di passare al significato di essa. Quello Dio te lo
manda perché si svegli in te un interesse, una fretta: affrettiamoci a
conoscere il Signore. Una fretta perché: “Guarda che la giornata ti sta
passando tra le mani e presto è sera”. Ecco, ci avvisa. E perché ci avvisa?
“Affrettati, accelera, perché il tempo ti sta scappando”.
Rina: Non onoro il Figlio quando non tengo conto della Parola
che Dio manda a me, occupandomi di altro, e in questo caso nemmeno potrò
giungere alla conoscenza del Padre. Non onoro il Padre quando credo di amarlo e
poi non ascolto il Figlio che ci manda. Onoriamo il Padre e il Figlio quando
mettiamo Dio prima di tutto e dedichiamo tutta la nostra attenzione alla Parola
che ci porterà ad essere tutto Pensiero di Dio.
Eligio:: Queste tre domande segnano delle tappe nella nostra
vita. Onoro il Padre e non il Figlio quando introduco nella mia vita una
divisione: la mia fede in Dio non incide nella mia vita ed è solo formalistica.
Luigi: Certo, noi scindiamo proprio la nostra vita. È un
principio di schizofrenia che introduciamo nella nostra vita, che poi porta a
dei grandi disastri. Schizofrenia, cioè divisione: la nostra persona è scissa
in due.
Eligio:: E questo succede tutte le volte che scindo il mio
operare dal Pensiero di Dio. Invece devo vivere secondo Dio ovunque e sempre,
non solo quando sono in chiesa.
Luigi: In qualunque luogo io mi trovi, in qualunque cosa, devo
trattare sempre con Dio. Non devo trattare con Dio solo quando sono in chiesa,
perché Dio mi parla in tutto e mi fa in tutto proposte di essenzialità. Noi
continuamente pecchiamo di fronte a Lui, siamo in difetto rispetto a ciò che
Dio ci propone.
Nino: Noi crediamo di peccare contro i fratelli (ad esempio il
furto), ma invece noi pecchiamo sempre contro Dio (ogni furto materiale è anche
spirituale, perché la terra che calpestiamo è sacra, tutto è di Dio). Noi
pecchiamo sempre davanti a Dio.
Luigi: “Proprio davanti a Te ho peccato”.
Nino: Purtroppo queste cose le dimentichiamo anche se quando
ci riflettiamo su, ci sono chiare. Non è tanto il passato, quanto il futuro che
mi preoccupa.
Luigi: Ma noi parliamo di questo proprio per poter ricuperare
il futuro di noi a Dio.
Eligio:: Si onora il Padre e non il Figlio ad esempio quando si
a Messa solo per sentirsi a posto, oppure quando ad esempio un figlio ci va per
far piacere al Padre.
Luigi: Anche il Papa l’ha fatto notare: “Voi amate me ed io
sono contento; anch’io amo voi. Ma tutto questo non basta: dobbiamo sapere che
Dio ci ama e che noi dobbiamo amare Dio”, cioè non basta che io ami voi e che
voi amiate me. Così non basta che un figlio faccia una cosa per amore del padre
e il padre non deve accontentarsi di questo, che il figlio abbia soddisfatto
alla sua volontà. No, non basta! Bisogna riferire a Dio. Quindi esortare i
figli a non farlo perché glielo dico io, ma a farlo per Dio; perché altrimenti
lo fa solo per illudermi, ecc. Non è che si ami il Cristo perché si ama il Papa
anche se il Papa è rappresentante del Cristo. No, bisogna sapere che Dio ci ama
e noi dobbiamo amare Dio, perché la fonte del vero amore è lì.
Eligio:: Onoro il Figlio e non il Padre quando mi fermo al
sentimento e non colgo la sostanza del suo messaggio. Onoro il Padre e il
Figlio quando riconosco nel Padre il Principio e il fine della mia esistenza,
perché solo nella comunione con l’Essere, la vita personale di ognuno di noi si
realizza nella sua pienezza. Però questo non è possibile senza Cristo, il
Maestro che è la Parola del Padre, solo seguendo il Verbo possiamo arrivare
all’Essere, alla comunione, cioè si passa dall’avere all’essere.
Luigi: Questa è opera del Padre. Comunque è rimasta chiara
l’importanza di questo argomento che ci viene dalla parola di Gesù: “È necessario
onorare il Figlio come si onora il Padre”? Bisogna cogliere l’importanza di
questo, perché si può onorare il Padre e non onorare il Figlio, si può onorare
il Figlio e non onorare il Padre, ed è necessario onorare il Figlio come si
onora il Padre.
Pinuccia: Si può sintetizzare il tutto dicendo che si onora il
Padre e il Figlio se si è in ascolto del Figlio e si cerca il significato di
tutto presso il Padre?
Luigi: Certo, e bisogna cogliere l’importanza di questa frase
che ci dice Gesù, perché se la dice è perché è importante e quindi richiede da
noi una certa assimilazione, una presa di coscienza di questo.
Lettura di un articolo sul settimanale “Gente”:
intervista con Diego Fabbri
Difficoltà degli intellettuali cattolici a superare
l’intimidazione marxista.
Ora è il marxismo che sta franando sia su un piano
ideologico che su un piano pratico, perché la risposta marxista alle domande
esistenziali dell’uomo, si è rivelata incapace di soddisfare le coscienze e di
appagare l’intelligenza. Ci sono ormai tanti marxismi uno in contrasto con
l’altro. Il marxismo cercando di demolire la presenza di Dio nelle coscienze,
ha implicitamente ammesso che se Dio non esiste, anche il male non è una cosa
reale e quindi all’uomo tutto è consentito, perché è lui l’unico giudice delle
proprie azioni. Solo Dio può opporsi veramente alle forze delle tenebre; per
questo il marxismo è responsabile dello scatenarsi della violenza a cui
assistiamo a tutti i livelli (ad esempio molti limitanti delle brigate rosse
vengono dalle file cattoliche, uomini che a un certo momento hanno perduto Dio
e si sono visti costretti a cercare solo in se stessi una ragione per inseguire
un ideale astratto di giustizia sociale; c'è una radice religiosa anche se pervertita e negata nella scelta
del terrorismo: è rimasto in essi il bisogno di Dio, il sentimento della sua
assenza (la radice estirpata lascia il buco).
-
Che
cosa ci impedisce ormai di pensare a Dio come a un gigantesco computer che
sovrintende a tutte le operazioni dell’universo e tutte le comprende in Sé?
La scienza ci aiuta a comprendere l’estensione infinita
della Mente Divina. Il fatto stesso che la materia si può trasformare in
energia mi rende più palpabile il mistero, mi accosta all’ineffabile come a un
qualcosa che può essere sperimentato in laboratorio.
Credo nell’esistenza di Dio, come Creatore di tutto.
Non si può credere che la Divina Commedia sia stata
scritta da uno scimpanzé a forza di battere i tasti della macchina da scrivere,
dopo milioni di prove; l’ipotesi del caso non mi convincerà mai; mi è molto più
facile pensare ad una Mente superiore che abbia razionalmente compiuto un’opera
così complessa e così intensa di significati anche se gran parte di essi mi
sfuggono.
Se io però oggi sono credente, devo questo al mio incontro
con Cristo; se non avessi incontrato Cristo, probabilmente avrei perduto
Dio. Cristo è per me tutto, è l’incontro che ha deciso per sempre la mia vita;
per me la storia si illumina e riceve una ragione solo attraverso Cristo.
Cristo è per me davvero la Presenza risolutiva di qualsiasi problema
individuale e generale.
Credo a tal punto nella realtà di Cristo, che devo fare
un grande sforzo per capire le persone che non Lo accettano e corrono magari
dietro a Marx e ad altri falsi profeti, perché ritengo che è infinitamente più
facile accettare Cristo e il suo mistero che accettare qualsiasi altra
proposta. Sono certo che niente e nessuno riuscirà mai a separarmi da Cristo
che ogni giorno di più si rivela come una Presenza attiva e reale nella mia vita.
Credo nella sua resurrezione (sono contro il simbolismo
della resurrezione, perché se Cristo non fosse veramente risorto, il
cristianesimo non avrebbe senso): mi fa diventare coraggioso il fatto di
sentirmi discepolo di un Capo che ha vinto la morte ed è risorto. Quanto più ho
coscienza dei miei peccati, tanto più sento vicina a me la Presenza
rassicuratrice e l’amicizia di Cristo.